Homo Deus o poro homo?
Dal mio punto di vista non vi è alcuna illuminazione da sperare, da raggiungere o da proiettare in un futuro ideale per fuggire dal presente, perché ogni tentativo di spostare la liberazione in avanti finisce per rafforzare la stessa struttura mentale da cui si vorrebbe evadere. Allo stesso modo, non vedo alcun homo deus da creare, né attraverso la tecnologia, né attraverso un’evoluzione forzata della coscienza, né mediante nuove forme di potere mascherate da progresso spirituale. Vedo piuttosto un poro homo (come si dice dalle mie parti) da curare, un essere umano fragile, confuso, ferito, che prima di aspirare a trascendersi avrebbe bisogno di essere visto, ascoltato e accolto nella propria vulnerabilità.
L’idea di un uomo che diventa dio, che supera i propri limiti e si emancipa definitivamente dalla propria condizione, mi appare come l’ennesima riedizione della fuga perenne da noi stessi che ci caratterizza in modo trasversale, una spiritualizzazione del desiderio di controllo e di onnipotenza. L’illuminazione, se questo termine ha un senso, non è una conquista futura né un potenziamento dell’io, ma un vedere radicale ciò che è, qui e ora, senza abbellimenti né scorciatoie. Non un salto oltre l’umano, ma un incontro pieno con l’umano così com’è, nel suo dolore, nella sua paura e nella sua domanda di senso, nella sua immensa bellezza oggi tremendamente velata.
Pier