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Homo Deus o poro homo?

Negli ultimi anni si è diffusa l’idea che l’essere umano sia destinato a superare se stesso, a trascendere i propri limiti biologici e psicologici, fino a diventare qualcosa di simile a un dio. Questa visione è stata resa popolare anche dal libro Homo Deus, scritto dallo storico israeliano Yuval Noah Harari, nel quale il futuro dell’umanità viene immaginato come un percorso di potenziamento tecnologico, cognitivo e, in certa misura, spirituale. Mi è stato chiesto cosa ne pensi e quale relazione veda tra questa prospettiva e ciò che tradizionalmente viene chiamato illuminazione.

Dal mio punto di vista non vi è alcuna illuminazione da sperare, da raggiungere o da proiettare in un futuro ideale per fuggire dal presente, perché ogni tentativo di spostare la liberazione in avanti finisce per rafforzare la stessa struttura mentale da cui si vorrebbe evadere. Allo stesso modo, non vedo alcun homo deus da creare, né attraverso la tecnologia, né attraverso un’evoluzione forzata della coscienza, né mediante nuove forme di potere mascherate da progresso spirituale. Vedo piuttosto un poro homo (come si dice dalle mie parti) da curare, un essere umano fragile, confuso, ferito, che prima di aspirare a trascendersi avrebbe bisogno di essere visto, ascoltato e accolto nella propria vulnerabilità.

L’idea di un uomo che diventa dio, che supera i propri limiti e si emancipa definitivamente dalla propria condizione, mi appare come l’ennesima riedizione della fuga perenne da noi stessi che ci caratterizza in modo trasversale, una spiritualizzazione del desiderio di controllo e di onnipotenza. L’illuminazione, se questo termine ha un senso, non è una conquista futura né un potenziamento dell’io, ma un vedere radicale ciò che è, qui e ora, senza abbellimenti né scorciatoie. Non un salto oltre l’umano, ma un incontro pieno con l’umano così com’è, nel suo dolore, nella sua paura e nella sua domanda di senso, nella sua immensa bellezza oggi tremendamente velata.
 
Per questo, più che immaginare dèi a venire, sento l’urgenza di invitare tutti noi a tornare a prenderci cura del semplice essere umano che già siamo, di quel “povero uomo” che chiede attenzione e verità, non promesse di grandezza. È forse proprio in questa cura, umile e concreta, che si cela ciò che spesso, con grande superficialità e confusione, chiamiamo illuminazione.
 
Un caro saluto a tutti!
Pier

Tags: Coscienza, Consapevolezza, Silenzio interiore, Meditazione, Presenza, Disidentificazione, Mente e pensiero, Nisargadatta Maharaj, Ramana Maharshi, Spiritualità non duale

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