Fate quel che vi pare ma almeno sceglietelo!
Essere madre incide sulle aspettative di vita? E, se lo fa, in che modo? A queste domande prova a rispondere un gruppo di ricercatori dell’Università di Helsinki insieme al Minerva Foundation Institute for Medical Research. A ben vedere, si tratta forse di uno degli studi più sensati che si potessero condurre in un’Unione Europea segnata da un crollo delle nascite ormai epocale, e certamente di uno degli articoli più pertinenti da pubblicare in Italia, che insieme alla Spagna occupa l’ultimo posto in Europa per natalità.
Colpisce però, forse ancora di più, il contesto in cui questo tipo di ricerche finisce per circolare, sommerso da un flusso martellante di articoli, slogan e “influencerini” che, senza aver ancora smesso di succhiarsi il pollice, dispensano certezze su tutti i presunti svantaggi del mettere su famiglia e sulle meraviglie della vita da single, del sesso promesso fino a ottant’anni, dell’eterna adolescenza elevata a stile di pensiero.
Se davvero fare figli “fa invecchiare”, allora sarebbe altrettanto onesto, e soprattutto urgente, studiare che cosa produce vivere con gli stipendi più bassi d’Europa, con una sanità pubblica che si sta sgretolando, con pensioni insufficienti a garantire una vecchiaia dignitosa e, in prospettiva, con nessun figlio a cui chiedere aiuto dopo i settant’anni, ammesso di arrivarci. Nessuno che ti porti un pacco di pannoloni, nessuno che bussi alla porta per sapere se sei ancora vivo o già morto. Poi, con tutta la serietà possibile, ditemi che questo non è un progetto.
In risposta ad alcuni commenti ricevuti…
Una chiarificazione forse necessaria ma sconfortante. Questa mia riflessione all’ennesimo articolo che mette come al solito quel giusto pizzico di negatività sulla maternità non nasce dal desiderio di contrapporre un modello di vita a un altro, né tantomeno dall’intenzione di fare l’apologia della famiglia perfetta o di spingere i giovani a sposarsi e fare figli come se fosse un dovere morale. Sarebbe un’operazione identica, nell’essenza, a quella che critico, anche se opposta nella forma.
Il punto, per me, è un altro: il lavoro di condizionamento culturale che da anni cerca di orientare soprattutto le generazioni più giovani verso una certa visione del mondo e verso scelte presentate come naturali, liberanti o inevitabili, quando in realtà sono profondamente intrecciate a interessi economici, precarizzazione sistemica e impoverimento delle possibilità reali di vita.
Io sogno individui liberi, non individui obbedienti a un modello, qualunque esso sia. Individui capaci di ascoltare il proprio cuore, di fidarsi della propria capacità di amare, di costruire relazioni solide e profonde e, soprattutto, di fare scelte autentiche, senza accorgersi solo in vecchiaia di essere stati guidati, orientati o manipolati da una propaganda ben confezionata.
Un altro aspetto che cerco di mettere in luce riguarda il silenziamento sistematico di un malcontento diffuso: quello di tante persone che avrebbero voluto costruirsi una casa, una famiglia, dei figli, senza vivere nell’angoscia quotidiana di arrivare a fine mese, senza dover scegliere tra una spesa essenziale e un imprevisto, senza attendere mesi o addirittura anni per una visita medica o un intervento, come è accaduto personalmente a me. Questo disagio reale viene spesso rimosso o coperto da narrazioni consolatorie che spostano tutto sulle “scelte individuali”, evitando accuratamente di interrogare le responsabilità strutturali.
Per chiudere, ciò che desidero davvero spronare, attraverso molte delle mie riflessioni e delle mie denunce, è la consapevolezza del valore enorme che la chiarezza interiore ha per la felicità delle nostre vite. È la consapevolezza, infatti, che rende le scelte realmente libere.
Poi, per quanto mi riguarda, le persone possono decidere di non avere figli, di chiamare il proprio cane “bambino mio”, di farne cinque e andare a vivere in roulotte (meglio evitare i boschi, che non porta bene), di ritirarsi in una grotta sull’Himalaya, di sposare il proprio criceto, di suicidarsi a trent’anni in una clinica in Svizzera perché è bello e segno di progresso, di andare in guerra per Trump, Putin, l’Ayatollah o il partito cinese. Per me va benissimo tutto.
L’unico dubbio che continuo ad avere riguarda la libertà reale di queste scelte. Quanto sono davvero nostre, e quanto invece il risultato di suggestioni, paure, mode, narrazioni ripetute fino a diventare senso comune?
E poi, se vogliamo dirla fino in fondo, quando una propaganda funziona non è mai solo perché viene imposta, ma perché una parte di noi la accetta, la sceglie, la trova comoda. In questo senso, forse è giusto così. Ciò che comprenderemo più tardi lo pagheremo con quella forma di saggezza che nasce dal rimpianto.
Infine, anche tutta la retorica sulla “salvezza della grande cultura europea”, e delle stesse popolazioni europee, che chiaramente, non facendo figli, verranno sostituite da altre popolazioni e culture, è una forma di mitizzazione e pensiero nostalgico quanto falsato. Se una cultura e diverse popolazioni possono essere quasi spazzate via in soli trent’anni di propaganda, sarebbe forse onesto iniziare a chiedersi quanto solida e grande fosse realmente quella cultura.
Ma, come diceva Rino Gaetano: «Ma il cielo è sempre più blu uh uh, uh uh, ma il cielo è sempre più blu uh uh, uh uh, uh uh…»