L'amore cura, l'analisi porta alla paralisi
Conny ha scritto: Caro Pier, buongiorno. Innanzitutto vorrei ringraziarti: è da tanto tempo che cercavo uno spazio come il tuo, dove poter condividere dubbi, domande e pensieri sulla nostra reale essenza. Volevo chiederti, in merito a ciò che ci fa paura e ci turba, nel momento in cui si è consapevoli dell’emozione, in che modo posso lavorare su questi schemi emotivi per comprenderli e far sì che vengano trasformati in modo definitivo? Presumo che comprendere non significhi semplicemente analizzare le possibili cause. Ti chiedo questo perché tendo molto ad andare dentro di me per analizzare e studiare i motivi che potrebbero aver generato questi lati oscuri, spiacevoli, dolorosi… però mi accorgo che non li risolvo: in verità, quei lati continuano a ripresentarsi. E in me, ahimè, ce ne sono tantissimi. Mi sento incastrata. Serve “solo” esserne consapevoli, accogliere e comprendere per trasformare? Ma chi guarda, chi comprende, chi trasforma? La mia mente condizionata?
Pier ha risposto: Scrivi: “Nel momento in cui si è consapevoli dell’emozione, in che modo posso lavorare su questi schemi emotivi per comprenderli e far sì che vengano trasformati definitivamente?” E io ti chiedo: perché vogliamo sempre “lavorare” sui nostri schemi emotivi, sui pensieri, sulle reazioni? Perché desideriamo eliminarli, superarli, riformarli, oppure, più onestamente, perché non li sopportiamo, ci disturbano, ci feriscono. Il paradosso è che proprio ciò che rifiutiamo finisce per sfuggirci completamente, perché non lo stiamo davvero ascoltando, non lo stiamo guardando nella sua interezza. Spaventati dalla paura, lottiamo contro di essa… colmi di paura. Generiamo paura della paura, e così cadiamo in un circolo vizioso.
Se riusciamo a vedere con chiarezza questa impasse, se comprendiamo che più ci opponiamo a ciò che ci abita e più ne restiamo intrappolati, allora si apre uno spazio nuovo. Una sorta di accettazione silenziosa, feconda, gravida di una nuova energia. È uno stato inusuale che non appartiene alla mente condizionata, ma nasce come effetto della resa. Tu, Conny, non puoi fare nulla direttamente per liberarti, perché la mente che tenta di intervenire è la stessa che ha generato quelle emozioni, quegli schemi, quei condizionamenti. La mente condizionata non può sciogliere se stessa. È come voler spegnere un incendio lanciandoci sopra altra benzina.
Scrivi poi: “Presumo che il comprendere non significhi l’analisi delle possibili cause.”
Presumi bene. Analisi significa, troppo spesso, paralisi. “Comprendere”, nel senso profondo che cerchiamo qui insieme, è qualcosa di radicalmente diverso dall’analizzare per capire intellettualmente. Comprendere è un atto dell’essere, non della mente. È qualcosa che accade quando cessa la frenesia di sezionare, di cercare spiegazioni razionali, di costruire percorsi causali. Jiddu Krishnamurti lo diceva con estrema lucidità: “L’analisi non libera mai la mente dal problema. È solo quando si guarda senza analizzare, che l’intelligenza può operare.”
Comprendere è accogliere qualcosa interamente, senza volerlo cambiare. È come se l’Essere stesso si muovesse e abbracciasse ciò che fino a un momento prima la mente aveva cercato di correggere o reprimere. È come abbracciare un figlio in preda al pianto: non gli chiedi perché sta piangendo, né analizzi le sue lacrime; lo tieni con te, lo ami, lo contieni. E in quel gesto accade già una trasformazione.
Ecco cosa significa, Conny, comprendere la paura e gli schemi emotivi: abbracciarli. Stringerli fra le tue braccia interiori come faresti con una creatura spaventata. Interrompi la guerra che da anni stai combattendo tra la tua mente analitica e le tue emozioni. Non puoi sconfiggere le emozioni che ti feriscono: vengono da una parte di te che chiede soltanto di essere amata, ascoltata, accolta. Se non lo fai tu, chi lo farà?
Quando ti avvicini a questi tuoi contenuti interiori con amore, con uno sguardo di compassione e non di giudizio, si crea finalmente quella distanza interiore, non separativa, ma consapevole, che ti consente di osservare con chiarezza. Solo allora l’intelligenza del cuore può suggerirti le azioni giuste, i passi giusti, le parole giuste.
Scrivi ancora: “In me ce ne sono tantissimi, ahimè…” Ma è proprio questa analisi ossessiva che ti fa percepire un esercito di ombre, quando in realtà ciò che affiora proviene da un’unica sorgente: l’assenza di osservazione amorevole. Analizzare significa dividere in pezzi. Comprendere significa avvicinare, integrare, unificare. Quando analizzi la tua oscurità, la frantumi in mille ombre. Quando la comprendi, la illumini. E molte ombre svaniscono semplicemente perché non trovano più terreno fertile dove radicarsi.
Infine scrivi: “Ma chi guarda, chi comprende, chi trasforma? La mia mente condizionata?”
No, non la mente condizionata. Guarda meglio. Quando smetti di lottare e lasci che la tua consapevolezza semplicemente osservi, allora l’equilibrio si ristabilisce. Immagina un bambino che per gioco salta e agita le acque di un torrente: il fondale si solleva, il fango offusca tutto. Nulla si riflette più. Ma quando il bambino si ferma, chi riporta la limpidezza? Non accade forse da sé? Nessuna azione, nessuno sforzo. Solo il riposo della coscienza.
Come diceva C.G. Jung, “Non si diventa illuminati immaginando figure di luce, ma rendendo consapevole la propria oscurità.” E la luce, allora, non va cercata: va lasciata sorgere.
Grazie a te per la profondità e la fiducia.
Un abbraccio,
Pier