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Come essere felici fra i dolori della vita

Siamo continuamente attraversati da desideri, impulsi, immagini che la mente evoca e rincorre come fossero reali e determinanti. Mangiare un tramezzino al tonno o cercare una foglia d’insalata poco condita. Cedere allo sguardo di una donna che ci attrae o restare fedeli, non tanto all’altro, ma alla propria quiete interiore. Le domande si affollano, e la mente, come un animale inquieto, non smette mai di produrre alternative, tentazioni, valutazioni. Ma se continuiamo a cercare risposte restando intrappolati nel meccanismo stesso del controllo, del giudizio, della repressione e dell’appagamento, non potremo mai uscire dal circuito in cui il piacere genera dolore, il desiderio alimenta la mancanza, e ogni scelta diventa solo il preludio a un’altra inquietudine.

Molti comportamenti esteriori — mangiare carne, fumare, astenersi dal sesso o abbracciare diete spirituali — possono apparire nobili, ma se mossi dalla paura o dall’imitazione non hanno alcun valore reale. Sono solo nuove maschere. Se eviti la carne perché senti l’ingiustizia della morte inflitta ad altri esseri viventi, o perché percepisci che ti fa male, allora è un gesto consapevole. Ma se lo fai per conformarti a un’immagine di purezza o di evoluzione, non è altro che una recita, un’autoillusione spirituale. L’autentica scelta non nasce da un’imposizione, ma da una comprensione profonda, da un’intuizione silenziosa che non ha bisogno di spiegazioni né di difese. Ogni sistema mentale ha bisogno di un antagonista per restare in piedi; e se non lo trova fuori, lo crea dentro, come ben sanno coloro che vivono in bilico tra dogma e follia.

Il mangiare, il sesso, il fumare, il bere, come anche le posture mentali che adottiamo nella ricerca spirituale, sono rami secondari dell’albero della coscienza identificata. Nessuno di questi aspetti, da solo, potrà mai condurre alla pace duratura. Spesso, più che conoscere noi stessi, cerchiamo solo un nuovo schema a cui aderire, una gabbia più comoda o più elegante in cui rinchiuderci per sfuggire all’angoscia della libertà.

La vera conoscenza di sé non consiste nel reprimere, nel sostituire pensieri negativi con pensieri positivi, ma nel comprendere. Comprendere come sorgono i nostri pensieri, quali ferite li originano, da quale smarrimento proviene il bisogno compulsivo di piacere. Il desiderio sessuale appagato può dare piacere, ma lascia spesso il vuoto della ripetizione. Non appagato, genera tormento. Lo stesso accade con il cibo, l’alcool, le droghe. La domanda è: quanto dura la pace che ne ricaviamo? E poi, che cosa accade? Torniamo al punto di partenza, e l’illusione si rinnova.

Non è il piacere in sé il problema. È l’aspettativa che abbiamo su di esso. Se chiediamo alla sessualità o a un piatto gustoso di darci pienezza, senso, completezza, finiremo per distruggere la bellezza stessa di ciò che stiamo cercando. Perché le cose del mondo, per loro natura, sono fatte per giocare, per fluire, non per essere trattenute né sacralizzate. Nessuno si illude che un gelato possa dare senso all’esistenza; per questo possiamo gustarlo e lasciarlo andare. Ma il sesso, il cibo, il denaro, l’approvazione, diventano spesso proiezioni tragiche di un bisogno che ha origine altrove.

Quando chiediamo troppo a ciò che è fatto per restare poco, quando attribuiamo significato ultimo a ciò che è solo momentaneo, ci condanniamo a una spirale di dipendenza e frustrazione. Ed è in questo stato che, non trovando più soddisfazione nel mondo fisico, molti si rifugiano nel mondo mentale. Prima era il cibo, poi il sesso, ora sono le teorie, le visioni, le credenze: gli angeli, Dio, le vite passate, le coscienze cosmiche, gli UFO, le fiabe spirituali. Ma il meccanismo non cambia: è ancora una fuga dalla realtà, un sogno confortevole che ci tiene al riparo dalla verità.

Non è la verità di Dio che neghiamo o affermiamo: è l’uso che ne facciamo. Dio, la pace, la compassione, l’amore, finché restano concetti usati per lenire le nostre paure o per affermare la nostra identità, sono solo fantasie, spesso le più pericolose. Quanti si aggrappano a immagini “coccolanti” e diventano violenti se queste vengono messe in discussione? Quanti predicano la pace e interiormente vivono nel terrore? Le credenze non illuminate sono spesso più dannose dei desideri inconsapevoli, perché avvolte nel velo dell’autoinganno e della presunta rettitudine.

Il mondo mentale può diventare più oppressivo del mondo fisico. Perché dal corpo, prima o poi, siamo costretti a svegliarci — il dolore ci obbliga. Ma dalla mente possiamo restare prigionieri per tutta la vita. La spiritualità autentica non è un nuovo modo di fuggire, ma la fine di ogni fuga. È la resa silenziosa alla realtà così com’è. È l’inizio della vera domanda: chi è quest’uomo che cerca? Chi è che ha paura, che desidera, che si affanna?

L’unica domanda reale è questa: chi sono io? Non “chi ero nella vita passata”, non “chi sarò dopo la morte”, ma chi sono, ora, qui, in questo stesso istante. Non a livello teorico, ma esperienziale. Quando tutte le altre domande sono cadute, quando le illusioni e le proiezioni hanno mostrato la loro inconsistenza, sorge infine la possibilità del silenzio. E in quel silenzio si apre uno spazio in cui la coscienza, svuotata dai giochi della mente, riconosce la propria origine: un Essere che non ha bisogno di nulla per essere, che non dipende dal tempo, dalla morte o dal dolore.

Questa non è un’idea. È la fine delle idee. È l’unica vera libertà. Perché solo quando non abbiamo più bisogno delle cose, possiamo amarle davvero. Solo quando non ci aggrappiamo più alla vita, scopriamo di essere vivi. Solo quando non vogliamo salvare l’“io”, possiamo conoscere la vera gioia dell’esistere.

“Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà. Ma chi la perderà per causa mia, la troverà.”
Non c’è nulla da perdere, solo illusioni da lasciare andare. E quando tutto ciò che è superfluo è caduto, allora ciò che resta è l’essenziale. E l’essenziale è libero. L’essenziale è eterno. L’essenziale sei tu, quando smetti di cercarti nei riflessi del mondo e torni alla sorgente da cui tutto scaturisce.

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