Liberi da dolore, piacere, sofferenza e felicità

La guerra degli opposti è il gioco della mente, la sua danza eterna, la sua natura più intima. Dove non v'è l'idea di felicità, non può emergere neppure quella di sofferenza; e viceversa. Tutto ciò appare come una banalità, ma se davvero lo fosse, perché mai ci lamenteremmo tanto del dolore? Chi cerca il piacere prepara inevitabilmente la strada al dolore. Chi rincorre un'idea di felicità, crea simultaneamente l'ombra della sua futura negazione. Se questa verità fosse realmente vissuta e non solo mentalmente compresa, la follia del mondo cesserebbe di esistere.
Ogni fatto percepibile è soggetto al mutamento, e proprio il mutamento è ciò che permette la percezione. Non esisterebbero parole come "caldo" o "freddo" se non vi fosse variazione di temperatura. Senza il giorno, senza la notte, nemmeno potremmo dire "luce". Gli opposti non si combattono: si generano, si amano, si completano in un atto perpetuo di creazione. Così ci insegnano, nella loro lingua oracolare, i frammenti di Eraclito.
Se cerchi la felicità nelle cose del mondo, almeno hai un terreno solido sotto i piedi: raggiungile e proverai appagamento; mancale e sarai frustrato. Ma quando la ricerca si sposta verso l'interiorità, tutto si fa più vago, instabile, poiché il pensiero è libero da ancoraggi esterni, e quindi più caotico e ingannevole. Ma attenzione: la ricerca interiore non è la ricerca della felicità. Essa è ricerca della realtà.
Una mente infelice che cerca la felicità non può che perpetuare la propria infelicità. La sua stessa ricerca è ancora un moto di fuga, un'illusione ulteriore. Eppure è proprio attraverso questa lunga catena di sforzi e fallimenti che, prima o poi, l'attività mentale collassa. Ed ecco, timidamente, affacciarsi la quiete. Ma non appena la mente registra tale pace, subito ricomincia il suo gioco: come mantenerla, come ottenerla di nuovo, quanto durerà? Ed ecco riaccendersi l'inquietudine.
Fermati. Metti da parte l'ossessione per la felicità. Rimani in compagnia della tua sofferenza, non per masochismo ma per verità. Sentila. Non fuggirla, non spiegarla, non definirla. Solo così potresti scoprire che essa non è ciò che credevi, e che la tua incessante ricerca di un altrove felice era la vera fonte del tormento. Forse scoprirai che l'essenza che da sempre ti accompagna non ha mai avuto bisogno di nulla. Non è né felice né infelice: è.
Qui, in questo spazio di osservazione profonda, non si tratta più di credere, né di migliorare se stessi. Si tratta di vedere. Sii un avventuriero dell'essere, non un mendicante di felicità. Tu sei la tua casa. Ogni rincorsa è solo un cerchio che si chiude sulla tua stessa ombra.
Un uomo corre per la via, terrorizzato da un'ombra che crede un aggressore. Corre e corre, esausto si ferma, si volta: ancora l'ombra. Poi un giorno si ferma dinanzi a una vetrina e nello specchio vede: era solo lui, la sua figura, la sua proiezione. Così l'uomo, nel suo terrore esistenziale, corre da se stesso. Ma la morte, la perdita, il dolore che teme non sono che immagini riflesse su una mente non pacificata.
Rimani in compagnia del tuo essere. Non inseguire né fuggire. Osserva colui che osserva. Qui, in questa semplice radice, tutto si placa. Non puoi conoscere te stesso come conosci gli oggetti. Non puoi essere due. Puoi solo essere. E l'essere, quando si risveglia alla propria essenza, non ha più bisogno di nulla. Allora, e solo allora, la mente inizia a riflettere l'Essere come libertà, amore e pace profonda. Ma ciò che "riflette" è ancora ciò che muta. L'Essere è ciò che è. Inconoscibile. Mistero. Fonte e destino. Tu sei Quello.