L'importanza di avere un maestro spirituale
Mauro ha scritto: Buongiorno Pier, ti scrivo per chiederti qualche tua riflessione sull'importanza di avere uno o più maestri che ci possano seguire nel nostro cammino. Basta leggere libri, andare a convegni, leggere blog etc., oppure è il caso di conoscere personalmente e fare dei ritiri più o meno lunghi con un maestro? Ma soprattutto quali maestri? Ultimamente ho letto un libro che mi è piaciuto molto intitolato “A tu per tu con la paura” dove gli autori si concentrano sulla risoluzione dei problemi personali prima di entrare in un percorso di risveglio spirituale. Avrei voluto tanto conoscerli e partecipare ad uno dei loro ritiri. Se hai qualche consiglio o riflessione da darmi e magari qualche luogo di meditazione o maestro da frequentare a Roma che possa aiutarmi te ne sarei molto grato. Buona giornata!
Pier ha risposto: Esistono individui che considero profondamente ispirati, uomini il cui sguardo, le cui parole e la cui presenza incarnano una consapevolezza viva, radicata e silenziosamente trasformativa. Tra questi, Eckhart Tolle e Anthony Paul Moo-Young — conosciuto come Mooji — sono per me riferimenti autentici, esempi di una via incarnata e non concettuale. E tuttavia il secolo scorso ci ha lasciato in eredità un patrimonio spirituale ancora più vasto, accessibile attraverso i libri e i video di uomini come Krishnamurti, Ramana Maharshi e Nisargadatta Maharaj: voci diverse ma intimamente convergenti, strumenti di risveglio che la vita ha posto sul nostro cammino.
Ma i veri maestri, quelli che contano davvero, non hanno sempre nomi celebri o volti noti. Possono trovarsi ovunque: in un incontro casuale, in un gesto qualunque, in un attimo di silenzio tra due parole. Chi ha imparato a guardare per imparare, chi accoglie ogni evento come rivelazione, sa bene che la vita stessa è il primo e ultimo maestro. Illuminato, più che il volto o la voce di qualcuno, è lo sguardo con cui osserviamo. Se dentro di noi non si è accesa nemmeno una scintilla di luce, nessun sole esterno potrà dissipare la notte che ci avvolge. Si può passare una vita intera accanto a un maestro come Nisargadatta o Krishnamurti senza riceverne nulla, come si può leggere una pagina, ascoltare un insegnamento per pochi istanti, e da quel momento cambiare totalmente la propria direzione. C’è chi ha trovato ciò che cercava semplicemente raccogliendosi sotto un albero. La fiamma esiste, certo, ma se non ti getti nel suo fuoco, il suo calore non ti raggiungerà mai. E non esiste fiamma che venga a cercarti.
La decisione di assimilare un insegnamento e di praticarlo nella quotidianità appartiene interamente a ciascuno di noi. In questa libertà sta sia la nostra grandezza sia la nostra condanna: siamo i soli responsabili della nostra crescita come della nostra stagnazione, della nostra fioritura come della nostra sofferenza. Nessuno potrà mai imporci un cambiamento che non vogliamo, ed è per questo che le storie di maestri che trasformano la vita delle persone con un solo sguardo mi appaiono, nella migliore delle ipotesi, come miti poetici, e il più delle volte come consolazioni inventate da chi desidera ricevere tutto senza faticare nulla. Lo sguardo di un uomo ha la potenza che l’occhio che lo riceve gli concede: in questo incontro vive una parte di destino e una parte di volontà. La volontà ci rende capaci di andare verso, il destino, se siamo aperti, rende possibile l’incontro. Quando l’essere umano è realmente assetato di verità e di libertà, il luogo e il momento giusto arrivano sempre. Possono arrivare nella forma di un maestro, ma anche nel cammino silenzioso di una formica che trasporta una briciola di pane, minuscola e determinata sotto il sole del mattino, così fragile e così perfetta, come noi, come la vita stessa.
Mi scrivi che molti autori si concentrano prima sulla risoluzione dei problemi personali e solo poi parlano di risveglio spirituale. Ma cos’è il risveglio se non proprio la dissoluzione radicale di quel che chiamiamo “problema personale”? Non è forse il più grande fra tutti i problemi proprio la convinzione di essere un “Io” separato, abbandonato a se stesso, in lotta con le cose del mondo e destinato a morire, dissolversi o affrontare un ignoto terrificante al termine del proprio percorso? Se un maestro è autentico, dal mio punto di vista, tutto il suo lavoro consiste unicamente nel disfare, smantellare e bruciare tutte le idee false che ci impediscono di vedere chi siamo e cos’è questa vita che ci attraversa. Quelle stesse idee illusorie sono ciò che comunemente chiamiamo “problemi personali”. Sono problemi di un’identità che, nei fatti, non esiste. Questa nostra tanto celebrata “personalità” ha la consistenza dei sogni notturni: per un tratto sembra reale, ci regala qualche gioia, molte inquietudini, poi si dissolve, svanisce nel nulla dal quale era emersa.
Se spiritualità significa risveglio — cioè comprensione e rimozione dei propri condizionamenti — allora vivere spiritualmente non ha nulla a che fare con rituali o appartenenze, ma riguarda un’attitudine interiore, una disposizione quotidiana a riflettere, sentire, osservare sé stessi e il mondo con sincerità e implacabile trasparenza. Questa attitudine può essere favorita da incontri, letture, percorsi condivisi, ma non nasce da fuori. È responsabilità e compito di ciascuno di noi. E allora viene la domanda: come sapere se un gruppo, un insegnante, un libro fanno per noi? La mia risposta, maturata nel tempo, è semplice: ciò che ti fa sentire più leggero e più libero è la tua casa, la tua persona, la tua via.
Ma attenzione: ciò non significa che il cammino debba essere sempre dolce o privo di dolore. A volte una persona, un gruppo o un’esperienza ci mettono di fronte a ferite antiche, ci fanno piangere lacrime amare. Ma anche in quei momenti, se ascoltiamo bene, possiamo percepire un senso silenzioso di necessità, una serenità sotterranea che ci dice: questo dolore ha senso. È il dolore del parto, non della distruzione. Quando invece il dolore si ripete, si chiude su se stesso, ci svuota e ci paralizza, allora emerge in noi una sensazione diversa: un senso di stupidità, di spreco, di deviazione. Questa distinzione è preziosa e non andrebbe mai dimenticata.
Buon proseguimento di cammino.
Pier