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Vivere liberi e leggeri

Artisti di strada a Belgrado

Magari la nostra mente fosse capace di vivere come se fossimo davvero prossimi all’ultimo giorno. Non con angoscia, ma con quella lucidità fulminea che coglie l’essenziale e scioglie ogni vano affanno. Invece, la mente — nel suo tentativo disperato di sfuggire la morte — perde il valore inestimabile del presente. Lo fa proiettando davanti a sé un futuro illusoriamente stabile, coerente, lineare. Ma la vita non è un flusso continuo: è un istante. Sempre e solo questo istante. E se uscissimo dalla finzione della durata, se vedessimo chiaramente che l’unica realtà è il presente, ogni forma di dolore, di tensione, di egoicità si dissolverebbe come nebbia al sole.

Anche l’empatia — quella vera — nasce da questo contatto radicale con la realtà. Non è empatia dei problemi, che spesso non è altro che una risonanza del nostro stesso malessere, un gioco di specchi tra ferite non guarite. L’empatia autentica è presenza aperta. È la capacità di stare accanto all’altro senza portarvi dentro il proprio dramma. Significa accogliere ciò che l’altro è, senza deformarlo con le nostre proiezioni. I problemi sono solo un frammento dell’infinito universo che ogni essere racchiude. Dimentica i tuoi, e il mondo ti si dischiuderà con un volto nuovo.

Ma per giungere a questo stato occorre disidentificarsi dalle narrazioni che la mente continuamente ci impone. Occorre spogliarsi delle idee identitarie, delle storie su chi siamo, su cosa valiamo, su cosa temiamo di diventare. È necessario tornare al fondo, allo stato originario della coscienza, là dove non vi è nome né forma, ma solo presenza nuda, consapevolezza viva.

In ogni persona convivono pensieri, emozioni, ruoli, immagini diverse, che emergono a seconda del contesto e delle circostanze. A volte sembra di avere mille volti. Ma se ci si osserva davvero, si scopre che sono pochi i condizionamenti fondamentali, e che questi ruotano ciclicamente come maschere in un teatro. Eppure, tutto ciò diventa irrilevante nel momento in cui si riconosce l’unica costante: quella silenziosa consapevolezza che osserva ogni cosa. L’essere stesso. Meditare, allora, non è altro che questo: dimorare in quella radice, là dove tutte le percezioni — fisiche, mentali, emotive — sorgono e si dissolvono. Meditare è ripulire lo specchio della mente, perché la luce dell’essere vi si rifletta limpida.

Nel fare, abbandona ogni finzione. Impegnati in ciò che ami e che il tuo corpo può sostenere, a prescindere da giudizi, pressioni o confronti. Vivi nella tua misura, non in quella altrui. E quanto allo spazio interiore, medita. Non per ottenere qualcosa, ma per riconoscere ciò che sei.

Non c’è nulla da diventare. C’è solo da risvegliarsi a ciò che è già.

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