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Lo spostamento della guerra

Graffito Teschio

Si sta diffondendo, in modo sempre più capillare, una cultura trasversale che, pur inconsapevolmente, genera e sostiene poteri dispotici, i quali perseguono i propri scopi attraverso l’uso strategico e raffinato della psicologia. I vecchi sistemi di dominio e sfruttamento, già screditati da due guerre mondiali e da decenni di guerra fredda, non sono più percorribili su vasta scala: troppo rumorosi, troppo sanguinari, troppo difficili da gestire. Sono strumenti anacronistici, inadatti al ruolo sofisticato e “civilizzato” che l’uomo contemporaneo pretende di recitare nel nuovo millennio.

Oggi, nella mente di miliardi di individui ipnotizzati dai luccichii incessanti di un boom tecnologico selvaggio e pervasivo, non resta nemmeno l’eco di una ragione per cui valga la pena combattere, figuriamoci morire. In questo nuovo scenario, la lotta per il potere e il controllo non può che spostarsi, progressivamente, inevitabilmente, nel territorio più vasto e vulnerabile che ci appartiene: la psiche.

È lì che si combatte oggi: nel dominio invisibile del pensiero e dell’emozione, dove i contenuti della coscienza vengono sapientemente costruiti, orientati, manipolati. Non serve più la forza bruta: basta una narrativa ben confezionata, un bisogno indotto, una paura sapientemente amplificata.

E tuttavia, proprio perché il terreno di conquista è divenuto la psiche, lì si gioca anche la possibilità di una liberazione autentica. L’unica via d’uscita consiste nel coltivare una coscienza vigile, lucida, non reattiva. Una coscienza capace di interrogare i propri pensieri e le proprie emozioni senza subirli, di sospendere il giudizio per vedere, prima ancora che comprendere. Occorre un ritorno radicale all’interiorità, non come ripiegamento egoico, ma come radicamento in ciò che non può essere manipolato né corrotto.

Vivere liberi non significa affrancarsi da ogni condizionamento, impresa forse impossibile per chi abita nel tempo e nella carne, ma riconoscere ciò che ci condiziona, farne esperienza consapevole, senza più agire per impulso, per paura o per bisogno d’approvazione. Significa vivere nella verità, e quindi nella sobrietà, nella presenza, nella responsabilità. Significa, soprattutto, non confondere la voce dell’io con quella dell’essere, non scambiare il frastuono del mondo per ciò che realmente conta.

La serenità non è un’assenza di turbamento, ma la dimora interiore di chi, anche attraversando la tempesta, sa che il proprio centro non appartiene al mondo delle cose che passano. Per questo non si tratta di cercare altrove la libertà, ma di svuotare il superfluo, dissolvere l’illusione, ascoltare quel fondo silenzioso da cui tutto proviene e a cui tutto ritorna.

Lì, e solo lì, nessun potere può entrare.

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