La domanda dell'anima
Nel giorno della fine, quando le maschere cadranno e le illusioni si dissolveranno come nebbia al sole, la nostra anima non ci chiederà quante altre anime abbiamo salvato, né quante opere abbiamo compiuto agli occhi del mondo. Ci chiederà, prima di tutto: “Cosa hai fatto di me?” Mi hai ascoltata? Mi hai rispettata? Mi hai curata e protetta oppure mi hai abbandonata per rincorrere il rumore, il consenso, l’apparenza?
È per questo che ogni autentico cammino di apertura verso l’altro deve cominciare da sé. Non per rinchiudersi in un narcisismo sterile, ma per fare verità. Perché non si dona ciò che non si possiede. Non si ama davvero se non si è in pace con sé stessi. E chi è diviso dentro, anche se ama, ferisce.
La Scrittura ci invita ad amare: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Levitico 19,18). Ma in queste parole è contenuto un presupposto che spesso dimentichiamo: che tu sappia, innanzitutto, amare te stesso. Che tu ti riconosca degno di cura, di ascolto, di misericordia. Senza questo fondamento, l’amore verso l’altro rischia di ridursi a bisogno, a dipendenza o, peggio ancora, a una forma mascherata di controllo. Ma come si ama se stessi?
Nel Vangelo di Matteo, Gesù risponde con una chiarezza disarmante: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente. Questo è il primo e il più grande dei comandamenti. Il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti” (Matteo 22,37-40).
Tuttavia, molti non comprendono queste parole perché non cercano l’amore assoluto, libero, ardente e silenzioso, ma una forma d’amore che risponda ai bisogni delle loro ferite, che confermi l’identità dell’ego e ne plachi la fame. Ma quell’amore non salva, non redime, non libera: illude e trattiene. Gesù ci parla invece di un amore che non muore, a-mors, senza morte, un amore che non conosce possesso né paura. Questo amore accade solo quando la mente e il cuore si dissolvono in Dio.
Ma qualcuno potrebbe obiettare: “Dio non esiste. O, se esiste, non so come incontrarlo.” Eppure la via è semplice, antica, e ripetuta all’infinito dai mistici di ogni tempo: fai silenzio, diventa silenzio, e ascolta l’intera vita che sei e che ti trascende. Quando la mente tace e il cuore si fa ricettivo, la vita intera si riversa in te. L’oceano entra nella goccia, o forse la goccia si dissolve nell’oceano.
Se questo ci diventa chiaro più del sole, allora non confonderemo mai più l’amore che salva con l’amor proprio narcisista, autoreferenziale, che si esalta a spese del mondo. L’amore cui si riferisce Cristo è un amore maturo, quieto, abissale, che nasce da una coscienza riconciliata con la sorgente da cui proviene, non dalla brama di piacere, non dall’arroganza dell’io.
Un uomo che non sa nuotare non ha mai salvato nessuno che stava affogando. Al massimo, sono morti entrambi. E con loro, è affondata anche la possibilità di un’autentica salvezza. Comincia da te, dunque. Non per fuggire gli altri, ma per incontrarli davvero. Perché solo chi è in pace con sé può offrire pace. E solo chi si è perdonato può davvero amare.
Tags: Ricerca della felicità, Coscienza, Consapevolezza, Silenzio interiore, Meditazione, Presenza, Disidentificazione, Mente e pensiero, Nisargadatta Maharaj, Ramana Maharshi, Spiritualità non duale
Commenti
Mi impegno nell'imparare a nuotare per due volte a settimana in una piscina davanti casa grazie a un bravo istruttore, per una modesta cifra mensile. Mi chiedo: quando dimenticherò gli occhi di approvazione che sono a bordo piscina per trasformarmi in barca senza più ormeggi sulle spalle? Grazie
Grazie Pier
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