Il grande disincanto
Fabio ha scritto: Credi anche tu che, più è forte il dolore che viviamo, più sia difficile rimanere osservatori della mente, venendo così portati sempre più lontani dallo stato di quiete della nostra coscienza profonda? A volte mi pare che certe esperienze che attraversiamo facciano troppo male, siano troppo pesanti per non identificarvisi, rendendo così estremamente difficile, se non impossibile, comprenderle e superarle. Tu credi che ogni sofferenza possa essere sciolta e superata?
Pier ha scritto: Credo non esista una situazione migliore o peggiore, più vicina o più lontana dalla nostra essenza. La differenza la fa solo l’energia che mettiamo nell’aggrapparci ai condizionamenti, alle paure, alle memorie, in poche parole a ciò che non siamo realmente. Ciò che rende piccolo o grande un dolore o una gioia è l’intensità dell’identificazione, e questa a sua volta è determinata dall’intensità della paura o del desiderio. Un grande desiderio soddisfatto provoca grande piacere, un grande desiderio infranto provoca grande sofferenza. Un uomo viene lasciato dalla moglie e va al bar a bere una birra, un altro si spara. Il fatto è pressoché uguale, evidentemente cambia la forza dell’identificazione, della focalizzazione del desiderio che determina una peculiare visione della vita, e la visione della vita a sua volta alimenta l’identificazione. Visione della vita, identificazione e desiderio/paura sono, nella maggior parte delle persone, una sorta di movimento unico, una spirale d’energia che genera e distrugge mondi, identità e relazioni. La grande sfida che ci offre la sofferenza è pertanto un allargamento della coscienza, un’espansione della nostra comprensione. Se fossero le cose esterne ad avere una sorta di impatto meccanico immodificabile su di noi, vi sarebbe poco da discutere, ma poiché gioia e sofferenza sono il prodotto di potenziali libere interpretazioni degli accadimenti da parte della nostra coscienza, in ogni momento, attraverso un’azione consapevole, possiamo modificare la nostra condizione interna.
La modificazione dello stato interno determina poi un inevitabile cambiamento delle nostre azioni e relazioni che porterà, a sua volta, a una reale capacità di trasformazione del mondo esterno. Nel mondo fisico, se vengo chiuso in una grotta da un masso pesante mille chili potrò liberarmi solo se qualcuno mi aiuta dall’esterno a rimuovere il macigno con un mezzo meccanico. Viceversa, se nel mio mondo interiore mi riscopro chiuso in una buia stanza della mente, profondamente sofferente a causa di qualcosa che percepisco in me come un masso enorme, in qualsiasi momento posso liberarmi per tornare a vivere esposto al vento e alla luce del sole.
Per spezzare le nostre catene è pertanto necessario espandere la nostra visione delle cose, andando così a spezzare quel legame mentale ed emotivo che in qualche modo noi stessi alimentiamo inconsapevolmente e che ci tiene chiusi in una bolla di ricordi e sensazioni spiacevoli. In fondo la mente condizionata non è altro che questo: memorie e immaginazioni espanse e non riflesse.
Premesso ciò, è certo che un problema in cui ci si è fortemente identificati possa renderci difficile l’osservazione e l’espansione della coscienza, ma il vedere che qualcosa ci fa perdere lucidità e forza è già parte del processo di comprensione e liberazione, non ti pare? Perseverando, un po’ alla volta, anche il macigno più grande si potrà trasformare in un granello di polvere.
Molti ritengono che più si superino dei blocchi emotivi più si cresca interiormente. Questa idea non è corretta, anzi, la ritengo potenzialmente dannosa. Come abbiamo sempre detto e spero chiarito, l’indagine interiore non è un percorso di raggiungimento che compie la personalità. L’indagine interiore, se procede correttamente porta alla dissoluzione di tutti i processi egocentrici permettendo la liberazione della coscienza. Il fenomeno del “risveglio della coscienza” è qualcosa di ben diverso da qualsiasi tipo di processo di “raggiungimento della coscienza”.
Grazie all’idea di raggiungere qualcosa, la mente proietta una qualche immagine di progresso che autogenera, dove alla fine del viaggio, “l’ego personalità”, cioè la coscienza identificata con un’immagine che ingannevolmente ritiene se stessa, raggiungerà il premio: la verità, la pace, la libertà, l’estasi, Dio. Nel concetto di risveglio invece l’ego sognante si dissolve, permettendo la liberazione della coscienza intrappolata nel processo immaginifico della mente. È così che la coscienza passa da uno stato illusorio e limitato, la personalità, allo stato di realtà, dove il nodo illusorio generato da una confusa interazione fra mente, corpo e coscienza, giunge al termine.
Forse con un breve esempio riesco a chiarirmi meglio. In un sogno un uomo può essere a pochi metri da casa, un altro può sognare di essere a chilometri di distanza. Il primo è più vicino a casa del secondo? No, sono entrambi in un sogno, e in un sogno il primo che si risveglia, qualora fosse anche chilometri più lontano da casa di altri, si riscoprirebbe immediatamente sdraiato sul suo letto. È, pertanto, risvegliarsi l’unica cosa di reale valore, non la distanza e gli ostacoli superati nel sogno. Paradossalmente potresti anche sognare di esserti risvegliato, ma presto o tardi i problemi ricomincerebbero, offrendoti nuovamente la possibilità di comprendere d’essere ancora addormentato.
Siamo tutti comodamente addormentati sul letto della coscienza originaria, siamo già a casa, lo siamo sempre stati e sempre vi saremo, giacché nulla che non sia noi e nostro può esistere nella realtà, è solo la mente che ha il potere di generare l’idea di scissione attraverso l’identificazione della coscienza con una piccola parte di manifestazione che chiamiamo corpo, e poi per estensione mondo. Da questa identificazione primaria scaturiscono poi molteplici mondi immaginifici, desideri, dolori, raggiungimenti, perdite e guadagni, nascite e morti. Certo, v’è chi dopo grandi sforzi e sofferenze ha abbellito di molto il suo sogno e chi invece vive costantemente in una bolla di dolore, ma prima o poi entrambi i sogni finiranno, magari invertendosi e poi terminando nuovamente per ricominciare poiché è l’intrinseca natura del sogno/mente a mutare di continuo.
Il fulcro del problema non sta in quanto un uomo stia soffrendo, né quanto si stia godendo il suo viaggio immaginifico o quanto stia progredendo o regredendo. Se siamo immersi nell’identificazione, nel sonno della coscienza, in quella specie di sogno che chiamiamo veglia, i contenuti, da un punto di vista nucleare e radicale, sono pressoché irrilevanti. Il fenomeno mente ruota rapidamente, quel che oggi è gioia domani è dolore, e viceversa. Oggi sei al settimo cielo perché hai vinto alla lotteria, fra due anni ti ammali gravemente e devi spendere tutto in cure. La ruota degli eventi gira di continuo e la mente identificata la segue come l’ombra segue il corpo. Ciò che fa una differenza reale è solo il risveglio della coscienza! Ma cosa ci può aiutare veramente a risvegliarci?
Se un uomo disperato è potenzialmente vicino alla realtà quanto un uomo sereno, come possiamo uscire dall’irreale? Se tutto ciò che inseguiamo nel mondo esterno è inevitabilmente destinato a seguire la legge dei contrari, dove l’amore privo di consapevolezza facilmente diviene odio, la gioia disperazione, il piacere dolore, la vita morte, come possiamo uscire da questa ruota apparentemente senza fine?
Iniziando ad essere sempre più consapevoli del movimento circolare dell’universo fenomenico, realizzando una sempre più solida equanimità rispetto ai mutamenti, imparando ad accogliere tanto il giorno quanto la notte, tanto la vita quanto la morte, tanto la gioia quanto il dolore, tanto la perdita quanto il guadagno. Più la mia coscienza è focalizzata su qualcosa di specifico, più le mie possibilità di comprendere la totalità di quel che accade, e pertanto di agire intelligentemente, si riducono.
Prendere le distanze per comprendere e vedere chiaramente è l’inizio e la fine di quell’indagine interiore che culmina con il grande disincanto. A volte nella disperazione estrema un uomo inizia a chiedersi: “Perché? Che senso ha questo dolore? Chi è che soffre e cos’è questa cosa che chiamo tanto superficialmente vita?”. Altre volte queste domande possono sorgere quando si è comodamente seduti in riva al mare con gli amici che ballano tutt’intorno a noi. All’interno del sogno non esistono limiti alla possibilità di liberarsi, il risveglio è possibile in ogni momento e in ogni luogo, per ogni individuo, qualunque sia la situazione esistenziale che sta attraversando. Questo perché la radice dell’illusione che ci fa credere d’essere creature mortali, fragili e scisse dal corpo unitario dell’esistenza, non risiede fuori di noi, non sta in ciò viviamo o in quanto possiamo fare per migliorare la nostra condizione esteriore, ma nell’identificazione della coscienza con l’idea di essere unicamente il processo corpo/mente.
Giunti a questo punto spesso le persone si chiedono cosa faccia scattare questa comprensione, cosa inneschi la prima scintilla di consapevolezza che inverte il “flusso energetico della coscienza” dal “fuori al dentro”. Perché un individuo vede e comprende tutto ciò mentre un altro è totalmente perso fra le cose del mondo? Non c’è una causa esterna. L’esterno può solo offrire delle opportunità.
Se fosse assolutamente necessaria una particolare causa esterna, come spiegavo precedentemente, l’esistenza rientrerebbe all’interno di logiche meccaniche, di causa ed effetto. So che molte persone credono che ogni cosa sia il risultato di processi determinati e causali o totalmente casuali, ma questi paradigmi mentali speculari sono, a mio avviso, unicamente il prodotto della paura che suscita in molti di noi l’idea di non sapere e di dover iniziare a indagare. Inoltre, l’idea di vivere in un mondo regolato da processi causali, e pertanto prevedibili, è da sempre una proiezione del bisogno egoico umano di sognarsi dominatore e regolatore dell’universo, pertanto Dio.
Questo mero e palese bisogno di una psiche ancora infantile è oltretutto alla base di quella distopica e devastante distorsione dell’approccio scientifico, oggi imperante, che dietro al concetto di approccio scientifico camuffa un brutale e ottuso fideismo ad apparati tecnocratici che potremmo definire “scientismo”. La scienza, svincolata dall’indagine sulla coscienza umana, può unicamente spiegare come avvengono alcune cose, oltretutto entro specifici parametri di lettura sempre parziali e modificabili al sopraggiungere di nuove informazioni, ma non può conoscere nulla rispetto a questioni relative al significato e alla piena realizzazione della vita umana.
La scienza non fa altro che spostare continuamente la domanda sul significato della vita umana un passo indietro. Ora afferma di aver scoperto il mattone dell’universo, il bosone di Higgs, la “particella di Dio”. Bene, e quindi? Le domande sul significato ultimo della vita umana, la sofferenza, l’amore e il desiderio di realizzazione che albergano nel cuore di ogni essere umano non vengono minimamente evase.
Anche se ipotizzassimo che domani mattina uno scienziato arrivasse a scoprire l’esistenza dell’anima, per noi non cambierebbe nulla! Infelicità, avidità, guerre, angoscia, tutto rimarrebbe uguale. Una scienza che non indaghi anche, se non in primis, la natura del soggetto che sta dietro ad ogni forma di indagine e ricerca, diviene monca, viziata e dogmatica, pertanto decade dallo statuto di vera scienza divenendo mera tecnica serva di ignote forze inconsce provenienti proprio dalla natura non indagata del soggetto.
Scambiare una tecnica e un apparato tecnocratico per movimento integrale scientifico permette a molti di fuggire dalla paura di essere liberi, di essere abitati da una libertà che ci renderebbe pienamente responsabili di noi stessi, del nostro destino, del nostro risveglio e del dolore che troppo facilmente procuriamo a noi stessi e agli altri. Questo sapere incompleto e viziato, offre, a coloro che sono più o meno coscienti della mistificazione, un immenso potere di manipolazione e controllo sulle masse. Credo che andrebbe scritto all’ingresso di tutte le università: il metodo scientifico quando non indaga integralmente la realtà creando una sinfonia fra le molteplici discipline, in primis grazie al sapere metafisico (l’indagine del soggetto su se medesimo), diviene mera tecnica serva del maggior offerente.
L’aspetto più rilevante, a questo punto, è comprendere come evitare che il movimento di indagine scientifica integrale si areni nelle pastoie della paura, della manipolazione e dell’ignoranza. La risposta è abbastanza intuitiva e semplice: la scienza diverrà integrale quando saremo stufi di essere ingannati, di ingannarci, di credere alle fiabe, di fuggire e di soffrire. Molti a questo punto si chiedono: ma quando saremo stufi di tutto ciò? Quando lo vorrai! Poiché la natura umana è libertà, non esiste un metodo, una formula, un processo di causa ed effetto o di coercizione che possa imporre l’inizio di un’indagine interiore onesta e totale, né tanto meno un risveglio eterodiretto. Se una persona o una società sta ancora dormendo significa che i suoi sogni, tutto sommato, gli stanno ancora bene, fossero anche incubi, conflitti mondiali, guerre ibride, meccanismi biopolitici, genocidi, abusi perpetrati da forme di controllo totalitario.
In definitiva, qualunque situazione si stia vivendo, se lo si vuole veramente, possiamo spezzare il sonno della ragione e risvegliarci, se non come società, cosa che implicherebbe una maggioranza di individui e pertanto richiederebbe sicuramente un tempo ben superiore all’arco di una normale vita umana, sicuramente come singoli individui, sempre e comunque, a prescindere dalle condizioni esterne di “sonno di massa”, poiché il risveglio è uno stato di pace e libertà interno del soggetto, non vincolato ad alcuna condizione esterna.
Un caro saluto a te,
Pier
Tags: risveglio interiore, coscienza, ego, indagine interiore, spiritualità
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