Falliti o sfigati: l’economia dell’avidità

Se ci fermiamo davvero a riflettere, anche solo per qualche minuto, credo che sia impossibile non riconoscere quanto profondamente, e in larga misura inconsapevolmente, siamo stati avvelenati. Avvelenati da un sistema che non ha bisogno di sbarre né tiranni, perché ci governa dall’interno, attraverso idee tossiche travestite da verità, dogmi mascherati da buonsenso. Uno su tutti: l’idea che la realizzazione economica equivalga alla realizzazione personale totale. E che questa, per giunta, sia interamente nelle nostre mani. Non riuscire? Allora è colpa tua. Non avere successo? Allora sei un fallito. Semplice, lineare, crudele.
Ci hanno insegnato che il vero uomo sa come cogliere le occasioni, che trasforma le avversità in oro, che non si lamenta, che non si piega. Il vero vincente — il mito del self made man — prende il fango e ne fa moneta, plasma il dolore in profitto, e se non ci riesce... non è abbastanza uomo. Se sei caduto, è perché non hai saputo restare in piedi. Se sei malato, è perché non hai saputo proteggerti. Se sei povero, è perché non hai voluto abbastanza.
Questa logica, apparentemente neutra, è in realtà una condanna morale travestita da pragmatismo. È la voce stessa del capitale, che si insinua nelle nostre relazioni, nei nostri sguardi, nelle nostre paure più intime. Una voce che non accetta fragilità, che non contempla l’ingiustizia della sorte, che non fa spazio al mistero del dolore. Una voce che divide il mondo in due categorie nette e implacabili: i vincenti e i perdenti. I primi sono ammirati, imitati, idolatrati. I secondi vengono compatiti a parole e disprezzati nei fatti. Nessuno li ascolta davvero. Nessuno li vuole davvero vedere.
Ricordo, pochi mesi fa, nella chiesa di fronte a casa mia, un funerale silenzioso. Un uomo di trentacinque anni, un tumore lo ha portato via in dodici mesi. Lascia una moglie, una bambina di tre anni, due genitori con lo sguardo sprofondato nell’irreparabile. A cosa equivale, agli occhi di questo mondo, la vita di quell’uomo? A un fallimento biologico? A un errore di percorso? A una sfortunata eccezione? La risposta che aleggia, silenziosa, è più terribile delle parole che potrebbero dirsi: agli occhi della nostra cultura, quell’uomo è uno sfigato. Non ha vinto la sua battaglia. Non ha lasciato una casa con piscina, un conto in banca, un nome. Ha lasciato “solo” lacrime e amore. E non sono quotati in borsa.
La cultura del capitale non contempla la morte, se non come fallimento statistico. Non contempla la malattia, se non come difetto da correggere. Non contempla l’anima, se non come merce accessoria, da esibire quando fa comodo, da dimenticare quando pesa. Parla solo due lingue: quella del fallito e quella dello sfigato. Fallito è colui che vive ma non “rende”, non produce, non consuma secondo le aspettative. Sfigato è colui che muore o si spezza prima ancora di potersi misurare con la performance. Tutti gli altri — milioni e milioni di esseri umani — vengono classificati, consciamente o meno, in queste due caselle: o non sei abbastanza, o sei semplicemente troppo poco.
Questo non è solo un pensiero economico. È una visione del mondo. È un’antropologia implicita, una religione senza grazia e senza perdono. Se davvero la maggioranza delle persone che oggi sono considerate vincenti, illuminate, potenti, si muovono entro questa logica, se ne sono imbevute, se la respirano come verità — allora non ci resta che una domanda, forse l’unica che conti: quale umanità stiamo diventando?
Che tipo di economia potrà mai nascere da un mondo che considera il dolore uno scandalo e l’amore una perdita di tempo? Quale progresso potrà mai germogliare da menti che considerano la compassione un segno di debolezza e la morte un ostacolo alla narrazione vincente di sé?
Abbiamo perso il senso del limite, del mistero, della sacralità del vivente. Abbiamo perduto il linguaggio della cura, della solidarietà, della fraternità. E ora, ciechi, ci aggiriamo in un mondo in fiamme a cercare indicatori di crescita, mentre le anime si consumano e i cuori si spengono per mancanza di senso.
Forse è tempo di domandarci se vogliamo continuare a misurare il valore della vita con i parametri del profitto. Forse è tempo di cambiare paradigma. Forse è tempo, finalmente, di realizzare che non esiste realizzazione autentica che non includa la fragilità, la perdita, la finitudine. Forse è tempo di cominciare a parlare di una nuova economia: l’economia dell’anima.
Un’economia che non esclude nessuno, che non considera un uomo finito perché ha fallito, né lo giudica inutile perché è morto. Un’economia che ha come capitale il tempo, come risorsa la gentilezza, come rendita la presenza. E come profitto il mistero profondo di ogni incontro vero.
Solo allora, forse, potremo tornare a sentirci degni — anche da poveri, anche da malati, anche da morenti — del nome che ci è stato dato: umani.