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Spiritualità

Il pensiero come antidoto

Porte di ferro sul Danubio

Linus ha scritto: Ti ringrazio Pier per il tempo dedicato e la pazienza, sono convintissima che il 90% dei pensieri che vorticano nella mente in una giornata siano inutili e dannosi, come mi hai scritto, ma è quasi impossibile per me allontanarli. Ora però mi è sorto un altro dubbio: ma se questa consapevolezza fosse sempre e comunque un “lavoro di mente”?!

Buona giornata,
Linus

Pier ha risposto: Gentile Linus, come ho spesso osservato, la mente è come una bicicletta senza freni. Per una vita intera abbiamo pedalato a tutta forza inseguendo mete, desideri, scopi. Poi un giorno, esausti, e con un barlume di consapevolezza sull’inutilità di questo affannoso correre, sentiamo il bisogno di fermarci. Ma ciò che spesso non comprendiamo è che la forza che continua ad alimentare i pedali della nostra “bici mentale” è proprio il desiderio. E così, anche il desiderio di fermarsi finisce per alimentare il moto stesso dei pensieri: è ancora una forma di agitazione, un nuovo obiettivo per la mente.

L’unica cosa che possiamo fare è comprendere profondamente questo meccanismo. Più ne diventiamo consapevoli, più iniziamo a gestire la mente con lucidità: attivandola quando è necessario e lasciandola riposare quando non serve. Non esistono freni istantanei né scorciatoie. Il desiderio di “fermare subito la mente” è esso stesso un pensiero, nato dalla percezione dell’inutilità dei pensieri ansiosi e meccanici, ma privo della comprensione profonda del fenomeno mentale. Paradossalmente è la mente che, stanca di se stessa, desidera smettere di pensare, agitandosi ancor di più. Come un cane che tenta di afferrare la propria coda.

Non serve “fermare” la mente. Serve toglierle la corrente, sottrarle l’attenzione. Con la meditazione, con la pazienza, con la presenza, vedrai che lentamente si placa da sola. Mi chiedi poi se la “consapevolezza”, di cui si parla tanto, non sia a sua volta un pensiero. Una proiezione sottile della mente, un suo sogno travestito? No. La consapevolezza non è un pensiero, anche se in ogni pensiero ne è presente una scintilla. Ed è vero che, in un primo momento, è proprio il pensiero a guidarci verso la consapevolezza, a indicare la direzione. Ma il pensiero non è la meta, è solo il bastone che apre il sentiero.

Alla nascita, non c’è pensiero. C’è solo consapevolezza pura in stato potenziale. Lo vediamo nei neonati: i loro occhi riflettono la vita, non ancora alterata dai concetti. Col tempo, attraverso il linguaggio e l’interazione con l’ambiente umano, quel potenziale si focalizza e nasce il pensiero. Con esso prende forma la coscienza di sé: la sensazione di essere “qualcosa”, un’entità separata in un mondo percepito come esterno. Eppure, quel “qualcosa”, che inizialmente è vago, indefinito, con l’età si consolida in un’identità. Un’identità fragile, piena di etichette, definizioni, narrazioni.

Ma prova a chiedere a un adulto: “Chi sei?”. Otterrai un elenco di ruoli, emozioni, aggettivi: “Sono un medico, un padre, un uomo sensibile, determinato, insicuro, solare, depresso…”. Nulla di tutto questo ha sostanza. Tutto cambia, decade, si dissolve. Non nasciamo padri. Non moriamo medici. Non siamo sempre depressi o allegri. La verità è che ciò che siamo davvero, non lo sappiamo. Ci identifichiamo con un fascio caotico di percezioni, ricordi, ruoli, ciò che l’Oriente chiama falso sé. Ed è da questa illusione che occorre risvegliarsi.

Questo falso sé può essere spezzato in due modi:

  1. Un potente shock esistenziale.
    Un lutto improvviso, una violenza, un crollo economico, un tradimento, una malattia, una guerra.
    Ma attenzione: la maggior parte delle persone, di fronte a questi eventi, non si risveglia. Collassa.
    Sprofonda in depressioni, isolamento, squilibrio. Solo pochi, pochissimi, riescono a vedere la luce attraverso il dolore.

  2. Un lento processo di comprensione.
    Una ricerca consapevole, paziente, devota alla verità.
    Questo cammino inizia con il pensiero. Non può essere altrimenti.
    Tutti i grandi maestri, da oriente a occidente, hanno iniziato così: parlando, interrogando, dubitando.
    I monasteri, gli eremi, le scuole filosofiche nascono come luoghi di parola, non di silenzio.
    Il silenzio viene dopo. La presenza viene dopo.
    È l’ultima cosa che si comprende, non la prima.

E allora nel nostro piccolo, anche qui, facciamo lo stesso: ci poniamo domande, riflettiamo insieme, usiamo il pensiero per superare il pensiero. Certo, potrei pubblicare una pagina bianca con scritto: “consapevolezza – essenza – silenzio”. Bellissimo, simbolico. Ma a chi parlerebbe davvero? Chi può comprendere quel vuoto non ha bisogno di aiuto. Chi ne ha bisogno non è ancora pronto per il silenzio.

Essendoci smarriti nel pensiero, è proprio con il pensiero che dobbiamo iniziare a demolire il falso sé. Con piccole intuizioni iniziali, che pian piano aprono spiragli di chiarezza. Fino a vedere che la mente è uno strumento, utile per molte cose, ma non per essere liberi, non per essere in pace. Quando il pensiero egoico contamina l’amore, genera invidia, gelosia, paura. Quando contamina la consapevolezza, genera la personalità: l’illusione di essere un piccolo corpo fragile in un mondo ostile. E lì nasce la guerra. Tutto il resto è propaganda.

Ramana Maharshi diceva: “La domanda ‘chi sono io?’ è un pensiero, sì. Ma è come un bastone che serve per alimentare il fuoco. Più lo usi, più si consuma. E alla fine, anche il bastone viene gettato nel fuoco.” Alcuni pensieri sono pensieri-antidoto. Servono a dissolvere gli altri pensieri, e infine a dissolvere se stessi. Spero che queste parole ti abbiano aiutato a chiarire un dubbio legittimo, che sorge ogni volta che la mente, essendo solo pensiero, proietta pensiero su ogni cosa, perdendo di vista il reale.

Un abbraccio,
Pier

Tags: Psicologia, Maestri spirituali, Pace della mente, risveglio interiore, coscienza, ego, indagine interiore, spiritualità

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