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Spiritualità

La libertà della solitudine

Terrazza sul Danubio

L’unica vera differenza tra l’uomo che ero un tempo e l’uomo che oggi scrive queste parole, non sta in un evento, in un traguardo, in una conquista; non sta in ciò che ho ottenuto o perso, ma nel riconoscimento silenzioso che la solitudine del mio cuore è divenuta la mia salvezza. Non perché la vita mi abbia risparmiato il dolore o abbia placato tutte le inquietudini, ma perché ho smesso di interpretare la solitudine come una ferita da guarire. Ho smesso di delegarle la funzione di campanello d’allarme per un’assenza esterna, per una mancanza d’amore, di sguardi, di riconoscimento. Ho smesso di chiederle perché mi faceva male. E ho cominciato ad ascoltarla come si ascolta una voce antica, che da sempre sapeva — e attendeva.

Per anni avevo creduto che quel vuoto interiore fosse un errore da correggere, un difetto da colmare. Credevo che il dolore nascesse dal non essere amato abbastanza, dal non essere capito, accolto, visto, celebrato. Ma il vero dolore non nasce dalla solitudine — che è realtà — bensì dal confronto incessante con l’ideale di un amore perfetto che ci salvi, ci completi, ci assolva. Quel dolore non è che il riflesso della convinzione — mai verificata, solo appresa — che da soli non siamo abbastanza, che l’amore debba venire da fuori per valere.

Quando ho visto che quel bisogno di conferma nasceva da una mancanza impiantata — non reale, ma indotta — allora è come se si fosse aperta una fessura nella prigione. Ho smesso di attendere qualcuno che mi completasse, e ho cominciato ad abitare il mio essere come si abita una casa che non si ha più paura di trovare vuota. Il silenzio si è fatto vasto, la solitudine luminosa. Ho iniziato ad amare la compagnia delle persone non perché potessero riempire un vuoto, ma perché, finalmente, potevo vederle per ciò che sono, e non per ciò che potevano darmi. Ed è da questa libertà che nasce una nuova forma di amore, non possessiva, non affamata, ma compassionevole: vedo in loro la stessa ferita che per anni mi ha guidato, e in quella ferita vedo me stesso, vedo il mondo, vedo il mistero comune che ci abita.

Talvolta quel senso primordiale di mancanza riaffiora. Ma ora lo riconosco. So che è solo una bolla, un’apparizione effimera nella vastità della Coscienza, e che non occorre né fuggirla né risolverla. Basta lasciarla fluttuare. E poi svanisce.

La solitudine, nella sua forma più pura, è la verità segreta della libertà e dell’amore. Solo chi ha abbracciato la propria irriducibile solitudine può amare incondizionatamente. Perché non chiede più nulla in cambio. Ama perché l’amore è ciò che sgorga dalla consapevolezza della propria interezza.

L’ego, invece, non conosce solitudine: conosce solo la ferita dell’isolamento. Divide tutto per sentirsi intero, crea il nemico per sapere chi è, si aggrappa a ciò che considera altro da sé — il partner, la patria, il maestro, la fede — non per amore, ma per paura. Perché teme il vuoto, non sa che in quel vuoto si cela l’Essere stesso.

L’Essere, quello reale, non può essere frammentato. È Uno. È solo, nel senso più alto e nobile del termine. E in quella solitudine non vi è mancanza, bensì pienezza assoluta. Come può ciò che è se stesso in ogni cosa soffrire per la sua stessa solitudine? Come può l’oceano lamentare la distanza tra le sue onde?

Questa solitudine indivisibile è la sostanza stessa di ciò che molti hanno chiamato Dio, Tao, Brahman, Vuoto, Origine. Ma il guaio nasce quando questo Essere viene scambiato per un “Io” potenziato, per un super-ego divinizzato. È allora che la solitudine smette di essere sorgente e diventa prigione. Il vero dramma non è la solitudine dell’Essere, ma l’isolamento dell’Io: quell’Io che, separato da tutto, pretende di dominare tutto. E in questa pretesa si frantuma, si dissolve, genera dolore.

Tutta la sofferenza che abita il cuore umano scaturisce da questo fraintendimento primordiale: credersi separati da ciò che si è. E finché questa illusione persiste, la vita sarà un susseguirsi di tentativi di riempire un’assenza che non è reale. Ma quando l’uomo torna a vedere, a sentire con chiarezza — quando si svuota abbastanza da accorgersi che non gli manca nulla — allora il cuore si apre alla compassione e alla meraviglia.

Che tu possa, viaggiando dentro e fuori di te, incontrare quell’Essere che è se stesso in ogni cuore. Che tu possa riconoscerlo come il fondo comune da cui ogni pensiero sorge e a cui ogni pensiero ritorna. E che tu possa, finalmente, essere sola — ma non più isolata — dalla tua mente.

Tags: Equilibrio interiore

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