L'essenza delle parole e dei fatti
Sara ha scritto: Caro Pier, buongiorno! Una breve domanda: "Che relazione c'è fra pensieri e identità?".
Pier ha risposto: Se ci volgiamo sinceramente all’osservazione interiore, se posiamo lo sguardo non più solo sul mondo esterno ma anche sulla trama invisibile che ci abita, scopriamo qualcosa di elementare quanto radicale: l’esistenza dei pensieri. Essi scorrono, si sovrappongono, si alternano come nuvole nel cielo della mente. Eppure, tra tutti questi pensieri, ve n’è uno che funge da radice implicita, da architrave nascosta dell’intera architettura interiore: l’identificazione con il corpo, la credenza primordiale che sussurra, continuamente, “io sono questo corpo”. Da qui nasce l’idea di personalità, la costruzione graduale e apparentemente coerente di un “io” che, nel tempo, si espande inglobando emozioni, ricordi, ruoli, successi e fallimenti, come un fiume che trascina a sé tutto ciò che incontra.
Ma a ben vedere, tutto ciò non è che un’apparenza. L’identità che chiamiamo “io” è un incontro tra consapevolezza e mente-corpo, è una forma che sorge quando la pura presenza si riflette su un supporto temporaneo, uno specchio che non è la fonte ma solo la superficie. L’“io” in sé non è il problema, anzi: se compreso nella sua funzione, se mantenuto connesso alla radice da cui sorge, può essere un magnifico strumento di espressione, di relazione, di creazione. Ma quando questo “io” viene percepito come realtà autonoma, scissa, separata dal tutto, ecco che diventa un fenomeno devastante. Non più un tramite, ma un idolo. Non più un mezzo, ma una prigione.
Quando la coscienza, attraverso l’indagine profonda, riconosce la natura relativa di quell’“io” e lo rimette al suo giusto posto — alla periferia dell’Essere e non più al centro — si dischiude uno spazio nuovo, uno stato di chiarezza che dissolve l’illusione della separazione. E allora cosa rimane? Rimane ciò che sempre è stato: pura Coscienza, trasparente e impersonale, che filtra per un breve tratto di tempo attraverso un corpo-mente, come la luce che passa da una finestra per illuminare il mondo. Non vi è nulla da possedere, nulla da trattenere, solo una danza momentanea dell’Essere che prende forma per amare, vivere, creare, e infine svanire, tornando alla sorgente da cui era emersa.
L’“io”, se liberato dai suoi condizionamenti, può essere riconosciuto come ciò che in molte tradizioni è stato chiamato anima: non un’entità distinta dalla totalità, ma un riflesso, una sfumatura individuale dell’unica Coscienza. Un’onda che emerge dall’Oceano per poi rientrarvi. Un volto temporaneo dell’eterno. In questa visione, l’anima non è altro che Coscienza localizzata, temporaneamente identificata con una traiettoria, un destino, una storia.
La pace interiore nasce esattamente qui: nel momento in cui l’“io” smette di credersi origine e si riconosce come espressione, quando la consapevolezza si risveglia a sé e riconosce che anche l’“io” confuso, contraddittorio, impaurito, non è altro che se stessa — la Coscienza originaria — momentaneamente smarrita in un punto preciso dello spazio-tempo. Non vi è colpa, né errore: solo il gioco sacro dell’oblio e del ricordo, della separazione apparente e del ritorno alla totalità.
Realizzare questo non è un pensiero in più, non è una convinzione da affermare con le parole. È una visione interiore, una chiarezza che sorge solo oltre i condizionamenti, quando si smette di cercare e si comincia davvero a vedere. Allora tutto si semplifica. La lotta si placa. Il senso di identità si alleggerisce, e la vita torna ad essere ciò che è sempre stata: una manifestazione effimera e meravigliosa della Presenza che la sostiene.
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