Le differenze sono solo nella mente
Tutte le differenze che ci affanniamo a nominare, a proteggere o a combattere, esistono solo nella mente. Ma noi non siamo la mente. Essa è solo un frammento, un riflesso, un pensiero momentaneo che sorge nell’oceano più ampio della coscienza. Quando il pensiero si confonde con la consapevolezza, quando il flusso mentale si identifica con un punto preciso dello spazio e del tempo, nasce ciò che nel linguaggio mistico viene spesso chiamato “mente”: un flusso di contenuti ritenuti propri, personali, legati a un “me”, a un “io” separato, distinto, centrale. È in quel momento che si origina l’illusione della personalità, l’idea che esista un individuo isolato dagli altri e dal mondo, un sé autonomo e definitivo.
La mente, generando un riflesso distorto della realtà, frantuma la visione originaria in mille immagini deformate, esattamente come fa uno specchio incrinato. E proprio come accade in uno specchio rotto, anche nell’interiorità invasa da pensieri, il mondo si spezza in parti contrapposte, in differenze apparenti che alimentano il conflitto, la paura, la separazione. Il dolore, la follia, l’incomprensione non sono altro che la testimonianza di uno specchio interiore che necessita di essere ripulito. Tutti gli scopi, tutte le domande, tutte le ideologie sorgono da questa mente frammentata, e solo in essa trovano senso. Ma al di fuori di essa, dissolto il filtro, dissolta la nebbia, tutto ritorna a una semplicità primordiale, radicale, luminosa.
Fra un uomo e un topo, fra un essere umano e un cane, non vi è alcuna distanza essenziale. Se guardiamo attraverso la mente, vediamo differenze abissali; se osserviamo dalla sorgente, dall’essenza, tutto è espressione della medesima vita, della stessa corrente vitale che assume forme differenti, ma mai separate. Anche un topo ama, soffre, teme, cerca, sente. Anche un topo ha il suo dolore, la sua tribù, il suo modo di pregare, di rivolgersi al mistero. Se non lo comprendiamo è solo perché non conosciamo la sua lingua, o, più spesso, perché non gli prestiamo attenzione.
L’essere umano, in questa grande danza della vita, ha un tratto singolare: la sua sofferenza, quando non si chiude in egoismo, può trasformarsi in domanda radicale, in tensione verso la libertà. È proprio il disagio dell’io, la sua natura confusa e dolente, che può divenire la spinta verso il risveglio, la crepa da cui passa la luce. Ma anche questo è, in fondo, solo un gioco del pensiero: perché quando l’io muore, come muore il topo, ciò che resta è il medesimo Essere, lo stesso oceano, privo di forma eppure capace di assumere ogni forma.
Domandarsi perché si sia nati esseri umani e non insetti, perché questa vita e non un’altra, è una domanda che può sorgere solo se si è ancora identificati a un punto fisso della mente. Ma se si guarda senza l’intermediazione del pensiero, allora si comprende che non c’è distinzione: tu sei l’albero, sei il topo, sei la stella, sei l’uomo. Sei tutto e, allo stesso tempo, nulla di preciso. Ogni differenza scompare quando si cessa di guardare attraverso la lente deformante dell’“io”.
Le domande esistenziali hanno senso solo all’interno del linguaggio e dei presupposti mentali da cui nascono. Così, anche le risposte che diamo sono ombre dentro ombre. La vera risposta, quella che non genera altre domande, è il silenzio: non l’assenza di suono, ma quella condizione interiore in cui la mente si ritrae, e la vita può fluire così com’è, senza bisogno di spiegazioni. Se una risposta ha la forza di dissolvere il bisogno stesso di domandare, allora è autentica. Se, al contrario, apre nuovi interrogativi, è ancora parte del medesimo labirinto.
L’esperienza insegna una cosa semplice: la mente divide, analizza, teorizza. Può essere utilissima sul piano pratico, ma quando la confondiamo con l’identità personale, con il senso dell’essere, essa diventa un veleno sottile. In quel caso, l’unico vero compito è imparare a non intromettere la mente là dove non serve, lasciando che la vita scorra libera, senza forzarla entro concetti, sistemi, definizioni.
Chi è ancora alleato del pensiero vede mille cose, mille ragioni, mille destini. Chi si è sciolto da questo patto antico e nevrotico, non ha più nulla da dire. Vive il tempo che resta in silenziosa compagnia degli amici, dei volti amati, e poi, quando il momento arriva, si congeda. Senza dramma. Senza rimpianto. Senza domande.
“Perché sono qui?”, “perché esiste la morte?”, “che senso ha tutto questo?” sono interrogativi che, nella prima parte del cammino, sono legittimi, persino sacri. Distinguono chi dorme da chi si sta svegliando. Ma a un certo punto, se il cammino è vero, se l’indagine è profonda, queste stesse domande cominciano a sciogliersi, a perdere presa. Non perché abbiano trovato una risposta, ma perché semplicemente smettono di essere necessarie.
Chi guarda la vita senza mente, non chiede più nulla. Osserva, respira, si muove nel mondo con una leggerezza nuova. È tornato alla sorgente.
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