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Spiritualità

La lingua batte dove il dente duole

Il vuoto da colmare che sussiste fra il capire con la mente e il comprendere con il cuore è fatto dal nostro non voler vedere la realtà dei fatti che riguardano la nostra vita. La mente capisce, e spesso il suo capire è una difesa. Molte persone, quando capiscono una cosa, la ritengono anche conclusa, e così possono gettarsi alle spalle il valore trasformativo reale di ogni esperienza. Capire come si cucina una pasta non significa saperla fare, e tanto meno essersi sfamati. Ma per quel che riguarda il nostro mondo interiore, la possibilità di prenderci in giro è ampia e spesso cercata. Sai, se la mente racconta al corpo che, poiché ha capito come si cucina un piatto, tutto è a posto, il corpo, fedele, nel giro di poche ore ci ricorda che le menzogne non sfamano. Il benessere interiore, avendo tempi di resistenza e deperimento ben più lunghi del corpo ed essendo molto più influenzato dalle percezioni della mente, rimane spesso imprigionato dalla superficialità e dall’arroganza del pensiero “tecnico”.

Quante volte giudichiamo facilmente e abilmente la vita degli altri senza renderci conto che la nostra sta rapidamente scivolando via, in condizioni anche peggiori? Quante volte preferiamo chiuderci in vite spente, evitando così errori e dolori, e per questo ci sentiamo in diritto di puntare il dito, di raccontarci integri e migliori? La mente dice: “Ho capito! So cos’è la gelosia, so cosa significa essere dipendenti, so cosa vuol dire approfittare delle debolezze altrui. L’ho capito, seguo il ragionamento: fatto, tutto a posto.” Poi, nei fatti, non osserviamo come ci comportiamo con gli altri e dentro noi stessi. Agiamo inconsciamente, meccanicamente, trovandoci mille razionalizzazioni anche per i comportamenti più evidentemente malati. Ci diciamo: “Non ero geloso, ero solo preoccupato; non ero invidioso, ero solo severo; non sono stato io, è stato lui…” Hai proprio ragione, v’è un abisso fra il capire mentalmente e il comprendere, il trasformare una riflessione in un’acquisizione intima, essenziale, indimenticabile, imprescindibile. Questo abisso si può colmare in poco tempo se iniziamo a comprendere che non cambiamo noi stessi giocando con i concetti, usando la logica e la razionalità come strumenti asettici, ma unicamente osservando la realtà del nostro quotidiano agire. La mente capisce, il cuore sente, la consapevolezza sintetizza, intuisce, comprende e trasforma. Se capisco che la gelosia è un male, devo permettere al cuore di sentire quanta gelosia v’è in me, quanto dolore mi provoca, e lasciare che la consapevolezza intuisca i reconditi meccanismi e motivi, sino a smascherarla completamente, privandola così di ogni potere che esercita sulla mia vita.

È il nostro quotidiano vivere che dobbiamo costantemente mantenere sotto la penetrante luce dell’introspezione. Sono i fatti che dobbiamo testimoniare e che possiamo trasformare. Le idee, le teorie, ci rendono solo più colti, più abili a parlare e sempre più incapaci di osservare. Una mente piena di concetti, che pensa di sapere, genera individui scissi, dotati di una testa chiusa in un mondo quadrato e di un cuore e un corpo persi in una realtà caotica o arida. Per esercitare la consapevolezza non serve nessuno studio, nessuna cultura, nessun libro, basta un’iniziale, umile quanto semplice comprensione: non il mondo posso e devo cambiare, ma unicamente me stesso. Questa intuizione può affiorare in qualsiasi modo, può provenire da qualsiasi cosa o persona. Certo è che solo lo studio del nostro quotidiano fare, pensare e sentire ci può far procedere in questa direzione. Non v’è testo o maestro che possa accompagnarci e guidarci nel nostro quotidiano vivere più della nostra consapevolezza. Non v’è nulla che ci possa insegnare e guidare più di noi stessi.

Se pratichi l’osservazione interiore, devi ricordare che nulla di ciò che la mente pensa o che il cuore sente è parte della consapevolezza. Tutto ciò che puoi percepire è un oggetto della tua osservazione. Più ti turba, più significa che vi sei identificato, che ti credi relazionato più o meno inscindibilmente all’oggetto. Prendi atto del dolore, della paura o dello stato emotivo che l’identificazione ti genera ed esercitati all’indifferenza. Quando vai dal dentista percepisci un certo dolore, ma non ti disperi. Perché? Perché non lo pensi connesso alla tua identità: lo ritieni transitorio e chiaramente motivato. Stessa cosa vale per i nostri turbamenti interiori. In realtà non sono connessi alla nostra vera identità: sarebbero di brevissima durata e chiaramente motivati dal tipo di condizionamento che la mente ha subito dall’ambiente esterno. Ora mi dirai: “Ma come fai a dire che sarebbero di brevissima durata se io me li porto dietro da anni?”. Ci portiamo appresso i nostri mali interiori unicamente perché pensiamo di doverli eliminare e risolvere il prima possibile. Questa urgenza ci rende ignoranti delle cause, della reale natura del male e dei mezzi utili alla cura.

È un po’ come se, dopo essere stati dal dentista, continuassimo a metterci le mani in bocca pensando che più tocchiamo la parte operata più rapidamente elimineremo il dolore. Sappiamo tutti che il risultato più probabile è un aumento del male e un’infezione. Questo è esattamente ciò che facciamo anche con le ferite della nostra mente e del nostro cuore. Se le lasciassimo esposte al vento della semplice consapevolezza, e contemporaneamente rivolgessimo sempre più la nostra attenzione alla sorgente della Coscienza, là dove il pensiero e le emozioni non hanno alcun significato, le cose cambierebbero a vista d’occhio.

Insomma, osserva anche il fatto che la tua mente oppone ad emozioni negative il sogno di emozioni positive, genera il sogno di una vita “riuscita” in antagonismo alla percezione di una vita “patita”. Ricorda poi che è tutto il risultato di “un’operazione dentale”, che metterti le dita in bocca non fa bene, e che più rimani in compagnia del “sentire la tua stessa presenza”, quella presenza che percepisce ogni cosa ma non è nulla di tutto ciò che percepisce, più facilmente e rapidamente spezzi l’identificazione ai condizionamenti.


Tags: Sofferenza, Aiuto psicologico, Emozioni

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