Il pericolo di aiutare gli altri e il mondo
Dal mio punto di vista, l’idea di “aiutare il pianeta”, “salvare l’umanità” o “fare qualcosa per il mondo” è una delle illusioni più pericolose, e paradossalmente più seducenti, che la mente moderna abbia saputo partorire. Dietro queste espressioni magniloquenti e apparentemente nobili si celano quasi sempre proiezioni dell’ego: bisogni di affermazione, senso di colpa mascherato da idealismo, e soprattutto un disperato desiderio di sfuggire a sé stessi.
Concetti come mondo, umanità, pianeta sono astrazioni. Parole vuote se non incarnate, se non calate nella carne viva dell’esperienza quotidiana. Non si può amare l’umanità, si può amare solo un volto, una voce, un gesto. Non si abbraccia il pianeta, si abbraccia una persona. Non si salva il mondo, si salva, forse, una relazione, un respiro, un istante di verità tra due coscienze che si riconoscono. Chi parla sempre del “tutto” spesso sfugge il “particolare” che pulsa sotto i propri occhi. Eppure è solo lì che la realtà accade.
Anche il concetto stesso di aiuto è ambiguo e carico di implicazioni. Cosa significa davvero “aiutare”? Dare denaro? Offrire consigli? Fornire soluzioni? Per alcuni, aiutare significa facilitare il raggiungimento del potere, per altri si traduce in un atto di consolazione o guarigione. Ma i desideri degli esseri umani sono innumerevoli e spesso divergenti, quando non apertamente contraddittori. L’aiuto che consola uno può ferire un altro. L’atto che sembra generoso da una prospettiva può risultare invadente, persino arrogante, da un’altra.
Se non abbiamo ancora compreso, in noi stessi, cosa sia la libertà interiore, come possiamo essere davvero utili a qualcuno? Se non abbiamo indagato il significato più profondo dell’amore, come possiamo donarlo? Se la nostra mente è in conflitto e il nostro cuore in disordine, che sostegno potremmo offrire agli altri? L’energia che non è passata prima attraverso un processo di chiarificazione e verità interiore rischia solo di amplificare il disordine che già imperversa nel mondo.
Non è un caso che molte persone si affannino a “fare del bene” mentre dentro di sé restano tormentate, confuse, insoddisfatte. In nome di un idealismo astratto, si lanciano in azioni frenetiche e disordinate che servono più a zittire il proprio disagio che a rispondere a un reale bisogno altrui. La sofferenza collettiva non nasce soltanto da violenza e ingiustizia, ma anche da questo attivismo cieco, da questo affanno a proiettarsi all’esterno dimenticando ciò che urge essere visto, ascoltato e guarito prima di tutto in sé.
Perché tanta resistenza nel rivolgere lo sguardo all’interno? Forse perché la coscienza è l’unico luogo in cui non si può mentire a lungo. E allora, piuttosto che affrontare le proprie ferite, ci si rifugia nel mondo, in un fare senza radice, in una generosità apparente che, lungi dal guarire, alimenta il ciclo stesso della sofferenza. La domanda vera non è: “Come posso aiutare gli altri?” bensì: “Ho davvero incontrato me stesso?”. E solo quando la risposta si fa silenziosa, profonda, inamovibile, allora, e solo allora, ogni gesto, anche il più semplice, può diventare un atto di autentico aiuto, privo di arroganza e di bisogno, carico solo di presenza.
Come scrisse Carl Gustav Jung, «la cosa più spaventosa è accettare sé stessi completamente». Ed è proprio per questo che preferiamo spesso perderci in missioni globali, in crociate idealistiche, dimenticando la più urgente delle rivoluzioni: quella interiore.
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