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Desidera e gode veramente solo il saggio!

Il meditante è, paradossalmente, la meta della propria meditazione. Non c’è distanza da colmare, né un oggetto da raggiungere: c’è solo da svanire, da decantare, da lasciar cadere ogni immagine di sé, ogni pretesa di conquista, ogni aspettativa.
È solo a livello verbale che diciamo: “quando i contenuti della mente svaniscono, si percepisce il vuoto”. Ma proprio questa espressione, così comune, porta in sé un sottile e potente fraintendimento. Perché, in verità, dove non c’è oggetto, non può sopravvivere nemmeno il soggetto. L’“io” non è che un’eco della memoria, un residuo della registrazione mentale dell’esperienza vissuta.

L’idea stessa di “aver percepito qualcosa” è sempre un prodotto posteriore, costruito dal pensiero che cerca di fissare, descrivere e comunicare ciò che è accaduto. Durante l’esperienza autentica, non c’è nessun “io sto sperimentando”: c’è solo la pura sperimentazione. È solo dopo, nella ricostruzione mentale, che compare l’immagine dell’“io” come protagonista dell’esperienza. Ma questa figura è già un passo indietro rispetto alla verità.
E così, quando nella meditazione profonda cadono i pensieri, i riferimenti, le forme, non c’è più nessuno che sperimenta un vuoto. C’è solo Vuoto. C’è solo spazio, libertà, silenzio. Nessun “io” lo osserva. Nessuno lo possiede.

La mente, abituata a catalogare ogni cosa, interpreta questa sospensione come un’assenza e afferma: “ho sperimentato il vuoto”, ma lo fa in senso negativo. Lo definisce come mancanza, come assenza di qualcosa, e proprio questo giudizio è ciò che interrompe il processo. È qui che si inceppa il cammino di molti meditanti: nel momento stesso in cui si sfiora la soglia dell’Essere, la mente si allarma e tenta di rientrare in scena, definendo, etichettando, ricostruendo.

“Attento,” sussurra, “lì non c’è nulla… dove stai andando?” Ma quel “nulla” è solo tale agli occhi della mente, che non sa concepire l’Essere se non come oggetto. Se si ha la forza, la fiducia, la delicatezza di lasciar passare anche questo ultimo pensiero, allora ciò che prima appariva come un vuoto negativo si rivela per ciò che è: la vera natura della consapevolezza, uno spazio privo di confini, denso di presenza, colmo d’amore.
Tutti coloro che si sono addentrati per la prima volta in questa regione interiore conoscono quel “vuoto senza amore” di cui si parla spesso. E proprio lì, le parole di chi ha attraversato quella soglia diventano essenziali: non per fornire risposte, ma per accendere la fiducia necessaria a lasciare il noto e aprirsi al mistero.

Quello che può rallentare questo passaggio non è la mancanza di tecnica, ma la presenza ancora attiva di filamenti di pensiero non recisi: desideri non vissuti, emozioni non comprese, aspettative non osservate. Nulla di grave. Ogni cosa ha il suo tempo. Perché affrettarsi a tornare a casa, se lungo la strada qualcuno o qualcosa ancora reclama la nostra attenzione? Il tempo dell’anima non è mai lineare, né dettato dall’ansia del risultato.

Un altro punto cruciale riguarda il rapporto tra meditazione e desiderio. C’è chi crede che meditare significhi sopprimere i desideri, rinunciare al piacere, mortificare la vita. Ma è un altro fraintendimento. La meditazione non è una negazione del desiderio, ma il suo compimento. È comprensione, non repressione. È integrazione, non fuga.
Solo l’uomo saggio gode dei piaceri senza esserne schiavo. Solo chi ha esplorato a fondo i propri desideri sa quando seguirli, quando lasciarli andare, quando trasformarli.

Ma che cosa rende possibile tutto questo? Un minimo di esperienza, certo, ma soprattutto tre comprensioni fondamentali.
La prima è che inseguiamo desideri e piaceri perché abbiamo paura: paura della vita, della morte, del dolore. Inconsciamente, il piacere diventa una via di fuga.
La seconda è che questa paura nasce da un’idea falsa di noi stessi e del mondo, da convinzioni che non abbiamo mai osato mettere davvero in discussione. Idee che sono menzogne.
La terza è che le idee non sono fatti.

Da qui si apre una verità ancor più scomoda: la maggior parte degli uomini non sa chi è, ma soprattutto non sa di non sapere. È imprigionata non tanto dall’ignoranza, quanto dall’illusione di sapere.
Chi invece scopre la falsità delle proprie convinzioni e riconosce, con umiltà, di non sapere, acquista una nuova capacità di vedere. E questa visione non è una conoscenza in più, ma l’inizio di una nuova vita: una vita fondata sulla libertà interiore, dove il desiderio non governa, ma danza; dove il piacere non domina, ma accompagna; dove la consapevolezza non reagisce, ma illumina.

È solo da questo luogo – oltre l’“io”, oltre il pensiero, oltre la paura – che nasce l’uomo nuovo. Non un santo, non un asceta, non un eroe. Ma un essere finalmente semplice, limpido, capace di abitare la realtà così com’è. Un uomo senza maschere, senza ideali, senza bisogno di diventare altro da sé.

Ed è da quel vuoto – così temuto, così frainteso – che comincia la pienezza.

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