Come è bella la guerra!

Repubblica.it pubblica una serie di immagini, come questa sopra, seguite da poche parole: «Sembra un joystick comune, invece è il pulsante dal quale può dipendere il destino del mondo: per la prima volta, viene mostrato il pulsante da premere per lanciare un missile nucleare. Si trova a bordo dei sottomarini atomici Trident sui quali è salito in un porto della Scozia il segretario britannico alla difesa Michael Fallon. "Sono pronto a premerlo se necessario", afferma in un'intervista al Telegraph l'ufficiale, padre di tre figli, che lo ha in consegna».
Mi chiedo: qual è il senso di tutto questo? Un uomo, con un solo gesto, può innescare la fine del mondo. E noi, apparentemente sereni, lo fotografiamo. Sembra un videogioco, scrivono — e già questo è inquietante. La morte trasformata in spettacolo, il potere di annientare reso glamour.
Se mai un giorno ci sveglieremo davvero da questa ipnosi collettiva, le generazioni future guarderanno a noi con lo stesso sgomento con cui oggi osserviamo, attoniti, le adunate oceaniche del secolo scorso. Quelle folle che inneggiavano con entusiasmo ai loro dittatori, che gridavano in coro "Sììì!" alla guerra e alla morte. Eppure, se guardiamo bene, non siamo affatto progrediti. Anzi: culturalmente e spiritualmente, siamo regrediti. Solo che oggi la barbarie si veste di tecnologia, si trucca di modernità.
La maggior parte delle persone non riesce a riconoscerlo, forse perché non ha memoria di un mondo senza smartphone, senza televisori a colori, senza connessioni h24. Ma queste non sono conquiste dell’anima. Sono gadget. E i gadget non salvano l’umanità dalla sua perversione originaria.
Un tempo si diceva apertamente: la guerra è utile, gloriosa, necessaria per l’onore della patria. Oggi, invece, si dice che la democrazia e la pace sono in pericolo, e che la guerra è un male necessario. Ma resta sempre la medesima logica perversa: distruggere per difendere, uccidere per proteggere. Oggi la guerra ha bisogno di essere giustificata moralmente: dobbiamo sentirci buoni, giusti, addirittura vittime. Sempre in pericolo. Ma chi ci attacca? E perché? Non ha importanza. L’essenziale è reagire. L’essenziale è alimentare la paura.
Forse, molto semplicemente, ci eravamo illusi. Illusi di aver superato la follia che ha condotto l’umanità a due guerre mondiali. Ma quella follia non è mai stata superata: è stata solo anestetizzata. Siamo rimasti quieti giusto il tempo necessario per riprendere fiato, per raffinare le tecniche di distruzione, per dotarle di una patina di efficienza, di giustizia, di progresso.
Il tempo ci darà risposta, ma intanto guardiamo quelle immagini, scorriamole con attenzione. E chiediamoci cosa ci stanno raccontando. Apparentemente, si limitano a informare. In realtà, attraverso la loro nudità, veicolano un consenso passivo, una normalizzazione dell’orrore. Nessuna riflessione, nessuna contestualizzazione, nessuna voce critica. Solo il brivido muto di una notizia travestita da scoop. «Per la prima volta...», «Il segretario alla difesa sale a bordo...», «È pronto a premerlo...». E poi quel dettaglio, apparentemente innocuo: ha tre figli. Una pennellata di umanità fittizia, una maschera pietosa sull’abisso. Come a dire: anche gli angeli possono diventare angeli sterminatori, se lo fanno per amore.
Mi chiedo come possa un uomo accettare un ruolo simile. "Il dito nucleare": simbolo estremo dell’autodistruzione. Possiamo davvero tollerare che l’intera sorte dell’umanità sia affidata alla stabilità emotiva e al discernimento morale di uno, o di pochi individui? La mente umana è fragile. Lo sappiamo. Lo vediamo ogni giorno. Basta ricordare il caso del pilota della GermanWings che si è schiantato volontariamente, portando con sé decine di vite innocenti. E allora: è pensabile, è etico, è umano affidare a pochi il potere di annientare il pianeta?
Forse è il momento di tornare a pensare. Di riflettere sul tipo di mondo che stiamo accettando — o costruendo. Se quell’uomo, invece di impugnare un pulsante nucleare, avesse scelto di coltivare fiori, il mondo non sarebbe forse un luogo più bello, più sano, più degno? Molti risponderebbero che al suo posto ci sarebbe comunque qualcun altro. E forse è vero. Ma allora la domanda vera è un’altra: che razza di umanità vogliamo essere?
Se il mondo fosse popolato in maggioranza da fiorai, poeti, musicisti, mistici — uomini e donne innamorati della vita — allora sì, quei pochi che vorrebbero costruire bombe e premere pulsanti verrebbero presi per quello che sono: malati da curare, non leader da seguire. E forse, solo allora, potremmo davvero iniziare a chiamarci umani.
Un caro saluto a chi è rimasto sveglio, Pier