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La fiducia in se stessi: un passo alla volta!

Sara ha scritto: Faccio le cose senza essere veramente connessa con una volontà profonda, con un sentire gioioso, e ciò mi fa soffrire. E ovviamente c'è sullo sfondo sempre la paura di non farcela da sola. Lo so che sono pensieri, Pier, ma come si fa ad avere fiducia in se stessi se non si hanno fatti concreti a testimonianza che "meritiamo" una fiducia? Anche per un rapporto è così in fondo. Se dimostri con i fatti di meritare fiducia questa ti verrà accordata, non diversamente. Se tu non fossi veramente apprezzato e stimato dalle persone con cui collabori o se non riuscissi ad avere veramente fiducia nelle tue capacità e pensassi che hai sbagliato tutto, che non c'è una dimensione in cui sentire di poter dare un contributo non soffriresti?

Buona serata

Dadrim ha risposto: La vera fiducia non ci piò essere accordata dall’esterno. Non conosce prove, “fatti concreti”, testimonianze. Nasce immotivata quando ci liberiamo dal pensiero di essere schiavi degli altri e del mondo. Tu parli della fiducia come un giudice parla in tribunale: fatti concreti, testimonianze, meriti...  Chi basa la fiducia che ha in sé sull’approvazione che l’esterno gli dà, è sempre e comunque inquieto, anche quando l’esterno è benevolo, poiché l’errore o il cambio di opinione delle persone sono sempre possibili. La vera fiducia nasce da dentro, nasce quando non cerchiamo più un riscontro esterno, quando abbandoniamo i pensieri dipendenti che ne ostruiscono la sorgente. La fiducia è dentro di te, sei tu stessa, è la tua natura più intima. L’unico problema sono le idee che gli sovrapponi, in cui credi e che alimenti con la paura e l’ostinazione.

La lingua batte dove il dente duole

A. ha scritto: Ho iniziato a leggere "sesso amore e biscotti". Tutto molto interessante su come viviamo i rapporti in maniera malsana. Ma da capirlo razionalmente a comprenderlo con il cuore ne passa… In questo momento sono in preda all'ansia e a un pesante nodo allo stomaco e alla gola.

È il solito cocktail di tristezza, vergogna, impotenza, frustrazione. Che ci posso fare? Vorrei provare altre emozioni ma queste passa il convento. Osservo il tutto cercando di non identificarmici.

Buona serata

Dadrim ha risposto: Il vuoto da colmare che sussiste fra il capire con la mente e il comprendere con il cuore è fatto dal nostro non voler vedere la realtà dei fatti che riguardano la nostra vita. La mente capisce e spesso il suo capire è una difesa. Molte persone quando capiscono una cosa la ritengono anche conclusa, e così possono gettarsi dietro le spalle il valore trasformativo reale di ogni cosa. Capire come si cucina una pasta non significa saperla fare e tanto meno essersi sfamati. Ma per quel che riguarda il nostro mondo interiore la possibilità di prenderci in giro è ampia e spesso cercata. Sai, se la mente al corpo racconta che poiché ha capito come si cucina un piatto tutto è apposto, il corpo, fedele, nel giro di poche ore ci ricorda che le menzogne non sfamano. Il benessere interiore, avendo tempi di resistenza e deperimento ben più lunghi del corpo ed essendo molto più influenzato dalle percezioni della mente, rimane spesso imprigionato dalla superficialità e dall’arroganza del pensiero “tecnico”.

Il Tizio e il meccanico: maturità

Qualcuno ha scritto: Devo prendere una decisione in merito ad una questione abbastanza delicata con cui non ti ammorberò, e mi ritrovo, al solito, a non saper da che parte voltarmi, a non avere una guida dentro di me che sappia farmi scegliere per il 'giusto', senza che mi penta 5 minuti dopo. Come se non riuscissi a ragionare bene, se il mio spirito critico e le mie capacità logiche e di elaborazione fossero insufficienti, se il mio cervello andasse a mille senza però giungere a nessuna conclusione. O la mia è semplice paura di prendermi delle responsabilità e di affrontare le conseguenze che ogni decisione comporta. Ti chiedo, tu come consideri la maturità di una persona, la sua crescita personale, lo sviluppo cognitivo, morale, intellettuale, emotivo? Pensi che siano cose irrilevanti? Per te è solo una questione di disidentificazione?

Dadrim ha risposto: Vorrei io chiedere a te come e perché usi tutte queste parole? Questa tua domanda, poiché ti conosco un po’, mi fa venire in mente quel Tizio che si ferma da un meccanico dicendo: “Vede? Questa è la mia macchina. Non mi fido molto, potrebbe lasciarmi per strada. Come posso stare sicuro? Secondo lei è una questione di guida, di strada più o meno sconnessa, di manutenzione dei freni, di aerodinamica, di gomme, di asciutto o bagnato, di cilindrata, di cavalli, di frizione, di olio motore, di tergicristalli, di chilometraggio..., cosa dovrei fare, a cosa dovrei porre attenzione e rimedio? Per lei tutto ciò è irrilevante o è solo una questione di “disidentificazione”?”.

Al che il meccanico osserva attentamente il Tizio, poi, dà un occhio veloce alla macchina e chiede: “Scusi, ma questa macchina ha già qualche anno, eppure sembra quasi nuova. Quanti chilometri ha fatto?”.

Non sono tuoi affari?

Qualcuno ha scritto: Caro Pier, quando nell’indagine di sé si arriva al punto di osservare la mente, i suoi tanti pensieri, gli stati d’animo, e vedendone il continuo flusso e non trovando altro, sorge il pensiero “tutto ciò non è affare mio”, non è questo sempre un gioco della mente? In fin dei conti anche dirsi “io non sono i miei pensieri, essi non sono affare mio” è sempre una verbalizzazione, un pensiero, un prodotto della mente, giusto? Mi spiego? Lo dico perché sto passando una fase nella quale sono sempre più lontana dall’identificazione con i contenuti mentali-emotivi, eppure sento una tensione interna probabilmente prodotta da una specie di gioco di resistenza. In qualche modo oppongo il pensiero “i contenuti mentali ed emotivi non sono affare mio” al flusso dei contenuti mentali-emotivi. Mi sto forse incagliando in qualche imbroglio della mente?

Grazie

Dadrim ha risposto: I contenuti mentali ed emotivi non sono né un affare tuo né non un tuo affare. Se ti siedi lungo il bordo della strada e osservi il traffico, il flusso delle auto cosa diviene? È un tuo affare o non è un tuo affare? Dal mio punto di vista non è né una cosa né l’altra. Certo, se osservi ne sei consapevole, ma essere consapevole di un qualcosa non significa trasformarlo in un tuo affare, giusto?

Muratori dell'anima

Andrea ha scritto: Ciao Dadrim, come stai? spero tutto per il meglio... Torno a scriverti ancora. Ho capito che la relazione, il confronto con altre persone, sono una necessità che non posso mancare per stare bene, per andare verso uno scenario di apertura interiore e mentale. Ma al tempo stesso per me ricercare e affrontare nuove situazioni che vanno in tale direzione è uno sforzo enorme. (carattere).  Sono in procinto di aprire una nuova attività, dopo anni di ibernazione e inazione, che forse mi servirebbe per andare nella direzione sopradescritta. Il fatto è che passo da momenti di eccitazione, di entusiasmo, di motivazione e voglia di fare (soprattutto di mattina), ad autentiche crisi depressive in cui penso che sia tutto inutile, che non sia in grado di fare, che non sia la cosa giusta per me, che sbaglierò totalmente azioni e scelte (soprattutto la sera). Mi pare quasi un comportamento bipolare. Penso che se non fossi solo, ma avessi una compagna, tutto cambierebbe, sarei più stimolato, tutto acquisterebbe un senso... Invece mi sento spesso in isolamento, e lì tutto cade.  Mi sento impedito nel comprendere veramente se queste forze negative sono solo dovute al vecchio ego che cerca disperatamente di darmi tutte le paure e incertezze possibili oppure se sto realmente andando incontro a ciò che in profondità non mi interessa e che risponde ad un `devo-devi‘ mio e di qualcun altro (genitori). So che sull’argomento hai già scritto tanto infatti ogni tanto do una bella ripassata a tutte le tue risposte per cercare conforto, sicurezza e senso di approvazione. Nel caso avessi tempo e voglia di rispondere ti ringrazio infinitamente.

Ti mando un saluto e un abbraccio
Andrea

Dadrim ha risposto: Ciao Andrea, mi fa piacere risentirti e sapere che stai attraversando un’interessante fase di cambiamento. Tempo fa mi chiedesti: “Come faccio a smettere di pensare e cominciare ad agire?” Io ti risposi: “L'agire non conosce il “come”, ma unicamente il “bene!”. Cosa intendo con questa frase? Per agire bisogna agire! Non si può continuare a pensare, quindi, prima viene l'azione e solo poi la riflessione, poi una nuova azione e una nuova riflessione. Perché pensiamo vorticosamente e inutilmente prima di agire? Perché vogliamo proteggerci, essere sicuri di non commettere errori, di non subire danno. Ma il “fare” non esiste senza lo “sbagliare”, ecco allora che restiamo paralizzati nel pensiero, ed in questa situazioni ci chiediamo poi come uscire dal pensiero usando ancora e sempre il pensiero. La vedi l'assurdità della cosa?”.

In un certo senso questa risposta di allora è altrettanto valida anche oggi!

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