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Sull'amore e le relazioni
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Martedì 09 Marzo 2010 12:20 |
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Katia ha scritto: Caro Dadrim, il mio compagno, con il quale sto da 10 mesi, e' separato e ha già due figli dal precedente matrimonio, e se in un primo momento, esattamente fino ad un mese fa, mi ha detto di volermi dare un figlio (anche se specificava che lo faceva solo per rendere felice me), adesso ci ha ripensato...! Io ho 42 anni e so di essere in dirittura d'arrivo e questa cosa mi fa impazzire! Da qualche giorno ho "calato le corna", dandogli la prova d'amore che, so, desiderava, dato che, in tutto questo, Lui, a causa di alcune insicurezze che gli ho creato durante i primi mesi di rapporto, dice di avere dei dubbi sull'autenticità del mio amore. Vorrei aspettare un po' che si rassicuri (vista la mia prova d'amore) e poi ritornare alla carica, ma nel frattempo, per il mio compromesso e la mia rinuncia (anche se momentanea) provo già rabbia e rancore nei suoi confronti. Vorrei sentire il tuo parere in merito. Katia
Dadrim ha risposto: Cara Katia, far nascere un figlio con un papà che non lo vuole a partire dal suo stesso desiderio di paternità e di piena condivisione di un desiderio comune, ma che semplicemente cerca di realizzare un tuo desiderio credo non sia uno dei migliori presupposti. Se una donna desidera fare un viaggio in Egitto e il suo compagno asseconda questa volontà anche se non la condivide, il viaggio potrebbe trascorrere pesantemente, ma per fortuna avrà una breve durata o si potrà sempre tornare indietro prima del dovuto. La stessa cosa non vale per i figli; questi durano una vita e non si possono mandare indietro. Detto ciò, se sin dal principio metti consapevolmente in preventivo che v'è la possibilità di ritrovarti mamma con un compagno più o meno distante o insofferente, e che qualora ciò dovesse accadere, più o meno serenamente riuscirai a vivere i necessari cambiamenti e/o allontanamenti, bene... perlomeno ne sei consapevole. Altro problema sono i dubbi sull'autenticità del tuo amore e il bisogno di prove. Nella mia visione delle cose l'amore non può avere dubbi e non necessita di prove. L'amore nasce dal nostro cuore e si riversa sulle persone che ci stanno accanto incondizionatamente. L'amore sente: “Io ti amo per quella che sei, qualunque cosa tu sia stata, vorrai essere o diverrai”. L'amore non entra in crisi, non teme e non cambia idea, perché non è un fatto di pensieri ma di totale “abbandono” del sentimento. L'amore ci può rendere estremamente preoccupati se pensiamo che la persona che amiamo si stia mettendo in situazioni pericolose o stia perdendo la strada che lo conduce alla SUA felicità, ma questa preoccupazione è unicamente centrata sulla percezione di sofferenza o gioia dell'altro e non di noi stessi. L'amore non è il risultato di certi comportamenti o azioni che l'altro deve dimostrare, questi aspetti riguardano più un progetto di vita assieme, ma non sempre un amore si tramuta in un progetto condiviso. Cara Katia, tu, al massimo, puoi aver creato nel tuo compagno delle insicurezze su un'idea di progetto di vita assieme che lui portava con se, ora il punto è capire quanto i vostri progetti siano affini o dissimili e se il vostro amore sia il grembo dei vostri sogni o i vostri sogni abbiano generato l'illusione di un amore. Capisci cosa intendo? Se prima viene l'amore e poi nascono i sogni, i nostri piedi sono ben radicati a terra, ma se prima arrivano i sogni e poi da questi si genera l'illusione di un amore, possiamo unicamente cadere nel vuoto. L'amore non muore mai, per questo può essere un fertile terreno su cui piantare i nostri sogni e progetti. Ma se in noi vive un'idea di amore unicamente prodotta dal desiderio di realizzare i nostri sogni, cosa ne sarà di noi qualora questi non dovessero concretizzarsi? Se i nostri sogni e progetti sono semi piantati nei campi dell'amore, alcuni cresceranno e diverranno meravigliosi fiori, altri moriranno e concimeranno il terreno. Ma se i nostri sogni e progetti sono fiori comprati in un negozio, non è detto che riusciremo a trovare il terreno adatto ad accoglierli, inoltre, quando i fiori moriranno non sapremo cosa farcene della terra che li nutriva. Solo se troveremo il nostro campo interiore potremo piantare tutti i semi che vorremo senza la paura di non vederli spuntare, perché la terra non muore mai mentre i suoi frutti mutano costantemente in un eterno girotondo di colori e forme. Cara Katia, cerca di comprendere se questa vostra relazione nasce dalla terra o è il risultato di due persone che vogliono piantare l'una nel vaso dell'altra i propri diversi fiori. Cerca infine di comprendere se vuoi una relazione da cui può nascere un figlio o se vuoi un figlio. Più siamo consapevoli di ciò che vogliamo e di ciò che possiamo ottenere meno sofferenze viviamo. Un immenso augurio di maternità, ma ancor di più, un immenso augurio di trovare il tuo campo interiore eternamente fertile. Dadrim |
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Crisi interiori
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Domenica 28 Febbraio 2010 22:59 |
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Alessia ha scritto: Ciao caro Dadrim, sono Alessia, quella che aveva terribili problemi di insonnia e depressione, intanto ti voglio ringraziare perché le tue parole sono sempre un balsamo per le mie ferite interiori e trovo moltissime indicazioni utili su come cercare di curarle. Ora sto molto meglio e ho capito che non bisogna fuggire la sofferenza, ma usarla per capire meglio noi stessi ed apprezzare maggiormente la vita. D'altra parte l'estate non sarebbe altrettanto bella se non ci fosse l'inverno.
Il mio umore è molto migliorato e vivo più serenamente anche i momenti di crisi. E' un pò come nello yoga, quando devi tenere delle posizioni difficili alla fine impari a rilassarti per soffrire meno e poi con l'abitudine diventano addirittura piacevoli e così penso sia nella vita, se nei momenti difficili aggiungi anche la tensione e l'agitazione stai male due volte e non arrivi a capirne l'intrinseca bellezza. Con l'insonnia va molto meglio, da che quando non dormivo mi agitavo e mi innervosivo ed ero preda di ansia e paura, piano piano ho imparato a rilassarmi anche se non riuscivo a prendere sonno e così via via fino a che riuscivo a crollare finalmente grazie al fatto che comunque bene o male la vivevo senza angoscia. Ho notato però che quando mi capita per esempio di stare a casa in malattia o in ferie o nei fine settimana dormo molto meglio e profondo, quando invece so che devo andare al lavoro mi prende una sottile inquietudine e non capisco perché, ma ho come la sensazione che debba sempre succedere qualcosa di terribile...Ora in effetti c'è da dire che mi trovo in una situazione lavorativa non ottimale per me, in quanto devo occuparmi di vendita e consulenza di prodotti e servizi finanziari e io personalmente non sono tanto portata per le relazioni con il pubblico, né tanto meno sono un'abile venditrice...inoltre non ho avuto una sufficiente formazione per potermi sentire preparata, tranquilla e sicura di me. Perché non cambi lavoro dirai tu, ma a parte il fatto che oggi non è una cosa tanto facile, diciamo che insisto perché mi metto alla prova e cerco così di superare alcuni miei limiti e paure. Mi capita di sentirmi sempre inadeguata e anche quando magari riesco bene a fare qualcosa e sento un po' più di sicurezza in me stessa e di soddisfazione personale,il giorno dopo tutto torna come prima ( come se la carrozza si ritrasformasse in zucca di Cenerentola!) e riaffiorano nuovamente le mie angosce e paure di qualcosa di indefinito e terrificante. Ho sempre paura di fare tutto, di sbagliare, di non essere all'altezza anche se magari ho colleghi che sono pure meno preparati di me, ma che vivono il lavoro con molta più serenità. Quando poi mi trovo a fare le cose e ad affrontarle mi accorgo che in fondo non era così terribile come avevo pensato, ma poi zac! ecco che il giorno dopo , o meglio durante la notte, ricompaiono scenari terrificanti...potrebbe secondo me forse essere collegato al fatto che la morte di mio padre e di mia nonna quando ero piccola sono state da me vissute in modo estremamente tragico perché tenuta all'oscuro dei fatti reali, ho vissuto un clima di paura e incertezza perché non capivo cosa stesse succedendo. E' l'unica spiegazione che mi viene in mente, tu cosa ne pensi? Grazie e un caro saluto Dadrim ha risposto: Ciao Alessia, bentornata! Per quanto riguarda la spiegazione che ti sei data ai tuoi problemi non ho alcun modo per sapere se sia corretta o meno, ma quel che so è che le spiegazioni non sono mai risolutive. Non è attraverso la ricostruzione dei nostri eventi passati e la loro connessione, più o meno corretta, che possiamo dissolvere le sofferenze che abitano il nostro presente. Perché il nostro presente è inquieto? Per risolvere questa domanda, se usiamo il pensiero, possiamo unicamente iniziare a scandagliare il nostro passato per cercare di cogliere eventi traumatici da poter ipotizzare come causa dei nostri incubi presenti. Ma qualora dovessimo cogliere, nelle soffitte della memoria, alcuni episodi, cosa ce ne faremo poi? Quando iniziamo a pensare di aver capito, il nostro presente si modifica? Solitamente no! Il presente può modificarsi unicamente grazie ad azioni che fondano la loro realtà e forza nel presente stesso. Immaginiamo una vera e propria ferita presente sulla nostra mano, qui ed ora, che ci provoca un immenso dolore ogni volta che la muoviamo. Stranamente, immediatamente non ricordiamo la sua causa, ma dopo un po' di sforzi mentali, eccola, qualche ora prima pulendo i piatti ci siamo feriti rompendo un bicchiere nel lavello. Ora che sappiamo iniziamo a chiederci come sia potuto succedere, cosa ha determinato tale distrazione, iniziamo a chiederci come sia possibile evitare che questo dolore continui, ci chiediamo cosa possiamo fare per non sentirlo più, forse dobbiamo tornare sul lavello e rivedere la scena. Forse rivedendo il luogo del trauma il dolore della nostra ferita verrà superato. Ecco cosa succede di solito quando tentiamo di risolvere i nostri problemi. Cadiamo in un vortice di parole, di spiegazioni, di domande, di ipotesi e di tentativi astratti, speculativi senza fine e senza senso. Il guaio è che vogliamo unicamente eliminare il dolore della ferita, non vogliamo curarla veramente. Ma l'unica cosa che ci può salvare non è eliminare il dolore, ma fermare l'emorragia, magari dovendo dare anche dei punti di sutura, cosa che può ovviamente implicare altro dolore. Con queste parole voglio semplicemente dire che più ci focalizziamo sulla nostra percezione di disagio più non riusciamo a vedere ciò che effettivamente genera il disagio. Il nostro malessere è unicamente un sano segnale di allarme che il nostro organismo ci sta inviando. Il nostro malessere ci sta dicendo: “ti prego presta massima attenzione perché qualcosa è fuori posto”. Dobbiamo imparare a guardare cosa ci vuole comunicare il nostro dolore smettendo d'interpretarlo come un problema da eliminare. Se troviamo il modo di eliminare il dolore senza aver visto il messaggio che si nasconde in lui, finiremo per morire dissanguati, magari senza sentire alcun male, ma quando si è morti si è solo morti. Cosa possiamo fare allora per curare la nostra ferita alla mano? Il dolore ci avvisa che qualcosa non va... guardiamo nel presente, nel qui ed ora, cos'è e dov'è questo qualcosa che non va... poi prendiamo ago e filo e cuciamo la ferita. Il dolore rimarrà ancora per un po', ma il vero guaio è stato risolto. Solo l'azione immediata e diretta sul fatto è risolutiva, mai le speculazioni sul fatto. Trasportando tutta questa metafora nella nostra dimensione interiore, i fatti che osservi e senti sono: percezione d'inadeguatezza... angosce e paure per qualcosa d'indefinito... pura di fare tutto sbagliato, di non essere all'altezza. Questi sono i sintomi, questo è il dolore della ferita alla mano, ma la ferita qual'è, dov'è? Posso avere paura di qualcosa che non conosco? Se cade un coppo da un tetto e mi sfiora poi frantumandosi in mille pezzi quando impatta con il suolo, ho paura prima che il coppo cada o la paura nasce quando tutto è accaduto ed io inizio ad immaginare cosa poteva accadermi? Ovviamente la paura nasce solo dopo, quando il mio pensiero può proiettare qualcosa, mai prima, mai quando il mio pensiero è assente, privo della possibilità di proiezione. Le cose possono essere fatte bene o male, se vengono bene non c'è problema, se vengono male dall'errore impariamo a migliorarci. Senza errori non c'è crescita, non c'è evoluzione. Perché quando il nostro pensiero ipotizza la non riuscita di qualcosa in noi affiora la paura. Di cosa abbiamo paura? Di sbagliare? Ma perché abbiamo paura di sbagliare? Se ci osserviamo con estrema attenzione nell'esatto istante in cui tutto questo processo di proiezioni mentali ed emotive viene in essere riusciamo a scoprire sempre più cose, riusciamo a conoscerci sempre più. Ma per fare ciò non dobbiamo avere paura di guardare le nostre paure, non dobbiamo desiderare di evitare il dolore, di metterci in situazioni che ci creano disagio. Con questo non dico nemmeno che dobbiamo desiderare il dolore, ma dovremmo semplicemente provare a rimanere in disparte, leggermente distanziati dall'accadere dei fatti. In fin dei conti per poter osservare qualcosa è sempre necessaria una certa distanza. Detto questo, ciò che ci può liberare è la nostra diretta osservazione di quel che accade dentro di noi. Se ti osserverai con attenzione probabilmente inizierai a vedere che dietro la paura che crea l'idea di sbagliare hai un pensiero di te come di una persona che non si può mai permettere alcun errore, che deve sempre essere adeguata, che deve sempre essere all'altezza. Ecco allora che non hai paura di sbagliare, ma hai paura di non rispecchiarti più in quell'immagine di te che ti sei costruita o che ti hanno aiutato a costruire (ma il come e il perché sia nata non ci interessa poi tanto), e che ora subisci proprio perché non vi poni una distanza. Devi poterti rispecchiare nelle relazioni e nelle tua azioni sempre attraverso quell'immagine che vive dentro di te, ma ovviamente la realtà non è fatta per corrispondere alle nostre fantasie su noi stessi, e più comprendiamo ciò più in noi crescono ansie e paure, almeno sino a quando non troviamo il coraggio di affrontare la vita nudi, senza idee aprioristiche. Forse le cose stanno così, ma forse stanno in maniera diversa, l'unica cosa che conta è il tuo entrare sempre più in profondità nel tuo essere. Lì incontrerai faccia a faccia quel che si nasconde. Più entrerai dentro di te e inizierai a vedere direttamente i pensieri che danno origine al vortice delle tue angosce, più capirai che non v'è alcun motivo per continuare a dare energia a questi pensieri. A quel punto inizierai a distanziartene siano a quando questi perderanno la loro influenza. Noi in realtà non abbiamo mai paura del giudizio delle persone, ma abbiamo paura del giudizio che noi diamo al giudizio delle persone. Datti la possibilità di essere quella che sei, né capace né incapace, né adeguata né inadeguata, semplicemente una persona che in ogni istante vive pienamente e liberamente tutto quel che accade, con tutte le sue capacità, senza voler essere di più o di meno, senza alcune idea di come dovrebbe essere o non essere. Quando poi ti trovi a fare le cose e ad affrontarle ti accorgi che in fondo non era così terribile come avevi pensato, ma poi zac! Il giorno dopo, o meglio durante la notte, ricompaiono scenari terrificanti. Per quanto riguarda la notte sono certo che più inizierai a vedere i pensieri profondi che ti controllano durante il giorno e a distanziartene, più inizierai a dormire serenamente. Perché sogniamo? Semplicemente perché durante il giorno non ci possiamo permettere di vivere, sentire ed affrontare tutte le spinte che si muovono in noi. Più lascerai affiorare alla tua consapevolezza il meccanismo del tuo conflitto interiore e più questo svanirà dal tuo mondo onirico. Così potrai essere finalmente quella che sei smettendo di dover essere qualcosa o qualcuno. Essere se stessi significa non avere alcuna idea su chi siamo poiché di momento in momento rispondiamo alla vita unicamente grazie alla nostra sensibilità. L'essere non ha confini, la personalità è una prigione dalle mille stanze! Sono certo che con ancora un po' di fiducia e coraggio anche queste ultime antiche paure si dissolveranno. Un abbraccio, Dadrim |
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Meditazione e pratica
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Domenica 28 Febbraio 2010 19:12 |
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Qualcuno ha chiesto: Ciao Dadrim, volevo chiederti cosa si intende quando si dice che anche una corsa o una nuotata possono essere trasformate in meditazione. A me piace correre e per far divenire questo piacere una pratica meditativa che dovrei fare?
Dadrim ha risposto: Il punto centrale di ogni cosa, l'essenza di ogni pratica è sempre il risveglio della consapevolezza attraverso l'osservazione, l'ascolto, il divenire sempre più aperti, sensibili e recettivi. Le attività fisiche, se praticate con una certa disposizione interiore possono divenire dei potenti strumenti di trasformazione. Possiamo andare a correre con una amico e chiacchierare delle solite cose per tutto il tempo, perdendo la consapevolezza globale di quel che ci sta accadendo, ma possiamo anche andare a correre in solitudine, in percorsi immersi nella natura, lontani dal caos del traffico e dal suo inquinamento ottenendo enormi risultati. Possiamo nuotare per ore, ogni giorno, con una mente tutta intenta a raggiungere l'obbiettivo di vincere delle gare, ma possiamo, anche in questo caso, nuotare unicamente per il piacere dell'azione in sé e per darci la possibilità di ascoltare noi stessi in un momento di estrema apertura dato dall'agire totale che l'attività comporta. Ogni attività fisica, infatti, se praticata con una corretta disposizione d'animo, è un mezzo di trasformazione e purificazione interiore estremamente potente proprio grazie al suo accadere unicamente attraverso un coinvolgimento totale della persona nel presente. Mente, corpo, emozioni e consapevolezza agiscono contemporaneamente all'interno di un processo che destruttura il nostro usuale funzionamento, principalmente grazie alla modificazione del nostro respiro. La modificazione del nostro respiro è un potente mezzo di rottura del nostro solito e ridondante flusso di pensieri ed emozioni. Per constatare la realtà di questo aspetto ci basta fare un semplice esperimento. Quando stiamo passando un momento di tensione mentale o di disagio emotivo, se alteriamo volontariamente il nostro flusso respiratorio, vedremo che la nostra condizione varierà in pochi minuti. Questo perché ogni nostra onda di pensiero è portatrice di un certo tipo di emozione, e questa, a sua volta, si manifesta entro un certo tipo di respirazione, più o meno corta, più o meno veloce. Possiamo anche agire partendo dalla modificazione dei nostri pensieri attraverso processi di autocondizionamento e vedremo ugualmente modificarsi le nostre emozioni ed infine il nostro respiro. Questa azione è però da evitare poiché si basa unicamente sulla sostituzione di un certo tipo di condizionamento con un altro. Mi spiego meglio. Siamo stati educati a pensarci brutti, incapaci e stupidi, questo flusso di pensieri in noi scorre profondo creando un certo tipo di emozioni, queste creano un certo respiro e questo infine si ripercuote anche sul nostro organismo. Incontriamo poi un giorno uno di quei tanti personaggi che propagandano un cambiamento interiore grazie alla modificazione dei nostri pensieri. Ecco allora che iniziamo a ripeterci dalla mattina alla sera che siamo belle persone, che meritiamo l'amore delle persone, che la vita è bella, che il fallimento è solo l'anticamera del successo e altre balle del genere. In sostanza iniziamo a creare una struttura mentale ed emotiva che ci rassicura e soddisfa a cui poi aderiamo con tutta la nostra energia. Questo è un processo condizionante pari al primo, forse anche più pericoloso poiché dal primo è molto più facile desiderare la libertà. Chi si è autoconvinto di essere una persona bella, di successo, ecc., sino a quando è solo con se stesso può stare più o meno bene nel crogiolarsi fra le sue fantasie mentali, quando trova qualcuno che lo conferma va in estasi, ma quando trova qualcosa o qualcuno che contraddice i sui pensieri diviene aggressivo o cade in depressione. Sostituire dei condizionamenti mentali con altri non è mai risolutivo poiché quel che pensiamo è sempre e solo un qualcosa che ci isola dalla dimensione dell'essere. Colui che semplicemente è, non ha idee su di sé, sugli altri o sul successo e il fallimento, poiché vive fuori dai confini della mente, guidato unicamente dalla sua sensibilità interna. Cos'è il bello, cos'è il brutto, chi decide qual'è una vita di successo o una vita di fallimento? Tutte queste cose sono solo astrazioni della mente a cui aderiamo, sono le allucinazioni della nostra società, del pensiero di massa. Le nostre prigioni interiori devono essere distrutte e non sostituite con prigioni un po' più comode e belle, ma per fare questo non dobbiamo modificare in nostri pensieri con altri pensieri, non possiamo sottoporci ad un processo di autocondizionamento, dobbiamo semplicemente prendere consapevolezza dell'intera forma e sostanza dei nostri condizionamenti. Dobbiamo lasciare che le nostre prigioni interiori si riflettano completamente sul limpido specchio della nostra consapevolezza interiore, riuscendo così a vedere e spezzare quell'inganno, in cui siamo caduti, fatto di pensieri che interferiscono con il naturale flusso della vita. Non partiamo quindi dal tentativo di modificare i nostri pensieri, ma partiamo dalla possibilità di spezzare il nostro ormai consolidato flusso di pensieri ed emozioni attraverso la modificazione del nostro respiro. Se modifichiamo il nostro flusso respiratorio e ci poniamo in uno stato di consapevolezza attenta e passiva, vedremo progressivamente emergere una quantità notevole di esperienze passate rimosse, pensieri ed emozioni inconsci. Vedremo progressivamente emergere tutto il peso del nostro passato, tutte quelle forze sotterranee da cui siamo solitamente comandati e guidati. Mentre corriamo in solitudine, se teniamo un atteggiamento interiore di estrema sensibilità a tutto quel che ci sta accadendo, mantenendo una consapevolezza vigile ma non focalizzata su nulla, vedremo che la nostra consapevolezza a volte sarà coinvolta nell'ascolto del battito cardiaco, del respiro, delle tensioni muscolari, altre volte vedrà affiorare pensieri ed emozioni. Praticando con costanza e pazienza in questo modo, tutto il nostro pus interiore verrà espulso sino a quando torneremo ad avere una limpida percezione di noi stessi e del mondo. Le attività fisiche possono quindi essere degli ottimi mezzi di purificazione e trasformazione poiché permettono d'essere consapevoli durante un'azione totale e destrutturante. Lo stesso risultato si può comunque ottenere anche grazie a pratiche totalmente incentrate sul respiro e che quindi non necessitano di uno sforzo fisico troppo intenso. Una di queste è il Rebirthing o molti esercizi di Yoga che lavorano proprio sulla respirazione. Concludendo, l'essenza di ogni cosa sta nel trovare mezzi, sentieri e stratagemmi capaci di destrutturare la nostra gabbia mentale ed emotiva per permettere alla nostra consapevolezza di penetrarla e dissolverla. Il respiro è un potente strumento che può essere utilizzato partendo dal corpo, con attività fisiche più o meno intense, o agendo direttamente su questo. Se ami la corsa cerca di farla lasciandoti totalmente trasportare dalla totalità dell'azione, lascia che la tua consapevolezza senta, veda e osservi fluidamente tutto quel che accade. Come lentamente i muscoli si sciolgono nello sforzo, così lascia che il tuo centro di controllo interiore, esercitato dal pensiero, divenga fluido, libero, non gestito. Le cose accadranno da sole... Un caro saluto, Dadrim |
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Crisi interiori
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Mercoledì 24 Febbraio 2010 19:48 |
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S. ha scritto: Ciao Dadrim, ho deciso di contattarti perché è da un po' che ho dei problemi interiori. Quando sono in mezzo alla gente non mi sento più a mio agio, infatti, mi capita di sudare notevolmente sotto le ascelle e quando inizio un discorso a volte mi trema perfino la voce. E' cominciato tutto un anno e mezzo fa circa, anche se forse mi era già capitato leggermente in precedenza ma non intensamente come ora. Ho 19 anni e non riesco a capire cosa abbia scaturito in me questa sensazione di inadeguatezza. Un anno fa oltre a prepararmi per la maturità e scegliere l'università da fare, che sono certo che alla mia età può essere un cambiamento non da poco, ho realizzato che mia madre, già separata da mio padre 10 anni fa, si sta riseparando dal suo nuovo marito con il quale a una bambina di 5 anni (dico realizzato perché mi ero già accorto che non andavano troppo d'accordo ma non avevo capito la gravità della cosa). Questo ha generato notevoli conflitti in famiglia, che già di suo è molto incasinata (ho anche i nonni separati), con anche alcuni problemi economici: quindi è circa un anno che in casa si respira un clima pesante e sembra che nessuno si voglia bene. Io, dopo molti tentativi di riappacificare le cose, di cercare di risolvere la situazione, mi sono chiuso in me stesso. In un certo senso ho odiato la mia famiglia, sopratutto mia madre, perché non è come le altre e mi metteva in una situazione troppo grande per me. Per risolvere questo mio malessere ho cominciato a leggere vari libri che potessero aiutarmi (per es. Antony De Mello, Dalai Lama e cose simili) e a provare tecniche di rilassamento come la meditazione, ma ho ottenuto risultati quasi nulli. Ora sto cercando di cominciare a ritrovarmi con mia madre (sembra strano ma mi ero isolato realmente in casa cioè non parlavo con nessuno al di fuori del dire ciao e poco altro), anche se non posso convivere con tutta la mia famiglia in quanto è divisa in fazioni in lite che ho rinunciato a riunire. Potresti darmi qualche consiglio su come io posso liberare la mia mente da questa tensione, da questo mio non sentirmi a mio agio. Non riesco a distrarmi con gli amici, anzi, sono nervoso anche mentre sono con loro. Ho perso la mia naturale capacità di stare in mezzo alla gente e quindi sono a disagio e finisco anche per rattristarmi. Quando vado in discoteca e bevo qualche drink questa tensione mi passa, ma non posso bere sempre per togliermi questa tensione. Spero che tu riesca a darmi qualche consiglio su come risolvere questa situazione, su come io possa tornare ad essere a mio agio in mezzo alla gente e magari ad esserlo anche più di quanto lo sia mai stato. Ti saluto.
Dadrim ha risposto: Caro S., la difficile situazione che stai passando non può fare altro che creare quelli che tu chiami problemi interiori. Da quel che mi racconti sembra tu sia cresciuto all'interno di una storia famigliare che ti ha insegnato che i problemi nelle relazioni non si risolvono, non si superano, non danno la possibilità di crescere in armonia e consapevolezza, ma spezzano, dividono, allontanano e isolano le persone. Sembra inoltre che tu ti sia fatto carico di tutto questo dolore e di tutta questa incapacità di comunicare e ascoltarsi. “...dopo molti tentativi di riappacificare le cose, di cercare di risolvere la situazione, mi sono chiuso in me stesso... la mia famiglia in quanto è divisa in fazioni in lite che ho rinunciato a riunire.” Quel che mi sento di dirti è che tu in tutta questa faccenda non hai nessuna responsabilità e men che meno la possibilità o il dovere di sistemare le cose. Ma è inevitabile, i figli, ognuno a modo suo, si fanno sempre carico della sofferenza dei propri genitori, finendo unicamente per gravare le loro giovani spalle di pesi antichi. A volte separarsi è un atto di saggezza, ma unicamente se questo nasce dalla comprensione delle dinamiche che determinano un'incompatibilità. Il più delle volte le relazioni non terminano veramente ma divengono un campo di battaglia su cui scaricarsi reciprocamente tutti i nostri guai interiori irrisolti. La tua famiglia non è strana, non è molto diversa da moltissime altre, anche di quelle tante che rimangono insieme unicamente per reggere una facciata che nasconde paure profonde, abitudini insormontabili o miseri interessi e opportunità. Come credi che vivano i figli di queste famiglie apparentemente “giuste”? Forse anche peggio di coloro che hanno genitori apertamente in conflitto, poiché là dove una guerra è esplicitata perlomeno ci si può attrezzare per sopravvivervi, e nessuno fa finta che nonostante quotidianamente ci si torturi a vicenda vi sia comunque una sorta di amore perché legittimato dalle carte di un comune o di una qualche chiesa. Il problema non sta nello stare assieme o nel separarsi ma nel come si sta assieme o ci si separa, da quel che si impara nell'attraversare un dolore. Vi sono persone che trovano un nuovo equilibrio e riscoprono un vero amore proprio dalla distanza che una separazione può generare, vi sono individui che nella vicinanza scoprono modi e forme per vincere i propri egoismi e le proprie difficoltà di comunicazione, vi sono poi persone che si torturano sempre e comunque unicamente perché non hanno ancora capito che amarsi non significa pretendere dall'altro quel che vogliamo, ma aiutarsi reciprocamente a scoprire in noi stessi quel che ancora non conosciamo. Guarda la tua famiglia per quello che è, non volerla cambiare non condannarla per quel che non è riuscita a superare. Permettiti di sentire dentro di te tutta la rabbia, l'odio e la solitudine che possono, più o meno involontariamente, averti procurato. Lascia che questa ferita sia esposta al sole e al vento, solo così potrà cicatrizzarsi. Cerca di condividere i tuoi sentimenti e i tuoi pensieri, permettiti di esprimere la tua voce, fallo con chi ritieni più adatto, ma fallo. Ciò che teniamo rinchiuso nelle cantine del nostro cuore continuerà ad urlare e a tormentare la nostra quiete interiore sino a quando non gli daremo ascolto. Come puoi liberare la tua mente da questa tensione? Il tornare a parlare con tua madre può già essere il primo passo. Se riesci cerca di condividere con lei quel che hai vissuto e che stai vivendo, trova il coraggio e la forza di condividere il tuo punto di vista, le tue emozioni, e con altrettanta apertura cerca di comprendere il suo dolore, come e quando sono nati i conflitti. Cerca di fare questo con l'unico intento di trovare una comunione fra anime, lascia perdere le colpe e le responsabilità, sono solo inganni della mente. Cerca unicamente di comprendere e di farti comprendere. È solo grazie alla comprensione che possiamo bruciare le scorie del passato e trovare così la forza per vivere pienamente il presente. Anni di relazioni difficili irrigidiscono e intossicano il nostro corpo, pertanto, una buona cosa da fare è praticare uno sport con intensità e assiduità. La pratica fisica aiuta a sciogliere quelle tensioni muscolari che a causa del loro essersi generate con lentezza non siamo nemmeno coscienti di avere. Non so se ti sei mai accorto ma quando siamo vicino a delle persone che litigano inconsapevolmente iniziamo a contrarre alcune parti del nostro corpo, forse quelle che sentiamo più vulnerabili alla carica emotiva negativa cui siamo esposti. La continua esposizione a situazioni di stress emotivo crea un'abitudine, un modo di stare nel nostro corpo fisso, non più fluido e capace di variare in base alla diverse condizioni ambientali. Ecco allora che ci può succedere che quando siamo in relazione con altre persone iniziamo a sentirci tesi anche se non v'è alcun motivo. Da questa condizione facilmente entra poi in gioco il pensiero, con tutte le sue valutazioni, ansie e desideri. La mente inizia a chiedersi: cosa succede, come posso uscire da questa condizione, guarda come sono ridotto, ecco che non riesco più a stare nemmeno in un semplice relazione fra amici... Così viene in essere un circolo vizioso di tensione dal quel ci pare di non uscire più, la voce trema, sudiamo, siamo sempre più irritati e scontenti... Ma le cose come sempre accade sono ben più semplici di quel che pensiamo. Lascia perdere il pensiero, non ti risolverà proprio nulla, lavora più sul tuo corpo, sulle tue emozioni e sulle tue abitudini. Esprimiti, lasciati andare, cerca luoghi e relazioni dove ti puoi sentire il più possibile libero, accettato e sereno. Danza, canta, corri, nuota, ama, cammina nell'erba a piedi scalzi, rimani ad osservare la corrente di un fiume quando viene il tramonto! Tieni la mano di un'amica mentre passeggiate senza alcun motivo se non quello di sentire il calore di questa vita che scorre fra di voi! Se poi nascono altri motivi meglio... Crea un'abitudine inversa a quel che sino ad oggi hai passato, se per anni sei vissuto nel conflitto, nel silenzio e nella tensione, ora, consapevolmente vivi dimensioni armoniche, di dialogo, rilassate. All'inizio forse ti sarà un po' difficile, ti sentirai un po' goffo, ma è normale, è solo questione di tempo, di prendere confidenza con una dimensione di vita che sino ad ora ti è sfuggita. Lentamente vedrai che questo tuo nuovo modo di stare al mondo e nelle relazioni inizierà a seguirti come un ombra anche nelle situazioni più difficili. Un'ultima cosa, quando passi delle buone giornate e dei bei momenti, alla sera prima di dormire, rilassati completamente e abbandonati al sentire la bellezza che porti in te (nel sentire, non nel frullare con la mente!). Quando poi ti svegli al mattino, dopo esserti lavato la faccia, rimani due minuti di fronte allo specchio a fissare il tuo volto, non fare smorfie, non lasciarti andare a commenti tipo: sono pazzo ad ascoltare quello scemo del blog, ma guardo cosa mi metto a fare, ecc.. Se qualcosa ti passa per la mente lasciala passare, fregatene, tu rimani lì per i tuoi buoni due minuti. Questo è un semplice trucchetto che ci può aiutare a rimanere più consapevoli di noi durante la giornata. Con un po' di pazienza, fiducia, costanza e coraggio la tua naturale capacità di stare al mondo e nelle relazioni rinascerà, non ho alcun dubbio. Fra un po' di tempo fammi sapere come vanno le cose. Dadrim |
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Sull'amore e le relazioni
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Mercoledì 24 Febbraio 2010 15:10 |
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Nadia ha scritto: Sono madre da 29 anni e ho un figlio meraviglioso, ed è proprio a causa della sua sensibilità e creatività che ha attraversato un periodo molto delicato che lo ha lasciato molto fragile. Io gli sono potuta stare solo vicino e dargli tanto amore, e lui, con la sua consapevolezza, ne è uscito, ma ti voglio comunicare quanto mi sono sentita impotente e mi sento ancora impotente di fronte alla sua dipendenza dal padre dal quale mi sono allontanata dopo tanta sofferenza, ma ho potuto capire tutto questo solo quando non ero più nella scena e guardavo tutto da lontano, come se non mi appartenesse più. Questo a volte mi fa stare male e mi sembra di avere lasciato mio figlio in balia di una tempesta, ma i messaggi che gli mando e il mio amore spero che lo portino fuori. Spero che tu, Dadrim, mi possa dare la tua opinione.
Un abbraccio Nadia Dadrim ha risposto: Da quel che mi racconti tuo figlio ha ormai 29 anni ed è una persona sensibile e creativa. Essere sensibili, dal mio punto di vista, significa avere la capacità di percepire i significati e gli stati emotivi che determinano le nostre relazioni, sia nell'effetto che provocano nel nostro mondo interiore che in quello di chi ci sta accanto. Essere sensibili significa quindi vivere esposti alla realtà della vita, senza volerla manipolare e deformare in base ai nostri bisogni di sicurezza. Essere sensibili significa non aver potuto o voluto creare tutta quella serie di difese mentali ed emotive che permettono alla maggior parte delle persone di vivere relativamente immuni al dolore, ma pertanto prive di ogni possibilità di crescere in bellezza, armonia e saggezza. La sensibilità di un bambino è un dono innato che va preservato in ogni modo, è la caratteristica umana fondamentale, ma questa nostra peculiarità non può essere semplicemente mantenuta, poiché in questo caso ci potremmo trovare, un giorno, di fronte ad un adulto fragile, insicuro ed esposto a quella perpetua sofferenza che si genera nell'incontro fra un'anima inconsapevolmente sensibile e un mondo “astutamente ottuso”. La nostra sensibilità deve crescere parimenti alla nostra consapevolezza di noi stessi e delle "furbizie dell'ignoranza umana". È quindi fondamentale spronare la persona al viaggio di scoperta di quella dimensione a lei interiore, quella dimensione dalla quale è unicamente possibile rimanere aperti e sensibili al mondo senza esserne corrotti o distrutti. Quando un individuo prende “confidenza” con la bellezza, la vastità e la potenza del suo spazio interiore, la miseria di chi lo circonda, con tutta la sua cattiveria e necessità di succhiare energia vitale, viene vista, sentita, riconosciuta, ma non più subita. Ecco allora che la nostra sensibilità si esprime massimamente, divenendo per noi un limpido specchio su cui si riflette la realtà che ci circonda e grazie al quale possiamo interagire creativamente con le sfide della vita. Ma se la nostra sensibilità è da noi percepita come la superficie di un lago nel quale ogni volta che ci rispecchiamo vi cadiamo dentro, lo smarrimento e la confusione saranno inevitabili. Dico questo unicamente per sottolineare quanto sia importante riuscire a mantenere la capacità di sentire pienamente le cose e quanto sia altrettanto importante trovare in noi quel centro dal quale è possibile gestire poi la forza degli eventi senza subirli. Mi parli della dipendenza di tuo figlio dal padre. Quel che ti posso dire è che per me il problema non è tanto il padre ma la disposizione d'animo ad essere dipendente di tuo figlio. Questo padre può anche essere una figura disturbante, ma qualunque figura, alla lunga, diviene disturbante se ne siamo dipendenti, e la dipendenza è spesso il risultato a cui approda un'anima sensibile che non è ancora riuscita a trovare in se stessa quello spazio di quiete ed equilibrio necessario per affrontare le tempeste delle vita senza finire sempre in mare fra le onde. Tu stessa dici che hai potuto capire tutto questo solo quando non eri più nella scena (nella tempesta) e guardavi tutto da lontano, come se non ti appartenesse più. Credo che questo sia il passo che lentamente dovrà fare anche il tuo ragazzo, ma considerando che tu stessa , la madre, sei riuscita a farlo per prima, sono certo che questa disposizione d'animo avrà, nel tempo, un forte riverbero anche in tuo figlio. Ritengo sia ora fondamentale che tu non focalizzi la tua attenzione sulla relazione che tuo figlio vive con il padre, per quanto questa possa essere nociva, poiché da lui questo potrebbe essere vissuto, più o meno consapevolmente, come un dover scegliere con chi schierarsi: con te o con il padre. E questa scelta per un figlio è sempre e comunque devastante. Se il tuo amore e la tua consapevolezza lo sapranno guidare verso la scoperta del suo centro interiore, verso la piena consapevolezza del dolore che inevitabilmente nasce dall'essere dipendenti da qualcuno, bello o brutto, buono o cattivo che sia, sono certo che autonomamente scoprirà i modi e le forme per gestire liberamente e serenamente il suo rapporto con le persone, padre compreso. Per fare ciò dobbiamo però essere riusciti a trovare in noi stessi quella dimensione di giusta distanza nelle relazioni, evitando così di curare una dipendenza creandone un'altra. L'amore non crea dipendenza, ma come un fuoco perpetuo arde vicino al cuore di chi ci sta accanto, riscaldandolo e guidandolo lungo quelle tortuose e spesso dolorose strade che ognuno di noi deve attraversare per riuscire a trovare il luogo del suo personalissimo focolare interiore. L'amore, nella mia percezione delle cose, non è mai una guida direttiva, non è una strada ben tracciata da potenti lampioni con infiniti cartelli stradali e magari con una guida per ciechi che ci prende in braccio e ci porta alla meta, ma è più simile ad un faro che nella notte aiuta i capitani delle navi ad entrare autonomamente nel porto. Credo infatti che la nostra esistenza trova significato non tanto nel tornare a casa, nel rientrare in un porto sicuro, questo sarebbe un po' come far ritorno all'utero materno, ma nell'imparare ad aprire gli occhi e sapersi muovere anche nelle situazioni più difficili. Quando questo è accade, tornare a casa sarà un gioco da ragazzi e avrà un bellezza incommensurabile, poiché torneremo come esseri innocenti e saggi e non più solo come innocenti bambini sempre esposti alla possibilità d'essere corrotti. Ti auguro con tutto il cuore di poter essere sempre un potente faro per il tuo ragazzo e per tutte le persone che incontrerai lungo la tua via. Con affetto, Dadrim |
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Società e condizionamenti
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Mercoledì 24 Febbraio 2010 00:18 |
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Betty ha scritto: Caro Dadrim, io mi chiamo Elisabetta e vorrei avere un “confronto” con te riguardo i rapporti sociali nei quali ci scontriamo tutti i giorni e di cui ne gioiamo e ne soffriamo, dipende dalle situazioni. Io delle volte ho la sensazione di essere molto"strana" confrontandomi con la maggioranza delle persone, ho la sensazione netta di essere io la malata, malata di serietà , di rispetto, di sensibilità e voglia di sapere. La maggioranza vive una vita fatta di casa e lavoro, e non hanno ambizione di conoscere, viaggiare, sapere o prendere conoscenza di nuove culture, religioni. Delle volte sto male sapendo che vedrò e capirò molto poco di tutto quello che il mondo, meraviglioso, mi può trasmettere nel senso di "conoscenze", e so che il bagaglio di vita alla fine sarà molto piccolo, ma l'unica cosa che non voglio fare è farmi condizionare da i mass media, cercherò fino all'ultimo di ragionare su quello che è giusto o sbagliato, anche se delle volte è difficile.
Un saluto, Betty Dadrim ha risposto: Cara Betty, la maggior parte delle persone non vive ma vegeta, accetta tutto quel che gli viene raccontato, fatica e lotta per raggiungere obbiettivi che sono unicamente il frutto di un adeguamento ad un pensiero comune. Se ci accorgiamo di tutto ciò significa che in noi qualcosa si sta risvegliando o forse che quella nostra piccola vocina interiore è riuscita a non farsi completamente zittire nonostante tutto intorno a noi, sin dal nostro primo giorno di vita, abbia lavorato per sopprimerla. Dal mio punto di vista il problema comunque non sta nel vivere fra casa e lavoro o girare il mondo e conoscere mille culture e religioni, il vero problema sta nel scegliere se vivere scoprendo chi siamo o vivere ignari di noi stessi. Sai, ho conosciuto persone molto ignoranti, cioè prive di cultura, ma estremamente sensibili, serene, semplici e capaci di grande introspezione, empatia e cura di sé, ma soprattutto degli altri. Ho poi conosciuto troppe persone che hanno avuto tutte le possibilità di studiare, viaggiare, conoscere tutto quel che oggi è investigabile, ma nonostante ciò le loro menti e i loro cuori sono aridi, insensibili, oscuri, astuti, complessi, quanto stupidi e pericolosi. Possiamo girare il mondo e studiare l'intera enciclopedia, ma se non spendiamo altrettante, se non maggiori, energie per scandagliare l'animo umano, in primis il nostro, tutto risulterà vano. Tu dici: “Delle volte sto male sapendo che vedrò e capirò molto poco di tutto quello che il mondo, meraviglioso, mi può trasmettere nel senso di "conoscenze", e so che il bagaglio di vita alla fine sarà molto piccolo”. È vero, se ricerchi unicamente la conoscenza esteriore morirai con un bagaglio molto piccolo, ma infondo tutti noi moriamo con un bagaglio estremamente piccolo. La conoscenza è infinita, quel che oggi sappiamo domani sarà superato, e così per sempre. Questo è il processo dell'evoluzione scientifica, del sapere umano sui fenomeni dell'universo. I grandi intellettuali, scienziati o viaggiatori che oggi vivono su questo pianeta moriranno sicuramente molto più ricchi di conoscenze di quanto lo potremmo essere io e te, ma anche loro rispetto alla vastità del mistero dell'esistenza, lasceranno questo mondo stringendo fra le mani un granello di sabbia. Cosa diversa vale per chi ricerca la conoscenza di sé, poiché costui può solo morire ridendo e danzando perché dentro di noi non v'è un'infinita conoscenza che sempre ci sfugge, ma v'è un infinito di cui possiamo diventare parte. Per quanto riguarda i mass media, nel momento in cui iniziamo a vivere più consapevoli di noi stessi non possono più esercitare alcun effetto sulla nostra vita se non quello di apparirci come un film comico di pessimo gusto per cui non vale la pena di perdere tempo. Per me la questiono più rilevante non è ragionare su ciò che è giusto o sbagliato, ma il scegliere se vivere dentro di noi o fuori di noi. P.S.: la vita è veramente meravigliosa. Conoscere, viaggiare, studiare... sono tutte cose che costano denaro. Conoscere se stessi invece è completamente gratis!!! Questa si che è vera democrazia! Come amo questa vita, così equanimamente indifferente a tutti i nostri giochi di potere!!! Un abbraccio, Dadrim |
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Meditazione e pratica
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Lunedì 22 Febbraio 2010 19:36 |
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Domanda: Nelle meditazioni attive di Osho, in alcune ci si deve fondere con ciò che si sta facendo, cioè in una meditazione si deve danzare totalmente divenendo la danza e non uno spettatore, poi c'è la meditazione dinamica in cui invece bisogna essere un osservatore. Allora mi chiedo che differenza c'è tra questi due metodi? Sono due metodi differenti che portano allo stesso fine, oppure sono due cose diverse? Oppure servono entrambi e bisogna iniziare prima con uno e poi con l'altro? Si dice anche che nelle azioni tipo il correre, il camminare, il danzare, oppure semplici azioni quotidiane, bisogna appunto entrare nell'azioni tanto da dimenticarsi di se stessi così che rimanga solo l'azione. Poi ho letto anche, invece, che bisogna essere consapevoli dell'azione, per esempio, prestare attenzione al contatto dei piedi con il suolo mentre si cammina o all'aria che incontra il corpo. Anche in questo caso sono confuso, mi chiedo: nelle mie azioni quotidiane devo essere totale tanto da dimenticarmi di me stesso oppure devo pormi come un osservatore delle cose? L'osservazione distaccata vale solo per pensieri ed emozioni o anche per il corpo? Mentre per esempio cammino o mangio devo essere totale (anche se non riesco perché mi distraggono molti pensieri e preoccupazioni) oppure devo prestare attenzione al cibo ai movimenti che compio eccetera, o ancora, devo osservarmi come se fosse il corpo che mangia? In queste azioni quotidiane se osservo i pensieri mentre compio l'azione può darsi che mi disconnetto dal presente? Quindi è giusto o sbagliato?In poche parole da dove dovrei iniziare per essere totale in ciò che faccio e innocente come un bambino che compie le azioni, appunto, in totalità?
Risposta di Dadrim: Caro Manuel, più approfondirai attraverso una pratica quotidiana costante uno qualunque dei metodi che mi riporti, più comprenderai a livello esperienziale la tua realtà interiore. Se non mollerai “il sentiero” comprenderai per tua esperienza diretta perché a volte viene detto di osservare mentre altre volte di gettarsi totalmente in una azione. Vedrai con i tuoi stessi occhi cosa significa divenire sempre più totali e radicati nell'istante presente, privi di pensieri, sotterfugi e contraddizioni come sono i bambini appena vengono al mondo. La nostra esperienza personale e diretta è l'unica cosa che conta, poiché anche se qualcuno fosse abile con le parole e ci spiegasse per filo e per segno ogni cosa, noi non ne ricaveremmo niente se poi non entrassimo in noi stessi a fare esperienza reale delle cose. Il rischio più grande è sempre quello di divenire dei grandi conoscitori della letteratura spirituale senza avere la minima conoscenza reale di se stessi. Sai, capire sulla carta e ricordare tante cose non costa poi molto, cosa ben diversa è invece l'entrare veramente in noi riuscendo a compiere il viaggio che ci porta dall'incoscienza alla consapevolezza. Capire le cose a livello intellettuale è come prendere una carta geografica e rendersi conto della distanza che separa il polo nord dal polo sud, vedere i continenti che vi sono lungo il percorso, i diversi tipi di territorio, i possibili ostacoli e così via. Fare esperienza diretta significa invece prendere la carta geografica che qualcuno ci ha dato e che con fiducia abbiamo ricevuto e partire per il lungo viaggio con i nostri piedi. Fatta questa dovuta premessa cercherò di rispondere alle tue domande consegnandoti qualche altro pezzo della mia piccola, ma personale, cartina geografica, che ho disegnato nel tempo mettendo, con estrema fatica ed attenzione, un piede dopo l'altro, a volte aiutato da qualcuno, molte altre solo e disperso fra i deserti e le foreste del mio mondo interiore. Viene detto di osservare i pensieri, le emozioni, il corpo, ecc, mentre altre volte viene detto di gettarsi totalmente nell'azione dimenticandosi completamente di se stessi. Queste affermazioni non sono per nulla contraddittorie, sono solo i due estremi di uno stesso processo: il processo di dissolvimento della nostra limitata e isolante personalità, più spesso detta semplicemente ego. Per comprendere il perché l'osservazione attenta e passiva, nel fine, non si differenzia da una pratica di abbandono totale in attività corporee, è necessario fare alcune puntualizzazioni sulla struttura del nostro ego. Potrei anche dirti pratica un'attività e non farti troppe domande perché praticando scoprirai, ma nella mia esperienza personale ho visto che quando la mia mente non riusciva più a trovare un senso a quel che facevo lentamente mi logorava nella volontà e nella costanza sino a farmi fermare. Ora la mia mente può pure dire quel che le pare poiché ho compreso che il desidero di comprendere, ad un certo punto del viaggio, non è più una nave che ci porta lontano ma una pesante ancora che ci impedisce di spiccare il volo. Voler capire è solo l'inizio, poi giunge un momento in cui la nostra consapevolezza intuisce i limiti stessi del comprendere mentale e inizia a sviluppare una fiducia e trovare un significato per quel qualcosa che non ha più alcuna ragione. Ritengo quindi sempre e comunque fondamentale il passaggio attraverso il pieno esercizio della ragione poiché questo previene il rischio di cadere in tutti quei credo e quelle fedi che sono solo figli della paura e dell'ignoranza. Tornando alla nostra struttura di personalità va detto che ogni nostro guaio nasce dal fatto che in noi esiste un centro condizionato per mezzo del quale ogni nostra emozione, azione e pensiero vengono manipolati, deformati o totalmente creati. Questo centro, che solitamente chiamiamo ego, cos'è e come nasce? L'ho già ampiamente descritto in altri momenti, ma un ulteriore passaggio non fa mai male, magari oggi vedo cose che ieri non vedevo. La consapevolezza del bambino è uno specchio limpido, non è sporcata da esperienze, memorie, è limpida e riflette ogni cosa, sia quel che accade nel mondo fuori, sia quel che accade nel suo mondo interiore. Il bambino è totalmente immerso nel presente, non conosce passato ne futuro, non ha ambizioni, non ha idea di sé. Questa è la sua magnificenza ma anche il suo limite. Il bambino è un dio inconsapevole, vive in una condizione estatica ma non lo sa, poiché non ha idea di se stesso, non ha idea del mondo. Lentamente, crescendo, il bambino, rispecchiandosi nelle relazioni con chi gli sta accanto, inizierà ad accumulare una serie di esperienze fatte di piacere e dolore. Inizierà poi ad acquisire una serie di idee su quel che è giusto e sbagliato, su quel che si può fare e non fare, su chi è lui, cosa dovrebbe diventare, che mete dovrebbe perseguire, in che modo, in che tempi, in che luoghi. Lentamente la consapevolezza del bambino viene imbrigliata all'interno di una serie di confini emotivi e mentali. Ecco allora che si genera quella che chiamiamo coscienza. La coscienza non centra nulla con la consapevolezza, poiché è un fenomeno generato dalla risposta ai condizionamenti del mondo esterno. Quanti genitori ripetono in continuazione ai loro figli cose come: sei una peste, sei un angioletto, sei il bambino bravo della mamma, sai che così fai soffrire la nonna e menate varie... Tutte queste semplici affermazioni hanno dei potentissimi condizionamenti più o meno impliciti. Per essere il bambino bravo della mamma quando sei a scuola devi rispondere in un certo modo, quando ci sono ospiti a cena in un altro, quando si va dallo zio in un altro ancora... Ecco che la coscienza si forma, ecco che la consapevolezza del bambino sta per essere imbrigliata in mille richieste, paure, ricatti e credenze. Capisci cosa intendo? Capisci la differenza fra consapevolezza e coscienza? Durante un pranzo interminabile, come spesso sono quelli degli adulti, un bambino, dopo aver pazientemente ascoltato le varie discussioni fra i sui genitori e gli ospiti, ad un certo punto, esclama: “Mamma, andiamo a giocare al parco, qui è una noi mortale, non trovo nessun divertimento nelle vostre storie!" Per il bambino tutte quelle chiacchiere sono storie noiose, ma per gli adulti sono grandi verità e come spesso accade, con tono irritato e sgarbato qualcuno riprende il bambino dicendogli che non può capire perché sono cose da grandi e che deve rispettare gli adulti. Perché il bambino perde la capacità di fare affidamento sulla sua consapevolezza e accetta i condizionamenti del mondo estero? Semplicemente perché il bambino non sa quanto sia d'inestimabile valore la sua limpida capacità di percezione, la sua intelligenza non ancora imbrigliata alle assurdità della cultura che lo accoglie, perché ha piena fiducia nei suoi genitori e nelle persone a cui questi lo affidano, perché ne va della sua sopravvivenza dato che non conosce nulla del mondo e coloro che lo curano sono tutto per lui. Noi adulti non abbiamo ancora capito quanto poco basterebbe per rendere un bambino autonomo e forte, forse perché fare ciò vorrebbe dire non poterlo spingere a divenire quel che noi vogliamo. Ma infondo non si sono mai visti dei carcerati che abbiano saputo far nascere qualcuno fuori dalle mura della loro prigione. La nostra coscienza divine quindi il centro attraverso cui controlliamo ogni nostra azione, ogni sentimento, ogni pensiero, ogni relazione e incontro con il mondo, ma poiché la nostra coscienza non è altro che una serie di idee e comportamenti presi in prestito o assimilati a forza, le nostre vite divengono un triste campo di battaglia fra quella spinta vitale innata che ancora brucia nelle nostre profondità e quella forza coercitiva che da fuori ci è stata imposta. Se ci osserviamo con attenzione vediamo come in noi continuino a scorrere sullo schermo della nostra mente pensieri in conflitto fra loro, spinte emotive in contraddizione, momenti di pura confusione, stati d'ansia, panico o disperazione, quanto superficiali momenti di felicità dati dal vano raggiungimento di alcune di quelle mente che tanto ci hanno indottrinati a raggiungere. Che bello essere felici perché si ha appena fatto un bel mutuo per una casa o per una promozione sul posto di lavoro o per una bella macchina nuova, un vestito o una nuova fotocamera, peccato poi che con le persone che ci circondano non riusciamo ad essere sereni per più di ventiquattro ore e men che meno riusciamo ad essere sereni per più di due ore quando rimaniamo soli con noi stessi. La consapevolezza percepisce di momento in momento lo stato di fatto delle cose, la totalità del presente, e partendo da questa percezione risponde liberamente e creativamente. Un individuo consapevole non ha idea di sé, poiché non si muove partendo da idee aprioristiche o emozioni fissate in memoria e perennemente latenti. Quando sviluppiamo un atteggiamento di osservazione attenta e passiva cosa stiamo tentando di fare? Stiamo semplicemente tentando di prendere le distanze dalla nostra personalità condizionata, stiamo creando una distanza fra colui che guarda e la cosa osservata affinché si possa giungere al punto in cui la nostra consapevolezza torna ad essere in grado di rispecchiare le cose per quel che sono e, attraverso la sua innata capacità d'intuizione, possa definitivamente liberarsi, tornando così a scorrere limpida e serena con il fiume della vita. Osservare non significa pensare, non significa fissarsi nell'ascolto di una qualche emozione più o meno gradevole, ma significa abbandonare ogni forma di controllo, giudizio, intromissione. Significa rimanere in disparte e lasciare che il nostro fiume interiore si esprima in qualunque modo voglia farlo. Lento e tranquillo, tremendo perché in piena, maleodorante perché stagnante: tutto va bene, perché tutto ciò non è più affare nostro, tutto ciò è solo l'effetto di quel processo di indottrinamento e condizionamento a cui siamo stati esposti. Osservare significa stare come morti dentro di noi mentre la sconvolgimento del nostro vulcano interiore si esprime sino ad esaurimento, e grazie a questo porsi in modo passivo, ma vigile, la lotta fra pensieri ed emozioni in contraddizione cessa e la pace interiore viene riconquistata. Si torna così ad essere come bambini, e sottolineo il come, poiché il bambino viveva nella beatitudine di una consapevolezza potenziale limpida e originaria, ma non avendo alcuna esperienza era destinato a perderla. Ora invece, niente e nessuno potranno sottrarci questa consapevolezza riacquisita poiché abbiamo attraversato tutto il dolore e la fatica del conoscere, del crescere e del comprendere, sino a ritornare a noi stessi. Cosa accade invece quando ci abbandoniamo totalmente a delle attività corporee? È lo spetto processo, solo che il primo parte della consapevolezza e poi lentamente arriva ad ogni dimensione del nostro essere. Osserviamo il corpo, i pensieri e le emozioni, e lentamente vediamo le tensioni fisiche sciogliersi, poi i pensieri diminuire, poi le emozioni indebolirsi nella loro forza dominante. Quando ci abbandoniamo totalmente ad una attività fisica, sino a raggiungere un punto di perdita totale del controllo su noi stessi, la nostra coscienza perde la sua capacità di mantenerci entro i limiti dei suoi condizionamenti e tutto quel che è stato represso, negato o confinato emerge alla luce della consapevolezza. L'attività fisica viene portata sino alla nostra massima capacità d'intensità, poi solitamente ci si arresta e si rimane in quello stato di rilassamento. Se osservi bene la dinamica di queste pratiche vedi come anche qui l'obbiettivo sia portare la persona in quella disposizione interiore da cui è possibile rimanere semplicemente in osservazione, in ascolto, senza più manipolare, pensare, controllare. Che si parta dall'osservare quel che si fa o che si parta dall'abbandonarsi totalmente ad una qualche azione per poi lasciare che l'osservazione accada, il fine è sempre lo stesso: permettere alla consapevolezza di rispecchiare totalmente la nostra struttura interna condizionata e limitante, affinché questa venga pienamente vista, compresa e trascesa. Per qualcuno è più indicato l'approccio dell'attività catartica e poi dell'ascolto, per qualcun altro è più adatto l'approccio dell'ascolto e dell'osservazione sin da subito. Nessuna via è meglio dell'altra, nessuna via e più veloce dell'altra, tutto dipende unicamente dall'intensità che vi mettiamo, da quanto siamo onesti e determinati. Uno dei libri che più amo è “Il libro arancione. Tecniche di meditazione”, di Osho.” In questo testo puoi trovare tutte le tecniche che desideri. Il mio consiglio è: scegline una, quella che senti più naturale e semplice, e poi dimentica tutto il resto, non frullare troppo con la mente perché questo è uno dei trucchi più sottili con cui ci freghiamo sempre. Il nostro pensiero vuole sempre e continuamente controllare tutto, capire tutto, anche quando non v'è più nulla da capire. Un caro saluto, Dadrim |
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Meditazione e pratica
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Sabato 20 Febbraio 2010 19:03 |
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Manuel ha scritto: Salve, sono un ragazzo molto interessato alla spiritualità e leggendo articoli del suo sito sono stato travolto dal grande interesse. Oltre ad essere interessato alla meditazione, però, la vorrei praticare correttamente e per questo vorrei capire meglio alcuni punti. Quello che più mi interessa è il fattore dell'osservazione distaccata, l'essere testimone. Le mie domande a riguardo sono:
Prima domanda: “Per arrivare a conoscere un saldo osservatore distaccato, cioè rafforzare questo osservatore, è necessaria solo la tecnica di meditazione in sé o bisogna, durante la giornata, continuamente tornare a se stessi per essere presenti in ogni azione che si fa?” Risposta: Non arriveremo mai a conoscere l'osservatore, poiché chi conosce chi? Un giorno saremo, punto e basta. L'osservazione attenta e passiva durerà sino a quando in noi saranno ancora presenti pensieri ed emozioni fluttuanti, durerà sino a quando sussisterà una resistenza fra colui che osserva e la cosa osservata. Quando questo processo arriverà al suo apogeo non vi sarà più nulla da conoscere per come ora facciamo esperienza del conoscere. Noi oggi conosciamo unicamente all'interno della dinamica soggetto – oggetto. In noi passa un pensiero, un'emozione, poi ne diveniamo consapevoli, ed ecco nascere l'oggetto (il pensiero, l'emozione) e il soggetto (colui che ne è consapevole). Se ci osserviamo interiormente vediamo che in noi passano numerosi pensieri ed emozioni, oggetti di cui diveniamo consapevoli solo quando sono già passati e hanno esercitato la loro forza condizionante, ma questo è solo l'inizio. Più continuiamo ad osservare, più vediamo che riusciamo ad essere consapevoli dell'intero processo di generazione, transizione e dissolvimento dei pensieri e delle emozioni nell'esatto istante in cui accade. Quindi, più matura il nostro essere consapevoli, più riusciamo a comprendere quel che si muove in noi in ogni singolo istante. Inizialmente sarà difficile riuscire ad osservarci anche nelle azioni più semplici come lo stare seduti ad occhi chiusi (perché perderemo continuamente la capacità di osservarci cadendo dentro la trama del nostro film mentale o ci addormenteremo) o il camminare (perché mille cose lungo la strada cattureranno la nostra attenzione). Per questo viene sempre consigliato di iniziare l'osservazione da cose molto semplici come l'ascoltare il respiro stando seduti ad occhi chiusi, l'osservare i propri pensieri, il compiere piccoli lavoretti in piena consapevolezza (pulire i pavimenti, lavare i piatti, levigare un tavolo...), eseguire semplici esercizi fisici rimanendo in totale ascolto del corpo. É estremamente difficile rimanere consapevoli di se stessi quando si è in mezzo ad una folla o aggrediti dalle offese o dalle lusinghe di qualcuno. Quando la nostra capacità di osservazione si sarà rafforzata i pensieri inizieranno a diminuire, poi le emozioni, così scopriremo d'essere capaci di rimanere in osservazione attenta e passiva anche nelle situazioni più complesse, cotiche e agitanti. Quando vedremo dissolversi ogni perturbazione interiore, e stando seduti in osservazione non affioreranno più oggetti, ne di pensiero ne emotivi, cosa accadrà? Chi conoscerà chi? L'osservatore non può essere conosciuto, l'osservatore esiste solo sino a quando in noi v'è qualcosa da vedere, ma quando questo processo giungerà ad esaurimento anche l'osservatore morirà per lasciare spazio alla dimensione dell'essere, quella che Osho definiva come l'accadimento del testimone. Mi chiedi se basta una tecnica di meditazione o se bisogna, durante tutta la giornata, continuamente ritornare a se stessi. Inizialmente ritengo utile ritagliarsi un piccolo spazio di tempo giornaliero (10 – 20 minuti o quanto si sente senza troppo sforzo) in cui si pratica una qualche forma di esercizio meditativo. Oltre a questo, poi, se durante la giornata, ogni tanto, ci ricordiamo di assumere un atteggiamento osservativo, meglio, anche se inizialmente accadrà raramente, ma non è un problema. Lentamente il nostro spazio meditativo giornaliero andrà naturalmente e senza grandi sforzi ampliandosi sino a quando vedremo che sempre più spesso ci accadrà di posizionarci in quella dimensione anche nelle varie situazione che affronteremo durante le nostre giornate “mondane”. Seconda domanda: “Lei dice che bisogna osservare tutto ciò che c'è al nostro interno senza farci coinvolgere, ma un principiante deve iniziare così oppure deve procedere per gradi osservando prima il respiro, poi, diventato più esperto, passa ai pensieri, poi alle emozioni, ecc. Oppure può iniziare direttamente sedendosi, chiudendo gli occhi e osservando tutto ciò che appare? Se fosse vera la prima io ho un problema a osservare il respiro perché soffro d'ansia e non riesco a osservarlo perché si agita sempre più e mi si crea dolore allo stomaco.” Risposta: Io ho fiducia in tutto ciò che ci viene naturale e semplice, pertanto se a qualcuno viene facile ascoltare il respiro, bene, parta pure da qui, se viene facile partire dalle emozioni, bene, se dal pensiero o dal corpo, altrettanto bene. Il problema non è da dove partiamo ma soprattutto partire, continuare senza perdere l'intenzione e aggiustare il tiro lungo la via. Vi sono persone che sentono più facile partire dai pensieri, altre dal respiro, altre che solo a stare sedute ad occhi chiusi due minuti entrano in crisi e non vogliono più sentire parlare di meditazione o corbellerie simili per il resto della loro vita. Ecco allora che credo sia fondamentale trovare sempre la via più naturale e affine alle caratteristiche dell'individuo. Solitamente i piani di ingresso all'osservazione di se stessi sono tre: il corpo, la mente e le emozioni. Sta a noi comprendere quale di questi tre aspetti ci è più congeniale. La base di ogni pratica spirituale è l'esercizio di osservazione, sviluppare l'attitudine ad essere consapevoli, sensibili, attenti a quel che accade, dentro e fuori di noi, interrompendo così quel processo di risposte meccaniche, inconsce, in cui solitamente siamo intrappolati. Il respiro ti agita, bene, lascia perdere, prova ad essere semplicemente consapevole di tutto quel che passa sullo schermo della tua coscienza: pensieri, emozioni, percezioni fisiche. Prova a non essere tu colui che decide cosa vedere e sentire, ma lascia che le cose vengano da sole, tu rimani semplicemente in ascolto, passivo, rilassato quanto puoi. Se v'è tensione, bene, ascolta e accetta la tensione, si rilassato nella tensione, se v'è paura, bene, se v'è confusione mentale o fantasticherie varie, bene, non collaborare, non cadervi dentro e rimani in osservazione, accetta tutto e ogni cosa, almeno per quel tempo che giornalmente dedichi alla pratica meditativa. Se lo stare seduto ad occhi chiusi in ascolto e accettazione ti dovesse risultare inadatto, non c'è problema, magari per te è più corretto partire dal corpo facendo quotidianamente una corsa in un luogo solitario, poco esposto a stimoli, o facendo una passeggiata, una nuotata, semplici esercizi di stiramento muscolare con un rilassamento finale (sdraiati a terra e chiudi gli occhi), dove permetti al tuo corpo di lasciarsi andare al sonno. Tutti questi esercizi fisici vanno sempre praticati mantenendo uno stato interiore di ricettività ad ogni sensazione fisica, pensiero o emozione. Non credo esista un metodo giusto, credo esista unicamente un atteggiamento di base che può rendere ogni azione idonea alla trasformazione interiore, e questo atteggiamento è dato dall'osservazione attenta e passiva, dal costante esercizio della nostra consapevolezza. Terza domanda: “Ho provato durante il giorno ad osservarmi in ciò che faccio, ma a volte penso che stia sbagliando qualcosa come se non stessi osservando ma pensando a ciò che faccio o concentrandomi troppo. Quali sono i requisiti per un'osservazione quotidiana che devo fare? Devo iniziare ad osservare il corpo, poi i pensieri e poi le emozioni?” Risposta: Pensi di sbagliare qualcosa proprio perché hai iniziato ad osservarti e questa osservazione già porta i suoi frutti. È questo il segreto di tutto, quando iniziamo ad osservarci, lentamente ci autoregoliamo stabilendo costantemente un equilibrio interno al processo di osservazione. Come ti dicevo nel punto due: “Prova a non essere tu colui che decide cosa vedere e sentire, ma lascia che le cose vengano da sole, tu rimani semplicemente in ascolto, passivo, rilassato quanto puoi. Se v'è tensione, bene, ascolta e accetta la tensione, se v'è paura, bene, se v'è confusione mentale o fantasticherie varie, bene, non collaborare, non cadervi dentro e rimani in osservazione, accetta tutto e ogni cosa, almeno per quel tempo che giornalmente dedichi alla pratica meditativa”. Osservare significa accettare ogni cosa, bella o brutta, buona o cattiva. Osservare significa rilassarsi, divenire consapevole dello stato di fatto delle cose, della realtà che vive in noi e fuori da noi. Se manipoliamo, se interagiamo con i nostri pensieri, con le nostre emozioni, il nostro io vive sempre coinvolto nel fiume dei nostri condizionamenti, delle nostre memorie passate, e così non potrà mai uscirvi, non riuscirà mai a ripulire il suo specchio per tornare finalmente a riflettere la vita. Osservare in modo passivo significa non fissare la nostra attenzione su nulla, lasciarla liberà, indistintamente attenta ad ogni cosa. Osservare passivamente è un'azione opposto all'osservazione attiva che è concentrazione, focalizzazione della nostra consapevolezza su di un unico punto. La concentrazione, l'osservazione attiva, ci rende tesi, intenti unicamente a scrutare minuziosamente ogni particolare di un oggetto, ci attrae potentemente alla cosa che guardiamo, facendoci perdere il contatto con ogni altra cosa, con la molteplicità dell'esistenza. Questo atteggiamento in certe circostanze e fondamentale (studio, lavoro...), ma se diviene un modo d'essere fisso, per noi iniziano problemi seri. L'osservazione passiva più la pratichiamo più crea in noi uno stato di rilassamento interiore, di apertura, di capacità di cogliere la totalità delle cose. L'osservazione passiva non è un'azione incentrata sul nostro ego poiché parte da un'accettazione totale, da una disposizione a non dominare, a non escludere, pertanto è un lento abbandono di quella parte di noi che vive condizionata: è una preparazione ad accogliere il mistero, l'ignoto. Inizia da quel che più senti naturale. Quarta domanda: “Se un essere umano pratica solo la meditazione sul respiro e null'altro, per esempio, questo lo porterà solo ad uno stato di rilassamento e visione più chiara delle cose, ad un osservatore distaccato, oppure riesce anche ad ottenere l'illuminazione? Come vede sono alcune domande, più o meno riguardanti lo stesso oggetto, che però determinano quei vuoti che non mi fanno capire se ciò che faccio è giusto o sbagliato.” Risposta: Cos'è l'illuminazione? Non lo so! Quel che so è che viviamo tesi, confusi, impauriti, violenti, in un costante atteggiamento di resistenza alla vita. Ma se iniziamo ad approcciarci a questa esistenza con un atteggiamento nuovo, fatto di sempre più vasta sensibilità, consapevolezza, apertura, in noi lentamente inizia ad affiorare uno stato di rilassamento sempre più profondo, una visione sempre più ampia, chiara, amorevole e serena. Cos'è tutto ciò? Come lo vogliamo chiamare? Cos'altro ci serve? Un abbraccio, Dadrim |
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Sulla spiritualità
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Giovedì 18 Febbraio 2010 22:38 |
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Enza ha scritto:Ciao Dadrim, mi chiamo Enza e da un po' seguo il tuo blog. Mi interesserebbe sapere la tua opinione sul percorso iniziatico inteso come evoluzione spirituale dell'individuo. Ciao, grazie.
Dadrim ha risposto: La parole iniziazione deriva dal latino “initiare” che nella sua valenza originaria designava proprio l'ingresso ai misteri religiosi. In questa breve precisazione di carattere semantico possiamo già rintracciare le radici del concetto di “percorso iniziatico”. Con “percorso iniziatico”, infatti, solitamente si intende quel peculiare sentiero, fatto di dure prove e fatiche, che un individuo deve compiere per poter essere pronto a ricevere o generare in sé un qualcosa di ignoto, misterioso. Nel contesto esoterico spirituale il percorso iniziatico è considerato come un'inevitabile processo di cambiamento. La persona, il gruppo o il testo che determina l'iniziazione è depositario di conoscenze segrete che vengono trasferite nella loro valenza trasfigurante e completa unicamente alla fine di un viaggio alchemico. Il percorso iniziatico, inoltre, è quasi sempre correlato all'idea dell'accadimento di una simultanea morte e rinascita dell'individuo poiché oltre che l'inizio determina anche la fine dell'esistenza espressa ad un certo livello di consapevolezza. Questa inevitabile “morte” è l'unica via che permette l'ascensione o l'ingresso ad un livello di realtà nuovo, ignoto. Detto ciò, dal mio punto di vista, è la nostra stessa vita ad essere, nella sua essenza, un percorso iniziatico. Pensa anche solo alla nostra nascita: lo spermatozoo incontra l'ovulo, e dalla dualità si genera l'unità dell'embrione, che diviene poi un feto. Quest'ultimo vive per nove mesi nella più assoluta oscurità e dipendenza, sino al giorno in cui d'un tratto incontra la luce, il bisogno e la necessità di sopravvivenza, che paradossalmente sono le basi della sua futura indipendenza e libertà. Quale tremendo percorso iniziatico è questo? Per poter esprimere anche solo un primo vagito, quante prove dobbiamo affrontare? E quale mistero incontra il bambino non appena apre i suoi occhi su questo mondo? Non è forse questa una vera e propria morte e rinascita? Non è forse l'essenza stessa di questa esistenza ad esprimersi attraverso continue morti e rinascite, attraverso continui passaggi di forme di vita sempre più complesse e sensibili? Il nostro viaggio nell'utero materno corre lungo strade inconsce e determinate dalla saggezza della natura, ma subito dopo, per noi, inizia nuovamente un ancor più grande e misterioso viaggio, quello che ci conduce dall'incoscienza alla piena consapevolezza. Questo è quel che viene propriamente detto percorso iniziatico, poiché non si può iniziare chi non è consapevole d'essere inconsapevole, e tale possibilità si acquisisce unicamente quando si comprende d'essere un “io”, un'entità autodeterminantesi. Ma quando scopriamo d'avere la possibilità di autodeterminarci, ecco nascere in noi ogni forma d'angoscia e paura, poiché il presupposto dell'autodeterminazione è anche la possibilità di autodistruzione, di mancare l'obbiettivo, di fallire e cadere nuovamente nell'incoscienza. L'autodeterminazione comporta un'enorme responsabilità, cosa che la maggioranza delle persone non riesce ad assumersi, per questo abbiamo creato falsi dei e prigioni mentali. Pertanto, un vero percorso spirituale, dal mio punto di vista, non centra nulla con l'affidarsi a qualche stravagante setta segreta o santone, ma inizia nell'esatto istante in cui troviamo la forza di accettare la realtà fondamentale della nostra natura umana, una natura autodeterminantesi, consapevole e totalmente responsabile di sé. Quando questo inizio è dato possiamo intraprendere qualunque percorso o ascoltare le parole di chiunque poiché non viviamo più per cercare una consolazione al dolore che comporta l'avere un'intelligenza, ma viviamo unicamente per aprire un varco alla nostra consapevolezza interiore. Un vero percorso iniziatico consiste in un costante esercizio di consapevolezza. Un abbraccio, Dadrim |
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Crisi interiori
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Domenica 14 Febbraio 2010 23:24 |
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Filippo ha scritto: Ciao Dadrim, vorrei un consiglio per riuscire a sentire la voce interiore, non quella mascherata dalla coscienza o ciò che c'è in memoria: che altro non sono che concetti acquisiti con l'esperienza e da cui ci ri-specchiamo; cosa bisogna fare? Ma soprattutto come la riconosciamo? Io mi trovo in una situazione di perenne incertezza sulle decisioni da prendere (scelgo questo o quello, nero o bianco) che puntualmente mi portano ad allungare i tempi di realizzazione e difficoltà a concentrarmi e, in aggiunta, sensi di colpa. Una sensazione che mi porto dietro da ragazzino è il sentirmi prigioniero: ogni mia scelta non è mai mia, è sempre una re-azione a qualcosa, mio padre, amici, forse, comunque è sempre in funzione dell'opinione degli altri o un modello a cui conformarsi. Allontanarmi da questo modello è come perdere credibilità e sicurezza; esiste un attimo nella percezione dei fatti che è piacevole e poi subentra la razionalizzazione, i pro e i contro, in funzione dei miei modi di pensare, dettata, credo almeno, da come quel comportamento potrebbe essere valutato e a cosa arriverei. Questo arriva in automatico in situazioni che riguardano i sentimenti, il lavoro, l'amicizia, tutto in genere. Quindi ogni volta mi trovo sempre poco coinvolto e soprattutto con la paura di non riuscire ad affrontare le nuove situazioni. Riesco pure a trovare giustificazioni: sono vecchio, potrei sbagliare, non è quello che fa per me: qui parlo soprattutto della mia situazione attuale, cioè laurea, tirocinio, lavori come cameriere, età 34 anni, senza ragazza e con la sfiducia nel futuro e pochissima indipendenza. Vorrei buttar via tutto e stare ad ascoltare ciò che voglio, è che quando lo faccio mi si presentano gli stessi dilemmi: Sono capace? Che prospettive ho se faccio questo? Vorrei credere e avere la forza interiore che ti porta lontano con la consapevolezza e la fiducia che ciò che faccio è giusto dal solo fatto che lo sento mio a prescindere da tutto il resto.
La difficoltà è estraniarsi da tutto ciò, rientro negli stessi schemi, anzi è come se mi sia costruito dei surrogati della realtà, che tendono ad allontanarmi dalle intenzioni, iniziative, facendomi allungare i tempi di decisione o realizzazione di qualcosa; e gli stessi dolori che compaiono ormai di frequente (gastrite) tendono a bloccarmi nel fare, avendo così paradossalmente la giustificazione nel non fare: un bel casino. Io vorrei ascoltarmi per dare un taglio, ma poi eccomi da capo. Questo specchio si può lavare?? Come il ri-flettere?? Dadrim ha risposto: Caro Filippo, stai vivendo una situazione di paralisi esistenziale data da una struttura mentale che imbriglia ogni tua situazione o azione entro categorie ben definite. Ma vivere entro categorie mentali equivale a non vivere e tu lo stai sentendo sempre di più. “...mi trovo in una situazione di perenne incertezza sulle decisioni da prendere... mi sento prigioniero... mi trovo sempre poco coinvolto e soprattutto con la paura di non riuscire ad affrontare le nuove situazioni...” Come spesso ripeto, ritengo che ogni qualvolta la nostra sofferenza e il nostro disagio arrivano a punti di grande intensità, sino a farsi percepire insopportabili, le cose per noi si stanno mettendo bene poiché la nostra consapevolezza è cresciuta sino al punto da non poter più vivere confinata entro quattro mura. Il problema però è cosa ne facciamo di questo messaggio che ci viene sotto forma di dolore: lo cavalcheremo per volare alti nel cielo o ne prenderemo paura e ci raggomitoleremo in un angolo della solita vecchia stanza? Dalla tua lettera mi sembra di capire che i muri della tua stanza sono retti dalla paura del giudizio altrui, una paura che ti spinge a ricercare sempre l'azione giusta, la cosa buona da fare, la meno avventata e irrazionale, la più lodevole e condivisa. Ma in tutto questo macchinare della tua ragione le tue emozioni, i tuoi sentimenti e i tuoi bisogni finiscono sempre in secondo piano, in un piano così lontano che ora non sai più come contattarle e realizzarle. Per uscire da questa impasse ora dici: “...vorrei credere e avere la forza interiore che ti porta lontano con la consapevolezza e fiducia che ciò che faccio è giusto dal solo fatto che lo sento mio a prescindere da tutto il resto”. Vorresti uscire da una vita condizionata dal modello di giusto e sbagliato che gli altri ti hanno dato per seguire il tuo giusto e sbagliato, ma non vedi che non v'è differenza fra il tuo giusto e quello che la società ti ha introdotto. Il “male” è sempre lo stesso, il “male” è proprio il ritenere che esista un qualcosa di giusto da fare, da essere, da vivere. La società ci educa a vivere entro quello che essa ritiene giusto e sbagliato, poi noi cresciamo e comprendiamo quanto sia doloroso vivere entro i dogmi che altri ci hanno imposto. Iniziamo allora a mediare fra quel che sentiamo muoversi nel nostro mondo interiore e quel che riteniamo ci chieda il mondo fuori. Ma il mondo fuori esiste veramente? No, non v'è nessun mondo fisso, reale, “giusto” là fuori. Il bambino cresce ricevendo una serie di condizionamenti provenienti da un certo numero di agenti condizionanti (insegnanti, genitori, mass media...), questi condizionamenti si cristallizzano nella sua coscienza divenendo una sorta di controllore interno delle sue azioni, emozioni e pensieri. Gli anni passano e gli usi e i costumi della società cambiano, ma quel controllore interno, che il bambino ha fatto suo, solitamente non muore mai (perché pochi lo vogliono eliminare). Per questo vediamo sempre vecchi che si scontrano con i giovani in un eterno girotondo di regole e costumi sociali. In questo girotondo ogni generazione vive entro certi confini e determinati valori che non hanno nessun significato, non per la loro intrinseca valenza, ma per il semplice fatto che non nascono da una necessità interna dell'individuo ma da un adeguamento a delle logiche di appartenenza sociale. Nella mia visione delle cose, ogni volta che l'individuo depone la sua “sensibilità” in nome di una condotta collettiva, l'intelligenza muore schiacciata dal peso della banalità. L'intelligenza e la creatività sono sempre un fatto individuale, mentre la stupidità e la volgarità sono sempre la manifestazione di un'intelligenza potenziale che si è sottomessa all'altrui comportamento, all'appartenenza ad un gruppo o all'insignificanza dell'idea di massa. Per esempio, pregare è un atto intelligente se una persona sente nascere in lei un profondo bisogno di rivolgersi ad una qualche entità, ma è un atto insignificante se un individuo prega perché la cultura in cui è nato gli ha insegnato che prima di andare a dormire bisogno recitare una qualche formula. Il giusto e lo sbagliato sono concetti che hanno senso unicamente all'interno di un paradigma di pensiero condizionato. Il giusto e lo sbagliato, il buono e il cattivo, il lodevole o lo spregevole sono valutazione che si possono fare unicamente quando si ha un metro di paragone fisso. Ma dov'è questo metro di paragone fisso? Tutto cambia, tutto è in perenne ridefinizione. Questo metro di paragone fisso è un'illusione in cui l'uomo è caduto nel giorno in cui ha smesso di comprendere come ogni sua azione sia sempre e unicamente determinata e valutata dalla sua stessa consapevolezza e sensibilità. Se un divino esiste si manifesta proprio nella possibilità umana di autodiscernimento. Solo il singolo può valutare il valore e il significato di una sua azione, di un suo pensiero o di un suo sentimento. Solo l'individuo ha la possibilità di sentirsi responsabile delle sue azioni, e per questo di modificarsi e crescere, ma non perché qualcuno, al di fuori di lui, gli ha posto dei codici, dogmi, comandamenti o altro, ma semplicemente perché la sua coscienza è un'entità sensibile, intelligente e autodeterminantesi per sua stessa natura. Il divino è il potenziale racchiuso nella nostra stessa coscienza. L'autodeterminazione di un individuo non ha nulla a che fare con i concetti di giusto e sbagliato o buono e cattivo che la società propina. La società cerca di costruire dei modelli statici di comportamento perché ha paura della natura mutevole, creativa e imprevedibile del singolo essere umano. Questa società è ancora troppo popolata da una coscienza collettiva paurosa di se stessa. Quando ogni individuo smetterà di creare astrazioni mentali che tenta poi di far valere per tutti, e inizierà ad aver fiducia nella sua stessa intelligenza e sensibilità e nella possibilità di autodeterminazione del singolo, vedremo nascere un mondo nuovo, un mondo ora inimmaginabile. In questo mio discorso ovviamente non centrano niente le norme del codice civile e penale. Caro Filippo, uscirai dalla tua paralisi non quando avrai la consapevolezza e la fiducia che ciò che fai è giusto dal solo fatto che lo senti tuo a prescindere da tutto il resto, ma quando inizierai a fare, sentire e pensare senza più chiederti se è giusto o sbagliato a prescindere anche da te stesso, poiché è proprio quel te stesso il luogo in cui si è cristallizzato il tuo controllore interiore. Dimenticati di te e degli altri e senti semplicemente quel che vive al di là delle pretese delle nostre relazioni. Quel che più ti serve ora è gettarti nel fare e nello sperimentare il più possibile, fossero anche cose che poi ti si riveleranno insensate e inutili. Perché è proprio dal fare e dal provare mille strade che lentamente comincerai a percepire qual'è la strada che vuole la tua limpida natura interiore, al di là di ogni condizionamento. Sperimentati, mettiti in gioco, permettiti di essere infantile, banale, stupido e illogico, fatti poi una bella risata e ricomincia sempre e nuovamente da capo. Credo che in questa tua situazione la pratica spirituale che più ti può essere utile consiste nel gettarti totalmente nell'azione, nel fare quotidiano, da qualunque punto parta e verso qualunque direzione vada. Se lavori lavora totalmente senza pensare al futuro, al guadagno, alla carriera. Se ami ama totalmente senza pensare al perché, al percome, al principio o alla possibile fine. Se vai a correre corri, se vai a dormire dormi, se i tuoi pensieri ti travolgono in un turbinio di dubbi e domande lasciati travolgere completamente, poi sorridi e inizia una nuova azione. Ricordati inoltre che il nostro tempo in questa vita è molto limitato e spenderlo chiedendoci troppo se quel che facciamo è giusto o sbagliato, se lo facciamo per noi o per altri, se verrà bene o male è un lusso che non ci compete. Un'altro utile esercizio è immaginare di avere ancora un anno di vita. Prova a fare questo esercizio d'immaginazione, immergiti totalmente in questo pensiero, convincitene; sono certo che molte cose inizieranno a sembrarti uno spreco di tempo e molte altre inizieranno a nascere in te con tutta la loro bellezza e forza. Lo specchio si può lavare, basta iniziare ad agire. Usa qualunque cosa tanto non puoi sbagliare poiché quello specchio è la tua natura interiore e per questo non lo puoi rompere né perdere. Non è mai questione di giusto o sbagliato, di buono o cattivo, ma sempre e solo un fatto di esperienza e consapevolezza, e l'esperienza consapevole nasce dall'azione totale. Il giudizio e la speculazione derivano invece dall'agire parziale che parte dalla sola mente, dal nostro piccolo pensiero. Un caro abbraccio, Dadrim |
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