iten
Sei in: Home

Che senso ha la Pasqua?

Franco ha scritto: Caro Pier, vorrei porti una domanda personale, che in un certo senso riguarda anche una mia riflessione interna. Per te che ti interessi di tutte le religioni, tradizioni mistiche e filosofiche, e che sembri credere (o forse dovrei dire percorrere) unicamente in una forma di spiritualità che definirei empirica, che senso ha la Pasqua, sempre che per te ne abbia uno?

Dadrim ha risposto: Ciao Franco! Grazi per questa bella e importante domanda. Sarò breve, non voglio far rumore, visto che le campane della chiesa che mi sta di fronte non battono da due giorni e l’atmosfera è magnifica. Mi sembra di essere in paradiso. Silenzio… Poche macchine che passano… Silenzio! Sarò breve, perché anche questo silenzio sarà breve.

La parola “Pasqua” deriva dall’ebraico “pesach” che significa “passaggio”, “liberazione”, "passare oltre". Il termine e il suo significato provengono dalla narrazione della “decima piaga” contenuta nel libro della Bibbia: “Esodo, 12,21-34”. Il testo racconta come il Signore, vedendo il sangue dell'agnello sulle porte delle case di Israele "passò oltre", colpendo solo i primogeniti maschi degli egizi, compreso il figlio del faraone, provocando la conseguente liberazione degli ebrei dalla schiavitù.

Con il cristianesimo la Pasqua acquisisce un nuovo significato, celebrando il passaggio dalla morte alla vita eterna di Gesù Cristo, e il passaggio a vita nuova per i cristiani, liberati dal peccato attraverso il sacrificio sulla croce del Cristo, e chiamati a risorgere con Lui.

Che significato ha tutto ciò in quella che tu chiami “la mia spiritualità empirica”?

Ha il significato che può avere ogni metafora che ribadisce e descrive il bisogno e il percorso di morte e resurrezione della nostra coscienza: un significato enorme! Il punto è che non mi troverai facilmente, almeno per mia scelta, in una chiesa o tanto meno a mangiare agnello o pane azzimo.

Dal mio punto di vista, dopo aver compreso il senso antico di queste scritture, è necessario portarlo con sé ogni giorno, trasformarlo in un fare, pensare e sentire nuovo istante dopo istante. La Pasqua non viene una volta all’anno ma accade in ogni momento se veramente vogliamo tentare di “passare oltre”, di renderci liberi da ogni forma di schiavitù e risorgere nel “regno dei cieli”.

Cosa intendo? Pensi che la schiavitù sia finita con la liberazione degli ebrei? Pensi che gli uomini sino liberi e consapevoli della “vita eterna” perché Gesù è morto sulla croce?

La fiducia in se stessi: un passo alla volta!

Sara ha scritto: Faccio le cose senza essere veramente connessa con una volontà profonda, con un sentire gioioso, e ciò mi fa soffrire. E ovviamente c'è sullo sfondo sempre la paura di non farcela da sola. Lo so che sono pensieri, Pier, ma come si fa ad avere fiducia in se stessi se non si hanno fatti concreti a testimonianza che "meritiamo" una fiducia? Anche per un rapporto è così in fondo. Se dimostri con i fatti di meritare fiducia questa ti verrà accordata, non diversamente. Se tu non fossi veramente apprezzato e stimato dalle persone con cui collabori o se non riuscissi ad avere veramente fiducia nelle tue capacità e pensassi che hai sbagliato tutto, che non c'è una dimensione in cui sentire di poter dare un contributo non soffriresti?

Buona serata

Dadrim ha risposto: La vera fiducia non ci piò essere accordata dall’esterno. Non conosce prove, “fatti concreti”, testimonianze. Nasce immotivata quando ci liberiamo dal pensiero di essere schiavi degli altri e del mondo. Tu parli della fiducia come un giudice parla in tribunale: fatti concreti, testimonianze, meriti...  Chi basa la fiducia che ha in sé sull’approvazione che l’esterno gli dà, è sempre e comunque inquieto, anche quando l’esterno è benevolo, poiché l’errore o il cambio di opinione delle persone sono sempre possibili. La vera fiducia nasce da dentro, nasce quando non cerchiamo più un riscontro esterno, quando abbandoniamo i pensieri dipendenti che ne ostruiscono la sorgente. La fiducia è dentro di te, sei tu stessa, è la tua natura più intima. L’unico problema sono le idee che gli sovrapponi, in cui credi e che alimenti con la paura e l’ostinazione.

La lingua batte dove il dente duole

A. ha scritto: Ho iniziato a leggere "sesso amore e biscotti". Tutto molto interessante su come viviamo i rapporti in maniera malsana. Ma da capirlo razionalmente a comprenderlo con il cuore ne passa… In questo momento sono in preda all'ansia e a un pesante nodo allo stomaco e alla gola.

È il solito cocktail di tristezza, vergogna, impotenza, frustrazione. Che ci posso fare? Vorrei provare altre emozioni ma queste passa il convento. Osservo il tutto cercando di non identificarmici.

Buona serata

Dadrim ha risposto: Il vuoto da colmare che sussiste fra il capire con la mente e il comprendere con il cuore è fatto dal nostro non voler vedere la realtà dei fatti che riguardano la nostra vita. La mente capisce e spesso il suo capire è una difesa. Molte persone quando capiscono una cosa la ritengono anche conclusa, e così possono gettarsi dietro le spalle il valore trasformativo reale di ogni cosa. Capire come si cucina una pasta non significa saperla fare e tanto meno essersi sfamati. Ma per quel che riguarda il nostro mondo interiore la possibilità di prenderci in giro è ampia e spesso cercata. Sai, se la mente al corpo racconta che poiché ha capito come si cucina un piatto tutto è apposto, il corpo, fedele, nel giro di poche ore ci ricorda che le menzogne non sfamano. Il benessere interiore, avendo tempi di resistenza e deperimento ben più lunghi del corpo ed essendo molto più influenzato dalle percezioni della mente, rimane spesso imprigionato dalla superficialità e dall’arroganza del pensiero “tecnico”.

Il Tizio e il meccanico: maturità

Qualcuno ha scritto: Devo prendere una decisione in merito ad una questione abbastanza delicata con cui non ti ammorberò, e mi ritrovo, al solito, a non saper da che parte voltarmi, a non avere una guida dentro di me che sappia farmi scegliere per il 'giusto', senza che mi penta 5 minuti dopo. Come se non riuscissi a ragionare bene, se il mio spirito critico e le mie capacità logiche e di elaborazione fossero insufficienti, se il mio cervello andasse a mille senza però giungere a nessuna conclusione. O la mia è semplice paura di prendermi delle responsabilità e di affrontare le conseguenze che ogni decisione comporta. Ti chiedo, tu come consideri la maturità di una persona, la sua crescita personale, lo sviluppo cognitivo, morale, intellettuale, emotivo? Pensi che siano cose irrilevanti? Per te è solo una questione di disidentificazione?

Dadrim ha risposto: Vorrei io chiedere a te come e perché usi tutte queste parole? Questa tua domanda, poiché ti conosco un po’, mi fa venire in mente quel Tizio che si ferma da un meccanico dicendo: “Vede? Questa è la mia macchina. Non mi fido molto, potrebbe lasciarmi per strada. Come posso stare sicuro? Secondo lei è una questione di guida, di strada più o meno sconnessa, di manutenzione dei freni, di aerodinamica, di gomme, di asciutto o bagnato, di cilindrata, di cavalli, di frizione, di olio motore, di tergicristalli, di chilometraggio..., cosa dovrei fare, a cosa dovrei porre attenzione e rimedio? Per lei tutto ciò è irrilevante o è solo una questione di “disidentificazione”?”.

Al che il meccanico osserva attentamente il Tizio, poi, dà un occhio veloce alla macchina e chiede: “Scusi, ma questa macchina ha già qualche anno, eppure sembra quasi nuova. Quanti chilometri ha fatto?”.

Non sono tuoi affari?

Qualcuno ha scritto: Caro Pier, quando nell’indagine di sé si arriva al punto di osservare la mente, i suoi tanti pensieri, gli stati d’animo, e vedendone il continuo flusso e non trovando altro, sorge il pensiero “tutto ciò non è affare mio”, non è questo sempre un gioco della mente? In fin dei conti anche dirsi “io non sono i miei pensieri, essi non sono affare mio” è sempre una verbalizzazione, un pensiero, un prodotto della mente, giusto? Mi spiego? Lo dico perché sto passando una fase nella quale sono sempre più lontana dall’identificazione con i contenuti mentali-emotivi, eppure sento una tensione interna probabilmente prodotta da una specie di gioco di resistenza. In qualche modo oppongo il pensiero “i contenuti mentali ed emotivi non sono affare mio” al flusso dei contenuti mentali-emotivi. Mi sto forse incagliando in qualche imbroglio della mente?

Grazie

Dadrim ha risposto: I contenuti mentali ed emotivi non sono né un affare tuo né non un tuo affare. Se ti siedi lungo il bordo della strada e osservi il traffico, il flusso delle auto cosa diviene? È un tuo affare o non è un tuo affare? Dal mio punto di vista non è né una cosa né l’altra. Certo, se osservi ne sei consapevole, ma essere consapevole di un qualcosa non significa trasformarlo in un tuo affare, giusto?

......................................Most Read Articles

del blog di Dadrim..........................................