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Perchè Dadrim? PDF Stampa E-mail
Storie e racconti
Martedì 30 Giugno 2009 23:55

Athena ha scritto: ... ma dimmi... il nome Dadrim da dove spunta? da-dream.. ahah! ...

Dadrim ha risposto: Dadrim da dove spunta? Come prima cosa non ho mai gradito molto il fatto di dover nascere con un nome appiccicato addosso che non ho potuto minimamente discutere, pertanto, quando ho aperto il blog mi sono detto: perchè non cambiare il corso delle cose? Seconda cosa, "Dadrim" è il nome "Mirdad" letto capovolto, cioè visto allo specchio. Mirdad è il personaggio di un libro intitolato "Il libro di Mirdad", scritto da Mikhail Naimy, testo che amo infinitamente e che consiglio e regalo sempre a tutti gli amici. Mirdad raffigura la saggezza e la bellezza che vive nei nostri cuori, Dadrim rappresenta la nostra forma esteriore, l'apparenza, ciò a cui continuamente ci identifichiamo. L'inganno di Dadrim, però, può durare solo sino a quando non ci poniamo nudi di fronte allo specchio della nostra consapevolezza, ecco allora che Dadrim scopre d'essere anche Mirdad, così il cerchio si completa e il dentro e il fuori perdono ogni confine.

Dadrim e Mirdad è solo un gioco di metafore, che volevo giocare sino a quando qualcuno non fosse venuto a pormi la domanda: "Perchè Dadrim?" Ecco che quel qualcuno è arrivato e Dadrim è stato svelato...

Il mio nome di battesimo è Pierluigi, ma la maggior parte delle persone mi chiama Pier, qualcuno Dadrim, e, come spesso accade, con il passare del tempo ho imparato a rispondere a questi miei due soprannomi. 

Un caro saluto,

augurandoti una notte da Dream o meglio da Mirdad.. 

P.S. Se non conosci "Il libro di Mirdad" devi leggerlo!

Dadrim o Pier, a discrezione...

 

 
Conoscenza intuitiva e sapere acquisito PDF Stampa E-mail
Sulla spiritualità
Venerdì 19 Giugno 2009 22:31

Maschera MayaJ. ha scritto: Caro Dadrim, ho appena letto un passo di Leibniz sulla monade degli animali. Io non ho mai studiato filosofia, figuriamoci le teorie di Leibniz, ma nel momento in cui ho letto quel pezzo ho avuto una forte sensazione di conoscere quel che leggevo, ma non era una cosa mentale, era un sentire profondo. Mi sono sentita molto strana, mi sembrava quasi di aver vissuto un momento di una mia vita passata, come se avessi già riflettuto su questi temi, ma di sicuro non in questa vita. Secondo me sto impazzendo, ma c'è un qualcosa di bellissimo e misterioso in tutto ciò. Eh, sì, sto impazzendo.

Dadrim ha risposto: Ciao J., ultimamente sempre più persone mi fanno domande sulle vite passate, sui viaggi fuori dal corpo, sui punti energetici (Chakra), sul 2012 e la storia del calendario Maya…. Che noia, che stanchezza, che inutilità! Perché dobbiamo sempre cercare qualcosa di lontano, di stravagante, di speciale, di esoterico? Perché dobbiamo sempre fuggire dal dato di fatto, dal qui ed ora, dall’evidente? Io parlo di spiritualità, di meditazione come cura dell’anima, di equilibrio interiore, di amore e pace nelle nostre relazioni, tutto il resto mi risulta assolutamente irrilevante, dovesse anche suonarmi il campanello di casa un alieno! Sempre che non venga per parlare di spiritualità, in quel caso lo farei accomodare. La spiritualità che intendo io, però, è un qualcosa di estremamente e tremendamente semplice, concreto, vicino, tangibile, da tutti esperibile e condivisibile, a patto che lo si voglia veramente. Attraverso il continuo ipotizzare, fantasticare e “misterioseggiare” credo, invece, sia ben difficile arrivare a quel di cui io parlo.

Un passaggio di Leibniz ti ha colpita, dandoti la netta sensazione di conoscere già quel che leggevi, ma non a livello mentale, cioè per memorie acquisite, ma come profondo sentire.

Vi sono infatti cose che apprendiamo senza che ci lascino nulla di particolare, e che quando risentiamo diciamo semplicemente: ah si!, questa la so già. Vi sono poi cose che non abbiamo mai appreso, ma che quando le sentiamo per la prima volta diciamo: mio dio!, è vero!, mi sembra di averlo sempre saputo anche se non ci avevo mai pensato.

Questo accade perché in noi vi sono due forme di sapere, quello acquisito e quello innato. Quello acquisito l’otteniamo attraverso i processi d’istruzione scolastica, ambientale, culturale…, quello innato, invece, riaffiora o sgorga attraverso l’intuizione, cioè senza necessità di tempo, di sforzo e spesso nemmeno di parola.  

Sai perché, guardando il tuo computer, riesci a vedere le parole di questa mia risposta? Perché la luce dello schermo attiva l’innata capacità del tuo occhio di vedere. La facoltà dì vedere non sta nella luce, ma dentro di te, nel tuo occhio, anzi, a dire il vero è ancor più in profondità, nella tua consapevolezza, che realizza quel che il tuo occhio percepisce.

A volte le parole di qualcuno o anche un piccolo e apparentemente banalissimo evento, divengono per noi come una luce che permette alla nostra consapevolezza di riconoscere le verità che in essa stessa si nascondono, ma ciò accade unicamente perché in noi già esisteva quel che d’un tratto realizziamo. Più la nostra coscienza è calma e riflessiva, cioè capace di rispecchiare quel che la circonda e compenetra, più intuizioni affiorano.

Queste intuizioni, a volte, affiorano estremamente intense, vivide e allo stesso tempo remote, ma questo avviene proprio perché nascono dal cuore stesso della nostra consapevolezza.

Quando la nostra consapevolezza riflette perfettamente l’esistenza, senza alcuna distorsione prodotta dal pensiero, ecco che la luce che è fuori di noi la riconosciamo anche dentro di noi, e la luce che è dentro la riconosciamo anche fuori, divenendo, così, finalmente consapevoli di non esser mai stati niente di meno che la vita stessa e che questa vita non ha mai avuto alcun confine. I confini nascono solamente perché la società in cui viviamo ci abitua a credere d’essere quel che i nostri sensi e il nostro pensiero ci insegnato con il passare del tempo.

I sensi e il pensiero possono donarci unicamente una conoscenza acquisita, ma tutto quel che è acquisito verrà anche smarrito. La nostra coscienza, invece, quando si riappropria della sua natura intrinseca ci rivela quel che siamo sempre stati, un qualcosa che non potrà mai più esser perduto…

La mia visione di spiritualità indaga unicamente questo “qualcosa” che non potrà mia più esser perduto, il passato non mi interessa, figuriamoci le vite passate.

Continua a sviluppare l’intuizione e lascia perdere le fantasticherie!

 

Un caro saluto,

Dadrim       

 
L'incoscienza del bambino e la consapevolezza del saggio PDF Stampa E-mail
Sulla spiritualità
Lunedì 15 Giugno 2009 23:08

Bambine che giocanoLa nascita è un mistero meraviglioso, ogni nascita è un evento incredibile, ma quella dell’essere umano è qualcosa di sconvolgente, di assurdo, geniale e stupefacente. Veniamo al mondo nudi, ancora incapaci di vedere, di camminare, di mangiare autonomamente, ma quel che più è grande è la nostra assoluta mancanza di difese. Siamo fragili e sensibili come null’altro al mondo, e proprio in questo fatto si racchiude la nostra illimitata forza, il nostro infinito potenziale: che meraviglioso paradosso, che illogica manifestazione! Cresciamo nove mesi nella più assoluta protezione e dipendenza, per poi, in pochi istanti, entrare in un mondo totalmente sconosciuto, imprevedibile e tremendamente complesso. Ma noi non sappiamo nulla di tutto ciò, non sappiamo chi sono i nostri genitori, quale sarà la nostra casa, il nostro futuro, il nostro destino. Quando nasciamo non abbiamo nemmeno la minima consapevolezza di cosa significhino parole come: famiglia, destino, futuro, casa, solitudine, dolore, morte.

Vi immaginate se un bambino nascesse con tutto il bagaglio culturale ed esperienziale che avete accumulato sino ad ora? Vi immaginate cosa vorrebbe dire dover nascere nudi, ciechi e totalmente dipendenti da due adulti, o chissà chi, che nemmeno conoscete, con tutto il sapere che oggi ci portiamo appresso nella nostra memoria, con tutte le nostre paure, le nostre ferite e i nostri pregiudizi? Quanti di noi avrebbero il coraggio di venire al mondo?

Oggi abbiamo paura del futuro, abbiamo paura del passato, abbiamo paura della morte, ci difendiamo dietro il giudizio, la ricchezza, il potere, il sapere, la forza fisica, l’astuzia, ma quando siamo venuti al mondo non avevamo nulla e non eravamo nulla, e solo grazie a questo miracolo abbiamo potuto lasciarci andare a quella sconvolgente avventura che ora chiamiamo vita.

Quando moriremo saremo nuovamente nudi, perché tutti i nostri possessi non varranno più nulla, saremo nuovamente dipendenti, perché le nostre forze non saranno più sufficienti ad autogestirci, saremo nuovamente ciechi, perché i nostri occhi si chiuderanno su questo mondo, ma quanti di noi moriranno consapevoli di non essere nessuno e di non poter possedere nulla?   

La forza del bambino sta nella sua assoluta ignoranza, la forza del saggio sta nella capacità di riappropriarsi dell’ignoranza del bambino attraverso i sentieri della conoscenza e dell’esperienza!

L’innocenza del bambino, poiché inconsapevole, è peritura, l’innocenza del saggio, poiché cosciente, è immortale.

Dadrim

 
Sentirsi fragili, deboli e vulnerabili come una barca in mezzo al mare in tempesta PDF Stampa E-mail
Crisi interiori
Giovedì 11 Giugno 2009 22:41

Barca ferma nel portoFrancesco ha scritto: Caro Dadrim, dentro di me persiste una sensazione di fragilità, vulnerabilità, mi sembra di essere sempre una barca in mezzo al mare in tempesta. Troverò mai un porto?

Un saluto, Francesco.

Dadrim ha risposto: Caro Francesco, le nostre fragilità e le nostre vulnerabilità sono dei tesori incommensurabili. Più aumenta la nostra forza e più aumenta la nostra capacità di vedere e accogliere le nostre debolezze, più aumenta la nostra chiusura e la nostra ignoranza e più diminuisce la nostra capacità di sentire e comprendere i nostri limiti. Viviamo in una società ottusa dove l’idea imperante è che l’uomo forte non conosce fragilità e vulnerabilità, ma se ben osserviamo lo stato di fatto delle cose, facilmente comprendiamo quanto questa concezione della vita renda le persone unicamente insensibili, superficiali ed egoiste. La vera forza nasce dalla capacità di accettare e vedere tutta la nostra debolezza, solo da una siffatta condizione possiamo sperare di giungere ad un maggiore livello di apertura e fusione con il mondo e le persone, ma per poter incontrare e conoscere veramente quel che ci circonda dobbiamo essere in grado di sentire completamente tutto quel che vive dentro e fuori di noi.

La strada che conduce alla libertà è fatta di una sempre più grande capacità di riconoscere, accettare e amare le debolezze, le fragilità e i limiti che vivono in noi e nelle persone che ci circondano. La trasformazione della nostra coscienza risiede, infatti, nell’atto stesso di accettare e accogliere pienamente, senza alcun giudizio o resistenza, quel che in principio sentiamo e ci appare come un limite. I limiti si superano includendoli in una consapevolezza sempre più vasta, non certo restringendo sempre più la nostra intelligenza entro i confini di una prigione, siano al punto di averla resa così piccola e insignificante da farle apparire un angusto spazio come una vasta prateria.

La strada che conduce alla vera morte è fatta di una sempre più grande resistenza alla sensibilità e, quindi, alle paure e alle fragilità che inevitabilmente comporta il coraggio di esperire pienamente questa esistenza. Chi procede lungo questa via si spegne ancora prima di perire, chi segue, invece, la via che porta alla libertà si mette in gioco così intensamente e costantemente da ardere nell’anima sino al punto di poter far evaporare in un istante lo stesso fenomeno del morire.

Caro Francesco, ascolta, ama e accogli le tue fragilità, perché sono i sassolini che ci indicano la via per la libertà; non cercare mai di negarle o gettarle vie, perderesti unicamente la tua sensibilità, e colui che più non sente più non vive.      

Dal mio punto di vista, la meta del nostro viaggio non sta nell’approdare in un porto sicuro, ma nel divenire capitani così esperti e fiduciosi da potersi permettere di sfidare anche le tempeste più paurose. Sai, forse la nostra nave interiore non è nata per fermarsi definitivamente in un porto, ma per navigare senza riposo in un oceano sconfinato nel quale possiamo trovare pace unicamente quando scopriamo che il piacere più grande risiede proprio nello scoprire d’esser nati con la stoffa degli avventurieri.

Se così stanno le cose, il punto della questione non sta nel ricercare la pace, ma nello scoprire quella dote  interiore che ci rende capaci d’essere avventurieri. Dopo aver fatto ciò la pace verrà, ma sarà unicamente una conseguenza del vivere come avventurieri in uno sconfinato oceano fatto di giorni di calma e di giorni di tempesta.

Sfortunatamente, però, la maggior parte delle persone prima cerca la pace e poi tutto il resto, finendo così per rintanarsi nella prima triste e puzzolente locanda che trovano a due passi dal molo da cui sarebbe dovuta salpare la loro nave.

 

Un caro abbraccio,

Dadrim

 
Nuovi Giorni PDF Stampa E-mail
Video di Dadirm
Lunedì 08 Giugno 2009 21:12

Video della canzone nuovi giorni 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Clicca sull'immagine per vedere il video

Nuovi Giorni (Canzone composta nel 1996, musica, parole e immagini di Dadrim)

Testo:

Oggi ho dormito sulle sponde del fiume della mia vita,

tutto scorreva in silenzio ed io restavo lì immobile,

con i miei sogni, con le mie illusioni, aspettando il vascello per il lungo viaggio...

 

Ed ora posso sentire nuovi giorni venire con il vento verso di me...

 

C'è un futuro nella mia mente che vive aspettando,

mentre strani riflessi e lontane luci si imprimono piano nella mia mente,

ma ormai il tempo sta arrivando ed io sono pronto per il lungo viaggio e tu lo sai...

 

Ed ora posso sentire strani giorni venire con il vento verso di me...

Dadrim

 
Non si può più tornare indietro PDF Stampa E-mail
Commenti interessanti
Venerdì 05 Giugno 2009 22:29

Riflesso d'acqua"Equanimità per me non significa accettare qualunque cosa mi venga messa nel piatto, questo mi sembra più uno stato vegetativo."

Infatti...  In questi giorni vivo una sensazione di stupore, gratificazione e felicità per quello che sono riuscita a fare. Peccato però che adesso sento un'enorme responsabilità per i passi successivi che dovrò fare e una paura tremenda perchè non so se riuscirò a portare a termine i progetti. Qua non parliamo di un lavoro, qua si tratta della mia vita, della grande possibilità del cambiamento. Ho 26 anni e non ho mai sentito veramente per un momento di avere la mia vita nelle mie mani. Adesso sto tentando di fare qualcosa per me, cerco di prendermi cura di me stessa, ma sento una grande responsabilità e grande paura di ricadere nel solito meccanismo di sconforto, sfiducia e flagellazione. Adesso che ho visto che posso fare certe cose, non posso più tornare indietro, sono sorpresa dalle capacità che sto scoprendo in me e tremo, sono agitata. La mente a volte può essere tanto contorta. Quando siamo nel buio soffriamo e ci lamentiamo, ma quando vediamo la luce abbiamo paura di guardarla. Il paradosso più grande della vita è essere zerbini di sè stessi, perchè tante volte non dobbiamo lottare contro il mondo intero, ma con la nostra abitudine, le nostre debolezze e le nostre paure.

Commento di Elena all'articolo "Mi sento un equanimo bastardino"

Dadrim: Non posso aggiungere nulla alle tue parole! Vorrei solo sottolineare un passaggio per me fondamentale: non puoi più tornare indietro! Quando si riesce a intravedere anche solo un debole raggio di luce, la notte è finita, forse non si riescono ancora a distinguere chiaramente le forme e i colori del giorno, ma è solo questione di tempo, la notte è ormai finita!

Un immenso abbraccio, ciao Elena, ci si vede presto! 

 
Mi sento un equanimo bastardino PDF Stampa E-mail
Lettere e messaggi
Mercoledì 03 Giugno 2009 22:04

Zen PomodoroA. ha scritto: ...vorrei chiederti un parere come sai fare tu riguardo a un articolo che ho letto su "pomodorozen"; circa a metà dell'articolo, scritto in obliquo... te lo riporto:

Se riuscite a restare tranquillamente seduti dopo delle cattive notizie, se in un momento di difficoltà finanziarie rimanete perfettamente calmi, se vedete i vostri vicini fare un viaggio in paesi esotici senza una fitta di gelosia, se riuscite a mangiare con soddisfazione qualsiasi cosa vi si metta nel piatto, se riuscite ad amare incondizionatamente quelli che vi circondano, se potete addormentarvi dopo una giornata impegnativa senza prendere una bevanda alcolica o una pillola, se potere essere sempre contenti dovunque vi troviate,  siete probabilmente un cane.

ecco non capisco come viene usata la parola "cane" in questo contesto. poi mi chiedevo quale altro animale uno sarebbe se non fosse sempre contento ovunque... gatto? uccello? 
boh, a me vien da dire bau bau, ma anche di volare via e di far le fusa.
insomma, meglio che ora vado a cucinarmi qualcosa... hi!

ciao carissimo!
A.
 

Dadrim ha risposto: Il frammento in questione è un'affermazione, estrapolata da un contesto che non conosco, della Signora Patricia Genoud Feldman, insegnante di meditazione al centro Valmalakirti di Ginevra, almeno così pare. L'articolo che mi riporti è scritto da tal Christina Feldman. Che siano parenti? Non so! L'unica cosa che so è che amo i cani, specialmente i bastardi (tutti gli incroci sono più ricchi delle linee rette), ma i bastardini, per mia esperienza, solitamente non sono come qui vengono descritti, pertanto non condivido la comparazione. Non saprei prorpio dire cosa volessero intendere le Signore Feldman con quel "...cane", colgo però l'ispirazione e l'occasione per dire due mie parole sull'equanimità.

Equanimità per me non significa accettare qualunque cosa mi venga messa nel piatto, questo mi sembra più uno stato vegetativo. Quando una cosa mi fa schifo, mi fa schifo, quando mi piace, mi piace!

Equanimamente accetto quel che non è in mio potere cambiare, ma cambio quel che la mia coscienza ritiene debba essere cambiato e che è in mio potere modificare.

Equanimamente mi adiro per quel che ritengo ci si debba e sia utile adirarsi, ma cerco di non cedere mai a un cieco moto del mio capriccio personale.

L'equanimità non è uno stato di controllo dei nostri picchi e delle nostre valli emotive, ma è uno stato di accettazione, comprensione e distanziamento da tutto ciò che oggi è e domani non sarà più.

Equanimamente vivo quel che in ogni momento sono, sapendo che sempre continuerò a stupirmi per quanto non mi conosco "ancora", ben consapevole che in questo mistero risiede la bellezza del mio Essere umano.


Cara A., un abbraccio,
Dadrim
 

 
O.B.E., Out of Body Experience, Esperienze fuori dal corpo PDF Stampa E-mail
Meditazione e pratica
Martedì 02 Giugno 2009 22:05

Quercia: immagine donata da VannaAntonella ha scritto: Ciao Dadrim (…). Per quanto riguarda la meditazione ti posso dire che riesco sempre più a fare il "vuoto" nella mente, ad osservare quella voce che parla di continuo; accetto quando non tace, sapendo che non c'è nessun "io" dietro di lei. Ho notato che puntualmente, quando ci sono molti stimoli esterni sento più spesso il bisogno di staccare la spina e ricentrarmi per calmare la sensazione di fastidio. Nel post sulla meditazione, ti parlai di "osservarmi" dall'esterno, in merito vorrei tu visitassi questo forum, Sollecitazionementale, dove si parla di O.B.E. (Out of Body Experience = Esperienze fuori dal corpo) in concomitanza con la meditazione. Saranno fandonie che la mente concettualizza?

Un abbraccio amorevole,
Antonella

Dadrim ha risposto: Cara Antonella, per quanto riguarda le uscite fuori dal corpo, dove sta il problema? Anche qui, come in ogni altra esperienza, v'è un osservatore e una cosa osservata, ma noi siamo sempre e solo l'Osservatore, ed è l'Osservatore la meta ultima del nostro viaggio: il ricercatore è la cosa ricercata, noi siamo la barca, il fiume e il molo d'approdo! Certo, esistono esperienze fuori dal comune, ma questo unicamente perchè il più delle persone si occupa solo delle solite quattro cose. Il fulcro della questione però non sta nel fare nuove esperienze, poiché tutte le esperienze con il tempo divengono cose note e scontate, anche quelle che in principio sembrano incredibili. Il fulcro della questione sta sempre e solo nel rientrare in “contatto” con quel Colui che sta dietro ogni cosa ed esperienza, quel colui che non possiamo dire "io", ma nemmeno "dio", perchè è sia questo che quello o né quello né questo.

Un abbraccio,

Dadrim  

 
Prima di tutto Maestri di noi stessi PDF Stampa E-mail
Sull'educazione e i figli
Domenica 31 Maggio 2009 22:38

Immanuel KantChi diviene maestro di se stesso dà inevitabilmente vita a delle relazioni significative e trasformatrici, qualunque sia lo stato interiore delle persone con cui entra in contatto e qualunque siano i presupposti che determinano gli incontri.

Essere maestri di se stessi non centra nulla con avere una laurea in psicologia, filosofia, pedagogia, o con l’aver seguito corsi di meditazione e letto libri di spiritualità. Queste sono tutte cose che possono aiutare o ostacolare la realizzazione di noi stessi, poiché tutto dipende sempre e unicamente da quanto noi vogliamo veramente crescere e scoprire la vita. V’è chi dalla lettura dei Vangeli ha dato vita alle inquisizioni e chi ha servito e aiutato gli ultimi e gli indifesi. V’è chi dall’esperienza dei lager nazisti ha accresciuto la sua riflessione e la sua compassione, ma anche chi è uscito corrotto dall’odio e dalla violenza subiti. L’estrapolazione di un significato da un’esperienza spetta sempre e solo a noi, alla nostra coscienza individuale, volenti o nolenti!   

L’unica cosa che può renderci liberi e forti è raccogliere il coraggio necessario a mettere in gioco qualunque aspetto della nostra vita, al fine di vagliarne la realtà, la verità e l’effettiva bontà. Chi trasforma la propria anima nella fucina del suo illimitato sperimentare e creare, con il tempo forgia inevitabilmente un cuore e una mente limpidi e imperturbabili, e solo da siffatti presupposti si può sperare di generare delle relazioni profonde ed edificanti, prima di tutto con noi stessi, poi con gli altri e che con la natura nella sua totalità.

Chi diviene maestro di se stesso vede accadere nel proprio animo delle incredibili trasformazioni.

Dalle relazioni con gli altri non ci si aspetta più nulla in cambio, non si pretende e non si manipola, ma si vive la semplice bellezza e vastità che risiedono nell’atto stesso di essere in relazioni.

Quando non ci si aspetta più nulla dalle persone che ci circondano si riesce a vedere con obbiettività i loro pensieri, le loro emozioni e i loro sentimenti, divenendo, così, capaci di consigliarli e sostenerli o riprenderli e scuoterli, là dove è effettivamente necessario.

Chi diviene maestro di se stesso, poiché non vede più l’altro come un mezzo o un oggetto per la realizzazione dei propri desideri e della propria felicità, per l’altro può solo desiderare la sua intrinseca, vera e piena serenità. In questa visione delle cose, per me, si concretizza quel che Immanuel Kant ha espresso meravigliosamente dicendo: "Agisci in modo da trattare l'uomo, così in te come negli altri, sempre anche come fine, non mai solo come mezzo!".

Chi realizza in se stesso una mente e un cuore limpidi e imperturbabili sa con certezza che in ogni uomo vivono i semi di altrettanta forza e bellezza, per questo ogni volta che incontrerà una persona ancora chiusa e inconsapevole, mai giudicherà questa per il suo limite e la sua paura, ma ne vedrà anche sempre il suo potenziale, pertanto cercherà in mille modi d’ispirarla e condurla alla realizzazione della sua innata natura interiore indomita e illimitata.

Chi diviene maestro di se stesso comprende quanto importante sia il bene di una persona, ma comprende ancor più l’importanza di non indebolire la libertà di scelta dell’individuo, poiché unicamente nel continuo esercizio di questa risiede, per la persona, la possibilità di divenire guida e maestro di sè. Pertanto, qualora si dovesse scegliere fra proteggere un individuo da un evidente male a discapito, però, della sua autonoma capacità di riconoscere il male, è spesso preferibile lasciare che la persona provi sulla propria pelle le conseguenze di una scelta sbagliata, piuttosto che imporre il bene.

Un bene imposto si trasforma facilmente in un male acquisito, mentre un male autonomamente procurato si trasforma in una sempre più efficace capacità di riconoscere il proprio vero bene!

Personalmente ritengo che non vi sia nulla di superiore alla possibilità di sperimentare liberamente la propria intelligenza, poiché è solo dall’esercizio della nostra autonoma consapevolezza che fioriscono tutti gli altri beni: amore, serenità, compassione, creatività…  

È quindi primo dovere di ogni essere umano custodire e sviluppare massimamente, in se stessi e negli altri, il seme dell’intelligenza personale, un seme che si schiude unicamente grazia alla possibilità di sbagliare. È pertanto ovvio che un margine di errore e sofferenza sono necessari a una sana e completa crescita e realizzazione.

Vorrei far riflettere anche sul fatto che se a un individuo, sin da quando è piccolo, viene permesso di sperimentare la propria libera intelligenza, gli errori con l’aumentare dell’età diminuiranno, mentre chi da bambino viene inibito nella capacità di sperimentare e sbagliare, il più delle volte, crescendo aumenterà progressivamente il grado di errore e sofferenza.

Chi diviene maestro di se stesso non ostacolerà mai la vita di un altro individuo: potrà condividere il suo punto di vista, potrà essere un esempio attraverso le sue azioni, potrà usare mille stratagemmi per far balzare più facilmente agli occhi dell’altro la realtà che percepisce in una situazione, ma mai imporrà attraverso mezzo alcuno la propria volontà.

Chi è divenuto maestro di se stesso sa che quando un individuo vede rispettate le proprie scelte, le proprie azioni, i propri sentimenti e le proprie emozioni, lentamente apre il suo cuore all’ascolto e alla fiducia, pertanto si rende disponibile ad una comunione con l’altro, e quindi a una trasformazione reciproca.

Per essere in grado di rispettare l’altro nella sua totalità bisogna però avere già in se stessi qualità come la fiducia, l’ascolto e l'amore, altrimenti come si potrà accettare anche quel che non ci sembra appropriato?

Solo quando si è capaci di amore e fiducia, ciò che sembra inappropriato diviene un qualcosa di irrilevante, mentre quando si è unicamente mossi dal desiderio personale, l’inappropriato diviene un problema insormontabile.

Da quanto detto risulta quindi evidente che chi si relaziona partendo da uno stato interiore di fiducia, ascolto e amore, nell’altro attiverà spontaneamente le medesime qualità. Per questo è fondamentale divenire prima maestri di se stessi e poi, semmai, iniziare a preoccuparsi degli altri. Ma quando si diviene calmi e silenziosi nel cuore e nella mente, cos’altro si potrà fare se non cercare di condividere la propria serenità con chi ci sta accanto? È per questo che chi è in pace con se stesso, senza rendersene conto, diviene, suo malgrado, un polo d’attrazione per molti altri, mentre chi è agitato nell’anima vorrebbe mettere in pace e in armonia il mondo intero, ma secondo voi, quest’ultimo, vi riuscirà mai?

Dadrim

 

P.S.: Grazie a tutti coloro che mi hanno comunicato il problema audio presente nel video "Nuvole bianche". Abbiamo cercato di migliorare il livello del volume della voce. Sembra vada meglio, ma non è certamente cosa ottimale. Mi dispicae molto non poter offrire una qualità audio-video superiore, ma per il momento la tecnologia di registrazione di cui disponiamo non permette ulteriori miglioramenti. Grazie ancora!!

 

Link al nuovo video: "Nuvole bianche" 

 

 

 
Silenzio PDF Stampa E-mail
Sulla spiritualità
Venerdì 29 Maggio 2009 23:20

Maestoso si erge al cielo in completa solitudine. Non emette alcun richiamo, non conosce le lingue degli uomini, non chiede attenzione e non impone alcuna ragione, eppure gli uccelli vi si posano per trovarvi rifugio e gli amanti ai suoi piedi si fondono, perchè la sua accoglienza è assoluta e la sua presenza è discreta quanto la sua ombra è rassicurante.  

Il vento, passando fra le sue foglie e i suoi rami, canta canzoni che i più non riescono a sentire, perchè per udire bisogna saper sostenere un profondo silenzio nel cuore... ma in questo tempo v'è solo un gran rumore.

In silenziosa comunione, così vicini così lontani!

 

Un abbraccio,

Dadrim     

 
Nuvole bianche PDF Stampa E-mail
Video di Dadirm
Domenica 24 Maggio 2009 21:27

Nuvole bianche

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Clicca sull’immagine per vedere il video

 

Nuvole bianche (Canzone composta nel 2003, mausica parole e immagine di Dadrim)

 

L’ora più fredda in questa notte precede l’alba con il sole,

la luce più intensa di questo giorno sfuma piano e diviene il tramonto.

Soffia il vento fra le nuvole bianche, senza una meta e senza un perché,

come viene l’amore nei nostri cuori. Guarda ora vedo siamo nuvole bianche.

Lascia alla pioggia bagnare la terra, scarica il tuono nel cielo infinito,

e all’alba vedrai, sarai come una nuvola bianca che danza nel sole.

 

Perdona i miei sbagli, sai, non capivo. Ora sto cercando di restare con me stesso.

Sento un vuoto in fondo al cuore, ma non posso più fuggire dal mio dolore.

Soffia il vento fra le nuvole bianche, senza una meta e senza un perché,

come viene l’amore nei nostri cuori. Guarda ora vedo siamo nuvole bianche.

Lascia alla pioggia bagnare la terra, scarica il tuono nel cielo infinito,

e all’alba vedrai, sarai come una nuvola bianca che danza nel sole.

Nuvole bianche che danzano nel sole…

 

Dadrim

 
La stanza dalle cento porte PDF Stampa E-mail
Storie e racconti
Giovedì 21 Maggio 2009 23:20

La stanza dalle cento porteUn uomo, dopo essere andato a coricarsi come ogni notte nel suo solito e confortevole letto, tutto d’un tratto si risveglia in un’enorme sala dal perimetro circolare, lungo il quale vi sono centinaia di porte chiuse, fatte di diverso colore e materiale. Nei primi istanti, il poveretto, crede e spera d’essere ancora immerso nel sonno, pertanto prova a stropicciarsi gli occhi, ma niente. Prova a darsi un bel pizzicotto sulla gamba, ma ancora niente. A quel punto, in preda al panico, corre verso una porta per aprirla, sperando che dall’altra parte vi sia qualcuno in grado di aiutarlo a capire quel che sta succedendo, ma quando giunge di fronte alla prima porta vede un cartello affisso con scritta una parola: “Vita?”. Confuso guarda la porta accanto, e anche su questa vede un cartello affisso, ma con una diversa scritta: “Amore?”. Inizia quindi a percorrere il perimetro della stanza, sino a concludere che tutte le porte hanno un cartello affisso con scritta una parola seguita da un punto interrogativo: morte, amore, dolore, ricchezza, gioia, povertà, angoscia, successo, serenità, confusione, chiarezza, vita, odio, paura, tristezza, solitudine, fallimento, fama…?

Sempre più confuso e spaventato l’uomo inizia a camminare per la sala con lo sguardo rivolto al pavimento e le mani giunte sul capo cercando un senso e una soluzione a tutta l’assurda faccenda. Ad un tratto vede che proprio al centro della sala v’è un grande specchio incassato nel pavimento in legno che ricopre tutta la restante superficie  della stanza. Incuriosito si avvicina, ma appena vi è vicino vede che è quasi completamente ricoperto dalla polvere. Istintivamente si inginocchia e con un lembo del pigiama ripulisce una piccola parte di superficie dello specchio, quel tanto che basta per vedere malamente la sua immagine riflessa. Fissa per qualche istante il suo volto, ma qualcosa lo turba, gli sembra che il suo viso abbia fatto un mezzo sorriso nonostante lui non lo abbia minimamente accennato. Osserva con più attenzione e d’un tratto vede le labbra del volto riflesso nello specchio muoversi e sente una voce dire: “Ciao!”. L’uomo torna a pizzicarsi la gamba, si schiaffeggia il viso, scuote la testa violentemente, ma nulla cambia, la voce ripete ancora: “Ciao”. L’uomo inizia allora a gridare a squarciagola: “MI VOGLIO SVEGLIAREEEEEEEEEEEEE, VOGLIO USCIRE DA QUESTO INCUBOOOOOOOO!!!!!”.

Senza più forze e piangente cade a terra, ma proprio quando sta quasi per ricadere nel sonno un voce dallo specchio esclama: “Hooo, ciaooo, sono quiii!!!”

L’uomo a quel punto, raccogliendo l’ultimo granello di energia e coraggio che gli rimane, chiede con un filo di voce: “Ma chi sei tu e cos’è tutto questo?”

“Cosa vuoi che ne sappia io di cos’è tutto questo, non vedi cosa sono? Io sono solo un puro e semplice specchio che riflette la tua immagine”, risponde la voce.

Lentamente l’uomo si riavvicina allo specchio, e guardandovi nuovamente dentro vede il suo volto riflesso che sorride.

“Ecco, ora mi vedi?”, chiede la voce. “Si ti vedo, ti vedo! Dimmi come posso uscire da qui!”, replica l’uomo.

“Ed io come faccio a saperlo? Sono solo uno specchio. Io ne so quanto te”, risponde la voce.

“Ma allora perché hai quel sorriso sulle labbra? Io non sto ridendo, e se tu sei veramente la mia immagine riflessa dovresti riflettere quel che veramente sono e non quel che vuoi tu. Inoltre tu parli, tutto ciò è assurdo!”, afferma l’uomo.

“Ma guarda che sei proprio un bel tipo! Io non ho una forma e non ho una sostanza, sono qui ora con il tuo volto e non so per quanto vi rimarrò prima di riapparire altrove con un altro sguardo, e tu vorresti che rispettassi i tuoi umori e le tue noiose parole? Io vivo l’istante e me ne frego dei tuoi guai. Sei tu quello che ha problemi esistenziali, io come posso averne? Sono solo un “rispecchiare”, sono assolutamente inesistente!”, afferma perentoria la voce.

“Comoda la tua situazione! Tu ti godi l’istante mentre io devo risolvere i problemi reali!”, ribatte spazientito l’uomo.

“Certo, certo… Tu hai anche ragione guardando dalla tua parte, ma sai, da dove sono io, a volte, mi chiedo se non sia tu quello che non ha alcuna esistenza. Ti voglio confessare una cosa: lentamente ho scoperto che quando tu sei qui riflesso, con tutte le tue paure, le tue angosce e i tuoi desideri, se io mi limito a rispecchiarti nulla mi turba, e anche se tu ti specchi con quel viso terrorizzato e cupo che hai ora, io posso anche sorriderti. Se invece mi immedesimo nei tuoi problemi rifiniamo immediatamente nel mondo da cui provieni”, conclude la voce.

“Ma io voglio proprio tornare nel mondo da cui provengo!? Io voglio solo sapere come si fa ad uscire di qui!”, prosegue l’uomo.

“Ma sei cieco? Non vedi che vi sono mille porte? Non hai mai avuto così tante possibilità di scelta in vita tua, e proprio ora ti chiedi come si fa ad uscire da qui?! Quando non avevi nessuna libertà, quando avevi sempre e solo un’unica possibilità di scelta e di azione, quando vivevi come uno schiavo non ti sei mai chiesto come uscire da quella condizione, mentre ora che hai tutte le porte a tua disposizione mi chiedi come si fa ad uscire. Non ti sembra assurdo?”, risponde la voce.

“Tu sei ceco!”, grida l’uomo, “Non vedi quei maledetti cartelli affissi?! Perché quei punti di domanda?”

“Perché così è la vita. Sono solo gli uomini ad aprire le porte della vita convinti che al di là vi troveranno quel che la loro mente e il loro desiderio vogliono ottenere. Ma la verità non è questa e tu lo sai. Cosa ti garantisce di raggiungere quel che cerchi e come fai a sapere se quel che desideri è veramente quel che vuoi se non lo hai mai avuto o vissuto prima? Ma ancor più, come fai a sapere se quel che desideri è veramente ciò di cui hai effettivamente bisogno?”, afferma la voce.

“E se sbaglio porta e incontro la morte?”, chiede l’uomo.

“La morte? Cos’è la morte? Non conosco questa parola”, risponde la voce.

“È la fine di tutto, credo”, afferma l’uomo.

“La fine di tutto cosa? Cos’è questo tutto? Cosa sta accadendo qui di così Tutto come tu dici? Io vedo solo un volto pieno di paura e sento parole sempre uguali. Non mi sembri niente di così Tutto!”, prosegue la voce.

“E se mi dovesse attendere una strada di fallimenti o di dolore? Come faccio a scegliere la porta giusta”, chiede l’uomo.

“Ma non capisci ancora? Non esiste la porta giusta o la via giusta. L’unica cosa che puoi fare è smettere di cercare e credere a quel che sta scritto sulle porte. Se continui ad aspettarti qualcosa da quel che v’è dietro una porta, mai nulla ti appagherà veramente, perché non varcherai mai la soglia per il puro piacere di vivere l’ignoto, ma cercherai solo e sempre quel che ti è noto, anche se quel che già conosci sai bene che non ti ha mai dato risposta alcuna”, conclude la voce.

 

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