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Omosessualità, amore e condizionamenti sociali PDF Stampa E-mail
Sull'amore e le relazioni
Sabato 28 Agosto 2010 17:25

Claudia ha scritto: Caro Dadrim, ti scrivo perché in questo momento sto camminando in un tunnel nero del quale non ne vedo la fine... Ho 28 anni e devo dire che la vita mi ha sempre sorriso.. ho trovato l'amore della mia vita molto giovane, o almeno così credevo, un uomo stupendo che mi ha sempre amato, dolce e sensibile, l'unico che mi abbia sempre fatto sentire speciale. Un matrimonio ed un bellissimo bambino hanno coronato questa splendida storia fino ad oggi. Una notizia sconvolgente ha rovinato per sempre la mia vita. Dopo 8 anni di matrimonio ho scoperto che il mio compagno è omosessuale ed ha deciso di ricostruirsi una nuova vita con il suo migliore amico. So che sembra una storia da romanzo, ma purtroppo è successo proprio a me. Come competere con un altro uomo? Cosa dire del suo papà ad un bambino di 6 anni? Io non so proprio più cosa fare, il mio essere donna ha subito un colpo tremendo ed io fatico a ritrovare un equilibrio come donna, come compagna, come mamma. Temo davvero per la salute del mio bimbo, e non so proprio più cosa fare. ti prego aiutami, dammi un consiglio. La luce in fondo al tunnel non si vede ed io sono allo strenuo delle mie forze. Il mio ex-marito ora convive con il suo compagno, ma per fortuna continua a vedere il figlio. È una tortura per me vederlo così tutte le settimane e dover far finta di nulla per il benessere di nostro figlio.. non ne posso più... grazie per lo spazio ed il tempo che mi dedicherai...

Dadrim ha risposto: Cara Claudia, la tua situazione mi pone di fronte a riflessioni estremamente vaste e delicate. Vi sono coinvolti moltissimi aspetti dell'esistenza umana: la sessualità, la fiducia, il matrimonio, l'educazione di un figlio all'interno di una società costruita su mille dogmi, pregiudizi e conflitti. Credo di comprendere la profondità e l'oscurità del tunnel che stai attraversando, ma sono anche certo che se saprai percorrerlo con estrema pazienza, fiducia e coraggio, la saggezza e la forza che ne ricaverai saranno immense e ti apriranno possibilità di pace e serenità ora inimmaginabili.

Partiamo con il riflettere sulla questione della sessualità e dell'identità di genere di un individuo. L'idea predominante è che un individuo superata l'adolescenza, e cioè raggiunta quella che viene considerata l'età della maturità psicofisica, acquisisce piena consapevolezza delle forme e delle inclinazioni della sua dimensione sessuale e affettiva. Dal mio punto di vista le cose non stanno così principalmente a causa di due fattori. Il primo è l'impossibilità di definire cronologicamente un'età che sancisce la maturità di un individuo sotto tutti i suoi aspetti, inoltre, il concetto stesso di maturità è una questione estremamente soggettiva di cui la maggioranza delle persone non ha nessuna idea chiara. Per me la maturità non esiste! Esiste la maturazione, cioè un percorso di continua espansione di consapevolezza, sensibilità e conoscenza di sé. Il termine maturità descrive il raggiungimento di un apogeo, il completamento di un percorso, ma ciò è assolutamente fallace per quanto riguarda la natura umana poiché l'essere umano è un fenomeno senza fine, in continuo divenire, è una manifestazione di creatività e trascendenza di sé infinita. Si matura sino all'ultimo giorno della nostra vita, e gli uomini di domani sono destinati a superare ogni traguardo degli uomini d'oggi. Questo è il reale potenziale umano. Che ciò non si verifichi quasi mai, e che la maggior parte delle persone, nei fatti, rimanga pressoché bloccata all'età di otto anni per tutta la vita, è un fatto dipeso dalla malata azione educativa che la società esercita.

L'essere umano nasce con immense potenzialità di raggiungere sempre più alte vette di bellezza, serenità e armonia, ma le enormi pressioni coercitive a cui l'ambiente lo costringe, ne paralizzano e deformano lo sviluppo. I nostri bambini subiscono lo stesso trattamento a cui sottoponiamo gli animali tenuti in gabbia. Per rendere la carne che mangiamo morbida e bianca gli animali sono lasciati crescere in strette gabbie affinché la loro muscolatura si atrofizzi. Sotto il piano spirituale imponiamo lo steso trattamento a tutte le nuove generazioni. Facciamo crescere i pensieri e le emozioni dei nostri bambini entro le nostre anguste, vecchie e sciocche gabbie religiose, politiche ed etiche.

Pertanto ecco spiegato il secondo motivo che impedisce, non la maturità di un individuo, ma la sua possibilità di continua maturazione: la devianza del nostro sistema educativo.

La nostra cultura confonde, reprime e ostacola il naturale sviluppo dell'intelligenza dell'individuo sino a renderlo totalmente incapace di compiere scelte ed azioni limpide e serene. Quanti uomini scoprono inclinazioni omosessuali solo dopo essere passati attraverso lunghe esperienze eterosessuali, magari coronate da matrimoni e figli? Molti! E quanti ancor più sono gli uomini che per paura e vergogna non usciranno mai dalla facciata di una rassicurante e ben accettata relazione eterosessuale!? Perché un individuo deve passare attraverso mille menzogne, auto inganni, sotterfugi e dolori, prima di costringersi a divenire consapevole della propria omosessualità? Dal mio punto di vista la causa è da rintracciarsi in una società fondata su una cultura maschilista e omofoba. Esiste uno stereotipo malato e ipocrita di uomo che alberga ancora nella mente di molti uomini e tristemente anche di molte donne, un uomo che concepisce la sua identità come superiore, come modello unico, giusto e sano, a cui tutti dovrebbero appartenere o perlomeno sottostare. Un uomo eterosessuale, superiore alla donna, unica forma di espressione possibile della sessualità maschile poiché benedetto da dio e tutelato dal potere della chiesa. Questo modo di vedere l'uomo paradossalmente è il frutto stesso di tutte le insicurezze che si nascondono nell'animo dell'uomo, del “maschio”. Un individuo esalta se stesso, la sua identità e le sue appartenenze unicamente quando nel profondo del suo animo si percepisce fragile, dubbioso, in continuo pericolo di essere sopraffatto o conquistato da ciò che vuole tenere lontano proprio per la paura di esservi simile. E chi è che instilla queste paure nell'animo umano? La cultura, la società ed in particolar modo la filosofia repressiva e malata che le religioni applicano per la gestione della sessualità umana. Il prete teme la sua sessualità, pertanto la condanna in lui e negli altri, ma non v'è nulla di più potente e devastante di un'energia sessuale repressa. Un corpo e una mente sani per molti anni sono attraversati da spinte sessuali che cercano unicamente la loro serena e naturale soddisfazione all'interno dei giochi del piacere. Ma il piacere è condannato, il piacere rende le persone serene, pacifiche e naturali. Cosa instilla nell'animo umano il desidero di fare guerre, lotte politiche, ambire al denaro e al potere? La condanna del piacere! La nostra società, nel suo sostrato morale, condanna il piacere ad ogni livello: fisico, emotivo, mentale. Ecco allora che per compensare questa vergognosa repressione nascono bordelli, pornografie, spettacoli televisivi con donne semi nude in ogni salsa e posizione. Ecco allora che gli uomini ambiscono al denaro e al potere perché sanno che solo così saranno immuni dalla condanna morale del piacere. Cercano il potere per poi pagare il sesso e compensare anni di repressioni in ogni modo. Se un professore delle elementari viene beccato a prostitute subito l'intero paesino lo condanna, perde il posto, moglie e figli. Se un noto politico viene beccato a festini di droga con un numero imprecisato di prostitute, subito mille colleghi si prodigano a giustificarlo, compatirlo, il prete del suo paese lo assolve prima ancora che qualcuno lo abbia condannato, la moglie sparisce da ogni rivista, giornale o intervista, i figli non esistono, un alone di compassione e protezione lo culla per un po' di tempo, sino a quando, redento e mortificato, riappare in una carica politica ancor più elevata e remunerativa. Non parliamo poi se viene trovato un prete con qualche donna! I preti, si sa, hanno dalla loro parte Dio stesso! Cosa gli si può dire?!

Cara Claudia, perdona le mille apparenti divagazioni del mio discorso, ma dal mio punto di vista sono aspetti fondamentali per comprendere cosa può essere accaduto al tuo compagno e cosa continuamente accade fra uomini e donne. La nostra cultura omofoba è un prodotto di chi non sa abbandonarsi all'amore, poiché quando v'è amore il piacere e la sessualità seguono le loro naturali vie. L'amore non condanna l'individuo ma lo lascia crescere per quello che è, accettandolo pienamente, senza giudizio alcuno. L'amore fa si che alcuni esseri umani possano sviluppare serenamente i loro tratti eterosessuali, altri bisessuali ed altri ancora omosessuali. L'amore non reprime l'energia sessuale e non condanna le forme che questa prende poiché dove v'è amore la sessualità è sempre accompagnata da estreme sensibilità e cura dell'altro. L'energia sessuale, guidata dall'amore, non può mai rendere l'altro un mezzo del proprio piacere, ma si fonde in una reciproca condivisione di piacere e rispetto. Ecco allora che, all'interno di questa visione, tutte le ossessione sessuali, le perversioni, le forme di prostituzione non hanno più alcun senso e appaiono in tutta la loro violenza e strumentalizazione del copro umano caduto all'interno delle paludi che genera una naturale e sana sessualità repressa.

Non v'è nulla di peggio della condanna e della repressione del sesso poiché è proprio da questo atteggiamento che nascono le peggiori manifestazioni di libidine e piacere malato. La sessualità, nel processo di maturazione di un individuo, se viene lasciata al suo naturale percorso, accompagnata dallo sviluppo dell'amore e della consapevolezza, traccia vie di bellezza, piacere e serenità, raggiungendo un suo apogeo oltre il quale inizia a dissolversi per lasciare la coscienza umana più libera e aperta ad altri piani di conoscenza. Ad una certa età sarebbe naturale la fine del desiderio sessuale e la nascita di desideri diretti alla dimensione spirituale e del trascendente, ma abbiamo così pervertito l'uomo da fargli credere che un individuo che non fa più sesso è semplicemente un vecchio vicino alla morte e alla miseria. Ecco allora che vediamo tristi e squallidi vecchietti con occhi ancora iniettati di desiderio intenti a guardare i sederi di ragazzine o in fila nelle farmacie per acquistare pillole dai mille colori che promettono poteri magici.

Cara Claudia, forse il tuo compagno ha dovuto reprimere dentro di sé per molti anni, la crescente consapevolezza della sua identità omosessuale oppresso dalla paure dei mille condizionamenti e giudizi sociali che questo avrebbe comportato. Da quel che mi racconti vi siete sposati molto giovani e forse questo non ha aiutato ad avere le idea chiare. Sono tutti forse, quel che so, però, è che se quell'uomo che hai sposato anni fa era un uomo stupendo, sensibile e dolce, queste qualità non possono essere perse, e per un figlio che cresce sono molto più importati dell'avere uno padre ben accetto dalla morale comune ma disgraziato nella reale relazione con suo figlio. E forse è proprio la sensibilità del tuo ex compagno ad averlo costretto a non poterti mentire per una vita, a non poterti far vivere in un sogno fatto di menzogne, in una felicità apparente data da un uomo che dentro continuamente avrebbe sognato una vita diversa. Se così fosse, anche questo è amore. Non sto cercando giustificazioni, sto solo provando a farti riflettere sul fatto che forse una gran parte del dolore che ora senti è data dal riconoscere quanto l'ambiente in cui viviamo, la nostra tanto decantata società, giudichi e condanni nonostante sia essa stessa la causa prima di molti dolori.

La tua femminilità ed il tuo essere donna non possono in alcun modo essere messi in discussione da questo fatto, poiché tutto ciò riguarda unicamente la crescita e la consapevolezza di un uomo che deve seguire la sua strada. Altra cosa vale per il tuo bambino ed il suo dover crescere all'interno di una società ambigua e giudicante. Sono certo che se tu e suo padre riuscirete a fargli sentire la naturalezza e l'inevitabilità di questo accadimento, non patirà grandi sofferenze, e se ne avrà saranno le necessarie fatiche che ognuno di noi deve compiere per modificare l'ambiente in chi viviamo, per renderlo più amorevole e disposto a far si che le persone divengano il più possibile consapevoli della loro sessualità e non il prima possibile dei buoni cattolici, mariti e padri. Credo che non appena ne sentirete la possibilità, il vostro bambino, vada guidato alla reale comprensione degli eventi, magari le prime volte guidati e accompagnati da uno psicologo esperto.

Hai ventotto anni, pertanto nonostante l'enorme difficoltà della situazione, sono certo che ancora tanta gioia e serenità debbano attraversare la tua esistenza! Ricorda: ogni qualvolta incontriamo un ostacolo, se riusciamo ad affrontarlo con sensibilità, amore e compassione, la vita ci risponde con la stessa disposizione d'animo attraverso cui noi abbiamo accolto le sue sfide.

Posso immaginare che tu ora sia piena di rabbia e delusione nei confronti del tuo compagno, e l'unica cosa che posso consigliarti è di trovare il modo di sfogare tutto ciò. Non reprimerti, non tenere queste emozioni devastanti dentro di te, altrimenti avveleneranno il tuo animo. Prendine consapevolezza, accettale, sfogale. Hai tutto il diritto di sentirti tradita, delusa e ingannata. Questo non vuol dire che lui sia colpevole, ma significa che ti ha fatto del male, che non era la persona che pensavi che fosse e probabilmente nemmeno lui per molto tempo se ne è reso conto. Accetta le cose per quello che sono e riconosci che la vita non ti ha colpito più tremendamente di quanto non colpisca ogni uomo di questa terra almeno una volta. Così è!, a volte dobbiamo prendere consapevolezza di qualcosa che non ci saremmo mai potuti immaginare, eppure, una volta liberato tutto il nostro uragano interiore un nuovo limpido cielo si apre dentro di noi per renderci nuovamente pronti ad iniziare una nuova avventura, magari più consapevoli, più saggi e più forti.

Un immenso abbraccio,

Dadrim

 
Scie chimiche, progetto HAARP e il destino del mondo PDF Stampa E-mail
Società e condizionamenti
Martedì 27 Luglio 2010 10:43

Fabio ha Scritto: Ciao Dadrim, sono Fabio. Bazzicando in internet sono capitato nel tuo blog per caso, si fa per dire, dato che credo il caso non esista, e sono rimasto molto colpito dalle risposte giuste ed illuminanti che dai a coloro che cercano conforto nella tua saggezza. Ho scoperto solo dopo, andando a leggere qualche notizia su di te, delle forti similitudini con la mia vita. Innanzitutto anch'io sono di Vicenza, poi anch’io ho studiato filosofia e anch’io sono stato deluso dall’accademicità e dalla chiusura mentale e spirituale dell’ambiente universitario rispetto ad una materia che in realtà potrebbe dare molto come la filosofia. Ero andato a studiarla in seguito ad una crisi dolorosa della mia vita per avere delle risposte che l’ambiente universitario quasi mai è riuscito a darmi. Per fortuna nel frattempo ho scoperto, piano piano, la spiritualità orientale e, di riflesso, ogni tipo di vera spiritualità e saggezza che, piano piano, mi ha dato la strada e alcune delle risposte che cercavo, o perlomeno la direzione giusta in cui cercare. Così ho continuato a studiare filosofia rendendomi sempre più conto di quanto la filosofia, almeno per come viene diffusa al giorno d’oggi dai più, non assolvesse veramente al suo compito di ricerca e di “amore per la sapienza”, come invece le spiritualità e le saggezze più o meno religiose riescono ancora a fare. Mi sono laureato a marzo portando una tesi che esprime proprio cose di questo tipo e che cerca di far capire quanto una vera filosofia (come lo era nell’antichità) dovrebbe aiutarci a vivere meglio, a conoscere noi stessi, a conoscere Dio, la Verità, la Luce, o comunque si voglia chiamare ciò che ricerchiamo nel profondo. Non dovrebbe differenziarsi quindi da ciò a cui tende ogni vera corrente spirituale, di saggezza. Non so se condividi pienamente, ma questo è ciò che penso e mi pareva potesse avere delle affinità con ciò che ho percepito nello spirito delle tue risposte. In ogni caso questo era solo per presentarmi. In realtà ciò che mi ha spinto a scriverti è più una serie di dilemmi che mi affligge in questo momento della vita.

Come ti ho detto, mi sono laureato da poco e in questo periodo sono in una fase di “stallo”. Diciamo che sto aspettando di partire per un’esperienza in giro per il mondo, per accrescere me stesso vivendo per un po’ a contatto con certe culture a cui mi interessa stare vicino; a fine luglio dovrei partire per l’Africa e stare lì per un po’ (credo facendo volontariato ma ancora non so). Poi mi piacerebbe visitare anche paesi più orientali, come la Cina, e altri sudamericani, come il Messico, ma quello poi si vedrà, intanto parto con l’Africa. Comunque, sarà appunto perché sono in questo momento di vuoto, in cui ho poco da fare e in cui devo decidere di me e della mia vita, ma le domande mi stanno un po’ sommergendo. Andiamo al punto. Come faccio a capire qual è la mia vera strada? Capisco bene che devo seguire il cuore e la voce interiore, ma non è sempre così facile. In particolare è da un po’ che mi logoro riguardo ad una questione a cui non riesco a trovare risposta. Cosa devo e posso fare veramente per aiutare a migliorare questo mondo sempre più decadente e a rischio di distruzione? I maestri che ho sentito, parlando, o tra un libro e l’altro, non fanno altro che “dirmi” che prima devo trovare me stesso, liberarmi, illuminarmi, e solo dopo posso dare veramente me stesso agli altri e al mondo per aiutarlo a migliorare. E questo lo capisco, lo condivido; è da un bel po’ che ho intrapreso un gran percorso di cambiamento e redenzione, anche se non è ancora giunto al culmine. Ma è come se mi sentissi in colpa nel pensare a me stesso e a ciò che mi fa star bene quando da qualche parte c’è un bambino che muore di fame. Ad esempio, ho fatto volontariato per un periodo, ma lo facevo come uno sforzo, come un dovere morale, non mi piaceva più di tanto andarci, e dopo che me lo sono chiesto e richiesto ho deciso di mollare, convinto anche un po’ dalle parole dei maestri, fidandomi di loro, ed essendone anche piuttosto sollevato. Ma sono egoista così? Molti dicono che bisogna fare solo ciò che piace, solo ciò che rende felici, perché solo così diffondiamo energia positiva nell’universo e contribuiamo a migliorarlo… che è inutile fare i volontari se è uno sforzo. Eppure se facessi veramente quello che mi piace ho paura che sarei egoista verso coloro che non hanno la possibilità di farlo. Mettiamo in chiaro che ciò che vorrei fare nella vita, che sicuramente mi piacerebbe, è coniugare l’arte, la creatività, al miglioramento e all’innalzamento del mondo e di coloro che lo abitano, quindi so che sarebbe comunque positivo ciò che farei, ma ora non so come arrivarci, come metterlo in pratica. Ad esempio, riguardo all’Africa, non so se andare con un’organizzazione di volontariato o se andare e girare per i cavoli miei (come forse mi piacerebbe di più) facendomi guidare dal vento e dalle persone che incontro… ho sempre un po’ paura di essere egoista. E sempre inerente a questo discorso ti pongo un’ultima questione, un po’ più materiale, che forse troverai paranoica, ma che non posso fare a meno di porti, perché non riesco proprio a capire come devo comportarmi.

Non so se hai mai sentito parlare delle "scie chimiche" e del progetto "HAARP", cose che credo siano uno dei più grandi pericoli e dei più grandi attentati umani e naturalistici che quei pazzi invasati scienziati-militari stanno attuando verso noi e il pianeta. Sono questi aerei-cisterna che passano sopra le nostre teste rilasciando scie che persistono nel cielo, si espandono e sono capaci di modificare le condizioni atmosferiche oltre a rilasciare metalli fortemente dannosi e avendo chissà quali assurde conseguenze. vi sono molte teorie sulle infinite applicazioni che potrebbero avere queste scie a livello militare, di controllo atmosferico, economico, eccetera, sui paesi in cui vengono rilasciate. E HAARP è un centro immenso di antenne in Alaska che sembra connesso a queste scie per agire a livello elettromagnetico sulla ionosfera, basandosi su scoperte di importanti scienziati. Te l’ho spiegato banalmente e velocemente, non so se ne avevi già sentito parlare? Comunque, ecco, questa è una di quelle cose che non riesco più a tollerare. Uscire, alzare gli occhi al cielo e vedere questi aerei che passano, queste nuvole chimiche che si formano e si deformano oscurando spesso il cielo con uno strato biancastro, mi rende triste: nemmeno il cielo è più libero dall’egoismo e dalle vergogne che quei quattro egoisti assetati di soldi e di potere stanno facendo al nostro pianeta. Ho paura per il male che ci stanno facendo.
Anche se devo ammettere che ho fiducia che una grande parte del mondo si stia
risvegliando e si stia aprendo ad una ricerca spirituale che cambierà le cose. Ma che cosa devo fare io ora? Unirmi ad uno di quei tanti movimenti contro queste scie o seguire un’altra strada? Le scie sono solo una cartina di tornasole per la mia attuale questione fondamentale, che poi è un po’ la stessa che ti ho posto all’inizio: se mi concentrassi sulle scie e su come fare per farli smettere di certo non seguirei ciò che mi piace e lo farei per dovere verso il pianeta, ma come potrei fare ciò che mi piace mentre questi pazzi continuano a distruggere la nostra terra, a rovinare i nostri cieli? Mi sento impotente, e non so cosa sia meglio fare. A volte mi pare di non riuscire a distinguere il seguire il cuore dal seguire le proprie voglie. Scusami se ti ho “sparato” questa raffica di questioni magari non facili, ma dato che conforti il cuore di molte persone, ho pensato che forse potessi
confortare anche il mio. Ti sarei infinitamente grato se mi rispondessi.
Un caro saluto.

Fabio

Dadrim ha risposto: Caro Fabio, dal mio punto di vista il mondo è un'astrazione, il mondo non esiste. Prova a trovare una foresta. Cosa troverai? Migliaia di singoli alberi. Singoli alberi, ma la foresta non la troverai mai! Il mondo è uguale ad una foresta, non lo troverai mai, troverai solo singole persone. Ecco allora che il pensiero di aiutare il pianeta, aiutare il mondo o aiutare l'umanità è un pensiero fallace, che ci può solo creare angoscia e disperdere le nostre energie. Non esisterà mai qualcuno capace di aiutare il mondo, il pianeta, ecc.. Esisterà sempre e solo qualcuno che ha prima aiutato se stesso e poi, per pura gioia, compassione e piacere, inizia a condividere la sua serenità con le altre persone, inizia ad agire partendo da questa centratura generando azioni, pensieri e parole consapevoli. Il cambiamento è come un virus infettivo, prima si ammala un singolo individuo, questo poi sta a contatto con altre persone e gli passa il morbo. Il morbo di cui noi parliamo è il morbo della bellezza, dell'amore, della semplicità, dell'onestà, della verità, della consapevolezza, della percezione dell'unità della vita in tutte le sue forme. Vi sono persone immuni a questo virus per il semplice fatto che sono stracolme di difese immunitarie. Ecco allora che dobbiamo imparare ad abbattere le nostre difese, dobbiamo iniziare ad arrenderci alla vita. Il mondo non esiste, è un'astrazione della mente; la vita invece esiste da sempre e per sempre esiterà, magari sotto altre forme, magari questo pianeta terra, con tutta la stupidità dei suoi milioni di singoli abitanti, si rovinerà, ma la vita andrà avanti. In un solo istante rigenererà un'altra possibilità di realizzare bellezza, amore e gloria. Forse passeranno miliardi di anni, ma cosa sono per questa esistenza? Due tre granelli di sabbia su di una spiaggia sconfinata. Siamo solo noi esseri umani a vedere tutto in piccolo, e, pertanto, tutto assoluto, fondamentale, drammatico perché irrimediabile. Per noi sessanta anni sono tutto, per noi questo pianeta è tutto, l'oltre è impensabile, la Totalità, con le sue infinite possibilità, ci angoscia, ci destruttura. Meglio pensare di essere fondamentali, i soli, gli unici, la differenza. Ma non è così! Noi valiamo quanto una rosa. La rosa vive pochi giorni, fragile quanto bella, poi appassisce. Nessuno si dispera, nessuno la ricorda, eppure lei è esistita, è passata attraverso questa dimensione e l'ha arricchita, l'ha modificata con il suo profumo, con la sua presenza. Noi non siamo nulla più di questo e nulla di meno. Siamo quanto un'onda dell'oceano o il volo di una farfalla, siamo così poco importati quanto indispensabili. Noi siamo parte di un mistero che non conosce tempo, distinzioni, preferenze, etichette, lodi e certificati. Noi siamo qualcosa che non abbiamo ancora compreso perché continuiamo a guardare la punta delle nostre dita invece di osservare l'intero, il tutto e le sue parti.

Quanto amiamo pensare di valere più di un topo, quanto amiamo fare le gerarchie: il cane è superiore al gatto, il gatto è superiore alla mucca, la mucca è superiore al coniglio, il coniglio è superiore all'uccello. Ecco allora che uccidere una mucca va bene, ma un cane è cosa da barbari. Facciamo le campagne per salvare i cani dall'abbandono estivo, salvo poi torture le galline in gabbie di ferro per atrofizzarne le membra e tirarne fuori carne bianca, morbida perché i nostri bambini mangino cose sane e tenere.

La mente genera l'illusione che tutto ciò abbia un senso, ma tutto ciò ha un senso solo per chi lo pensa. L'universo non ha gerarchie, non fa distinzioni. Un fulmine uccide un uomo o un passero con la stessa presenza.

La mente dell'uomo è stata capace di rinchiudere gli stessi esseri umani all'interno di categorie, affinché le distinzioni permettessero la giustificazione di stermini, schiavitù, torture e abusi di ogni genere. La mente umana lo sta ancora facendo e lo continuerà a fare ancora per molto. Perché? Perché la mente umana si può perdere nell'illusione delle astrazioni, delle credenze, delle generalizzazioni, perdendo la capacità di sentire con il cuore e di vedere, come prima cosa, sempre e solo il singolo individuo, il singolo animale, insetto o stelo d'erba in tutta la sua irripetibilità, vitalità, sofferenza e gioia.

L'esistenza quando distrugge lo fa con amore, per necessità di generazione. L'uomo quanto distrugge mosso dalle illusioni della mente lo fa con odio, per ignoranza e paura.

L'affermazione che l'esistenza non distingua fra una rosa è un essere umano terrorizza la maggior parte della gente, la quale non vuole sentire, non può accettare. Questo unicamente perché abbiamo fondato la nostra vita sull'idea di essere al centro dell'universo, senza capire però che questa stessa idea è la causa di tutti i nostri guai, paure e conflitti. Ci siamo pensati padroni e baricentri del tutto, ma non appena questo pensiero si è radicato nelle nostre menti, subito è anche sorta la tremenda percezione di essere soli, scissi da ogni cosa, privi di un significato armonico e di un moto organico con tutto ciò che ci circonda. Ecco allora che l'uomo, pensandosi solo e centrale, inizia a colmare la sua angoscia attraverso l'unica forma di appagamento che questa condizione gli può dare: la manipolazione e il controllo di tutto ciò che è fuori, dentro ed oltre di lui.

Come spighe in un campo di grano siamo accarezzati e mossi dal vento, come gli animali facciamo sogni, dormiamo, abbiamo fame, sete e impulsi sessuali.

Sicuramente siamo il fenomeno più complesso e sensibile di questa vita che conosciamo, siamo il suo sogno più compiuto, ma questo non centra nulla con l'essere superiori o l'avere il diritto di gestire ogni cosa come mezzo del nostro bisogno.

Il progetto HAARP, le scie chimiche, la fama dell'Africa, il dolore e la solitudine che devastano molte famiglie, le malattie e la morte, sono tutti fenomeni che caratterizzano questo nostro tempo, ma mai dobbiamo dimenticare che dietro ogni cosa esistono sempre e solo singoli individui, con una consapevolezza e una responsabilità a cui devono rispondere. Ad ogni singolo individuo è dato un piccolo segmento di realtà su cui lavorare, e su quella realtà può creare o distruggere, crescere o perire. Io credo che ogni individuo deve agire partendo dalla consapevole di far parte di un flusso di vita indivisibile. Solo così le sue azioni, per quanto piccole o grandi siano, potranno entrare a far parte di un movimento di consapevolezza globale e pertanto generativo. Chi agisce partendo unicamente dalla percezione di sé inevitabilmente arreca danno ad altri e a se stesso. Altrettanto vale anche per chi agisce partendo dalla percezione dell'immane sofferenza che contraddistingue questa umanità. Chi cade nel pensiero degli infiniti dolori che attraversano questo pianeta può solo perdersi in un'inutile disperazione, generata proprio da quell'idea di cui parlavo prima, l'idea di essere il centro del mondo.

V'è chi partendo da questa idea vuole dominare nel mondo per trarne propri vantaggi e chi invece vorrebbe cambiare il mondo per vederlo in pace e armonia. Ma anche l'idea di voler vedere il mondo in pace e armonia è sempre una forma di manipolazione e desiderio di ricavare un proprio vantaggio. I conflitti del mondo mi spaventano pertanto vorrei fare qualcosa per risolverli affinché possa eliminare il dolore che questi creano in me: così agiscono molte persone. Ma anche questo è un pensiero che parte unicamente dall'idea di essere soli, isolati e di voler cambiare il mondo in base alle proprie esigenze. Chi usa il mondo come mezzo per soddisfare i sui più bassi istinti non crea più conflitti di chi agisce nel mondo per realizzare i suoi più alti ideali. Il mondo non esiste, esistono solo singole persone, pertanto non si può agire sul mondo ma unicamente sulle persone, e mai per coercizione, ma unicamente per contagio, per fascinazione.

Supponiamo che io voglia l'armonia e la pace, ma sappiamo benissimo che molti individui traggono profitti e piacere proprio dalla discordia e dai conflitti. Come farò a relazionarmi con questi individui? Gli farò guerra per ottenere la pace che desidero? Abbiamo mai visto nascere una vera e duratura pace da una guerra? No, poiché l'unico modo che ho per ottenere la pace attraverso un conflitto consiste unicamente nell'eliminare tutti i miei oppositori, e dico tutti perché se ne lascio anche solo uno vivo, questo, avendo vissuto la morte di tutti i suoi amici e parenti, appena potrà si vendicherà. Attaccherà, diffonderà nuovamente odio e confusione. Ma se in questo sta la mia soluzione, cioè nell'annientamento totale di chi non vive entro il mio pensiero di pace e serenità, che differenza c'è fra me e chi ho annientato? Non sono forse io peggiore? Almeno questi sfruttavano le persone, ma perlomeno gli lasciava la possibilità di vivere, e chi vive ha sempre la possibilità di cambiare, di divenire più consapevole e magari imparare come smettere di farsi sfruttare.

Allora come posso volere l'armonia? L'armonia non è qualcosa che si realizza fuori e che poi sento dentro di me. È qualcosa che posso solo scoprire in me e che, una volta trovata, qualunque siano le condizioni esterne, non posso più perdere. Ecco allora che in qualunque luogo o situazione mi trovi a vivere, il mio agire nascerà sempre da uno stato interiore di equilibrio e serenità.

Questo stato interiore è contagioso e trasformativo in se stesso, e dal mio punto di vista è anche l'unico modo per generare una vera e duratura rivoluzione. La vera rivoluzione è una faccenda che riguarda la consapevolezza di ogni singolo individuo e non la modificazione delle regole su cui si deve basare una società. Nessun governo potrà mai rendere migliori gli uomini, ma saranno sempre e solo gli uomini che genereranno governi migliori.  

Noi non siamo il centro del mondo, perché il mondo non ha ancora un centro. Il mondo ora come ora ha unicamente un'infinità di piccoli centri di consapevolezza più o meno espansa, che consistono in tutti i suoi abitanti. Solo il giorno in cui ognuno di questi centri inizierà ad agire, nel suo spazio e nelle sue relazioni, in piena consapevolmente di sé e degli altri, il mondo inizierà ad avere un centro e pertanto un'armonia.

Caro Fabio, l'unico consiglio che mi sento di darti è di dimenticare il mondo con tutti i sui mali, i suoi dolori e le sue brutture. Agisci, vivi e scegli partendo da tutto ciò che ti ispira bellezza, amore e armonia, e quando lungo la tua strada incontrerai le sofferenze dell'uomo, dona tutto il tuo bagaglio di libertà e fiducia.

Se senti amore e armonia fra chi soffre, è lì che devi andare. Se senti amore e armonia restaurando mobili, costruendo case o insegnando filosofia, è questo ciò che devi fare. Se invece le percepisci stando seduto sotto un albero a meditare, bene uguale...

Buona ricerca!!!!

Dadrim

 
Paura di sbagliare PDF Stampa E-mail
Crisi interiori
Domenica 25 Luglio 2010 16:26

Cristina ha scritto: Ciao, mi chiamo Cristina... Ho paura di sbagliare a lavoro, e più penso a questa possibilità e più accade l'inevitabile errore. Sono una ragazza seria eppure continuando a sbagliare così mi sembra che tutto mi crolli addosso... mi sembra di non avere più la certezza di essere una persona seria. Forse di non essere più la persona che vorrei essere.....
Ciao

Dadrim ha risposto: L'errore è qualcosa di fondamentale per la crescita dell'essere umano. Se un uomo non sbaglia significa che è morto o che è scemo. La via della libertà e della saggezza è generata da mille errori che abbiamo saputo riconoscere, comprendere e per questo imparato a non ripetere.

Perché non vuoi sbagliare? Perché non ti permetti di essere un'anima felicemente imperfetta? È solo dall'imperfezione che nasce una sempre maggiore perfezione! Se nella tua idea di serietà si nasconde la paura di essere giudicata e non accettata qualora dovessi compiere un'errore, la tua idea di serietà è la tua stessa condanna.

Il giudizio degli altri ci pesa solo quando noi stessi ci giudichiamo per primi, inoltre, dal giudicare noi stessi germoglia un continuo giudicare e non accettare anche tutto ciò che sta fuori da noi. Il giudizio è come una pianta parassitaria che per vivere succhia l'energia di tutto ciò che le sta accanto.

Per me la paura di sbagliare è solo il sintomo della paura di essere giudicati male e pertanto non accolti e amati. La fortuna vuole però che il vero amore non conosca il giudizio ma si esprima sempre ed unicamente attraverso l'accoglienza e la trasformazione dell'altrui fragilità ed errore.

Se cerchi l'amore e l'accoglienza attraverso il tentativo di essere perfetta al tuo e l'altrui giudizio, l'unica cosa che otterrai sarà paura e isolamento.

Se smetterai di pensare di dover essere in un certo modo per poterti meritare amore e accoglienza lentamente scoprirai quanto leggera, semplice e gioiosa sia questa vita.

La vera serietà per me non è qualcosa che esclude la leggerezza, la risata, l'imperfezione e l'errore. La vera serietà per me consiste semplicemente nel non essere falsi con se stessi e con gli altri, pertanto consiste nel mostrarsi sempre per quello che si è di momento in momento, giorno dopo giorno. Sono una persona seria quando non inganno e mi inganno sforzandomi di mostrarmi per quello che non sono. Sono una persona seria quando mi dono a te e permetto che tu ti doni a me senza alcuna forma di giudizio, senza chiedere che tu sia più di ciò che sei, perché sta proprio nell'accoglienza di ciò che siamo la vera possibilità di trascendere e trasformare i nostri limiti e le nostre paure.

Tu dici: “Mi sembra di non avere più la certezza di essere una persona seria. Forse di non essere più la persona che vorrei essere...”

Se la metti così ti posso unicamente augurare di non divenire mai la persona che vorresti essere, ma di permetterti sempre di essere semplicemente quella che già sei. Sono certo sia già tutto ciò che questa esistenza possa desiderare!

Un caro saluto,

Dadrim

 
Scuola esoterica e senso dell'esistenza PDF Stampa E-mail
Crisi interiori
Giovedì 22 Luglio 2010 10:31

Viola ha scritto: Ciao, Dadrim. Sono capitata sul tuo blog e mi ha colpito, anche se ho ancora tanto da leggere. Mi sono sempre chiesta qual è il significato dell’esistenza, forse perché la mia è iniziata in maniera drammatica: ho seguito diverse piste, mai trovata una risposta definitiva. Venendo a contatto con la diffusione della conoscenza delle leggi come quella di attrazione, secondo la quale ciascuno di noi è responsabile di ciò che manifesta nella sua vita, sono rimasta sconcertata perché accanirmi così tanto con me stessa sarebbe masochismo puro, più che cercare di imparare una lezione importante per evolvere.

Ho avuto un’infanzia talmente difficile che a 20 anni ho troncato gli studi e mi sono sposata, per colmare le mie lacune affettive. La scelta del partner non è stata ben ponderata e il mio matrimonio non è mai stato felice, abbiamo avuto 2 figli e per questo motivo cerco di tirare avanti e rispettare gli impegni presi.
In questo periodo due sono le questioni che mi tormentano, probabilmente sono collegate tra loro: di recente ho iniziato un lavoro di gruppo in una cosiddetta ‘scuola esoterica’, e mi è abbastanza utile, mi aiuta una disciplina che contribuisce a sostenere la mia volontà di osservarmi. L’ambiente però non mi convince del tutto, è un percorso complesso che costa parecchi soldini e ci sono persone che polemizzano su quest’aspetto, io stessa ho dei dubbi sulla finalità della scuola.
Due anni fa ho perso una persona cara, dopo averlo assistito in una malattia terminale, e questo scompenso ha riacutizzato i miei disturbi del comportamento alimentare. Sto andando verso l’obesità, comprendo che è giunta l’ora di trovare una soluzione a questo problema, nello stesso tempo dubito di me stessa perché me lo porto dietro da tanti anni ormai.
La risposta che mi sono data è che il senso dell'esistenza sia cercare di raggiungere un maggior livello di consapevolezza a beneficio anche dell'insieme; ogni giorno cerco di fare del mio meglio per quella famiglia a cui ho sacrificato tanta parte della mia vita, ma questo non mi rende più felice, né serena: mi trovo in una penosa situazione di stallo. Mi sembra di essermi inaridita spiritualmente, anche emotivamente. Avrei bisogno di semplificare tutte le complicazioni, tutte le false apparenze ed esigenze del mio modo di vivere.
Se mi regali qualche frase su questi miei dubbi, te ne sarò molto riconoscente.
Viola

Dadrim ha risposto: Se un percorso in una scuola, come tu chiami, “esoterica”, ti fa affiorare nella mente questioni economiche significa probabilmente che senti di pagare più di quanto ricevi. Infatti, se tu sentissi di ricevere più di quanto paghi probabilmente diresti: “questa scuola costa troppo per le mie tasche ma quanto vorrei permettermela considerando i benefici che mi porta”.

Paghiamo sempre troppo quando non sentiamo di ricevere abbastanza.

Tu dici: “Mi sembra di essermi inaridita spiritualmente, anche emotivamente. Avrei bisogno di semplificare tutte le complicazioni, tutte le apparenze e le false esigenze del mio modo di vivere”.

Tutti noi avremmo bisogno di questo! Ora, la domanda fondamentale è: perché non lo facciamo? Vediamo ciò che rovina le nostre vite ma non facciamo nulla per cambiare. Perché? Andiamo a corsi di yoga, da psicologi, da medici, amici, vari ed eventuali guru, nella speranza di trovare un aiuto, quando, paradossalmente, l'unico aiuto di cui avremmo bisogno consiste nel trovare la forza di fare ciò che sentiamo, trovare il coraggio di fidarci di noi stessi!

Perché non facciamo ciò che sentiamo?

Un caro saluto,

Dadrim

 
Cosa significa condivisione PDF Stampa E-mail
Sull'amore e le relazioni
Domenica 11 Luglio 2010 19:01

Qualcuno ha scritto: Cosa intende lei per "condivisione", non solo materiale, ma emotiva e spirituale?

Dadrim ha risposto: Una piena condivisione, che tocca tutti i livelli dell'esistenza umana, accade solo fra individui che vivono senza alcuna paura. Là dove non c'è paura c'è amore, e dove c'è amore c'è piena condivisione. La paura nasce dal credere che per poter essere qualcuno sia necessario scontrarsi con gli altri per potersi poi ritenere vincenti, migliori, arrivati.

Peccato, però, che coloro che si ritengono riusciti finiscano unicamente per isolarsi sempre più in un vuoto piacere di sé, che con il tempo si mostra in tutta la sua aridità e disperazione, mentre coloro che si ritengono non riusciti continuino a rincorre il sogno di vincere una battaglia senza senso.

Sino a quando concepiremo l'idea di realizzazione come idea d'essere più degli altri, la sofferenza ci seguirà come un'ombra. Ci siamo convinti che per “essere” sia necessario lottare con chi ci sta accanto, ma così la nostra energia unicamente si disperde nel cercare modi e strategia di sopraffazione invece di riversarsi nelle relazioni come forza di incontro, condivisione e trasformazione. Manchiamo costantemente l'amore perché non riconosciamo l'innata bellezza che risiede nel vivere liberi da logiche di paragone e competizione. Essere semplicemente quello che si è ci risulta praticamente impossibile. Guardare noi stessi e gli altri con occhi limpidi, liberi dall'invidia, dalla gelosia e pertanto dalla paura ci sembra quasi innaturale.

Condividere per me significa incontrare l'altro senza alcun pregiudizio e condizionamento affinché il nostro animo possa ricevere e donare in piena verità e consapevolezza, pensieri, emozioni e sentimenti: solo così possiamo crescere, cambiare e amare.

Un saluto,

Dadrim

 
E tu, sei consapevolmente felice? PDF Stampa E-mail
Sulla spiritualità
Domenica 04 Luglio 2010 18:05

Qualcuno ha scritto: E tu, sei consapevolmente felice?

Dadrim ha risposto: Ciò che importa è la consapevolezza, non la felicità. Quando viene la felicità osservo e ascolto la felicità, quando viene la tristezza accolgo la tristezza. Per me è fondamentale non resistere a ciò che nasce nel nostro cielo interiore, qualunque cosa sia, poiché ciò che genera una condizione di perpetua sofferenza è proprio la non accettazione di ciò che giace in noi. Se accolgo consapevolmente tutto quel che affiora nel mio cuore e nella mia mente, lentamente ogni nodo si scioglie. La vera felicità non nasce dall'evitamento o dalla negazione del dolore ma unicamente dalla capacità di vivere in piena verità e intensità quel che è in noi e fuori da noi, e per fare ciò l'unica via è la consapevolezza, la fiducia, l'abbandono.

Io cerco di vivere attraverso un atteggiamento di consapevolezza costante tutto ciò che è in me e fuori da me, bello o brutto, buono o cattivo, giusto o sbagliato che possa sembrare.

Tutto ciò che la consapevolezza osserva muta, ciò che mai muta è la capacità di osservare e comprendere della nostra consapevolezza. In questa capacità risiede la nostra massima possibilità di libertà e serenità: nella piena realizzazione di questa realtà si compie il nostro destino.

Detto ciò, che rilevanza può avere la comunicazione scritta del mio essere al fine della tua realizzazione?

Con l'augurio che ogni punto di domanda possa svanire dalle nostre menti unicamente dopo averlo utilizzato per rimuovere ogni certezza.

Un caro saluto,

Dadrim

 
Sulla paura di invecchiare e non avere figli PDF Stampa E-mail
Società e condizionamenti
Lunedì 28 Giugno 2010 22:59

Sara ha scritto: Caro Dadrim, ho 42 anni, sono realizzata professionalmente, sono una bella donna, ma rinunciando all'uomo con cui stavo, perché non voleva figli, so anche di aver rinunciato per sempre alla possibilità di avere un figlio perché credo che prima di innamorarmi nuovamente passerà del tempo ed io non potrò più... Soffro anche per questo, per la mia eta', per la società che mi considererà "datata" e per la vergogna di presentarmi ad un altro uomo a 42anni, mai sposata e senza un figlio... Ti chiedo aiuto per superare questo momento di doppio lutto!

Grazie

Dadrim ha risposto: Cara Sara, perché dai limiti alla tua possibilità di re-innamorarti? Perché dai limiti alla possibilità di stupirti di questa esistenza? Io credo che tu abbia fatto bene a troncare una relazione che non sentivi affine al tuo desiderio e sentimento. Questo non significa che fra voi non possa continuare un affetto e una relazione entro altri piani di condivisione, questo non significa che fra un po' di tempo le cose fra di voi non possano cambiare ulteriormente. Ma questo significa certamente che non sei disposta a vivere entro un compromesso mortificante, e ciò è la cosa più importante. Dal mio punto di vista mai si dovrebbe rinunciare al proprio sentire in nome di qualcosa che può apparire anche vagamente giustificabile attraverso il pensiero. Il nostro pensiero può aiutare ad orientare il nostro sentimento, ma mai dovrebbe sostituirlo o negarlo.

Sono certo che se ti permetterai di vivere totalmente e liberamente questo momento mille porte sono già aperte di fronte a te. Non guardarti attraverso gli occhiali di una società che ti può pensare “datata”, attraverso la vergogna di presentarti ad un uomo con i tuoi anni, mai sposata e senza un figlio. Questi sono condizionamenti della mente, ombre senza sostanza che vagano fra le stanze chiuse del tuo cuore che ora soffre per questa condizione.

Lascia cantare a squarcia gola la tua bellezza, la tua intelligenza, l'esperienza e la maturità della tua età, che se vista da una certo lato può sembrare un limite, ma se colta nella sua possibilità può divenire un elemento di forza e facilitazione.

La vita è un fenomeno molto strano: quando guardiamo il mondo partendo da un certo stato d'animo e da certi pensieri il mondo sembra rispondere esattamente alla nostra condizione, ma d'un tratto se cambiamo la nostra disposizione d'animo tutto sembra rispondere e sintonizzarsi sulla nostra nuova frequenza.

Lasciati stupire dalla vita, lascia che il tuo desiderio viaggi liberamente attraverso il tuo corpo, oltre i tuoi pensieri e le tue paure. Lascia che i tuoi occhi, liberi e fiduciosi, incontrino gli sguardi di chi come te vive cercando quella dimensione che rimbomba nel tuo cuore.

Il nostro desiderio se lasciato vivere pienamente e liberamente è come una calamita potentissima che attrae a sé tutto ciò che gli sta accanto e vibra alla stessa intensità ed energia.

Nulla è definitivo e perduto se noi non iniziamo a ritenerlo tale, con questo non intendo dire che ci si debba caparbiamente attaccare al bisogno di ottenere ciò che si vuole, tanto più se stiamo parlando di un figlio. Voglio unicamente dire che se riusciamo a vivere in armonia con il nostro sentire e desiderare, privi di pensieri o emozioni condizionanti, saremo sempre in grado di cogliere le mille possibilità che costantemente ci ruotano attorno.

Un storia racconta di un uomo che andava in giro per le strade della città guardando per terra e ripetendo continuamente: dove si nasconde la luna, dove si nasconde la luna.

Tutti quelli che incontrava gli ripetevano che la luna era in celo e non per terra, ma lui rispondeva: voi volete rubarmela non appena mi distraggo per alzare gli occhi al cielo.

Passarono così le settimane quando un giorno arrivò in una fattoria, e continuando a fissare il terreno vide un secchio nel quale si rifletteva la luna. Immediatamente si gettò nel secchio per afferrarla, ma vide che non era lì. D'un tratto capì che quello era solo un riflesso e che quindi la luna era effettivamente sopra la sua testa. Allora alzò gli occhi ed esclamò: mio dio che meraviglia, guarda quante stelle!

Non avere idee a priori, vivi liberamente e pienamente. La vita ti risponderà saggiamente, ne sono certo.

Fammi sapere come vanno le cose!!!

Un grande abbraccio,

Dadrim

 
Quante dimensioni esistono? PDF Stampa E-mail
Sulla spiritualità
Martedì 22 Giugno 2010 23:41

Mattia ha scritto: Salve Dadrim, volevo sapere quante dimensioni esistono? Noi siamo esseri di terza dimensione e io voglio sapere quante dimensioni esistono?

Dadrim ha risposto: Dal mio punto di vista esiste un'unica dimensione infinita. Più la nostra consapevolezza si espande e si libera dai condizionamenti del passato e più noi accediamo a nuovi spazi di quell'unica e indivisa dimensione che è la vita. La prima dimensione non è separata dalla seconda ma vi fa parte, come la seconda fa parte delle terza e così via. Un essere che vive rinchiuso nella prima dimensione non può nemmeno immaginare la seconda, come chi è rinchiuso nella seconda non può immaginare la terza, ma chi vive nella terza vede nitidamente e semplicemente l'armonia che nasce dall'unita della prima dimensione con la seconda, unità che dà possibilità alla terza. Ora, ciò che ci resta da fare è riportare ad unità il nostro essere: chissà quali visioni si apriranno ai nostri occhi in quell'istante.

Un caro saluto,

Dadrim

Consiglio la lettura del libro "Tertium Organum" di P. D. Ouspensky

 
I figli non devo nascere per risolvere i nostri guai PDF Stampa E-mail
Sull'educazione e i figli
Venerdì 18 Giugno 2010 00:33

Viviana ha scritto: Caro Dadrim... Anch'io come molte altre persone che ti hanno scritto ho sofferto di attacchi di panico e di una forte depressione cominciata a 23 anni e che sto' ancora cercando di combattere ora che ne ho 29. In questi anni tanto difficili ho visto la maggior parte della gente a me vicina allontanarsi... amiche,parenti,conoscenti...l'unico a non avermi mai abbandonato e' DANILO, il mio ragazzo da 4 anni. Ci siamo conosciuti perché lui suona ed io.... cantavo, e da lì non ci siamo più lasciati. Ora il punto è che io circa 3 anni fa sono rimasta incinta, ma a causa degli antidepressivi che prendevo non ho potuto tenere il bambino, anche perché erano solo 3 mesi che stavo con Danilo. Oggi che la nostra relazione è molto più solida, sento forte dentro di me il desiderio di averlo, anche perchè credo che sia il dono più grande che mi ridarebbe quella gioia e spinta verso la vita che purtroppo in questi anni ho perduto. La mia paura più grande? La mia insicurezza verso la gente: fobia sociale si chiama... Come faro' ad avere
rapporti con le altre mamme, maestre etc etc... Posso farcela? In fede

Viviana

Dadrim ha risposto: Se nella nascita di nostro figlio proiettiamo la speranza di risolvere i nostri turbamenti interiori, graviamo di una responsabilità irrealizzabile le spalle di un essere che non è ancora nato. Nessuno nasce per appagare i nostri bisogni; ogni bambino viene al mondo unicamente per compiere il suo destino, e spesso il suo destino non è molto in sintonia con il nostro volere. Questa è la causa principale dei tanti conflitti fra genitori e figli. 

Tu dici: “La mia paura più grande??? La mia insicurezza verso la gente,fobia sociale si chiama...come faro' ad avere rapporti con le altre mamme... maestre.....”

Io credo che la tua paura più grande dovrebbe risiedere nella possibilità di condizionare tuo figlio con le tue difficoltà. I neonati sono delle spugne emotive e le madri per loro sono come un oceano.  

Il desiderio di avere un figlio, dal mio punto di vista, dovrebbe, come prima cosa, spingerci a ricercare tutte le energie e le strategie per creare un ambiente massimamente sereno e creativo per il nascituro. E il primo ambiente in cui un bambino permane per ben nove mesi è il ventre stesso di sua madre. 

Ti auguro con tutto il cuore di poter divenire un ventre di pace e serenità. Tutto ciò che veramente vogliamo lo otteniamo

Dadrim

 
Attacchi di panico: paura del tutto PDF Stampa E-mail
Crisi interiori
Venerdì 11 Giugno 2010 10:13

Anna ha scritto: Caro Dadrim, sono Anna la ragazza che ti ha scritto la settimana scorsa, quella delle tante domande sulla mente che si ammala. Ti ringrazio moltissimo per la risposta, hai detto molte cose importanti e che sento come vere. Anche se alcune cose come quella sul fatto che corpo e mente sono solo estensioni del nostro essere ma non l'essere in se stesso, mi sembra di averle recepite solo mentalmente e non ancora in modo più profondo. Forse quando arriverà il momento per capirle allora le comprenderò veramente. 

Ho capito quando parlavi del fatto che ciò che sto passando è come una fase di transizione dove ho l'occasione di scegliere tra il nuovo e la sicurezza del vecchio... solo che ogni tanto mi sembra proprio che la situazione mi stia sfuggendo di mano mentre tutto quello di cui tu parli richiede un livello di consapevolezza tale che francamente mi è difficile mantenere quando ho uno dei miei brutti momenti.

Sto iniziando ad avere attacchi di panico, mi vengono soprattutto quando prendo mezzi di trasporto... l'aereo poi mi e' diventato impossibile prenderlo... ogni tanto ti giuro mi sembra di affogare e ho la sensazione crescente di 'non farcela'. Sto cercando di stare calma ma comunque quello che esercito su di me e' sempre un controllo comandato e poco naturale e soprattutto molto molto fragile visto che mi basta prendere un treno o un aereo per iniziare a stare malissimo.

Ho paura di perdermi e non so come dovrei agire per ritrovarmi.

La paura che mi assale ogni tanto e' sovrastante...come faccio?

Grazie per ascoltare un po' dei miei pensieri.

Un caro saluto, 

Anna

Dadrim ha risposto: Cara Anna, non preoccuparti più del necessario, ma agisci subito e con determinazione; gli attacchi di panico si possono risolvere contattando un bravo psicoterapeuta, magari con particolare esperienza del problema specifico. Una elevatissima percentuale di persone ottiene buoni risultati già dopo poche settimane di sedute, sino ad arrivare alla piena gestione o risoluzione del problema in tempi variabili.

I risultati migliori vengono ottenuti dalle persone che iniziano ad affrontare il problema sin dalle prime avvisaglie, pertanto ti consiglio di non lasciar passare il tempo, non isolarti nell'angoscia di questi disturbi, ma affidati serenamente a qualcuno di competente e qualificato. 

Detto ciò vorrei anche condividere con te il mio pensiero in merito alla faccenda partendo da una prospettiva puramente filosofica e spirituale.

Non intendo parlare degli “attacchi di panico”, definizione psicologica di un disturbo specifico che non mi compete, ma vorrei parlare delle radici stesse della paura e del panico. 

Il termine panico probabilmente è una derivazione del nome latino del dio Pan. La mitologia narra infatti che il dio terrorizzava chi lo disturbava lanciando urla mostruose. Alcuni racconti riportano anche che lo stesso Pan a volte fuggiva per paura delle sue stesse grida.

Il nome Pan a sua volta deriva dal greco “paein”, che letteralmente significa “tutto”. Secondo la mitologia greca, infatti, Pan era lo spirito di tutte le creature naturali, pertanto entità legata alle foreste, agli abissi e al profondo e insondabile mistero dell'esistenza. 

Insomma, secondo la mitologia antica il dio Pan, il dio del Tutto terrorizzava chi lo disturbava solamente con l'utilizzo della sua potente voce. Il panico nasce quindi nell'uomo quando questo incontra il Tutto ponendosi come disturbatore. Quando l'armonia dell'insieme viene spezzata una voce mostruosa proveniente dagli abissi della natura scuote l'anima dell'uomo facendolo fuggire.

Dal mio punto di vista la storia del dio Pan si ripete quotidianamente dentro di noi, infatti nel nostro mondo interiore si nasconde sia la dimensione del tutto, di Pan, sia la dimensione dell'uomo disturbatore. I nostri piccoli e impermanenti pensieri, seguiti dai loro altrettanto contingenti bisogni, quando incontrano il dio del tutto, fuggono terrorizzati dalla sua voce, poiché in quella forza si esprime l'unità della vita, quell'unità in cui noi non riusciamo a permanere.  

Sino a quando vivremo sentendoci e pensandoci separati dall'esistenza inevitabilmente questa ci risponderà mostruosa, non perché lo sia veramente ma semplicemente perché è la stessa natura del nostro pensiero che, nella sua finitudine, è condannato al terrore della realtà infinità e non duale dell'universo.

Il pensarsi entità isolate e indipendenti dal tutto ci spinge a voler controllare gli eventi al fine di proteggere la nostra idea di vita e di noi stessi, ma l'esistenza non potrà mai essere posseduta, confinata e diretta, pertanto, dalla percezione dell'assoluto e inevitabile fallimento del nostro più assurdo e potente desiderio di dominio e sopravvivenza come entità egocentriche nasce la percezione di un profondo e devastante terrore di annientamento.  

Scrivi: “Ho paura di perdermi e non so come dovrei agire per ritrovarmi”.

Dal mio punto di vista il problema non sta nella paura di perdersi ma nel desiderio di ritrovarsi. Sino a quando vorrai ritrovarti non ti permetterai di attraversare pienamente e liberamente le travolgenti fasi che ci consentono di abbandonare la nostra piccola identità al fine di scoprire quella dimensione di appartenenza alla vita che unicamente ci può dare serenità. 

La paura di perdersi è inevitabile nel momento in cui si inizia a vedere la fragilità delle basi su cui poggiano le nostre vite, ma questa paura non dovrebbe spingerci ad ancorarci con ancor più forza alle nostre vecchie e malandate fondamenta. Dovremmo lasciarci completamente andare, in totale fiducia e abbandono. 

Ricordo ancora come imparai a nuotare, fu una delle lezioni più importanti della mia vita. Temevo l'acqua, avevo paura di affogare, avevo paura di perdermi, pertanto mi tenevo sempre al bordo della piscina con tutta la mia forza. La mia istruttrice continuava a ripetermi: lasciati andare, abbia fiducia, rilassati, l'acqua ti tiene a galla da sola, ci sono qua io, non temere nulla. Ma niente, io non la ascoltavo e rimanevo aggrappato al bordo immobile come un pezzo di legno. Poi un giorno come tanti altri, come al solito entro in piscina e mi aggrappo al bordo. Questa volta la mia istruttrice non mi bada minimamente, mi lascia lì appeso come un salame al sua gancio. Tutti nuotano e giocano sereni nell'acqua: io sono sempre lì a fare il salame. Passano i minuti, poi decine di minuti, ho sempre più freddo, batto i denti, voglio uscire e tornare negli spogliatoi, ma la mia insegnante non me lo permette. Sono sempre più stanco, sto perdendo anche le forze per reggermi al bordo della piscina. Inizio a piangere ed inveire verso l'insegnante, voglio uscire, ma niente, lei me lo impedisce, è molto più grande e forte di me. Allora, preso dalle disperazione provo a sganciarmi dal bordo e muovermi con tutta la forza che mi rimane in corpo, ma niente, vado a fondo come un sasso. La mia insegnate mi riprende per le spalle e mi tira su nuovamente. Subito mi aggrappo nuovamente al bordo piscina ancora più stanco, sfiduciato, con la gola e il naso che mi bruciano per l'acqua bevuta. Faccio un ultimo tentativo, ma niente, peggio di prima, bevo ancora più acqua. Penso che è la fine, che ora qualche adulto mi tirerà fuori da lì, che questa insegnate è pazza. Vedo mia madre seduta sulle panchine a bordo piscina, inizio a gridarle di tirarmi fuori da lì, ma questa si alza e se ne va. Capisco che è finita, da lì non me ne andrò sino a quando non faccio ciò che vuole questa maledetta istruttrice. La guardo e lei sorride, capisce che non ho più forza per oppormi, che non ho più idee di fuga, che la mia disperazione ha bruciato ogni mia paura ed anche se stessa. Sono completamente finito, al punto che per la mia mente non mi passano nemmeno più le solite paure di perdermi, di affogare, di non sopravvivere.

Quel desidero che mi voleva far sopravvivere a tutti i costi è morto ed ora io posso vivere quel che realmente c'è qui ed ora: questa insegnante di nuoto che sorridendo mi dice, “sei pronto a fidarti?”  

Io non rispondo nulla. Lei mi prende con una mano per le spalle, con l'altra mi toglie senza fatica le mani dal bordo piscina. Poi mi solleva le gambe, lascia che la mia testa entri leggermente nell'acqua. Poi mi tiene con una mano sotto il collo e con l'altra alla base della schiena. Ora mi ripete: “ti sto tenendo, non preoccuparti, non ti mollo, lasciati andare, rilassati, abbandonati, non c'è nulla da temere...” D'un tratto vedo le sue mani fuori dall'acqua e capisco che sto galleggiando, sto nuotando... Io no sto facendo nulla, ma rimango a galla.

Ora capisco che tutto il mio fare, resistere, spaventarmi e voler controllare impediva l'accadere di un qualcosa che poteva venire solo dalla fiducia e dall'abbandono. 

La memoria di questa esperienza mi è tornata utile ogni volta che mi sono imbattuto in qualcosa che aveva a che fare con la mia vita. Questa esistenza è come una piscina in cui dobbiamo imparare a nuotare, e l'unica via è l'abbandono e la fiducia.

Cara Anna, se lo senti affidati ad un bravo psicoterapeuta per qualche tempo, ma soprattutto affidati alla vita per l'eternità. E quando entri nei boschi del tuo mondo interiore e incontri Il tuo dio Pan, non temere la sua voce, ti sta solo dicendo che qualcosa in te non è ancora in sintonia con il tutto, che qualcosa in te sta disturbando il tuo equilibrio interiore. Il dio Pan non è cattivo, prende persino paura di se stesso, vuole solo gridare a squarcia gola che così non va, che qualcosa deve essere fatto, che la vita non si esaurisce in quelle quattro cose che tutti i giorni ci raccontiamo. 

Un forte abbraccio,

Dadrim

 

P.S. Nella vita, per imparare a nuotare, ovviamente non è necessario fare tutto il casino che ho fatto io in quella piscina. : )

 
Paura del dolore fisico che conduce alla morte PDF Stampa E-mail
Crisi interiori
Mercoledì 09 Giugno 2010 16:40

Adry ha scritto: Ho paura del dolore della morte, che 20 anni fa ho parzialmente
sperimentato dopo un incidente.

Quello che mi spaventa è il dolore fisico che conduce alla morte.

Come posso affrontare questo problema?
Un forte abbraccio
Adry

Dadrim ha risposto: Aver paura del dolore fisico significa temere l'idea che la nostra mente genera nell'immaginare il dolore. La paura è sempre connessa al pensiero. È solo la dimensione del pensiero che può immaginare una situazione e opporsi a quella situazione prima che questa si verifichi effettivamente. La paura nasce sempre da una non comprensione e accettazione di una realtà. Io posso unicamente avere paura di essere investito da un'auto, ma non posso avere paura nel momento in cui accade un effettivo impatto con un'autovettura. Non so se ci hai mai pensato. Quando accade un evento fisico traumatico, nell'istante in cui sta avvenendo, il nostro pensiero si spegne e si attiva la nostra parte istintuale. Mentre una macchina ci sta per investire non è possibile rimanere a pensare a cosa fare, cosa accadrà, come mi posso salvare, che danni riporterò. Tutto il nostro organismo risponde immediatamente e meravigliosamente al pericolo senza elucubrazioni. Semmai è dopo l'evento che la paura inizia, cioè quando la nostra capacità di pensare all'accaduto riaffiora permettendoci di comprendere il rischio passato, cosa avremmo potuto subire, cosa avremmo potuto perdere o ottenere.  

Per il dolore è la stessa cosa, è sempre la nostra mente che immagina di non poterlo sopportare. Ma se un dolore è effettivamente insopportabile, o si sviene o si muore, pertanto non v'è nulla da temere. Se invece un dolore è sopportabile, per quanto intenso sia, se la nostra mente non vi si oppone, anch'esso non è nulla più che una sensazione fisica. È l'interpretazione che la mente da ad una sensazione ciò che determina la bontà o la negatività di quella sensazione. Se la mente non interpreta, non si oppone, non decodifica entro i suoi parametri, il dolore non è nulla più che un segnale di modificazione dell'organismo. Vi sono dolori che segnalano che il corpo sta passando attraverso una fase creativa e dolori che segnalano che il corpo sta passando attraverso una fase disgregativa. Quando un bimbo mette i denti percepisce un dolore, ma questo è un segnale di una modificazione generativa, stesso vale per il parto ed altri fenomeni. Quando un uomo sviluppa un tumore percepisce un dolore, e questo è un segnale di una modificazione disgregativa del corpo.

L'interpretazione che la mente dà ai due fenomeni è ovviamente diversa. Per il corpo invece non cambia nulla, il dolore è sempre dolore, generare un qualcosa di nuovo o disgregarsi per ritornare agli elementi base è la stessa cosa. 

Perché temi il dolore che conduce alla morte? Temi solo questo dolore o temi il dolore in generale? Se temi il dolore in generale probabilmente esiste in te un condizionamento che ti dice che sarà difficile sopportare il dolore. Ecco allora che dovrai osservare questo pensiero, disidentificarti, e permetterti di vivere pienamente il dolore. Se hai un pensiero del genere soffri più a causa del pensiero che del dolore. Prova a fare un esperimento, quando hai mal di testa, non pensare al mal di testa, non lamentarti, non giudicarlo, anzi, immergiti totalmente nell'azione di sentire con tutto te stesso quel dolore, divieni quel dolore, non rimanere diviso dentro di te, non mantenere un osservatore che percepisce il dolore. Tuffati nel dolore, lascia andare il pensiero, non opporti e vedi cosa succede quando tu sei completamente ciò che accade al tuo corpo. Vedrai che il dolore svanisce o perlomeno si attenua enormemente.

Se invece temi il dolore che conduce alla morte, il problema non è con il dolore ma con l'idea che attribuisci al fenomeno morte. Temi il dolore che ti porta alla morte perché lo vedi come l'imbarcazione che ti conduce fra gli oceani insondati della tua fine. Se le cose stessero così, qui però il problema non sarebbe inerente al dolore ma alla morte. Ti focalizzi sulla paura del dolore che conduce alla morte per non dover affrontare il problema reale e cioè la morte. 

Se il tuo problema è effettivamente con il dolore in generale, il mio consiglio è: vivi pienamente il dolore. Non creare pensieri sul dolore poiché questi generano, oltre ad un'amplificazione del dolore, anche la paura del dolore.

Se invece il problema è con le conseguenze che può creare un dolore, e cioè morte, deformità, paralisi... la questione è un po' diversa, sarebbe più una paura delle conseguenze che può dare una malattia o un incidente. Questa dimensione coglie aspetti più ampi dell'esistenza umana, inerenti i nostri progetti di vita e la nostra visione del significato ultimo dell'esistere. 

Un caro saluto,

Dadrim

 
Vittime della mente: sensi di colpa, futili discussioni e mille inganni PDF Stampa E-mail
Società e condizionamenti
Giovedì 03 Giugno 2010 11:11

Anna ha scritto: Caro Dadrim, mi chiamo Anna... in una delle mie ricerche infinite sui problemi dell'anima e della mente sono incappata nel tuo blog. E mi ha ispirato fiducia così ho deciso di scriverti. Ho solo tante domande e so che mi potresti rispondere in modo un po' più umano rispetto ai diversi forum di psicologia in internet che sembrano dire un sacco di cose ma mai arrivare all'essenza.Perché è così facile diventare vittima nei mille inganni, futili discussioni e sensi di colpa della mente? Perché è così difficile essere liberi?

Te lo chiedo perché è come se avessi perso una parte di me...ho perso la capacità di gioire del sole e del mare e della natura in modo autentico, ho paura di me e dei miei stessi pensieri...quando sto meglio e riesco a placare tutto ciò che di auto-distruttivo c'è in me è solo un'operazione mentale temporanea... è solo un castello di carte, basta poco perché venga spazzato via. Sono sempre nel potere della mente ma poco nel potere dell'anima...e più realizzo questo più mi sento divisa dentro, un'anima che si fa a brandelli.

Sai... è così strano perché i miei amici confidano a me molti dei loro segreti perché mi ritengono una persona che trasmette grande luce e serenità. Mi chiedo come sia possibile perché io dentro mi sento un mare in tempesta.

Cerco di prendere questo momento come una buona occasione di crescita personale e di evoluzione...solo che mi sembra così difficile...ho perso la capacità di distinguere tra il lato giusto e sbagliato delle cose e in più mi sento come se avessi una grande nebbia dentro di me che rende il contorno delle cose confuso ed indecifrabile.

Non è mai facile cercare nell'anima...ma secondo te come inizia questa ricerca? intendo dire, non credo esista un 'come' universale per tutti ma ritieni esistano eventi che ci fanno cambiare percorso ed entrare in contatto più forte con noi stessi. E credi sia una ricerca che inizi per un evento fortuito o un pizzico di destino gioca la sua parte? Vorrei dirti che il mio desiderio più grande ora è guarire e stare bene ma d'altro canto nemmeno capisco la sofferenza che sto vivendo ora...come faccio a desiderare la guarigione se non ho capito l'essenza di ciò che vivo? Perché l'anima e le mente soffrono? Esistono, secondo te, spiegazioni universali?

Mi rendo conto che avrai tante mail a cui rispondere ma spero che comunque troverai un po' di tempo per leggere queste righe.

Grazie di cuore,

Anna

Dadrim ha risposto: Cara Anna, tu chiedi: “Perché è così facile diventare vittima nei mille inganni, futili discussioni e sensi di colpa della mente? Perché è così difficile essere liberi?”

È così facile perché il nostro sistema educativo ci allena sin dal nostro primo giorno di vita a divenire degli schiavi, degli individui confusi, ingannevoli e ingannabili, in perenne conflitto, costantemente ingabbiati in inutili discussioni e problematiche, costantemente torturati dalla presenza di un vago quanto potente senso di colpa e inadeguatezza.

La nostra società sta vivendo un conflitto tremendo, si sta lacerando entro dogmi contraddittori. Da un lato propaganda una religione e una morale oppressiva, colpevolista, rigida, fondata sul peccato, sulla vergogna e la repressione degli istinti naturali e delle emozioni in generale. Da un altro lato sempre la stessa società incita alla competizione più estrema, all'assoluta mancanza di ogni pudore e rispetto di sé e dell'altro al fine di poter apparire, di poter celebrare se stessi unicamente per se stessi, in una azione solipsistica e mortificante.

Coltiviamo nei bambini, a livello emotivo, personalità egocentriche, narcisiste, astute e arriviste, ma allo stesso tempo inculchiamo una struttura di pensiero fondata su ideali di altruismo, abnegazione, compassione e altre vuote parole. Dico vuote parole perché quando in un individuo esiste un piano emotivo che persegue determinati fini e un piano dialettico, puramente verbale, che racconta tutta un'altra storia, le parole che escono dalla bocca di una tale persona sono unicamente strumentali agli obbietti del piano emozionale. Le parole divengono unicamente degli artifici di nascondimento e manipolazione dell'altro per raggiungere i propri obbiettivi reconditi. La nostra società persegue fini che non può esplicitamente dichiarare perché sarebbero evidentemente malati, distruttivi e distorti, pertanto li camuffa con parole, teorie e immagini ingannevoli.

Per esempio la nostra società persegue come primo suo fine la realizzazione del piacere del singolo a discapito del piacere di molti. La nostra cultura questo aspetto lo chiama competizione, progresso, capitalismo, libertà individuale o addirittura etica del lavoro e del sacrificio. Per me questo aspetto andrebbe chiamato egocentrismo, esercizio del potere per il piacere del potere, disgregazione delle relazioni umane, involuzione e barbarie.

Ma questo non lo si può raccontare attraverso i canali ufficiali altrimenti si viene additati come rivoluzionari, sovversivi, pericoli per l'ordine sociale. Ma di quale ordine stanno parlando? Quale ordine sociale abbiamo?

Una religione che predica il matrimonio, la fedeltà, la verità, l'onestà e la carità, ma che poi, al cospetto di chi detiene il potere politico e lo esercita, di fronte agli occhi di tutti, unicamente per il proprio interesse e piacere personale, dimentica ogni cosa al fine di non perdere il proprio stesso potere, che razza di entità morale può essere? Chi è più preoccupato della propria sopravvivenza che della verità delle parole che afferma, quando dovrà scegliere fra il rischiare se stesso e il negare la propria verità, sempre negherà la verità.

Questo accade a coloro che vivono più la paura che la forza della verità che proclamano.

Le nostre scuole ormai impartiscono solamente informazioni tecniche, nozioni, e nel migliore dei casi formano unicamente bravi esecutori. La scuola non è più un'entità educativa, non si assume più questo ruolo, non ha i fondi, non ha le competenze, ma sopratutto non le viene nemmeno più richiesto. Educare significa esercitare l'individuo all'uso della propria intelligenza, sensibilità ed emotività, aiutarlo ad essere libero, critico, consapevole, forte e sereno in se stesso e per questo capace di prendersi cura degli altri e della società in generale. Ma quando mai abbiamo sentito che fra gli obblighi del nostro sistema educativo esiste il compito di rendere le persone più serene, empatiche, libere e autodeterminate?

Mi chiedi perché sia così facile cadere nelle pastoie della mente, dell'inganno, del dolore e dell'angoscia. La mia risposta è semplice: educhiamo le persone a questo. Diamo tutti gli strumenti per realizzare una vita vuota, superficiale, caotica e conflittuale. Detto ciò, non rimane altro che l'iniziare a trovare tutti gli strumenti per uscire da questo inganno e realizzare ciò per cui siamo venuti a questo mondo: un vita piena, armonica, creativa, libera da ogni paura, egoismo e conflitto. Io credo che tutto ciò sia possibile per chi veramente lo desidera.

Ti chiedi perché è così difficile essere liberi. Io credo che sia così difficile perché se è vero quel che ho detto finora, è vero anche che per spezzare le nostre catene dobbiamo rimettere in discussione tutto ciò in cui crediamo, tutto ciò che da sempre ci spacciano per vero e fondamentale. Dobbiamo mettere in discussione i nostri maestri, le nostre autorità politiche e religiose, i nostri genitori, le nostre idee di felicità e benessere. Questo non significa opporsi ottusamente a tutto, ma significa vagliare con estrema attenzione ogni cosa che ci viene detta, ogni cosa che perseguiamo nella convinzione che sia buona e giusta. Questo significa vivere in una costante condizione di consapevolezza, di riflessione, di potente, totale e incondizionata azione dialettica. Questo significa vivere unicamente mossi dal desiderio di ricercare e scovare cose come la bellezza, la verità, l'equilibrio sociale, il bene del singolo e della pluralità.

Ti chiedi inoltre: “Non è mai facile cercare nell'anima...ma secondo te come inizia questa ricerca?”

Per me questa ricerca inizia quando iniziamo a vedere l'assurdità e la pochezza delle nostre esistenze. Quando iniziamo a percepire la fragilità delle nostre credenze, la banalità e la distruttività dei desideri che ci hanno insegnato a perseguire, delle mete che continuamente ci costringono e ci costringiamo a raggiungere.

Cercare nell'anima significa guardare dentro di sé, e questo può accadere solo quando iniziamo a comprendere che tutto ciò che ci viene imposto da fuori è un qualcosa di deleterio se non trova risonanza nello spazio del nostro sentire.

Chiedi ancora: “Come faccio a desiderare la guarigione se non ho capito l'essenza di ciò che vivo? Perché l'anima e le mente soffrono? Esistono, secondo te, spiegazioni universali?”

Molto probabilmente desideri la guarigione proprio perché hai capito di non aver ancora capito l'essenza di ciò che vivi. Solo chi comprende di essere “malato” può desiderare di intraprendere un viaggio interiore di guarigione. Chi pensa di essere sano come un pesce, anche se tutto intorno e dentro di lui sta andando a pezzi, non potrà mai uscire dal suo male. Solo chi inizia a percepire in sé un primo e confuso senso di smarrimento può desiderare di intraprendere un percorso di riappropriazione di sé.

Perché l'anima e la mente soffrono? La mente, per come la intendo io, non soffre perché è un semplice meccanismo, non è nulla più di un computer che registra dati, informazioni ed esperienze e che ha innumerevoli capacità di azione, piani e piani di possibilità di esplicazione e manifestazione.

Chi soffre siamo sempre e solo noi quando iniziamo a pensare di essere la nostra mente con tutte le sue memorie, i sui pensieri, le sue emozioni, i sui meccanismi reiteranti e condizionati.

Ma quanti di noi sanno di non essere la propria mente? Quasi nessuno, e la motivazione è sempre la stessa: siamo nati all'interno di una civiltà che non conosce la dimensione dell'essere. Viviamo in un tempo che crede che l'individuo sia unicamente un'entità corporea, pensante ed emozionale.

Il corpo e la mente, senza quella che potremmo definire come la nostra essenza, la nostra anima, quella che io spesso chiamo semplicemente la nostra possibilità di essere, e pertanto di essere consapevoli di essere, non possono nulla. Corpo e mente sono estensioni del nostro essere, ma non sono il nostro essere.

Corpo e mente sono come le foglie di un albero, mentre l'essere è simile alle radici. Le foglie senza radici non possono nascere, crescere e morire. Allo stesso modo, il nostro corpo e la nostra mente senza l'essere non possono nascere crescere e morire.

Il nostro più grande guaio è che ci siamo così coinvolti in tutto ciò che nasce e deriva dall'attività del nostro corpo e della nostra mente, che ora non siamo più consapevoli di quel qualcosa che ne è origine ed essenza. Paradossalmente non siamo più consapevoli di essere, non sappiamo più chi siamo veramente, totalmente.

Ecco allora che la nostra sofferenza deriva proprio dalla perdita della consapevolezza del nostro essere, del nostro intero stato di esistenza, di quella dimensione che forse più di ogni altra ci è fondamentale per poter vivere veramente proprio perché è verità di noi stessi.

In conclusione, non è la mente che soffre ne il copro, ma è sempre e solamente la nostra “anima” quando vive dimentica di sé e pertanto unicamente confinata all'interno degli spazi di realtà delle sue stesse estensioni: mente e corpo.

Infine mi chiedi se esistono spiegazioni universali.

Forse si o forse no, ma dal mio punto di vista non fa alcuna differenza per il semplice motivo che ogni spiegazione è inutile se non nasce da un'esperienza personale.

Se fai l'esperienza dell'amore puoi anche dare delle spiegazioni a chi non l'ha ancora vissuta, ma se non hai mai avuto un'esperienza d'amore non ti servirà a nulla alcuna spiegazione.

La vera questione non sta nello spiegare o descrivere la realtà ultima dell'essere umano, ma nel come realizzarla, nel come viverla.

Per questo sono sempre più importati le domande delle spiegazioni. Una domanda ti porta continuamente ad indagare, una spiegazione ti può portare ad accettarla senza averne fatto esperienza.

Se l'essere umano da voce alla sua sconfinata possibilità di domandare, prima o poi arriverà ad una risposta, ma questa risposta non verrà sotto forma di spiegazione ma unicamente sotto forma di percezione diretta e totale di presenza, di verità e bellezza.

La vita non può essere spiegata ma unicamente sentita, vissuta, pienamente e tremendamente partecipata.

Le spiegazioni servono solo a chi non sa come gettarsi nel fiume dell'esistenza, a chi ha paura di perdere il controllo di sé. Ma per quel che sento, l'unica possibilità che abbiamo per vivere pienamente e serenamente consiste proprio nel perdere noi stessi, i nostri confini e le nostre difese in quel fenomeno sconfinato e inspiegabile che chiamiamo esistenza.

Se ci fai caso, in tutte queste mia parole, non ti ho dato una spiegazione di quel che è la nostra essenza, la verità ultima, la felicità o come tu la voglia chiamare, ma ti ho semplicemente invitato a provare a perdere qualcosa per lasciare che qualcosa di più vasto e insondabile si manifesti da sé.

Ci sto invitando a sperimentare un qualcosa che esiste al di là di noi stessi, delle nostre parole, delle nostre emozioni, dei nostri desideri, un qualcosa che si può unicamente vivere e sentire, ma mai spiegare e definire.

Quando dico che oltre le foglie del nostro corpo e della nostra mente esiste una radice che potremmo chiamare essere, non ho dato alcuna spiegazione dell'essere, ma ho indicato la possibilità di sperimentare qualcosa che vive oltre i confini di ciò che conosciamo.

Credo che il momento che stai attraversando possa essere estremamente importante. Per uscire dagli schemi del nostro solito pensare e sentire è inevitabile passare attraverso una fase di confusione e caoticità. Ed è proprio in questo momento che non ci si deve lasciare prendere dal desiderio di ritrovare qualcosa a cui aggrapparsi, poiché questo qualcosa sarebbe sempre un oggetto del vecchio sistema. Se si esce da una prigione, per qualche tempo, non si saprà dove si sta andando e cosa ci potrà succedere, ma se la via è decisa, qualunque paura del futuro sarà sempre minore dell'angoscia che percepiamo all'idea di ritornare indietro, fra le quattro mura del nostro passato.

Non v'è spiegazione a tutto ciò, ma quando ci si lascia condurre fiduciosi attraverso questo viaggio, ci possiamo raccontare mille spiegazioni senza doverne mai fare dogma alcuno.

Un caro saluto,

Dadrim

 
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