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Dadrim
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giovedì 20 novembre 2008 |
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"Così parlò Zarathustra" è un libro che ho amato moltissimo e che ritengo pregno di intuizioni illuminanti, per questo desidero condividere con voi, amici, compagni di viaggio e semplici passanti alcune brevi parole in proposito.
“Ma ditemi, fratelli, che cosa sa fare il bambino, che neppure il leone era in grado di fare? Perché il leone rapace deve diventare anche bambino? Il bambino è innocenza e oblio, un nuovo inizio, un gioco, una ruota ruotante da sola, un primo moto, un sacro dire sì. Sì, per il gioco della creazione, fratelli, occorre un sacro sì: ora lo spirito vuole la ‘sua’ volontà, lo spirito perduto per il mondo ora conquista per sé il ‘suo’ mondo.”
Il bambino sa dire sì al gioco della creazione, afferma Zarathustra, ma qual è questo gioco, quali sono le sue regole, cosa spinge l’uomo ad attraversare il ponte che unisce l’animale al superuomo vivendo le tre metamorfosi? E’ la volontà di potenza, il desiderio di superare in continuazione se stesso.
“E questo segreto mi confidò la vita stessa: “Vedi, disse, io sono quella che sempre deve superare se stessa. Certo, voi chiamate ciò volontà di generare o istinto dello scopo, di ciò che è superiore, ulteriore, più vario: ma tutte queste cose sono una sola e un solo mistero. Preferisco perire che rinunciare a qust’una cosa; e veramente, dove si perisce e cadono le foglie, guarda, lì si sacrifica vita: per la potenza!(…) E anche tu, che segui la conoscenza, sei solo un sentiero e un orma della mia volontà: in verità, la mia volontà di potenza cammina anche con i piedi della tua volontà di verità!(…).”
(Dal libro "Così parlò Zarathustra", di F. Nietzsche)
Per rendere chiaro il ruolo che gioca, dal mio punto di vista, la volontà di potenza nello “Zarathustra”, vanno approfonditi alcuni punti. Zarathustra non concepisce l’esistenza come una totalità composta da infinite parti interconnesse, ma come un'unica, eterna, energia creativa. E’solo attraverso la mente, nello spettacolo del mondo fenomenico, che questa energia si mostra agli occhi dell’uomo sotto milioni di forme; solo all’interno delle dinamiche del mondo oggettivo si può parlare di parti e totalità reciprocamente interconnesse. Nella dimensione dell’essere, dove l’energia si mostra nella sua essenza, ogni forma di distinzione cade. E’ quindi fondamentale comprendere che il mondo dei fenomeni appare ingannevole agli occhi della consapevolezza mediata dai sensi e dalla mente, ma non lo è in sé. Tutto ciò che esiste fuori dal soggetto è sorretto e composto dalla stessa energia che mantiene in vita il soggetto stesso. Portando un esempio si potrebbe dire che come il mare è salato in ogni suo punto, così l’esistenza pulsa della stessa energia in ogni luogo. Ma l’uomo, attraverso la mente, può solo vedere il moto ondoso delle acque; per comprenderne l’unità di base dovrebbe immergervisi. Il pensiero in questo caso è totalmente impotente. Il problema risiede quindi nel come l’uomo conosce, e non in cosa conosce. Per rendere ancor più chiara questa cosa, proviamo ad immaginare un individuo che sta osservando con un cannocchiale, da pochi metri di distanza, un enorme parete di specchio mentre alle sue spalle scorrono continuamente oggetti e persone.
Cosa potrà mai capire, di quel che realmente accade, se non si volta guardando direttamente con i propri occhi? L’energia creativa, quindi, è l’unica realtà esistente, e si manifesta attraverso un continuo atto creativo, un eterno gioco senza fine, quel che Nietzsche chiama volontà di potenza.
Ora la figura del bambino acquisisce un maggiore significato, poiché l’esistenza, da quanto detto sin ora, sembra che non parli il linguaggio dell’uomo, ma sia molto più vicina all’animo di un fanciullo. Chi si pone domande come, perché la vita esiste o qual è il fine dell’esistenza, sta semplicemente dimostrando di essere ignorante sulla vita stessa. Solo per amor di discussione, si può osservare che nella domanda, perché la vita esiste, il verbo esistere potrebbe essere equiparato al verbo vivere, quindi si può riformulare la frase come: perché la vita vive. Già a questo punto, senza chiamare in gioco la dimensione dell’essere, ma rimanendo all’interno di un quadro concettuale puramente logico, si è al cospetto di una tautologia, che per sua natura è incapace di trasmettere alcun significato. Questo è un banale esempio che mostra come la mente possa facilmente cadere nella rete del linguaggio, perdendosi in un mondo astratto, inconsistente.
“<<Volontà di verità>> chiamate voi, saggissimi, ciò che vi spinge e vi appassiona? Volontà di rendere pensabile tutto ciò che è: così chiamo io la vostra volontà!(…) Questa è tutta la vostra volontà, saggissimi, come volontà di potenza; e anche quando parlate del bene e del male e dei giudizi di valore. Voi volete ancora creare il mondo davanti al quale potervi inginocchiare: questa è la vostra ultima speranza ed ebbrezza.”
(Dal libro "Così parlò Zarathustra", di F. Nietzsche)
Teorie, concetti, speculazioni metafisiche, sono tutti prodotti dell’intelletto umano che è solo una delle tante forme che l’energia creativa assume nel suo continuo gioco di trasformazione. Contraddizioni, tautologie, aporie, conflitti ad ogni livello, queste sono le conclusioni a cui perviene chi osserva, attraverso il ‘cannocchiale della mente’, le immagini che si proiettano sullo specchio, ignaro che alle sue spalle tutto scorre in perfetta armonia. E’ così che la vita si trasforma in un enigma da risolvere, e la volontà di potenza dell’individuo viene prosciugata in una ricerca detta verità. Ma non è forse anche questa stessa verità parte integrante di un colossale fraintendimento? E’ proprio il desiderio di risolvere la sciarada del mondo dei fenomeni che spinge gli esseri umani a erigere simulacri a cui potersi prostrare. È la transitorietà che domina il mondo della creazione che fa nascere nell’uomo il bisogno di valori assoluti, ma questi assoluti sono unicamente la prova tangibile di uno stato mentale confuso dell’individuo.
‘L’occhio della consapevolezza’, per poter penetrare il mistero della creazione, deve dirigersi verso la fonte da cui tutto affiora, deve osservare nell’uomo stesso, per ricongiungersi al punto in cui la suprema volontà di potenza si disperde lungo i molteplici sentieri della mente umana. Non è il desiderio di conoscere e sperimentare che deve essere annullato, ma è la rotta che percorre che va abbandonata, per iniziare una seconda navigazione, un viaggio alla riscoperta della sorgente da cui esso stesso proviene.
Rivoltarsi contro il proprio desiderio è un atto suicida, poiché è la vita stessa che attraverso l’uomo crea nuovi spettacoli di forme e colori sul palcoscenico del mondo.
“(…)io sono quella che sempre deve superare se stessa. Certo, voi chiamate ciò volontà di generare o istinto dello scopo, di ciò che è superiore, ulteriore, più vario: ma tutte queste cose sono una sola e un solo mistero.”
(Dal libro "Così parlò Zarathustra", di F. Nietzsche)
Scopo, meta, fine, sono tutti termini che fanno parte della dimensione della mente. L’esistenza non parla questo linguaggio, la vita è più simile al mondo della poesia, dell’arte. E’ solo l’uomo che, sradicato dall’esistenza, continua ad oscillare tra i fantasmi del passato e del futuro. Scrutando attraverso il suo cannocchiale vede le forme sorgere e poi svanire, in lui nasce così l’idea della morte, del tempo che scorre inesorabile, e tutto ciò che ha sperimentato ‘ieri’ lo chiama “io”, un groviglio di ricordi confusi ed evanescenti, mentre tutto ciò che sarà domani lo chiama speranza, desiderio, scopo. Ma l’energia che pulsa e vibra nell’universo non conosce nient’altro che l’istante, l’eterno presente, l’attimo fuori dal tempo e lo spazio in cui l’infinito converge manifestando la sua enorme potenza creativa, generando ciò che è sempre nuovo.
Dadrim
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Riflessioni
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Dadrim
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mercoledì 19 novembre 2008 |
L'ego nasce quando la coscienza inizia a muoversi verso il mondo della creazione, perpetrando le spinte istintuali dettate dalla volontà di sopravvivenza.
L'ego è una struttura auto-difensiva eretta nei confronti del mondo esterno, generata durante il primo stadio evolutivo.
L'individuo per conoscersi deve inevitabilmente perdersi nelle forme della creazione, patire la sofferenza della perdita di se stesso, sino ad anelare successivamente la riscoperta di se stesso.
Così stanno le cose per loro stessa natura: il gioco della vita si fonda sulla necessità di perdersi per poi ritrovarsi. L'estasi si può volere solo dopo aver sperimentato la sofferenza.
Dio può gioire di se stesso solo dopo aver dimenticato e rievocato la sua natura divina.
V’è, pertanto, un dolore necessario al ricordo di sè e un dolore reiterante, malato, connaturato alla struttura dell'ego.
La mente cerca di capire, cambiare, manipolare la realtà.
Quanto sono superflui i nostri perché, quanto sono infantili le nostre domande.
Ora c'è dolore, sofferenza, paura: desistiamo da ogni tentativo di capirli e spiegarli.
Tutto ciò serve solo a distorcere la reale comprensione dei fenomeni per tentare di controllarli e manipolarli secondo il nostro desiderio di sicurezza. Queste sono solo le dinamiche auto-protettive dell'ego.
Immobili, restiamo nel presente, seduti nel cuore del nostro dolore, e lasciamo che da solo si racconti.
Stando alla sua presenza, senza manipolarlo, come ghiaccio al sole si dissolve svelando la sua origine inconsistente e svelandoci il silenzio che nasconde al suo interno.
Voler capire equivale a fuggire.
Vedere è tutt'altra cosa: vedere è comprendere istantaneamente oltre il tempo.
Usiamo il pensiero perché non riusciamo a reggere la realtà di ciò che accade.
In ogni evento i vecchi schemi della mente s'insinuano come un virus, deformando la visione totale e chiara delle cose.
La visione giunge come un lampo che squarcia le tenebre, non si può causare, può solamente accadere, e noi possiamo unicamente preparare lo spazio dove questo fenomeno può avvenire.
Tutto ciò che è volontariamente causato è vincolato alle dinamiche di causa ed effetto.
Tutto ciò che è sotto il dominio di tale legge non conosce libertà alcuna e ruota all'interno di meccanismi prestabiliti, ordinati nel mondo temporale.
La mente ordinaria lavora applicando tali dinamiche. Si può forse affermare che senza la mente comune quest'universo non conoscerebbe nulla come il tempo e i processi consequenziali.
La sofferenza sotto una certa prospettiva è, pertanto, una sorta di benedizione.
L'intelligenza creativa, imbrigliata nelle anguste celle del pensiero reiterante, soffre e si contorce. La sofferenza diviene così un potente richiamo ad una dimensione di libertà e creatività ora dimenticata.
L'intelligenza non sta nel pensiero logico, discorsivo, sillogistico, causale, mnemonico, temporale, ma vive oltre tutto questo.
L'intelligenza creativa è intuitiva, esplosiva, diretta, non causata, auto-generata, a-temporale, a-spaziale, vivifica e vivificante.
Il pensiero logico, se si esplica nella sua massima estensione, può unicamente giungere a un’auto-sospensione.
Un pensiero perfetto può unicamente auto-terminarsi, come tutto ciò che giunge a perfezione, perchè tutto ciò che è limitato, prima o poi, giungerà al suo apogeo, alla sua morte e dissoluzione.
Ciò che è illimitato non conosce il senso del termine perfezione, o forse, l'illimitato è imperfezione perfetta, continua trascendenza, ma queste rimangono solo vuote parole se il nostro desiderio di verità e libertà non si sposta dal piano del pensiero al piano dell’azione totale. Sediamo quindi in silenzio e in attenta e passiva osservazione del mondo che ci circonda e compenetra. Diveniamo scienziati di noi stessi. Trasformiamo la nostra stessa vita in un laboratorio di ricerca!!
Il dolore viene neutrale, può distruggere o rigenerare, può condurre alla fioritura dell'intelligenza creativa o spingere in un ancor più profondo sepolcro di memorie.
La comprensione può determinare la modificazione dei nostri stati emotivi e comportamentali unicamente se è esercizio della totalità del nostro Essere.
Una cosa, anche se capita, non vuol dire che sia stata compresa e assimilata.( Quante persone capiscono che il fumo uccide, ma non per questo smettono. Comprendere che il fumo uccide significa vedere istantaneamente e totalmente, nell’azione di fumare, l’idiozia di un fatto mortale in atto e non in potenza)
La comprensione è contemporanea al mutamento. Il mutamento è l’ombra della comprensione, ma la comprensione, ripeto, non è un azione dell’intelletto, ma un fenomeno di percezione totale della nostra coscienza!
Comprendo e immediatamente agisco di conseguenza.
La comprensione parte dal centro e ordina la periferia con un atto totale.
Il pensiero, che equivale al capire, parte dalla periferia per giungere al centro, ed e sempre un movimento limitato, ponderato, causale, temporale, incapace di penetrare nei recessi dell’animo umano.
Il pensiero discorsivo, nella sua migliore espressione, può unicamente riflettere se stesso e disquisire su se stesso, giungendo così ad intuire la propria intrinseca finitudine, lasciando, di conseguenza, spazio all’espansione della comprensione, dove, finalmente, l'Essere, non più ostacolato dalle barriere dei processi temporali del pensiero, può diffondere la propria luce nel mondo interiore del soggetto.
Questo è il punto in cui muore il vecchio uomo e nasce l’uomo nuovo.
Per questo in oriente si dice che una persona realizzata è un uomo nato due volte.
I discorsi sulla realtà ultima non vanno solo capiti, ma bevuti, mangiati, digeriti, letti e riletti, sino a quando, oltre le parole, s'inizia a sentire e intravedere uno spazio vivifico non più semplicemente intellettuale.
Il pensiero discorsivo si dissolve lungo il suo stesso tragitto verso la comprensione, sino ad auto sospendersi, o meglio, sino a svincolarsi dalle pastoie delle spinte fallaci del desiderio.
L'essere umano nasce con cinque sensi rivolti unicamente verso il mondo esterno e la peculiare caratteristica di non poter sopravvivere autonomamente.
Con tali premesse l'infante sviluppa, sin dai primissimi momenti di vita, un bisogno nei confronti degli elementi esterni a sé pari alla percezione della possibilità di perire per la mancata saturazione e risposta alle necessità primarie.
Vi sono necessità fisiche e La Necessità Esserica.
Le necessita fisiche riguardano la protezione dell'organismo: la nutrizione, la protezione dai pericoli esterni...
La necessità Esserica riguarda il bisogno d’attenzione incondizionata per la totalità dell'individuo.
Attenzione incondizionata per la totalità di un individuo è, a mio avviso, la definizione più corretta della parola amore!
Le necessità fisiche sono subordinate all'Esserica.
La mancata risposta a tali condizioni s'imprime nella memoria del soggetto divenendo un dato stabile nel suo spazio coscienziale.
Tale dato sarà fatto riemergere dal soggetto in ogni situazione anche solo vagamente simile alle circostanze della prima impressione.
I vecchi elementi esperienziali acquisiti vengono, così, continuamente sovrapposti alle nuove situazioni esistenziali: questa è la continua reiterazione del passato a discapito del presente, effetto dell'unione d'istinto di conservazione e della possibilità di immagazzinare eventi nella memoria e combinarli, poi, tramite la facoltà associativa dell’intelletto.
Tutto ciò determina uno squilibrato sviluppo della personalità all’interno d’un sistema autodifensivo, reiterante, per nulla adeguato alle reali condizioni e sfide ambientali.
L'identificazione tra il soggetto e i fenomeni a lui esterni (oggetti, persone, comportamenti, pensieri, reazioni emotive di chi lo circonda) sorge quando l'energia dell'individuo si muove verso il mondo esterno prendendo le forme del desiderio.
Il desiderio è sempre in relazione a qualcosa. Quando questo qualcosa assume maggior valore del soggetto desiderante, si ha il fenomeno dell'identificazione.
Un desiderio assume maggior valore del soggetto quando la mancata soddisfazione di quel desiderio viene percepita dall’individuo come potenzialmente mortale.
Ciò significa che, se durante l’infanzia e la preadolescenza, il bambino non trova adeguate risposte ai suoi due principali bisogni vitali (l’amore incondizionato e i bisogni primari dell’organismo), molto probabilmente, quando diverrà adulto sarà spinto da una paura inconscia a procurarsi in modo ossessivo e compulsivo quei bisogni che non sono stati adeguatamente corrisposti in precedenza.
Va sottolineata una cosa d’importanza capitale: i bisogni dell’organismo dovranno sempre essere appagati dal mondo esterno, per il semplice fatto che il corpo umano è un fenomeno che vive in una dimensione d’interdipendenza organica con l’ambiente esterno (il cielo mi da l’acqua e il sole, la terra mi da i sui frutti, ed io partecipo, nelle forme e i modi connaturati alla mia specie, all’equilibrio della natura), ma il bisogno d’amore incondizionato, che il bambino necessita sin dal primo istante, se appagato, muta in una capacità d’amare, a sua volta, incondizionatamente.
Questo credo sia il miracolo più grande della vita, la massima libertà e grandezza che l’esistenza ci ha concesso, pertanto tengo a ribadire questa mia assoluta certezza. Se un bambino cresce in una dimensione relazionale d’amore incondizionato, il suo bisogno di ricevere amore, quanto viene appagato, tanto si trasforma in una capacità attiva d’amare incondizionatamente. L’animo umano nasce bisognoso di scoprire la realtà dell’amore, ma quando ne vive la realtà, esso stesso ne diviene incorruttibile portatore, custode e testimone!!
Coloro che non crescono in una dimensione d’amore, vagano spesso per tutta la vita alla ricerca di qualcuno che possa appagare questo loro bisogno negato, ma veramente poche sono le persone che hanno visto corrisposto questo loro bisogno, pertanto le relazioni fra gli uomini si tramutano in un’elemosina fra mendicanti.
Vi sono solo due vie d’uscita da questa triste condizione che sembra affliggere la maggior parte dell’umanità. Una è la più rare, trovare cioè qualcuno che sia capace di donarci quel che non abbiamo mai ricevuto, e cioè uno specchio limpido ove la nostra natura più segreta possa essere riflessa e finalmente svelata a noi stessi.
L’altra è la via della ricerca personale, dove autonomamente cerchiamo di ripulire la nostra coscienza dalle ferite di un amore mancato, siano a farla divenire essa stessa quello specchio limpido capace di svelarci la nostra vera identità.
Dadrim
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Domande e risposte
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Dadrim
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mercoledì 19 novembre 2008 |
Qualcuno ha chiesto: “Mia figlia sta passando un periodo di tremenda crisi, ed io e mio marito, invece di avvicinarci sempre più ed essere forti, litighiamo in continuazione. Non so più che fare. A volte mi sento così sola e impotente, che l’unica cosa che riesco a fare è piangere per delle ore.
Caro Dadrim, potresti darmi un consiglio per uscire da questa situazione orribile. Grazie mille”.
Dadrim ha risposto: “Vorrei riportarti, a grandi linee, un dialogo che ebbi il piacere di sentire qualche anno fa, in una particolare situazione, fra due persone che reputo molto speciali.
Le loro parole furono più o meno queste…
<<Lei: “Come sta nostra figlia Lisa?”
Lui: “La vedo molto confusa, sta passando un periodo veramente difficile! Amore mio, perché le cose vanno così? Abbiamo speso tutta la nostra vita per trovare uno spiraglio di luce che non potesse essere spento dal dolore e dalla paura, e proprio quando mi sembra d’averlo trovato mi accorgo di non poterlo donare alle persone che più amo: i nostri figli! Ti ricordi quanto ne parlammo prima che Lisa nascesse? Passavamo notti intere a immaginare cosa avremmo fatto per i nostri bambini, come ci saremmo comportati, tutto ciò che non avremmo mai dovuto fare e ciò che invece avremmo dovuto fare. Abbiamo provato a dargli tutto l’amore possibile per farli crescere sereni e forti nell’anima. Ma già allora sapevamo che nulla e nessuno avrebbero potuto vivere il dolore e gli errori al posto loro. Ci ripetevamo che ogni creatura viene al mondo per scoprire e sperimentare il mistero che si nasconde in questa meravigliosa e difficile esistenza, ma che in questo suo viaggio è costantemente esposta alla morte e al dolore, e chiunque tenti di proteggerla dalle insidie di questa avventura, la protegge anche dalla stessa vita, privandola, così, della possibilità di crescere libera e di sviluppare la propria forza e intelligenza.
Queste parole sono assolutamente vere, ma siano a quando non ami profondamente qualcuno non puoi comprendere quale immensa prova sia farle divenire realtà! Per me essere genitore è la prova più grande che la vita mi abbia riservato, ed io non ho mai pensato di poterne essere all’altezza”.
Lei: “È proprio per questo che sei un padre meraviglioso. Non farti prendere dallo sconforto proprio quando non v’è alcun motivo. Lisa supererà benissimo anche questa fase. Quante volte ti ho sentito dire che il valore di una persona non sta nel sentiero sul quale cammina, ma nella lezione che apprende durante il viaggio che la vita gli riserba. Lascia quindi che la vita faccia il suo corso e smettila di tormentarti inutilmente!
Alla fine del breve dialogo la donna si alzo dalla sedia e andò a chinarsi di fronte al suo uomo. Lo guardò per dei lunghi secondi, immobile, senza batter ciglio, quasi severa, poi strinse la sua mano e gli sussurrò all’orecchio: “Lo vedi ancora?”. “Si!”, rispose lui. “È dove è sempre stato. Dove l’ho visto per la prima volta: riflesso nei tuoi occhi”. “Allora non abbiamo nulla da temere”, concluse lei.>>
Tornando alla tua domanda, tu e tuo marito riuscite a guardarvi per dei lunghi secondi negli occhi?
Se la risposta dovesse esser no, come credo, riesci almeno a guardare tua figlia in questo modo? Se anche questa risposta dovesse essere no, riesci a guardare te stessa?
Quando impariamo a guardare, ad ascoltare e comprendere, senza giudicare e pretendere, le cose cambiano da sole! Ma per fare questo dobbiamo trovare il coraggio e la forza di stare uno di fronte all'altro, "nudi" e senza difese.
"Per me essere genitore è la prova più grande che la vita mi abbia riservato, ed io non ho mai pensato di poterne essere all’altezza... È proprio per questo che sei un padre meraviglioso!".
Non ho altro consiglio.
Dadrim
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Domande e risposte
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Dadrim
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venerdì 14 novembre 2008 |
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(Frammento di dialogo fra amici)
Francesco: “È un po’ di tempo che le cose non vanno più bene. Non mi sento sereno, sono sempre nervoso, perennemente insoddisfatto di quel che faccio, del mio lavoro, della mia vita sentimentale, di tutto. E la cosa peggiore è che non so nemmeno il perché. Guadagno bene, ho una donna che dice di amarmi, che mi vorrebbe sposare, ho buoni amici, eppure mi sembra di non essere minimamente interessato a tutto questo, mi sembra di essere spento dentro. Sempre le stesse giornate, gli stessi gesti, gli stessi pensieri, la stessa banca in cui lavoro. Ho trent’anni, e da qui alla fine dei miei giorni vedo tutto uguale, tutto identico. Vorrei partire per un viaggio in America forse potrebbe cambiare qualcosa.”
Dadrim: “E cosa c’è in America che potrebbe tirarti fuori da questa situazione?”
Francesco: “Non lo so bene, ma credo che se mi scrollassi di dosso questa città, la sua gente, il suo modo di vivere banale e inutile, forse ritroverei energie, voglia di vivere.”
Dadrim: “Perché? Pensi che gli altri possano toglierti la voglia di vivere? Se la tua felicità nascesse da le persone che ti circondano, in ogni momento potresti perderla, perché le persone che ti circondano possono in ogni momento morire, partire, rifiutarti, lasciarti; non credi sia così?”
Francesco: “Hai ragione, lo so. Ma guarda cosa abbiamo qui attorno. Alla sera, quando sono le nove, la città è deserta, gli unici viali che non dormono mai sono quelli della statale per Verona dove abbiamo papponi, prostitute, lap-dance ad ogni angolo, club per scambi di coppie. Sembra una città per maniaci sessuali, altro che la città del Palladio, tra un po’ trasformeranno anche la Rotonda in un locale notturno.
Dadrim: “Hei Frà, se continui così ti verrà un brutto male. Liberati da questa rabbia e da questa insoddisfazione, ti prego. Cosa ti è successo? La terra ha sempre un lato in ombra e un lato illuminato. Ma la tua terra sembra non giri più, e tu sembri aver deciso di vivere dove la luce non arriva. Non dico che ciò che mi racconti non sia vero, ma questa è solo una parte della realtà, e poi cosa credi che succeda se vai a New York? Credi che sia diverso là? Forse è anche peggio. Pensi che nel mondo ci siano delle oasi felici dove puoi andare a rifugiarti? L’oriente magari? L’india? Vuoi andare a trovare te stesso da qualche santone? Vai pure se vuoi, ma ricordati di farti tutti i vaccini se non vuoi morire bevendo un tè, e di non uscire dai tragitti per turisti, altrimenti potresti sentirti molto peggio di quando esci qui per andare in centro, dove ti irriti perché tutti sono a letto aspettando un’altra dura giornata di lavoro. Cerca di capire quel che voglio dirti: per me puoi andare in giro per tutto il mondo, non è questo il problema, ma se parti per sfuggire dalla tua povertà interiore, non esiste posto al mondo che possa colmare il tuo vuoto. La tua casa sei tu e nessun altro, tanto meno una città, una nazione o una vallata. Ma dire le cose serve a poco, e so che ognuno deve comprenderle di persona, quindi, forse, dovresti partire e vedere con i tuoi occhi. Io non voglio fare l’uccello del malaugurio, ma se parti con questi presupposti ha ragione Cristina: prima parti e prima torni. Spero che a quel punto tornerai avendo capito almeno una cosa: ovunque tu vada la tua miseria verrà con te perché non sono i posti a cambiarci, ma siamo noi che, quando cambiamo, vediamo ogni luogo differente, fossimo anche all’inferno!”
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Video
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Dadrim
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giovedì 13 novembre 2008 |
Vicenza è la città dove sono nato e cresciuto. Vicenza è una città che si sta lentamente degradando. La maggior parte dei suoi cittadini rimane in silenzio, dando così il suo tacito consenso, perchè ancora troppo gonfie sono le loro tasche. Non si rendono minimamente conto di quale fardello stiamo lasciando sulle spalle dei nostri figli. Ma il giorno in cui i bambini di oggi, con volti maturi, chiederanno ai loro padri e alle loro madri: "a cosa pensavate quando ci stavate preparando il terreno del nostro domani", quanti di noi avranno il coraggio di dire la verità? Quanti di noi avranno il coraggio di dire:"pensavamo solo ai nostri interessi personali e non sapevamo distinguere l'amore dall'odio, il vero dal falso?
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Storie e raccconti
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Dadrim
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venerdì 07 novembre 2008 |
Vorrei raccontarvi una storia, la storia di una società che si crede libera nonostante viva in una prigione.
Questa è la storia di un vecchio e di una bambina che si incontrano in una prigione.
Questa storia inizia così…
Dei giovani si risvegliano misteriosamente fra le mura di un carcere, completamente privi di memoria. Inizialmente tutto gli appare strano, confuso, ma dopo poco tempo capiscono che l’unica possibilità che hanno per sopravvivere è cercare di adattarsi alla situazione per tentare, solo poi, di capire quel che è successo. Dopo aver preso un po’ di confidenza con il luogo e le persone, vengono a sapere che fra i detenuti si tramandano storie su alcuni prigionieri evasi grazie alla scoperta di una via di fuga. I prigionieri più anziani sostengono però che queste storie sono solo leggende che passano di bocca in bocca da tempi immemori. Prova né è il fatto, dicono, che da quando loro sono rinchiusi lì dentro nessuno è mai evaso, e nemmeno i vecchi prigionieri, ormai morti da tempo, dissero di aver conosciuto personalmente un solo uomo riuscito a fuggire.
Dopo aver ascoltato queste parole, fra i nuovi arrivati nascono differenti opinioni in proposito. Per qualcuno i vecchi devono aver ragione: queste storie sono solo dei miti creati per sopportare meglio una condizione difficile. Per altri, il fatto che i detenuti più anziani non abbiano mai conosciuto nessun evaso non significa che effettivamente nessuno sia mai riuscito a fuggire, pertanto potrebbe anche esistere una via di fuga.
Nel frattempo i mesi trascorrono e, vivendo fra le mura della prigione, i nostri giovani iniziano ad accorgersi delle spaventose disuguaglianze e violenze che i detenuti sono costretti a subire o che essi stessi si infliggono. Un giorno, mandati a risistemare delle stanze del terzo piano dell’edificio carcerario, sentono delle grida terrificanti provenire dal fondo di un corridoio. Accorrono immediatamente per vedere cosa stia accadendo, e attraverso le strette inferiate della porta blindata riescono ad intravedere una moltitudine di prigionieri ammassati in un’immensa celle maleodorante. Un uomo emaciato e sudicio si avvicina alla feritoia e con un filo di voce racconta: “Veniamo lasciati senza cibo e con pochissima acqua per giorni, veniamo costretti a lavorare anche diciotto ore al giorno per produrre cose che serviranno poi ad altri, e se non ubbidiamo ci lasciano qui a morire di stenti”.
Indignati e allo stesso tempo impauriti, i giovani decidono che qualcosa deve essere fatto, qualcuno deve fermare questa follia: serve una rivoluzione. Ma non sanno da dove iniziare e non conoscono ancora bene le cause e i meccanismi di tutto ciò. Dopo questo primo sconvolgente incontro, il gruppo viene mandato a svolgere altri lavori al primo piano del penitenziario, dove scoprono, con immenso stupore, che lì i prigionieri hanno a disposizione immense stanze sfarzose, oggetti di lusso, beni d’ogni sorta, e per di più sono liberi di muoversi quasi ovunque all’interno della struttura. Scoprono poi che questi uomini consumano tutto ciò che i prigionieri del secondo e del terzo piano producono, ma nonostante ciò sono costantemente in lotta fra loro per cercare di accaparrarsi ogni cosa. In tutta questa follia i secondini svolgono la funzione di controllori facendo in modo che tutto ciò si svolga entro i limiti e nei modi che i direttori hanno stabilito. Anche i secondini hanno grande libertà di movimento e un certo potere, ma i nostri malcapitati vengono a sapere che nemmeno questi sono mai usciti dalla prigione. Infine scoprono che il carcere non è governato da una sola persona, ma da più individui che esercitano il loro potere rispettivamente in diversi settori del penitenziario. Ogni direttore comanda un gruppo fedele di guardie che risponde unicamente ai sui comandi, e un altrettanto folto gruppo di prigionieri. Alcuni direttori raggiungono la loro posizione per autoproclamazione, grazie a gruppi di detenuti istigati a ribellarsi all’ordine precostituito e/o con l’appoggio di guardie persuase e ispirate dalla loro arte retorica. Altri accedono alla loro carica tramite elezioni, dette libere, nelle quali un discreto numero di prigionieri e guardie sceglie fra una rosa di nomi che vengono loro imposti dal precedente direttore e dai suo collaboratori più vicini. I nostri giovani scoprono in fine, con sommo sgomento, che nemmeno i direttori sono mai usciti dalla prigione, anzi, sono fra quelli più inconsapevoli del fatto che tutto ciò che avviene accade fra delle alte e spesse mura.
Dopo aver visto e compreso tutto ciò, il pensiero della necessità di agire in qualche modo cresce sempre più fra i giovani, iniziano così ad aprirsi accesi dibattiti. Sono tutti d’accordo sul fatto che la situazione sia insostenibile, ma ognuno crede che si possa risolvere in un modo differente.
Qualcuno vuole attuare una rivolta e sovvertire l’ordine precostituito per portare benessere e uguaglianza a tutti. Chi sostiene questa tesi afferma: “Dobbiamo avere il controllo più totale su ogni cosa e persona. Quando avremo il comando assoluto potremo dividere equamente tutto, in modo che nessuno abbia di più o di meno. Solo così potremo fermare questa vergognosa disparità di trattamento, solo così potremo domare la folle logica di dominio e sfruttamento che regna in questo luogo”.
Qualcun’altro suggerisce che potrebbero semplicemente cercare di fare in modo che le regole della produzione e dello scambio delle merci e dei beni prodotti divengano libere, consentendo così pari opportunità d’iniziativa per tutti.
Qualcuno infine sostiene di voler eliminare tutti i vertici del potere per potersi porre personalmente alla guida e al comando. Afferma che solo quando un uomo forte e carismatico ottiene l’assoluto controllo della situazione, la giustizia e la libertà possono divenire il bene di tutti.
Quando ormai questi discorsi stanno per degenerare in una zuffa collettiva, un vecchio detenuto, da tutti chiamato “Il Matto”, interviene dicendo: “Siete qui da così poco tempo e già vi siete lasciati ingannare dalle ombre del potere. Vi siete già perduti fra le mille lotte che accadono in questo pollaio. Avete già assimilato il comportamento e il pensiero di tutti coloro che vivono qui da sempre, dimenticando che l’unico sforzo per cui valga la pena spendere energie consiste nel tentare di scoprire se esista o meno una via di fuga. Vi rendete conto che dopo un così breve tempo vi siete già scordati d’essere in una prigione, e che per quanto tentiate di sistemare le cose qui dentro rimarrete ugualmente confinati fra quattro mura? Ormai ho visto accadere milioni di rivolte, ho ascoltato migliaia d’ideologie, filosofie, teorie, e non sono mai servite a nulla. Ho visto
salire al potere spietati dittatori, volenterosi riformatori, ipocriti presidenti, illuminati legislatori, pagliacci e giullari, ma non è mai servito a nulla.
Ho sentito qualcuno di voi dire che si potrebbe sovvertire l’ordine attuale per instaurare una sorta di totale condivisione dei beni e dei valori. Ma questo stato sociale com'è attuabile se tutt’intorno a voi vivono e crescono uomini desiderosi di potere e controllo? Ci vorrebbe un governo capace di controllare in continuazione che nessun ricominci ad accaparrarsi potere e privilegi più di altri. Per fare ciò un governante dovrebbe quindi tenere costantemente sotto controllo tutto e tutti, reprimendo nel sangue, immediatamente, ogni forma di ribellione. Ma a chi affidereste serenamente un potere così grande? Credete forse che vi siano uomini migliori di altri, capaci di non abusare mai dell’immenso potere che avrebbero fra le mani? Ho sentito dire molte volte, poi, che il potere corrompe, ma vi assicuro che non è così. Credo, più che altro, che il potere corrompa chi porta già in sé i semi della corruzione. Spesso, però, scopriamo l’animo di un uomo solo quando questo può esercitare una qualche forma di potere. Il potere è, pertanto, solo una specie di riflettore che mette in evidenza ciò che persino a noi stessi è sconosciuto. Il potere è energia, e come ogni forma d’energia non è ne buono ne cattivo, tutto sta in ciò che noi ne facciamo, in come la utilizziamo. Ma voi credete che vi siano uomini coscienti di quali semi stiano silenti nei loro cuori pronti per sbocciare? Siete così illusi da ritenere di conoscervi abbastanza e di potervi fidare di voi stessi?
Ho sentito poi qualcuno sostenere che basterebbe offrire a tutti una qualche possibilità d’iniziativa. Ma non credete che anche in questo caso avremmo una serie di disuguaglianze sociali che facilmente sfocerebbero in un conflitto? Non credete che i più astuti e forti tenterebbero sempre e comunque di dominare i più deboli e ingenui? Voi potreste anche dirmi che se tutti partecipassero con il loro voto all’elezione di coloro che poi dovrebbero regolamentare il gioco all’interno dei criteri più diffusi di giusto e sbagliato, morale e immorale, legale e illegale, potremmo ottenere un discreto equilibrio sociale. Mio dio, forse, ora come ora, non possiamo aspettarci di più, ed è anche quello che in una discreta parte di questa prigione sta avvenendo. Ma non vedete come ben poco sia cambiato, e come si sia solo ottenuto che il gioco vada, via via, complicandosi ed esasperandosi?
I poteri che cercano di avere il controllo e il dominio non sono svaniti ma si sono solo fatti più sofisticati e occulti, e quando un potere agisce sotterraneo può divenire ben più pericoloso di una vecchia, quanto ormai banale, dittatura. Le dittature d’un tempo esercitavano un controllo grezzo attraverso la repressione fisica, grazie alla maggiore potenza che gli apparati di polizia e militari avevano nei confronti dei vari gruppi antagonisti al potere, ma ora non è più così. Dietro a paroloni roboanti si nascondono ben più delicate e perfezionate forme di controllo. Dietro tutto questo cianciare di libertà ed uguaglianza si nasconde un controllo della mente, esercitato grazie alla pressione emotiva, alla distorsione dei fatti e allo stravolgimento del significato delle parole. Amici miei, siamo al cospetto di una ben più pericolosa dittatura mascherata dietro le sembianze di un agnellino. Non capite che gli uomini sono sempre gli stessi, e che se non cambia l’animo umano, la sua educazione e le forme della sua cultura, non cambierà mai nulla?
L’unico modo che ha il potere per governare e limitare la libertà dell’individuo e riuscire a paralizzare il libero pensiero e l’autonomo giudizio. Chi agisce solo, libero nel cuore e nella mente, privo di paura, non può essere manipolato, controllato, spinto a procurare il male d’altri per l’interesse di qualcuno. L’uomo che cammina sicuro e solitario è una forza che contagia del suo spirito tutti coloro che incontra, ma non per imposizione, ne per persuasione, ma semplicemente grazie a quell’innata e spontanea capacità di riconoscere il Vero che in ognuno di noi riposa. Questa è la più potente e sconcertante ribellione che sta per accadere. I tempi sono maturi, gli uomini sono ormai sufficientemente disillusi e nauseati da tutto il falso che si sono costruiti attorno.
Quando non vedrete più nessuno salire su di un palco e gridare a folle osannanti, ma troverete solo individui seduti in cerchio conversare acutamente, prendendosi lunghe pause di riflessione per ogni dubbia questione, allora potremmo dire d’esser degni di quella parola così impunemente pronunciata, perché solo allora potremo dire che il tempo dell’Essere Umano è venuto.
A questo punto, uno dei giovani prigioniere interrompe bruscamente il vecchio affermando: “Quel che tu stai dicendo non ha alcun senso. Non esiste nessun fuori da qui e nessuna libertà, se non quella che possiamo conquistarci qui dentro. Nessuno ha mai visto cosa c’è oltre queste mura, nessuno è mai uscito da qui, nemmeno i direttori e i secondini. Sono ormai convinto che questa storia della libertà sia tutta una menzogna inventata da coloro che non sanno come sopravvivere a questo gioco”. Dopo aver ascoltato attentamente queste parole il vecchio Matto risponde: “So che molti di quelli che sono qui dentro da più tempo hanno addirittura eretto statue con i volti di quei pochi che si dice siano stati capaci di evadere. Hanno anche eretto dei templi in loro onore, ove predicano e profetizzano che un giorno torneranno per liberarci tutti. Ma se ora ti dicessi che io esco e rientro da qui quando e come voglio, tu cosa mi risponderesti? Se ti dicessi che tutto ciò che vedi non è come tu ora lo credi?”. Il giovane ridendo a crepapelle risponde: “Ora capisco perché ti chiamano il matto: vecchio rimbambito che non sei altro!”. Il vecchietto, senza un’ombra di risentimento sul volto replica: “Posso anche dirti di più. Io parlo con voi solo per vedere se v’è qualcuno pronto a seguirmi, non ho altri fini”. Il giovane, spiazzato da tanta risolutezza, riprende il dialogo con parole nuove: “Ma dov’è questa uscita di cui parli, e cosa m’attende otre i cancelli? Io non ne posso più di quel che accade qui dentro, ma se ciò che esiste fuori fosse anche peggio di quel che ho conosciuto qui? Chi mi assicura che tu non stai solo cercando di ingannarmi?”. A questo punto una ragazzina spunta dal fondo del gruppo e guardando dritta negli occhi del vecchio, con voce esile e dolce dice: “Io ti credo perché non vedo alcun senso in tutto ciò che questi uomini combinano qui. Nessuno vuole giocare con me, nessuno ride più. Sino a poco tempo fa trascorrevo le mia giornate in compagnia di alcuni bambini, ed eravamo sereni, ma ormai anche loro hanno iniziando a parlare delle stesse cose di cui parlano questi noiosi signori qui. Da allora non ridono più, non giocano più, non scherzano più. Dimmi sola una cosa, nonnino matto. Si può giocare in quel posto da cui tu dici di venire? E la gente ride o è triste come qua?”. Il vecchio, a questo punto, con le lacrime agli occhi risponde: “Piccola mia, nel posto in cui ora noi andremo l’unica cosa che si farà per tutto il tempo sarà ridere e giocare, perché in quel luogo la gente non ha mai smesso di amare”. A questo punto la ragazzina, con un enorme sorriso e con occhi colmi di meraviglia, chiede: “Nonnino mostrami come si fa ad andare in questo luogo, perché qui non v’è più nulla che mi trattenga”.
I vecchietto ora prende un pennarello nero dalla sua tasca e scrive delle parole sulla maglietta bianca della piccina, poi dice: “Bambina mia, per arrivare in questo luogo non devi fare nemmeno un passo perché ci sei già, devi solo rispondere ad una domanda”.
“Dimmi pure nonnino”, afferma la bimba, e il vecchio riprende: “Come può un passero fuggire da una gabbia che non esiste?”. La bambina risponde: “Basta che provi a volare”. Il vecchietto: “Ma se è convinto che la gabbia sia vera e ormai non tenta nemmeno più di volare, cosa si può fare?”. La bambina riflette per qualche istante e poi dice: “Basta fargli prendere paura, magari con un colpo simile a quello di un fucile, così il suo vecchio istinto lo spingerà a volare nonostante l’inganno in cui è caduto il suo pensiero”.
A questo punto il vecchietto, con un gesto fulmineo, estrae una pistola dal suo giaccone e spara alla bambina in piena fronte.
Tutta sudata e tremante dal terrore, Sara salta in piedi dal suo letto, apre velocemente la finestra della sua camera e, stupendi, i primi raggi del sole le illuminano il viso. Si rincuora poi vedendo le maestose querce del parcogiochi di fianco alla sua casa, dove va sempre con i suoi fratellini dopo la scuola. L’odore del caffé e dei biscotti appena fatti ora sale dalla cucina da dove sente le voci della sua mamma e del suo papà che stanno parlando. È una stupenda domenica di primavera, tutto è silenzioso e in pace. “Che terribile incubo ho avuto”, pensa fra sé. Si, perché è stato tutto solo un sogno, ed ora, tornata alla realtà va in bagno per lavarsi il viso, ma appena getta un rapido sguardo allo specchio compie un balzo all’indietro vedendo sulla sua camicetta da notte bianca una scritta fatta con un pennarello nero: “Prova sempre a volare perché i limiti sono solo illusioni della tua mente! Con amore, il tuo Nonnino Matto”.
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Dadrim
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Video
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Amministratore
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giovedì 06 novembre 2008 |
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"Siamo qui perché amiamo troppo questo paese per permettere che i prossimi quattro anni
siano come gli ultimi otto".
(Barack Obama)
Nella speranza che queste parole non rimangano solo parole,
e qualora non dovessero rimanere tali, che Dio lo guidi e lo protegga!
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Domande e risposte
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Dadrim
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mercoledì 05 novembre 2008 |
Qualcuno ha chiesto: “Che si sia in fase di ricerca spirituale o no, purtroppo o per fortuna, la nostra vita quotidiana prosegue ugualmente con svariate peripezie... Io, per esempio, mi scontro spesso con mio marito, secondo me, per delle stupidaggini. Lo detesto sempre di più, visto che è da lui che partono queste assurde discussioni accompagnate da offese e brutte parole. Le prime volte mi sentivo crollare il mondo addosso. Scoprire il mio amato uomo così diverso, inferocito, ingiusto e sempre convinto d’avere ragione per me era una cosa inaccettabile. Adesso, quando capita, sento una tristezza immensa, perché vedo che inciampiamo sempre sugli stessi “sassolini”, e sento che dopo queste brutte cadute non potrò mai condividere con il mio compagno i miei pensieri "spirituali", nonostante lui sembri in grado di comprendermi, a volte parla quasi in modo illuminato, peccato che finisca poi sempre, o per compiacersi delle riflessioni che ha raggiunto, o per deprimersi ancor di più.
Lo so che la ricerca spirituale è un percorso individuale, e che nessuno può cambiare nessuno, e che possiamo solo cambiare il nostro atteggiamento per riuscire a stare sereni ed evitare le collisioni. A dirlo sembra così facile, ma non lo è affatto!
Quale consiglio daresti alle persone, che come me, desiderano proseguire nella ricerca spirituale senza finire per detestare chi ci sta intorno o, peggio ancora, diventare indifferenti nei loro confronti. Non sarà forse proprio il mio cambiamento a infastidire ancora di più? Si tratta di una, per così dire, rivoluzione interna, ma le rivoluzioni, lo sappiamo, non sono mai silenziose.
In sostanza: come possiamo rivoluzionare la nostra vita senza spargere veleni e trovando una felici e un’armonia sia in noi stessi che con il mondo che ci circonda? Per cambiare il mondo bisogna cominciare da noi stessi?”
Dadrim ha risposto: Carissima S., ormai è un po’ di tempo che procediamo insieme lungo i tortuosi e misteriosi sentieri della spiritualità, e mi fa molto piacere vedere con quanta determinazione e sincerità tu stia ricercando un equilibrio, sia interiore che esteriore. Sono certo che se proseguirai con questa motivazione, fra non molto vedrai i frutti del tuo lavoro, ma vi sono ancora diverse cose che vanno maggiormente chiarite, approfondite, comprese e superate. Tu dici: “Che si sia in fase di ricerca spirituale o no, purtroppo o per fortuna, la nostra vita quotidiana prosegue ugualmente con svariate peripezie”. Certo non v’è alcun dubbio su questo. Le peripezie della vita non finiranno mai… Mai!! Ripeto: MAI !!! Anche quando realizzerai il tuo potenziale spirituale, la vita non smetterà d’essere funambolica, per il semplice motivo che la vita è per sua natura imprevedibile, avventurosa, mutevole e misteriosa. E per fortuna che le cose stanno così, altrimenti ti immagini che funerale sarebbe questo mondo e le nostre esistenze? Esistono molte persone che si chiudono completamente alla vita, che si confinano in un routine immutabile, in poche assolute certezze e in poche stantie relazioni, ma osservale con attenzione: sono morti viventi, paralizzati dal terrore del nuovo, del diverso, dell’imprevedibile. Ma una cosa è certa: nonostante i loro disperati tentativi, prima o poi, la vita distruggerà ogni loro barriera e ogni loro difesa, perchè l’esistenza è immensamente più grande di noi, immensamente più potente e immensamente più saggia. Quindi ci rimane un'unica scelta assennata: entrare in armonia con il battito del cuore della vita. Possiamo solo imparare la sua danza e lasciarci portare dalla sua canzone. Prima che la morte, la malattia, l’imprevedibile e l’incomprensibile vengano a frantumare le nostre inutili difese, iniziamo noi stessi ad abbattere i nostri limiti, per entrare volontariamente nel segreto più intimo del nostro esistere. Chi apre le braccia alla vita non teme più alcun male, mentre chi stringe i pugni e chiude gli occhi non è in grado di ricevere nemmeno il dono più sublime della terra.
Tu dici: “Che si sia in fase di ricerca spirituale o no, purtroppo o per fortuna, la nostra vita quotidiana prosegue ugualmente con svariate peripezie”. Certo, la vita è avventura, sfida, lezione continua per tutti, ma v’è una differenza immensa fra chi è in cammino lungo il sentiero della spiritualità e chi deambula incosciente verso illusioni e sogni d’ogni tipo. Chi ha compreso d’esser sempre vissuto in una sorta di sonno, e ora sente il desiderio di risvegliarsi, ogni volta che s’imbatte nelle “peripezie” della vita, ne esce rafforzato, più consapevole di sé e del mondo che lo circonda, più fiducioso, più meravigliato e desideroso di scoprire ancora e ancora. Chi, invece, persegue unicamente il proprio volere, i propri sogni e desideri, senza curarsi minimamente degli equilibri più ampi che muovono e determinano la sua vita e il mondo che lo circonda, ogni volta che s’imbatte nelle peripezie della vita, ne esce ferito, guardingo, deluso, impaurito, avviandosi, così, sempre più velocemente verso una morte, prima interiore e poi anche fisica.
Il male per gli stolti è un avvenimento sfortunato da temere ed evitare, mentre per chi muove verso una crescita spirituale è sempre e solo un’immensa opportunità d’imparare e cambiare, per non dover mai più tornare a commettere gli stessi sbagli e a vivere sempre le stesse paure!
Poi continui la tua domanda dicendo: “Io, per esempio, mi scontro spesso con mio marito, secondo me, per delle stupidaggini. Lo detesto sempre di più, visto che è da lui che partono queste assurde discussioni accompagnate da offese e brutte parole”.
Ti scontri per delle stupidaggini? Ma se le riconosci veramente come delle stupidaggini per quale motivo ti scontri? Probabilmente una parte di te le riconosce come scemenze, ma un’altra parte, più profonda e forte, non le ritiene veramente tali. Ho spesso notato che in questi casi le cause scatenanti dei conflitti non hanno nessuna significato in sé, ma sono unicamente dei pretesti per perpetrare uno scontro che nasce da motivazioni ben più forti e taciute. È come se un razzista picchiasse una persona di colore e poi, una volta preso dalla polizia, giustificasse il suo gesto dicendo che l’uomo aveva gettato una carta sul marciapiede e che lui non sopporta la maleducazione. La colpa sta nella poca educazione civica della persona di colore, non nell’animo razzista del picchiatore. Capisci? Quando in famiglia o nella coppia si litiga continuamente per delle scemenze, dietro si nascondono ferite che non siamo ancora riusciti a vedere e comprendere. Il problema reale non sta mai nelle stupidaggini o nelle cartine per terra! Come potrebbe essere così?!
Se sono delle stupidaggini sono stupidaggini e non ci si scontra. Guarda dentro di te, e in lui, cosa realmente muove questi scontri, e quando avrai sotto agli occhi la reale causa del vostro male, porta alla luce e al vento la vostra ferità: solo così guarirà.
Dici di detestarlo sempre di più visto che pensi partano da lui queste assurde discussioni.
Ma per discutere bisogna sempre essere in due, non si può discutere da soli, altrimenti ci si sentirebbe degli idioti.
Se tu volessi fare una gara a “braccio di ferro” e io non volessi giocare, come potrebbe iniziare il gioco di forza? Tu potresti costringermi con la forza a sedermi sul tavolo, potresti prendermi la mano e schiacciarmela sul tavolo due, tre, dieci volte, ma se io non mi coinvolgessi mai, se non opponessi resistenza, per quanto potrebbe durare questo gioco? Quanto tempo ci metteresti a comprendere la stupidità di quel che stai facendo? Poco, molto poco se non sei totalmente folle. Se mi accorgessi d’aver a che fare con un folle chiamerei la polizia, e cercherei di stargli il più possibile alla larga. Ma il novanta percento delle volte questi conflitti relazionali sono semplici, quanto stupidi, giochi dell’ego che vogliamo entrambi mantenere in piedi, salvo poi accorgerci in vecchiaia d’aver sprecato l’intera nostra vita in fesserie.
Cerca di capire cosa ti ferisce di quel che lui dice. Per il momento lascia perdere completamente tuo marito. Lui per ora, quando litigate, devi vederlo solo come una parte indispensabile per proseguire la tua comprensione personale, per approfondire i tuoi esperimenti spirituali. Lui dice qualcosa, senti che in te nasce un disagio, un fastidio, bene, vattene via e lascialo li con le sue parole ancora in bocca, chiuditi in camera e ascolta questo fastidio, lascialo parlare e lascia che ti spieghi da dove nasce, perché viene, lascia che ti racconti la sua storia. Non giocare a braccio di ferro, non raccogliere la sfida esterna, ma accogli la sfida interiore, scopri perchè senti questo desiderio di giocare a braccio di ferro.
Qui non centra niente chi ha torto o ragione, qui centra solo chi è libero e chi è schiavo, chi e sempre sereno e imperturbabile e chi è nevrotico e sofferente.
Non cercare la ragione: la ragione è sempre degli stolti e degli imbecilli. Cerca sempre e solo la verità, la libertà e la pace.
Continuo con il mio esempio… Se un uomo mi provoca dicendomi “cretino, mollaccione, pauroso, vieni qui che ti sfido a braccio di ferro”, seguendo la logica, chi è in torto è lui e non io, ma cosa me ne faccio della logica e della ragione. Se in me le sue parole non muovono una mosca, perché dovrei partecipare ad un gioco così assurdo? Ma dalle tue parole mi sembra di capire che certe parole muovono in te un intero temporale e non un semplice mosca. E forse in lui, in tuo marito, le tue risposte alle sue parole muovono un uragano. È sempre così che nascono i conflitti. È sempre l’inconsapevolezza delle cause interne al nostro animo a spingerci a voler modificare il mondo esterno, ma il mondo esterno si modifica solo quando eliminiamo le cause interne. Quando tu, alle sue parole, risponderai con amore e serenità (ma reali e non recitate), nel giro di pochi istanti vedrai cambiare completamente le dinamiche della vostra relazione.
Dici inoltre: “Adesso, quando capita, sento una tristezza immensa, perché vedo che inciampiamo sempre sugli stessi “sassolini”, e sento che dopo queste brutte cadute non potrò mai condividere con il mio compagno i miei pensieri "spirituali", nonostante lui sembri in grado di comprendermi, a volte parla quasi in modo illuminato, peccato che finisca poi sempre, o per compiacersi delle riflessioni che ha raggiunto, o per deprimersi ancor di più”.
Condividere i pensieri spirituali è un inganno, è aria fritta. Se tu usi la vostra relazione per comprenderti sempre di più, per superare i tuoi conflitti interiori, vedrai che i cambiamenti, sia interni che esterni arriveranno, e a quel punto vedrai anche che senza saperlo e volerlo avrete camminato assieme lungo il sentiero della realizzazione personale.
Se tu inizi a muoverti verso la serenità e la pace, chi ti sta vicino, o viene con te, o fugge, ma tu non devi fare nulla, tutto accade spontaneamente. Se la persona che ho accanto non alimenta più la mia ira, il mio malumore e la mia inconsapevolezza, sono costretto a vedere che tutte queste brutture sono solo dentro di me e non in chi mi circonda. A quel punto, o cambio o mi vado a cercare qualche altro sonnambulo disposto a giocare al mio triste e stupido gioco. Ma tu dici anche che quest’uomo: “sembra in grado di comprenderti, a volte parla quasi in modo illuminato, peccato che finisca poi sempre, o per compiacersi delle riflessioni che ha raggiunto, o per deprimersi ancor di più.
Credo pertanto che quest’uomo abbia, quanto te, un gran desiderio di uscire dai sui vecchi meccanismi e di incamminarsi verso un nuovo sentiero, ma mi sembra di capire che se il cambiamento non parte da dentro di te, nulla si modificherà.
La ricerca interiore è un fatto personalissimo, hai ragione, ma quando avviene coinvolge anche le persone più lontane a noi. È come un’esplosione nucleare, non si può nascondere e non si può tenere per se stessi.
Se inizi a creare libertà e serenità dentro di te, vedrai che aumenterà anche la tua compassione ed il tuo amore per i limiti e le difficoltà degli altri, di tutti coloro che ti circondano, compreso tuo marito. La consapevolezza non può mai renderci insensibili o portarci a detestare chi ci circonda. La ricerca spirituale, se si sta muovendo nella giusta direzione, può solo portarci a una maggiore sensibilità, e una maggiore sensibilità ci porta inevitabilmente ad avere un maggiore amore e una ma | |