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Sulla morte PDF Stampa E-mail

sorgente...la morte, per l'uomo, simboleggia l'ignoto, la rottura totale con tutto ciò che è il passato, quindi con tutti i nostri possessi e ricordi, di guisa, anche con i nostri desideri inappagati. Per affrontare l'ignoto senza paure o resistenze è pertanto fondamentale avere una mente e un cuore sereni, colmi di fiducia, privi d'ogni forma di timore rispetto al “domani” e altrettanto liberi da recriminazioni o rimpianti verso il passato.

Ma quanti di noi vivono senza trascinare continuamente con sé pezzi del proprio passato? Quante volte abbiamo affermato: “Che stupido sono stato, se tornassi indietro adesso farei tutto diversamente”. Il passato non vissuto pienamente ci segue come un’ombra, non lasciandoci mai in pace, privandoci, così, della possibilità di vivere pienamente il presente. La morte ci terrorizza perché porta con sé il "conto"! Viene chiedendoci cosa abbiamo fatto, cosa abbiamo compreso, vissuto, quanti momenti di gioia abbiamo sprecato, quanti possibili amori abbiamo gettato o rifiutato per stupide paure o con inutili egoismi.

L’ignoto ci terrorizza perchè il nostro passato è tutto ciò che pensiamo d'avere e di essere, e quel che ieri non siamo riusciti a ottenere, speriamo di raggiungerlo domani, ma se un domani non ci dovesse esser più? Ecco allora la paura che ci assale. Teme maggiormente la morte chi non sa cosa sia la vita o chi sa di averla ormai gettata al vento.

La morte è unicamente la personificazione per antonomasia dell'estinzione d'ogni forma di legame con il passato. Non è pertanto la morte in sé a spaventarci, ma il rapporto che abbiamo con il nostro passato, quanto siamo attaccati a quel che è stato ieri. Quel che accade nel giorno della nostra fine è qualcosa di sconosciuto. Religioni e varie filosofie suppongono molte cose, ma il fatto concreto è che nessuno sa quel che veramente accade, per il semplice motivo che nessuno è mai tornato “dall’al di là” per dirci cosa v’è dopo, e noi non possiamo darvi una sbirciatina veloce per poi tornare alle nostre faccende. Quindi, per un istante, lasciamo da parte i credo e le filosofie, anche perché sono convinto che ciò che si crede non è mai ciò che si sa, e quel che si suppone ci consola solo sino a quando non viene il giorno della prova. È come andare all’esame di maturità avendo fede che nessuno della commissione ci chiederà qualcosa su Dante per il semplice fatto che qualcuno in cui abbiamo fiducia ci ha detto di sapere per certo che Dante non rientra fra le domande previste. Questo ci può tenere relativamente sereni solo sino al giorno in cui non saremo seduti di fronte a dieci esaminatori.

Tornando a noi, dicevamo che quel che accade con la morte ci è ignoto, e non è assolutamente possibile temere l’ignoto, ciò che non conosciamo. Per esempio, in ogni istante ci può accadere qualcosa di imprevisto, positivo o negativo, ma non per questo viviamo nel terrore o nella gioia continui. Se la nostra mente non ha dati, informazioni, esperienze pregresse di un determinato evento o fenomeno, è empiricamente impossibile che in noi sorgano delle paure o delle aspettative.

Ma allora perché temiamo la morte? Temiamo il trapasso non in relazione a quel che potrà essere dopo la morte, ma per quel che sappiamo che la morte implica in relazione a ciò che conosciamo.

Quel che temiamo è la fine della vita per come noi l’abbiamo sempre conosciuta, per questo ci risulta tanto difficile comprendere cosa spinga una persona a suicidarsi. Il suicida, agli occhi dei più, compie un gesto folle, ma questo giudizio nasce dal semplice fatto che per la maggioranza delle persone la vita non prende mai sembianze così mostruose da desiderarne l’estinzione. Va considerato inoltre che ogni individuo ha una soglia di sensibilità differente. Si può esser delusi dal proprio passato, certo, ma sino a quando c’è la speranza di poterlo modificare, l’idea del proprio annullamento non può affiorare in modo radicale. V’è da dire comunque che anche il suicida compie ugualmente un ultimo, se vogliamo estremo, gesto di speranza, perchè dalla distruzione del proprio corpo spera di ottenere la cessazione delle proprie angustie. Pertanto, anche in questo caso, la lotta dell’individuo è in relazione a quel che conosce come vita, al proprio passato. C’è chi teme la morte perché lo priva dell’idea di vita che si è fatto e alla quale si è abituato, v’è poi chi agogna la morte perché non tollera più l’immagine dell’esistenza che vive in lui. In ogni caso il fulcro di ogni timore sta nell’esperienza che abbiamo fatto della vita, nel modo in cui concepiamo la nostra esistenza e quella del mondo che ci circonda.

Osservando la morte di altri uomini e constatando la conseguente dissoluzione del loro corpo, associamo l’idea della morte all’idea del nostro annientamento assoluto poiché tutto ciò che conosciamo di noi e della vita in generale, spesso, si limita alle funzionalità del nostro corpo fisico. Ipso facto, no body no party!   

La morte in ultima analisi ci spaventa perché ci priva del tempo per realizzare quel che non siamo riusciti a compiere sino ad ora, o perché ci toglie la speranza di poter continuare a fare quelle cose che ci danno una qualche forma di soddisfazione.

Ma perché viviamo la maggior parte delle nostre vite abbarbicati a delle abitudini, a  ricordi o proiezioni future?

Il passato è un’entità fittizia, rimane unicamente nelle nostre menti sotto forma di pensieri, immagini scolorite o vaghe sensazioni. Più il nostro mondo interiore conserva entro di sé, non come semplici ricordi inattivi, ma come eventi irrisolti ancora influenti, degli accadimenti passati, più la nostra mente non è in grado di vivere libera e serena le possibilità che continuamente il presente dischiude. Chi vive nel passato utilizza il futuro unicamente per evitare i dolori che lo ieri gli ha arrecato o per cercare di rivivere quei piaceri che ha conosciuto un tempo. Ma se osserviamo attentamente gli avvenimenti che caratterizzano l’esistenza, senza cercare di sovrapporvi desideri, opinioni, ideologie o altre forme interpretative, e pertanto distorcenti, constatiamo che nulla intorno a noi sembra conciliarsi con un atteggiamento mentale volto al passato o alla proiezione del medesimo nel futuro.

Progettare il futuro è una delle peculiarità più squisite dell’intelletto umano, ma trova la sua piena espressione unicamente quando la nostra capacità di pianificare e gettare il nostro sguardo oltre l’immediato presente affiora da una mente libera da statiche concezione, rigidi confini, ferite mai risanate o altri mostri del tempo.            

Durante l’arco di un’intera vita accadono in continuazione dei piccoli o grandi eventi non molto dissimili al morire, dei piccoli o grandi distacchi: la fine di una relazione affettiva, la perdita di un lavoro, l'estinzione di un caro. Nella realtà dei fatti viviamo costantemente esposti alla possibilità di perdere parti, più o meno consistenti, di quel mondo che ci circonda e a cui, purtroppo, così facilmente ci aggrappiamo. La morte, osservata da questo punto di vista, non è un qualcosa che accade unicamente alla fine dei nostri giorni su questa terra, ma è un evento che accade in continuazione durante tutta la nostra esistenza. La morte ci circonda, è sempre accanto a noi. Non la vediamo mai per il semplice fatto che il doverla affrontare onestamente e apertamente implicherebbe uno stravolgimento della concezione che abbiamo di noi  stessi, dei nostri legami e del modo in cui interpretiamo il vivere quotidiano.

Ma se la morte è costantemente accanto a noi, anzi, è parte integrante di quel fenomeno che chiamiamo vita, il nostro temere metà del "corpo" attraverso cui si manifesta la vita ci rende impossibile comprendere il significato ultimo del perché siamo qui. Temere la realtà delle cose ci costringe a trincerarci in noi stessi, divenendo, così, delle cittadelle fortificate inoppugnabili, individui chiusi in se stessi e timorosi di aprirsi alla relazione. Per vivere pienamente una relazione con un individuo, con la natura o con la vita stessa, non si può aver paura della sua possibile fine, altrimenti il nostro unico intento sarà quello di cercare di controllare, manipolare, gestire e dirigere i nostri rapporti in base alle nostre paure ed esigenze. In questo modo la relazione muore veramente ancor prima di fiorire, per il semplice motivo che, se quel che sto vivendo è un legame da me controllato, quel che sperimenterò sarà in realtà unicamente un’ennesima estensione di me stesso, del mio volere. Così non potrò mai entrare in contatto con l'essere di un altro individuo, con la sua diversità, novità, freschezza e spontaneità, tanto meno con la vita che mi circonda e compenetra.

Incontrare l'altro, dal mio punto di vista, significa rendersi capaci di accogliere la libertà che costituisce l'essenza stessa dell'individualità di un essere umano e, nella sua massima espressione, dell’esistenza stessa. Incontrare l’altro significa esser capaci di accogliere un individuo per quel che è, e non per quel che vorremmo che fosse. Per incontrare l’altro devo quindi “morire” a me stesso e giungere così a conoscere l’amore. Ma quanto è raro trovare una mente e un cuore così disposti!

Temiamo la morte perché rappresenta la sintesi suprema del cambiamento, della perdita di tutto quel che è abitudine, certezza, sicurezza, ma, paradossalmente, se nulla cambia nelle nostre esistenza lentamente iniziamo a sentire un’opprimente sensazione di stagnazione e di morte interiore. Ecco allora che sembrano trovare senso quelle enigmatiche frasi, pronunciate da mistici, poeti o filosofi, come: “Chi teme la morte muore per davvero - Chi avrà trovato la sua vita, la perderà. Chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà - Tutti coloro che praticano la filosofia in modo retto… la loro autentica occupazione non è altra se non quella di morire...”  

Il vero amore non ha un oggetto specifico verso cui indirizzarsi, per il semplice fatto che nasce quando l’animo di un uomo non è più ossessionato da orizzonti parziali. L’amore non conosce personalismi, ma si estende su tutto ciò che lo circonda, indistintamente, disinteressatamente. Non può patire gelosie perché non è un fatto di possesso e di esclusività, ma un fenomeno di condivisione totale senza riserve. Da un siffatto amore non si può venir mai traditi perché non promette di corrispondere i nostri futili bisogni o di lenire le nostre egoistiche ferite attraverso la sua presenza, ma ci insegna unicamente come scoprire in noi la sorgente dalla quale esso stesso affiora.

L’acqua che scorre nel sottosuolo, rare volte, riesce ad aprirsi un varco fra le rocce del terreno e sgorgare fresca da una sorgente, e noi, sorgenti a nostra volta,  ma ormai inaridite da tempo, vedendo questo miracolo, cominciamo a godere e gioire dell’umidità e degli spruzzi che fuoriescono da questa feconda falda, ma subito cerchiamo poi, in ogni modo, di possederla e depredarla per non dover tornare a fare i confronti con la nostra sterilità.

Ma chi è divenuto una vera sorgente di vita non può esser ingannato ne consumato dai nostri cechi bisogni o inutili scopi. Paziente e instancabile ci esorterà in continuazione a scavare un po’ più a fondo dentro noi stessi per poterci così ricongiungere a nostra volta a quella medesima fonte da cui ogni goccia proviene, sino al giorno in cui non temeremo più alcuna morte e non costruiremo più pensieri d’odio o discriminazione.

Quando si sentono e si vedono chiaramente scorrere le stesse limpide acque attraverso tutte quelle sorgenti che sono gli uomini di questa terra, come è possibile discriminarli, emarginarli, o sfruttarli, per depauperarli di qualche piccola goccia che fuoriesce dalle loro labbra. Come è possibile sprecare la propria vita nella violenza, nell’odio, nel sotterfugio e nella paura quando si giunge a capire d’esser seduti tutti su un’inesauribile fonte di vita?

  

"Temere l'amore è temere la vita, e chi teme la vita è già morto per tre quarti". (Bertrand Russell)

 

Dadrim     

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Commenti (1)Add Comment
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scritto da Olivia, ottobre 15, 2008
Vorrei tanto liberarmi dal mio passato.In questi giorni vivo un incubo. Ogni tanto mi affiorano fotissimamente i ricordi del passato. Mi sembra di rivevre veramente quei momenti, mi sembra di vedermi in un film, mi guardo da lontano, ma le emozioni, le sensazioni, ora, sono più forti e mi provocano anche il dolore fisico. Pensavo di aver trovato un pò di pace, una vita più serena, che ho cominciato a capirmi di più. Ma più tempo passa più sono forti questi momenti di delirio. Ora mi sembra che tutti gli episodi del mio passato mi agrediscono, vogliono farmi male, mi dicono "GUARDA COSA TI SEI FATTA!".Per fortuna i ricordi si indeboliscono dopo un pò e io mi sento meglio, ma due o tre volte all'anno ho queste crisi che mi mettono molto a disagio con il mondo. Penso che più capisco che non mi sono voluta bene nel passato,più mi distanzio dal passato, più il passto riaffiora e più mi fa male. Mi rendo conto che devo fare i conti anche con l'indotrinamento religioso. Tante volte non me lo voglio ammettere, ma anche se non ho fatto sesso sfrenato con cento uomini, comunque mi sento, a volte , sporca, buttata tra le mani che non mi amavano e non potevano amarmi e io lo sapevo, a modo mio. Cercavo l'affetto, l'amore, ma non l'ho trovato lì. Quando rivivo quelle immagini mi si spacca il cuore. Non ho mai parlato a nessuno di questa cosa. La sento tanto intima,e poi ha un' effeto ancora più forte quando la dici a voce alta.

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