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L’incarnazione della consapevolezza: l’esistenza dell’anima PDF Stampa E-mail

Andrea ha scritto: Ciao Dadrim, sono Andrea e vorrei dialogare con te su una questione per me spinosa che è quella dell'attenzione.
Ho praticato un tipo di meditazione basata sul Vedanta per diversi anni, anche se mi tormentavano certi dubbi, mi ci trovavo comunque bene e la consideravo come un punto d'appoggio sia spirituale che psicologico. Poi ho
'incontrato' Krishnamurti, dai suoi dialoghi ho capito l'errore che stavo facendo, e cioè cercavo di ottenere o di divenire qualcosa di più, non discuto della meditazione in particolare, che ho trovato delle pecche anche lì, domande che rimangono in sospeso. Ma veniamo all'unico strumento che ci rimane per poter accedere all'Altro: l'attenzione. A volte credo di averla compresa poi mi accorgo di essere in errore. Che cos'è l'attenzione? Se qualcuno me la spiega, come faccio io a capire? e chi sarebbe colui che dovrebbe capire? È l'io? E quindi l'io cioè il conosciuto cioè il passato, traduce a suo modo la spiegazione con inevitabili perdite? Se c'è attenzione non c'è l'io e viceversa, allora come fa l'io a capire? se osservo e metto attenzione per evitare che l'io si intrometta è attenzione? ma se io so di essere attento sono "attento"? oppure c'è uno sdoppiamento in cui un frammento dice deve essere attento sugli altri frammenti? come faccio a sapere che uso attenzione se "io" non ci devo essere?
Il dott. Bohm in un dialogo con K. ne ha dato una bella definizione: abilità di osservare in profondità qualsiasi cosa trattenga la persona, impedendole di cambiare. Posso capire l'osservazione in se stessa che quella esteriore e quella interiore sono lo stesso movimento, ma mi è un po’ più ostica l'osservare in profondità, oppure forse detto in altre parole la visione profonda, non riesco a capire l'atteggiamento che si dovrebbe tenere per andare in profondità o forse non ho abbastanza energia per intraprendere quel percorso.
Forse quando ho smesso di meditare, da un giorno all'altro, ho avuto qualcosa del genere, ho visto in qualche modo la falsità di quello che stavo facendo, e questo è stato provocato dalle parole di K., non tanto preso come un'autorità ma come uno specchio, ho dato pienamente ascolto a quello che diceva e in qualche modo i miei dubbi hanno preso forma.
Da allora sono passati due anni, ora non seguo più niente, ho capito l'inutilità della ricerca, delle varie tecniche, delle istituzioni, delle autorità.
Naturalmente non commetto l'errore di chiedere a te cosa si deve fare, non pretendo niente, ma mi piacerebbe sapere cosa ne pensi.

Andrea

Dadrim ha risposto: Partiamo da queste tue parole: “Poi ho 'incontrato' Krishnamurti, dai suoi dialoghi ho capito l'errore che stavo facendo, e cioè cercavo di ottenere o di divenire qualcosa di più..”

Pienamente d’accordo, quando la nostra mente cerca, attraverso una qualsiasi pratica spirituale, una filosofia o altro, di migliorarsi o modificarsi si sta semplicemente ingannando, inizia una lotta senza fine con se stessa, una battaglia che il più delle volte non porta a nulla, se non ad una leggera modificazione di quel che già si è. Ma una modificazione non è una trasformazione, è una semplice risistemazione, è come se si spostassero i mobili di una stanza, certo, la stanza cambia nell’aspetto, ma quel che v’era prima è sempre lì, in un altro posto, in un’altra combinazione, e cosa ci si guadagna? Niente, per un po’ le cose ci sembrano meno monotone, più interessanti, magari più belle, ma dopo soli pochi giorni ecco che tutto è come prima, i mobili sono sempre gli stessi, gli spazi sono sempre quelli.

Trasformare qualcosa è tutt’altra cosa, significa prendere i mobili di una stanza e buttarli via, significa abbattere muri, aprire spazi, vedere ciò che prima era nascosto.

Quando la nostra mente vuole migliorarsi e come un uomo che vive chiuso dentro una stanza chiusa e che vuole cambiare la sua situazione pensando che spostando i mobili andrà meglio. No!, non andrà meglio niente, l’unico modo per cambiare veramente le cose è trovare la chiave per aprire le porte delle mente ed uscire dalla sua limitata e sempre uguale superficie.

Proseguiamo…

Tu dici :“Ma veniamo all'unico strumento che ci rimane per poter accedere all'Altro: l'attenzione. A volte credo di averla compresa poi mi accorgo di essere in errore. Che cos'è l'attenzione? Se qualcuno me la spiega, come faccio io a capire?”

Caro Andrea, da quel che scrivi credo tu sia caduto in quel potenziale guaio insito nella forma di comunicazione che usa Krishnamurti per esprimere la dimensione “trascendente”. Ho parlato abbastanza dettagliatamente di questo problema in due mie vecchie risposte chiamate “La meditazione: osservazioni sulla mente e sulla tecnica” e “Jiddu Krishnamurti”.

Ti consiglio di leggerli, potrebbero esserti utili.

Il guaio, sostanzialmente, consiste nel fatto che K. ci spinge a ritenere che attraverso una corretta comprensione intellettuale dei processi di funzionamento della mente, dei suoi limiti e dei suoi condizionamenti, noi possiamo saltarne fuori. K. ripete spesso che la vera trasformazione non richiede tempo, poiché la vera azione liberatoria accade al di là delle logiche del tempo e del divenire, logiche intrinseche al processo meccanico del pensiero. Quanto sostiene, dal mio umile punto di vista, è in parte corretto, ma anche in parte scorretto. È corretto per chi osserva il fenomeno “mente” stando al di fuori della “mente”, è invece profondamente forviante e ingannevole per chi vive entro i confini della sua mente.

Come ho già detto in passato, K. sembra parlare più per se stesso che per chi vive nelle pastoie dei condizionamenti del pensiero e del passato.

La nostra mente è costituita da pensieri, e questi pensieri si frappongono sempre fra noi e la possibilità di percepire direttamente, lucidamente e pienamente la realtà interna ed esterna in cui siamo immersi e di cui siamo fatti. Per realtà interna intendo il nostro mondo emotivo, mentale e spirituale, per realtà esterna intendo il mondo che vediamo fuori dal nostro corpo attraverso i nostri sensi.

Da quanto dico puoi comprendere che per me, in noi esseri umani, esiste una consapevolezza, poi vi sono tutte le cose che la nostra consapevolezza percepisce, e queste cose sono sommariamente racchiudibile nella loro totalità in tre gradi insiemi: l’insieme delle emozioni, dei pensieri e delle percezioni sensoriali delle cose del mondo che esiste oltre il nostro corpo, oltre il confine dei nostri sensi (udito, tatto, olfatto, vista, gusto).

Attraverso i nostri sensi conosciamo le cose del mondo esterno, ma dobbiamo ricorda che i nostri sensi sono solo un mezzo che permette alla consapevolezza di percepire i fenomeni esterni. I sensi non conoscono nulla, i sensi sono come una finestra di una stanza. La finestra ci permette di vedere fuori dalla stanza, ma chi vede siamo noi. V’è poi da dire che i nostri sensi leggono il mondo esterno attraverso il loro peculiare modo di interpretare, sono come finestre colorate attraverso le quali la nostra consapevolezza può conoscere le cose solo filtrate dalla loro particolare struttura. Questo è il motivo per cui molti filosofi o mistici hanno affermato che il mondo che viene conosciuto dalla nostra consapevolezza, veicolata dai nostri sensi, è un mondo limitato. Ma questo non è un problema, anzi, questa è la bellezza intrinseca al gioco dei sensi e del divenire del mondo fenomenico. Per spiegarmi meglio, immaginiamo che un uomo guardando attraverso una serratura di una porta veda passare una persona. Quando la persona non era nel campo visivo dell’osservatore, essa non esisteva per l’osservatore, quando la persona sarà passata e uscita dal campo visivo dell’osservatore, per lui essa non sarà più. Allo stesso modo funzionano i nostri sensi, sono come una piccola serratura attraverso cui la nostra consapevolezza vede solo piccoli frammenti di realtà. I sensi non sono il mezzo per accedere alla conoscenza del mistero che si cela oltre la porta, non sono la via per conoscere il “tutto”, sono solo i mezzi che abbiamo per giocare e creare all’interno degli spazi di quella piccola porzione di universo che essi ci offrono. I sensi ci permettono di vivere i piaceri del corpo, di modificare la materia per creare case, ordinare e abbellire la natura con i raccolti, i giardini in fiore, i monumenti e le diverse opere d’arte. I nostri sensi sono strumenti dal grande potenziale, ma sono solo strumenti.

Questo mondo che percepiamo e stato definito da molti come il sogno e il gioco di dio, io cambierei la parola dio, che per il momento fa solo confusione, con la parola consapevolezza. Questo mondo è il sogno e il gioco della nostra consapevolezza che conosce le cose attraverso il prisma dei sensi. La realtà che ci circonda e compenetra non è conoscibile nella sua totalità sino a quando la nostra consapevolezza guarda attraverso le feritoie dei sensi. La nostra consapevolezza è come un raggio di luce che ci permette di vedere e conoscere le cose, quando questo raggio passa attraverso i nostri sensi, si frammenta, si spezza e diviene molte cose, il molteplice, generando il mondo del divenire, di ciò che nasce e muore. Ciò che nasce e muore, ciò che diviene, pertanto, esiste solo nel piano di “realtà” che genera la consapevolezza quando si incunea attraverso i sensi. Capisci cosa intendo? Se la nostra consapevolezza non fosse caduta in una totale identificazione con il mondo che generano i nostri sensi, probabilmente, per noi, si aprirebbero mondi su mondi, piani di realtà più vasti, dove gli uomini che passano davanti alla serratura di cui parlavo prima, non vengono dal nulla e ritornano nel nulla, ma sono sempre esistiti. Quando la consapevolezza si svincola dalla sua dipendenza con quel mezzo che sono i nostri“sensi”, la morte esisterà ancora?, lo spazio ed il tempo avranno ancora il significato che hanno per noi oggi?, la vecchiaia e la giovinezza, il dolore ed il piacere, entro quali orizzonti di senso verranno letti da un essere che vede oltre le forme limitate del mondo sensibile?

Fuori di noi v’è il mondo, e quel mondo ci arriva filtrato dai sensi, bene! Nel piano sensibile ciò è fondamentale per vivere, giocare e fare per il tempo in cui il nostro corpo manterrà la forma necessaria per poterci dare la possibilità di relazionarci con questo piano di “realtà”.

In noi esiste però un altro mondo, per così dire, più profondo, più nascosto, meno visibile, ma comunque pienamente interconnesso al mondo esterno: il nostro mondo interiore.

Il nostro mondo interiore è sostanzialmente formato da emozioni e pensieri. Ma come si generano in noi emozioni e pensieri? Si generano dall’interpretazione che la mente da all’interpretazione che i sensi danno del mondo esterno a noi.

I sensi leggono il mondo dei fenomeni, inviano immagini e sensazioni di dolore e piacere alla mente, che è semplicemente un altro mezzo di lettura della realtà. La mente è solo un mezzo, ma un mezzo estremamente complesso che genera quel fenomeno, in cui tutti siamo arenati, estremamente doloroso, che siamo soliti chiamare in molti modi: “io, personalità, sé, ego, consapevolezza di sé…”. A seconda della filosofia o della religione, questo fenomeno, che si genera dalla conoscenza del mondo che la nostra consapevolezza riceve filtrata dai sensi e poi dalla mente, viene chiamato in diversi modi, a volte contraddittori, confusivi e forvianti. Ma se ora procediamo attentamente con questo nostro discorso, possiamo comprendere la sostanziale natura di questo fenomeno, così, quando qualcuno lo chiamerà “Io” e qualcun altro lo chiamerà “Sé”, noi non cadremo in inganno pensando che questi parlino di due cose diverse, ma, comprendendo la sostanza che si cela dietro le parole coglieremo sempre il punto sostanziale. Cosa intendo con queste parole? Per esempio nel cristianesimo il fenomeno di cui sto parlando viene detto egoismo e attribuito all’azione di un’entità malvagia detta demonio. In oriente viene genericamente detto ego, Krishnamurti lo chiama in molti modi, “io”, sé, Ego, partendo dal presupposto che qualunque forma di idea di sé è un inganno, un prodotto dell’illusione della mente.

Le parole cambiano ma la sostanza è sempre la stessa e tutti concordano sull’esistenza di questa entità e sulla sua limitatezza e intrinseca sofferenza.

Cos’è allora questo fenomeno, come si genera, chi siamo noi se noi non siamo il nostro io, cos’è la consapevolezza, cos’è la mente?

Domande immense, che però oggi vorrei provare a sfiorare, cogliendo gli spunti della tua domanda.

Non parlo di nulla di nuovo, la realtà non può essere qualcosa di nuovo se già è stata scoperta da qualcuno, ma le parole che provano ad indicarla non basteranno mai, tanta è la sua importanza e apparente complessità.

Quanti hanno indicato la via che permette all’uomo di liberarsi dal dolore e dall’inganno? Molti! E le loro parole sono sempre uguali nella sostanza che indicano, ma sempre diverse nella loro forma. Le parole che indicano il trascendente parlano sempre della medesima cosa, e in questo senso sono sempre uguali e mai nuove, ma il trascendente è qualcosa che accade sempre nuovo per coloro che lo vivono. È come dare istruzioni a qualcuno che vuole accendere il fuoco e far bollire l’acqua. Le parole nella loro sostanza saranno sempre uguali: “accendi un fuoco, prendi un contenitore resistente al calore, prendi dell’acqua e aspetta che bolla”. Nella forma potranno essere sempre diverse: “accendi il fuoco sfregando due legni, accendilo sbattendo due pietre, accendilo con i fiammiferi, prendi un contenitore in pietra, una pentola in rame o in acciaio... Ma l’esperienza del fuoco che si accende e dell’acqua che bolle, ogni volta che accade è sempre un fatto nuovo, speciale, personale e irripetibile. Capisci cosa intendo?

Così è il nostro cammino interiore, dove le parole che lo indicano, nella sostanza, sono sempre uguali, nella forma possono variare, per qualcuno è meglio la poesia, per altri la logica, per altri il silenzio, ma l’esperienza concreta, quando accade, è sempre un fatto nuovo, incredibile, eccezionale e personale. V’è infatti una differenza enorme fra la ricerca spirituale e la ricerca scientifica comunemente intesa. Nella scienza comune la fatica di scoprire in prima persona non deve continuamente essere ripetuta, mentre nella ricerca spirituale questo fatto deve inevitabilmente accadere poiché il vivere pienamente e in armonia non è un fatto riproducibile. Il teorema di Pitagora lo scoprì Pitagora, ora non è necessario che ognuno di noi lo riscopra per utilizzarlo, e addirittura non è nemmeno necessario che lo si comprenda. Basta imparare a memoria la procedura e ripeterla ogni volta che ci serve. Questo è impossibile per la comprensione e la sperimentazione del mistero della vita.

Ritornando alle nostre domande, come si genera l’ego, cos’è la consapevolezza, chi siamo noi, ecc…

Cos’è la consapevolezza? La consapevolezza, dal mio punto di vista, è la nostra reale natura interiore, è ciò che ci permette di conoscere ogni cosa, compresi noi stessi. Ma se noi siamo consapevolezza chi conosce la consapevolezza? È una domanda che sorge spontanea alla mente, ma la risposta è semplice quanto assurda: la consapevolezza, nel suo stato originario, puro e libero da ogni percezione, è autoconoscenza, una conoscenza che non si manifesta attraverso le forme di sapere del pensiero, ma attraverso la sua peculiare espressione che è l’estasi. Cerco di spiegarmi meglio.

Se ci pensiamo bene, qualunque nostra forma di conoscenza è data dalla consapevolezza, ciò che cambiano sono i mezzi che veicolano le informazioni alla consapevolezza. Il copro sente freddo, l’impulso neuronale, l’informazione, arriva al cervello che la riceve, ma chi o cos’è quel qualcosa che in me è cosciente dell’accadere del freddo?: la consapevolezza!

Passa un uccello, i miei occhi vedono, la mia mente automaticamente afferma uccello e attiva vecchie memorie di uccelli già visti in altre situazioni, poi nasce un’emozione di nostalgia. Chi, dentro di me, riesce a vedere tutto questo fenomeno, chi sa che tutto ciò accade: l’uccello che passa, il pensiero che nasce, l’emozione che affiora? È la consapevolezza.

La consapevolezza è quella scintilla divina, che si manifesta con l’uomo, e che rende consapevole l’accadere della vita. La nostra consapevolezza può essere più o meno vigile, intensa, sveglia, ma nella nostra sostanza primaria noi siamo un fenomeno di consapevolezza.

Ora bisogna chiarire la differenza che sussiste fra l’essere semplicemente consapevoli di qualcosa e l’essere coscienti attraverso le forme dell’ “io”.

Cos’è l’io? L’io è un pensiero della mente, è il pensiero che raccoglie in un unico contenitore le molteplici percezioni che attraversano il corpo e la mente. Da quando nasciamo siamo continuamente bombardati da stimoli sensoriali, suoni, odori, emozioni ecc. Poi vengono le parole che inizialmente sono unicamente dei suoni, che solo poi, con il tempo, riusiamo a collegare alle cose di riferimento. Le parole nella loro essenza nascono come suoni che indicano cose. Poi divengono pensieri che permettono la generazione di immagini mentali, astrazioni.

I pensieri sono suoni registrati nella mente con associati degli oggetti, degli eventi, delle emozioni. I pensieri rievocano percezioni sensoriali ed emotive. Rievocano cose del mondo che vivono fuori di noi, come semplici oggetti, fenomeni della natura, ma rievocano anche le risposte emotive che gli stimolo sensoriali esterni fanno nascere in noi. Se un giorno un cane mi ha morso una gamba, la parola cane, oltre a rievocare in forma astratta, mentale, la figura del cane, rievocherà anche l’emozione, il dolore che l’entità cane mi ha provocato in quella specifica esperienza.

Se tutto ciò è chiaro possiamo passare all’idea di “io”. Come nasce l’idea di “io”? Quando la consapevolezza osserva tutte le percezioni sensoriale che le vengono offerte, sotto la forma di piacere, dolore, immagini, pensieri emozioni, da quelli che precedentemente ho definito unicamente come dei mezzi, e cioè il corpo e la mente (il pensiero), vede che tutto ciò accade unicamente grazie all’esistenza di un corpo, che è anche l’unica entità a cui è collegata per espletare la sua intrinseca funzione conoscitiva.

La consapevolezza, che nella sua essenza è pura conoscenza ed estasi, quando si “incarna”, inizia a conoscere le cose del mondo attraverso i mezzi del corpo (sensi, pensieri ed emozioni) ed è a questo punto che inizia rapidamente ad identificarsi con il mezzo “corpo”, che attraverso il pensiero definirà come “io”. La consapevolezza perde il suo stato naturale di pura conoscenza ed estasi a causa del connubio fra “esperienza dei sensi e memoria”. Ecco che già a questo punto il fenomeno “io” ha preso forma e vita. La consapevolezza, ora identificatasi pienamente al corpo, osservando i fenomeni che vengono veicolati attraverso i sensi, dopo aver accumulato un po’ di esperienza scoprirà che il corpo nasce in un certo momento e che in un momento imprecisato, ma inevitabile, dovrà morire. Ecco allora che dal pensiero iniziale “io sono”, verranno anche i pensieri “io non ero” e “io non sarò più”, così nasce il processo temporale, del divenire, dell’essere e del non essere.

Da ciò iniziano ad avere vita tutte le paure e i tormenti dell’uomo, poiché l’essere umano, grazie al pensiero di sé, inizia a credersi un’entità mortale, isolata dal flusso costante di percezioni e fenomeni che compongono la vita nella sua totalità. L’uomo inizia a volersi difendere da una realtà che interpreta come ostile, impermanente, priva di significato, inizia a voler vivere sempre più piaceri, poiché, concependo un’esistenza limitata, cercherà almeno una consolazione nel vivere ciò che per qualche istante lo fa sentire così pago da non dover stare in compagnia di quella tremenda idea di non esser nulla, perché si è solo qualcosa in un universo infinito. Se ci pensiamo bene il grande fascino che esercitano le droghe, il sesso, il potere, il senso di superiorità, deriva unicamente dalla loro possibilità di darci per un tempo più o meno l’ungo la sensazione che il nostro “io” si sia dissolto o espanso all’infinito. L’uomo politico che crede di dominare le sorti del mondo per un po’ può illudersi che il mondo non possa esistere senza di lui. Altrettanto vale per il dipendente da droghe o psicofarmaci, per un po’ vive l’illusione d’essere privo di un “io”, di quell’entità che, se lasciata sola con se stessa, si vive come misera, mortale e insignificante.

Dall’idea di “Io sono” nascono mille altre idee, come “io devo divenire migliore, io devo raggiungere dio, io devo sconfiggere la morte, io devo, io non devo, io sono giusto, io sono sbagliato”, ecc…

La radice di tutto questo problema sta nell’identificazione che si genera fra la consapevolezza e struttura percettiva corpo-mente.

Noi crediamo che senza l’idea “io sono” non si possa vivere, eppure, allo stesso tempo, se ben si guarda dentro di noi, l’idea “io sono” è la radice di ogni nostro problema. Con il passare del tempo, l’idea “io sono”, che in origine è un’entità semplice, raccoglie detriti su detriti, generando una valanga sempre più grande e difficilmente arrestabile. Questo accade perché il pensiero “io sono”, negli anni lega a se stesso tutte le esperienza di una vita: è così che prendono forma le cose più mostruose che l’umanità abbia mai conosciuto. La consapevolezza, inoltre, diviene estremamente ottusa quando si identifica all’apparato mente-corpo, poiché perde lucidità venendo distorta dalle forme di movimento del pensiero. Ecco allora che si inizia a generalizzare, a vivere di condizionamenti, di pregiudizi, di ferite passate mai abbandonate. Un cane che mi morde mi fa avere paura di tutti i cani, un ladro di colore che entra nella mia casa mi fa ritenere tutti gli uomini di colore dei ladri, una campagna politica che mi fa pensare ad un certo uomo come ad un santo, anche se me lo dovessi ritrovare poi un giorno in casa mia a rubare, alla polizia dirò che è stato un uomo di colore. Capisci cosa intendo?

La consapevolezza in origine è un puro fenomeno di conoscenza, intelligenza, intuizione del tutto, ma, sfortunatamente, un po’ perché è insito nel nostro naturale sviluppo psico-fisico, molto perché tutta la nostra cultura spinge affinché ciò accada, rapidamente la consapevolezza limpida e forte del bambino si perde nell’identificazione con ciò che muta, generando quell’entità malata e sofferente che è l’ego, l’io, il sé o come lo si voglia chiamare.

Tornando alla tua domanda, tu dici :“Ma veniamo all'unico strumento che ci rimane per poter accedere all'Altro: l'attenzione. A volte credo di averla compresa poi mi accorgo di essere in errore. Che cos'è l'attenzione? Se qualcuno me la spiega, come faccio io a capire?”

Da quanto detto finora risulta, spero chiaramente, che per ritornare al nostro stato originario di libera e pura consapevolezza dovremo iniziare un processo di disidentificazione da ogni nostro processo mentale e fisico. Dovremo mettere la nostra consapevolezza in uno stato di vigile osservazione costante, di piena sensibilità a tutto e ogni cosa. Ovviamente, quel che ho detto finora, in un uditore medio, sarà stato recepito da una consapevolezza filtrata dalle pastoie prodotte dalla sua identificazione con la mente e il corpo, ma ciò non ha importanza, poiché anche la mente è una manifestazione della consapevolezza, anche il pensiero è veicolo di consapevolezza. L’uditore medio esiste come consapevolezza cristallizzata, identificata nell’idea di “Io”, ma ciò non significa che questo “Io”, che è veicolo di consapevolezza, non sia in grado di comprendere sufficientemente quel che viene detto. Comprendere chiaramente dipende unicamente da quanto quel che sto dicendo va a rovinare i piani di sopravvivenza dell’“Io” dell’ascoltatore. Capisci cosa intendo? Se l’“io” del mio interlocutore non è troppo invischiato in progetti e bisogni che possono essere realizzati solo attraverso il mantenimento della sua struttura (bisogni, ambizioni, ecc.), ecco allora che quel che esprimo verrà visto nella sua semplicità e nel suo potenziale di liberazione e serenità. Quando il nostro “io” (l’idea di noi stessi) è un veicolo sufficientemente libero (non legato a troppe altre idee definitorie e motivanti), la consapevolezza che filtra comprende che attraverso la dissoluzione del suo stato d’identificazione non perderà nulla, pertanto fiduciosa e serena si svincolerà per ritornare nella sua natura essenziale.

Questo svincolarsi e liberarsi della consapevolezza, però, non accade semplicemente perché ora qualcuno comprende quel che sto dicendo. Questo non accade perché la consapevolezza che passa attraverso l’idea di “io” può comprendere il senso di ciò che viene detto, può vederne la verità, anche se non è ancora completamente libera da tutti i legami e le identificazioni che l’idea di “io” mantiene con altri pensieri, emozioni ed esperienze. Ecco allora che la pratica costante di uno stato di consapevolezza vigile e passivo è fondamentale per purificare completamente “l’io”, sino al momento in cui sarà pronto a dissolversi.

Per quanto riguarda la pratica della meditazione ti consiglio di dare una letta a tutta le sezione del blog intitolata: “Meditazione e pratica”.

Da quel che ho detto si comprende quindi come “’l’idea di io”sia la prima entità dalla quale si generano poi tutte le altre identificazione, ma, poiché è anche l’idea più semplice, essa può anche divenire il traghetto che ci permette di fare il viaggio a ritroso, dall’identificazione alla pura consapevolezza.

Quando ritorneremo alla pura consapevolezza, nella nostra mente sarà ancora presente un idea di “io”, una memoria del nostro passato, di tutto il nostro percorso, altrimenti diverremmo dei folli privi di direzione e spaccati in mille frammenti. Ciò che si dissolverà sarà l’identificazione della consapevolezza con i mezzi che veicolano le percezioni.

Quando perdiamo l’identificazione con il nostro “io” noi dove andiamo a finire? Da nessuna parte, cambia semplicemente la nostra percezione della vita. Non percepiamo più noi stessi come entità finite, separate dall’esistenza, confinate in un corpo e in un piccolo flusso di insulsi pensieri, ma iniziamo a sentirci pienamente partecipi di un qualcosa di vaso, inspiegabile. A quel punto cosa ce ne faremo dell’io, del non “io”, del sé, del padre, del figlio unigenito e di tutte le altre vuote parole, ritualità e credenze? Quando realizzeremo quel che ora vive in noi come seme, cos’altro ci rimarrà da dire o da fare se non goderci l’eternità.

Sempre a tua disposizione per ogni altro chiarimento,

Dadrim

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