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Morte, lutto ed eternità

Sulla morte

PlatoneLisa ha scritto: Caro Pier, cos’è per te la morte?

Pier ha risposto: La morte, per l'uomo, simboleggia l'ignoto, la rottura totale con tutto ciò che è il passato, quindi con tutti i nostri possessi, ricordi e desideri inappagati. Per affrontare l'ignoto senza paure o resistenze è pertanto fondamentale avere una mente e un cuore radicati nell’istante presente, limpidi, fiduciosi, liberi dalla continua proiezioni nel futuro di desideri e speranze figli del passato, della memoria. Ma quanti di noi vivono senza trascinare continuamente con sé pezzi del proprio vissuto? Quante volte abbiamo affermato: “Che stupido sono stato, se potessi tornare indietro e non sciupare quei momenti, quelle occasioni!”. Il passato non vissuto pienamente ci perseguita come un fantasma non lasciandoci mai in pace, privandoci così della possibilità di vivere freschi e leggeri il presente.

La morte ci terrorizza perché porta con sé il “conto”. Viene chiedendoci cosa abbiamo fatto, compreso, vissuto, quanti momenti di gioia abbiamo sprecato, quanti possibili amori abbiamo sciupato o rifiutato per stupide paure o con inutili egoismi. L’ignoto ci intimorisce perché il nostro passato è tutto ciò che pensiamo d'avere e di essere, e quel che ieri non siamo riusciti a ottenere, speriamo di raggiungerlo domani, ma domani nulla è certo. Ecco allora la paura che ci assale. La morte alla la nostra mente rappresenta per antonomasia l'estinzione di ogni legame con il passato. Pertanto, se riflettiamo bene, non è la morte in sé la causa dei nostri guai, essendo oltretutto un fatto inevitabile, ma il rapporto che abbiamo instaurato con il passato. È l’idea di dover perdere quel passato che per noi significa possessi, fatiche, rivalse e desideri ad annichilirci, poiché nello “ieri” che si perpetua in un domani sperato e immaginato vive l’essenza stessa del nostro ego, la continuità della nostra personalità.

A seguito di quanto detto credo appaia evidente l’inadeguatezza della nostra personalità rispetto alla natura della vita stessa, un’incompatibilità che pone la mente umana in uno stato di tensione e conflittualità perpetuo quanto ridicolo. Mi chiedo, infatti, come mai potrà il nostro immaginifico e inconsistente ego trovare la continuità e la stabilità che cerca in un’infinita esistenza che nella sua forma materiale è in perenne movimento e cambiamento?

Quel che accade nel giorno della nostra fine è qualcosa di sconosciuto. Religioni e varie filosofie suppongono molte cose, ma il fatto concreto è che nessuno sa quel che veramente accade poiché nessuno è mai tornato dall’aldilà per dirci cosa v’è dopo, e noi non possiamo darvi una sbirciatina veloce per poi tornare alle nostre faccende.

Perciò, per un istante, lasciamo da parte credi e filosofie, poiché ciò che si crede non è mai ciò che si sa con certezza, ma può unicamente consolarci sino a quando non si avvicina il giorno della prova. Rispondere all’inquietudine che ci provoca la nostra ignoranza esistenziale aggrappandosi a credi e filosofie è come andare all’esame di maturità senza sapere nulla sulla Divina commedia perché qualcuno in cui abbiamo fiducia ci ha detto che la commissione non tratterà quell’argomento. Questa rassicurazione ci può tenere relativamente sereni solo sino al giorno in cui non saremo seduti di fronte agli esaminatori.

Sino ad ora abbiamo visto chiaramente come temiamo il trapasso principalmente in relazione a ciò che conosciamo, possediamo e che non vogliamo perdere. Quel che temiamo è la fine della vita per come l’abbiamo sempre conosciuta, per questo ci risulta tanto difficile comprendere cosa spinga una persona a suicidarsi. Il suicida, agli occhi dei più, compie un gesto folle, ma questa valutazione nasce dal fatto che per i più la vita non prende mai sembianze così mostruose da desiderarne l’estinzione. Si può essere stati profondamente feriti dal proprio passato o essere gravemente afflitti dal presente che si vive, ma sino a quando si intravede la speranza di potere modificare la propria condizione esistenziale il desiderio di morte difficilmente può superare l’amore per la vita. V’è da dire comunque che anche il suicida nel darsi la morte compie un gesto di speranza, infatti dalla distruzione del proprio corpo e della propria mente spera di ottenere la cessazione di una condizione percepita come insopportabile: anche in questo caso la lotta dell’individuo è in relazione a quel che conosce come vita. C’è chi teme la morte perché ci priva dell’idea di vita che serbiamo nella mente e alla quale siamo fortemente identificati, v’è poi chi agogna la morte perché non tollera più il futuro che si immagina. In ogni caso il fulcro di ogni timore risiede nell’esperienza che abbiamo fatto della vita, nel modo in cui concepiamo la nostra esistenza e quella del mondo che ci circonda. Osservando la morte di altri uomini e constatando la conseguente dissoluzione del loro corpo, associamo l’idea della morte all’idea del nostro annientamento assoluto poiché tutto ciò che conosciamo di noi e della vita in generale, usualmente, si limita alle funzionalità del nostro corpo fisico. Ipso facto, no body no party!

Ma perché viviamo la maggior parte delle nostre vite abbarbicati a delle abitudini, ricordi o proiezioni future? Il passato è un’entità fittizia, rimane unicamente nelle nostre menti sotto forma di pensieri, immagini scolorite o vaghe sensazioni. Più il nostro mondo interiore conserva accadimenti passati, non come semplici ricordi inattivi, ma come eventi irrisolti ancora influenti, più la nostra mente perde la capacità di vivere libera e leggera le possibilità che il presente sempre offre. Chi vive nel passato utilizza il futuro unicamente per evitare i dolori che ieri ha patito o per cercare di replicare i piaceri che ha conosciuto un tempo. Ma se osserviamo attentamente l’esistenza, senza cercare di sovrapporvi desideri, opinioni, ideologie o altre forme interpretative, e pertanto distorcenti, constatiamo che nulla intorno a noi sembra conciliarsi con un atteggiamento mentale volto al passato o alla proiezione del medesimo nel futuro.

Progettare il futuro è una delle peculiarità più squisite dell’intelletto umano, ma trova la sua piena espressione unicamente quando la nostra capacità di pianificare e gettare lo sguardo oltre l’immediato presente affiora da una mente libera dal passato inteso come residuo di memoria identitaria pregna di esperienze condizionanti, ferite mai risanate o altri mostri del tempo. Durante l’arco di un’intera vita accadono in continuazione dei piccoli o grandi eventi non molto dissimili al morire, dei piccoli o grandi distacchi: la fine di una relazione affettiva, la perdita di un lavoro, l'estinzione di un caro. Nella realtà dei fatti viviamo costantemente esposti alla possibilità di perdere parti, più o meno consistenti, di quel mondo che ci circonda e a cui, purtroppo, ci aggrappiamo tanto facilmente. La morte, osservata da questo punto di vista, non è un qualcosa che accade unicamente alla fine dei nostri giorni su questa terra, ma è un evento che occorre in continuazione durante tutta la nostra esistenza. La morte ci circonda, è sempre accanto a noi. Siamo noi a non volerla vedere poiché affrontarla onestamente e apertamente implicherebbe uno stravolgimento della concezione che abbiamo di noi stessi, dei nostri legami e del modo in cui interpretiamo il quotidiano vivere. Ma se la morte è costantemente al nostro fianco, anzi, è parte integrante di quel fenomeno che chiamiamo vita, il nostro temere metà del “corpo” attraverso cui si manifesta l’esistenza ci rende impossibile comprendere il significato ultimo e più vero del nostro stesso nasce, vivere e morire.

Temere la realtà delle cose ci porta a chiuderci sempre più in noi stessi, ma per vivere pienamente è indispensabile aprirsi alla relazione, all’altro, al nuovo, poiché è l’essenza della vita stessa ad essere un’infinita e sempre nuova relazione. Pertanto come si può temere e rimuovere la morte, che è la destinazione ultima di ogni cosa, senza temere ed evitare le relazioni? È impossibile, per questo la maggior parte delle persone quando entra in relazione cercare di controllare, manipolare e dominare i rapporti. Invero è in questo modo che le relazioni muoiono. Se quel che sto vivendo è un legame da me controllato, quel che sperimenterò sarà in realtà unicamente un’ennesima estensione di me stesso, della mia limitata personalità. Così non potrò mai entrare in contatto con un altro essere, con la sua diversità e bellezza.

Incontrare l'altro, dal mio punto di vista, significa rendersi capaci di accogliere la libertà che costituisce l'essenza stessa di un essere umano e, nella sua massima espressione, dell’esistenza stessa. Incontrare l’altro significa esser capaci di accogliere un individuo per quel che è, e non per quel che vorremmo che fosse. Per incontrare l’altro devo quindi “morire” a me stesso, al passato, al mio bisogno di sicurezza psicologica che, come spero si sia dimostrato, è paura dell’ignoto, della libertà, di entrare in relazione e perdersi nell’amore.

Temiamo la morte perché rappresenta l’essenza del cambiamento, della perdita di tutto quel che è abitudine, certezza, sicurezza, ma, paradossalmente, dal non voler perdere e cambiare nulla lentamente iniziamo a crescere in noi un’opprimente sensazione di stagnazione e di morte interiore. Temendo la morte si muore davvero.

Con affetto,

Pier

 

Tags: Riflessioni sulla vita

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Commenti   

# Olivia 2008-10-15 21:17
Vorrei tanto liberarmi dal mio passato.In questi giorni vivo un incubo. Ogni tanto mi affiorano fotissimamente i ricordi del passato. Mi sembra di rivevre veramente quei momenti, mi sembra di vedermi in un film, mi guardo da lontano, ma le emozioni, le sensazioni, ora, sono più forti e mi provocano anche il dolore fisico. Pensavo di aver trovato un pò di pace, una vita più serena, che ho cominciato a capirmi di più. Ma più tempo passa più sono forti questi momenti di delirio. Ora mi sembra che tutti gli episodi del mio passato mi agrediscono, vogliono farmi male, mi dicono "GUARDA COSA TI SEI FATTA!".Per fortuna i ricordi si indeboliscono dopo un pò e io mi sento meglio, ma due o tre volte all'anno ho queste crisi che mi mettono molto a disagio con il mondo. Penso che più capisco che non mi sono voluta bene nel passato,più mi distanzio dal passato, più il passto riaffiora e più mi fa male. Mi rendo conto che devo fare i conti anche con l'indotrinament o religioso. Tante volte non me lo voglio ammettere, ma anche se non ho fatto sesso sfrenato con cento uomini, comunque mi sento, a volte , sporca, buttata tra le mani che non mi amavano e non potevano amarmi e io lo sapevo, a modo mio. Cercavo l'affetto, l'amore, ma non l'ho trovato lì. Quando rivivo quelle immagini mi si spacca il cuore. Non ho mai parlato a nessuno di questa cosa. La sento tanto intima,e poi ha un' effeto ancora più forte quando la dici a voce alta.

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