Banner
Tecniche di meditazione: catarsi e osservazione PDF Stampa E-mail

Domanda: Nelle meditazioni attive di Osho, in alcune ci si deve fondere con ciò che si sta facendo, cioè in una meditazione si deve danzare totalmente divenendo la danza e non uno spettatore, poi c'è la meditazione dinamica in cui invece bisogna essere un osservatore. Allora mi chiedo che differenza c'è tra questi due metodi? Sono due metodi differenti che portano allo stesso fine, oppure sono due cose diverse? Oppure servono entrambi e bisogna iniziare prima con uno e poi con l'altro? Si dice anche che nelle azioni tipo il correre, il camminare, il danzare, oppure semplici azioni quotidiane, bisogna appunto entrare nell'azioni tanto da dimenticarsi di se stessi così che rimanga solo l'azione. Poi ho letto anche, invece, che bisogna essere consapevoli dell'azione, per esempio, prestare attenzione al contatto dei piedi con il suolo mentre si cammina o all'aria che incontra il corpo. Anche in questo caso sono confuso, mi chiedo: nelle mie azioni quotidiane devo essere totale tanto da dimenticarmi di me stesso oppure devo pormi come un osservatore delle cose? L'osservazione distaccata vale solo per pensieri ed emozioni o anche per il corpo? Mentre per esempio cammino o mangio devo essere totale (anche se non riesco perché mi distraggono molti pensieri e preoccupazioni) oppure devo prestare attenzione al cibo ai movimenti che compio eccetera, o ancora, devo osservarmi come se fosse il corpo che mangia? In queste azioni quotidiane se osservo i pensieri mentre compio l'azione può darsi che mi disconnetto dal presente? Quindi è giusto o sbagliato?In poche parole da dove dovrei iniziare per essere totale in ciò che faccio e innocente come un bambino che compie le azioni, appunto, in totalità?

Risposta di Dadrim: Caro Manuel, più approfondirai attraverso una pratica quotidiana costante uno qualunque dei metodi che mi riporti, più comprenderai a livello esperienziale la tua realtà interiore. Se non mollerai “il sentiero” comprenderai per tua esperienza diretta perché a volte viene detto di osservare mentre altre volte di gettarsi totalmente in una azione. Vedrai con i tuoi stessi occhi cosa significa divenire sempre più totali e radicati nell'istante presente, privi di pensieri, sotterfugi e contraddizioni come sono i bambini appena vengono al mondo.

La nostra esperienza personale e diretta è l'unica cosa che conta, poiché anche se qualcuno fosse abile con le parole e ci spiegasse per filo e per segno ogni cosa, noi non ne ricaveremmo niente se poi non entrassimo in noi stessi a fare esperienza reale delle cose. Il rischio più grande è sempre quello di divenire dei grandi conoscitori della letteratura spirituale senza avere la minima conoscenza reale di se stessi. Sai, capire sulla carta e ricordare tante cose non costa poi molto, cosa ben diversa è invece l'entrare veramente in noi riuscendo a compiere il viaggio che ci porta dall'incoscienza alla consapevolezza.

Capire le cose a livello intellettuale è come prendere una carta geografica e rendersi conto della distanza che separa il polo nord dal polo sud, vedere i continenti che vi sono lungo il percorso, i diversi tipi di territorio, i possibili ostacoli e così via. Fare esperienza diretta significa invece prendere la carta geografica che qualcuno ci ha dato e che con fiducia abbiamo ricevuto e partire per il lungo viaggio con i nostri piedi.

Fatta questa dovuta premessa cercherò di rispondere alle tue domande consegnandoti qualche altro pezzo della mia piccola, ma personale, cartina geografica, che ho disegnato nel tempo mettendo, con estrema fatica ed attenzione, un piede dopo l'altro, a volte aiutato da qualcuno, molte altre solo e disperso fra i deserti e le foreste del mio mondo interiore.

Viene detto di osservare i pensieri, le emozioni, il corpo, ecc, mentre altre volte viene detto di gettarsi totalmente nell'azione dimenticandosi completamente di se stessi. Queste affermazioni non sono per nulla contraddittorie, sono solo i due estremi di uno stesso processo: il processo di dissolvimento della nostra limitata e isolante personalità, più spesso detta semplicemente ego.

Per comprendere il perché l'osservazione attenta e passiva, nel fine, non si differenzia da una pratica di abbandono totale in attività corporee, è necessario fare alcune puntualizzazioni sulla struttura del nostro ego.

Potrei anche dirti pratica un'attività e non farti troppe domande perché praticando scoprirai, ma nella mia esperienza personale ho visto che quando la mia mente non riusciva più a trovare un senso a quel che facevo lentamente mi logorava nella volontà e nella costanza sino a farmi fermare. Ora la mia mente può pure dire quel che le pare poiché ho compreso che il desidero di comprendere, ad un certo punto del viaggio, non è più una nave che ci porta lontano ma una pesante ancora che ci impedisce di spiccare il volo. Voler capire è solo l'inizio, poi giunge un momento in cui la nostra consapevolezza intuisce i limiti stessi del comprendere mentale e inizia a sviluppare una fiducia e trovare un significato per quel qualcosa che non ha più alcuna ragione.

Ritengo quindi sempre e comunque fondamentale il passaggio attraverso il pieno esercizio della ragione poiché questo previene il rischio di cadere in tutti quei credo e quelle fedi che sono solo figli della paura e dell'ignoranza.

Tornando alla nostra struttura di personalità va detto che ogni nostro guaio nasce dal fatto che in noi esiste un centro condizionato per mezzo del quale ogni nostra emozione, azione e pensiero vengono manipolati, deformati o totalmente creati. Questo centro, che solitamente chiamiamo ego, cos'è e come nasce? L'ho già ampiamente descritto in altri momenti, ma un ulteriore passaggio non fa mai male, magari oggi vedo cose che ieri non vedevo.

La consapevolezza del bambino è uno specchio limpido, non è sporcata da esperienze, memorie, è limpida e riflette ogni cosa, sia quel che accade nel mondo fuori, sia quel che accade nel suo mondo interiore. Il bambino è totalmente immerso nel presente, non conosce passato ne futuro, non ha ambizioni, non ha idea di sé. Questa è la sua magnificenza ma anche il suo limite. Il bambino è un dio inconsapevole, vive in una condizione estatica ma non lo sa, poiché non ha idea di se stesso, non ha idea del mondo. Lentamente, crescendo, il bambino, rispecchiandosi nelle relazioni con chi gli sta accanto, inizierà ad accumulare una serie di esperienze fatte di piacere e dolore. Inizierà poi ad acquisire una serie di idee su quel che è giusto e sbagliato, su quel che si può fare e non fare, su chi è lui, cosa dovrebbe diventare, che mete dovrebbe perseguire, in che modo, in che tempi, in che luoghi. Lentamente la consapevolezza del bambino viene imbrigliata all'interno di una serie di confini emotivi e mentali. Ecco allora che si genera quella che chiamiamo coscienza. La coscienza non centra nulla con la consapevolezza, poiché è un fenomeno generato dalla risposta ai condizionamenti del mondo esterno. Quanti genitori ripetono in continuazione ai loro figli cose come: sei una peste, sei un angioletto, sei il bambino bravo della mamma, sai che così fai soffrire la nonna e menate varie... Tutte queste semplici affermazioni hanno dei potentissimi condizionamenti più o meno impliciti. Per essere il bambino bravo della mamma quando sei a scuola devi rispondere in un certo modo, quando ci sono ospiti a cena in un altro, quando si va dallo zio in un altro ancora... Ecco che la coscienza si forma, ecco che la consapevolezza del bambino sta per essere imbrigliata in mille richieste, paure, ricatti e credenze.

Capisci cosa intendo? Capisci la differenza fra consapevolezza e coscienza?

Durante un pranzo interminabile, come spesso sono quelli degli adulti, un bambino, dopo aver pazientemente ascoltato le varie discussioni fra i sui genitori e gli ospiti, ad un certo punto, esclama: “Mamma, andiamo a giocare al parco, qui è una noi mortale, non trovo nessun divertimento nelle vostre storie!"

Per il bambino tutte quelle chiacchiere sono storie noiose, ma per gli adulti sono grandi verità e come spesso accade, con tono irritato e sgarbato qualcuno riprende il bambino dicendogli che non può capire perché sono cose da grandi e che deve rispettare gli adulti.

Perché il bambino perde la capacità di fare affidamento sulla sua consapevolezza e accetta i condizionamenti del mondo estero? Semplicemente perché il bambino non sa quanto sia d'inestimabile valore la sua limpida capacità di percezione, la sua intelligenza non ancora imbrigliata alle assurdità della cultura che lo accoglie, perché ha piena fiducia nei suoi genitori e nelle persone a cui questi lo affidano, perché ne va della sua sopravvivenza dato che non conosce nulla del mondo e coloro che lo curano sono tutto per lui. Noi adulti non abbiamo ancora capito quanto poco basterebbe per rendere un bambino autonomo e forte, forse perché fare ciò vorrebbe dire non poterlo spingere a divenire quel che noi vogliamo. Ma infondo non si sono mai visti dei carcerati che abbiano saputo far nascere qualcuno fuori dalle mura della loro prigione.

La nostra coscienza divine quindi il centro attraverso cui controlliamo ogni nostra azione, ogni sentimento, ogni pensiero, ogni relazione e incontro con il mondo, ma poiché la nostra coscienza non è altro che una serie di idee e comportamenti presi in prestito o assimilati a forza, le nostre vite divengono un triste campo di battaglia fra quella spinta vitale innata che ancora brucia nelle nostre profondità e quella forza coercitiva che da fuori ci è stata imposta.

Se ci osserviamo con attenzione vediamo come in noi continuino a scorrere sullo schermo della nostra mente pensieri in conflitto fra loro, spinte emotive in contraddizione, momenti di pura confusione, stati d'ansia, panico o disperazione, quanto superficiali momenti di felicità dati dal vano raggiungimento di alcune di quelle mente che tanto ci hanno indottrinati a raggiungere. Che bello essere felici perché si ha appena fatto un bel mutuo per una casa o per una promozione sul posto di lavoro o per una bella macchina nuova, un vestito o una nuova fotocamera, peccato poi che con le persone che ci circondano non riusciamo ad essere sereni per più di ventiquattro ore e men che meno riusciamo ad essere sereni per più di due ore quando rimaniamo soli con noi stessi.

La consapevolezza percepisce di momento in momento lo stato di fatto delle cose, la totalità del presente, e partendo da questa percezione risponde liberamente e creativamente. Un individuo consapevole non ha idea di sé, poiché non si muove partendo da idee aprioristiche o emozioni fissate in memoria e perennemente latenti.

Quando sviluppiamo un atteggiamento di osservazione attenta e passiva cosa stiamo tentando di fare? Stiamo semplicemente tentando di prendere le distanze dalla nostra personalità condizionata, stiamo creando una distanza fra colui che guarda e la cosa osservata affinché si possa giungere al punto in cui la nostra consapevolezza torna ad essere in grado di rispecchiare le cose per quel che sono e, attraverso la sua innata capacità d'intuizione, possa definitivamente liberarsi, tornando così a scorrere limpida e serena con il fiume della vita.

Osservare non significa pensare, non significa fissarsi nell'ascolto di una qualche emozione più o meno gradevole, ma significa abbandonare ogni forma di controllo, giudizio, intromissione. Significa rimanere in disparte e lasciare che il nostro fiume interiore si esprima in qualunque modo voglia farlo. Lento e tranquillo, tremendo perché in piena, maleodorante perché stagnante: tutto va bene, perché tutto ciò non è più affare nostro, tutto ciò è solo l'effetto di quel processo di indottrinamento e condizionamento a cui siamo stati esposti.

Osservare significa stare come morti dentro di noi mentre la sconvolgimento del nostro vulcano interiore si esprime sino ad esaurimento, e grazie a questo porsi in modo passivo, ma vigile, la lotta fra pensieri ed emozioni in contraddizione cessa e la pace interiore viene riconquistata. Si torna così ad essere come bambini, e sottolineo il come, poiché il bambino viveva nella beatitudine di una consapevolezza potenziale limpida e originaria, ma non avendo alcuna esperienza era destinato a perderla. Ora invece, niente e nessuno potranno sottrarci questa consapevolezza riacquisita poiché abbiamo attraversato tutto il dolore e la fatica del conoscere, del crescere e del comprendere, sino a ritornare a noi stessi.

Cosa accade invece quando ci abbandoniamo totalmente a delle attività corporee? È lo spetto processo, solo che il primo parte della consapevolezza e poi lentamente arriva ad ogni dimensione del nostro essere. Osserviamo il corpo, i pensieri e le emozioni, e lentamente vediamo le tensioni fisiche sciogliersi, poi i pensieri diminuire, poi le emozioni indebolirsi nella loro forza dominante.

Quando ci abbandoniamo totalmente ad una attività fisica, sino a raggiungere un punto di perdita totale del controllo su noi stessi, la nostra coscienza perde la sua capacità di mantenerci entro i limiti dei suoi condizionamenti e tutto quel che è stato represso, negato o confinato emerge alla luce della consapevolezza. L'attività fisica viene portata sino alla nostra massima capacità d'intensità, poi solitamente ci si arresta e si rimane in quello stato di rilassamento. Se osservi bene la dinamica di queste pratiche vedi come anche qui l'obbiettivo sia portare la persona in quella disposizione interiore da cui è possibile rimanere semplicemente in osservazione, in ascolto, senza più manipolare, pensare, controllare.

Che si parta dall'osservare quel che si fa o che si parta dall'abbandonarsi totalmente ad una qualche azione per poi lasciare che l'osservazione accada, il fine è sempre lo stesso: permettere alla consapevolezza di rispecchiare totalmente la nostra struttura interna condizionata e limitante, affinché questa venga pienamente vista, compresa e trascesa.

Per qualcuno è più indicato l'approccio dell'attività catartica e poi dell'ascolto, per qualcun altro è più adatto l'approccio dell'ascolto e dell'osservazione sin da subito. Nessuna via è meglio dell'altra, nessuna via e più veloce dell'altra, tutto dipende unicamente dall'intensità che vi mettiamo, da quanto siamo onesti e determinati.

Uno dei libri che più amo è “Il libro arancione. Tecniche di meditazione”, di Osho.” In questo testo puoi trovare tutte le tecniche che desideri. Il mio consiglio è: scegline una, quella che senti più naturale e semplice, e poi dimentica tutto il resto, non frullare troppo con la mente perché questo è uno dei trucchi più sottili con cui ci freghiamo sempre. Il nostro pensiero vuole sempre e continuamente controllare tutto, capire tutto, anche quando non v'è più nulla da capire.

Un caro saluto,

Dadrim

Trackback(0)
Commenti (1)Add Comment
Lapurezza delbambino
scritto da renato farina, febbraio 22, 2010
..mai sono riuscito a capire perchè il bambino nasce già condizionato dal peccato, quando esso viene al mondo allo stato più puro e verginale e rimane tale fino a che il vortice della vita lo travolge immergendolo nella malignità dell'uomo...
Credo nella bellezza della vita ma non ho superato il dubbio : chi siamo da dove veniamo dove andremo....

Scrivi commento

security code
Scrivi i caratteri mostrati


busy
 
SEO by Artio
© 2010 Il Blog di Dadrim
Joomla! is Free Software released under the GNU General Public License.
P.IVA: 03553520242
CREATIVE COMMONS Creative Commons License
Il blog di Dadrim by Dadrim is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.
Based on a work at www.dadrim.org.
Googlerank, pagerank di Google