|
Manuel ha scritto: Salve, sono un ragazzo molto interessato alla spiritualità e leggendo articoli del suo sito sono stato travolto dal grande interesse. Oltre ad essere interessato alla meditazione, però, la vorrei praticare correttamente e per questo vorrei capire meglio alcuni punti. Quello che più mi interessa è il fattore dell'osservazione distaccata, l'essere testimone. Le mie domande a riguardo sono:
Prima domanda: “Per arrivare a conoscere un saldo osservatore distaccato, cioè rafforzare questo osservatore, è necessaria solo la tecnica di meditazione in sé o bisogna, durante la giornata, continuamente tornare a se stessi per essere presenti in ogni azione che si fa?” Risposta: Non arriveremo mai a conoscere l'osservatore, poiché chi conosce chi? Un giorno saremo, punto e basta. L'osservazione attenta e passiva durerà sino a quando in noi saranno ancora presenti pensieri ed emozioni fluttuanti, durerà sino a quando sussisterà una resistenza fra colui che osserva e la cosa osservata. Quando questo processo arriverà al suo apogeo non vi sarà più nulla da conoscere per come ora facciamo esperienza del conoscere. Noi oggi conosciamo unicamente all'interno della dinamica soggetto – oggetto. In noi passa un pensiero, un'emozione, poi ne diveniamo consapevoli, ed ecco nascere l'oggetto (il pensiero, l'emozione) e il soggetto (colui che ne è consapevole). Se ci osserviamo interiormente vediamo che in noi passano numerosi pensieri ed emozioni, oggetti di cui diveniamo consapevoli solo quando sono già passati e hanno esercitato la loro forza condizionante, ma questo è solo l'inizio. Più continuiamo ad osservare, più vediamo che riusciamo ad essere consapevoli dell'intero processo di generazione, transizione e dissolvimento dei pensieri e delle emozioni nell'esatto istante in cui accade. Quindi, più matura il nostro essere consapevoli, più riusciamo a comprendere quel che si muove in noi in ogni singolo istante. Inizialmente sarà difficile riuscire ad osservarci anche nelle azioni più semplici come lo stare seduti ad occhi chiusi (perché perderemo continuamente la capacità di osservarci cadendo dentro la trama del nostro film mentale o ci addormenteremo) o il camminare (perché mille cose lungo la strada cattureranno la nostra attenzione). Per questo viene sempre consigliato di iniziare l'osservazione da cose molto semplici come l'ascoltare il respiro stando seduti ad occhi chiusi, l'osservare i propri pensieri, il compiere piccoli lavoretti in piena consapevolezza (pulire i pavimenti, lavare i piatti, levigare un tavolo...), eseguire semplici esercizi fisici rimanendo in totale ascolto del corpo. É estremamente difficile rimanere consapevoli di se stessi quando si è in mezzo ad una folla o aggrediti dalle offese o dalle lusinghe di qualcuno. Quando la nostra capacità di osservazione si sarà rafforzata i pensieri inizieranno a diminuire, poi le emozioni, così scopriremo d'essere capaci di rimanere in osservazione attenta e passiva anche nelle situazioni più complesse, cotiche e agitanti. Quando vedremo dissolversi ogni perturbazione interiore, e stando seduti in osservazione non affioreranno più oggetti, ne di pensiero ne emotivi, cosa accadrà? Chi conoscerà chi? L'osservatore non può essere conosciuto, l'osservatore esiste solo sino a quando in noi v'è qualcosa da vedere, ma quando questo processo giungerà ad esaurimento anche l'osservatore morirà per lasciare spazio alla dimensione dell'essere, quella che Osho definiva come l'accadimento del testimone. Mi chiedi se basta una tecnica di meditazione o se bisogna, durante tutta la giornata, continuamente ritornare a se stessi. Inizialmente ritengo utile ritagliarsi un piccolo spazio di tempo giornaliero (10 – 20 minuti o quanto si sente senza troppo sforzo) in cui si pratica una qualche forma di esercizio meditativo. Oltre a questo, poi, se durante la giornata, ogni tanto, ci ricordiamo di assumere un atteggiamento osservativo, meglio, anche se inizialmente accadrà raramente, ma non è un problema. Lentamente il nostro spazio meditativo giornaliero andrà naturalmente e senza grandi sforzi ampliandosi sino a quando vedremo che sempre più spesso ci accadrà di posizionarci in quella dimensione anche nelle varie situazione che affronteremo durante le nostre giornate “mondane”. Seconda domanda: “Lei dice che bisogna osservare tutto ciò che c'è al nostro interno senza farci coinvolgere, ma un principiante deve iniziare così oppure deve procedere per gradi osservando prima il respiro, poi, diventato più esperto, passa ai pensieri, poi alle emozioni, ecc. Oppure può iniziare direttamente sedendosi, chiudendo gli occhi e osservando tutto ciò che appare? Se fosse vera la prima io ho un problema a osservare il respiro perché soffro d'ansia e non riesco a osservarlo perché si agita sempre più e mi si crea dolore allo stomaco.” Risposta: Io ho fiducia in tutto ciò che ci viene naturale e semplice, pertanto se a qualcuno viene facile ascoltare il respiro, bene, parta pure da qui, se viene facile partire dalle emozioni, bene, se dal pensiero o dal corpo, altrettanto bene. Il problema non è da dove partiamo ma soprattutto partire, continuare senza perdere l'intenzione e aggiustare il tiro lungo la via. Vi sono persone che sentono più facile partire dai pensieri, altre dal respiro, altre che solo a stare sedute ad occhi chiusi due minuti entrano in crisi e non vogliono più sentire parlare di meditazione o corbellerie simili per il resto della loro vita. Ecco allora che credo sia fondamentale trovare sempre la via più naturale e affine alle caratteristiche dell'individuo. Solitamente i piani di ingresso all'osservazione di se stessi sono tre: il corpo, la mente e le emozioni. Sta a noi comprendere quale di questi tre aspetti ci è più congeniale. La base di ogni pratica spirituale è l'esercizio di osservazione, sviluppare l'attitudine ad essere consapevoli, sensibili, attenti a quel che accade, dentro e fuori di noi, interrompendo così quel processo di risposte meccaniche, inconsce, in cui solitamente siamo intrappolati. Il respiro ti agita, bene, lascia perdere, prova ad essere semplicemente consapevole di tutto quel che passa sullo schermo della tua coscienza: pensieri, emozioni, percezioni fisiche. Prova a non essere tu colui che decide cosa vedere e sentire, ma lascia che le cose vengano da sole, tu rimani semplicemente in ascolto, passivo, rilassato quanto puoi. Se v'è tensione, bene, ascolta e accetta la tensione, si rilassato nella tensione, se v'è paura, bene, se v'è confusione mentale o fantasticherie varie, bene, non collaborare, non cadervi dentro e rimani in osservazione, accetta tutto e ogni cosa, almeno per quel tempo che giornalmente dedichi alla pratica meditativa. Se lo stare seduto ad occhi chiusi in ascolto e accettazione ti dovesse risultare inadatto, non c'è problema, magari per te è più corretto partire dal corpo facendo quotidianamente una corsa in un luogo solitario, poco esposto a stimoli, o facendo una passeggiata, una nuotata, semplici esercizi di stiramento muscolare con un rilassamento finale (sdraiati a terra e chiudi gli occhi), dove permetti al tuo corpo di lasciarsi andare al sonno. Tutti questi esercizi fisici vanno sempre praticati mantenendo uno stato interiore di ricettività ad ogni sensazione fisica, pensiero o emozione. Non credo esista un metodo giusto, credo esista unicamente un atteggiamento di base che può rendere ogni azione idonea alla trasformazione interiore, e questo atteggiamento è dato dall'osservazione attenta e passiva, dal costante esercizio della nostra consapevolezza. Terza domanda: “Ho provato durante il giorno ad osservarmi in ciò che faccio, ma a volte penso che stia sbagliando qualcosa come se non stessi osservando ma pensando a ciò che faccio o concentrandomi troppo. Quali sono i requisiti per un'osservazione quotidiana che devo fare? Devo iniziare ad osservare il corpo, poi i pensieri e poi le emozioni?” Risposta: Pensi di sbagliare qualcosa proprio perché hai iniziato ad osservarti e questa osservazione già porta i suoi frutti. È questo il segreto di tutto, quando iniziamo ad osservarci, lentamente ci autoregoliamo stabilendo costantemente un equilibrio interno al processo di osservazione. Come ti dicevo nel punto due: “Prova a non essere tu colui che decide cosa vedere e sentire, ma lascia che le cose vengano da sole, tu rimani semplicemente in ascolto, passivo, rilassato quanto puoi. Se v'è tensione, bene, ascolta e accetta la tensione, se v'è paura, bene, se v'è confusione mentale o fantasticherie varie, bene, non collaborare, non cadervi dentro e rimani in osservazione, accetta tutto e ogni cosa, almeno per quel tempo che giornalmente dedichi alla pratica meditativa”. Osservare significa accettare ogni cosa, bella o brutta, buona o cattiva. Osservare significa rilassarsi, divenire consapevole dello stato di fatto delle cose, della realtà che vive in noi e fuori da noi. Se manipoliamo, se interagiamo con i nostri pensieri, con le nostre emozioni, il nostro io vive sempre coinvolto nel fiume dei nostri condizionamenti, delle nostre memorie passate, e così non potrà mai uscirvi, non riuscirà mai a ripulire il suo specchio per tornare finalmente a riflettere la vita. Osservare in modo passivo significa non fissare la nostra attenzione su nulla, lasciarla liberà, indistintamente attenta ad ogni cosa. Osservare passivamente è un'azione opposto all'osservazione attiva che è concentrazione, focalizzazione della nostra consapevolezza su di un unico punto. La concentrazione, l'osservazione attiva, ci rende tesi, intenti unicamente a scrutare minuziosamente ogni particolare di un oggetto, ci attrae potentemente alla cosa che guardiamo, facendoci perdere il contatto con ogni altra cosa, con la molteplicità dell'esistenza. Questo atteggiamento in certe circostanze e fondamentale (studio, lavoro...), ma se diviene un modo d'essere fisso, per noi iniziano problemi seri. L'osservazione passiva più la pratichiamo più crea in noi uno stato di rilassamento interiore, di apertura, di capacità di cogliere la totalità delle cose. L'osservazione passiva non è un'azione incentrata sul nostro ego poiché parte da un'accettazione totale, da una disposizione a non dominare, a non escludere, pertanto è un lento abbandono di quella parte di noi che vive condizionata: è una preparazione ad accogliere il mistero, l'ignoto. Inizia da quel che più senti naturale. Quarta domanda: “Se un essere umano pratica solo la meditazione sul respiro e null'altro, per esempio, questo lo porterà solo ad uno stato di rilassamento e visione più chiara delle cose, ad un osservatore distaccato, oppure riesce anche ad ottenere l'illuminazione? Come vede sono alcune domande, più o meno riguardanti lo stesso oggetto, che però determinano quei vuoti che non mi fanno capire se ciò che faccio è giusto o sbagliato.” Risposta: Cos'è l'illuminazione? Non lo so! Quel che so è che viviamo tesi, confusi, impauriti, violenti, in un costante atteggiamento di resistenza alla vita. Ma se iniziamo ad approcciarci a questa esistenza con un atteggiamento nuovo, fatto di sempre più vasta sensibilità, consapevolezza, apertura, in noi lentamente inizia ad affiorare uno stato di rilassamento sempre più profondo, una visione sempre più ampia, chiara, amorevole e serena. Cos'è tutto ciò? Come lo vogliamo chiamare? Cos'altro ci serve? Un abbraccio, Dadrim
Trackback(0)
 |