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Malessere profondo, insonnia e incendi vari PDF Stampa E-mail
Crisi interiori
Martedì 20 Gennaio 2009 18:27

Fuoco dell'animaAlessia ha scritto: Caro Dadrim,
le tue parole mi sono molto di aiuto in questo periodo, ma purtroppo solo di giorno.
Mi spiego meglio:dall'estate scorsa non riesco più a dormire e questa insonnia coincide col fatto che mia madre è venuta a vivere nel mio palazzo. Ho voluto io che venisse, forse perchè inconsciamente volevo risolvere il problema che ho con lei. Di notte però non dormo e ho sensazioni di paura, pericolo, come se il mio territorio fosse violato. Ho cominciato ad andare da uno psicologo eriksoniano che cura con l'ipnosi,praticamente lo scopo sarebbe quello di far rivivere le emozioni ricontestualizzandole in una dimensione corretta. Non abbiamo ancora cominciato a fare questo però. Sono terrorizzata e non so che fare.

Grazie 

Dadrim ha risposto: Cara Alessia, le mie parole, dopo una prima lettura, possono dare un breve senso di sollievo e di speranza, ma poi tutto si conclude lì se non vengono anche percorse. “Le mie parole sono solo dita che indicano la luna, la mia luna è il dio che danza nascosto nei nostri cuori”, così afferma l’intestazione del blog, ma solo per motivi di spazio non mi hanno permesso di aggiungere: se tu però non cammini verso la luna, le mie parole non servono a nulla”. Ora, se tu stai effettivamente camminano verso la luna, e non ti limiti ad ascoltare piacevoli racconti di viaggi sulla luna, il tragitto a volte potrà farsi molto duro e impervio, perché non possiamo mai sapere quante sono le valli, le montagne, le paludi e le foreste dell’anima che un individuo deve oltrepassare prima di poter fare ritorno alla sua reale dimora. Tutto dipende da quanto una persona si è allontanata dal proprio centro interiore, e questo lo si può capire solo strada facendo.Tengo a ribadire questa cosa, non tanto per te che mi scrivi per la prima volta, e che magari ti stai effettivamente avventurando fra i sentieri del tuo mondo interiore, ma per tutte quelle persone che continuano a ripetermi quanto siano vere le parole che dico, ma quanto altrettanto poco cambino le loro vite. Comprendere intellettualmente qualcosa non significa anche  aver trasformato la propria vita nella prova tangibile della verità e realtà di quel qualcosa.

Posso anche leggere tutta la Guida Michelin più e più volte, comprendendone ogni parola e lasciandomi andare in fantastici viaggi immaginari dove attraverso luoghi spettacolari e soggiorno in magnifiche località, ma quando riapro gli occhi e chiudo la guida mi ritroverò sempre e comunque fra le quattro mura della solita casa in cui abito. Se non faccio lo sforzo di comprarmi il biglietto del treno, preparami le valige e comunicare a tutti che ogni tanto mi prenderò del tempo per me stesso, per viaggiare e sperimentare i luoghi e le atmosfere del mio mondo interiore, e che pertanto, durante quei momenti, non sarà più gradita alcuna intromissione o giudizio di sorta, come posso sperare di poter vedere cambiare effettivamente le condizioni della mia vita?Cara Alessia, perdona la divagazione dalla tua domanda e l’utilizzo delle tue parole per ribadire ciò che continuerò a ribadire ad nauseam, pertanto, se deciderai di rimanere in compagnia di questa nostra allegra comitiva, durante il tuo viaggio spirituale, “comprati sin da subito delle pastiglie di plasil”. 

Tornando a noi, tu dici:  “Di notte però non dormo e ho sensazioni di paura, pericolo, come se il mio territorio fosse violato”. Ora, a livello cosciente colleghi questo stato al fatto che tua madre è venuta a vivere nel tuo stesso palazzo. Può essere o forse può non essere, ma per me non ha molta importanza la causa di questa tua specifica condizione. Spiego perché. Forse potresti anche riuscire attraverso ipnosi o altre tecniche a giungere sino alle radici di questa paura e pertanto a eliminarla, ma ciò che più ci dovrebbe importare è comprendere totalmente e definitivamente il fenomeno “paura” in sé. Tu vuoi risolvere questa condizione o vuoi penetrare nel mistero stesso della paura, per riuscire a dissolverla definitivamente e totalmente?Risolvere questa condizione specifica forse è un percorso più breve e meno impegnativo, ma io, nel mio semplice modo di pensare, mi sono sempre chiesto: “Se nel mio bosco scoppia un incendio, voglio imparare a spegnere i singoli fuochi o voglio scoprire come nasce il fuoco per far si che non accada mai più?”Saggia risposta, a mio modo di vedere, sarebbe: “intanto spengo questo fuoco, evitando, così, che in pochi giorni non ci sia più nemmeno un pino da salvare nel mio bosco, ma nel frattempo scopro anche come far si che il fuoco non ritorni mai più”. Seguendo la metafora, il buon Erikson può fare il pompiere, (sperando che il suo discepolo sia altrettanto competente), mentre la tua consapevolezza può imparare a operare come la “Guardia Forestale”, andando in giro per la tua mente a insegnare ai tuoi pensieri e alle tue emozioni come ci si comporta da buoni amanti dei boschi e delle montagne.Lascio a te valutare l’efficacia del discepolo di Erikson.Per quanto riguarda il corso per diventare “Guardie forestali”, cerchiamo di partire dalle prime basi (se gironzoli per i vari articoli già pubblicati puoi trovare vari passaggi utili). 

Corso per “Guardie Forestali”!  

La paura nasce quando la nostra mente proietta i suoi vissuti passati sullo stato di fatto delle cose.Quando la mente colora la realtà con i suoi pennelli subito inizia anche a lottare per fare in modo che la realtà cambi colore o rimanga del colore che essa stessa vi proietta.Es. siamo cresciuti con una madre che ci ha sempre soffocati, che ha sempre cercato di manipolare la nostra vita, di dirci cosa, come e quando fare qualcosa. La nostra mente, essendo vissuta all’interno di un’azione “educativa” plasmante, manipolante, “colorante”, si è imbevuta del “colore” di questa madre. Ora questo sarà il suo colore, il suo modello che cercherà di modificare o riprodurre, ma sempre in relazione a questo modello agirà.Quando la nostra mente vive all’interno di un modello non può che patire la condizione di uno schiavo, e se non si comprende che il modello, anche se leggermente modificato, rimane sempre una gabbia, per noi non vi sarà alcuna forma di libertà. Ora, considerando che tutta la nostra “educazione” si basa sul conformare i bambini entro un modello, e non sul far emergere la loro innata creatività e genialità, quel che noi dobbiamo fare per riappropriarci della nostra libertà e spontaneità è saltare completamente fuori dall’intera struttura educativa che abbiamo interiorizzato. 

Come fare?

Dobbiamo semplicemente smettere di dare energia alla struttura che ci contiene. Se provo paura e cerco di vincere, eliminare o reprimere questa paura, sto semplicemente alimentando ancor più le dinamiche interiori che generano la paura. Se rimango un semplice osservatore di tutto quel che accade in me e fuori di me, lentamente la paura inizierà a dissolversi mostrando i pensieri e le emozioni che la generavano. La brava Guardia forestale vigila lungo i confini del suo parco, e non appena il piromane viene visto questo fugge a gambe levate. Basta rimanere vigili, non si deve lottare con le ombre, perché le ombre non le cattura mai nessuno.

Come ho spesso ripetuto, la paura si alimenta quando iniziamo ad avere paura di aver paura, così si genera un circolo vizioso in cui ci sembra di venire inghiottiti. Così lottiamo con le ombre, perché la paura della paura è l’ombra della paura. Ma se noi smettiamo di voler eliminare la paura e rimaniamo semplici osservatori di questo nostro fenomeno interiore, essa si ridimensionerà lentamente sino a svanire, perché, non proiettando più alcuna ombra, verrà smascherata sotto i raggi del sole della nostra vigile coscienza.La vera forza non è non avere paura, ma vivere e andare avanti imperturbabili, nonostante ci sia paura. Il vero uomo libero non è colui che non sente più nulla, ma chi, nonostante il suo mare interiore sia in tempesta, spiega le vele e salpa per il suo viaggio. È solo facendo questo che si scopre lentamente che colui che genera le onde, alimenta i venti e guida il timone della nave è sempre e solo la medesima persona, cioè noi stessi. Noi siamo i viandanti, la via e la meta, noi siamo la tempesta, il capitano della nave e il continente d’approdo!! 

Se nella notte viene la paura, mettiti seduta su una sedia o a gambe incrociate sul letto, accendi una piccola candela o una tenue lampadina, ascolta il tuo respiro, senza controllarlo (non cercare di rallentarlo se è agitato), ascolta il tuo corpo, lascia scorrere i tuoi pensieri. Qualunque cosa portino con loro lasciali venire (come vengono, così se ne vanno), non giudicarli, non reprimerli, non alimentarli. Fatti gli affari tuoi e loro si faranno i propri. Se dovesse venirti da piangere, osserva anche questo.

Se dormi o vivi con qualcuno, dì a tutti che non si preoccupino se piangi o rimani seduta nel letto per un po’ in silenzio, dì non v’è nulla di cui preoccuparsi, anzi, spiega pure che le tue ferite interiori si stanno spurgando e che bisogna lasciarle fare, altrimenti andrà tutto in cancrena! Se lasci che le cose si esprimano da sole, tutto passerà in poco tempo, portandoti una nuova forza e una nuova fiducia in te stessa, perché avrai capito che tutto ciò che accade in te non ha alcun potere su ti te, se tu non vuoi che lo abbia!!!La paura è come una febbricina dell’anima, se ti tieni al caldo e bevi il tuo latte caldo (cioè, ti raccogli in solitudine e rimani una semplice osservatrice), in poco tempo passa, rigenerando il tuo corpo interiore.  

Non praticare un atteggiamento osservativo e distaccato solo quando vieni aggredita dalla paura, ma prova a renderlo un atteggiamento mentale costante, un nuovo modo di relazionarti, con te stessa e con le cose del mondo, solo così, nel momento della prova, riuscirai a rimanere calma e serena, fosse anche la prova più grande!! Se così farai, tra non più di qualche settimana, vedrai sicuramente dei grandi cambiamenti.Fammi sapere, tra un mesetto al massimo, come procede il tuo incendio notturno e i primi passi del tuo nuovo lavoro da “Guardia forestale”. 

Un abbraccio,

Dadrim

 
Oltre la depressione, la rabbia e la paura PDF Stampa E-mail
Crisi interiori
Lunedì 19 Gennaio 2009 22:18
Ancalagon ha scritto: Non so sinceramente come sia giunto a lei, ma questo è solo un dubbio fra molti. Sinceramente, non so nemmeno perchè mi sono seduto per chiedere consiglio al mio pc. Alla fine però, sono giunto qui da lei, cercando un aiuto che non so che forma abbia. Sono una persona realista su tanti fatti, tendo ad essere flessibile con la vita ed evito gli estremi che s'incontrano ogni giorno. Non so se sono una persona buona di cuore, ma visto lo stato della mia vita, suppongo fin troppo alcune volte. Almeno fino a qualche tempo fa, ero una persona paziente e calma; non priva di piccoli impulsi o senza quella pazzia che a volte serve per divertirsi, semplicemente razionale. Nelle situazioni difficili, resto abbastanza lucido da capire come comportarmi, per ragionare e prevenire. Tutto questo però, mi ha portato a ciò che sono. Ho letto parecchio a riguardo e quindi posso affermarlo con sicurezza, soffro di depressione. Non sono sicuro di me, e mi sottovaluto anche se dentro so benissimo che potrei oltrepassare la matita per terra. Se mi guardo allo specchio, per quanto poco capiti, mi deludo sempre più sia dal lato fisico che psicologico. Mi lascio calpestare da sempre, per quanto non sia mai stato assolutamente una persona bellicosa, ora sto raggiungendo livelli imbarazzanti. Ma forse, la parte peggiore è che non gioisco più. Non trovo appagamento o piacere più da quasi niente, e ormai non riesco più a "tirarmi su" con piccoli regali o momenti. Sono terribilmente insoddisfatto e perso. L'immagine d'un fiume con una roccia nel mezzo mi descrive perfettamente; io sarei la roccia. Con la vita che scorre, con eventi che capitano, ed io impassibile. Non ho fede, ma non rinnego niente. A volte medito, ma mi porta in uno stato quasi di in-umanità dove anche la più cara delle persone non ha più valore per me. A volte mi vedo pericoloso proprio per questo. Mi trovo vuoto e non mi trovo nel mio corpo, non so localizzarmi nel suo interno. E tutto quello che accade attorno è così inutile, così fragile.
Non so cosa cerco da lei, forse non sto cercando altro che un posto dove posso mandare questo insieme di parole. Magari sapere d'averlo spedito mi farà sentire meglio. In ogni caso, devo fare qualcosa, altrimenti diventerò un vegetale.

Dadrim ha risposto: Caro Ancalagon,
il posto dove mandare l'insieme delle tue parole l'hai trovato!

Per poterti dare una risposta più esaustiva sarebbe utile, però, sapere anche la tua età. Sai, la depressione di un ventenne non è la depresione di un settantenne.

Ancalagon è il nome del drago più grande e possente della terra di Arda raccontata nel Silmarillion di Tolkien, se non sbaglio, figura poi ripresa anche nel Signore degli Anelli. E se così fosse, o anche non fosse, l'unica cosa certa è che anche in te vive un "drago" possente (perchè in ogni uomo vive un fuoco che non può mai consumarsi), ma il tuo drago interiore pare essersi un po' addormentato. Nulla di cui preoccuparsi comunque!! Con un po' di fiducia e voglia di tornare a volare e sputare fuoco e fiamme sul mondo, vedrai che in poco tempo il tuo Ancalagon che riposa nell'anima fenderà l'aria dei cilei libero e forte come prevede il suo destino!!

Attendo la tua età.... e la tua voglia di lasciarti condurre dalle mie parole qualora dovessi intravedervi sprazzi di cielo azzurro!!!

Dadrim

Ancalagon ha scritto: Sono un ragazzo che tra due mesi avrà  1/4 di secolo. Non credo che qualcuno mi possa indicare la soluzione, in ogni caso sono conscio che a volte si può sbattere contro una porta e non vederla. In questi casi, parlare con qualcuno può essere d'aiuto. Non volendo sentire "passerà " oppure " è solo un momento" aggiungo che questo stato vive ormai da oltre 5 anni e, per quanto lentamente, sta peggiorando e diventando sempre più pesante da portare. Da questo puoi capire che già  ne ho parlato con qualcuno, anche a livello "professionale" se possiamo dire (anche se la mia opinione a riguardo è che di professionale aveva solo la tariffa oraria).

Come detto tento d'essere una persona razionale e flessibile. Adesso mi trovo di nuovo in una situazione in cui devo usare gran parte della mia forza per calmarmi e non scoppiare. Sono sul punto di chiudere con la mia compagna, due anni di relazione. Non lo scrivo perchè ne vorrei parlare né per cercare una soluzione assieme a te, semplicemente per farti capire che gli eventi per me sono alquanto... programmati. Sembra quasi un bel quadro con dipinto l'esatta sequenza di come dovrebbe andare per rendermi la vita complicata. Non penso che il mondo ce l'abbia con me, né credo proprio in un destino fisso e lineare. Ma le "coincidenze" di quasi tutti gli eventi della mia vita, sono quasi impressionanti. Certo, viene da pensare che veda la vita nera, ma non è proprio così.

Non credo d'essere un santo, ma porto dentro tanta negatività . Rabbia accumulata in almeno quattordici anni di vita (più o meno l'età  della mia coscienza, da quando mi sono reso conto di me stesso). A volte, come adesso, combatto contro me stesso per non lasciar esplodere quello che mi porto nel cuore e nello stomaco. Ho un incredibile distacco a volte, da far accapponare la pelle, e alcune persone lo sanno e si tengono a ragione lontano da me. Credo d'essere una persona, almeno così tento di vivere, ma posso fare molto male... e mi spaventa. Tutti possono uccidere, tutti possono far del male, l'unica cosa che cambia tra le persone, è la facilità . E il distacco che so avere, è pericoloso. Non so cosa fare... suppongo tu non ti stupisca se ti parlo di suicidio... il parlarne indica il desiderio d'aiuto, è normale, e non lo nascondo. Non penso di suicidarmi adesso, ma l'idea è sempre più allettante. Inutile parlare di spiritualità , negl'ultimi due o tre anni l'unica consolazione della giornata è che terminerà  con il sonno. Mentre il primo pensiero di tante le mattine è... ma perchè ci sono ancora. Penso d'avertelo già  scritto, a volte medito. Il tema solitamente sono io, auto-indagine, tentativo di comprensione, auto-aiuto. Ma mi porta spesso in quello stato... al distacco. Una persona diventa una semplice creatura, un semplice insieme di carne ed ossa che misteriosamente si muove. In quello stato sono pericoloso. Solitamente senza espressione, quasi assente. A volte penso che la galera sia il posto più sicuro per le altre persone... perchè mi sento pericoloso. Sono tutti pericolosi volendo, forse questo mio "sentirmi pericoloso" è solo ampliato dal mio stato depressivo...

Non so cosa devo fare. Non so se devo fare. So solo che presto andrò a dormire, perchè sembra la cosa più positiva della giornata. Sperando che questa sia la mia ultima volontà  scritta. Quella di non risvegliarmi... ma so che non sarà  così, non sono stato abbastanza bravo per meritarmi il riposo.

Dadrim ha risposto: Caro Ancalagon, perdona il ritardo della mia risposta. Dalle tue parole sembra che non ti sia ancora arreso alla condizione che stai vivendo e che cerchi comunque una via di uscita. Allo stesso tempo però non vuoi sentirti dire “passerà” o “è solo un momento”.  Hai ragione, sono pienamente d’accordo con te!! Non passerà e non è solo un momento!! Cinque anni non sono un momento e nulla cambia se noi non vogliamo che qualcosa cambi. Quello che stai vivendo è una lenta deriva verso gli spazi più aridi e vuoti della tua mente. Ho l’impressione che tu, durante questi venticinque anni di vita, abbia dovuto affrontare delle condizioni che ti hanno portato a erigere dei possenti muri di difesa, dai quali ora non sai più come uscirne, forse perché non sei nemmeno più consapevole di viverci dentro.

Da un lato racconti di vivere la percezione di un tremendo distacco, d’essere solo carne e ossa che misteriosamente si muovono, d’essere come assente, privo di una locazione nel tuo corpo, ma poi parli di una tremenda rabbia accumulata in quattordici anni che senti esploderti dentro. Affermi di combattere contro te stesso per non lasciar esplodere quello che ti porti nel cuore e nello stomaco.    

Caro Ancalagon, non vedi la contraddizione in cui sei caduto? Non vedi la terribile guerra che stai sostenendo dentro di te e che lentamente ti porterà alla distruzione? Da un lato ti senti freddo, assente, distaccato, proprio mentre dall’altro lato stai cercando di contenere la tremenda energia che genera una rabbia contenuta da quattordici anni. La rabbia non può e non deve mai essere contenuta, ma va trasformata, altrimenti prima o poi esploderà distruggendo tutto. Quando cerchiamo di contenere la nostra rabbia, la stiamo unicamente rafforzando e alimentando, e facendo così, prima o poi arriverà il momento in cui non riusciremo più a tenerla sotto controllo.

Hai scritto: “Non so se sono una persona buona di cuore, ma visto lo stato della mia vita, suppongo fin troppo alcune volte. Almeno fino a qualche tempo fa, ero una persona paziente e calma… Nelle situazioni difficili, resto abbastanza lucido da capire come comportarmi, per ragionare e prevenire….Come detto, tento d'essere una persona razionale e flessibile. Adesso mi trovo di nuovo in una situazione in cui devo usare gran parte della mia forza per calmarmi e non scoppiare”.

Sembra che tu sia stato condizionato ad essere una persona sempre controllata, paziente, calma, lucida, razionale, ragionevole, per prevenire, per evitare i conflitti, per mediare. Ma dietro le belle parole spesso si nascondono tutt’altre cose. Essere razionali, lucidi e ragionevoli, per la mia visione delle cose, significa osservare attentamente, totalmente e profondamente la realtà che vive fuori e dentro di noi, per poi agire con altrettanta totalità e profondità. Ma nel nostro assurdo mondo, essere razionali, lucidi e ragionevoli significa unicamente reagire come ci si aspetterebbe che reagisse l’ideale di persona media perbene. Significa rispondere alla vita come ci hanno insegnato, come vorrebbero i nostri genitori, i nostri politici, i nostri insegnati, i nostri leader religiosi. Capisci cosa intendo? Ci siamo dati un modello di comportamento a cui tentiamo continuamente di conformarci, mortificando così la nostra fresca e spontanea capacità di comprendere e agire in ogni situazione partendo unicamente da quel che sentiamo nel profondo del nostro cuore.

Se stai vivendo così male probabilmente è perché sei stato “confinato” e ti sei lasciato “confinare” (ma cosa può fare un bambino nei confronti di un mondo ben più grande e forte di lui?) entro un modello di comportamento, sia interiore che esteriore, per nulla connesso alla tua reale natura. Ma se così fosse, ti rendi conto di quale sforzo hai dovuto fare per una vita intera? Tu dici: “Nelle situazioni difficili, resto abbastanza lucido da capire come comportarmi, per ragionare e prevenire”. Ma cosa c’è da prevenire? Noi reagiamo in modo preventivo solo quando ci relazioniamo alle situazioni della vita partendo da schemi mentali predittivi, cioè quando abbiamo un’idea a priori di ciò che accadrà e che deve o non deve accadere. Se non abbiamo schemi di condotta, non reagiamo alle sfide della vita, ma agiamo intuitivamente alla sfida che il presente ci impone, pertanto non pre-veniamo nulla, ma creiamo di momento in momento situazioni nuove e imprevedibili, che sono fondamento e sostanza di una vita aperta e libera. La vita non ha nulla da prevenire, da calcolare, da valutare attraverso il continua ragionamento, la continua riflessione. La vita esplode dentro di noi e ci fa sentire la sua presenza solo quando seguiamo il suo flusso, la sua corrente, quando ci gettiamo coraggiosi e fiduciosi nelle avventure che ci propone. Con questo non ti sto assolutamente consigliando di agire come un folle, in modo istintivo, irrazionale, impulsivo, illogico, ma sto solo cercando di indicarti quella dimensione che vive oltre la repressione e l’impulsività.

Noi esseri umani abbiamo la peculiare e squisita possibilità di sperimentare e radicarci in una dimensione interiore caratterizzata da spontaneità, intuitività, naturalezza e semplicità. Ma questa dimensione affiora in noi solo quando smettiamo di controllarci, di vivere per assecondare il pensiero degli altri, preoccupandoci delle opinioni altrui, giudicandoci continuamente, valutando sempre cos’è giusto e cos’è sbagliato fare, cos’è morale e cos’è immorale. Chi decide cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa è morale e cos’è immorale? Te lo sei mai chiesto? Tutti noi viviamo l’illusione che esistano dei parametri comuni che ci dicono cos’è buono e cos’è cattivo, e tutti proviamo, chi più chi meno, a conformarci a questi parametri, salvo poi agire in modo totalmente opposto quando non siamo visti o quando non riusciamo più a controllarci, per poi addirittura generare sensi di colpa, o idee di peccato, immoralità, sporcizia interiore o chissà cos’altro. Riesci a vedere quanto tutto ciò sia contorto, insano, violento e perverso. L’uomo ha dichiarato guerra a se stesso, solo perché non ha ancora capito che in lui esiste una capacità innata di auto-regolarsi entro i confini e le direzioni dettati dalla sua propria coscienza. L’uomo ha perso totalmente la capacità di fidarsi di sè, di amarsi e di accettarsi. Per questo ha progressivamente strutturato delle forme di condotta e comportamento che cerca di imporre ad ogni nuova generazione attraverso quella cosa che erroneamente chiama educazione, ma che altro non è che manipolazione, controllo, condizionamento, istupidimento della mente e del cuore dei bambini. Il nostro corpo, la nostra mente e la nostra anima sono sostenute da un’unica energia indivisibile, pertanto, se l’espressione di questa energia viene costantemente bloccata, mortificata, giudicata e repressa, questa energia prende le forme della rabbia, del desiderio di distruggere. Immagina una persona che viene bendata e legata ai polsi chiusa in una cella e poi, dopo anni, lasciata vagare per le strade. Cosa farà durante il suo vagare? Quanta paura e rabbia avrà accumulato? Credi che sentendo le voci delle persone che incontrerà per la strada si lascerà facilmente avvicinare o pensi che rimarrà in disparte, temendo di poter essere nuovamente aggredita e imprigionata? Magari inizierà anche ad aver paura di sfogare, contro i semplici passanti, tutta la paura e la rabbia accumulati nella sua prigione, e quindi inizierà a trattenersi, a reprimersi, tentando di gelare e paralizzare i moti della sua anima, anche se in certi momenti tutto riaffiorerà come dalla bocca di un vulcano mai spento. Forse ricreerà nella sua anima la stessa prigione in cui è vissuto, perché quello è l’unico modo d’esistere che ha sempre sperimentato, nonostante, lentamente, la sua anima inizierà a rivendicare la sua libertà, e se lui non la vorrà assecondare, questa, lentamente, inizierà a pensare che persino il sonno o la morte potrebbero essere una forma di vita migliore, un vaga speranza di libertà.

Se quel che ho detto sino ad ora non dovesse sembrarti solo uno sproloquio, caro Ancalagon, fidati delle mie parole, sino al momento in cui potrai tornare a fidarti del tuo cuore. Oltre la cella in cui sei finito esiste un mondo che non posso nemmeno descriverti, tanta è la sua grandezza, ma per giungervi, solo tu puoi trovare la fiducia e il desiderio necessari per fare quei due passi che ti separano. Come ti ho detto all’inizio di questa lettera: “Hai ragione, sono pienamente d’accordo con te!! Non passerà e non è solo un momento!! Cinque anni non sono un momento e nulla cambia se noi non vogliamo che qualcosa cambi”. Tu vuoi aprire la porta della tua prigione? Credi, almeno in forma ipotetica, che una vita diversa sia possibile, e pertanto decidi di investire le tue energie in un semplice esperimento? Se la risposta è si, quel che ora stai vivendo, tra non molto diverrà un semplice ricordo, sarà stato solo un momento. Se la risposta è no, nessuno potrà aiutarti, perché nessuno ha mai salvato un uomo che vuole veramente morire!

Ma nelle tue ultime parole io vedo già la risposta, quando dici: “Non so cosa devo fare. Non so se devo fare. So solo che presto andrò a dormire, perchè sembra la cosa più positiva della giornata. Sperando che questa sia la mia ultima volontà  scritta. Quella di non risvegliarmi... ma so che non sarà  così, non sono stato abbastanza bravo per meritarmi il riposo”.

Ancalagon, hai ancora perfettamente ragione: “tu non ti sei meritato il riposo!!!”. Tu non puoi ancora riposare perché il riposo è solo per chi ha combattuto e vinto la battaglia, non per chi ha deciso di soccombere e lasciarsi fare schiavo. Gli schiavi non riposano mai, nemmeno con la morte, perché chi muore schiavo rinasce sempre e solo schiavo, in questo mondo, in un altro mondo, o fosse anche solo nella continua memoria che la vita ha di se stessa. Per saltare fuori dalla tua prigione devi semplicemente saltare dentro la corrente del tuo fiume interiore, smettendo di vivere come una roccia e lasciandoti finalmente condurre dove la tua anima desidera!

Quella che tu dici di praticare non mi pare sia meditazione, ma tutt’altro. Ti invito pertanto a leggere un mio precedente scritto dal titolo “Sul metodo, la tecnica, la pratica, la meditazione: un'osservazione attenta e passiva”, o a leggere un fantastico libro di Osho, breve ed essenziale, intitolato “Che cos’è la meditazione”, Edizioni Oscar Mondatori.

Prova la seguente “ricetta spirituale” per un mese e poi riscrivimi per farmi sapere come sta andando:

Medita (correttamente) una volta al giorno, non più di dieci minuti, al risveglio.

Rileggi e prova ad ascoltare e sentire quanto ci siamo scritti, evitando di ragionarci e rifletterci sopra più e più volte. (cerca di usare sempre più l’intuizione e meno la speculazione intellettuale)

Pratica una volta al giorno una o due attività qui sotto riportate per minimo mezzora al giorno.

  • Nuota in piscina o al mare.
  • Corri in un sentiero di campagna, lungo l’argine di un fiume o di un torrente (va bene anche un bel parco comunale).
  • Balla lasciandoti portare totalmente dalla musica (con un gruppo o solo nella tua camera).
  • Canta a squarciagola una canzone che ti da un senso di gioia, libertà e forza interiore.
  • Vai in un posto isolato, chiuditi nella tua auto, alza la musica dello stereo al massimo e grida al cielo tutta la rabbia che senti dentro sino a quando non hai più voce (scegli bene il posto o ti ricoverano in manicomio!).   
  • Dipingi, suona uno strumento, suona dei tamburi o bonghi sino ad avere le mani che bruciano, magari gridando come un folle (scegli sempre bene il posto o ti portano in galera!). 

Ancalagon, torna a sputare fuoco e smetti di magiare pastiglie per i bruciori di stomaco!

Attendo la tua risposta fra non più di un mese!

Un abbraccio,

Dadrim

 
Sulla solitudine interiore, l'impermanenza e l'effimero PDF Stampa E-mail
Sulla spiritualità
Domenica 18 Gennaio 2009 20:39

La società come pedine del domino

Antonella ha chiesto: Ciao Dadrim, da quando ho iniziato il percorso interiore, sento sempre più il bisogno di stare sola, allontanando sempre più l'effimero.. Ma tutto è effimero guardando con il concetto di impermanenza...
Come conciliare la quotidianità? 

Dadrim ha risposto: Cara Antonella,il bisogno di solitudine, quando si inizia il proprio viaggio alla scoperta di se stessi, è un fenomeno inevitabile, proprio perché la ricerca spirituale, nella sua essenza, è una totale fusione con la solitudine del nostro essere. Quando entriamo nella dimensione dell’essere scopriamo che la percezione della solitudine è connaturata alla realtà stessa della nostra coscienza e che è proprio grazie alla natura solitaria attraverso cui si manifesta l’essere o la pura coscienza, (parole che io uso come sinonimi) che ci è possibile sperimentare la libertà e l’amore.  

Chi non è in grado di sopportare la propria solitudine non è nemmeno capace di vivere liberamente. Per essere liberi bisogna radicarsi in una dimensione interiore di solitudine, e per poter affrontare la propria solitudine bisogna desiderare, più d’ogni altra cosa, la libertà. Essere soli non significa però ritirarsi su un monte o rinchiudersi in casa e non vedere più nessuno. La solitudine di cui parlo è una solitudine interiore, è una condizione in cui la nostra coscienza non è più compromessa  e fusa assieme alle spinte del desiderio e dei condizionamenti ambientali e culturali. Quando la nostra coscienza diviene capace di scegliere e  agire unicamente in base alla sua “legge interna”, alla sua profonda, intima e personale percezione del bene, ecco che la libertà è realizzata, tutte le paure sono state dissolte e la nostra solitudine interiore non ci terrorizza più, ma, anzi, diviene la nostra più cara e inviolabile dimora.  

La “legge interna” della nostra coscienza non è qualcosa che si possa conoscere, ma è unicamente un qualcosa che accade quando gettiamo tutte le catene che ci vincolano al pensiero di massa e al bisogno di appartenenza. La nostra “legge interna” inizia a guidarci unicamente quando cominciamo a relazionarci all’esistenza attraverso un’azione totale frutto di un totale sperimentare.Per una vita intera ci hanno insegnato cosa pensare, cosa sentire, come comportarci, chi rispettare e chi escludere. La nostra falsa educazione insegna ai bambini, sin dal loro primo anno di età, ad essere ipocriti, codardi, dipendenti dal giudizio degli altri, dalle logiche di premio e punizione, a non avere fiducia in se stessi, ma a ricercare sempre e comunque una figura di riferimento, un ancora a cui aggrapparsi.  

Tutto ciò è idiota oltre ogni modo! Se tutti dipendono da qualcuno, chi o che cos’è la colonna che sostiene tutto il peso di questa vergognosa incapacità di reggersi in piedi soli, fieri e liberi? Capisci cosa intendo? La nostra società si muove come le pedine del domino. Ogni pedina posa il suo fardello sull’altra creando una caduta a catena, è quindi comprensibile il perché l’uomo abbia dovuto attribuire al divino le cratteristiche di un padre che veglia da un regno celeste; su chi avrebbe altrimenti potuto scaricare quel terribile peso che opprime la sua coscienza? Tutto ciò è unicamente il frutto di un inganno, una sorta di allucinazione di massa. Noi nasciamo con il potenziale per essere individui liberi e privi d’ogni forma di paura, capaci d’amare totalmente e incondizionatamente, dobbiamo però sradicare completamente le assurdità che stanno alla base della nostra concezione del mondo e di noi stessi.

L’uomo diviene sempre e solo ciò che pensa e che crede, ma quando l’uomo smette di credere e pensare, ecco che tutto d’un tratto non diviene più nulla, ma scopre ciò che “è”. Così si compie il balzo dal “divenire” all’“essere”!! Ma quanto ci è difficile riconnetterci con la nostra coscienza individuale, per compiere scelte totalmente libere e slegate dalle catene del giudizio altrui! Quanto ci è difficile accettare il fatto che in noi esiste una dimensione nella quale non si sperimenta più alcun desiderio di approvazione, di consolazione, di dipendere, di possedere, di manipolare, governare e controllare! Eppure tutto ciò e facilmente realizzabile non appena si inizia a comprendere l’inscindibile dolore e disperazione che sempre ci accompagneranno sino a quando ci relazioneremo all’esistenza entro le dinamiche dell’io, del mio, del bisogno personale, egoistico, particolare.

Non v’è nulla di santo ed eccezionale nella realizzazione del proprio “essere”, nella scoperta di quell’essenza divina che vive in noi. Eppure, tanto siamo sciocchi da far divenire anche la libertà e la spiritualità un fatto di grandezza, capacità, specialità, particolarità. Ma cosa v’è di così santo ed eccezionale in un individuo che comprende l’inutilità e la sofferenza intrinseche alle mete e ai significati che guidano gli uomini del suo tempo, e che pertanto apre gli occhi su una dimensione altra, fatta di semplicità, pace e amore? 

Lo sterminio di sei milioni di ebrei, durante la seconda guerra mondiale, sarebbe stato possibile se gli individui avessero ascoltato la propria coscienza e non fossero stati indottrinati da un’educazione asservita all’obbedienza, al rispetto del potere e delle gerarchie? Quale guerra e quale violenza sarebbero possibili se gli uomini pensassero e agissero partendo dalla solitudine dei loro cuori? Nessuna!!! Quale partito politico, quale fazione, nazione, razza o clan sarebbero concepibili se l’uomo vivesse ascoltando la propria coscienza individuale e sperimentando quella tremenda e sconvolgente solitudine che trabocca in lui? Nessuna!!! Nessuna divisione o frattura sarebbe attuabile se gli uomini non coltivassero nei loro figli, sin da piccoli, i semi della dipendenza, dell’asservimento alle relazioni gerarchiche, del bisogno d’essere confermati e apprezzati dal giudizio altrui. 

Cara Antonella, vivi la magnificenza e la potenza della tua solitudine interiore!!! Coltivala, lasciala crescere, siano a farla divenire una maestosa montagna dalla quale potrai osservare, libera e serena, le volgari opinioni, le assordanti chiacchiere del pollaio che si estende giù a valle.Ma la solitudine di cui parlo, ripeto, nasce sempre e solo dall’imparare a stare con gli altri rimanendo sempre e comunque centrati nella propria coscienza, nella propria libertà di pensare, dire e sentire. La solitudine di cui parlo non è isolamento dal mondo o dalle proprie emozioni, ma è quel grande distacco necessario a osservare e comprendere totalmente e profondamente ogni cosa, per poterla poi affrontare e vivere con piena libertà e gioia. La solitudine di cui parlo mostra la sua realizzazione solo se cresce tanto quanto in te cresce l’amore e la comprensione per chi ti sta accanto. 

Nella tua domanda poi dici:  “Sento sempre più il bisogno di stare sola, allontanando sempre più l'effimero.. Ma tutto è effimero guardando con il concetto di impermanenza...Come conciliare la quotidianità?”

Nulla è effimero nella realtà!! Le cose divengono effimere unicamente quando sono filtrate dal nostro giudizio. Quando ci abbarbichiamo alle cose, alle persone, alle situazioni, ai posti, alle memorie, ecco che pensando all’impermanenza della vita tutto ci appare effimero. Ma perché usiamo in questo modo la parola “effimero” per ciò che non dura? Nella parola effimero vi inseriamo sempre un senso di insignificanza, dolore e tristezza, ma effimero semanticamente significa solo “di breve durata”, e probabilmente ciò che è di breve durata a noi non piace. Ma ciò vale solo per le cose che ci fanno piacere. Un rapporto sessuale è effimero, un amore è effimero, un bacio, un sorriso, un fiore, un tramonto sono cose effimere, questo pensiamo quando iniziamo a riflettere sul fenomeno vita, vero? Ma non diciamo mai che la morte è effimera, o il dolore è effimero, o le gravi conseguenze fisiche di un incidente stradale.

Ciò che ci fa soffrire dilata immensamente il tempo, sembra eterno, sembra che non debba finire mai. Pensa a una vita in carrozzella, nessuno direbbe mai che è cosa effimera, ma facilmente useremmo parole come: che dura prova, che strazio, che forza, che tormento… Effimero non sembra addirsi al dolore, eppure anche questo è impermanente, ma noi non ce lo ricordiamo mai, per il semplice motivo che la nostra mente ha deciso a priori ciò che è bene e ciò che è male poiché legge la vita partendo sempre da condizionamenti. Nulla è effimero!!, perché ogni cosa, se vissuta e sperimentata sino all’ultima goccia, lascia dietro di sé un eco che si espande nel nostro cuore oltre il tempo.

Un bacio, se dato con amore, non può avere fine, anche se l’evento fisico non dura più di qualche secondo. Un sorriso, se nasce dall’anima e giunge al cuore di una persona, crea un ponte che nessuna guerra può abbattere, nemmeno la morte.Chiamiamo effimere le cose del mondo perché i nostri sensi filtrati dalla mente non riescono a vedere oltre la superficie mutevole del corpo della vita, ma quando inizieremo a guardare e sentire attraverso lo specchio limpido della nostra coscienza rimarremo meravigliati nello scoprire che ogni cosa non ha mai fine!! Come conciliare la quotidianità? Non devi conciliare nulla, ma smetti semplicemente di dividere la realtà e vedrai che tutto è sempre stato perfettamente conciliato in se stesso.Vivi totalmente, ama totalmente, soffri totalmente e la parola effimero non farà mai più parte del tuo vocabolario interiore. 

Un abbraccio,

Dadrim          

 

 
Il divino non è conoscibile PDF Stampa E-mail
Dio e religioni
Giovedì 15 Gennaio 2009 23:59

Mario ha chiesto: Ciao Dadrim,
eccomi di nuovo con le mie riflessioni, spero che anche questa volta vorrai dirmi cosa ne pensi.
Heisenberg, diceva :
"La realtà di cui Noi parliamo non è mai una realtà "a priori", ma una
realtà conosciuta e creata da Noi".
Se, in riferimento a quest'ultima formulazione, si obietta che, dopo tutto, esiste un mondo oggettivo, indipendente da Noi e dal nostro pensiero, che funziona o può funzionare indipendentemente dal nostro agire, e che è quello che Noi effettivamente intendiamo quando facciamo ricerca, a questa obiezione, così convincente a prima vista, si deve ribattere sottolineando che anche l'espressione "esiste" ha origine nel linguaggio umano e non può quindi avere un significato non legato alla nostra comprensione. Per Noi "esiste" solo il mondo in cui l'espressione "esiste" ha un significato. Se ne deduce che se "esiste" solo il mondo in cui l'espressione "esiste" ha un significato prettamente umano, esiste un altro sotto-mondo dove l'espressione "Dio esiste" assume un significato ancora più umano. Secondo me Noi divinizziamo noi stessi, in quanto l'espressione "il nostro Creatore" ha un significato umano. Io penso che siamo Noi ad aver bisogno di essere divinizzati, in quanto fragili creature. Per fragili creature io intendo creature facilmente istigabili dalla legge.
Per esempio nella teologia paolina, la legge non è solo un freno posto al peccato, ma anche la sua istigatrice. Tanto perverso è il cuore umano che le stesse proibizioni della legge, intese per essere un deterrente per il peccato, servono per suscitare gli stessi desideri
peccaminosi (Romani 7:7,8).  Io sono d'accordo con questo, anche se il mio concetto di peccato è diverso da quello della teologia Paolina, infatti per me le leggi ce le
facciamo Noi, è solo che sapendo che non riusciremo a rispettarle, cerchiamo di convincerci che vengano da un autorità superiore alla nostra, per cui la non adempienza di esse ci porterà pesanti conseguenze. E' curioso pensare di avere fiducia in un essere che non abbiamo mai visto, rispetto che averla in Noi stessi, ed e' ancora più curioso continuare a crederci nonostante vediamo sotto ai nostri occhi che anche in questo modo non riusciamo a rispettare le suddette leggi.  E' per questo che ci costruiamo dei modelli di "Creatore" diversi in base al periodo storico in cui viviamo. Io penso che se Dio dovesse esistere, non dovrebbe aver bisogno di trovare un "equilibrio", perchè basterebbe a se stesso. Il significato che si da alla parola "Dio" è diverso in base a chi si pone nel ruolo di osservatore. Non dovrei nemmeno chiedermi quale sia questo significato, in quanto attualmente non posso darmi una risposta certa, ma posso fare delle ipotesi. Nel momento in cui scrivo ne ho tre che sto valutando :

1) un "essere" che per me e' impossibile persino immaginare
2) Noi stessi
3) un ordine naturale delle cose che funziona in base a regole
proprie, che e' sempre esistito, ma che non possiede una capacità di
ragionare simile alla nostra.

Siamo quindi Noi, secondo la mia opinione a creare Lui a nostra immagine e somiglianza, ma non siamo Lui, anche se è evidente che vorremmo esserlo. Ed è dall'origine dei tempi che ci proviamo. Ci sentiamo imperfetti e Lui, inteso come il nostro personale modello ideale di perfezione, ovvero l'idealizzazione di Noi stessi, ci ha sempre attratto, anche perchè abbiamo sempre avuto bisogno di credere in qualcosa, dato che la nostra vita si basa veramente su poche certezze.

Vorrei infine citare Kant,che dice : "la radice di ogni errore consiste nell'intendere il modo in cui Noi determiniamo, cataloghiamo o deduciamo i concetti per qualità delle cose in se stesse" e Schopenhauer, che in Sulla volontà nella natura (1836) ha scritto: "Questo è il significato della grande dottrina di Kant, che la teleologia (lo studio delle prove di un disegno e di uno scopo nella natura) è portata nella natura dall'intelletto, che in questo modo si meraviglia di fronte a un miracolo che ha creato lui stesso".
Infatti il sapere viene costruito dall'organismo vivente per ordinare nella misura del possibile il flusso dell'esperienza di per sé informe in esperienze ripetibili e in rapporti relativamente attendibili tra di esse. Le possibilità di costruire un tale ordine vengono sempre determinate dai passi precedenti nella costruzione. Ciò significa che il mondo "reale" si manifesta esclusivamente laddove le nostre costruzioni falliscono. Poiché, tuttavia, possiamo ogni volta descrivere e spiegare il fallimento soltanto con quei concetti che abbiamo utilizzato per la costruzione delle strutture poi fallite, questo processo non potrà mai fornirci un'immagine del mondo che potremmo rendere responsabile del loro fallimento. Ma sono questi insuccessi, questi fallimenti con cui ci scontriamo nel nostro lavoro, gli stati di ansia, disperazione e pazzia, che ci assalgono quando ci scopriamo in un mondo che, gradualmente o improvvisamente, è divenuto privo di significato. E,  se accettiamo la possibilità che del mondo reale si possa sapere con certezza soltanto che cosa non è, allora possiamo dedurre che la pace interiore si potrà raggiungere solamente riuscendo a sostituire una costruzione di una realtà che non è più "adatta" con un'altra che si adatta meglio. Questa nuova costruzione è fittizia come la precedente, ma ci permette la comoda illusione di vedere le cose come sono "realmente" e di essere, quindi,
più in sintonia con il significato della vita, concetto a cui al giorno d'oggi ancora non siamo arrivati.

Saluti.

Dadrim ha risposto: Caro Mario, queste tue riflessioni, come le precedenti, si mostrano profonde, lavorate e sentite. Solitamente non rispondo alle domande o alle lettere che manifestano "voli" del pensiero, o se rispondo seguo la via del paradosso, per il semplice motivo che, cercare di liberare chi è caduto nel labirinto dei propri pensieri usando la logica e la ragione,  è come cercare di liberare un uomo legato con delle corde usando ago e filo. Ciò che serve in questi casi è unicamente il coltello!

Ma vi sono anche condizioni mediane dove la lama non è necessaria e qualche semplice e diretta indicazione può essere più utile e comprensibile. Spero che questo sia il tuo caso e che le mie parole non divengano unicamente un bel lavoro di cucito, per rimanere nella metafora dell’ago e del filo.

Sembra che tu ti stia prodigando nella riflessione filosofica, nella ricerca della verità, della realtà, del significato della vita, o come lo vogliamo chiamare, attraverso il pensiero. Tutto ciò è cosa magnifica, a patto che tu lentamente riesca a vedere i limiti entro cui si muove il pensiero. La più grande scoperta che il pensiero può fare sulla realtà umana è comprendere che esso stesso non è la porta attraverso cui possiamo passare per giungere alla “radura dell’essere” (come diceva il buon Haidegger). Il pensiero può essere solo un veicolo che utilizziamo per una certa parte del tragitto, sino a quando comprendiamo che è esso stesso a creare e alimentare la prigione entro cui vive la nostra coscienza, il nostro essere o come vogliamo chiamarlo (come ripeto sempre, le parole non sono mai la cosa, ma solo etichette che indicano una realtà). È paradossale, lo so, ma le cose stanno così: l’uomo indaga il mondo e se stesso attraverso il pensiero, ma è proprio il pensiero che gli impedisce di entrare in contatto con la propria realtà interiore, allo stesso tempo, però, è anche sempre e solo il pensiero che lo può incamminare verso quella realtà.

Per vedere la verità di quel che dico dobbiamo solo comprendere come opera il nostro pensiero, dobbiamo osservarci in continuazione per cogliere tutti i fenomeni che accadono quando la nostra mente elabora, interpreta e legge l’esistenza. Come dice, infatti, la citazione di Haiddeger che riporti all’inizio della tua lettera: "La realtà di cui Noi parliamo non è mai una realtà "a priori", ma una realtà conosciuta e creata da Noi". Questo è assolutamente vero! Noi non conosciamo nulla per quello che è, ma unicamente per come noi lo percepiamo e pensiamo. Ora, chiedersi come sia realmente ciò che esiste, al di là del nostro modo di conoscere, è una di quelle tipiche “domande vuote” che può partorire unicamente il nostro intelletto, per il semplice motivo che esso si muove slegato da un sostrato unitario e organico. Cerco di spiegarmi meglio. Il pensiero opera attraverso la frammentazione del corpo unitario e organico dell’esistenza. Il pensiero divide il tutto attraverso la registrazione, in forma verbale e di pensiero, degli stimoli che il nostro organismo subisce quando entra in relazione con l’accadere dei fenomeni quotidiani. Ecco però che già dire "l’accadere dei fenomeni quotidiani" è una frammentazione bella e buona del nostro pensiero. Se ci pensi, infatti, caro Mario, tutto ciò che viviamo ogni giorno della nostra vita, non è mai l’accadere di vari eventi e fenomeni, ma un continuo accadere dell’evento "vita", del fenomeno "esistenza". Siamo solo noi, attraverso il nostro pensiero, a fermare alcuni eventi, a registrare unicamente certe esperienze, a cogliere sempre singoli frammenti, ma se, per un istante dovessimo osservare l’effettivo accadere delle cose, vedremmo che il nostro organismo, ma ancor più la nostra coscienza, esistono in una continua relazione unitaria con l’esistenza. Il nostro respiro accade fluido, indivisibile, come il nostro battito cardiaco, il nostro vedere, il nostro ascoltare, il nostro toccare e, cosa più importante, il nostro essere sempre colui che sperimenta tutto ciò che avviene. Il nostro corpo è totalmente coinvolto nell’accadere di quel “tutto organico” che è la vita. È sempre e solo il nostro pensiero che può muoversi slegato da ciò che sempre esiste e accade nel “qui e ora”. Solo il pensiero, che altro non è se non memoria, può attardarsi sullo ieri, può volare verso un domani che mai sarà come pensato, può generare scienza, può scrivere leggi che collimano con segmenti di realtà . Capisci ciò che intendo? È solo la mente, attraverso il pensiero, che può chiedersi come esiste il mondo che vive al di là della mente, proprio perché la mente è uno strumento finito che percepisce la propria finitudine.

Ma se esiste un qualche cosa di divino, come ti chiedi tu, quel qualcosa non potrà certo rientrare entro gli schemi di un fenomeno limitato e limitante come il nostro pensiero. Ecco allora che chi cerca di comprendere il divino compie un’azione fallimentare a priori. Sarebbe come cercare di raccogliere l’oceano con le mani.
Il divino non è un qualcosa che possa essere conosciuto, proprio perché la sua realtà comprende e si estende oltre l’attività conoscitiva del pensiero. L’unica cosa che il pensiero può fare è comprendere come esso stesso opera, e quando giunge alla comprensione della propria finitudine e impotenza nei confronti dell’immensità della vita, può auto-sospendersi, arrendersi. Quando il pensiero cade, ecco che allora la nostra coscienza è in grado di riconnettersi al flusso costante degli eventi, esperendo così un senso di appartenenza viscerale e totale alla vita. Tale esperienza però non ha nulla a che vedere con le logiche del pensiero, ne con le percezioni derivanti dal nostro organismo, ma è un accadimento profondo, tutto interno al nucleo più segreto dell’uomo, quel nucleo che racchiude l’essenza stessa della vita, quel nucleo che è la reale identità che si nasconde dietro ogni nostro sentire, agire e pensare.

Il divino può unicamente essere un qualcosa che si può sperimentare, vivere, sentire, gioire, celebrare, ma mai e poi mai capire! Ecco perché dico spesso che la via della spiritualità per me è pura poesia, arte e amore.

Ho studiato le varie scuole psicologiche e filosofiche per anni, mi sono pure laureato in filosofia, ma ogni giorno che passava sentivo che invece di avvicinarmi alla pace e all’equilibrio, mi allontanavo sempre più da me stesso, diventavo sempre più nervoso, più rigido, più arrogante e saccente, e nel vedere tutto ciò lentamente ho compreso i limiti e i pericoli del fenomeno “pensiero”. Ora non voglio più capire nulla, non voglio più dominare la vita o ricercare un dio che sarebbe sicuramente e unicamente il parto della mia piccola e impaurita mente, e in questo lento abbandono sento che è la vita stessa a venirmi a cercare, a volermi parlare e volersi raccontare. Ma questo suo confidarsi non avviene mai attraverso le parole, ma sempre e solo attraverso il silenzio.
V’è però da dire che chi non ricerca senza sosta, consumando la propria ragione e il proprio dubbio sino all'ultima goccia, non giunge mai a nulla se non a cechi fideismi e a fanatiche convinzioni!

Grazie per aver voluto condividere i tuoi pensieri,
rimango sempre in attesa di altre tue sentite quanto utili riflessioni, sia per me che per gli amici del blog!

Dadrim         

 
I problemi non si risolvono, ma come gli avanzi, si gettano! PDF Stampa E-mail
Crisi interiori
Mercoledì 07 Gennaio 2009 18:24
ImagePaola ha scritto: Ciao Dadrim, ho letto attentamente la tua risposta, anche se devo confessarti che c'é qualcosa che tu hai scritto che mi ha lasciata alquanto interdetta. Forse non sono stata sufficientemente chiara, ma quando dicevo che la vita mi aveva tolto tutto quello che avevo avuto, intendevo che non ero disperata perchè non avevo più una vita agiata, soldi, benessere...ma semplicemente che
ero dispiaciuta perchè ho sempre condiviso con il mio prossimo tutte le fortune che la vita mi aveva riservato!!! Oggi non so se riuscirò ad accordare gli strumenti per il mio primo concerto perchè le difficoltà da superare sono ancora tante, non sono più giovane (ho 57 anni) ed ho mille paure che mi accompagnano quotidianamente. Ho apprezzato quanto da te suggerito per riattivare il mio percorso di crescita, non solo interiore, ma gli ostacoli (a cui sono abituata da una vita...) sono ancora tanti. Mi hai detto di mettermi in gioco con le mie lauree, ma come si fa alla mia età, in una società dove sei già fuori perchè "vecchia". Non sai quanti curricula ho inviato e quante non risposte ho ricevuto, ma non per questo mi sono arresa. Continuo nella speranza che la meritocrazia (che ahimé nel nostro bel paese non esiste) possa avere un riscontro obiettivo. Ho ancora voglia di mettermi in gioco, perchè credo di averne le capacità e per dimostrare a me stessa che ancora valgo qualcosa.
Un grazie particolare
Paola
Dadrim ha risposto: Cara Paola,
se alcune cose che ho scritto ti hanno lasciata interdetta, questo può significare due cose.
La prima è che alcune parole da me scritte non sono per nulla pertinenti alla tua situazione!
La seconda è che quel che ho detto tocca aspetti della tua vita che non vuoi ancora vedere.
Solo tu puoi sapere se il tuo caso è il primo o il secondo.
Se dovesse essere il primo, non prendere le cose come un fatto personale (nulla è mai un fatto personale tranne la ricerca spirituale), ma considera che tutte le domande e le risposte del blog possono essere degli spunti di riflessione per tutti coloro che leggono. Tu che sei il soggetto della risposta sai che certi passaggi non aderiscono alla tua realtà individuale, ma per chi è solo uno "spettatore" del nostro dialogo, ogni affermazione è una possibilità di introspezione, aldilà della corrispondenza o meno con il vissuto del destinatario della risposta.
Se invece dovesse essere valido il secondo caso, prendi ancora meno le cose come un fatto personale, ma cerca unicamente di osservare e bruciare le scorie del tuo passato.
Le mie parole non si muovono nel campo della verità o della falsità. Io non posso sapere qual'è la verità del vissuto di nessuno, non conosco nemmeno la mia, in realtà, nessuno può conscere verità alcuna! L'unica cosa che posso fare è utilizzare i problemi che le persone portano come punto di partenza per indicare quella dimensione interiore in cui ogni ostacolo semplicemente si dissolve.
I nostri problemi non sono poi così importanti, so che sembra folle questa affermazione per chi ha come unico obbiettivo risolvere i suoi problemi, ma non esiste problema che possa essere risolto. Esistono solo problemi, sofferenze o condizioni che possono divenire il picco da cui spiccare il balzo per cambiare vita e ricercare la nostra realtà interiore.
I nostri problemi nascono unicamente perchè abbiamo iniziato a vivere sotto un ponte e lentamente ci siamo convinti che quella è la nostra vera e unica casa, e quando qualcuno vive sotto un ponte è normale che inizi a dire: “ ho un problema, d’inverno fa freddo, d’estate fa caldo, ci sono i topi e le zanzare e quando il fiume è in piena il mio giaciglio si allaga”.
Chi vuole aiutare le persone a risolvere i loro problemi, di solito si limita a dire cose come: “se hai freddo, accenditi un fuoco”, oppure, “se il fiume è in piena, spostati per qualche notte a dormire sopra il ponte”.
Ma a cosa serve tutto ciò? Sempre su un ponte si è!
Quel che cerco di fare attraverso le mie parole è totalmente diverso, com’è totalmente diverso quel che fanno coloro che ricercano la dimensione spirituale dell’uomo. Quando qualcuno mi dice, “sai vorrei sentire meno freddo, come posso riscaldarmi sotto il mio ponte?”, io rispondo sempre la stessa cosa: “sotto il tuo vecchio e fetido ponte non troverai mai quella pace e quella serenità che cerchi! Proviamo a fare un po’ di strada assieme perché so per certo che tu, come ogni altro essere umano, sei proprietario di un palazzo e di un regno di cui ti sei completamente dimenticato. Dobbiamo solo camminare un po’ insieme sino a quando inizierai a ricordarti da dove vieni, perché sei finito sotto un ponte e qual è la strada che ti riporterà a casa!
Io non risolvo alcun problema, e credo che nessuno possa farlo, cerco solo di indicare una via lungo la quale non vi sono ponti sotto cui potersi fermare a dormire.
Cara Paola,
i ponti crollano, i fiumi straripano, i topi si riproducono, ma il tuo regno interiore non si è mai spostato di un solo millimetro da dove è sempre stato, e mai potrà farlo perché è la tua stessa essenza!!
Metti un po’ di dinamite sotto il tuo ponte, così non ti verrà più voglia di ritornarci, fai saltare ogni legame con le macerie del passato e guarda la luce che splende perpetua sul tuo presente. Forse ora non è poi un granché, ma se saprai seguirla, fra non molto, vedrai cose che ora non puoi nemmeno immaginare. Nulla di fantascientifico, ma cosa v’è di più miracoloso dello svegliarsi al mattino con un sorriso sulle labbra che non comprendi minimamente perché sia spuntato?!! Il passato non esiste più, i nostri desideri durano quanto un fiocco di neve al sole, i nostri rammarichi meno d’un battito di ciglia, ma questo vale solo per chi è veramente stanco del suo passato, del suo vecchio modo di pensare e del suo inutile soffrire!
Come per ogni cosa è solo questione di pazienza, fiducia, e perseveranza.
Uno strumento non lo si può imparare a suonare in due minuti, ma quando si accordano le prima note e si compongono i primi accordi, già ci si inizia a sentire dei piccoli grandi musicisti.
Così è anche per le corde dell’anima.
Vorrei suggerirti un trucco per iniziare a prendere le distanze dalle paure di cui parli.
È una semplicissima pratica che ci aiuta a voltare le spalle al nostro vecchio e doloroso modo di affrontare le sfide della vita.
Quando in te affiora la paura, chiediti chi è colui che sente la paura. Ripetiti nella mente, “chi sta vivendo la paura?”, e cerca di scrutare in te con attenzione e costanza i pensieri e le emozioni che ti attraversano.
Se praticherai questo atteggiamento mentale per un certo periodo, con costanza e fiducia, vedrai che le tue paure si faranno sempre più lontane e piccole e lentamente inizierai a sentire una nuova forza che nasce in te.
Se vuoi, fra qualche settimana fammi sapere come stanno andando le cose!
Sempre in attesa del tuo primo concerto…
rimango al tuo fianco!

Dadrim

(La prima parte di questo dialogo è raccolta in: "In attesa del tuo primo concerto")

 
Siamo esseri spirituali PDF Stampa E-mail
Sulla spiritualità
Martedì 06 Gennaio 2009 23:23
fogliaMario ha scritto: Ciao Dadrim,
ho trovato il tuo sito e ho deciso di scriverti, perchè anch'io come te ho intrapreso il mio personale percorso spirituale. Vorrei pertanto sottoporti alcuni miei pensieri. Sarei felice se vorrai dire la tua.
Secondo te innamorarsi dell'amore che qualcuno prova per te equivale ad innamorarsi di chi produce questo amore ?
Per esempio Noi vediamo l'amore di Gesù riflesso sulle pagine dei libri sacri e ce ne innamoriamo a nostra volta ,ma penso che la sua figura, la sua vita siano frutto di una elaborazione teologica, perciò probabilmente noi non ci innamoriamo di Lui, ma del suo amore riflesso e questo mi fa riflettere.
Allo stesso modo, quando una persona che ti vuole bene ti regala un oggetto come portafortuna, non è l'oggetto che ti porterà fortuna, ma lo farà lo stesso perchè è il simbolo dei pensieri positivi e dell'affetto che questa persona prova per te e che ha cercato di trasmetterti attraverso di esso, quindi sono il bene e i pensieri positivi di questa persona che ti aiuteranno ad "avere fortuna", quindi a "vivere bene" e l'oggetto è solo il simbolo materiale di questo scambio di affetto. Allo stesso modo, il pupazzo preferito di un bambino, ad esempio, è ricolmo dell'amore di questo bimbo per quell'oggetto e secondo me certe emozioni sono così forti che possono "lasciare ombre" che persone sensibili possono a volte percepire. L'oggetto è la spugna e quando si imbeve dopo un po’ l'acqua esce.
Questo mi fa pensare al simbolismo rappresentato da Gesù Cristo inchiodato sulla croce e alla manifestazione di segni sulle mani che rispecchiano tale simbologia.
Siamo infatti abituati a vedere le stigmate come un fenomeno estatico che si localizza anatomicamente sui palmi e/o dorsi delle mani dei soggetti portatori. Tale posizione anatomica è storicamente scorretta perchè nelle crocifissioni eseguite nell'antichità i soggetti non venivano inchiodati attraverso i palmi e i dorsi delle mani per non vederli cadere dalla croce entro pochi minuti, con una grande lacerazione nonchè frammentazione delle ossa della mano: i tessuti molli e le ossa interessate infatti non sono in grado di reggere il peso del corpo umano. Si è osservato invece che sul polso, nella parte finale dell'ulna e del radio, in quella intercapedine che si collega alla mano, esiste un piccolo spazio, definito di Destot, attraverso il quale sarebbe estremamente semplice poter inserire un chiodo. Queste due ossa, che formano i nostri avambracci, sono infatti disposte in modo da creare una intercapedine naturale attraverso la quale venivano conficcati i chiodi per le crocifissioni.
I reperti storici ci dimostrano come nella Palestina romana tale locazione fosse l'unica attraverso la quale venivano fatti passare i chiodi di questa atroce condanna a morte. Ogni resto umano ritrovato di persona sottoposta al supplizio presenta infatti delle lesioni e delle scheggiature proprio in corrispondenza di tali ossa e mai nelle mani. Verosimilmente (vera o falsa che sia) anche nella Santa Sindone custodita a Torino, il soggetto crocifisso è stato trafitto poco sotto i polsi, tra l'ulna e il radio. La stimolazione meccanica effettuata sul nervo posto nello spazio di Destot porterebbe inoltre ad una flessione del dito pollice sul palmo della mano e infatti anche nell'immagine impressa nella Sindone il pollice non è visibile. Esiste anche il riscontro biblico: all'agnello sacrificale "non doveva essere rotto alcun osso" - Esodo cap.12 ; Giovanni 19:36. Questi dati confliggono con l'immagine tradizionale sia della Passione sia degli altri stigmatizzati. L'iconografia
cristriana ed affine ha sempre mostrato,per un semplice errore storico-iconografico, le ferite inferte a Gesù in una posizione sbagliata. Si pone pertanto il problema di capire perchè le "stigmatizzazioni" si localizzano invece nella sede immaginata dall'iconografia tradizionale e non in quella riconosciuta dall'indagine storica.
Gesù sulla croce è l'immagine ricolma dell'amore e della sofferenza che Lui ha provato per Noi e di conseguenza dell'amore che Noi proviamo per Lui e quindi anche per il simbolo che lo rappresenta.
Io penso che certe emozioni possono essere così forti da lasciare segni addirittura sul corpo che persone sensibili possono non solo percepire ,ma sentire e vivere realmente.
La croce è la spugna e dopo un po' il sangue esce veramente. Questo dimostrerebbe anche che non importa in cosa si crede, l'importante è credere in qualcosa, meglio se questo qualcosa è qualcosa di materiale, di concreto, non qualcosa di astratto e indefinibile.
Allora mi chiedo: "perchè la mente ha bisogno di assolutizzare, antropomorfizzare, idealizzare, razionalizzare, deizzare, oggettivizzare, cioè in qualche modo cercare di definire tutto con delle regole, spiegare e avere tutto sotto controllo (cosa gli viene facile assegnando dei significati a degli oggetti o a dei simboli)" ?
Sono i simboli e i significati che sono stati attribuiti loro a condizionare la nostra capacità critica di analizzare obbiettivamente i fatti? e non parlo di un simbolo specifico.
Questi condizionamenti avvengono per ogni tipo di simbolo e di significato verso il quale noi nutriamo aspettative e verso il quale affidiamo le nostre paure e le nostre speranze.
Si crea un legame, una relazione tramite la preghiera, la venerazione e gli atti della fede e questo provoca degli effetti benefici e a volte anche esagerati, fino ad arrivare a manifestazioni estreme, come apparizioni o segni sul corpo. Io penso che questo avvenga perchè la meditazione, la preghiera, l'ascetismo permettono di costruire un legame tra la nostra volontà e le funzioni/capacità che giaccono latenti dentro di Noi e riescono a riportarle a galla.
In conclusione penso che non sia tanto importante il fare, quanto l'essere. Lo scopo finale della nostra esistenza è riuscire ad essere se stessi. Le risposte a tutte le domande sono già dentro di Noi.
Potremmo fare anche milioni di esperienze, ma alla fine ci renderemo sempre conto che sono state inutili, perchè ritorneremo sempre a casa, perchè è solo qui che possiamo trovare la pace che tanto cerchiamo. Io penso che tra una persona e l'altra ci siano sia delle differenze culturali sia delle differenze nella capacità di riuscire a tirare fuori quello che è dentro di Noi, ma tali differenze sono poco importanti. Se ci fermassimo un attimo a riflettere scopriremmo subito che siamo tutti portatori di verità e tutti capaci di tirarle fuori, cambia solo la forma delle idee, ma non la loro sostanza.

Grazie dell' interessamento.

Mario
 
Dadrim ha risposto: Caro Mario,
grazie per la tua bella lettera!
Allora..., la mia visione delle cose mi dice questo…
L’amore non è un prodotto, non è un’emanazione che deriva da qualcuno, ma è quel qualcuno stesso. Quando realizziamo l’amore noi siamo amore, e non è più una questione di dare amore a qualcuno o meno. Ciò che sei non può più non essere, e ciò che sei non puoi evitare di condividerlo con tutto ciò che ti circonda, cose o persone che siano.
 
Tu chiedi: “Secondo te innamorarsi dell'amore che qualcuno prova per te equivale ad innamorarsi di chi produce questo amore?”
 
La mia esperienza mi dice che non ti puoi innamorare dell’amore che qualcuno prova per te, ma puoi unicamente iniziare ad amare qualcuno, e quando ami veramente qualcuno o qualcosa non puoi iniziare a fare a meno d’amare ogni cosa che ti circonda, bella o brutta che sia.
  
Se ti “innamori” dell’amore che qualcuno prova per te significa unicamente che riconosci che quel qualcuno è distinto da ciò che prova, o che tu senti che l’amore che nasce in te, per quel qualcuno, è cosa parziale, distinta rispetto a te. Ma sino a quando un individuo rimane distinto dal sentimento che nasce in lui, quel sentimento è manovrato, è una sorta di recita, perchè plasmato dalle dinamiche del pensiero parziale e autodifensiovo. Così sono la quasi totalità delle relazioni umane. Ci innamoriamo della recita che gli atri fanno per apparire quel che non sono e che ritengono che gli altri vogliano da loro, e noi di rimando facciamo altrettanto. Ma una recita non può mai durare per molto tempo, e così, tutto d’un tratto, la nostra realtà interiore emerge manifestando tutta la sua pochezza. A quel punto, solitamente ci si inizia a scaricare la colpa dell’inganno vissuto uno sull’altro, senza rendersi conto che una recita non è una cosa a cui si è condotti per costrizione, ma qualcosa a cui si va per desiderio personale, un desiderio finalizzato al fuggire dalla propria ignoranza e povertà interiore.
 
Tutt’altra cosa vale per chi ha realizzato quella dimensione d’amore che è connaturata alla realtà del nostro essere. Con ciò voglio dire che chi realizza se stesso, il proprio essere, la propria vera natura spirituale, il divino che dimora in noi (lo si chiami come si preferisce), realizza anche l’amore, poiché l’essere è amore, l’amore è dio, dio è l’essenza della nostra natura spirituale, e ogni onesta e accurata ricerca spirituale alla fine del suo percorso si dimostra unicamente un’esperienza d’amore. Ma come ormai sappiamo le parole sono solo segnali stradali, totalmente privi di significato se non decidiamo di seguire la via che ci indicano. Non sono, infatti, le parole, i cartelli segnaletici, a generare in noi la realizzazione del nostro pellegrinaggio, ma è unicamente il nostro faticoso e coraggioso camminare verso l’orizzonte che ci indicano i segnali che troviamo lungo la via  a condurci alla fine del viaggio. La parola amore, anche se concettualmente ed emotivamente può rievocarci qualcosa, non porta a nulla se non cerchiamo di leggerla inserita in tutte le sfumature che un discorso articolato porta con sé, e se di quel discorso non ne facciamo poi la nostra mappa del tesoro.
Anzi!, le parole, spesso, se lette e comprese singolarmente possono generare grandi equivoci e portarci totalmente fuori strada. Pensiamo per esempio a quante rievocazioni diverse la parola “amore” può generare in menti diverse. Per un poeta, “amore” rimanderà, il più delle volte, al sentimento che nasce fra un uomo e una donna. Per un erotomane rievocherà unicamente attività sessuali. Per un ricercatore spirituale rimanderà a una dimensione trascendente, divina… Ecco pertanto che ancora una volta sottolineo l’importanza di cercare di comprendere profondamente come vengono usate le parole all’interno di un contesto di significati generato da un autore o da un oratore. Dobbiamo sempre cercare d’intuire il significato che vuole comunicarci chi ci parla, ed evitare assolutamente di contaminarlo con il nostro retaggio culturale. So, però, che tutto ciò è estremamente difficile per chi non ha mai osservato le cose del mondo e della vita con un atteggiamento di ricerca incondizionata e disinteressata. Per questo, ancora una volta sottolineo l’assoluta importanza che sta alla basa del praticare un atteggiamento attento e passivo nei confronti delle nostre esistenze, sia a livello esteriore che interiore.
 
Caro Mario, perdona l’approfondimento non necessariamente pertinente alla tua domanda, ma è sempre buona cosa risottolineare l’importanza di non cadere mai nella trappola delle parole e di ricercare sempre l’esperienza reale, totale e personale che vive dietro le lettere.
      
Tornando a noi, dicevo che tutt’altra cosa vale per chi ha realizzato quella dimensione d’amore che è connaturata alla realtà del nostro essere. Quando veniamo in contatto con un amore che non è frutto di una recita, ma che è pura espressione dell’essere di un individuo realizzato, tutto può succedere come nulla può accadere: dipende solo da noi. Se siamo in una condizione di sufficiente recettività spirituale, quella presenza d’amore incondizionato agirà su di noi come uno specchio capace di riflettere e di far germogliare quella stessa presenza d’amore che vive anche in noi. Se siamo invece in una condizione di chiusura e d’ottusità d’animo non subiremo alcuna modificazione. È come se a un cieco venisse puntata una lampada dritta in mezzo alla fronte: per lui non cambierebbe nulla. Cosa diversa accadrebbe per chi sta semplicemente dormendo. Esistono infatti due principali stati di coscienza. Il primo lo potremmo definire di cecità o sonno profondo, mentre il secondo lo potremmo definire di pre-veglia o sonno leggero.
 
Il risveglio del nostro essere, però, non è cosa che deve necessariamente passare attraverso il contatto con un individuo realizzato, ma può accadere in qualsiasi modo e momento. Tutto dipende unicamente dal grado di sensibilità del nostro cuore, anima, coscienza o come lo si vuole definire…
Anche la visione di un fiore, del sorriso di un bambino, del cadere di una foglia o del morire di una persona può essere la scintilla capace di far divampare il nostro fuoco interiore, per il semplice motivo che tutto questo universo è pura manifestazione del “divino”, e, pertanto, ogni cosa può divenire uno specchio su cui si può riflettere il nostro essere. Ma ribadisco ancora una volta che tutto ciò dipende sempre e solo dalla nostra capacità di vedere, dalla profondità del sonno in cui sono immersi i nostri occhi.
 
Continui poi la tua lettera dicendo: “Per esempio Noi vediamo l'amore di Gesù riflesso sulle pagine dei libri sacri e ce ne innamoriamo a nostra volta, ma penso che la sua figura, la sua vita siano frutto di una elaborazione teologica, perciò probabilmente noi non ci innamoriamo di Lui, ma del suo amore riflesso e questo mi fa riflettere”.
 
Proseguendo con la mia lettura delle cose, quel che troviamo nei testi sacri, ma non solo, è l’opportunità di incontrare parole che rimandano a quel mondo nascosto che vive in noi, è l’opportunità di far scorrere il nostro pensiero lungo discorsi, parole e parabole che fungono da specchio, da tizzone ardente capace di riappiccare l’incendio del nostro cuore.
Concordo pienamente con te sul fatto che molto degli scritti relativi al messaggio e alla vita del Cristo (come peraltro di tutte le altre grandi figure spirituali dell’umanità) sia una manipolazione teologica o una deformazione mitologica o metaforica, ma questo non è particolarmente rilevante se concordi con me sul fatto che ogni coscienza, a seconda del grado di consapevolezza che porta con sé, è capace di discernere diversi gradi di realtà.
 
Come dicevo prima, per chi è pronto, leggere le prime due righe del “Sermone della Montagna” o vedere il primo raggio di sole del mattino, sarà sufficiente a risvegliare in lui la percezione del “divino” che permea tutta questa nostra esistenza. Per chi non è pronto o proprio non vuole sentire e vedere, nemmeno Gesù in persona che gli grida nelle orecchie servirebbe a spostarlo di un millimetro dal luogo in cui si trova la sua coscienza.
Anzi, spesso, come diceva Socrate, avere un tafano che tenta di spezzare il tuo sonno profondo può spingere gli uomini alla rabbia e alla vendetta, non per altro, infatti, il Cristo, come lo stesso Socrate e molti altri “messaggeri o testimoni d’amore e verità”, è stato ucciso!
   
Ecco che allora mi aggancio alla tua interessante quanto condivisibile riflessione sui fenomeni stigmatici e sulla capacità d’assorbenza delle energie emotive da parte degli oggetti e delle persone.
Di fenomeni inusuali ne accadono di continuo, anche se la maggior parte di noi non vuole prenderli in considerazione, per il semplice motivo che la nostra mente si sente al sicuro entro le mura di conoscenze assolute, ben determinate e calcolate. La nostra mente è incapace di convivere con l’ignoto, il misterioso e l’imprevedibile, poiché, là dove non può avere il controllo, si sente impotente e impaurita, ma solo un sciocco può negare l’immenso mistero che ci circonda e compenetra, solo un cieco (spirituale) può negare che fra i fenomeni più misteriosi e imprevedibili dell’universo proprio noi uomini siamo la cosa più oscura e imprevedibile.
Per questo chi non si apre alla spiritualità e al mistero della vita odia l’umanità intera, proprio perché vede come egli stesso e i suoi fratelli siano ciò che di più misterioso abita questo mondo e ciò che un uomo teme è sempre ciò che più di ogni altra cosa vuole distruggere, imprigionare, domare, confinare e deformare.
Chi teme l’ignoto teme prima di tutto l’uomo, e chi teme l’uomo teme ancor prima se stesso!
 
Per esempio, la vera scienza è una delle prove più belle e concrete dell’incommensurabile esistenza dell’ignoto e dell’infinito, per il semplice e ovvio motivo che, se da quando esiste l’uomo v’è stato un continuo progresso, questo può voler solo dire che la dimensione del mistero, in millenni e millenni di evoluzione, non è mai giunta alla sua fine. Non capisco pertanto su quali basi certi pseudo scienziati possano fondare l’idea d’avere le leggi dell’universo nel palmo delle loro mani, visto che in ogni epoca si è sempre pensato in moto assoluto solo per venire smentiti qualche tempo dopo. Oggi poi, i tempi della confutazione delle idee assolute e certe sono sempre più brevi!! Come non capisco come certi pseudo religiosi abbiano la presunzione di credere d’avere le radiografie del corpo e dell’anima di Dio chiuse nel cassetto della loro chiesa, parrocchia, sinagoga  o altro...     
 
 Caro Mario, prosegui poi la tua lettera dicendo: "perchè la mente ha bisogno di assolutizzare, antropomorfizzare, idealizzare, razionalizzare, deizzare, oggettivizzare, cioè in qualche modo cercare di definire tutto con delle regole, spiegare e avere tutto sotto controllo (cosa gli viene facile assegnando dei significati a degli oggetti o a dei simboli)" ?
Sono i simboli e i significati che sono stati attribuiti loro a condizionare la nostra capacità critica di analizzare obbiettivamente i fatti?
 
La mente oggettivizza perché è la sua stessa natura ad essere oggettività. La mente equivale a dire pensiero, e il pensiero e un fenomeno oggettivizzante.
Cerca di seguirmi, leggi oltre le singole parole e prova a coglierne il significato globale.
Quando vedi una cosa il tuo pensiero dice cane, uccello, cielo, sole o altro. Questo significa che ogni volta che facciamo un esperienza noi prima percepiamo attraverso i sensi, poi la mente applica al fenomeno sensibile un termine che fa da contenitore delimitante e oggettivizante, a quel punto entra in campo tutto il bagaglio della memoria. Questo processo accade di continuo, 24 ore su 24, durante tutte le nostre giornate.
Ma questo processo è un processo che abbiamo appreso e che ora è divenuto un meccanismo più potente di noi, dal quale dobbiamo riuscire ad affrancarci se vogliamo riuscire ad accedere a quella dimensione di vastità che dimora oltre le dinamiche oggettivanti e confinanti del pensiero e della memoria.
Perché dico che questo è un meccanismo appreso e da cui ci dobbiamo affrancarci?
Caro Mario, prova a pensare cosa accade ogni volta che vedendo un tramonto diciamo: “che bel sole!”.
 
Il fenomeno “tramonto”, in sé e per sè, è vasto, misterioso, divino e indefinibile.
L’aria fresca della sera che accarezza ogni poro scoperto della nostra pelle, gli infiniti suoni del mondo che si muovono tutt’intorno a noi, le mille sfumature del cielo, i riflessi del sole sulla superficie della terra, le voci della gente, le nostre emozioni che si rincorrono in noi, pensieri che come onde si accavallano uno sull’altro… tutto scorre come l’acqua di un torrente, tutto è vivo e cambia di continuo… poi ad un tratto si fissa nella nostra mente l’idea:  “che bel tramonto!”. E magari aggiungiamo: “mi ricordo quando stavo con la mia ragazza…”. Ecco che la dicotomia fra l’io e il tutto è entrata in gioco, ecco che il passato in un solo istante ha spazzato via la musica e la danza del presente.
 
Queste mie parole sembrano cosa da poco, ma è in questo che si nasconde la chiave per entrare nel mistero!!
Se osserviamo continuamente, in modo attento e passivo, ciò che accade in noi, come reagiamo e ci relazioniamo ai fenomeni della vita, sia interni che esterni, lentamente non potremo fare a meno di vedere come il pensiero definitorio operi come il tendone nero che cala quando al cinema finisce il film.
La vita scorre in noi e fuori di noi, continua, straripante, sempre nuova, e noi ininterrottamente ripetiamo nella nostra mente: “guarda un fiore…, un gatto…, che caldo…, come è stupido questo…, come è intelligente quello…”.
I nostri processi di pensiero, se applicati alla definizione scientifica del mondo materiale risultano indispensabili, ma se applicati alla dimensione essenziale e spirituale della vita divengono unicamente dei limiti e dei confini invalicabili.
Perché una persona viene definita stupida? Su che basi definiamo? Perché definiamo? Chi è il metro di giudizio e di paragone delle nostre valutazioni? Noi ovviamente! E chi siamo noi? Niente e nessuno, se non un semplice pensiero impresso in una memoria, che nasce da un passato dimenticato e che si ripresenta continuamente nel presente per offuscarlo, deviarlo, confonderlo e limitarlo.
 
Un tramonto va vissuto non definito, ma la mente funziona così!
La nostra mente si è addestrata per millenni a divenire sempre più analitica, ciarlona, invadente, sino al punto che ora, dire ad un uomo: “il tuo problema è smettere di pensare alla vita e ritornare a sentire la vita”, sembra cosa impossibile.
Tutti rispondono sempre: “ma come è possibile non pensare, io sono i miei pensieri!”.
Ma è assurdo affermare di essere i propri pensieri. Se osserviamo con attenzione, i nostri pensieri cambiano mille volte nell’arco di poco tempo, vanno, vengono, li perdiamo, poi ritornano, poi scompaiono e non riappaiono più. Come è possibile che noi siamo i nostri pensieri. I nostri pensieri sono tutte cose acquisite, che ci hanno insegnato. Un uomo è comunista, uno induista, uno capitalista, uno cristiano, uno ateo, uno nazionalista, uno è medico, un altro è meccanico…
Tutte queste distinzioni, se riusciamo a vedere con semplicità e chiarezza sono unicamente frutto di educazioni diverse. Se un bambino lo “educhi” (sarebbe più giusto dire dis-educhi) in un certo modo diverrà una cosa, se lo “dis-educhi” in un altro modo diverrà tutt’altra cosa.
Noi non siamo i nostri condizionamenti, ma drammaticamente questi condizionamenti formano la nostra mente personale (per mente personale intendo tutte le nostre concezioni su noi stessi e sul mondo) e quando la mente è formata diviene cosa estremamente difficile e dolorosa trascenderla vedendone totalmente l’inganno e la parzialità che la sorreggono.
 
Ecco perché la mente cerca di attribuire significati ad ogni cosa, ma è intrinsecamente incapace di cogliere il significato ultimo delle cose! Il significato ultimo dell’esistenza non può essere una definizione mentale poiché riguarda il fenomeno del “tutto”, e come si diceva, il pensiero può unicamente cogliere aspetti, frammenti di realtà.
Di un tramonto, quando dico che bello, la mia mente fa una sintesi di quel poco che vede e la “inscatola” in una parola: “bello”.
Ma come sarebbe possibile per il pensiero fare esperienza del tutto?
Riesci a comprendere cosa intendo Mario?
Il “tutto”, il divino, ciò che va oltre le anguste definizioni ed esperienze del nostro pensiero, vive in una dimensione che per l’uomo è esperibile unicamente attraverso altre forme di conoscenza.
Queste altre forme di conoscenza si manifestano autonomamente, proprio quando il meccanismo logorante e prismatico della mente viene disinnescato. Quando l’io non opera più come un prisma che spacca il raggio di luce in mille colori, ma diviene come un vetro limpido di una finestra che lasci entrare il sole senza distorcerne il chiarore, ecco che il nostro essere si dischiude e la nostra vita diviene una fusine nell’amore.
 
Se ci pensiamo bene, cos’altro è la fede di cui tanto parlava il Cristo, se non un balzo dalla dimensione conoscitiva oggettiva alla dimensione conoscitiva non analitica - spirituale!?      
 
Tu dici: “Sono i simboli e i significati che sono stati attribuiti loro a condizionare la nostra capacità critica di analizzare obbiettivamente i fatti? e non parlo di un simbolo specifico.”
 
Io dico di lasciare perdere l’analisi dei fatti, non siamo storici. Cosa ci importa se Cristo era alto, basso, ebreo, mulatto o altro. Non siamo nemmeno seguaci di una chiesa e cechi credenti (almeno parlo per me), pertanto come facciamo a sostenere tesi quali la trinità, la verginità di Maria, l’unico figli di dio, il peccato originale o le mille altre convinzioni delle varie religioni?
 
Noi siamo esseri spirituali, e come tali, là dove la nostra coscienza vede riflesso l’amore e il mistero, là andremo a rispecchiarci per conoscere la nostra vera immagine ed essenza interiore!!
 
Grazie per la tua condivisione,
Dadrim     
 
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Sull'amore e le relazioni
Venerdì 02 Gennaio 2009 01:38
fioreQualcuno ha scritto: Mia madre,
mia madre è completamente diversa da me,
come madre le si potrebbero trovare mille difetti,
ma solo dal mio o dal tuo punto si vista, perché lei ha fatto quello che poteva, entro i suoi limiti, ed io l’ho capito da tanto tempo, infatti,  "andavamo e andiamo d'accordo". Meschinità, ipocrisia, invadenza, isteria, falsità, piccole miserie di vario tipo, mia madre è capace di tutto questo, ho sempre visto tutto, forse più e prima degli altri, ma ho giustificato tutto e continuo farlo, adesso più che mai, visto che ha problemi di salute.
Faccio questo, perché ho sempre visto mia madre come una vittima, perché era figlia di un tempo, forse meno amata dai suoi fratelli perché femmina, perché si è sposata molto giovane e ha fatto una vita di sacrifici, perché ha sposato un uomo piacente e basta, perché non ha mai lavorato fuori casa e non mi ha mai lasciato senza un pasto caldo, perché mio padre non le ha mai regalato quei tanto amati fiori, perché è andata sotto la pioggia battente a raccogliere per me le ciliege,
perché è ammalata e sempre più indifesa?
Mi sento sempre in debito con mia madre, nonostante io fossi la figlia "buona" che ha sempre cercato di non darle troppi grattacapi, in qualche modo sento di averla lo stesso delusa e ferita, (compresa la mancanza di un figlio mio).
Mi rendo conto che tutto questo da l’idea di un rapporto patologico, ma secondo me lo è solo in quanto tutti rapporti, se vengono analizzati bene, possono sembrare tali.
Ma allora, di che cosa si tratta? Forse è semplicemente un amore incondizionato verso chi ti ha dato la vita, oppure un senso di dovere e rispetto innato che io ho, o magari il cordone ombelicale tra mia madre e me c'è ancora...
Questa è una cosa mia, sono io che mi domando sulla normalità di tutto questo, quindi il "difetto" è mio, ma dove sta?
Intendiamoci, io vivo normalmente, cerco di non trascurare nessuno dei miei ruoli , ma devo ammettere che quando so che mia madre non sta bene o ha bisogno di qualcosa, vengo avvolta in una leggera depressione che mi toglie interesse per tutto il resto, mia madre diventa il centro dei miei pensieri e delle mie azioni.
Ma un giorno quando lei non ci sarà più, che cosa succederà? Diventerò un’orfana o una madre inconsolabile?
Con affetto
SM
 
Dadrim ha risposto: Tua madre è completamente diversa da te? Ne sei certa? Quando qualcuno mi dice d’essere completamente diverso dai suoi genitori, mi viene sempre in mente l’immagine di una clessidra: anche se la rovesci misura sempre lo stesso tempo.
La maggior parte dei genitori semina nei campi dell’anima dei loro figli una quantità di fiori malati che nemmeno riusciamo ad immaginare. È raro trovare dei genitori che cercano unicamente di far crescere, sani e forti, quei fiori e quei frutti che già si nascondono nel giardino dell’anima di un individuo.
 
I nostri genitori, o chi ci ha cresciuti, troppo spesso agiscono come degli stampi che danno una forma alla nostra struttura caratteriale, mentale, emotiva, a tutto ciò che siamo, e nonostante, spesso, si abbia il desiderio di essere o divenire diversi da loro, la realtà è che quello “stampo” che viene impresso in noi non può essere rinnegato, cancellato o modificato, ma unicamente trasceso.
 
“Trascendere i nostri genitori” significa vivere, comprendere e superare totalmente quei condizionamenti che vivono in noi e che ci sono stati trasmessi nell’infanzia.
Cosa totalmente diversa riguarda invece la vera educazione.
Educare significa “portare fuori”, far emergere quel qualcosa di misterioso, unico e immortale che dimora in ogni individuo. Quel che spesso fanno i genitori, invece, è condizionare, plasmare, costringere l’intelligenza creativa del bambino entro i confini di una tradizione culturale vecchia e spesso malata.
La maggior parte dei genitori sa solo condizionare i propri figli, rara cosa è, infatti, trovare genitori che sanno educare! Per poter educare bisogna essere individui educati, e per essere individui educati, o si è stati educati o ci si è educati con grande fatica, sofferenza e volontà da soli. Essere educati non centra nulla con le buone maniere, il galateo o idiozie simili.
 
Essere educati significa vivere avendo scoperto quel tesoro che si nasconde in noi. Educata è la persona che ha condotto fuori da sé, che ha estratto dalle profondità e dalle oscurità dell’anima la propria coscienza. Il termine “educare” deriva infatti dal latino “e-ducere”, che significa portare fuori, liberare, e se iniziamo a vedere le cose da questa prospettiva, fa veramente schifo vedere le forme e i modi in cui oggi intendiamo l’atto educativo!! La vera educazione nasce solo da un naturale, spontaneo e amorevole rapporto fra un individuo libero (educato) e un individuo disposto a mettersi in gioco completamente. I bambini sono per eccellenza anime educabili per il semplice fatto che il loro modo d’esistere è un’assoluta e totale apertura alla vita. I problemi nascono sempre e solo quando un bambino viene condizionato. Un bambino condizionato diverrà inevitabilmente un individuo chiuso alla vita e pieno di autodifese, sino al punto in cui, divenuto adulto, non sarà più capace di reperire autonomamente la via che conduce alla sorgente da cui zampilla la sua luce interiore.
Ecco che allora diverranno necessari molti sforzi e sofferenze, molti pellegrinaggi e molti maestri, tutto unicamente per poter riscoprire quella limpida coscienza che è maestra di se stessa.
La nostra società ci inietta un virus che poi tenta di curare attraverso quel che chiama “educazione”, ma che della vera Educazione non ha proprio nulla.
 
Cara SM, dici d’essere totalmente diversa da tua madre. Se così fosse, questo vorrebbe dire che sei riuscita a trascendere il tuo passato, i tuoi condizionamenti, e che sei riuscita a divenire una persona educata, cioè una persona che è stata in grado di far emergere la luce che si nasconde in lei.
Ma da quel che scrivi nella tua lettera, credo che questo tuo ritenerti totalmente diversa da tua madre sia soprattutto un desiderio di rimuovere e cancellare tutte quelle ombre che la figura materna che vive in te ancora nasconde.
 
Tu scrivi: “Meschinità, ipocrisia, invadenza, isteria, falsità, piccole miserie di vario tipo, mia madre è capace di tutto questo, ho sempre visto tutto, forse più e prima degli altri, ma ho giustificato tutto e continuo a farlo, adesso più che mai, visto che ha problemi di salute”.
 
Perché giustifichi tutto questo? Noi giustifichiamo qualcosa solo quando non abbiamo la capacità d’accettare la realtà di quel qualcosa. Giustificare è un’operazione razionale atta a lenire la sofferenza che nasce dal contatto con una realtà che non riusciamo a comprendere e che ci genere sofferenza. Giustifichiamo l’esistenza della morte con l’esistenza di dio, l’esistenza del male con l’idea di una colpa originaria dell’uomo… Per ogni cosa la nostra mente può trovare una qualche giustificazione, ma giustificare qualcosa non ci permette di comprendere veramente la natura di quel qualcosa, e quando non possiamo penetrare la reale consistenza di un fenomeno, non possiamo nemmeno trascendere quel fenomeno.
 
Dici di aver giustificato tutto e di continuare a farlo, adesso più che mai, visto che ha problemi di salute. Ma le meschinità e le varie ombre di tua madre c’erano anche prima che la malattia venisse, pertanto come potrebbe la malattia fungere da giustificazione dei suoi limiti.
 
Quel che cerco di dirti è che non è attraverso la giustificazione che possiamo risolvere una relazione complicata, ma unicamente grazie alla disidentificazione da quella relazione. Osserva in maniera attenta e passiva tutto ciò che accade in te e in tua madre quando vi incontrate. Ascolta tutte le emozioni e i pensieri che ti passano per la mente e per il cuore quando siete l’una accanto all’altra, e lentamente vedrai che fra voi si genererà una distanza che vi permetterà una nuova forma di dialogo e di comprensione, perlomeno in te. Se fra noi e un oggetto non v’è alcuna distanza, come ci sarà possibile vedere cos’è di fronte ai nostri occhi? Stessa cosa vale per le nostre relazioni. Quando siamo troppo coinvolti in una relazione, non siamo più capaci di vedere le dinamiche che governano e dirigono quel rapporto, divenendo così prigionieri di un treno che corre impazzito verso il capolinea.
 
Spesso, inoltre,  giustifichiamo i nostri genitori per il semplice motivo che il vedere e l’accettare i loro limiti e i loro difetti, significherebbe per noi dover accettare il fatto che non v’è più qualcuno di superiore a noi a cui potersi abbandonare totalmente e ciecamente. Ma tutti noi in realtà, per l’intero arco della nostra esistenza, conserviamo il desiderio di voler avere dei genitori perfetti, capaci di capirci sempre, di accudirci e di consolarci nel momento del bisogno.
Uno dei nostri primi risentimenti nei loro confronti nasce, infatti, al primo sorgere della consapevolezza dell’esistenza della morte. Quando diveniamo consapevoli del fatto che tutti dobbiamo morire, diveniamo anche consapevoli del fatto che in questo mondo non esiste nessuno capace di proteggerci dalle sfide che l’esistenza ci impone, ed è per questo che tutti coloro che vivono negando il pensiero della morte vivono anche negando i limiti e le fragilità dei propri genitori.
 
Chi affronta l’idea della propria fine, comprende anche che la vita è un mistero che si può indagare unicamente da soli, e che durante questa indagine ogni individuo fa tutto quel che gli è possibile per aprirsi un varco verso la luce, nonostante, spesso, finisca per preferire e imboccare le caverne più buie e gelide dell’anima.
Ma quando si comprende chiaramente l’inevitabile solitudine, libertà e responsabilità a cui è chiamata la nostra anima, ogni limite e difetto che vediamo in chi ci sta accanto non fa più sorgere in noi alcuna giustificazioni o alcun risentimenti, ma genera unicamente una naturale e spontanea empatia e compassione per il dolore che prova chi vive nell’ignoranza e nella stupidità. E qualora, colui che vive nell’ignoranza e nell’oscurità, fosse così cieco e avviluppato in sé da non provare ancora alcun dolore e ripensamento, ancor più grande sarà la nostra compassione, comprendendo, infatti, quanto lontano ancora si muova quest’anima dalla pace e dalla serenità, e quanti dolori e fatiche ancora l’attendono.
 
Vedi tua madre come una vittima? Cara SM, basta giustificare, vittima è solo colui che vuole vivere come tale!!
Tua madre ha trascorso più di sessant’anni di vita, e vuoi dirmi che v’è sempre stato un colpevole, qualcuno o qualcosa che le ha impedito di trovare un po’ di fiducia e di serenità?
 
Sei in debito con tua madre? In debito è solo chi non ha trovato la ricchezza che si nasconde in lui!!
Sei sempre stata la figlia buona? Ma chi ha deciso ciò che è buono e ciò che non lo è? Tua madre? Sempre quella persona che, si certo ha sofferto, ma che di tutta la sofferenza che ha vissuto ha ricavato solo meschinità, ipocrisia, invadenza, isteria, falsità e piccole miserie di vario tipo?
Che idea di buono deve avere dentro di sé? Buono è averti dato la possibilità di sentire tutto questo suo soffrire come un sacrificio fatto per te? Ma sai quanto pesa l’insoddisfazione di una vita non vissuta posta sulle spalle di un altro? Credo proprio di sì! Buono è averti dato la possibilità di sentirti sempre in debito?
Buono è averti fatto sentire anche il peso del desiderio mancato di avere dei nipoti, per dei figli che ancora non hai, ma non certo per tua scelta?
 
Tu sei la figlia buona, vivi normalmente, senza trascurare nessuno dei ruoli che hai, poi ti chiedi se è amore incondizionato o un senso di dovere innato quello che provi nei confronti di tua madre.
La mia risposta è semplice: ogni bambino nasce con un amore incondizionato nei confronti dei suoi genitori. Il bambino non viene al mondo dicendo: “papà, tu non sei laureato, non guadagni bene, non hai sposato la donna giusta per me, non mi hai dato i fratellini che volevo… papà mi hai deluso!”.
Il bambino viene al mondo con una promessa di amore assoluto e incondizionato verso i propri genitori, sono solo e sempre i genitori che nel tempo mettono una serie di condizioni a questo amore, e quando l’amore incondizionato viene imbrigliato a dei desideri personali ecco allora che si trasforma in un senso di dovere innato.
Il senso del dovere che proviamo verso i nostri genitori è la prova tangibile che il nostro amore incondizionato è stato manipolato, negato, incompreso e non ricambiato.
 
Tutto questo, se mi hai capito, non lo dico per accusare tua madre, ma per spingerti a vedere l’enorme dolore che questa donna porta con sé, e l’enorme errore che tu continueresti a commettere se dovessi proseguire la tua esistenza entro queste logiche d’amore negato.
Non v’’è nulla di patologico, nessun cordone ombelicale da tagliare, ma v’è solo un enorme cuore che vuole vivere, esplodere e uscire allo scoperto.
Questa è la storia di un amore che non è mai riuscito a cantare la sua canzone, ma che ha sempre e solo dovuto usare il linguaggio dei sordomuti!
 
Quando sai che tua madre non sta bene vieni avvolta da una “leggera depressione” che ti toglie interesse per tutto il resto, così tua madre diviene il centro di tutti i tutti pensieri e di tutte le tue azioni. Non mi sembra poi così leggera questa depressione. Se fosse pesante cosa accadrebbe?
L’amore che si nasconde in te è stato risucchiato nel vuoto che logora l’anima della tua povera mamma, e a sua volta, tua madre a riversato il suo amore nel vuoto dell’anima di qualcun altro…
ma le leggi dell’esistenza non permettono che qualcuno viva la vita al posto nostro. Quando spendiamo tutte le nostre energie per colmare le mancanze di chi ci sta accanto o per corrispondere ai loro desideri, compiamo un duplice errore. Da un lato sosteniamo il comportamento dipendente, parassitario e tiranno di chi ci vive accanto, dall’altro lato consumiamo la nostra linfa vitale gettandola in un pozzo di disperazione che non vedremo mai colmo.
 
L’unica cosa assennata che possiamo fare se veramente iniziamo a volerci incamminare verso la vera realizzazione dell’amore e della libertà è iniziare a preoccuparci di più per noi stessi senza pretendere che siano gli altri un mezzo per il raggiungimento dei nostri fini. Se iniziassimo a ricercare una felicità che non dipende dal corrispettivo che ci può venire da chi ci è affianco, riesci a immaginare quanta forza, libertà e amore saremmo capaci di generare in noi e attorno a noi?
 
Se riuscirai a rimanere in un’osservazione attenta e passiva anche quando sarai colta dal senso di colpa e dalla depressione che senti quando comprendi che nonostante tutto quel che hai fatto, mai e poi mai, riuscirai a rendere felice una persona che non sa cosa sia la vera felicità;
se riuscirai a vivere senza asservirti al desiderio di assecondare i bisogni egoistici di chi ti sta accanto e se, così radicata in te stessa, riuscirai ad accompagnare tua madre verso la fine continuando a donarle quell’amore incondizionato che sempre le hai dato, ma finalmente purificato dal senso del dovere, ecco che quel poco che per lei puoi fare tu l’avrai fatto, e quel molto che per te puoi ancora fare l’avrai continuato a portare avanti!!
 
Dadrim
 
Una pecora illusa alla ricerca del suo vero sè PDF Stampa E-mail
Lettere e messaggi
Domenica 28 Dicembre 2008 15:43
PecoreAntonella ha scritto: Buongiorno Dadrim, leggere ciò che scrivi è come leggere dentro di me, è come se entrassi con una grande lampada per meglio farmi vedere ciò che da tempo cerco per vie traverse.

Ti riporto la metafora della "mia" vita.

Questa è la storia di una pecora illusa, non è definibile il suo ruolo tra gli ovini, visto che a differenza del gruppo si  riveste un ruolo..

Era cresciuta nella "consapevolezza" che la vita non è proprio una fesseria, anzi, erano molti, troppi i sacrifici che avevano finito per renderla ancora più illusa. Questi  sacrifici le avevano fatto credere che da grande tutte quelle privazioni (non materiali) le sarebbero state restituite per giunta con gli interessi....tutto, intorno a sé, glielo faceva credere, dalle pecore educatrici che nelle varie praterie aveva incontrato, alle amiche pecore, al capo gregge..

Cresceva quindi con l'auspicio che un domani si sarebbe riscattata dalle "mancanze"a cui il "FATO" l'aveva costretta.

Nel corso delle sue passeggiate nelle verdi praterie incontrò una pecora con carenze molto più marcate delle sue, era una pecora che aveva bisogno di molti specchi per darsi un valore, per nascondere le grandi mancanze, tant'è che fece della protagonista della storia, vera carne da "macello" La metamorfosi della prima pecora iniziò gradualmente quando seppe che era in arrivo un'agnellino..

Quell'evento responsabilizzò molto la giovane mamma pecora, tanto che cominciò ad aprire gli occhi sui "disturbi " che il babbo pecora manifestava sempre più dopo essere diventato padre.

La situazione andava peggiorando giorno per giorno, fino a quando la "puerpera" si decise (daccordo con un'altra pecora istruita) ad abbandonare la pecora malata per tentare di salvare il salvabile.

Cominciò piano piano a cercare prima di tutto quali erano stati i motivi che avevano ridotto così la pecora padre, da lì iniziò a leggere libri , voleva risposte, la sofferenza era troppa,  ma non le avevano detto che un giorno avrebbe riavuto tutto quello che le era mancato con gli interessi? Perchè doveva rinunciare a quel sogno? Non ce la faceva a crescere l'agnellino senza le sue illusioni, le sue "certezze"... aveva vere e proprie crisi d’identità, tutto sotto i suoi piedi barcollava, era come un terremoto catastrofico...

Iniziò a leggere con avidità, aveva bisogno di capire, cercava la "VERITA'", adesso per il bene suo e dell'agnellino, doveva aprire gli occhi..

Divorava libri di psicologia, psichiatria, di saggistica, ne acquistò centinaia, ma non le bastava mai... dopo anni di ricerche, approdò in una prateria bellissima, luminosa, che mai avrebbe immaginato di poter percepire con i suoi numerosi limiti...

"LA PRATERIA SPIRITUALE"

Iniziò a brucare l'erba in  quel sentiero, cominciò a capire che tutto quello che aveva "appreso" fino a quel momento era da valutare in maniera diversa, doveva leggerlo con un'altra chiave di lettura, anzi si doveva "resettare"...

Piano piano riuscì a provare  "COMPASSIONE" per la povera pecora padre e per tutti gli ovini, partì allora alla ricerca del suo vero sè....

Dadrim ha risposto:  Cara Antonella,
grazie per la tua bella lettera e complimenti per il tuo blog "Il vero sè"!

Che la pace e l'amore trovino per sempre rifugio
nei vostri cuori (te e tua figlia),
e che da lì si possano diffondere
ad ogni persona che incontrerete!


Dadrim

 
Ciò che è fuori è solo un riflesso di quel che è dentro PDF Stampa E-mail
Sulla spiritualità
Mercoledì 24 Dicembre 2008 16:47
AlbaniaQualcuno ha scritto: Ogni volta che rientro nel mio paese d'origine mi sento fortemente sedotto, pervaso da una sensazione profonda di rispetto e d’appartenenza. È come se qualcosa, in profondità, legato alla mia infanzia vissuta in quei luoghi, si risvegliasse, tornasse a pulsare, rinascesse. Lo stato meditativo mi accade più naturalmente, percependo semplicemente gli odori, l'atmosfera che permea quella realtà.
Il cercare lì non mi serve, basta che rimanga spogliato da tutto... e mi ritrovo.
L'Albania è il paese delle aquile, è una terra ben diversa dall'Italia, di civiltà non ce n’è molta, ed è questa la bellezza: più selvaggità, più imprevedibilità. Tutto in questo paese è precario, la gente ha ancora negli occhi qualcosa di viscerale, che se centrato sulla consapevolezza, vi puoi scorgere il mondo senza bisogno di migrare altrove.
Ma è strano, quando mi trovavo lì, tempo fa, feci di tutto per andare in cerca della mia posizione nella società migrando, adesso, invece, tornando, sento emergere di nuovo gli occhi denudati dal resto. È un misto che mi turba, piacere e attenzione estrema. La gente è abbastanza intransigente lì,...legata ai bisogni primordiali, ma ciò mi rende più vivo.
Infine, la gioia è di casa, vado a rincontrare un caro amico, lasciato lì tempo addietro: la mia Essenza!
A presto...
 
Dadrim ha risposto: V’è molta bellezza e profondità in questa tua lettera. Si sente che nasce dal cuore e che non ha nulla a che fare con il pensiero. In risposta, vorrei solo sottolineare alcune cose che possono aiutarci a comprendere meglio come si muove il nostro pensiero.
 
Sono certo che ora, tornando al tuo paese, tu percepisca una visceralità e una naturalezza che paesi più industrializzati e “capitalizzati” come l’Italia non possono più offrire (questo però non vale per tutta la penisola), ma questa percezione la puoi avere proprio e unicamente perché hai fatto esperienza della diversità, della scintilla che si genera quando viviamo il contrasto fra due dimensioni differenti.
Chi è sempre vissuto in una sola dimensione non può comprendere le bellezze che quella dimensione nasconde, come un pesce non può capire l’importanza dell’acqua sino a quando non cade in una rete e viene gettato sotto il sole cocente.
Conosco il giorno solo perché v’è la notte, conosco la gioia solo perché v’è il dolore, conosco la vita solo perché v’è la morte. La realtà in cui è immersa e interagisce la nostra coscienza è un fenomeno d’alternanza perpetua di contrari.    
In questa realtà, la nostra mente è come un pendolo che oscilla continuamente da un opposto all’altro, e questo spesso può risultare piacevole per un certo periodo, ma alla lunga porta unicamente al logorio dei sensi e allo smarrimento di sè, poiché diveniamo incapaci d’elaborare una sintesi fra le molteplici forme  che si intrecciano e compenetrano questa nostra complessa esistenza.
 
Quel che tu riporti, in essenza, è l’apparente opposizione che sussiste fra conscio e inconscio, fra introverso ed estroverso, fra antico e nuovo, fra istintuale e razionale, ma questa distinzione è sempre frutto di una percezione soggettiva che si muove lungo quell’infinita scala di tonalità che compone l’arcobaleno delle nostre percezioni.
Per un italiano, infatti, vivere per un periodo in una qualche metropoli americana, creerebbe in lui lo stesso effetto che tu hai vissuto esperendo il contrasto fra Italia e Albania. Questo vale anche per un abitante di un piccolo borgo della Sardegna che si trasferisce a Verona e che poi torna al suo paesino. Tutto dipende dalle condizioni in cui ci siamo abituati a vivere.
Una persona vissuta per degli anni al buio, fissando la fiamma di una candela percepirà una luce intensa, per chi ha posto il proprio sguardo nel cuore del sole, un vasto fuoco non è nulla di speciale.
Resta comunque il fatto che l’effettivo rapporto di paragone fra le nostre differenti forme di società si gioca sempre all’interno di uno schema di maggiore o minore complessità. Questo non significa che una cultura più complessa sia anche una cultura più realizzata a livello spirituale, anzi!!
 
I paesi più industrializzati e tecnologicizzati portano sicuramente una maggiore consapevolezza delle dinamiche fenomeniche che compongono il mondo materiale, questo, però spesso, a discapito di una consapevolezza della dimensione naturale ed essenziale della vita.
 
I paesi più arretrati a livello economico e industriale trattengono invece un maggiore legame con i ritmi della natura e con gli elementi più istintuali e semplici della psiche umana. Questa dimensione ha sicuramente un suo fascino per chi viene da realtà complesse, burocraticizzata e cerebrotiche. Pensiamo al fatto che le malattie mentali sono quasi esclusivamente un fenomeno connaturato ai paesi più “sviluppati”, questo per il semplice motivo che lo “sviluppo” che noi oggi sosteniamo è basato principalmente su una strutturazione e complessificazione dei processi cognitivi tale da non poter essere metabolizzata e governata da un gran numero di persone. Consiglio sempre, infatti, a tutti coloro che vivono forti tensioni psichiche ed emotive, un viaggio in paesi ancora legati a ritmi di vita più vicini alla natura e alla dimensione primaria dei bisogni umani.
 
Espongo queste brevi osservazioni unicamente per far riflettere sul fatto che, sicuramente l’esperienza del contrasto fra complessità e semplicità, bisogni primari e bisogni secondari (se non superficiali), può aiutare la ricerca della verità e dell’equilibrio interiore, ma unicamente se non ci limitiamo a saltare continuamente da una dimensione all’altra.
 
Spesso, purtroppo, quando siamo stanchi della complessità ci tuffiamo in un ambiente esterno semplice e primario, poi ci stanchiamo anche di questo, tornando al bisogno di complessità e superficialità.
Se ci muoviamo in questo modo non approdiamo mai a nulla, per il semplice motivo che il cambiamento che otteniamo è unicamente raggiunto attraverso una modificazione delle condizioni esterne, ambientali. Il vero cambiamento avviene unicamente quando scopriamo “l’Albania che vive dentro di noi”, riuscendo ad armonizzare questa scoperta con la complessità che la modernità ci offre. È solo nella sintesi e nell’equilibro fra interno ed esterno, fra semplice e complesso, fra razionale e istintuale, che possiamo giungere a uno stato di autonomia, sanità e imperturbabilità d’animo.
 
Trovare lo stato atavico e naturale del nostro essere è un processo di scoperta consapevole. Immergersi in un ambiente che rievoca quello stato può divenire unicamente una fuga dalla fatica che comporta la ricerca di un reale e duraturo equilibrio interiore.
I paesi e le culture più legate ai ritmi della terra e alle dinamiche ancestrali sono permeate  da un profumo di mistero e di quiete, ma non possiamo nasconderci la violenza e la bestialità che racchiudono in sè. Questo accade perché la loro innocenza è simile all’innocenza del bambino: meravigliosa, ma inconsapevole. L’innocenza del saggio, invece, non nasce da uno stato di inconsapevolezza del bene e del male, ma da uno stato di trascendenza di tutti quei bisogni che determinano l’agire gruppale, di branco, bestiale e legato a logiche di sopravvivenza.
 
Pertanto credo che non sarà la cultura “contadina” o un ritorno ai ritmi primevi dell’esistenza umana, a determinare una svolta nell’evoluzione della nostra coscienza,  ne tanto meno un incremento della complessità e della “tecnicità” del nostro pensiero. Dal mio punto di vista, solo uno sforzo consapevole e totale, volto a penetra e svelare quella dimensione di libertà e amore incondizionato che connatura la nostra vera essenza individuale, potrà determinare un definitivo e radicale mutamento.
 
Dadrim          
 
Come migliorarsi e vivere la vita con pienezza PDF Stampa E-mail
Crisi interiori
Mercoledì 17 Dicembre 2008 19:13
GattoGiuliana ha scritto: Ciao sono Giuliana ed ho letto qualcosa di te, per la prima volta, tramite Riflessioni.it. Proprio in questo periodo mi sto facendo molte domande, sulla vita, su me stessa e trovo interessante il tuo pensiero. Le domande che ti sei posto sembrano l'eco di quelle che mi faccio. Vorrei vivere la vita con pienezza. Non certo rifiutando le responsabilità, ma cercando di fare di più per me e gli altri.
Come fare per migliorarsi?
Grazie per l'attenzione che potrai dedicarmi.
Saluti
Giuliana    
 
Dadrim ha risposto: Cara Giuliana,
Vivere la vita con pienezza, nella mia visione delle cose, non centra nulla con l’idea di migliorarsi o di fare di più. Il “pieno” della vita è un qualcosa che possiamo scoprire, ma non raggiungere attraverso una modificazione volontaria di noi stessi, per il semplice motivo che la dimensione della verità e della serenità è già in noi. E ciò che è già non può essere raggiunto attraverso la modificazione di un qualcosa che non è ancora ciò che dovrebbe essere. Ciò che non è come dovrebbe essere rimarrà sempre incompleto e deludente. Ciò che è quel che è deve solo essere lasciato affiorare. Non dobbiamo migliorare nulla, ne fare di più! Migliorarsi significa non accettare quello che si è ora, desiderare qualcosa di diverso, ma cos’è qual qualcosa di diverso che vorresti diventare? Perché non sei soddisfatta di quel che sei ora? Ciò che ti circonda può sempre essere modificato entro certi limiti, ma ciò che si nasconde in te, la tua vera essenza, è già ciò che dovrebbe essere. Il problema è che tu non sei mai entrata in te stessa per scoprire cosa si nasconde nei vasti cieli del tuo mondo interiore. Il problema è che per una vita intera ti hanno insegnato che devi migliorarti, che così come sei non vai bene, che devi sempre cercare di essere di più, di fare di più, di lavorare di più, di capire di più… Io dico che così come sei, sei perfetta e che nulla in te deve migliorarsi o divenire qualcosa. Ogni nostra idea di divenire nasce sempre da vecchie idee che abbiamo su noi stessi e sul mondo. Le vecchie idee nascono sempre e solo da esperienze passata che ci hanno lasciato l’amaro in bocca o che ci hanno dato una qualche forma di soddisfazione. La nostra mente, poi, il più delle volte, inizia ad usare il passato come base di appoggio per dirigere il futuro. Tutto ciò che nel passato ci ha dato una qualche forma di appagamento, cerchiamo di riviverlo nel domani, mentre tutto ciò che ci ha delusi, cerchiamo di evitarlo. Questo tipo di comportamento nei confronti della vita è condizionato, sempre uguale e destinato a deluderci e a lasciarci sterili e spenti nel cuore.
 
Cara Giuliana, la vedi l’evidenza della ripetitività e della limitatezza di questo modo di agire?
Noi non potremo mai ripetere l’esperienze passate, per il semplice motivo che l’esistenza non è mai uguale, non si ripete mai, ci continua a offrire dimensioni diverse e imprevedibili. È  sempre e solo la nostra mente a trattenere gli eventi passati e a proiettarli sul presente o sul futuro. Questo atteggiamento impedisce alla nostra coscienza di vedere “la luce sempre” nuova che risplende perpetua sul nostro presente!!! È come se anni fa tu avessi visto il sole, e da quel momento non avessi più riaperto gli occhi, ma fossi andata in giro per il mondo rievocando nella memoria l’immagine della luce e delle forme presenti quel giorno.
 
Così vive la maggior parte della gente: continuano a camminare ad occhi chiusi, ricordando una luce vista molti anni prima, quando erano bambini e ancora sapevano guardare, dimentichi del fatto che il fresco sole primaverile nascosto nelle loro anime, non ha mai smesso di diffondere il suo calore e la sua magnificenza!
 
Migliorarsi significa cercare di prendere il nostro bagaglio passato per provare a smussarlo un po’ qua e un po’ là, ma questo è solo un misero tentativo di rianimare un qualcosa di morto, finito, sepolto, e un cadavere, per quanto tu lo possa truccare e rivestire per bene, resterà sempre un cadavere!
 
Tu non puoi migliorare la tua vita o fare di più per qualcuno. L’unica cosa che possiamo fare è iniziare a vivere veramente, perchè quando scopriamo quella dimensione di verità e serenità che giace nascosta nei nostri cuori, allora e solo allora, tutto inizia a sembrarci un’esplosione di abbondanza e meraviglia. Allora non chiederai più come “fare di più”, ma sentirai di “Essere” così appagata e colma di gioia da dover sempre e comunque condividere questa tua condizione con chi ti circonda, ma tutto ciò non sarà un fare, ma un semplice e naturale modo di esprimersi del tuo cuore. Noi dobbiamo ritornare ad "Essere" e smettere di voler divenire qualcosa o qualcuno. Dobbiamo scoprire la dimensione del vivere sereni e paghi, e non cercare il “come fare di più” per noi o per gli altri.
 
Infatti, l’unico modo attraverso cui possiamo aiutare gli altri è grazie alla realizzazione di noi stessi. Quando iniziamo a vivere in pace, questa nostra pace interiore traspare da ogni nostro gesto e da ogni nostra parola. A questo punto, il semplice starci accanto diviene per tutti un invito alla riscoperta di se stessi.
Ho sempre cercato di evitare tutti coloro che erano disposti a darmi una mano per migliorarmi, forse perché ho sempre sentito che gran parte del mio vivere male nasceva proprio dal condizionamento al divenire “meglio” che avevo subito!
 
Noi abbiamo già tutto quel che ci serve per essere individui pienamente felici e realizzati, è solo una questione di consapevolezza, di riflessione, di osservazione attenta e passiva del reale stato delle cose, dentro e fuori di noi.
Cara Giuliana, tu sei perfetta così come sei, perché tutto è sempre e solo un problema di occhi chiusi o aperti! Non puoi dire a una donna che cammina ad occhi chiusi di migliorarsi, ma puoi dirle: “Hei!!! Svegliati!!! Apri gli occhi e guarda che spettacolo!!!”.
Pertanto, entra dentro di te, fai silenzio e ascolta la poesia della vita che ti attraversa: è cosa sempre nuova e travolgente!
 
Un abbraccio,
Dadrim
 
L'uomo: un essere divinamente sessuato PDF Stampa E-mail
Sul sesso
Domenica 14 Dicembre 2008 21:55
LeonardoQualcuno ha scritto: Succede a volte di consumare il vino pur sapendo che probabilmente è pieno di conservanti e coloranti, le caramelle e cose del genere quali in comune hanno la non genuinità. Allo stesso modo succede spesso, tramite immagini pornografiche, che mi masturbi, scaricando così la tensione che il vecchio ego accumula. Noto che durante tutto ciò sento il piacere effimero che ricavo pur rimanendo conscio durante il processo… senza smarrirmi nel processo.
È questa una via reale verso la salute, mi domando? Qual'è il tuo punto di vista?
In attesa,
un immenso abbraccio.
 
Dadrim ha risposto: come ogni cosa, è sempre una questione di equilibrio e consapevolezza.
La sessualità è parte di questa esistenza, come la pioggia, le stelle, il cielo e i nostri sorrisi, e non è nulla da condannare o reprimere, ma nemmeno qualcosa da osannare o in cui indulgere. V’è da dire, infatti, che quando piove per giorni il nostro umore non è mai dei migliori, allo stesso modo, quando il sesso inizia a occupare spazi sempre più ampi della nostra vita, il nostro equilibro interiore si deteriora.
 
Ora, la soluzione del problema non sta nel cercare di bloccare gli impulsi sessuali, ma nel cercare di capire perché questi prendano il dominio di aree del nostro mondo interiore, che dovrebbero essere sotto il controllo di ben altre forze.
Il sesso, quando vive in armonia con i sentimenti e i pensieri, trova la sua giusta collocazione e realizzazione.
L’atto sessuale ha un immenso potere liberatorio, trasformativo e rigenerante solo quando è sorretto da uno stato d'armonia delle tre dimensioni che compongono l’essere umano: il corpo, la mente e la coscienza. Quando invece il desiderio sessuale diviene una sorta di droga utile all’assopimento delle tensioni e delle sofferenze che provengono da una delle tre dimensioni che ci costituiscono, l’atto erotico muta in un gretto mezzo di fuga e di dimenticanza di sé.
Fuggire da sé aumenta poi progressivamente la paura di ritornare a sé, e più la paura aumenta, più è facile cadere in un circolo vizioso nel quale la sessualità diviene il fulcro di ogni nostra attività.    
 
Quando viviamo una condizione di equilibro interiore, l’impulso amoroso nasce unicamente se qualcosa di esterno colpisce il nostro centro sessuale. Sino a quando la presenza attivante persiste, il nostro organismo risponde naturalmente e liberamente, ma quando la presenza cessa di essere sotto il nostro spazio di percezione, la nostra coscienza ritorna al suo stato di quiete originale.
 
Un individuo equilibrato e sereno agisce pertanto come uno specchio. Sino a quando qualcosa si riflette sulla sua superficie, lo specchio la riflette, quando però l’oggetto svanisce, anche l’immagine riflessa scompare. Allo stesso modo, quando vediamo una persona che ci attrae, la nostra coscienza riflette questa eccitazione e noi vi reagiamo di conseguenza attivando tutti i consueti giochi d’amore, ma quando la persona non è più con noi, il gioco si interrompe.
 
Questo sarebbe un vivere pienamente e liberamente i nostri rapporti d’amore, ma le cose per molti non vanno in questa direzione.
La nostra mente, con i suoi numerosi pensieri, è sempre colma di sollecitazioni sessuali. La nostra coscienza smette così di riflettere la realtà, divenendo una sorta di lastra fotografica dove tutto si imprime e non svanisce più.
 
Questo accade per diversi motivi.
Uno risiede sicuramente nella patetica e ipocrita cultura in cui siamo immersi. La nostra società ci impone sin da piccoli la repressione sessuale, ma contemporaneamente ci bombarda di sollecitazioni visive erotiche e pornografiche, ecco allora che l’energia sessuale non fluisce più nei suoi naturali canali e con il suo giusto equilibrio, ma si sposta totalmente nella sfera del pensiero e dell’immaginazione.
È per questo che la pornografia dilaga e l’amore vero e autentico sta progressivamente sparendo.
Le persone non fanno più del sano e naturale sesso, non si amano più a livello totale, coinvolgendo le tre dimensioni predominanti del nostro organismo, perché vivono unicamente in un mondo di immagini patinate, pixel e cartelloni pubblicitari.
 
Caro G., non noti anche tu come questi quattro manovratori delle coscienze umane abbiano tessuto bene la loro ragnatela? Da un lato v’è una morale sociale e religiosa repressiva, giudicante e colpevolizzante, dall’altro lato v’è un mondo fatto di pubblicità, marketing e business che sussiste proprio grazie allo sfruttamento della nostra mente ipocrita e repressa.
Chi perderebbe il proprio tempo e i propri soldi in locali per lo strip, siti porno o altro se le nostre relazioni fossero fatte di amicizie profonde, amorevolezza, voglia di sperimentarsi con sensibilità e dolcezza in ogni dimensione che l’essere umano manifesta in sè?        
Chi baratterebbe un amore vero, in carne e ossa, per qualche misero secondo di piacere di fronte a un giornale o nella solitudine del proprio bagno.
 
Un secondo motivo per cui la nostra energia sessuale non scorre più come e dove dovrebbe, è la totale dimenticanza, in cui siamo caduti, del nostro essere.
La maggior parte delle persone nemmeno immagina la possibilità dell’esistenza di una dimensione più profonda e reale di quella in cui vive. Per noi tutto quel che esiste, cresce e muore unicamente di fronte ai nostri occhi, quindi, macchine, case di lusso, ristoranti, potere economico e politico sono divenuti gli unici parametri su cui basare il valore e il senso delle nostre esistenze. Ma questi parametri ci impongono una continua lotta e una continua tensione emotiva e mentale che progressivamente non sappiamo più sciogliere e risolvere, ecco allora che lo sfogo sessuale diviene l’unico mezzo capace di farci cadere per qualche istante in uno stato di abbandono e di rilassamento.
È per questo che sempre più vecchietti cercano pozioni magiche per poter far funzionare oltre il suo tempo massimo un apparato che la natura aveva tarato su altri ritmi, significati e bisogni.
 
Se l’uomo vivesse liberamente e naturalmente la propria sessualità, privo di folli sensi di colpa, vergogne, giudizi e impulsi alla repressione, tutto seguirebbe l’armonioso e saggio corso che l’esistenza ha disegnato in millenni di evoluzione.
 
Caro G. spostati più verso la dimensione del corpo, del sentire, del concreto vedere e toccare. Coinvolgi tutte le dimensioni che la vita ci ha donato, fondi insieme e porta ad unità la tua mente, la tua anima e il tuo corpo, perché solo da questa alchimia possiamo sperimentare e attraversare quell’amore umano che è, peraltro, l’unica porta capace di condurci alla sconfinata dimensione dell’essere.
 
Osserva, attento e passivo i giochi della tua mente, ma non bloccarti e reprimerti mai quando senti che l’energia che scorre in te nasce da un movimento armonico di tutta la tua anima.
Se siamo totali, tutto quel che facciamo è sano e liberatorio, se siamo parziali e remissivi, tutto si tramuta in un atto suicida contro natura.    
Effimero è unicamente il desiderio sessuale che nasce dal continuo stuzzicarsi del pensiero, effimero è il continuo giudizio e la continua condanna che la mente impone a se stessa, per poi dover sempre infrangere e trasgredire i sui stessi dettami, e ancora tornare a pentirsi e punirsi e infrangere e condannarsi e indulgere....
Com'è banale il nostro pensiero morale, che falsa la nostra pretesa d’avere un corpo che deve stare sotto il giogo di una pulce pensante.
Ascolta, medita, osserva in modo attento e passivo, salta, ridi, divora le paure, consuma e scarica le tensioni dell’ego, siano a quando potrai sentire chiaramente come fra una preghiera e un abbraccio di corpi nudi e sudati scorra sempre e unicamente lo stesso divino splendore.
L'uomo è un essere divinamente sessuato!
 
 
Proseguendo il nostro cammino verso casa…
Un abbraccio
Dadrim
 
In attesa del tuo primo concerto PDF Stampa E-mail
Crisi interiori
Sabato 13 Dicembre 2008 21:35
strumentoPaola ha scritto: Ciao Dadrim,
sono entrata nel tuo blog per caso ed anch'io come tanti altri sono rimasta colpita dalle tue parole che danno una marcia in più per vivere.
Ti scrivo perchè da moltissimi anni vivo un'esistenza grama e avvolta da difficoltà economiche ed esistenziali. Ti chiedo come può accadere che una persona a cui la vita aveva dato tutto improvvisamente le viene negato e tolto quello che aveva? E' quello che è accaduto a me...sposata con un imprenditore, due figli, una famiglia invidiata da tutti e in particolare dalle famiglie di provenienza. E poi la catastrofe...l'indigenza più totale e per di più la totale assenza di tutte le persone care che facevano finta di ignorare quanto accaduto. Mi sono rimboccata le maniche ed ho ricominciato tutto daccapo:lavori i più disparati( e i miei figli con me), non riuscire con quello che guadagnavo a fare la spesa, la separazione da mio marito e tante altre cose. Insomma il disastro più totale mentre gli altri stavano a guardare...i miei genitori, i miei fratelli, gli amici. La situazione, oggi, è ancora la stessa, mi sento sfiduciata, fallita, inutile e arrabbiata con chi non ha voluto capire...la mia famiglia d'origine. I miei genitori sono morti da poco ed ora devo combattere con i miei due fratelli per avere quello che mi spetta di diritto e che loro, in maniera amorale, non vogliono darmi. Ho una causa per la divisione dei beni dalla quale, spero tanto che la ragione abbia il sopravvento sulla disonestà e possa vivere per quello che mi resta, in maniera tranquilla. Mi sento molto sola e stanca, cerco di leggere di tenermi aggiornata(sono laureata in Pedagogia e Lettere moderne)per dare ancora un senso alla mia vita. Mi chiedo quale senso se non sono riuscita, non solo a trovare un lavoro, ma neanche a dare delle risposte ai miei figli. La fede mi ha sostenuta in tutti questi anni, ma ora comincio a dubitarne. Spero che tu mi possa dare la speranza per andare avanti perchè, a volte, ho la voglia di chiudere con il mondo intero.
Grazie
 
Dadrim ha risposto:  Cara Paola,
del difficile momento che stai attraversando puoi farne solo due cose: trasformarlo nella chiave di volta che darà forza e stabilità all’arco della tua intera esistenza o lasciare che divenga unicamente una pietra pesante sotto cui farti schiacciare.
A te la scelta, perché una scelta v’è sempre!!
Confido nella presenza in te di un sincero e totale desiderio di rinascita, pertanto  proviamo a fare alcuni passi assieme verso l’alba che ci attende, consapevoli fin d’ora che potrebbero anche essere difficili e dolorosi. Ma se il nostro unico intento è la verità e la libertà, anche il dolore più grande ci apparirà unicamente come un amaro farmaco indispensabile per la guarigione.
 
Come disse Platone nel Fedro (274 A-B): “Per chi intraprende cose belle è bello anche soffrire”.
 
 
Mi chiedi: “come può accadere che una persona a cui la vita aveva dato tutto improvvisamente le viene negato e tolto quello che aveva?”
La risposta è semplice quanto difficile da accettare per chi, come te, ha riposto l’intero valore e significato della propria esistenza entro i confini di un “tutto” che poi s’è rivelato un niente.
 
La vita non dà e non toglie mai nulla, siamo sempre e solo noi uomini ad aggiungere cose al valore intrinseco che hanno le nostre esistenze, ma quando aggiungiamo qualcosa, spesso, scordiamo che quel qualcosa ci può esser tolto in qualsiasi momento, e così, oltre ad aver aggiunto qualcosa, abbiamo anche messo le basi per una sicura futura sofferenza.
 
La vera vita, per l’anima, è come l’aria per i nostri polmoni: una cosa sempre presente, invisibile, silenziosa e terribilmente essenziale.
Questa vera vita è fatta di silenzio, amore, semplicità e contentezza. Contentezza nel senso di non volere mai più di quel che si ha, perché si è sempre paghi di quel che si è e si fa giorno dopo giorno!!
La vera vita è fatta di “Essere”, come prima cosa, e di “Fare” come seconda, ma mai d’avere. L’avere viene e va, ma non è cosa di cui preoccuparsi troppo.
È come per il corpo. L’essenziale per il nostro organismo è l’acqua, che metaforicamente rappresenta l’Essere e il Fare, poi, se vogliamo, a volte, possiamo anche bere del vino, che raffigura l’avere, ma se iniziamo a vivere per il vino mettendo in secondo piano l’acqua, credo che qualche problemino verrà fuori di sicuro.
 
Usiamo un’altra metafora.
 
Prova a immagina che l’olfatto di una persona entri in contatto con un dolce e suadente profumo. Che meraviglia, che atmosfera misteriosa e travolgente si crea tutt’intorno a lui quando si sente avvolto da questo aroma capace di toccargli le corde più profonde della fantasia e dei sensi!!
 
Ora immagina che questa persona si cosparga il corpo, ogni giorno e ogni notte, per anni, di questo profumo intenso e inebriante, sino a quando, un giorno, la boccia che contiene l’essenza, per qualche sfortunato evento, cade a terra e si rompe. Come reagirà questa povera persona, abituata a vivere ogni singolo istante della sua vita immersa in quel profumo? Inizierà a pensare: “Mio dio!, è la fine, mi manca l’aria, non ho più nulla da inalare, non ho più nulla che entri ed esca dai miei polmoni,  è finita!!”
 
Questo potrebbe pensare, e così pensando potrebbe sentirsi davvero morire, potrebbe soffrire terribilmente, anche se noi sappiamo bene che le cose non stanno andando davvero così!
 
L’aria è sempre tutt’intorno a lui, l’aria non gli è mai stata sottratta, ma la sua mente, il suo corpo, i suoi sensi si sono assuefatti ad una particolare condizione, una condizione impermanente per sua stessa natura.
 
Questo è solo un esempio per cercare di farti capire come spesso cadiamo negli inganni del nostro pensiero e dei nostri sensi.
 
Paola, cos’era quel “tutto” che credevi la vita ti avesse donato?
Un ricco uomo, del denaro, una posizione sociale, una grande casa.
Erano queste le cose di cui era composto quel “tutto” di cui parli?
Questo “tutto” è fatto solo di aromi, odori sensuali e seducenti, ma non vi vedo alcuna traccia della brezza portata dal primo raggio del mattino! Se guardo in questo tuo “tutto”, non vedo minimamente la presenza delle impetuose e travolgenti correnti d’aria che sferzano fra le onde del tuo oceano interiore.
In questo tutto, Tu Paola, hai dimenticato completamente quell’unica cosa che non ti potrà mai abbandonare e tradire: il tuo stesso essere, quell’essere che è fatto di libertà, serenità, forza inesauribile, fiducia e amore. Il tuo essere è la pura aria che respira la tua anima, e quest’aria non potrà mai esserti sottratta o negata. L’unica cosa che può accadere è proprio quel che ti è successo: ti sei persa fra i miraggi di quel deserto che in realtà è la vita in cui crediamo.
 
Noi tutti abbiamo iniziato a trasformare le nostre esistenze in un deserto.
Abbiamo sradicato gli alberi della vera amicizia, abbiamo prosciugato i fiumi dell’amore incondizionato, abbiamo sterminato gli elefanti della solidarietà per venderne le zanne d’avorio, abbiamo ucciso i leoni che danzavano nel nostro cuore perché ci spaventavano troppo i ruggiti delle nostre vere e potenti emozioni, abbiamo ucciso e imbalsamato le giocose e ridenti scimmiette che saltavano fra gli alberi della nostra fantasia perché l’ilarità e il giubilo che trasmettevano ci sembravano cose troppo infantili.
 Ed ora, vagabondando in questo desolante deserto, veniamo colti da allucinazioni, siamo vittima dei nostri stessi desideri.
 
Ma non temere nulla Paola!, perché basterà un’abbondante pioggia per far rifiorire quel meraviglioso giardino che si nasconde in te!
Smetti di rimpiangere quel che avevi e lascia che inizi ad affiorare quel che sei sempre stata, ma che non hai mai saputo o potuto vedere!
La luce del nostro essere può manifestarsi solo quando iniziamo a gettare tutte quelle inutili cose che ne impediscono la diffusione. Tu non le hai gettate, ma ti sono state sottratte. Bene, fa lo stesso, cerca soltanto di comprendere che da questo male, se saprai guardare in una nuova direzione, potrà derivarti un grande bene. Ora sei libera da molti strati di menzogna e superficialità.
Se il tuo matrimonio è finito, vorrà dire che qualcosa non andava più.
Se eri circondata da persone che, invece d’esser felici per la tua vita “realizzata”, erano invidiose di questa tua condizione, bene, ora che non hai più nulla ti sei anche liberata dei falsi sorrisi, delle frasi di rito e della falsa vicinanza.
 
Tu mi chiedi di darti la speranza di poter andare avanti, ma io non ho alcuna intenzione di darti altre vane speranze, l’unica cosa che vorrei è riuscire ad indirizzarti verso quel luogo, che esiste in ogni individuo, dal qual potrai osservare ogni cosa da una giusta prospettiva, dove ogni cosa riprende il suo giusto valore.
 
Le speranze non ci servono a nulla: è la verità che ci trasforma!! Non voglio che tu viva sperando di riuscire ad uscire da questa situazione, io vorrei che tu vedessi e sentissi con tutta te stessa la realtà e la verità della forza, del coraggio e della fiducia che vivono in te. Quando entrerai in contatto con questa tua dimensione interiore, allora, non chiederai più alcuna speranza, alcuna consolazione, ma passerai immediatamente all’azione, ad un fare nuovo e creativo, quell’unico fare ed essere che può mutare definitivamente la tua vita.
 
 
Ma come puoi ora,  che ti senti “sfiduciata, fallita, inutile e arrabbiata con chi non ha voluto capirti”, saltare fuori dalle sabbie mobili in cui ti trovi per iniziare a danzare e cantare libera e serena?
La prima cosa che puoi fare è smettere di rimescolare il calderone del tuo passato. Perché ti senti fallita? Perché avevi una certa idea di come la tua vita sarebbe dovuta andare. Abbandona ogni idea e segui le anse e le profondità che il fiume della tua esistenza sta disegnando per te. Se noi non abbiamo nessuna idea sul come dovrebbero essere le cose, ma semplicemente riversiamo tutte le nostre energie, con fiducia e coraggio, nel momento presente, in un domani molto vicino rimarremo esterrefatti dai doni e dalle sorprese che la vita ci porterà.
Lotta con tutta te stessa, smuovi mari e monti per trovare un lavoro adatto alla tua personalità e alla tua creatività, e capace di darti quel minimo benessere che serve per tirare il fiato. Vedrai che se non pretendi e pianifichi nulla, ma semplicemente ti getti a capofitto nell’istante, la tua intelligenza ed energia ti aprirà delle porte e delle strade che nemmeno saresti riuscita ad immaginare dopo giorni e giorni di pianificazioni ed elucubrazioni. Non sarà il tuo pensiero calcolatorio a farti uscire dallo stagno in cui sei finita, ma la luce penetrante e veggente della tua coscienza.
 
Mi chiedo poi come tu possa pensare d’essere inutile?
 
Inutile può divenirlo unicamente un oggetto. Sono solo gli oggetti che nascono per uno scopo a divenire inutili una volta assolto il loro compito, ma tu non sei un oggetto e non sei nata per uno scopo che possa esaurirsi nel tempo.
Tu sei nata per scoprire l’amore e la forza che vivono in te e per poi riversarli incondizionatamente a chi ti sta vicina. Tutto ciò vive oltre il tempo e pertanto non può finire.
Pensa ai tuoi figli: come puoi deluderli?
Loro da te non pretendono l’assolvimento di nessuna funzione se non il dono della libertà di pensiero, dell’amore e della serenità dell’animo, non certo dell’opulenza economica.
Ma se dovessero già esser grandi ed essere stati educati entro le logiche del denaro e del divenire, invertite la vostra rotta fin che siete in tempo e dona loro la ricchezza di comprensione che questo tuo duro periodo ti sta dando.
Spiega loro come non sia il denaro e il plauso della gente a poter dare la forza e la serenità d’animo, ma come solo un cuore e una mente limpidi e liberi da ogni giudizio e bisogno superfluo possano attraversare la tempesta senza patire il minimo tormento.
Hai ancora un intero universo da scoprire e sperimentare che si espande di fronte ai tuoi occhi.
Getta i tuoi pesi dietro le spalle e corri leggera verso le misteriose avventure che il domani ti riserba.
Abbandona ogni idea rispetto a come dovrà o sarebbe dovuta essere la tua vita, perché così tenteresti unicamente di plasmare e confinare l’immensità dell’esistenza entro le mura del tuo desiderio e del tuo risentimento,  e questo è il male più grande che io conosca.
Vivi come se tu fossi una fiamma che brucia correndo lungo una corda tesa verso l’infinito: il passato viene ridotto in cenere e il futuro è sempre e solo un fuoco che divampa!
 
Sei laureata in Pedagogia e Lettere moderne, bene, metti in gioco le tue competenze e ridipingi il capolavoro della tua esistenza.
Se inizi a vivere per quello che sei e a fare quello per cui sei portata, i risultati verranno e il denaro sarà sempre sufficiente per i tuoi bisogni. Non lo dico per consolarti, lo dico unicamente perché questa è stata la mia stessa esperienza.
Come ultima cosa vorrei dirti che tu non potrai mai chiudere con il mondo intero perché il mondo sei sempre e solo tu, e tu non puoi chiudere con te stessa per il semplice fatto che tu sari sempre!
L’unica cosa che ti rimane da fare è trasformare la tua vita, accordare le note del tuo strumento e comporre la tua melodia!
 
Rimango al tuo fianco
in attesa d’essere invitato al tuo primo concerto!!               
 
Dadrim
 
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