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Violenza famigliare e sulle donne: “Picchiata solo qualche volta!” PDF Stampa E-mail
Sull'amore e le relazioni
Martedì 31 Marzo 2009 21:28

maniLucia ha scritto: Caro Dadrim, sto attraversando un momento molto difficile e non so proprio cosa fare. Sono assieme a un uomo, che amo molto, da quasi un anno, e da pochi mesi siamo andati a vivere nella stessa casa. Da quando abbiamo iniziato a vivere assieme, però, lui è molto cambiato. È diventato più chiuso, prepotente, arrogante e, in alcune occasioni, dopo un banale litigio, mi ha anche picchiata. Questo è successo solo qualche volta e senza l’intenzione di farmi veramente male, ma nonostante ciò non so più cosa pensare. Forse non mi ama veramente o forse c’è un modo per far cambiare il nostro rapporto… Già in un precedente rapporto ho attraversato una fase molto simile, ora inizio a chiedermi se sia io ad avere qualche problema. Scrivo a te nella speranza di non sentirmi dire ancora d'essere una stupida e di non essere giudicata nuovamente, inoltre ho visto che sei sempre riuscito a dare una risposta illuminate anche alle situazioni più difficili. Per favore aiutami a far andare diversamente le cose.

Un caloroso saluto, Lucia.

Dadrim ha risposto: Cara Lucia hai ragione, per quel che posso, cerco sempre di non giudicare, ma di portare semplicemente le persone a guardare la nuda verità delle loro vite, perchè so che quando la nostra consapevolezza riesce a penetrare pienamente nel cuore del presente, non più offuscata dal passato e dai nostri meccanismi di difesa, ecco che nascono da sé un pensare e un agire veramente risolutivi e nuovi! Altra cosa, però, riguarda la possibilità di aiutare qualcuno. Nessuno può aiutare chi non vuole essere aiutato. Spesso la fine di un problema significa anche il dover mettere fine a un nostro sogno e desiderio, ma non tutti sono disposti a lasciare la propria casa in fiamme per salvarsi la vita. Tu lo sei? Premesso ciò, quel che ti posso dire è che troppe volte i nostri cosiddetti rapporti d’amore non sono altro che prigioni e luoghi di tortura che inconsapevolmente scegliamo, spesso, per il semplice motivo che siamo cresciuti vivendo unicamente un certo tipo di relazioni. Non serve essere degli illuminati, ma basta conoscere un po’ i modi e le forme attraverso cui si sviluppa la nostra mente, per dire che, con un’altissima probabilità, hai trascorso un’infanzia accanto ad un padre padrone e violento o con una madre mortificante, giudicante e una figura paterna assente. Spesso, partendo da queste premesse, si sviluppa in noi un senso di inferiorità, di dipendenza da certi dolorosi e opprimenti modi d’entrare in relazione con l’altro e di ricevere attenzioni dall’altro.

Le cose potrebbero essere andate così o anche no, ma questo, nel presente che stai vivendo, non ha poi molta importanza. Ciò che conta veramente è che tu riesca a vedere i pensieri e le emozioni che vivono dentro di te e che ti portano ad accettare un tale livello di relazione. Vivi con una persona che, poco tempo dopo aver iniziato a condividere con te lo stesso tetto, è mutata caratterialmente, iniziando ad essere arrogante, prepotente e violenta, non solo verbalmente, ma anche fisicamente. Dopo aver osservato e subito questo anomalo mutamento, quel che tu fai è chiederti se costui ti ama veramente e giustificare i suoi violenti agiti affermando che non aveva reali intenzioni di farti male e che comunque sono accaduti solo qualche volta.

Cara Lucia, ti prego di provare per qualche istante ad ascoltare le parole che mi hai scritto come se le stesse pronunciando una tua carissima amica, prova ad osservare tutta questa vicenda con disinteresse, come se non stesse accadendo a te. Perché ti chiedi se lui ti ama o meno? Perché giustifichi le sue azioni? Perché non poni la tua attenzione su te stessa, su quel che provi tu per lui e su quel che senti in questo preciso istante, dopo aver visto e subito gli effetti di questo comportamento? Da quel che dici si capisce come tu sia unicamente centrata sulla sua figura e totalmente dimentica di te stessa. Da questo atteggiamento, però, non ricaverai mai libertà e serenità, poiché, dimenticando noi stessi nell’altro, l’unica cosa che otteniamo è l’oblio della nostra coscienza attraverso la consegna della nostra vita nelle mani di qualcuno. Ora è probabile che tu abbia consegnato la tua esistenza a un qualcuno che è capace di portare unicamente tempesta e rovina fra gli spazi della tua vita, ma anche se tu ti fossi consegnata a mani accudenti e buone, cosa ne ricaveresti? Capisci cosa intendo? Ora ti trovi con un uomo distruttivo, e ciò è un male che puoi riconoscere subito, se vuoi, ma se anche ti trovassi con un uomo protettivo, la tua forza e la tua libertà rimarrebbero comunque negate. In più, quando ciò che ci nega la nostra possibilità di divenire quello per cui siamo nati, è un qualcosa di comodo e rassicurante, la prigione in cui ci siamo andati a nascondere, per paura di volare alti e soli nel cielo, è ben più difficile da abbandonare. Vi sono pertanto relazioni distruttive e relazioni protettive. Noi solitamente ci muoviamo fra questi due poli. Esiste, poi, anche un terzo tipo di relazioni, cioè quelle creative, che dal mio punto di vista, sono le uniche che meritano d'essere consapevolmente cercate e approfondite. Ma per cercare e approfondire consapevolemente questo tipo di relazioni, dobbiamo prima aver cercato e approfondito consapevolmente la dimensione creativa che vive in noi! Il tuo problema principale non è quest’uomo, ma chi sei tu, cosa vuoi da te stessa e cosa ritieni sia l'amore. Ciò che ora chiami amore, per me, non è amore, ma dipendenza, perché il vero amore non nasce mai dall’oblio di sé, ma sempre e solo dalla comprensione e dallo scioglimento dei limiti e delle ferite del nostro ego. L’amore nasce da uno stato di autoconoscenza e autotrascendenza. L’amore sgorga del nostro essere, e da lì si diffonde indistintamente su ogni cosa e persona quando noi riusciamo a trovare il coraggio per camminare soli e liberi entro gli sconfinati spazi del nostro mondo interiore. Il vero amore è sempre e solo un atto di potenza, coraggio e libertà, mai un’espressione di bisogno, dipendenza e paura. Il vero amore non centra nulla con il sesso, l’infatuazione, il condividere con qualcuno un progetto di vita, dei figli o altre cose del genere. Se in noi c’è amore tutte queste cose sono un in più che arricchisce le nostre vite, se in noi c’è paura e dipendenza, lentamente, tutte queste cose si tramuteranno in pesi sempre maggiori e più opprimenti, che ci porteranno a fondo nel mare della disperazione.

Questa tua relazione, come molte altre, deve essere cominciata con la consueta recita che le persone sole e bisognose mettono in piedi per ingannarsi a vicenda. Se fossimo realmente consapevoli di quanto tristi e soli siamo e andassimo in giro a dire le cose per come stanno, e cioè, “mi sento solo, perso e impaurito, qualcuno è disposto a vivere con me per riempire ogni giorno questo vuoto?”, credo che la maggior parte delle persone fuggirebbero a gambe levate. Ma noi, inconsapevoli e bisognosi come siamo, cadiamo continuamente nel tranello della recita dell’amore. Tutti recitano la parte dei forti, sicuri di sé, affascinanti e intriganti, pensando di essere fra quei pochi che, in realtà, dentro di sé si sentono completamente privi di vita. Quando attorno a noi vediamo un modo che sembra fatto di persone forti, non ci sfiora nemmeno minimamente l’idea di dichiarare a noi stessi il vuoto che sentiamo vivere nel nostro cuore, ecco che allora ci costringiamo a recitare la parte di chi ha qualcosa da offrire, sperando che una volta entrati in relazione con l’altro, questo sappia rispondere ai nostri bisogni di appagamento. Così l’inganno è compiuto, e da qui inizia una lotta di rivendicazioni e delusioni reciproche.

La nostra intera cultura si fonda sull’inganno dei sogni che nascono da quel castello di vuote immagini che ogni giorno collaboriamo tutti a costruire. Pensiamo a tutti i nostri tanto amati film d’amore, libri, romanzi e poesie: per la maggior parte una serie interminabile di vuote parole! Due persone sole e impaurite non fanno un individuo aperto alla vita e coraggioso, ma generano unicamente una solitudine e una paura ancor maggiori.

Cara Lucia, ti prego di guardare dentro te stessa e di avere il coraggio di vedere da quale vuoto e oblio di te stessa nasce questa storia. Non avere paura della tua solitudine, non avere paura di entrare in confidenza con te stessa, anche se potrà accadere che per molto tempo tu non veda null’altro che deserti e rovine, perchè so per certo che alla fine di questo viaggio si apre una radura battuta da una luce rigenerante, si entra in uno stato di coscienza ineffabile, dal quale non si trova più motivo di alcun bisogno, supplica o recriminazione.

Cara Lucia, tu dici: “… dopo un banale litigio, mi ha anche picchiata. Questo è successo solo qualche volta e senza l’intenzione di farmi veramente male, ma nonostante ciò non so più cosa pensare”. Ascolta, senti e osserva queste tue parole, guarda da dove nascono, come vengono e perché, non pensarle, ma ascoltale, cerca di sentire con il cuore, ripetitele e lasciale riecheggiare nella tua coscienza. Vedrai che se così farai, ad un certo punto non riuscirai nemmeno più a ripeterle, proverai una profonda amarezza per quel che stai permettendo che accada, e da ciò nascerà una nuova azione, un diverso modo di vederti, pensarti, amarti e accudirti. Non cercare più qualcuno che si occupi di te all’infuori della tua stessa intelligenza e sensibilità. Quando saprai amarti e accudirti, riuscirai ad accompagnarti sempre e solo a chi ricambia questo tuo stato interiore. La vita è come uno specchio, quel che siamo e abbiamo lo ritroviamo riflesso nel mondo e nelle persone.

Dopo un banale litigio ti ha anche picchiata, ma è successo solo qualche volta. Cosa significa tutto ciò? Quante volte deve accadere una cosa perché la si possa definire dannosa e pericolosa. Se ti dicessi che attraversando la strada ad occhi chiusi sono finito solo qualche volta sotto una macchina, tu cosa mi risponderesti? Quante volte ancora devo finire sotto una macchina per iniziare ad attraversare la strada ad occhi aperti? E se ti dicessi che ogni volta che sono stato investito non mi sono fatto tanto male e che l’autista non aveva intenzione di ferirmi. Quanto male mi dovrei fare per capire che finire sotto un’auto è un fatto potenzialmente mortale? Dovrei attendere la morte? Capisci cosa intendo? Se rimani entro i confini di questo pensiero giustificativo, tutto, lentamente, sarà permesso e razionalizzato. Inoltre, ciò che peggiora lentamente non permette alla nostra consapevolezza di subire quegli shock spesso drammatici, ma utilissimi a spezzare dei meccanismi viziosi. Una rana gettata in una pentola bollente con un colpo di zampe salta fuori dall’acqua, ma se viene messa in una pentola tiepida riscaldata lentamente, il suo organismo si abituerà piano alla temperatura sino a morire lessata.

L’ultima cosa che ti voglio dire, ma questa prendila come un ordine e non come un suggerimento, è: rivolgiti immediatamente al consultorio famigliare della tua città. In alcuni momenti della nostra vita ci serve una mano esperta, lucida e vicina, capace di indirizzare i nostri passi quando le nostre gambe sono troppo deboli per reggersi da sole.

Fammi sapere come vanno le cose!

Sempre a te vicino,

un grande abbraccio,

Dadirm

 
Sulla Chiesa Cattolica: ciò che non si rigenera muore PDF Stampa E-mail
Dio e religioni
Sabato 28 Marzo 2009 19:32

chiesa_cattolicaSara ha scritto: Caro Dadrim, in alcuni tuoi scritti sei stato molto critico nei confronti delle istituzioni religiose, in particolar modo verso la chiesa cattolica. Nella tua breve biografia dici, però, d’esserti affidato alla guida di un frate francescano per diversi anni. Non ti sembra di essere contraddittorio?

Un saluto, Sara

Dadrim ha risposto: Cara Sara, non credo d’essere io quello in contraddizione, ma ritengo proprio che lo siano le istituzioni religiose. Io sono un singolo individuo che pensa quel che vede e dice quel che pensa, contrariamente a quel che fanno e a come si manifestano le chiese. Le chiese sono composte da migliaia di individui, e migliaia di individui non possono avere un'unica visione della spiritualità, altrimenti sarebbero degli automi. Questo è il motivo principale per cui, nelle mia vita, ho potuto trovare tantissimi uomini appartenenti alla chiesa cattolica dotati, dal mio personalissimo punto di vista, di una profonda dimensione spirituale, come ho potuto trovare alcuni uomini appartenenti alla stessa chiesa, dotati di un basso profilo morale e spirituale. Dalla tua domanda mi sembra di capire che commetti l’errore di vedere le istituzioni religiose entro una prospettiva monolitica. Una grande chiesa è fatta da milioni di individui, e ogni individuo ha una sua peculiare visione del divino. Sono solo i mass media e i vertici delle istituzioni che ci fanno apparire le cose in bianco o in nero, ma la realtà è sempre un arcobaleno infinito.

Critico, poi, in particolar modo la chiesa cattolica perché è quella che conosco meglio, quella che ha influenzato maggiormente la mia vita, e anche perché, a modo mio, è l’istituzione religiosa a cui sono più “affezionato”. Si critica sempre ciò a cui si è in qualche modo legati e mai qualcosa che risulta irrilevante.

La chiesa cattolica è un’istituzione religiosa che si manifesta in una forma di potere piramidale, con al vertice il Papa e alla base i fedeli. Come in tutte le strutture di potere piramidale, fra il vertice e la base, esistono notevoli differenze; ritengo quindi un errore ritenere le istituzioni piramidali dei blocchi unitari di coscienza. Come in un gregge esiste un pastore, le pecore più disciplinate, un gran numero di pecore che si accodano per semplice abitudine e pecore che fuggono dal gruppo, così sono anche le umane istituzioni, chiesa cattolica compresa. Ogni istituzione, qualora dovesse effettivamente divenire un’entità monolitica, è unicamente destinata a morire di vecchiaia. Il nostro corpo rimane in salute solo sino a quando è in grado di rigenerarsi, quando questo processo termina, subentra la vecchiaia e la morte. Ugualmente accade per la nostra coscienza. La coscienza umana, vista nella sua globalità, è un fenomeno in perpetuo divenire, ma questo divenire accade attraverso momenti di sedimentazione, che, progressivamente sperimentati e assorbiti, vengono poi superati. Se un’istituzione non riesce ad autotrascendersi in continuazione, ma, per paura del nuovo e del cambiamento, si trincera in concezioni assolute, muore!

Un saluto,

Dadrim

 
Uccidere per mangiare: alimentazione, vegetarianesimo e spiritualità PDF Stampa E-mail
Meditazione e pratica
Mercoledì 25 Marzo 2009 10:43

Uccidere per mangiare: alimentazione, vegetarianesimo e spiritualitàLuca ha chiesto: Caro Dadrim, volevo sapere cosa ne pensi del vegetarianesimo. In questo periodo mi capita spesso di pensare all'ingiustizia del fatto che per nutrirsi bisogni arrecare sofferenza a un essere vivente. E' un pensiero che spesso non mi da pace e che mi ricollega a tutte le ingiustizie di questo mondo commesse da noi uomini. Poi guardo la natura, e mi rendo conto che sono un’infinità le specie che si uccidono a vicenda per nutrirsi. E mi chiedo come é possibile che Dio abbia creato un mondo così sbagliato, mettendo le sue creature in condizione di divorarsi a vicenda per sopravvivere. Certo potrei diventare vegetariano o addirittura frugivoro, ma a volte questa scelta mi da l'impressione di una fuga da un aspetto, quello aggressivo, che è insito nella vita su questa terra. Da ciò nasce una grande frustrazione dovuta allo scontro del desiderare un mondo dove le creature possano amarsi tutte e rispettarsi con la necessità di dovermi integrare in un mondo di cui non capisco la logica.

Un saluto amichevole

Luca

Dadrim ha risposto: Caro Luca, hai ragione, il semplice adottare una dieta vegetariana o frugivora non può essere la reale risposta al tuo problema. Il tuo problema riguarda, non solo la stupidità umana, ma anche l’apparente follia che governa la natura. Molte persone scelgono di non mangiare più carne anche se non hanno compreso tutte le implicazioni che dovrebbero portare a una scelta di questo genere. Lo fanno principalmente in risposta alla violenza che vedono insita nell’atto di mangiare esseri viventi, ma questa prima risposta non è sufficiente a comprendere l’armonia sottile che governa questo nostro universo. Ecco allora che le persone rischiano di divenire ossessionate dal bisogno di non ferire o nuocere ad altri esseri viventi, poiché il semplice atto di divenire vegetariani non può esaurire la questione sulla violenza che sembra dominare le leggi della natura, compreso, ovviante, l’uomo. Un atto veramente risolutivo non può venire da una superficiale reazione pratica, ma deve nascere da una profonda comprensione dell’esistenza. Tale comprensione non porta mai ad azioni fanatiche, dannose per l’organismo e per la psiche. Ovviamente, in questa mia risposta, non prenderò nemmeno in considerazione quei cretini che scelgono una dieta vegetariana perché va di moda.

Se cerchiamo una risposta definitiva e completa dobbiamo come sempre andare a guardare nel cuore stesso della vita per comprendere le sue leggi e i suoi fenomeni. L’unico modo che abbiamo per fare ciò è scendere sempre più in meditazione, in quella che io chiamo “un’osservazione attenta e passiva” di tutto quel che accade in noi e fuori da noi. Se pratichiamo costantemente e tenacemente questo atteggiamento mentale, piano, piano, i nostri pregiudizi si dissolvono, e il reale “stato di fatto delle cose” ci si palesa. Se guardi l’esistenza con occhi limpidi, scoprirai che molte cose che noi oggi riteniamo ingiuste non lo sono affatto, mentre molte cose che riteniamo corrette non lo sono poi tanto. Tutto ciò, però, lo devi scoprire tu stesso, entrando sempre più in profondità nella tua consapevolezza. Medita, osserva, lascia scorrere i tuoi pensieri, non preoccuparti di nulla, non affannarti per cose che non puoi cambiare, non cercare di risolvere nulla, rimani semplicemente in uno stato di osservazione continua, e lentamente scoprirai che sempre più cose ti diverranno chiare e armoniose, che sempre più azioni ti diverranno impossibili, mentre molte altre, prima impensabili, ti risulteranno semplici e fattibili.

Come risultato dalle mia osservazioni ti posso dire che vi sono alcuni aspetti ricorrenti nel condizionamento che la nostra cultura opera sul nostro pensiero. Uno dei condizionamenti più forti e dannosi è l’idea di Dio come entità antropomorfa che ha creato un modo affinché gli uomini potessero vivere appieno la loro personalissima idea di bene. L’idea imperante di dio rispecchia unicamente i nostri personali concetti di verità, bene, giustizia e libertà, ma quanti di noi hanno mai visto o parlato con questo dio? Nella bibbia è scritto che dio fece l’uomo a sua immagine e somiglianza. Ma chi ha scritto ciò? Un uomo ovviamente. Non sembra quindi cosa più ragionevole pensare che l’uomo abbia creato dio a sua immagine e somiglianza? Le chiese sostengono che sia stato dio ad aver ispirato l’uomo e ad averlo guidato nella scrittura di quei testi definiti sacri. Ma dove stanno le prove di questa affermazione? Se seguiamo questa logica, perché non dovremmo credere ad ogni persona che sostiene di aver ricevuto un messaggio da qualche entità superiore? Abbiamo mille religioni, tutte in contraddizione fra loro, e tutte che sostengono l’unicità della loro verità. A me sembra un pensiero un tantino contraddittorio. Affermassero almeno che tutte hanno ragione, ma che ognuna ha una sua peculiare prospettiva!

Quando iniziamo a pensare che un dio ha creato il mondo affinché l’uomo possa vivere in pace e sereno, ecco che iniziamo a creare mille domande senza soluzione, e questo accade perché la prima affermazione è infondata. Su quali basi possiamo sostenere che un dio ha creato il mondo? E su quali basi ci immaginiamo questo dio? Quando accettiamo un assunto senza averlo attentamente valutato e verificato, abbiamo solo due strade: o iniziamo a credere a tutto quel che ci viene detto, o, se usiamo un pochino la nostra ragione, finiamo in un mare di guai, vedendo le mille incongruenze. Pensa al cristianesimo, se in un programma televisivo venisse concesso ad un logico razionalista di dialogare con un sacerdote, il povero religioso avrebbe sicuramente un bel da fare per non cadere nel ridicolo. Ma non c’è da preoccuparsi, un tale dibattito non verrà mai mandato in onda.

Proviamo, allora, per gioco ad ipotizzare noi la scambio fra i due:

Sacerdote: Dio è sommo bene e infinito amore.

Logico: e il male da dove viene?

Sacerdote: dal demonio.

Logico: e il demonio da dove viene?

Sacerdote: era un angelo, chiamato Lucifero, nome che deriva dal latino, composto di lux (luce) e ferre (portare). Era l’angelo più vicino a dio, per questo era detto portatore di luce, ma questa vicinanza all’altissimo lo spinse a voler superare il suo stesso signore e padre. Come, infatti, scrive Isaia (14,14): "Similis ero Altissimo"(Sarò simile all'Altissimo). Questo iniziò a volere Lucifero, e per questo, dopo aver perso una tremenda battaglia contro gli angeli del Signore, venne scaraventato giù dai cieli e confinato negli inferi. Da quel giorno il suo nome venne cancellato, con l’imposizione che nessuno lo pronunci mai più, e per tutti egli diventò Satana, che in lingua ebraica significa “l’avversario”.

Logico: bella storia, ma se dio è solo bene, come è possibile che abbia creato un angelo poi capace di muovergli battagli per sete di grandezza e potere. Come è possibile che da un’entità che è solo bene nasca un essere capace delle più basse nefandezze umane?

Sacerdote: è il libero arbitrio figliolo. Dio ci ha fatti, come ogni sua creatura, liberi di scegliere.

Logico: caro prete, voi a questo punto del discorso tirate fuori sempre la storia del libero arbitrio, ma non le pare che non spieghi minimante come sia possibile tirar fuori da qualcosa che è solo bene del male? Quando al mattino mi alzo sereno ho il libero arbitrio di farmi il tè o il caffé, ma non mi metto a picchiare i miei figli, capisce cosa intendo? Cosa centra il libero arbitrio con la nascita del male? Angeli e uomini potevano avere il libero arbitrio senza dover arbitrare fra il bene e il male. Se noi possiamo arbitrare sul male, qualcuno ci avrà posto al cospetto del male, se come dite voi, noi non siamo i creatori di noi stessi…

Caro Luca, questo discorso potrebbe andare avanti all’infinito, ma non credo che per il Sacerdote le cose possano migliorare. Quando, come primo assunto, sosteniamo una balla, tutto quel che verrà dopo dovrà inevitabilmente essere una balla maggiore, elaborata per reggere la prima. Ma una balla più una balla non fa mai una verità, ma sempre e solo una bugia ancor più grande. Non sto rinnegando i testi sacri antichi, ma sto solo cercando di far capire come, dal mio punto di vista, quando dei racconti metaforici vengono presi alla lettera, tutto finisce inevitabilmente nell’assurdo e nel mistificatorio. Se ad un ceco racconti che il sole è una palla luminosa che sta sospesa nel cielo, e questo ti prende alla lettera, il giorno che prenderà un aereo, chiederà al pilota di stare attento a non andare contro il sole.

Tutto questo discorso è utile a comprendere quanto le nostre menti siano zuppe di credenze, di mezze verità, di metafore trasformate in verità assolute. Secoli di interpretazioni letterarie dei messaggi contenuti nei libri sacri ci hanno portato alle soglie dell’estinzione della vera religiosità. Il materialismo e il nichilismo che dominano questo mondo sono il prodotto di una religiosità che non è più capace di indicare in modo efficace e diretto la dimensione del divino.

Torniamo ad osservare la vita per quella che è, non ci serve null’altro. La vita parla di se stessa meglio di chiunque altro. La mia esperienza mi dice che nella natura non v’è nulla di malvagio. L’animale uccide per nutrirsi, ma in quella violenza non v’è malvagità, e nella morte che vi scaturisce non v’è rimpianto o recriminazione. Il regno animale vive ancora in uno stato di incoscienza di sé, pertanto non dobbiamo applicare i nostri concetti e le nostre emozioni indiscriminatamente. Questo non significa assolutamente giustificare l’uccisione da parte dell’uomo di animali. Questa valutazione riguarda unicamente le leggi che governano il mondo animale. L’uomo, invece, proprio perché parzialmente consapevole di sé, dovrebbe anche essere in grado di percepire il dolore e la sofferenza che provengono dall’uccisione di animali. L’animale, morendo non recrimina, i parenti non fanno cause, ma questo non vuole certo dire che egli non soffra. Ecco allora che da un essere più consapevole, come dovrebbe essere l’uomo, che oltretutto può benissimo cibarsi di forme viventi che percepiscono una bassissima soglia di dolore, come tutte le specie appartenenti al mondo vegetale, ci si aspetta che almeno per empatia non commetta immotivati e tremendi stermini di forme più evolute di esseri viventi. Ma le cose non vanno così, probabilmente perché l’essere umano ha un’eccessiva stima di sé e una molto bassa capacità di comprensione e immedesimazione in ciò che è minimamente diverso da lui.

Se l’uomo iniziasse a conoscersi un po’ di più, comprenderebbe, in oltre, che l’assunzione di cibi costituiti dalle membra vivisezionate di cadaveri è nociva sia a livello fisico che psichico. Non mi dilungo in questo, ma ricordo unicamente che anche recenti studi di medicina hanno dimostrato l’elevata tossicità contenuta nei cadaveri di animali uccisi in maniera violenta o torturati a lungo prima di essere soppressi (la maggior parte degli animali è uccisa violentemente e torturata prima di morire. Basta informarsi un po’ su come si ottengono le carni bianche). I componenti tossici presenti nella carne, oltre alla stessa composizione chimica-organica della carne di esseri viventi, sono poi nocivi anche a livello mentale. Tutto ciò ci fa comprendere le ragioni per cui la quasi totalità dei mistici non mangia carni, se non per motivi di sopravvivenza. Colui che inizia a meditare, dopo poco tempo sente quanto l’assunzione di carni sia controproducente al mantenimento di una consapevolezza vigile. Esistono infatti specifiche diete che andrebbero seguite per chi intraprende un percorso spirituale, ma v’è anche da dire che lo stesso procedere della meditazione porta a comprendere autonomamente cosa è indicato e cosa è nocivo come alimentazione. L’apogeo della ricerca spirituale giunge quando il ricercatore vive l’esperienza del riconoscimento della natura unitaria è sensibile di questo intero universo, è pertanto ancor più comprensibile quanto sia impossibile cibarsi di carni animali per una persona che vive in questo stato; per noi sarebbe come uccidere e mangiare dei parenti.

L’ultima cosa che vorrei dirti è che nella mia visione delle cose non v’è un dio buono seduto su un trono che sta a guardare questo folle e violento mondo. Questo mondo è generato e sostenuto, attraverso ogni sua singola cellula, ogni suo filo d’erba, ogni suo granello di sabbia, ogni sua creatura vegetale, animale, umana, visibile e a noi invisibile, da una presenza impersonale, sensibile, in continua espansione, evoluzione, autocreazione. Questa presenza è per noi incomprensibile, indefinibile, inimmaginabile. Noi uomini, che in questa presenza siamo totalmente immersi e che d’essa siamo inconsapevoli artisti, abbiamo un’unica immensa opportunità per cui valga la pena attraversare le prove di questo assurdo viaggio che è la vita, e cioè fare esperienza di questa presenza onnipresente. Questa esperienza, però, non può essere fatta attraverso le forme del pensiero, come la mente comprende una formula matematica, ma, usando una similitudine, come l’unione che avviene fra due amanti quando raggiungono l’orgasmo.

Ecco allora che, se le cose stanno così, quando una animale uccide un altro animale, è sempre e solo dio che mangia se stesso per rigenerarsi sempre e ancora in una nuova e più complessa forma, sino a raggiungere uno stato di consapevolezza così evoluto da poter vivere fuori dalle logiche di manifestazione dall’energia più “greve”.

Se l’animale uccide per mangiare è cosa conforme alle leggi di evoluzione. Se l’uomo uccide per mangiare, spinto da bisogni di sopravvivenza, e cosa altrettanto conforme alle leggi d’evoluzione della coscienza. Se l’uomo uccide per puro piacere o svago, è cosa conforme alle leggi di decadimento e putrefazione della consapevolezza. Se l’uomo stermina ogni giorno milioni di animali per puro piacere sensuale e per questioni di business e mercato, è cosa conforme alle leggi di estinzione della consapevolezza.

Chi da sempre è abituato a mangiare carne non può smettere dall’oggi al domani, ma se segue un naturale e corretto percorso di crescita spirituale, progressivamente abbandonerà l’alimentazione carnivora, senza fanatismi o scompensi organici. Alcune persone potranno anche non abbandonare mai completamente l’assunzione di carni, perché sentono come questo potrebbe essere dannoso per il loro equilibrio psico-fisico. Tutto ciò è cosa sana e ragionevole, nulla di minimamente paragonabile all’ingordigia e all’egoismo che oggi muovono ogni nostra azione, a partire dai nostri rapporti personali, sino ad arrivare all’alimentazione. Ciò dimostra unicamente quanto la nostra consapevolezza sia ancora immersa nel sonno. Ma non v’è nulla per cui disperarsi, prima o poi arriverà l’alba per tutti, intanto, però, iniziamo da noi stessi…

Caro Luca, tutto ciò è solo e unicamente una mia personalissima e opinabilissima visione delle cose. Quel che ti consiglio più di ogni altra cosa è di meditare e d’entrare sempre più in sintonia con questa misteriosa e sconfinata esistenza, perché nessuna risposta può appagarci realmente se non quella che nasce dalle viscere del nostro stesso essere.

Un abbraccio,

Dadrim

 
Festa delle Bandiere 20 marzo 2009 PDF Stampa E-mail
Video di Dadirm
Sabato 21 Marzo 2009 17:08
Festa delle bandiere 20/03/2009

Un pezzo di stoffa colorata,

un pennarello oro o argento,

un pezzo di cordicella.

Un desiderio esposto al vento,

che si consuma,

che si perde,

mentre noi rimaniamo a guardare,

distanti, silenziosi, sereni…

La festa delle bandiere cade nei giorni dell’equinozio di primavera e d’autunno, quando la durata del giorno e della notte è uguale, in equilibrio. La festa delle bandiere è silenzio, condivisione, verifica di noi stessi, del nostro cammino. La festa delle bandiere è luce e colore in luoghi spenti e fatti di cemento. La festa delle bandiere è una celebrazione della vita…

Dadrim

 
Papa e preservativi: una religione immorale PDF Stampa E-mail
Dio e religioni
Mercoledì 18 Marzo 2009 22:47

chiesaAndrea ha chiesto: Caro Dadrim, vorrei tanto sapere cosa ne pensi delle affermazioni del Papa contro l’uso dei preservativi, io le trovo vergognose e mi sento salire una rabbia tremenda...

Dadrim ha risposto: Caro Andrea, io non penso, mi limito a guardare i fatti. Le statistiche dicono che dal 1985 l'HIV/AIDS ha ucciso, nei 25 paesi africani più colpiti, circa 7 milioni di persone. Ora, se questi dati sono veri, cosa si può dire di un’istituzione, potente come la chiesa cattolica italiana, che fa campagna contro il sistema di prevenzione più efficace e immediato della diffusione di questo virus? Cosa vuoi che dica? Servono parole? Non bastano i numeri? I numeri non fanno filosofia, teologia, speculazioni metafisiche e intellettuali. Questi numeri non si commentano perché dietro ad ognuno di loro si nasconde una vita umana finita in un inutile dolore, un dolore che si poteva evitare!

Si potrebbero invece spendere molte parole per commentare quel silenzio assordante che si sente tutt’attorno a quella cultura dell’immagine, del vuoto e della mercificazione del corpo umano che impera nel nostro caro occidente e, più in generale, in quella fettina di mondo che definiamo sviluppato. Donne e ragazzine divenute unicamente oggetti di piacere, sia lungo le nostre strade che dentro i nostri tanto applauditi programmi tv, uomini inebetiti e svuotati d’ogni valore e dignità. Il sesso per l’occidente è un business immenso, nei paesi poveri è semplice istinto di conservazione, l’unica arma per non dover cadere irrimediabilmente in un pensiero di annullamento totale e morte. Fare la predica ai più poveri e ai più deboli e sempre cosa facile e poco rischiosa. Mettere il naso nella vita e negli affari di quei potenti, che magari ti sostengono e ti danno pure da mangiare, non è certo producente per chi ha come principale interesse la propria sopravvivenza e il mantenimento di una certa posizione privilegiata.

Per quanto riguarda la tua rabbia: non farti mai guastare l'animo da ciò che non puoi cambiare in meno di un minuto! Osserva, condividi le tue riflessioni, ma non cadere nel tranello dell'immedesimazione emotiva. Ciò ci rende unicamente confusi, violenti e ottusi quanto colore che vorremmo confutare!

Un abbraccio,

Dadrim

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P.S. ringrazio tanto Athena per la magnifica canzone: "LOCA" Video di concerto "Dove scaricarla"

 
Meditazione e concentrazione: due mondi opposti PDF Stampa E-mail
Meditazione e pratica
Lunedì 16 Marzo 2009 23:08

meditazioneAntonella ha chiesto: Ciao Dadrim, mi ritrovo a formularti un'altra domanda, visto che con te non rischio di essere presa per matta. Premetto che non ho ricordi di mio padre dal momento che è morto quando avevo due mesi, non ho quindi un’idea di lui, visto che ho interiorizzato unicamente un'immagine. Da sempre mi sono posta domande circa la vita, la morte, in particolar modo quando da bambina mi trovavo di fronte al loculo che celava la sua conoscenza. Con questi quesiti, troppo grandi per la mia età d’allora, mi ritrovavo a fissare un punto e concentrarmi fino a perdere il contatto con la realtà, non riuscivo a rientrare e mi spaventavo tantissimo, come se non esistessi più. Nonostante la paura, non ti nego che spesso facevo questo "gioco". Poi con il passare degli anni, con il timore di impazzire, ho iniziato ad allontanare quei pensieri che permettevano quel "viaggio". Da circa un anno ho iniziato a meditare e noto per certi versi che "le strade" si incontrano, mi aiuti a capire? Se c'è qualcosa da capire.

Dadrim ha risposto: Cara Antonella, leggendo queste poche parole che mi hai mandato, non riesco a comprendere se quel che hai vissuto da bambina sia stata un’esperienza meditativa o un semplice meccanismo di difesa verso una sofferenza che stavi attraversando e che non riuscivi a metabolizzare. Ti sei sempre posta domande sulla vita e sulla morte e riconosci come queste domande fossero troppo grandi per quella bambina che eri. Quelle domande che forse nacquero da un prematuro contatto con la realtà della morte non ti hanno mai abbandonata, spingendoti, in età più matura, a sondare gli spazi del tuo mondo interiore. Ora, da circa un anno ti dedichi alla meditazione, ma se per meditazione intendiamo la stessa cosa, sai anche che per me meditazione significa “osservazione attenta e passiva”, apertura totale, sensibilità e ascolto per tutto quel che passa dentro e fuori di noi. Per me “meditazione” non significa concentrarsi su di un pensiero, riuscendo così a escludere tutto quel che ci circonda, ma, al contrario, significa abbandonare ogni nostra ideazione, ogni nostro giudizio, ogni nostra convinzione. Per me meditazione significa rimanere in uno stato di costante osservazione di quel flusso di pensieri e di emozioni che attraversa lo specchio della nostra consapevolezza interiore.

Per descrivere l’esperienza che hai vissuto da bambina usi la parola concentrazione. Ora, per esperienza so che le persone usano spesso impropriamente questo termine. Molte volte infatti utilizziamo la parola concentrazione per descrivere in modo generico un momento di grande intensità e lucidità della nostra consapevolezza, sia quando la nostra attenzione si rivolge a qualcosa di specifico, sia quando la nostra consapevolezza esperisce semplicemente “lo stato di fatto delle cose”. Queste due condizioni sono però diametralmente opposte!

Quando la nostra consapevolezza si rivolge ad un oggetto specifico, che sia un oggetto del mondo fisico (persone, cose, eventi…) o un oggetto del mondo interiore (pensieri o emozioni) poco importa, il fenomeno che avviene è una focalizzazione della consapevolezza, una sua cristallizzazione. Questa è concentrazione! La concentrazione è un’azione escludente, è un’azione che ci permette di conoscere molto di poco. La concentrazione quando si rivolge al mondo della materia da vita alle conoscenze scientifiche, quando invece viene usata come uno statico atteggiamento mentale indistintamente applicato a tutte le diverse dimensioni dell’esistenza, ecco che diveniamo stupidi e cechi spiritualmente. Un fanatico religioso, un razzista o un nazionalista, sono persona che concentrano la loro consapevolezza unicamente su di un pensiero, rendendo così quel pensiero assoluto, escludente, tiranno, incapace di aprirsi all’ascolto dell’altro e del diverso.

Quando la nostra consapevolezza non si concentra su nulla, ma rimane semplicemente in uno stato di rilassamento, d’indistinta e immotivata osservazione di tutto quel che passa di fronte al suo “campo visivo”, quel che accade è meditazione, conoscenza dello stato di fatto delle cose, esperienza del reale, del vero o come lo si voglia chiamare. Meditazione e concentrazione sono entrambi due fenomeni generati dalla consapevolezza, ma la forma che la consapevolezza assume passando attraverso questi due fenomeni è totalmente diversa.

Ora so che tu, Antonella, puoi aver usato la parola concentrazione per definire in realtà uno stato mentale d’osservazione attenta e passiva, ma ho voluto puntualizzare ancora una volta la differenza che sussiste fra una mente che si concentra e una mente che si rilassa, poiché in ciò consiste la differenza fra una persona libera e uno schiavo. Lo schiavo ha una mente sempre focalizzata su frammenti di vita, mentre la persona libera ha una consapevolezza illimitata, proprio perché priva di oggetti vincolanti e delimitanti.

Forse da bambina hai avuto la tua prima esperienza meditativa, ma, troppo piccola e priva di appoggio per poter perseverare su quella strada, ti sei spaventata e hai desistito. Forse da bambina hai semplicemente messo in atto un naturale e comprensibile meccanismo di difesa, di concentrazione e isolamento nei confronti di domande troppo grandi. Ma tutto ciò che importanza ha? Nessuna! Quel che conta è sempre e solo il presente.

Un abbraccio,

Dadrim

 
Un istante prima di dover partire PDF Stampa E-mail
Video di Dadirm
Lunedì 16 Marzo 2009 01:01

Video Dadrim presentazione

La mia mano separa solo ciò che è nato per essere diviso,
perché la mia forza è fragile come la carezza d’un bambino
e il mio canto è lieve come il cadere d’una piuma.
Ci rimane ancora un istante prima di dover partire nuovamente
per dimenticare ogni cosa e poi rievocare tutto ancora.
Per questo ho posato il mio sguardo ove il pensiero si dissolve,
e liberato le mie parole nell’oceano delle nostre coscienze.
Esitare non è cosa possibile per chi vede la brevità del nostro tempo!
Dadrim

 
Schiacciati dal peso del passato PDF Stampa E-mail
Sulla spiritualità
Venerdì 13 Marzo 2009 23:43

Ricordi passatiQualcuno ha chiesto: Caro Dadrim, ti scrivo nella speranza che tu possa darmi un consiglio.
Il passato è nei miei pensieri, o meglio i ricordi mi tornano alla mente, tutti uno dietro l'altro,sono così affollati nella mia mente in alcuni momenti che non riesco a pensare ad altro. Il passato mi perseguita, il presente non è facile, il passato non mi fa vivere bene il presente e allora che cosa devo fare?

Dadrim ha risposto: Cara I., il passato è una cosa morta, non ha alcuna realtà sostanziale! Se ci pensi bene non v’è molta differenza fra il ricordo che abbiamo dei sogni che facciamo nella notte e la memoria che conserviamo del nostro passato.

I sogni, però, appena terminati, vengono immediatamente riconosciuti dalla nostra consapevolezza come fenomeni privi di sostanza, generati unicamente dalla nostra mente, e pertanto innocui. Cosa ben diversa avviene invece per tutte quelle esperienze che abbiamo fatto nel nostro passato. Le nostre esperienze passate sono le fondamenta stesse della nostra personalità, per questo ci è così difficile staccarci dal nostro passato. Per quanto possa essere brutto, il nostro passato è l’unica forma di definizione che abbiamo di noi stessi, e vivere senza sapere chi siamo è cosa ben più dolorosa della maggior parte dei nostri peggiori ricordi. Per noi, abbandonare le nostre memorie equivale a dover saltare da un burrone senza paracadute: ci sembra di dover morire! Ecco allora che in noi sorge un apparente problema irrisolvibile: siamo tormentati da memorie dolorose, che a ben vedere non si comprende per quale motivo la nostra mente non smetta di aggrapparvisi, eppure non riusiamo a levarcele di torno. Ci sentiamo come quando in piena estate, mentre stiamo facendo una bella corsa lungo un fiume, tutti sudati, veniamo circondati da uno di quei fastidiosissimi sciami di moscerini, che ci si appiccicano ovunque addosso, non permettendoci di proseguire sereni per la nostra via.

Ora, cara I., tu vivi in questa condizione, e non ne potrai mai uscire se non deciderai di vivere ogni giorno come se fosse il tuo primo ed ultimo giorno di vita. Ma vivere ogni giorno come se fosse il primo e ultimo richiede un gran coraggio, perché dovrai abbandonare ogni tua convinzione, ogni tua aspettativa, ogni tua idea su come dovrebbero andare le cose, su come dovrebbero essere le persone che ti circondano, su quel che dovresti essere e su quel che dovresti diventare. Capisci quel che intendo? Tutto ciò che credi di essere, che pensi, che ritieni e che vuoi è unicamente frutto di quel passato che non sopporti più, pertanto se vuoi cancellare il tuo “ieri” dovrai cancellare anche l’idea che hai del tuo domani e del tuo adesso. So che tutto ciò è difficile, l’ho ben sperimentato su me stesso. Quanto avrei voluto disfarmi del mio passato senza dover, però, perdere i miei desideri e le mie convinzioni sul presente e sul futuro, ma tutto ciò, lentamente, mi si è mostrato nella sua assurdità quando ho iniziato a scorgere l’indissolvibile legame che unisce passato, presente e futuro. Il nostro passato è il nostro presente, che domani diverrà il nostro futuro. L’unica via di uscita sta nell’incontrare la vita completamente nudi, aperti e vulnerabili, ma ciò fa molta paura. Son certo però che, se veramente siamo nauseati dal nostro quotidiano vivere, riterremo conveniente e salutare affrontare la paura dell’andare incontro al mondo privi di difese alcune.

Cara I., tu dici: “Il passato mi perseguita, il presente non è facile, il passato non mi fa vivere bene il presente, e allora che cosa devo fare?”

Cosa devi fare, mi chiedi. Vivi come se ogni tuo istante fosse l’ultimo, perché è solo in questa condizione che la tua mente non avrà più spazio per rievocare il passato gettandolo come immondizia nel tuo presente e futuro. Tutto ciò può accadere in un secondo o può volerci del tempo, ma so per certo che nell’esatto momento in cui scorgiamo la bellezza che si cela nel vivere morendo ad ogni istante, l’intero dolore di una vita trova immediatamente spalle possenti capaci di reggerlo e contenerlo.

“Per chi intraprende cose belle, é bello anche soffrire, qualsiasi cosa gli tocchi”. (Platone)

Se vuoi parlarmi sai dove trovarmi.

Un abbraccio,

Dadrim

 
Panem et circenses: liberi come criceti PDF Stampa E-mail
Società e condizionamenti
Martedì 10 Marzo 2009 23:44

Panem et circensesDomenica sera ero a casa di amici e, mentre chiacchieravamo seduti a tavola, il televisore continuava ad andare in sottofondo. Ad un certo punto della serata la nostra conversazione è stata interrotta da grida da pollaio provenienti dai partecipanti del programma che stava andando in onda e che hanno almeno avuto il merito di far nascere alcune riflessioni (dopo aver prontamente spendo il televisore)….

I mass media servono ad intrattenerci. Intrattenerci significa non farci guardare, non farci riflettere, trattenere la nostra attenzione all’interno di uno spazio di pensiero ottuso, cioè privo di profondità, di capacità di penetrazione. I mass media sono un potente strumento ipnotico e proiettivo. Viviamo come una mosca chiusa in una bottiglia. Il vetro ci permette di vedere il mondo che ci circonda, ma in maniera confusa e distorta, oltre a non consentirci in alcun modo di sperimentarlo, toccarlo, viverlo, comprenderlo e quindi modificarlo. Il nostro vetro di bottiglia è creato dai mass media attraverso quelle che vengono definite informazioni o notizie e attraverso i vari programmi radiofonici o televisivi d’intrattenimento. Se osserviamo bene la reale natura delle notizie o delle informazioni che ci vengono date vediamo come queste siano unicamente un continuo bombardamento di fatti svuotati da ogni significato e farciti d’inutili dettagli sensazionalistici, cioè diretti a generare sensazioni forti in chi li riceve.

Il sensazionalismo è la trappola usata per catturare l’animale tonto, che una volta imprigionato viene ingozzato sino al vomito con contenuti pubblicitari, i quali, dopo essere stati più e più volta assunti, creano una sorta di dipendenza “organica” che spinge a quegli inutili e idioti consumi che fanno girare quell’altrettanto idiota e folle idea di economia e benessere che domina la nostra tanto evoluta società.

In questo meccanismo trita tutto l’uomo diviene unicamente una specie di criceto inebetito che fa girare senza senso la ruota della produzione e dei consumi. Tutto ciò mi ricorda molto quelle migliaia di schiavi che hanno sofferto e sono morti unicamente per concretizzare il sogno di pochi pazzi megalomani: le piramidi dell’antico Egitto! L’unica differenza, e non è cosa da poco, è che coloro che hanno eretto le piramidi lo hanno fatto a colpi di frusta, sapendo d’essere schiavi e pertanto avendo il desiderio di divenire uomini liberi, mentre oggi gli uomini-criceto, che fanno girare la ruota dei capitali, sono ben contenti di correre, e mentre lo fanno si gridano l’uno con l’altro: noi siamo uomini liberi che lottano per il proprio benessere!!! Quanto mi rattrista questa immagine! Uomini che credono di arrivare chissà dove senza rendersi conto che la ruota su cui corrono gira sempre su se stessa, fissata ad un inamovibile perno che si chiama ignoranza.

Ecco allora che la storia continua a ripetersi, questa volta, però, attraverso forme ben più complesse e pertanto ben più pericolose e ingannevoli.

Auguro a tutti gli uomini-criceto buon “panem et circenses

Dadrim

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“Panem et circenses (letteralmente, Pane e giochi del circo) è una locuzione in lingua latina molto conosciuta e spesso citata. Era usata nella Roma antica.

Contrariamente a quanto generalmente ritenuto, questa frase non è frutto della fantasia popolare ma ha un autore specifico. È stata creata infatti dal poeta latino Giovenale (Satire, 10 81).

Questo poeta fu un grande autore satirico: amava descrivere l'ambiente in cui viveva, in un'epoca nella quale chi governava si assicurava il consenso popolare con elargizioni economiche e con la concessione di svaghi (in questo caso le attività circensi che si svolgevano negli anfiteatri quali il colosseo romano) a coloro che erano governati.

Per estensione, la locuzione è stata successivamente usata, soprattutto in funzione critica, per definire l'azione politica di singoli o gruppi di potere volte ad attrarre e mantenere il consenso popolare mediante l'organizzazione di attività ludiche collettive, o ancor più specificatamente a distogliere l'attenzione dei cittadini dalla vita politica in modo da lasciarla solo alle élite. Con intenzione simile, si è usata l'espressione Feste, farina e forca per definire la vita nella Napoli del periodo borbonico, in cui all'uso di feste pubbliche e di distribuzioni di pane si accompagnava la pratica di numerose impiccagioni pubbliche come dimostrazione della capacità del potere politico di assicurare il mantenimento della legalità.

L'espressione "Panem et Circenses" rappresentava un meccanismo di potere influentissimo sul popolo romano, era la formula del benessere popolare e quindi politico; un vero bozzo/strumento in mano al potere per far cessare i malumori delle masse, che con il tempo ebbero voce proprio nei luoghi dello spettacolo”. (Tratto da Wikipedia, l'enciclopedia libera)

 
Una roccia nel fiume della vita PDF Stampa E-mail
Sulla spiritualità
Lunedì 09 Marzo 2009 11:47

ego nel fiume della vitaUna delle più grandi illusioni che genera la nostra mente è l’idea di continuità. La continuità della nostra identità è un semplice inganno che il pensiero gioca alla nostra coscienza per reggere l’impalcatura della percezione del divenire. Noi abbiamo una serie di idee su noi stessi e una serie di ricordi passati che sorreggono queste idee. Nella nostra infanzia le persone che ci circondavano ripetevano in maniera ossessiva e ottusa le idee che loro avevano nei nostri riguardi. Queste idee potevano essere positive o negative, ma poco importa, sempre idee erano e sono. “Quanto sei intelligente e sensibile piccolo mio”, “quanto sei tremendo e fastidioso”, “questo bambino è svogliato e capriccioso”, “questo è disciplinato e rispettoso”. Insegnanti, genitori, parenti, continuamente vomitano le loro idee sui bambini, e queste idee lentamente si fissano nella memoria dei piccoli andando a formare l’immagine che essi avranno di loro stessi. La nostra identità è un dono di chi ci stava accanto durante gli anni dello sviluppo della mente. Ma ci siamo mai chiesti su quali basi ci si può permettere di giudicare qualcuno, in particolar modo i bambini? Se osserviamo attentamente come si sviluppa la psiche di un essere umano ci accorgiamo che è proprio attraverso il giudizio che la mente si definisce, si cristallizza e istupidisce. Se un bambino non viene esposto a continue definizioni, la sua mente rimane in uno stato di apertura, di non definizione, pertanto rimane libera e capace di comprendere pienamente quel che le accade, sia dentro che fuori di sé. La continuità del nostro pensiero è data unicamente dalla fissazione di alcune idee che continuamente proiettiamo su di una vita che in realtà è in costante mutamento. È così che si uccide la meraviglia e la freschezza dell’esistenza e della nostra coscienza, soffocate da interpretazioni e sovrastrutture di personalità.

Non cambia nulla se i giudizi che da piccoli ci sono stati appiccicati erano positivi o negativi. Ogni giudizio è una limitazione del naturale flusso del nostro essere che genera ottusità di pensiero e sentimento. Una barchetta di carta in un fiume scorre veloce verso il mare, ma quando trova un vortice di corrente viene travolta e affondata. Allo stesso modo, la nostra coscienza corre veloce vero la sorgete della vita se evitiamo di creare vortici di personalità attraverso l’identificazione con i giudizi che il “mondo” ci ha vomitato addosso. All’inizio della nostra vita nessuno era stupido o intelligente, bello o brutto, terribile o disciplinato, attento o distratto; ognuno di noi era semplicemente se stesso, forse con talenti e destini differenti, ma questo non lo si poteva certo determinare allora. La stupidità del mondo che ci circonda, però, non resiste al dover giudicare tutto e tutti, ecco allora che la libera e penetrante consapevolezza del bambino viene lentamente inquadrata all’interno dell’immagine che gli altri hanno di lui e che continuamente gli getteranno addosso. Ma questa immagine è reale?

Io dico che ogni giudizio è menzognero e rovinoso, per il semplice motivo che va a paralizzare la capacità di comprendere dell’essere, che è il fondamento stesso della libertà e della gioia d’ogni essere umano!!

Avete mai osservato quanto soffrono tutti quei ragazzini cresciuti in un ambiente che continuamente gli ripeteva: tu sei il migliore, il più furbo, il più bello, il più questo o quello? Tutta la vita dovranno lottare per confermare continuamente questa idea di loro stessi che gli è stata data, ma considerando che ciò è impossibile, poiché ogni individuo è capace per certe cose ma mai per tutte, continueranno a lottare e soffrire siano al giorno in cui non vorranno fare i conti con le bugie che gli sono state raccontate e pertanto con la falsità della loro personalità. Prima o poi comprenderanno che l’ambiente in cui sono cresciuti non è stato capace di amarli semplicemente per quel che erano, ma che, anzi, ha dovuto proiettare su di loro tutta una serie di bisogni personali frutto di un’esistenza fallita. Chi giudica e condiziona gli altri, infatti, sta semplicemente riversando all’esterno quel che ha oppresso e opprime la sua coscienza.

La nostra identità, personalità, ego o come lo si voglia chiamare, è una volgare mistificazione, è un triste fardello che ci viene scaricato addosso, e che sarà poi nostro compito eliminare per non doverlo tramandare ancora e ancora di generazione in generazione. Torno quindi a dire che la continuità, la staticità e l’ottusità del nostro pensiero è solo un inganno prodotto da quella maledetta personalità che ci è stata fatta ingurgitare inconsapevolmente quando eravamo piccoli, e che continuamente manipola e deforma il reale, partendo da quelle idee fisse che la compongono.

Il bambino nasce privo di un’idea di sé, siamo noi che già infetti dal male dell’identità glielo trasmettiamo senza comprendere l’enorme danno che compiamo. Molti credono che senza una forte personalità, in questa società, si finisca per fare una brutta fine. Solo pochi comprendono invece quanta forza, libertà, genialità, creatività e bellezza nascano da un essere privo di sovrastrutture e che pertanto è in grado di rispondere in maniera sempre nuova e limpida alle situazioni della vita. Un individuo privo di personalità non può mai essere ferito, non può ferire, non può dipendere da nulla e nessuno e non può scendere mai a compromessi poiché non v’è nulla per cui senta che valga la pena di piegarsi all’altrui volere o giudizio.

Quando la nostra coscienza scorre libera, lentamente inizia a straripare dalle rive del tempo e dello spazio, entrando così nella dimensione di quel mondo che si estende oltre le inferiate di quell’angusto spazio in cui noi ora viviamo. È solo grazie al dissolvimento delle rigidità del nostro pensiero che possiamo giungere a quell’esperienza che non è comunicabile ma unicamente esperibile, là dove morte, paura, odio e ignoranza non conoscono più alcuna ragione.

Cerchiamo di comprendere come la vita sia in realtà una continua esplosione atomica dell’essere, dove ogni momento accade completo in sé stesso, privo di collegamenti con il passato. Cosa ricordiamo di tutto ciò che abbiamo vissuto ieri, l’altro ieri, lo scorso anno? Poco, molto poco, quasi nulla. Del nostro passato ricordiamo solo alcuni episodi significativi, che se vengono osservati con attenzione vediamo come la nostra mente tenda a modificarli a seconda del mutare del nostro modo di vedere la vita. Molti anni fa una ragazza mi tradì, ed io per dei mesi la ritenni una poco di buono, poi, come sempre il tempo è passato, ed ora voltandomi indietro e riguardando quel fatto ripenso a quella ragazza come a una bella esperienza dell’adolescenza, quando la profondità dei sentimenti è scarsa quanto è grande il loro ardore e la loro volubilità. Che dolce esperienza mi appare oggi quel dolore! Mi chiedo allora quante volte la nostra lettura degli eventi cambi in base al nostro diverso modo di concepire la vita? Ma allora cos’è questa vita e questa nostra identità, che oggi ci tortura per cose che domani rievocheremo ridendo?

L’identità è una serie di stupide e ingannevoli idee, è una roccia nel mezzo del fiume della vita, e per noi, prima verrà il momento in cui ci getteremo alle spalle questa roccia, prima verrà il giorno in cui scopriremo d’essere vita!

Dadrim

 
Omicidi senza colpevoli: un mondo a misura d’auto PDF Stampa E-mail
Società e condizionamenti
Sabato 07 Marzo 2009 19:18

A poche centinaia di metri da dove lavoro, in soli quattro giorni, sono accaduti due incidenti stradali che hanno visto coinvolte due donne in bicicletta. La prima, investita da un autobus, ha riportato gravi lesioni alle gambe, la seconda, finita sotto le ruote di un autotreno, ha terminato la sua esistenza sull’asfalto di un grigio e sporco viale di periferia. Cosa centra tutto ciò con la spiritualità e il benessere interiore, si starà chiedendo qualcuno? Centra eccome!

Gli inquirenti stanno facendo i loro accertamenti, e questi accertamenti andranno come sempre in due uniche direzioni: stabilire se la colpa è del conducente del mezzo o se la responsabilità è della vittima. Nessuno parlerà mai delle responsabilità che si dovrebbero assumere gli assessori all’urbanistica e i sindaci che si sono susseguiti in questi ultimi decenni in Comune. Non voglio poi rimuovere o negare le altrettante responsabilità che portiamo anche noi cittadini, che non ci siamo certo affaticati per ottenere una rapida modifica della viabilità e vivibilità della nostra città, ma che, anzi, abbiamo sudato e lottato caparbiamente per comprarci un bel Sov o per aumentare il transito di mezzi pesanti, certi che tutto ciò volesse dire più benessere e status quo, se non per tutti almeno per noi stessi! Peccato poi che molti di noi abbiano anche una figlia, un figlio o un parente che non perde quel "brutto e malsano vizio" di andare in giro con una bicicletta!

Vi invito a guardare la foto dell’incidente, che riporta l’esatta posizione in cui si trovavano camion e vittima appena avvenuto l’impatto…

Incidente vicenza

Il camino sembra essere correttamente dentro le linee bianche delimitanti il suo spazio di corsia, poi vediamo un lembo di circa 50 centimetri scarsi d’asfalto prima di incontrare il gradino del marciapiede. Questa foto è l’esatta copia della quasi totalità delle strade che attraversano Vicenza e, come ho potuto verificare in più di una occasione, molte altre città d’Italia. Le vie che si differenziano, lo fanno unicamente per la mancanza del marciapiede! Ora, se siamo mai andati in bici almeno una volta nella nostra vita, sappiamo che quando un grosso mezzo ci passa accanto veniamo investiti da un grande spostamento d’aria, oltre che da una nube di polvere e sassi che si alza dal manto stradale e che proviene dalle ruote del mezzo, per non parlare poi dell’eventualità di trovarsi a pedalare lungo una pavimentazione bagnata. Quale potrà mai essere la causa di molte di quelle assurde morti che avvengono lungo le nostre strade? Domanda veramente idiota! Costringiamo le persone a pedalare in meno di 50 centimetri di spazio, superate a sinistra da camion e macchine, e limitate a destra da un marciapiede che magari è ben più alto della distanza che il pedale di una bici ha rispetto al selciato quando giunge a ore sei del cerchio della corona su cui è fissato. Questa a me sembra una vera e propria trappola mortale, una di quelle tante situazioni che producono omicidi frutto dell’incoscienza e dell’insensibilità collettiva. Ora non posso dire che questa sia stata la causa di questi due specifici incidenti, ma posso, con assoluta certezza, affermare che questa è la causa di molte morti che accadono lungo le nostre vie di città.

Le nostre città non sono pensate per i cittadini ma unicamente per le macchine, e una società che imposta la sua viabilità unicamente pensando al transito di mezzi, merci e bolidi a due o quattro ruote è una società malata. Questo fatto è rilevante per due motivi. Il primo è che un’ennesima vita è stata gettata, triturata, non solo dalle gomme di un camion, ma prima ancora dall’arroganza e dall’ignoranza che muove le scelte di chi ci governa. Il secondo motivo è che ancora una volta vediamo come sia indispensabile che ognuno di noi inizi a promuovere un cambiamento di valori e d’azioni partendo dal suo personale modo di pensare e agire, senza rimanere seduti ad aspettare che qualcuno, da qualche palazzo, prenda decisioni differenti. Se la maggior parte delle persone vedesse quanto del loro nervosismo, della loro rabbia, violenza e del loro malumore nascono dal vivere in città caotiche, sporche, grigie, prive di spazi per incontrarsi, passeggiare o pedalare all’aperto, le nostre scelte sulla viabilità, sull’edilizia e più in generale su tutto quel che riguarda l’ambiente in cui viviamo sarebbero ben differenti, e nessun politico o imprenditore potrebbe opporvisi. Anche se sono riusciti a convincerci del contrario, sono sempre e solo i cittadini che hanno l’ultima parola sulla direzione che deve prendere la politica, ed è sempre la maggioranza che ha potere sulla minoranza, ma deve esistere una maggioranza fatta non solo di numeri ma anche di intenti, altrimenti non saremo mai niente più che un gregge di pecore, infatti, per mille pecore basta solo un pastore!

I nostri quotidiani riportano notizie, in grigi trafiletti che durano un giorno, per informarci. La parola “informarci”, tradotta nel reale significato che oggi le viene attribuito, equivale a dire: catalogare muti eventi per intrattenerci e fare in modo che nulla cambi. Auguro a tutti noi di non dimenticare mai che dietro ad ogni "notizia" vi sono sempre donne e uomini, con tutti i loro sogni, drammi e speranze, altrimenti anche i nostri cuori diverranno grigi trafiletti vissuti per non più di un giorno!

Venerdì 6 Marzo, alle 11.40, Javorka Jovicic muore a soli 54 anni, schiacciata da un autotreno lungo Via Ragazzi del 99 a Vicenza. Originaria della Serbia, lavorava per un’impresa di pulizie bresciana. Nel suo paese natale lascia due figli.

Pocivaj u miru, Javorka!

Dadrim

 
Psicologia, filosofia e counseling PDF Stampa E-mail
Sulla spiritualità
Giovedì 05 Marzo 2009 11:53

EinsteinCecilia ha chiesto: Ciao Dadrim, sono Cecilia, di Napoli, ho quasi 27 anni...e sono anche io un counselor filosofico. Sono interessata alla tua personale visione del counseling filosofico, dato che, come sai, ancora non esiste una vera e propria definizione, riconosciuta.

Un abbraccio
Cecilia

Dadrim ha risposto: Ciao Cecilia, come prima cosa vorrei dirti che non sono un counselor filosofico. Sono semplicemente una persona che ha studiato counseling filosofico. La mia sottolineatura cade sulla parola “essere”. So che magari tu la stai usando unicamente per abitudine di linguaggio, ma questo ci fa capire quanto la nostra cultura cerchi disperatamente di appiccicare definizioni alle persone, e quanto le persone amino essere definite. Io sono il primario del tal ospedale, io sono un insegnante, io sono un filosofo, io sono un camionista… tutti sono qualcosa, tutti vogliono essere qualcosa, e non appena qualcuno, volontariamente o involontariamente, attacca l’etichetta che ci siamo appiccicati in fronte, ecco che subito la nostra identità va in crisi e inizia a lottare. Non dico che questo sia il tuo caso, ma credo cha anche tu abbia notato quanto sia comune questo fenomeno. Io stesso ne sono stato colpito più volte, ma ora ho imparato la lezione!! Io sono un essere vivo, cosciente, pensante e sempre in divenire, nient’altro. Mi sono laureato in filosofia, ma non sono un filosofo, ho un diploma in counseling, ma non sono un counselor, lavoro come educatore, ma non sono un educatore, tormento me stesso e gli atri con le mie parole, ma non sono un tormentatore.

A volte mi piace pensare, però, che ogni essere umano è filosofo, perché la peculiarità che riconosco alla filosofia è la continua indagine e messa in discussione d’ogni dogma, e questa caratteristica credo sia anche l’essenza stessa della natura umana, chi più chi meno, ma ci accomuna tutti. Se siamo disposti a condividere questo, allora a me sta bene: sono un filosofo. Ma ciò deve valere per tutti, poiché quel che è parte dell’essere non può non essere anche parte d’ogni altra creatura, considerando che per me l’Essere è il fondamento di tutto e ogni cosa!

Il male e l’errore nascono, infatti, quando “infettiamo” la percezione dell’essere, che ci accomuna tutti, con caratteristiche mutevoli del mondo fisico, ecco allora che la stupidità umana si scatena e l’istinto animale torna a prendere il sopravvento manifestandosi entro le logiche di appartenenza ad un gruppo, un clan, una nazione, una razza, o chissà cos’altro.

Con il tempo, mi sono poi accorto che questa infezione non risparmia nemmeno la maggioranza di coloro che si reputano filosofi o psicologi. Nel mio immaginario d’una volta, filosofi e psicologi dovevano essere per antonomasia le due tipologie di persone meno suscettibili all’immedesimazione di un ruolo, perché ritenevo che tali “figure” dovessero avere come unico loro obbiettivo la realizzazione di dimensioni quali: la libertà, l’equilibrio interiore, la verità, il bene, l’essere… Con il tempo ho poi notato che anche costoro, come la quasi totalità delle persone, perseguono come principale obbiettivo, il bisogno di porsi entro le mura di un solida definizione d’identità, grazie alla quale potersi difendere e attaccare. Quante volte ho sentito qualcuno parlare magistralmente di libertà ed equilibrio, salvo poi vederlo rispondere con astio e arroganza a domande che andavano anche solo vagamente a mettere in dubbio le sue affermazioni. Studiamo per anni, poi un’istituzione ci riconosce come sui membri, e noi iniziamo a sentirci in qualche modo parte di un gruppo che ci da un’appartenenza, una definizione e una sorta di tutela. Per fare un esempio, Socrate non sapeva d’essere un filosofo, andava semplicemente in giro per la sua Atene a confrontarsi con i sui concittadini, per porsi e porli al vaglio del logos. Socrate cercava unicamente la “verità”, il bene, l’equilibrio. Noi oggi creiamo stampi di Socrate. Le nostre università ci timbrano su un figlio il nostro diritto ad essere chiamati filosofi, ma su quali basi possiamo dire chi è filosofo o meno. La filosofia non è come la medicina o la fisica; la filosofia, per antonomasia, è l’attività di ricerca prima ed ultima dell’uomo, che sempre rimette in gioco l’intera sua esistenza, poiché scopre continuamente come ogni definizione e comprensione dell’animo umano sia sempre inadeguata perchè incompleta. La filosofia, se praticata sinceramente, dal mio punto di vista, è il mezzo più eccelso attraverso cui pervenire alla liberazione dell’anima. Ma ciò che si fa nelle nostre università non è filosofia. Nelle nostre scuole e università si sta uccidendo il vero pensiero filosofico attraverso la catalogazione, la “manualizzazione”, la storicizzazione degli sforzi compiuti da chi veramente perseguiva il “vero”. I manuali di filosofia andrebbero bruciati, o per non cadere in atteggiamenti nazisti, andrebbero unicamente usati come si usa un elenco telefonico. Apro l’elenco per trovare il numero di telefono di un amico, ma non reputo sufficiente sapere il numero telefonico di una persona per poter dire di conoscere quella persona. Ecco, i manuali di filosofia o psicologia non sono nulla più che elenchi telefonici!!

Ma le nostre scuole non hanno più il tempo per comprendere sino in fondo l’opera di un ricercatore. Le nostre università sono divenute unicamente luoghi di informazione, che non sanno nemmeno più distinguere la differenza che intercorre fra l’informare e lo sperimentare per apprendere. Einstein, che non pare fosse proprio uno stupido disse: “Imparare è un'esperienza; tutto il resto è solo informazione”. Gli esami, poi, sono un insulto al senso stesso delle discipline umanistiche. Andiamo a scuola o all’università unicamente per memorizzare informazioni, per divenire pappagalli da sfoggio culturale. L’erudizione è sterco di vacca senza il vaglio dell’esperienza, senza la continua prova e messa in discussione della solidità del nostro sentire e pensare attraverso il fare.

Non è un caso che Platone, Aristotele, Pitagora, Ippocrate e molti altri, avessero fondato accademie, comunità di ricerca, scuole di vita, luoghi dove le persone, attraverso il continuo confronto, dialogo ed esercizio potevano rendere le loro esistenze prova tangibile della veridicità della loro filosofia, siano a quando, definitivamente radicate in una nuova dimensione dell’essere, sarebbero state in grado di portare la loro comunità spirituale ovunque esse andassero, perché esse stesse divenute la casa della loro anima.

La ricerca del bene, dell’equilibrio, del vero, del significato ultimo dell’esistenza, o come la si voglia chiamare, non è una questione di voti universitari, di titoli, di erudizione, di memoria, di accumulazione di nozioni filosofico psicologiche, ma è un fatto di sperimentazione personale.

Chi parla magnificamente di Eraclito, Parmenide, Socrate, Plotino, della libertà dell’anima, dell’imperturbabilità o altro, ma poi, nella sua pratica quotidiana di vita mostra gelosie, invidie, paure e megalomanie varie è prova evidente di un inganno, del fallimento più totale della sua pseudo filosofia. Chi si comporta in questo modo è unicamente un buon pappagallo erudito.

Cara Cecilia, non credo esistano i filosofi, gli psicologi, i pedagogisti, o altro, ma vi sono unicamente persone che ricercano senza sosta la verità del loro essere, il loro bene e quello altrui, ma tale ricerca non giunge mai ad una fine, non perviene mai ad una meta finale dove qualcuno si può sedere e mettersi al collo l’etichetta di filosofo o altro, questa è solo una comoda quanto dannosa convenzione sociale. Nella mia visione delle cose devo poi ammettere di trovare immensamente stupida e controproducente la divisione che è stata fatta fra discipline come la filosofia, la psicologia, la pedagogia, l’antropologia e le varie materie affini. Come se la mente umana fosse fatta a scomparti!! Questo dimostra unicamente quanto ancora sia scissa la nostra psiche.

Andando ora al cuore della tua domanda, fra le mille discipline esistenti ora ne abbiamo aggiunta un’altra: il counseling filosofico. V’è poi da dire che il Counseling non è solo filosofico ma si distingue a sua volta in cento altre forme d’intervento. È cosa ovvia che non vi sia un concetto condiviso di Counseling dato che sembra esistere una definizione di counseling quanti sono i praticanti di questa disciplina. Il Counseling filosofico, poi, giace in una condizione ben peggiore o migliore, a scenda della prospettiva dalla quale si giudica, per il semplice motivo che il Counseling filosofico si fonda su 2500 anni di filosofia, e non credo esista persona capace di dare una definizione univoca della disciplina filosofica. Ogni filosofo è una cosa a sé. È vero che ogni pensiero filosofico dialoga con tutti gli altri, questo è lo statuto su cui si fonda ogni vera forma di ricerca, ma poi, ogni ricercatore, se è veramente tale, giunge a delineare una sua visone ultima delle cose e delle peculiari forme di ascesi. Ciò non significa che ogni ricercatore giunga a conclusioni diverse, anzi, ciò significa spesso che l’animo umano è talmente vasto e indefinibile da poter accogliere in se mille sentieri e mille visoni che, nella loro apparente opposizione, più si dilatano e più coincidono.

Ora, nello specifico, per quanto riguarda il Counseling filosofico, devo ammettere che dopo tre anni di studi e un numero imprecisato di conferenze e convegni, non ho ancora ben capito cosa sia. Forse perché sono un po’ tonto, o forse perché non è nulla di nuovo, se non un’ennesima ridefinizione e frammentazione del globale pensiero di ricerca filosofica.

La tua domanda potrebbe pertanto necessitare di una risposta molto complessa, son infatti stati scritti già molti libri in proposito, ma non mi pare che si sia giunti a nulla, forse perché l’obbiettivo di tutto ciò era ed è scrivere molti libri per vendere un po’ di copie. Potrei risponderti analizzando e comparando il pensiero di Achenbach, Lou Marinoff, Ran Lahav o altri, ma non credo sia il caso, altrimenti mi ci vorrebbe un anno, ottenendo magari l’ennesimo libro erudito, confusionario e inconcludente, oltre al fatto di non essere quasi mai riuscito a terminare la lettura di molte opere di questi autori, poiché le ho sempre avvertite come una specie di bignami psicofilosofico , e ho sempre ritenuto che i testi originali di Socrate, Nietzsche, Freud, Jung o compagnia bella, sappiano spiegare meglio il loro pensiero di qualunque altro interprete.

Per rispondere definitivamente alla tua domanda seguirò quindi una via semplice breve, forse rozza e incompetente, ma almeno è la mia via.

La psicologia ha spodestato completamente la filosofia dal campo delle pratiche d’aiuto con il suo aver reso tutto patologia e terapia. Bisogna dire che anche la filosofia ha dato una buona mano a questo processo, divenendo chiacchiera intellettuale per accademici. Dalla comprensione di questo fatto molti ricercatori si sono resi conto che il concetto di patologia ha totalmente appiattito la dimensione spirituale della coscienza umana, portando, dopo più di cento anni di medicalizzazione dell’anima, a ben poche soluzioni reali. Ecco allora che è tornato necessario ripensare anche all’evoluzione dello spirito oltre che alle cure dell’involuzione della psiche. Ma chi si può occupare dell’evoluzione, della crescita e della riappropriazione della dimensione spirituale dell’uomo? La chiesa? Difficile pensare che la chiesa possa riuscire a ricoprire questo ruolo se i sui interessi principali, da qualche secolo a questa parte, stanno nei gusti e nelle pratiche sessuali delle persone o nel difficile sforzo di mantenere i suoi capitali e la sua autorità fatta valere attraverso un pensiero dogmatico e non certo grazie a profondità spirituale. Rimane la filosofia, ma anche questa da qualche secolo sta imputridendo in aule accademiche. Che fare allora? Ecco che il counseling trova un suo significato e un suo scopo. V’è solo un problema in tutto questo: il counseling, non solo filosofico, mi sembra unicamente un riproponimento più agile e seducente dei medesimi concetti fallimentari che stanno alla base della concezione psicofilosofica dell’ultimo secolo. Con questo non voglio dire che non serva a nulla seguire una scuola di counseling, considerando che per mia esperienza, ora come ora credo che queste “nuove” discipline siano una fucina di sperimentazione ben più libera, giovane e dotata di potenzialità della maggior parte delle nostre università. Quel che auspico maggiormente però è una modifica del nostro sistema universitario. L’Italia non sa quasi minimamente cosa sia un campus studentesco. I nostri studenti frequentano da pendolari le lezioni di baroni universitari, che fanno i loro 45 minuti di lezione, tre volte a settimana, pagati in modo sconsiderato, per poi svanire nel nulla. Abbiamo sedi studentesche fatiscenti, trasporti simili a tir per maiali da macello, facoltà costruite ai margini di rotatorie , stazioni ferroviarie e statali. Come si fa a non capire che il luogo e le forme attraverso cui si veicolano i saperi sono tanto importanti quanto i contenuti del sapere? Come si fa a non comprendere che Platone e Aristotele avevano fondato delle accademie perché avevano ben compreso che la ricerca, psicologica o scientifica che sia, necessita di luoghi ove studenti e professori possono vivere a stretto contatto, in un clima familiare, per esercitare quell’indispensabile “sfregamento dei concetti che porta al disvelamento della verità, al sua brillare”, come lo stesso Platone scriveva nella sua lettera VII?

La ricerca dell’uomo sull’uomo, dal mio punto di vista, dovrebbe convergere in un'unica forma di sperimentazione e discussione multidisciplinare, riportata all’interno di vere e proprie accademie, e smettere di scindersi in tanti rivoletti che non raggiungeranno mai l’oceano.

Un abbraccio,

Dadirm

 
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