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Società e condizionamenti
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Martedì 10 Marzo 2009 23:44 |
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Domenica sera ero a casa di amici e, mentre chiacchieravamo seduti a tavola, il televisore continuava ad andare in sottofondo. Ad un certo punto della serata la nostra conversazione è stata interrotta da grida da pollaio provenienti dai partecipanti del programma che stava andando in onda e che hanno almeno avuto il merito di far nascere alcune riflessioni (dopo aver prontamente spendo il televisore)….
I mass media servono ad intrattenerci. Intrattenerci significa non farci guardare, non farci riflettere, trattenere la nostra attenzione all’interno di uno spazio di pensiero ottuso, cioè privo di profondità, di capacità di penetrazione. I mass media sono un potente strumento ipnotico e proiettivo. Viviamo come una mosca chiusa in una bottiglia. Il vetro ci permette di vedere il mondo che ci circonda, ma in maniera confusa e distorta, oltre a non consentirci in alcun modo di sperimentarlo, toccarlo, viverlo, comprenderlo e quindi modificarlo. Il nostro vetro di bottiglia è creato dai mass media attraverso quelle che vengono definite informazioni o notizie e attraverso i vari programmi radiofonici o televisivi d’intrattenimento. Se osserviamo bene la reale natura delle notizie o delle informazioni che ci vengono date vediamo come queste siano unicamente un continuo bombardamento di fatti svuotati da ogni significato e farciti d’inutili dettagli sensazionalistici, cioè diretti a generare sensazioni forti in chi li riceve.
Il sensazionalismo è la trappola usata per catturare l’animale tonto, che una volta imprigionato viene ingozzato sino al vomito con contenuti pubblicitari, i quali, dopo essere stati più e più volta assunti, creano una sorta di dipendenza “organica” che spinge a quegli inutili e idioti consumi che fanno girare quell’altrettanto idiota e folle idea di economia e benessere che domina la nostra tanto evoluta società.
In questo meccanismo trita tutto l’uomo diviene unicamente una specie di criceto inebetito che fa girare senza senso la ruota della produzione e dei consumi. Tutto ciò mi ricorda molto quelle migliaia di schiavi che hanno sofferto e sono morti unicamente per concretizzare il sogno di pochi pazzi megalomani: le piramidi dell’antico Egitto! L’unica differenza, e non è cosa da poco, è che coloro che hanno eretto le piramidi lo hanno fatto a colpi di frusta, sapendo d’essere schiavi e pertanto avendo il desiderio di divenire uomini liberi, mentre oggi gli uomini-criceto, che fanno girare la ruota dei capitali, sono ben contenti di correre, e mentre lo fanno si gridano l’uno con l’altro: noi siamo uomini liberi che lottano per il proprio benessere!!! Quanto mi rattrista questa immagine! Uomini che credono di arrivare chissà dove senza rendersi conto che la ruota su cui corrono gira sempre su se stessa, fissata ad un inamovibile perno che si chiama ignoranza.
Ecco allora che la storia continua a ripetersi, questa volta, però, attraverso forme ben più complesse e pertanto ben più pericolose e ingannevoli.
Auguro a tutti gli uomini-criceto buon “panem et circenses”
Dadrim
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“Panem et circenses (letteralmente, Pane e giochi del circo) è una locuzione in lingua latina molto conosciuta e spesso citata. Era usata nella Roma antica.
Contrariamente a quanto generalmente ritenuto, questa frase non è frutto della fantasia popolare ma ha un autore specifico. È stata creata infatti dal poeta latino Giovenale (Satire, 10 81).
Questo poeta fu un grande autore satirico: amava descrivere l'ambiente in cui viveva, in un'epoca nella quale chi governava si assicurava il consenso popolare con elargizioni economiche e con la concessione di svaghi (in questo caso le attività circensi che si svolgevano negli anfiteatri quali il colosseo romano) a coloro che erano governati.
Per estensione, la locuzione è stata successivamente usata, soprattutto in funzione critica, per definire l'azione politica di singoli o gruppi di potere volte ad attrarre e mantenere il consenso popolare mediante l'organizzazione di attività ludiche collettive, o ancor più specificatamente a distogliere l'attenzione dei cittadini dalla vita politica in modo da lasciarla solo alle élite. Con intenzione simile, si è usata l'espressione Feste, farina e forca per definire la vita nella Napoli del periodo borbonico, in cui all'uso di feste pubbliche e di distribuzioni di pane si accompagnava la pratica di numerose impiccagioni pubbliche come dimostrazione della capacità del potere politico di assicurare il mantenimento della legalità.
L'espressione "Panem et Circenses" rappresentava un meccanismo di potere influentissimo sul popolo romano, era la formula del benessere popolare e quindi politico; un vero bozzo/strumento in mano al potere per far cessare i malumori delle masse, che con il tempo ebbero voce proprio nei luoghi dello spettacolo”. (Tratto da Wikipedia, l'enciclopedia libera) |
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Sulla spiritualità
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Lunedì 09 Marzo 2009 11:47 |
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Una delle più grandi illusioni che genera la nostra mente è l’idea di continuità. La continuità della nostra identità è un semplice inganno che il pensiero gioca alla nostra coscienza per reggere l’impalcatura della percezione del divenire. Noi abbiamo una serie di idee su noi stessi e una serie di ricordi passati che sorreggono queste idee. Nella nostra infanzia le persone che ci circondavano ripetevano in maniera ossessiva e ottusa le idee che loro avevano nei nostri riguardi. Queste idee potevano essere positive o negative, ma poco importa, sempre idee erano e sono. “Quanto sei intelligente e sensibile piccolo mio”, “quanto sei tremendo e fastidioso”, “questo bambino è svogliato e capriccioso”, “questo è disciplinato e rispettoso”. Insegnanti, genitori, parenti, continuamente vomitano le loro idee sui bambini, e queste idee lentamente si fissano nella memoria dei piccoli andando a formare l’immagine che essi avranno di loro stessi. La nostra identità è un dono di chi ci stava accanto durante gli anni dello sviluppo della mente. Ma ci siamo mai chiesti su quali basi ci si può permettere di giudicare qualcuno, in particolar modo i bambini? Se osserviamo attentamente come si sviluppa la psiche di un essere umano ci accorgiamo che è proprio attraverso il giudizio che la mente si definisce, si cristallizza e istupidisce. Se un bambino non viene esposto a continue definizioni, la sua mente rimane in uno stato di apertura, di non definizione, pertanto rimane libera e capace di comprendere pienamente quel che le accade, sia dentro che fuori di sé. La continuità del nostro pensiero è data unicamente dalla fissazione di alcune idee che continuamente proiettiamo su di una vita che in realtà è in costante mutamento. È così che si uccide la meraviglia e la freschezza dell’esistenza e della nostra coscienza, soffocate da interpretazioni e sovrastrutture di personalità.
Non cambia nulla se i giudizi che da piccoli ci sono stati appiccicati erano positivi o negativi. Ogni giudizio è una limitazione del naturale flusso del nostro essere che genera ottusità di pensiero e sentimento. Una barchetta di carta in un fiume scorre veloce verso il mare, ma quando trova un vortice di corrente viene travolta e affondata. Allo stesso modo, la nostra coscienza corre veloce vero la sorgete della vita se evitiamo di creare vortici di personalità attraverso l’identificazione con i giudizi che il “mondo” ci ha vomitato addosso. All’inizio della nostra vita nessuno era stupido o intelligente, bello o brutto, terribile o disciplinato, attento o distratto; ognuno di noi era semplicemente se stesso, forse con talenti e destini differenti, ma questo non lo si poteva certo determinare allora. La stupidità del mondo che ci circonda, però, non resiste al dover giudicare tutto e tutti, ecco allora che la libera e penetrante consapevolezza del bambino viene lentamente inquadrata all’interno dell’immagine che gli altri hanno di lui e che continuamente gli getteranno addosso. Ma questa immagine è reale?
Io dico che ogni giudizio è menzognero e rovinoso, per il semplice motivo che va a paralizzare la capacità di comprendere dell’essere, che è il fondamento stesso della libertà e della gioia d’ogni essere umano!!
Avete mai osservato quanto soffrono tutti quei ragazzini cresciuti in un ambiente che continuamente gli ripeteva: tu sei il migliore, il più furbo, il più bello, il più questo o quello? Tutta la vita dovranno lottare per confermare continuamente questa idea di loro stessi che gli è stata data, ma considerando che ciò è impossibile, poiché ogni individuo è capace per certe cose ma mai per tutte, continueranno a lottare e soffrire siano al giorno in cui non vorranno fare i conti con le bugie che gli sono state raccontate e pertanto con la falsità della loro personalità. Prima o poi comprenderanno che l’ambiente in cui sono cresciuti non è stato capace di amarli semplicemente per quel che erano, ma che, anzi, ha dovuto proiettare su di loro tutta una serie di bisogni personali frutto di un’esistenza fallita. Chi giudica e condiziona gli altri, infatti, sta semplicemente riversando all’esterno quel che ha oppresso e opprime la sua coscienza.
La nostra identità, personalità, ego o come lo si voglia chiamare, è una volgare mistificazione, è un triste fardello che ci viene scaricato addosso, e che sarà poi nostro compito eliminare per non doverlo tramandare ancora e ancora di generazione in generazione. Torno quindi a dire che la continuità, la staticità e l’ottusità del nostro pensiero è solo un inganno prodotto da quella maledetta personalità che ci è stata fatta ingurgitare inconsapevolmente quando eravamo piccoli, e che continuamente manipola e deforma il reale, partendo da quelle idee fisse che la compongono.
Il bambino nasce privo di un’idea di sé, siamo noi che già infetti dal male dell’identità glielo trasmettiamo senza comprendere l’enorme danno che compiamo. Molti credono che senza una forte personalità, in questa società, si finisca per fare una brutta fine. Solo pochi comprendono invece quanta forza, libertà, genialità, creatività e bellezza nascano da un essere privo di sovrastrutture e che pertanto è in grado di rispondere in maniera sempre nuova e limpida alle situazioni della vita. Un individuo privo di personalità non può mai essere ferito, non può ferire, non può dipendere da nulla e nessuno e non può scendere mai a compromessi poiché non v’è nulla per cui senta che valga la pena di piegarsi all’altrui volere o giudizio.
Quando la nostra coscienza scorre libera, lentamente inizia a straripare dalle rive del tempo e dello spazio, entrando così nella dimensione di quel mondo che si estende oltre le inferiate di quell’angusto spazio in cui noi ora viviamo. È solo grazie al dissolvimento delle rigidità del nostro pensiero che possiamo giungere a quell’esperienza che non è comunicabile ma unicamente esperibile, là dove morte, paura, odio e ignoranza non conoscono più alcuna ragione.
Cerchiamo di comprendere come la vita sia in realtà una continua esplosione atomica dell’essere, dove ogni momento accade completo in sé stesso, privo di collegamenti con il passato. Cosa ricordiamo di tutto ciò che abbiamo vissuto ieri, l’altro ieri, lo scorso anno? Poco, molto poco, quasi nulla. Del nostro passato ricordiamo solo alcuni episodi significativi, che se vengono osservati con attenzione vediamo come la nostra mente tenda a modificarli a seconda del mutare del nostro modo di vedere la vita. Molti anni fa una ragazza mi tradì, ed io per dei mesi la ritenni una poco di buono, poi, come sempre il tempo è passato, ed ora voltandomi indietro e riguardando quel fatto ripenso a quella ragazza come a una bella esperienza dell’adolescenza, quando la profondità dei sentimenti è scarsa quanto è grande il loro ardore e la loro volubilità. Che dolce esperienza mi appare oggi quel dolore! Mi chiedo allora quante volte la nostra lettura degli eventi cambi in base al nostro diverso modo di concepire la vita? Ma allora cos’è questa vita e questa nostra identità, che oggi ci tortura per cose che domani rievocheremo ridendo?
L’identità è una serie di stupide e ingannevoli idee, è una roccia nel mezzo del fiume della vita, e per noi, prima verrà il momento in cui ci getteremo alle spalle questa roccia, prima verrà il giorno in cui scopriremo d’essere vita!
Dadrim
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Società e condizionamenti
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Sabato 07 Marzo 2009 19:18 |
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A poche centinaia di metri da dove lavoro, in soli quattro giorni, sono accaduti due incidenti stradali che hanno visto coinvolte due donne in bicicletta. La prima, investita da un autobus, ha riportato gravi lesioni alle gambe, la seconda, finita sotto le ruote di un autotreno, ha terminato la sua esistenza sull’asfalto di un grigio e sporco viale di periferia. Cosa centra tutto ciò con la spiritualità e il benessere interiore, si starà chiedendo qualcuno? Centra eccome!
Gli inquirenti stanno facendo i loro accertamenti, e questi accertamenti andranno come sempre in due uniche direzioni: stabilire se la colpa è del conducente del mezzo o se la responsabilità è della vittima. Nessuno parlerà mai delle responsabilità che si dovrebbero assumere gli assessori all’urbanistica e i sindaci che si sono susseguiti in questi ultimi decenni in Comune. Non voglio poi rimuovere o negare le altrettante responsabilità che portiamo anche noi cittadini, che non ci siamo certo affaticati per ottenere una rapida modifica della viabilità e vivibilità della nostra città, ma che, anzi, abbiamo sudato e lottato caparbiamente per comprarci un bel Sov o per aumentare il transito di mezzi pesanti, certi che tutto ciò volesse dire più benessere e status quo, se non per tutti almeno per noi stessi! Peccato poi che molti di noi abbiano anche una figlia, un figlio o un parente che non perde quel "brutto e malsano vizio" di andare in giro con una bicicletta!
Vi invito a guardare la foto dell’incidente, che riporta l’esatta posizione in cui si trovavano camion e vittima appena avvenuto l’impatto…

Il camino sembra essere correttamente dentro le linee bianche delimitanti il suo spazio di corsia, poi vediamo un lembo di circa 50 centimetri scarsi d’asfalto prima di incontrare il gradino del marciapiede. Questa foto è l’esatta copia della quasi totalità delle strade che attraversano Vicenza e, come ho potuto verificare in più di una occasione, molte altre città d’Italia. Le vie che si differenziano, lo fanno unicamente per la mancanza del marciapiede! Ora, se siamo mai andati in bici almeno una volta nella nostra vita, sappiamo che quando un grosso mezzo ci passa accanto veniamo investiti da un grande spostamento d’aria, oltre che da una nube di polvere e sassi che si alza dal manto stradale e che proviene dalle ruote del mezzo, per non parlare poi dell’eventualità di trovarsi a pedalare lungo una pavimentazione bagnata. Quale potrà mai essere la causa di molte di quelle assurde morti che avvengono lungo le nostre strade? Domanda veramente idiota! Costringiamo le persone a pedalare in meno di 50 centimetri di spazio, superate a sinistra da camion e macchine, e limitate a destra da un marciapiede che magari è ben più alto della distanza che il pedale di una bici ha rispetto al selciato quando giunge a ore sei del cerchio della corona su cui è fissato. Questa a me sembra una vera e propria trappola mortale, una di quelle tante situazioni che producono omicidi frutto dell’incoscienza e dell’insensibilità collettiva. Ora non posso dire che questa sia stata la causa di questi due specifici incidenti, ma posso, con assoluta certezza, affermare che questa è la causa di molte morti che accadono lungo le nostre vie di città.
Le nostre città non sono pensate per i cittadini ma unicamente per le macchine, e una società che imposta la sua viabilità unicamente pensando al transito di mezzi, merci e bolidi a due o quattro ruote è una società malata. Questo fatto è rilevante per due motivi. Il primo è che un’ennesima vita è stata gettata, triturata, non solo dalle gomme di un camion, ma prima ancora dall’arroganza e dall’ignoranza che muove le scelte di chi ci governa. Il secondo motivo è che ancora una volta vediamo come sia indispensabile che ognuno di noi inizi a promuovere un cambiamento di valori e d’azioni partendo dal suo personale modo di pensare e agire, senza rimanere seduti ad aspettare che qualcuno, da qualche palazzo, prenda decisioni differenti. Se la maggior parte delle persone vedesse quanto del loro nervosismo, della loro rabbia, violenza e del loro malumore nascono dal vivere in città caotiche, sporche, grigie, prive di spazi per incontrarsi, passeggiare o pedalare all’aperto, le nostre scelte sulla viabilità, sull’edilizia e più in generale su tutto quel che riguarda l’ambiente in cui viviamo sarebbero ben differenti, e nessun politico o imprenditore potrebbe opporvisi. Anche se sono riusciti a convincerci del contrario, sono sempre e solo i cittadini che hanno l’ultima parola sulla direzione che deve prendere la politica, ed è sempre la maggioranza che ha potere sulla minoranza, ma deve esistere una maggioranza fatta non solo di numeri ma anche di intenti, altrimenti non saremo mai niente più che un gregge di pecore, infatti, per mille pecore basta solo un pastore!
I nostri quotidiani riportano notizie, in grigi trafiletti che durano un giorno, per informarci. La parola “informarci”, tradotta nel reale significato che oggi le viene attribuito, equivale a dire: catalogare muti eventi per intrattenerci e fare in modo che nulla cambi. Auguro a tutti noi di non dimenticare mai che dietro ad ogni "notizia" vi sono sempre donne e uomini, con tutti i loro sogni, drammi e speranze, altrimenti anche i nostri cuori diverranno grigi trafiletti vissuti per non più di un giorno!
Venerdì 6 Marzo, alle 11.40, Javorka Jovicic muore a soli 54 anni, schiacciata da un autotreno lungo Via Ragazzi del 99 a Vicenza. Originaria della Serbia, lavorava per un’impresa di pulizie bresciana. Nel suo paese natale lascia due figli.
Pocivaj u miru, Javorka!
Dadrim |
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Sulla spiritualità
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Giovedì 05 Marzo 2009 11:53 |
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Cecilia ha chiesto: Ciao Dadrim, sono Cecilia, di Napoli, ho quasi 27 anni...e sono anche io un counselor filosofico. Sono interessata alla tua personale visione del counseling filosofico, dato che, come sai, ancora non esiste una vera e propria definizione, riconosciuta.
Un abbraccio Cecilia
Dadrim ha risposto: Ciao Cecilia, come prima cosa vorrei dirti che non sono un counselor filosofico. Sono semplicemente una persona che ha studiato counseling filosofico. La mia sottolineatura cade sulla parola “essere”. So che magari tu la stai usando unicamente per abitudine di linguaggio, ma questo ci fa capire quanto la nostra cultura cerchi disperatamente di appiccicare definizioni alle persone, e quanto le persone amino essere definite. Io sono il primario del tal ospedale, io sono un insegnante, io sono un filosofo, io sono un camionista… tutti sono qualcosa, tutti vogliono essere qualcosa, e non appena qualcuno, volontariamente o involontariamente, attacca l’etichetta che ci siamo appiccicati in fronte, ecco che subito la nostra identità va in crisi e inizia a lottare. Non dico che questo sia il tuo caso, ma credo cha anche tu abbia notato quanto sia comune questo fenomeno. Io stesso ne sono stato colpito più volte, ma ora ho imparato la lezione!! Io sono un essere vivo, cosciente, pensante e sempre in divenire, nient’altro. Mi sono laureato in filosofia, ma non sono un filosofo, ho un diploma in counseling, ma non sono un counselor, lavoro come educatore, ma non sono un educatore, tormento me stesso e gli atri con le mie parole, ma non sono un tormentatore. A volte mi piace pensare, però, che ogni essere umano è filosofo, perché la peculiarità che riconosco alla filosofia è la continua indagine e messa in discussione d’ogni dogma, e questa caratteristica credo sia anche l’essenza stessa della natura umana, chi più chi meno, ma ci accomuna tutti. Se siamo disposti a condividere questo, allora a me sta bene: sono un filosofo. Ma ciò deve valere per tutti, poiché quel che è parte dell’essere non può non essere anche parte d’ogni altra creatura, considerando che per me l’Essere è il fondamento di tutto e ogni cosa! Il male e l’errore nascono, infatti, quando “infettiamo” la percezione dell’essere, che ci accomuna tutti, con caratteristiche mutevoli del mondo fisico, ecco allora che la stupidità umana si scatena e l’istinto animale torna a prendere il sopravvento manifestandosi entro le logiche di appartenenza ad un gruppo, un clan, una nazione, una razza, o chissà cos’altro. Con il tempo, mi sono poi accorto che questa infezione non risparmia nemmeno la maggioranza di coloro che si reputano filosofi o psicologi. Nel mio immaginario d’una volta, filosofi e psicologi dovevano essere per antonomasia le due tipologie di persone meno suscettibili all’immedesimazione di un ruolo, perché ritenevo che tali “figure” dovessero avere come unico loro obbiettivo la realizzazione di dimensioni quali: la libertà, l’equilibrio interiore, la verità, il bene, l’essere… Con il tempo ho poi notato che anche costoro, come la quasi totalità delle persone, perseguono come principale obbiettivo, il bisogno di porsi entro le mura di un solida definizione d’identità, grazie alla quale potersi difendere e attaccare. Quante volte ho sentito qualcuno parlare magistralmente di libertà ed equilibrio, salvo poi vederlo rispondere con astio e arroganza a domande che andavano anche solo vagamente a mettere in dubbio le sue affermazioni. Studiamo per anni, poi un’istituzione ci riconosce come sui membri, e noi iniziamo a sentirci in qualche modo parte di un gruppo che ci da un’appartenenza, una definizione e una sorta di tutela. Per fare un esempio, Socrate non sapeva d’essere un filosofo, andava semplicemente in giro per la sua Atene a confrontarsi con i sui concittadini, per porsi e porli al vaglio del logos. Socrate cercava unicamente la “verità”, il bene, l’equilibrio. Noi oggi creiamo stampi di Socrate. Le nostre università ci timbrano su un figlio il nostro diritto ad essere chiamati filosofi, ma su quali basi possiamo dire chi è filosofo o meno. La filosofia non è come la medicina o la fisica; la filosofia, per antonomasia, è l’attività di ricerca prima ed ultima dell’uomo, che sempre rimette in gioco l’intera sua esistenza, poiché scopre continuamente come ogni definizione e comprensione dell’animo umano sia sempre inadeguata perchè incompleta. La filosofia, se praticata sinceramente, dal mio punto di vista, è il mezzo più eccelso attraverso cui pervenire alla liberazione dell’anima. Ma ciò che si fa nelle nostre università non è filosofia. Nelle nostre scuole e università si sta uccidendo il vero pensiero filosofico attraverso la catalogazione, la “manualizzazione”, la storicizzazione degli sforzi compiuti da chi veramente perseguiva il “vero”. I manuali di filosofia andrebbero bruciati, o per non cadere in atteggiamenti nazisti, andrebbero unicamente usati come si usa un elenco telefonico. Apro l’elenco per trovare il numero di telefono di un amico, ma non reputo sufficiente sapere il numero telefonico di una persona per poter dire di conoscere quella persona. Ecco, i manuali di filosofia o psicologia non sono nulla più che elenchi telefonici!! Ma le nostre scuole non hanno più il tempo per comprendere sino in fondo l’opera di un ricercatore. Le nostre università sono divenute unicamente luoghi di informazione, che non sanno nemmeno più distinguere la differenza che intercorre fra l’informare e lo sperimentare per apprendere. Einstein, che non pare fosse proprio uno stupido disse: “Imparare è un'esperienza; tutto il resto è solo informazione”. Gli esami, poi, sono un insulto al senso stesso delle discipline umanistiche. Andiamo a scuola o all’università unicamente per memorizzare informazioni, per divenire pappagalli da sfoggio culturale. L’erudizione è sterco di vacca senza il vaglio dell’esperienza, senza la continua prova e messa in discussione della solidità del nostro sentire e pensare attraverso il fare. Non è un caso che Platone, Aristotele, Pitagora, Ippocrate e molti altri, avessero fondato accademie, comunità di ricerca, scuole di vita, luoghi dove le persone, attraverso il continuo confronto, dialogo ed esercizio potevano rendere le loro esistenze prova tangibile della veridicità della loro filosofia, siano a quando, definitivamente radicate in una nuova dimensione dell’essere, sarebbero state in grado di portare la loro comunità spirituale ovunque esse andassero, perché esse stesse divenute la casa della loro anima. La ricerca del bene, dell’equilibrio, del vero, del significato ultimo dell’esistenza, o come la si voglia chiamare, non è una questione di voti universitari, di titoli, di erudizione, di memoria, di accumulazione di nozioni filosofico psicologiche, ma è un fatto di sperimentazione personale. Chi parla magnificamente di Eraclito, Parmenide, Socrate, Plotino, della libertà dell’anima, dell’imperturbabilità o altro, ma poi, nella sua pratica quotidiana di vita mostra gelosie, invidie, paure e megalomanie varie è prova evidente di un inganno, del fallimento più totale della sua pseudo filosofia. Chi si comporta in questo modo è unicamente un buon pappagallo erudito. Cara Cecilia, non credo esistano i filosofi, gli psicologi, i pedagogisti, o altro, ma vi sono unicamente persone che ricercano senza sosta la verità del loro essere, il loro bene e quello altrui, ma tale ricerca non giunge mai ad una fine, non perviene mai ad una meta finale dove qualcuno si può sedere e mettersi al collo l’etichetta di filosofo o altro, questa è solo una comoda quanto dannosa convenzione sociale. Nella mia visione delle cose devo poi ammettere di trovare immensamente stupida e controproducente la divisione che è stata fatta fra discipline come la filosofia, la psicologia, la pedagogia, l’antropologia e le varie materie affini. Come se la mente umana fosse fatta a scomparti!! Questo dimostra unicamente quanto ancora sia scissa la nostra psiche. Andando ora al cuore della tua domanda, fra le mille discipline esistenti ora ne abbiamo aggiunta un’altra: il counseling filosofico. V’è poi da dire che il Counseling non è solo filosofico ma si distingue a sua volta in cento altre forme d’intervento. È cosa ovvia che non vi sia un concetto condiviso di Counseling dato che sembra esistere una definizione di counseling quanti sono i praticanti di questa disciplina. Il Counseling filosofico, poi, giace in una condizione ben peggiore o migliore, a scenda della prospettiva dalla quale si giudica, per il semplice motivo che il Counseling filosofico si fonda su 2500 anni di filosofia, e non credo esista persona capace di dare una definizione univoca della disciplina filosofica. Ogni filosofo è una cosa a sé. È vero che ogni pensiero filosofico dialoga con tutti gli altri, questo è lo statuto su cui si fonda ogni vera forma di ricerca, ma poi, ogni ricercatore, se è veramente tale, giunge a delineare una sua visone ultima delle cose e delle peculiari forme di ascesi. Ciò non significa che ogni ricercatore giunga a conclusioni diverse, anzi, ciò significa spesso che l’animo umano è talmente vasto e indefinibile da poter accogliere in se mille sentieri e mille visoni che, nella loro apparente opposizione, più si dilatano e più coincidono. Ora, nello specifico, per quanto riguarda il Counseling filosofico, devo ammettere che dopo tre anni di studi e un numero imprecisato di conferenze e convegni, non ho ancora ben capito cosa sia. Forse perché sono un po’ tonto, o forse perché non è nulla di nuovo, se non un’ennesima ridefinizione e frammentazione del globale pensiero di ricerca filosofica. La tua domanda potrebbe pertanto necessitare di una risposta molto complessa, son infatti stati scritti già molti libri in proposito, ma non mi pare che si sia giunti a nulla, forse perché l’obbiettivo di tutto ciò era ed è scrivere molti libri per vendere un po’ di copie. Potrei risponderti analizzando e comparando il pensiero di Achenbach, Lou Marinoff, Ran Lahav o altri, ma non credo sia il caso, altrimenti mi ci vorrebbe un anno, ottenendo magari l’ennesimo libro erudito, confusionario e inconcludente, oltre al fatto di non essere quasi mai riuscito a terminare la lettura di molte opere di questi autori, poiché le ho sempre avvertite come una specie di bignami psicofilosofico , e ho sempre ritenuto che i testi originali di Socrate, Nietzsche, Freud, Jung o compagnia bella, sappiano spiegare meglio il loro pensiero di qualunque altro interprete. Per rispondere definitivamente alla tua domanda seguirò quindi una via semplice breve, forse rozza e incompetente, ma almeno è la mia via. La psicologia ha spodestato completamente la filosofia dal campo delle pratiche d’aiuto con il suo aver reso tutto patologia e terapia. Bisogna dire che anche la filosofia ha dato una buona mano a questo processo, divenendo chiacchiera intellettuale per accademici. Dalla comprensione di questo fatto molti ricercatori si sono resi conto che il concetto di patologia ha totalmente appiattito la dimensione spirituale della coscienza umana, portando, dopo più di cento anni di medicalizzazione dell’anima, a ben poche soluzioni reali. Ecco allora che è tornato necessario ripensare anche all’evoluzione dello spirito oltre che alle cure dell’involuzione della psiche. Ma chi si può occupare dell’evoluzione, della crescita e della riappropriazione della dimensione spirituale dell’uomo? La chiesa? Difficile pensare che la chiesa possa riuscire a ricoprire questo ruolo se i sui interessi principali, da qualche secolo a questa parte, stanno nei gusti e nelle pratiche sessuali delle persone o nel difficile sforzo di mantenere i suoi capitali e la sua autorità fatta valere attraverso un pensiero dogmatico e non certo grazie a profondità spirituale. Rimane la filosofia, ma anche questa da qualche secolo sta imputridendo in aule accademiche. Che fare allora? Ecco che il counseling trova un suo significato e un suo scopo. V’è solo un problema in tutto questo: il counseling, non solo filosofico, mi sembra unicamente un riproponimento più agile e seducente dei medesimi concetti fallimentari che stanno alla base della concezione psicofilosofica dell’ultimo secolo. Con questo non voglio dire che non serva a nulla seguire una scuola di counseling, considerando che per mia esperienza, ora come ora credo che queste “nuove” discipline siano una fucina di sperimentazione ben più libera, giovane e dotata di potenzialità della maggior parte delle nostre università. Quel che auspico maggiormente però è una modifica del nostro sistema universitario. L’Italia non sa quasi minimamente cosa sia un campus studentesco. I nostri studenti frequentano da pendolari le lezioni di baroni universitari, che fanno i loro 45 minuti di lezione, tre volte a settimana, pagati in modo sconsiderato, per poi svanire nel nulla. Abbiamo sedi studentesche fatiscenti, trasporti simili a tir per maiali da macello, facoltà costruite ai margini di rotatorie , stazioni ferroviarie e statali. Come si fa a non capire che il luogo e le forme attraverso cui si veicolano i saperi sono tanto importanti quanto i contenuti del sapere? Come si fa a non comprendere che Platone e Aristotele avevano fondato delle accademie perché avevano ben compreso che la ricerca, psicologica o scientifica che sia, necessita di luoghi ove studenti e professori possono vivere a stretto contatto, in un clima familiare, per esercitare quell’indispensabile “sfregamento dei concetti che porta al disvelamento della verità, al sua brillare”, come lo stesso Platone scriveva nella sua lettera VII? La ricerca dell’uomo sull’uomo, dal mio punto di vista, dovrebbe convergere in un'unica forma di sperimentazione e discussione multidisciplinare, riportata all’interno di vere e proprie accademie, e smettere di scindersi in tanti rivoletti che non raggiungeranno mai l’oceano. Un abbraccio, Dadirm |
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Pubblicazioni varie
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Mercoledì 04 Marzo 2009 11:14 |
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Ho trovato veramente meritevole di pubblicazione questo discorso pronunciato da Steve Jobs all' Università di Stanford, USA, il 12 giugno 2005 in occasione della consegna delle lauree. IL testo integrale, qui sotto, è stato tradotto da Antonio Dini
Testo integrale:
Sono onorato di essere qui con voi oggi alle vostre lauree in una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. Anzi, per dire la verità, questa è la cosa più vicina a una laurea che mi sia mai capitata. Oggi voglio raccontarvi tre storie della mia vita. Tutto qui, niente di eccezionale: solo tre storie...
La prima storia è sull'unire i puntini.
Ho lasciato il Reed College dopo il primo semestre, ma poi ho continuato a frequentare in maniera ufficiosa per altri 18 mesi circa prima di lasciare veramente. Allora, perché ho mollato?
E' cominciato tutto prima che nascessi. Mia madre biologica era una giovane studentessa di college non sposata, e decise di lasciarmi in adozione. Riteneva con determinazione che avrei dovuto essere adottato da laureati, e fece in modo che tutto fosse organizzato per farmi adottare fin dalla nascita da un avvocato e sua moglie. Però quando arrivai io loro decisero all'ultimo minuto che avrebbero voluto adottare una bambina. Così quelli che poi sono diventati i miei genitori adottivi e che erano in lista d'attesa, ricevettero una chiamata nel bel mezzo della notte che gli diceva: "C'è un bambino, un maschietto, non previsto. Lo volete voi?" Loro risposero: "Certamente". Più tardi mia madre biologica scoprì che mia madre non si era mai laureata al college e che mio padre non aveva neanche finito il liceo. Rifiutò di firmare le ultime carte per l'adozione. Poi accetto di farlo, mesi dopo, solo quando i miei genitori adottivi promisero formalmente che un giorno io sarei andato al college.
Diciassette anni dopo andai al college. Ma ingenuamente ne scelsi uno altrettanto costoso di Stanford, e tutti i risparmi dei miei genitori finirono per pagarmi l'ammissione e i corsi. Dopo sei mesi, non riuscivo a vederci nessuna vera opportunità. Non avevo idea di quello che avrei voluto fare della mia vita e non vedevo come il college potesse aiutarmi a capirlo. Eppure ero là, che spendevo tutti quei soldi che i miei genitori avevano messo da parte lavorando per tutta la loro vita. Così decisi di mollare e avere fiducia che tutto sarebbe andato bene lo stesso. Era molto difficile all'epoca, ma guardandomi indietro ritengo che sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso. Nell'attimo che mollai il college, potei anche smettere di seguire i corsi che non mi interessavano e cominciai invece a capitare nelle classi che trovavo più interessanti.
Non è stato tutto rose e fiori, però. Non avevo più una camera nel dormitorio, ed ero costretto a dormire sul pavimento delle camere dei miei amici. Guadagnavo soldi riportando al venditore le bottiglie di Coca cola vuote per avere i cinque centesimi di deposito e poter comprare da mangiare. Una volta la settimana, alla domenica sera, camminavo per sette miglia attraverso la città per avere finalmente un buon pasto al tempio Hare Krishna: l'unico della settimana. Ma tutto quel che ho trovato seguendo la mia curiosità e la mia intuizione è risultato essere senza prezzo, dopo. Vi faccio subito un esempio.
Il Reed College all'epoca offriva probabilmente la miglior formazione del Paese relativamente alla calligrafia. Attraverso tutto il campus ogni poster, ogni etichetta, ogni cartello era scritto a mano con calligrafie meravigliose. Dato che avevo mollato i corsi ufficiali, decisi che avrei seguito la classe di calligrafia per imparare a scrivere così. Fu lì che imparai dei caratteri serif e san serif, della differenza tra gli spazi che dividono le differenti combinazioni di lettere, di che cosa rende grande una stampa tipografica del testo. Fu meraviglioso, in un modo che la scienza non è in grado di offrire, perché era artistico, bello, storico e io ne fui assolutamente affascinato.
Nessuna di queste cose però aveva alcuna speranza di trovare una applicazione pratica nella mia vita. Ma poi, dieci anni dopo, quando ci trovammo a progettare il primo Macintosh, mi tornò tutto utile. E lo utilizzammo tutto per il Mac. E' stato il primo computer dotato di una meravigliosa capacità tipografica. Se non avessi mai lasciato il college e non avessi poi partecipato a quel singolo corso, il Mac non avrebbe probabilmente mai avuto la possibilità di gestire caratteri differenti o font spaziati in maniera proporzionale. E dato che Windows ha copiato il Mac, è probabile che non ci sarebbe stato nessun personal computer con quelle capacità. Se non avessi mollato il college, non sarei mai riuscito a frequentare quel corso di calligrafia e i persona computer potrebbero non avere quelle stupende capacità di tipografia che invece hanno. Certamente all'epoca in cui ero al college era impossibile unire i puntini guardando il futuro. Ma è diventato molto, molto chiaro dieci anni dopo, quando ho potuto guardare all'indietro.
Di nuovo, non è possibile unire i puntini guardando avanti; potete solo unirli guardandovi all'indietro. Così, dovete aver fiducia che in qualche modo, nel futuro, i puntini si potranno unire. Dovete credere in qualcosa - il vostro ombelico, il destino, la vita, il karma, qualsiasi cosa. Questo tipo di approccio non mi ha mai lasciato a piedi e invece ha sempre fatto la differenza nella mia vita.
La mia seconda storia è a proposito dell'amore e della perdita
Sono stato fortunato: ho trovato molto presto che cosa amo fare nella mia vita. Woz e io abbiamo fondato Apple nel garage della casa dei miei genitori quando avevo appena 20 anni. Abbiamo lavorato duramente e in 10 anni Apple è cresciuta da un'azienda con noi due e un garage in una compagnia da due miliardi di dollari con oltre quattromila dipendenti.
L'anno prima avevamo appena realizzato la nostra migliore creazione - il Macintosh - e io avevo appena compiuto 30 anni, e in quel momento sono stato licenziato. Come si fa a venir licenziati dall'azienda che hai creato? Beh, quando Apple era cresciuta avevamo assunto qualcuno che ritenevo avesse molto talento e capacità per guidare l'azienda insieme a me, e per il primo anno le cose sono andate molto bene. Ma poi le nostre visioni del futuro hanno cominciato a divergere e alla fine abbiamo avuto uno scontro. Quando questo successe, il Board dei direttori si schierò dalla sua parte. Quindi, a 30 anni io ero fuori. E in maniera plateale. Quello che era stato il principale scopo della mia vita adulta era andato e io ero devastato da questa cosa.
Non ho saputo davvero cosa fare per alcun imesi. Mi sentivo come se avessi tradito la generazione di imprenditori prima di me - come se avessi lasciato cadere la fiaccola che mi era stata passata. Incontrai David Packard e Bob Noyce e tentai di scusarmi per aver rovinato tutto così malamente. Era stato un fallimento pubblico e io presi anche in considerazione l'ipotesi di scappare via dalla Silicon Valley. Ma qualcosa lentamente cominciò a crescere in me: ancora amavo quello che avevo fatto. L'evolvere degli eventi con Apple non avevano cambiato di un bit questa cosa. Ero stato respinto, ma ero sempre innamorato. E per questo decisi di ricominciare da capo.
Non me ne accorsi allora, ma il fatto di essere stato licenziato da Apple era stata la miglior cosa che mi potesse succedere. La pesantezza del successo era stata rimpiazzata dalla leggerezza di essere di nuovo un debuttante, senza più certezze su niente. Mi liberò dagli impedimenti consentendomi di entrare in uno dei periodi più creatvi della mia vita.
Durante i cinque anni successivi fondai un'azienda chiamata NeXT e poi un'altra azienda, chiamata Pixar, e mi innamorai di una donna meravigliosa che sarebbe diventata mia moglie. Pixar si è rivelata in grado di creare il primo film in animazione digitale, Toy Story, e adesso è lo studio di animazione più di successo al mondo. In un significativo susseguirsi degli eventi, Apple ha comprato NeXT, io sono ritornato ad Apple e la tecnologia sviluppata da NeXT è nel cuore dell'attuale rinascimento di Apple. E Laurene e io abbiamo una meravigliosa famiglia.
Sono sicuro che niente di tutto questo sarebbe successo se non fossi stato licenziato da Apple. E' stata una medicina molto amara, ma ritengo che fosse necessaria per il paziente. Qualche volta la vita ti colpisce come un mattone in testa. Non perdete la fede, però. Sono convinto che l'unica cosa che mi ha trattenuto dal mollare tutto sia stato l'amore per quello che ho fatto. Dovete trovare quel che amate. E questo vale sia per il vostro lavoro che per i vostri affetti. Il vostro lavoro riempirà una buona parte della vostra vita, e l'unico modo per essere realimente soddisfatti è fare quello che riterrete un buon lavoro. E l'unico modo per fare un buon lavoro è amare quello che fate. Se ancora non l'avete trovato, continuate a cercare. Non accontentatevi. Con tutto il cuore, sono sicuro che capirete quando lo troverete. E, come in tutte le grandi storie, diventerà sempre migliore mano a mano che gli anni passano. Perciò, continuate a cercare sino a che non lo avrete trovato. Non vi accontentate
La mia terza storia è a proposto della morte
Quando avevo 17 anni lessi una citazione che suonava più o meno così: "Se vivrai ogni giorno come se fosse l'ultimo, sicuramente una volta avrai ragione". Mi colpì molto e da allora, per gli ultimi 33 anni, mi sono guardato ogni mattina allo specchio chiedendomi: "Se oggi fosse l'ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?". E ogni qualvolta la risposta è "no" per troppi giorni di fila, capisco che c'è qualcosa che deve essere cambiato.
Ricordarsi che morirò presto è il più importante strumento che io abbia mai incontrato per fare le grandi scelte della vita. Perché quasi tutte le cose - tutte le aspettative di eternità, tutto l'orgoglio, tutti i timori di essere imbarazzati o di fallire - semplicemente svaniscono di fronte all'idea della morte, lasciando solo quello che c'è di realmente importante.
Ricordarsi che dobbiamo morire è il modo migliore che io conosca per evitare di cadere nella trappola di chi pensa che avete qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c'è ragione per non seguire il vostro cuore.
Più o meno un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. Ho fatto la scansione alle sette e mezzo del mattino e questa ha mostrato chiaramente un tumore nel mio pancreas. Non sapevo neanche che cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che si trattava di un cancro che era quasi sicuramente di tipo incurabile e che sarebbe stato meglio se avessi messo ordine nei miei affari (che è il codice dei dottori per dirti di prepararti a morire). Questo significa prepararsi a dire ai tuoi figli in pochi mesi tutto quello che pensavi avresti avuto ancora dieci anni di tempo per dirglielo. Questo significa essere sicuri che tutto sia stato organizzato in modo tale che per la tua famiglia sia il più semplice possibile. Questo significa prepararsi a dire i tuoi "addio".
Ho vissuto con il responso di quella diagnosi tutto il giorno. La sera tardi è arrivata la biopsia, cioè il risultato dell'analisi effettuata infilando un endoscopio giù per la mia gola, attraverso lo stomaco sino agli intestini per inserire un ago nel mio pancreas e catturare poche cellule del mio tumore. Ero sotto anestesia ma mia moglie - che era là - mi ha detto che quando i medici hanno visto le cellule sotto il microscopio hanno cominciato a gridare, perché è saltato fuori che si trattava di un cancro al pancreas molto raro e curabile con un intervento chirurgico. Ho fatto l'intervento chirurgico e adesso sto bene.
Questa è stata la volta in cui sono andato più vicino alla morte e spero che sia anche la più vicina per qualche decennio. Essendoci passato attraverso posso parlarvi adesso con un po' più di cognizione di causa di quando la morte era per me solo un concetto astratto e dirvi:
Nessuno vuole morire. Anche le persone che vogliono andare in paradiso non vogliono morire per andarci. E anche che la morte è la destinazione ultima che tutti abbiamo in comune. Nessuno gli è mai sfuggito. Ed è così come deve essere, perché la Morte è con tutta probabilità la più grande invenzione della Vita. E' l'agente di cambiamento della Vita. Spazza via il vecchio per far posto al nuovo. Adesso il nuovo siete voi, ma un giorno non troppo lontano diventerete gradualmente il vecchio e sarete spazzati via. Mi dispiace essere così drammatico ma è la pura verità.
Il vostro tempo è limitato, per cui non lo sprecate vivendo la vita di qualcun altro. Non fatevi intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschi la vostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione. In qualche modo loro sanno che cosa volete realmente diventare. Tutto il resto è secondario.
Quando ero un ragazzo c'era una incredibile rivista che si chiamava The Whole Earth Catalog, praticamente una delle bibbie della mia generazione. E' stata creata da Stewart Brand non molto lontano da qui, a Menlo Park, e Stewart ci ha messo dentro tutto il suo tocco poetico. E' stato alla fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer e del desktop publishing, quando tutto era fato con macchine da scrivere, forbici e foto polaroid. E' stata una specie di Google in formato cartaceo tascabile, 35 anni prima che ci fosse Google: era idealistica e sconvolgente, traboccante di concetti chiari e fantastiche nozioni.
Stewart e il suo gruppo pubblicarono vari numeri di The Whole Earth Catalog e quando arrivarono alla fine del loro percorso, pubblicarono il numero finale. Era più o meno la metà degli anni Settanta e io avevo la vostra età. Nell'ultima pagina del numero finale c'era una fotografia di una strada di campagna di prima mattina, il tipo di strada dove potreste trovarvi a fare l'autostop se siete dei tipi abbastanza avventurosi. Sotto la foto c'erano le parole: "Stay Hungry. Stay Foolish.", siate affamati, siate folli. Era il loro messaggio di addio. Stay Hungry. Stay Foolish. Io me lo sono sempre augurato per me stesso. E adesso che vi laureate per cominciare una nuova vita, lo auguro a voi.
Stay Hungry. Stay Foolish.Grazie a tutti. |
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Meditazione e pratica
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Martedì 03 Marzo 2009 23:00 |
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Adriano ha chiesto: Scrivi di te: “In quegli anni avevo praticamente tutto: amici, famiglia, interessi, svaghi, divertimenti.”(Citazione da: L'inizio della ricerca spirituale) Mi chiedo come mai le persone “spirituali”, in genere non hanno moglie e figli? Pensi siano di ostacolo alla ricerca interiore?
Dadrim ha risposto: Caro Adriano, la mia ricerca “spirituale” è stata un processo lento, cresciuto per gradi, tuttora in corso, e che sento non potrà mai giungere a fine alcuna. Vivevo immerso in un certo grado di oscurità, ma quando cominciai a pulire la “lanterna” della mia coscienza, il buio che mi circondava iniziò a diminuire progressivamente, lasciandomi intravedere sempre più cose su me stesso, sul mondo che avevo attorno e sulla vita in generale. Ora non so se giungerà un giorno in cui non vi sarà più nemmeno una piccola ombra sul mio cammino, ma sento che anche se dovesse giungere questo momento, il viaggio della mia vita non perverrà certo a un capolinea, ma approderà semplicemente a un nuovo inizio, poiché là dove dovesse splendere sempre il sole, tutti i sentieri e gli orizzonti diverranno possibili, proprio perché totalmente visibili. Questo vale per ogni individuo, ognuno di noi, infatti, vive avvolto da un certo grado di tenebra, più o meno fitta a seconda della sua storia personale. Quando iniziamo a percepire i limiti e le sofferenze che provengono dal camminare con occhi semi chiusi, iniziamo anche a lavorare per riuscire a vedere sempre più chiaramente la verità delle cose che sono in noi e fuori di noi. Molte persone, però, nonostante vivano nella sofferenza non riescono mai a fare il salto necessario per spiccare il volo, e cioè comprendere che il male che ci colpisce è prodotto unicamente da noi stessi e mai da chi ci sta accanto o da ciò che ci circonda. Se continuiamo a pensare che siano gli altri o il mondo a dover cambiare stiamo semplicemente dimostrando di temere la fatica e il dolore che comporta mutare il nostro modo di relazionarci con l’esistenza.
Quando comprendiamo che l’unica persona che deve cambiare siamo noi stessi e che se qualcosa ci fa soffrire la causa sta unicamente nel nostro errato modo di porci in relazione con quel qualcosa o qualcuno, ecco che in noi cala una serenità imperturbabile. Questo non significa che tutto ci andrà bene e che accetteremo qualsiasi condizione di vita, anzi, tutto ciò significa che sapremo vedere con chiarezza dove sta l’errore e il male, e che pertanto saremo in grado di porci, nei confronti di questi, in quella giusta relazione capace di eliminarli quando sarà possibile o di tenerli a debita distanza quando non potremo fare nulla per modificarli.
Dico tutto ciò per sottolineare come i nostri rapporti con chi ci sta accanto siano costantemente esposti alla possibilità di un mutamento qualora dovesse modificarsi il nostro stato di coscienza. Se due ciechi si incontrano e iniziano a giocare a tennis, la partita che ne nascerà sarà di un certo tipo, ma se improvvisamente uno dei due dovesse riacquisire un po’ di vista, il livello del gioco precedente alla guarigione non sarebbe più sostenibile. Allo stesso modo mutano le nostre relazioni quando cambia il livello di consapevolezza della nostra coscienza. V’è però da dire che la maggior pare delle nostre relazioni si interrompe o muta, non perché noi diveniamo più consapevoli e liberi, ma unicamente perché i sogni che facciamo, vivendo nel nostro sonno, si dissolvono quando giungono a contatto con la realtà. Nel buio è infatti facile scambiare un porcospino per un pallone e magari dargli un bel calcio. Sono poche quelle relazioni che si trasformano o finiscono perché qualcuno ha iniziato a guardare la vita con occhi più limpidi.
Tornando alla mia frase che citi nella tua domanda, “In quegli anni avevo praticamente tutto: amici, famiglia, interessi, svaghi, divertimenti”, non intendevo certo dire che dopo aver iniziato a guardare con più attenzione le forme e i modi in cui si stava svolgendo la mia vita, ho anche gettato alle mie spalle ogni tipo di relazione che stavo vivendo. Attraverso quella specifica frase, se la rileggi nel suo contesto, intendevo dire che nonostante avessi praticamente tutto ciò che è comunemente ritenuto indispensabile per vivere una vita felice, io non lo ero affatto. In un certo periodo della mia vita ho iniziato a comprendere che per quanto un uomo possa essere circondato da amici, familiari, benessere economico e possibilità di svago, sino a quando non pone la sua attenzione sulla ricerca del significato ultimo del suo essere qui in questo mondo e in questo modo, nulla e nessuno potranno colmare quel senso di inappagamento e irrequietudine che vive in lui. Se non si vuole rimanere adolescenti per sempre è possibile continuare a negare la realtà della nostra morte, del dolore e della tremenda sete di significato che tormenta le nostre coscienze solo per un certo tempo.
Detto ciò v’è anche da sottolineare come sia vero che, nel momento in cui una persona inizia a relazionarsi con l’esistenza entro dimensioni sempre più vaste e profonde di significato e realtà, molte cose iniziano a cambiare, prime fra tutte le relazioni con le persone che ci stanno più vicine. Questo non vuol dire che le nostre relazioni devono inevitabilmente finire nel momento in cui noi diveniamo più consapevoli. Se consideriamo, però, che più consapevolezza significa principalmente più capacità di vivere serenamente e liberamente, sarà inevitabile che tutte quelle relazioni che oggi ci portano dolore e staticità dovranno mutare. Qualora, però, le persone che ci stanno accanto non fossero disposte a salire con noi lungo la scala della consapevolezza, queste spontaneamente fuggiranno, poiché stare accanto a chi porta con se anche solo una piccola luce ci costringe comunque a vedere di più, e chi non è pronto a questo sarà inevitabilmente costretto a fuggirvi lontano. Pertanto non credo che “spiritualità” significhi: niente famiglia, niente figli, isolamento o altre stramberie da fachiro indiano. Credo però che una sincera ricerca del proprio vero bene ed equilibrio interiore ci porti lungo una via dove non sono concessi compromessi e menzogne di nessun tipo, e quando una persona vive in questo modo è inevitabile che molte altre persone non siano disposte a starle accanto, meno che meno a seguirla.
Caro Adriano, ti posso assicurare, anche se forse tu già lo sai, che il solo parlare della morte o dell’assurdità insita in una vita spesa alla rincorsa di fama e ricchezze, può far perdere un non esiguo numero di amici e parenti. Ma, alla fine dei conti, tutto ciò lo si può davvero chiamare perdita o sarebbe forse meglio definirlo come un alleggerirsi da inutili pesi che rallentano il nostro lungo viaggio verso la libertà?
Un abbraccio,
Dadrim |
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Sulla spiritualità
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Venerdì 27 Febbraio 2009 12:21 |
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Vanna ha chiesto: Ciao Dadrim, puoi per favore dare una spiegazione alle coincidenze significative.
Grazie, tanti abbracci, Vanna. Dadrim ha risposto: Cara Vanna, nel dizionario la parola coincidenza è definita come: “il casuale accadere di due fatti nello stesso tempo o in circostanze analoghe”. Se ci pensiamo bene, di coincidenze ce ne capitano milioni ogni giorno, la vita stessa è una continua coincidenza, ma noi ne cogliamo solo alcune, quelle che per l’appunto tu definisci significative. Ogni giorno vediamo degli alberi molto simili fra loro, lungo le nostre strade o nei giardini delle nostre case, che perdono foglie, aghi, rami, che vengono abbattuti, ma difficilmente parliamo di coincidenze. Ogni giorno ridiamo, litighiamo o beviamo un caffé sotto lo stesso cielo, accarezzati dallo stesso vento o bagnati dalla stessa pioggia, ma difficilmente definiamo tutto ciò coincidenza. Allora cos’è che ci fa dire “guarda che coincidenza”? L’accadere di due eventi rari, simili, a breve distanza di tempo o contemporaneamente. Cos’è che invece ci fa dire, “guarda che coincidenza significativa?”. Ogni evento a noi esterno permette alla nostra coscienza di proiettare i suoi contenuti fuori da sé, permettendoci così di fare la nostra stessa conoscenza. La maggior parte delle persone però non comprende questo fenomeno. Non comprende che in realtà il mondo rimane solo uno schermo su cui noi proiettiamo i nostri vissuti, sino a quando la nostra coscienza non viene liberata (purificata) dai condizionamenti del suo passato. Ecco perché un fatto ha tante interpretazioni quante sono le persone che vi assistono. Ora, quando due fatti simili permettono alla nostra coscienza di proiettare vissuti personali di particolare rilevanza, ecco che nascono le coincidenze significative. I fatti coincidenti sono sempre milioni, ma la nostra coscienza, in base alla fase esistenziale che sta attraversando, legge come rilevanti unicamente quegli eventi che per qualche aspetto simbolico vanno a colpire la nostra dimensione significativa ed emotiva. Da questa lettura risulta pertanto che le coincidenze significative sono il prodotto di una peculiare “correlazione” fra il naturale e perpetuo manifestarsi del mondo fenomenico e l’altrettanto naturale e perpetuo divenire del nostro mondo coscienziale, dove quest’ultimo, rispecchiarsi fuori di sé, rimane meravigliato, non sapendo di stare facendo conoscenza di se stesso. Più la nostra coscienza diviene attenta, sensibile e profonda, e più ci accorgiamo come ogni evento sia potenzialmente portatore di significati sempre nuovi e più ampi, sino a quando i confini cadono e la coscienza esperisce sé stessa, non proiettando più nulla sul mondo delle cose, e pervenendo così alla comprensione del natura indivisibile dell’esistenza. Questo mondo non è altro che una scuola dove ci è permesso di apprendere la lezione più significativa di tutte, la lezione sul significato delle nostre stesse vite. Vedi come tutto coincide meravigliosamente? Dadrim |
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Dio e religioni
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Giovedì 26 Febbraio 2009 12:55 |
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Temi trattati e discussi in modo veramente assurdo quelli del testamento biologico, dell’eutanasia e del diritto alla vita. Sembra proprio che gli uomini che abbiamo al potere pensino sempre e solo in bianco o in nero, con loro o contro di loro, o forse si sentano un po’ tutti Gesù: “io sono la via, la verità e la vita”. Peccato che di Gesù ricordino solo questa affermazione, interpretandola a proprio piacere, e mai la sua infinita compassione e il suo immenso rispetto per la libertà spirituale di ogni individuo. Che i politici non facciano caso a tutto ciò ormai può anche non stupire più di tanto, ma per chi veste l’abito religioso mi sembra un’ingiustificabile comportamento, predicare amore e compassione per poi agire con durezza di cuore e dogmaticità ritenendosi unici legittimi depositari di una verità ed eticità universale, fatta però valere principalmente sul suolo nazionale italiano. Si dice che siamo in un paese democratico e non teocratico, pertanto le scelte della politica dovrebbero partire da un ascolto delle reali necessità degli individui e non dai dettami d’apparati di potere. Ma le cose non sembrano andare così. Quelli che dovrebbero essere i nostri rappresentanti nell’amministrazione della cosa pubblica sono, a tutti gli effetti, i nostri giudici e controllori. Chi oggi è al potere vorrebbe un mondo fatto di automi e di copie, mostrando, anche in questo caso, tutti i sintomi di una sindrome di megalomania al quadrato, visto che, per il caso, vestono i panni di Dio stesso. Nel libro della Genesi v’è scritto, “Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza”, per costoro vale il detto, “e il potente di turno condizionò il cittadino a sua immagine e somiglianza”. Un certo numero di individui, quando giunge al potere, sembra non distinguere più gli uomini dagli scarichi delle automobili: “tutte cose da omologare, per una questione d’ordine, di salute e morale, ovviamente!”.
Molti politici, intellettuali e sedicenti religiosi, parlano in continuazione di libertà, democrazia, responsabilità individuale e libertà di culto, ma quando un povero e semplice cittadino alza anche un solo dito per esprimere un suo profondo desiderio in merito alla sua stessa vita, ecco che tutti quei paroloni si rivelano per quello che realmente sono: strumenti di raccolta voti e fedeli. La cosa strana è, però, che oggi, Anno Domini 2009, la maggioranza degli italiani pare condividere l’idea che un essere umano abbia il diritto di decidere di poter mettere fine alla propria vita, quando questa, dal suo punto di vista, superi i limiti di un’esistenza minimamente degna d’esser chiamata tale. Ora vorrei citare e commentare brevemente alcune delle più grandi assurdità che in questi ultimi anni ho sentito pronunciare ogni volta che si parla di quel tema che dovremmo iniziare a definire “buona morte”, perché questa è la reale traduzione di “eutanasia” dal greco. Anche su questo vi sarebbe da scrivere all’infinito, e cioè sullo stravolgimento del reale significato delle parole. Oggi infatti, grazie ad un’ottima azione mediatica di condizionamento, si è iniziato ad associare il termine eutanasia ad una sorta di omicidio medico. Tenere un moribondo in vita per anni invece non lo si definisce tortura di stato, ma accanimento terapeutico. Ora, vi rendete conto dell’assurdità del termine accanimento terapeutico? Terapia deriva dal greco e significa propriamente “guarire”, "accanimento" invece, nel dizionario etimologico è definito come: ira ostinata dei cani. Qualcuno mi sa spiegare la connessione che esiste fra l’azione di guarire una persona e l’azione irosa ostinata di un cane? Se qualcuno si accanisce non sta facendo terapia ma tortura! Tortura infatti deriva dal latino torcere, piegare, che può significare anche volgere a proprio favore. Ecco che v’è più senso. Mi accanisco su un moribondo per volgere a mio favore la situazione, per imporre a un morente il mio bisogno di non rimanere solo, di non voler accettare la fine, la morte e la solitudine. Letto così, l’accanimento terapeutico non sembra più un atto di eccessivo altruismo, ma pare più un’azione egoistica, non vi pare? Ognuno lo legga come più gli piace, l'iportante è sempre e comunque che lo legga per sè e non per gli altri. Torniamo alle assurdità che ho sentito in questi anni altrimenti non la finiamo più. Una è questa: “Se lo Stato acconsente l’eutanasia (la buona morte), in poco tempo avremo uno spaventoso aumento dei suicidi”. Ma io dico, solo un demente può affermare una cosa simile. Secondo questo grande pensatore la gente ora non si suicida solo perché la legge non lo consente! Allora dovrebbe valere anche l’idea che, qualora vi fosse una legge che acconsente alla depressione, un gran numero di persone sprofonderebbe immediatamente in depressione. Sembra venir fuori che la nostra vita emotiva è una cosa che possiamo comandare attraverso la promulgazione di leggi. Fantastico!!!, niente più farmaci, niente più psicologi, niente più mistici, niente più religioni, niente più filosofia: solo e soltanto comandi, ordini, leggi, perché la vita è bianca o nera, e per quei soggetti che arrivano a dire cose del genere, meglio se è bianca, ma di quel bianco che dicono loro!!! Ovviamente il “grande psicologo” che ha affermato ciò, probabilmente non sa nemmeno che molti altri paesi hanno già approvato delle leggi che permettono una buona morte, e che l’ecatombe preannunciata non s’è verificata. Ma so già cosa mi direbbe “l’emerito scienziato filosofo” dell’assurdo: “Questa non è una prova scientifica”. Ed io sono già pronto a riconoscere la sua sapienza, perché ha perfettamente ragione: per l’Italia valgono sempre e solo altre leggi, quelle delle persone come costui ovviamente! Ho sentito dire poi che Papa Giovanni Paolo II è stato un esempio di cosa significhi vivere e morire nel dolore da veri cristiani. Ora, prima cosa non capisco perché codesti cristiani non possono morire come meglio credono rispettando le idee altrui. Seconda cosa, è sempre facile scaricare significati e simboli sulla vita dei morti, visto che fino a prova contraria l’ultimo caso di resurrezione di cui si sia discusso seriamente è stato quello di Gesù, e sino ad ora nessun Papa pare esser stato in gradi di emularlo in questo. Terza cosa, mi sembra come minimo inopportuno paragonare il cammino verso la morte di Giovanni Paolo II, sicuramente grande anima e grande uomo, ma non certo indigente e poco assistito, con la fine che stanno facendo tante persone sole, povere e male assistite in uno dei tanti nostri, altrettanto poveri, ospedali. Mi sembra poi ancor più inopportuno costringere altri esseri umani a leggere un certo tipo di dolore entro le logiche di emulazione della vita del Cristo. Logiche, peraltro, derivanti da un certo tipo di esegesi, che come tutte le interpretazioni è cosa puramente soggettiva. Ma la vita si sa, o è bianca o è nera, meglio se bianca e di quel bianco che dicono loro! Vi sarebbero troppe altre assurdità su cui discutere, ma credo sia meglio parlare del buon senso che alberga in ogni uomo. Per me è buon senso permettere ad ogni individuo di decidere quando la sua vita sia ormai giunta al suo apogeo. Uso volontariamente la parola apogeo, poiché credo che un essere umano che ha saputo cogliere la bellezza di questa esistenza quando era in salute, sappia anche cogliere la grandezza dell’ultimo passo che si compie prima di voltare pagina. Non comprendo infatti quel lugubre pensiero che caratterizza proprio la visione di quelli che dovrebbero esser più sereni al cospetto della morte, dato che in questa vedono un ritorno al Padre, ma forse di questo ritorno non ne sono molto convinti!? Credo pertanto sia saggezza smettere di leggere la morte come un evento nefasto, come la sconfitta della vita, un’offesa al creatore o altre stramberie, e iniziare a comprendere la complementarità che sussiste fra la vita e la morte, l’essere e il non essere, il creatore e il distruttore. Per quanto riguarda poi proprio coloro che dovrebbero avere un’esperienza o un’intuizione del divino, leggo unicamente come prova d’un fallimento spirituale l’eccessiva resistenza al morire. Trovo poi incomprensibile sostenere che l’eutanasia sia un atto umano contro le leggi divine, quando un paziente, per esser mantenuto in vita, deve rimanere collegato a decine di macchine massimamente umane e minimamente divine. Non ricordo infatti di aver mai sentito che nel giardino dell’Eden vi fosse anche un rivenditore di tecnologia biomeccaniche. Vedete l’assurdità, queste persone dividono la vita in umana e divina, così nascono tutti questi stupidi ragionamenti. La vita è una, l’unica cosa rilevante è saperla vivere con intelligenza e sensibilità. Dio è tanto nella macchina quanto nell’uomo e nella natura, infatti se l’uomo è un essere divino, la macchina che deriva dall’uomo sarà altrettanto prodotto divino: il vero problema sta unicamente nell’avere o meno l’intelligenza per saperla usare ugualmente divinamente. Per me è inoltre buon senso lasciare che un genitore decida di porre fina alla vita della sua figliola, dopo averla vista deperire in maniera irreversibile per anni ed essersi sentito dire che non v’è più alcuna speranza. Chi ha sofferto e sperato per anni al capezzale di quell’anima? I nostri legislatori o suo padre, sua madre, suo marito, il suo compagno e i suoi amici? Perché le leggi non le discutono mai i diretti interessati? Concludo consigliando, a tutti quegli uomini che devono assumersi il peso di scelte che influiscono sulla vita di milioni di persone, di non trasformarsi mai negli esecutori dei sentimenti e delle esistenze altrui quando non ci si può anche prendere l’onere di portare il peso delle nostre azioni. Infatti, quando un pensiero diviene azione, ma le conseguenze di tale azione non ricadono anche sul pensatore stesso, un tale pensiero non diviene mai un esperienza di chi l’ha partorito, ma diviene unicamente un’azione irriflessa che ricade su altri esseri umani, usati in questo modo come cavie per esperimenti di ingegneria sociale! Ma la società non è composta da topi, meno che meno da mattoni e putrelle, pertanto, prima o poi le cavie escono dalla gabbia e si accaniscono, questa volta sì “terapeuticamente”, contro gli l’esecutori degli esperimenti. Questo è l’eterno male che genera il potere quando si manifesta attraverso “geometrie sociali piramidali”. Chi detiene il potere fa le leggi, la base le deve rispettare, i vertici le possono dimenticare. Ma la base è sempre più grande del vertice, quindi, il giorno in cui la base non sopporta più l’eccessivo peso esercitato dalle pulci parassite che siedono sopra di lei, con un leggero colpo di reni, tutto quel che è sopra finisce sotto terra. Peccato che nel giro di poco tempo dalla base spuntino nuove pulci desiderose di sedere ai vertici, e così il girotondo riprende senza sosta. Quando ci stuferemo di tutto questo triste spettacolo? Forse il giorno in cui inizieremo ad avere più rispetto per la dignità e la libertà di ogni singolo individuo, a prescindere dal suo conto in banca e dal suo potere politico. Forse quel giorno smetteremo di riversare nelle mani di pochi le responsabilità e le scelte che spettano a ciascuno. Dadrim |
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Crisi interiori
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Martedì 24 Febbraio 2009 13:45 |
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M. ha chiesto: Secondo te sono una persona inferiore ad altre? Perché sono così?
Dadrim ha risposto: Cara M., per quanto riguarda le cose più importanti della vita non v’è nulla di superiore o inferiore, di migliore o peggiore, di più bello o più brutto. Il paragone esiste solo nella mente di quegli individui che non sono ancora sufficientemente sensibili e consapevoli per riuscire a percepire quel filo sottile e invisibile che accomuna l’intera esistenza. Ormai camminiamo assieme da quasi un anno, e ti ho visto fare dei passi da gigante! Ce ne hai fatte passare di cotte e di crude, ma non ci siamo mai scoraggiati, meno che meno tu, e questa è la cosa più importante! Hai saputo credere in noi e in te stessa, hai saputo lottare, attendere, e guarda ora che sorriso riesci a far nascere in te! All’incontro di sabato, due settimane fa, eri la persona più viva e attenta di tutto il gruppo, ma in te nascono ancora domande come quella che ora mi poni. Eppure è sempre così, l’ultimo ad accorgersi di un cambiamento e sempre chi lo vive: sembra proprio che la farfalla non conservi mai memoria della sua vita da bruco. Ma non preoccuparti, io sono qui proprio per ricordarti il tempo in cui strisciavi e per mostrarti le ali che ti stanno spuntando. Mi chiedi, “perché sono così?”. “E come dovresti essere?”, ti chiedo io. Non paragonarti mai a nessuno, perché sarebbe come voler conoscere la propria immagine specchiandosi in un vetro rotto: viene fuori sempre mostruosa! Abbandona ogni idea di come dovresti essere e abbandona ancor di più l’idea che hai in merito a come ti vorrebbero vederti gli atri. Tu sei quella che sei e tutto è come dovrebbe essere. Preoccupati piuttosto di non smettere mai di vedere la bellezza della vita, e di comprendere come il male e il dolore siano solo il concime dell’albero della nostra vita, bisogna solo spargerlo sul terreno giusto e smettere di spalmarselo addosso come fanno molti. Hai il dono di saper dipingere, trasformalo nella tua via per la realizzazione: la pittura può essere magica se la si usa come via di autoconoscenza e liberazione. Nonostante tu ed io ci parliamo spesso, questa volta ho voluto risponderti attraverso uno scritto perché molte volte il vecchio detto latino ha ragione: “le parole volano, gli scritti rimangono” (Verba volant, scripta manent). Le parole si dimenticano facilmente, si confondono, e proprio quando se ne ha più bisogno sembrano non voler fare più ritorno, ma una lettera, se conservata con cura, rimane, e spesso, rileggendo qualcosa più volte nel tempo, scopriamo come quel che oggi comprendiamo non è mai uguale a quel che domani impariamo. Un abbraccio, Dadrim |
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Lettere e messaggi
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Lunedì 23 Febbraio 2009 10:40 |
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Alessia ha scritto: Pur sforzandomi di avere un atteggiamento osservativo e distaccato oscillo sempre tra ansia, preoccupazione e tristezza...ma se queste emozioni sono parte di me perchè mi vengono da un vissuto traumatico dell'infanzia come posso trascenderle? Non possiamo cambiare il passato ed è inevitabile che tutto ciò che abbiamo vissuto emotivamente condizioni le nostre reazioni nel presente. Mia nonna è morta davanti a me d’infarto, avevo 6 anni, ma io lì per lì non lo avevo capito, sono stata spedita a dormire da un conoscente e nessuno mi ha spiegato niente. Dopo 6 mesi, era il giorno del mio compleanno, mio padre, che era fuori città come sempre per lavoro, ha avuto un edema della glottide ed è entrato in coma. Sono stata parcheggiata dall'altra nonna nel frattempo che mia madre assisteva mio padre in ospedale, e anche qui l'unica cosa che sapevo era che lui era fuori per lavoro. Continuamente chiedevo a mia nonna quando sarebbe tornato mio padre, un bel giorno lei ha avuto la splendida idea di rispondermi con rabbia : "Ma che!, non lo hai ancora capito che è morto? Non tornerà più!". Dopo, come sempre, nessuno mi ha più detto niente e non mi hanno neanche portata al funerale. Per me è semplicemente partito e mai tornato: credo di non aver mai elaborato il lutto. A seguito di tutto ciò mia madre, poveretta, ha dovuto pensare ai figli e a tutto il resto da sola e quindi, da brava figlia di madre anaffettiva lei stessa, si è concentrata soltanto su quelli che erano i bisogni primari fisici e ha tralasciato completamente quelli che tu chiami i bisogni esserici. Ora il mio psicoterapeuta dice che la bambina che è in me ha delle domande alle quali nessuno ha mai risposto e che solo io posso farlo, forse è per questo che non mi fa dormire.
Quello che so per certo è che non posso ignorarla come ho fatto finora facendo finta che non sia mai successo niente. Tanto meno riesco a non farmi coinvolgere in tutto questo....Ho paura che le mie ferite interiori non possano spurgare da sole.... Alessia Dadrim ha risposto: Cara Alessia, il tuo psicoterapeuta ha perfettamente ragione, quella bambina che sei stata e che tuttora vive in te è alla ricerca di risposte, e dal mio punto di vista queste risposte possono venire unicamente dall’Alessia adulta e matura che sei tu ora. Quella bambina chiede da te tutta quell’attenzione, quell’amore, quell’affetto e quell’ascolto che nessuno è riuscito a darle in passato. Le persone solitamente attendo che sia qualcuno a dare loro tutto ciò, ma il vero salto verso la libertà lo facciamo unicamente nel momento in cui diveniamo genitori, amici ed amanti di noi stessi, non attraverso un atteggiamento egoistico, ma attraverso una relazione personale interiore d’amorevole e attento ascolto. Dici di oscillare ancora tra ansia preoccupazione e tristezza, ma cos’altro puoi aspettarti? Per quanto tempo la piccola Alessia ha vissuto sola e inascoltata dentro di te, forse perché sino ad ora la grande Alessia non ha mai potuto permettersi di accogliere le fragilità e le paure di quella piccina? Se dal tuo mare interiore sta affiorando questa tempesta, significa unicamente che la tua coscienza oggi è abbastanza forte e pronta per prendersi cura del dolore e dell’abbandono che vengono dal tuo passato. Non leggere questi eventi come un male, faresti un grande errore, tutto ciò accade unicamente perché la tua anima sente d’esser pronta ad affrontare le ombre della sua infanzia. La nostra coscienza non ci sottopone mai a delle prove che non sente di poter superare!!! Ora, pur sforzandoti di rimanere in un’osservazione e in un ascolto attenti e passivi, non riesci a non farti coinvolgere nel turbine dei tuoi pensieri e delle tue emozioni. È normale, tutto ciò fa parte di un sano e profondo processo di liberazione. Non darti un tempo, non attendere una soluzione, non cercare di far finire tutto ciò nel più breve tempo possibile. Se osservi qualcosa con l’intenzione che questo se ne vada il prima possibile, in realtà non stai prestando piena attenzione a quel qualcosa. Immagina di avere una bambina sofferente nella tua casa; non le staresti mai vicina, con il desiderio di aiutarla, pensano: “speriamo che se ne vada il prima possibile perché non riesco più a sopportare la sua presenza”. Cosa puoi fare per aiutarla a trascendere il suo dolore? La devi lasciar parlare completamente, la devi ascoltare sino alla fine del suo pianto e del suo sfogo, altrimenti tornerà a chiudersi e lentamente morirà nel cuore. Abbi un’infinita pazienza e un infinito amore per quella bambina ferita che vive dentro di te e vedrai che tutto questo dolore si trasformerà lentamente in un grande sorriso. Non temerla, non reprimerla, non allontanarla, ma abbracciala con tutta te stessa e vedrai che rinascerà. Amore, pazienza e fiducia: non ti serve null’altro. Ciò che stai passando è l’inevitabile cammino che ogni uomo e donna devono fare per poter divenire maestri di se stessi. Alcune persone passano attraverso prove leggere, altre persone vengono forgiate attraverso il fuoco, ma nessuno viene posto al cospetto di prove che non sono alla sua altezza. Tutto ciò che ti dico non è mera psicologia o vaniloquio filosofico, ma è frutto della mia stessa esperienza. Quando ho attraversato i momenti più bui mi sono sempre ripetuto che l’ora più fredda della notte precede l’alba, e così è sempre stato. Abbi fiducia in te stessa e non temere il dolore di una bambina! A te vicino, rimango in silenziosa attesa della tua prossima lettera. Un immenso abbraccio, Dadrim Link al precedente articolo connesso: Malessere profondo, insonnia e incendi vari |
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Sulla spiritualità
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Domenica 22 Febbraio 2009 17:37 |
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Mirko ha scritto: Buongiorno a tutti sono Mirko Morgante è vorrei sapere da voi se c'è un significato ad un fatto accaduto questa mattina 21 febbraio 2009 a Roma. Questa mattina la mia compagna al suo risveglio ha trovato sul terrazzino della nostra abitazione un piccolo uccellino morto ( non sono un esperto pertanto non so indicare la razza) al mio rientro a casa mi ha raccontato quanto accaduto e ciò ha fatto nascere in me il desiderio di trovare un significato a tale evento. La domanda che Vi pongo è la seguente? Per quale motivo un piccolo esemplare ha deciso di venire a morire nel balconcino della nostra casa? In attesa di una Vostra risposta invio i miei più calorosi saluti
Dadrim ha risposto: Caro Mirko, che splendida domanda!! Nella sua semplicità racchiude l’universo intero. Immagino questo: “Siamo nella stupenda capitale d'Italia, sul terrazzino di un appartamento, in un fredda e limpida mattina di fine febbraio. Un nuovo giorno sta iniziando, con tutto il suo trambusto, la sua frenesia, i sui mille impegni, desideri e pensieri. Tutto sembra passare senza un attimo di sosta, senza tempo per riflettere, ma ad un tratto eccola lì, immobile, muta, solenne e apparentemente inconciliabile con tutto ciò che v’è intorno. La morte è venuta a posarsi sul terrazzo della vostra casa, dolce, leggera e morbida, vestita con ali d’uccello colorate”. Dopo aver visto tutto ciò dici d’esserti chiesto il “significato” di tale evento, ma poi formuli la tua domanda asserendo di voler sapere per quale “motivo” un piccolo esemplare di volatile ha deciso di venire a morire nel balconcino della tua casa. Dal mio punto di vista la tua domanda tocca più aspetti: “significati, cause motivi ed esoterismo” Un significato, un motivo e una causa non sono la stessa cosa. V’è poi la possibilità che qualcuno, da un fatto del genere, tiri fuori anche aspetti esoterici, magici o altri deliri. Per quale causa quell’uccellino è morto? Forse un veterinario potrebbe fare un’autopsia. Per quale motivo è morto proprio lì? Ed io mi chiedo perché non doveva morire proprio lì? Una serie di eventi che lo hanno portato su quel balcone vi sono sicuramente, ma che importanza hanno? Forse se riuscissimo a trovare dei testimoni dell’accaduto potremmo scoprire se quel piccolo esserino ha subito un incidente o è stato ucciso. Forse amava venire a posarsi sul tuo balcone per cantare una canzone a te e alla tua ragazza per farvi svegliare, e ormai affezionatosi a voi, ha deciso di darvi l’ultimo saluto prima di andarsene? Non saprei, ma so che v’è molta gente che è vittima di strane superstizioni, condizionamenti, credenze e paure, e che da un tale evento può iniziare a fantasticare assurdità d’ogni tipo: “Questa morte è il preannuncio di un evento nefasto che fra breve mi colpirà o colpirà la mia famiglia. Preannuncia la morte di un bambino. La fine della mia relazione sentimentale, l’inizio di una malattia….”. Le scemenze che la gente si inventa sono infinite, perché infinita è la fantasia umana e la paura che l’uomo nutre nei confronti della morte. A tutte queste persone vorrei ricordare che l’universo non ha tempo da sprecare per venire a recapitare strani ed esoterici messaggi nelle nostre “buche delle lettere”. La vita ogni giorno, attraverso il suo naturale e semplice accadere, ci offre sempre l’opportunità di penetrare e comprendere i suoi segreti, le sue leggi, i suoi significati e il suo amore: la vita scorre costantemente fuori di noi e attraverso di noi. Per chi la vuole osservare, ogni singolo istante è un momento di possibili grandi rivelazioni, ma tutto ciò non ha nulla a che fare con strambe idee di messaggi premonitori, avvertimenti o altro, inviatici da entità soprannaturali, divine, fosse anche dio in persona il feticcio attraverso cui la nostra paura desidera nascondersi. Caro Mirko, credo tu voglia concordare con me nell’osservare che le persone inventano le storie più fantasiose e roboanti per giustificare tutti quegli eventi della vita che non rientrano in una consolante visione delle cose. V’è la morte, e la morte ci terrorizza perché rappresenta la fine d’ogni nostro scopo, sogno e ideale da perseguire. Ecco che allora iniziamo ad inventarci mille e un'interpretazione. Paradisi, reincarnazioni, nirvana, estinzione totale di ogni forma di coscienza (pensiero ateo materialista)… Ma cosa ne sappiamo in realtà? Nulla!, sono tutte credenze, superstizioni, meccanismi di autoprotezione che attiviamo per non dover fare i conti con la nostra ignoranza. Fa troppa paura doversi dire: io non so perché sono qui, dove sto andando e da dove vengo. Pertanto è molto più comodo raccogliere qualche storiella religiosa raccattata qua e là. Non sto dicendo che il paradiso, la reincarnazione o il nirvana non esistono, sto solo dicendo che sino a quando non riusciamo ad avere una reale esperienza spirituale, tutte queste parole per noi saranno irrilevanti, per questo sostengo che anche l’ateo e il materialista sono dei pappagalli, credenti cocciuti e cechi. Che prova hanno questi individui dell’unica esistenza della materia? Come possono sostenere che dopo la morte non v’è più nulla? Anche l’ateismo e il materialismo sono dei fanatismi, delle cieche credenze. Come si può affermare che qualcosa non esiste solo perché io non l’ho mai sperimentata? È stupido fare ciò, come è stupido asserire di credere in dio o nella vita dopo la morte senza aver “assaggiato” personalmente qualcosa del trascendente, del divino. Tutti i credo sono solo consolazioni!! Vedi anche tu, Mirko, come gli stessi atei, a modo loro trovino consolazione nell’idea che dopo la morte non v’è più nulla? Immaginiamo una persona che per tutta la vita non ha mai meditato, riflettuto, osservato dentro di sé, ma che si è solo dedicata ad azioni egoistiche, meschine e violente, cosa ne può sapere del divino e della morte? Nulla!!! Ora, è facile capire che una siffatta persona non gradisca tanto la concezione cristiana dell’esistenza. Se dovesse esistere un inferno sarebbero guai seri per lui, quindi fra due credo, uno ateo e uno cristiano, quale gli converrà scegliere prima di morire? Con questo non sto dicendo che gli atei sono persone egoiste, è solo un esempio, anzi, a volte sono più egoisti i sedicenti religiosi. Con tutto ciò voglio solo mescolare tutte le carte della nostra cultura per far vedere che in fondo sono tutte bianche, non hanno alcun contenuto se noi personalmente non desideriamo guardare la realtà che ci circonda. Chi non sa dovrebbe tacere o perlomeno dire “ancora non so, non sono ancora giunto a nulla”. Queste persone invece blaterano dalla mattina alla sera, cambiano credo come le mutande, forse anche di più. Oggi sono atee e comuniste, domani sono cattolici e capitalisti, dopo domani sono catto-comunisti-capitalisti-budddisti-induisti-social-democratici, perché chi più ne ha, di credo, più pensa d’essere al sicuro. L’uccellino sul tuo davanzale, come il sale che ho versato ieri sul pavimento della mia cucina, non porta alcun segno premonitore, alcun preannuncio di fortuna o sventura, ma sono semplici accadimenti determinati da mille possibili cause. Quindi, tornando alla tua domanda, le cause sono varie, i messaggi esoterici sono solo fantasmi delle nostre povere menti, mentre i significati sono tutt’altra cosa. Ogni avvenimento ha infatti sempre una causa e sempre un significato. I significati nascono dalla comprensione che affiora in noi quando osserviamo attentamente e liberamente un fenomeno, e portano alla scoperta del nostro mondo coscienziale, interiore, spirituale. Quando osserviamo senza paure, preconcetti e ottuse superstizioni il naturale e quotidiano accadere della vita, dentro di noi, lo specchio della nostra coscienza penetra totalmente tutte le dimensioni e le relazioni degli eventi, cogliendo i reali significati di ogni cosa, in sintonia con le nostre effettive capacità. Cerco di spiegarmi meglio. Se c’è un uccellino morto sul selciato e passa un uomo che pensa principalmente alla caccia e alle cene con gli amici, è probabile che alla vista del piccolo volatile costui inizi a fantasticare sulla prossima battuta di caccia e sulla prossima bottiglia di “lambrusco”. Questa persona non sta riflettendo un bel niente di ciò che vede ma sta unicamente proiettando i propri desideri sul mondo che lo circonda. L’azione riflessiva avviene unicamente quando la nostra mente è silente e pertanto rispecchia il significato intrinseco alla realtà con cui entra in contatto. La parola riflettere deriva infatti dal fenomeno che si genera quando un qualcosa si pone di fronte ad uno specchio, è solo la nostra mente confusa e contorta che ha trasformato l’azione riflessiva in un atto di analisi e comparazione del pensiero, ma la vera riflessione accade unicamente quando la nostra mente non auto-produce i sui stessi pensieri. Supponiamo ora che, sempre lo stesso uccellino morto sul selciato, venga visto da un passante che vive in uno stato di profonda riflessione, meditazione, preghiera o come la vogliamo chiamare. Ecco che in questo caso, quel corpo senza più vita, verrà riflesso limpidamente nello “specchio” della sua coscienza, e da tale riflesso tutti i significati che la coscienza racchiude in sé affioreranno limpidi e cristallini, portando una più vasta, sensibile e attenta esperienza della vita. Forse dalla visione di quel corpo potrà affiorare la percezione dell’impermanenza della vita, della sua tremenda fragilità e forza, della sua infinita giustizia e indifferenza, come al grande, così al piccolo, come all’alto, così al basso. Ecco che forse quell’uomo, silente e sereno, troverà un significato così sconfinato che lo porterà a pensare: “Come è morto questo piccolo essere così morirò anch’io, come lui ha vissuto, così ora vivo io, come ora queste piume non tremano più sferzate dai venti, ne questo piccolo cuore batte più nel petto, sopra la mia testa vedo decine d’altri uccelli giocare fra le nuvole, e se scendo ancor più nella mia riflessione, ecco che trovo quel fiume che scorre in mille letti diversi, ma è formato da un’unica acqua indivisibile, perché anche quando la separi, essa, prima o poi, evapora per tornare sempre e comunque, sotto forma di pioggia, in un altro greto o bacino d’acqua. Quell’uccellino è venuto, come ogni giorno vengono mille altre cose, per ricordarci di scendere, sempre più in profondità, nel significato ultimo delle nostre esistenze. Ciò che conta è che tu oggi hai colto questo evento senza lasciarlo passare come i mille altri che ogni giorno ci sfuggono stupidamente. Che non sia il segno premonitore di un risveglio interiore? Non saprei, ma una cosa so per certo: solo noi siamo profeti di noi stessi, solo noi possiamo determinare il nostro futuro! Un saluto, Dadrim |
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Meditazione e pratica
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Venerdì 20 Febbraio 2009 23:20 |
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Antonella ha scritto: Salve Dadrim, mi piacerebbe sapere che cosa è per te la meditazione. Un abbraccio amorevole
Dadrim ha risposto: Cara Antonella, la parola meditare deriva dal latino “meditari”, derivato di “mederi”, che significa curare. Ciò ci fa capire come nell’antichità la meditazione coincidesse con un’azione curativa, che poteva riguardare sia il corpo che l’anima. La cultura occidentale ha poi lentamente abbinato questo termine unicamente all’attività del pensiero, perdendo così il collegamento con il ben più importante significato che sta nell’azione globale di cura della persona. Oggi la parola meditazione ha migliaia di sfaccettature, e ripercorrerle è cosa alquanto difficile quanto credo inutile. Vi sono però due insiemi principali e ben distinti in cui si può inscrivere il significato di meditazione. Uno è l’insieme formato, come dicevo, dall’interpretazione occidentale, dove la meditazione è un’azione del pensiero focalizzata su di un oggetto o più, atta a sviscerarne i segreti attraverso la riflessione. L’altro insieme è formato dalla concezione orientale. In questo caso il termine italiano meditazione traduce la parola d’origine sanscrita Dhyāna (jhāna in lingua pāli) che letteralmente significa “visione”. Dalla traslitterazione della parola dhyāna derivano i termini Chan, in cinese, e Zen, in giapponese. Da ciò si comprende come in oriente la parola dhyana sia la radice stessa del pensiero mistico, spirituale d’intere tradizioni. Evitiamo ora di parlare delle molteplici concezioni di “dhyana” in oriente poiché anche queste sono infinite e non credo che si trovino facilmente due persone concordi su di una medesima definizione. L’unica cosa che accomuna tutte queste letture del fenomeno “dhyana” è l’idea che questa parola indichi uno stato mentale, dell’essere, o come lo vogliamo dire, di limpida riflessione del reale. “Dhyana” indica uno stato dove i pensieri e le emozioni non interferiscono più con l’umana percezione dei fenomeni sia interni che esterni alla persona. È da qui, infatti, che nasce l’idea di una consapevolezza simile a uno specchio, cioè capace di riflettere le cose senza distorcerle. Se prendiamo per buona questa mia sommaria e rozza definizione di meditazione, vista all’interno di due paradigmi totalmente opposti, ci rimane da definire quale delle due letture sia corretta. Dal mio punto di vista sono entrambe corrette, importante è però capire a cosa porta una e a cosa porta l’altra. Se per meditazione intendo qualcosa di finalizzato alla cura dell’anima, ecco che la concezione occidentale non è pertinente. Se invece intendo qualcosa di finalizzato alla cura del corpo fisico o alla risoluzione di tutti quei problemi d’ordine pratico che la dimensione fisica umana comporta, ecco che l’utilizzo della parola “meditazione” occidentale è più che corretto. La meditazione occidentale esprime l’azione analitica del pensiero che si concretizza nella comprensione delle leggi fisiche del mondo fenomenico. L’idea di meditazione orientale, invece, è un’azione che parte sempre dal pensiero, ma unicamente per spingersi sino al punto in cui l’attività analitica del pensiero giunge ad estinzione. Questa azione si concretizza con la sperimentazione di uno stato interiore di fusione con la vita, col divino, con l’essere o come lo si preferisce chiamare.
Alla base di entrambi questi due fenomeni v’è l’azione della consapevolezza individuale, pertanto ciò che è rilevante è comprendere come funziona e si manifesta la nostra consapevolezza. Come ho già detto in altri momenti, la nostra consapevolezza è ciò che ci permette di conoscere qualsiasi cosa. È come la luce di una lampada che quando viene puntata verso un oggetto lo illumina permettendoci di farne esperienza. La nostra consapevolezza può concentrarsi su spazi sempre più ridotti del mondo fenomenico o del nostro mondo interiore. Quando si concentra sul mondo fenomenico da vita alle conoscenze scientifiche, quando si concentra sul nostro mondo interiore da vita alle conoscenze umanistiche. La nostra consapevolezza, però, può anche non concentrarsi su di un oggetto specifico e lasciarsi espandere indefinitamente sino a giungere a uno stato di autoconoscenza, o sarebbe meglio dire di “essenza”, là dove giunge a sperimentare la sua stessa natura, libera da concetti, emozioni, giudizi, spinte e turbamenti. Questa è la dimensione della vera religione, questa è l’esperienza del misticismo. Abbiamo quindi: le scienze oggettive (fisica, chimica, biologia, matematica, geometria…), le scienze umanistiche (psicologia, filosofia, antropologia…) e l’esperienza mistica, la vera dimensione religiosa. Tutte queste tre dimensioni del sapere umano hanno come fondamento il fenomeno della consapevolezza. Quando la consapevolezza si muove verso il mondo delle cose da origine alla prima forma di sapere, quando si muove entro gli spazi della psiche umana da vita alla seconda forma di sapere, quando questa smette di muoversi sperimenta la sua stessa natura, quella che gli orientali chiamano sat-chit-ananda, termini i cui significati sono rispettivamente: "essenza", "consapevolezza" e "beatitudine". La meditazione intesa in questo ultimo modo rende giustizia al termine latino mederi (cura), poiché in questo stato ogni nostra sofferenza interiore trova la sua estinzione, la sua cura. V’è un’altra cosa da dire. Molti intendono la meditazione come una tecnica necessaria per giungere allo stato di “sat” e “ananda”. Le tecniche sono una cosa che molti amano tantissimo, forse per il fatto che il semplice parlare di rimanere in uno stato mentale attento e passivo sembra cosa alquanto improponibile, eppure la mia esperienza mi dice che proprio nell’osservazione vigile e passiva risieda la via maestra, ciò non significa in alcun modo che questa sia l’unica via. Esistono sicuramente una serie di attività che ci possono aiutare a entrare con più facilità in uno stato di recettiva passività della consapevolezza, ma queste cose non vanno confuse con lo stato stesso di abbandono interiore. Queste pratiche sono dei mezzi di purificazione, di catarsi, di scioglimento ed eliminazione delle mille tensioni che quotidianamente accumuliamo, ma se poi non passiamo dei lunghi e intensi periodi in quello che è lo stato proprio al termine dhyana, e cioè in un’attenzione vigile e passiva, tutto si rivela inutile. Sarebbe come svuotare un secchio che rimane sempre sotto una cascata. La cosa saggia è prima svuotare il secchio, cioè praticare delle attività liberatorie, ma poi portarlo al coperto per evitare che si riempia di continuo, e questo lo può fare solo un’osservazione passiva e vigile di tutti quei fenomeni che costantemente si agitano in noi e di cui non siamo per nulla coscienti.
Per me la meditazione intesa come “dhyana” è l’unica cura possibile a tutti i nostri mali interiori, e questa cura consiste nell’iniziare ad essere liberi dal nostro intero passato, per finire con l’essere semplicemente ciò che si è. Questa cura inizia con un’osservazione costante e passiva di tutto ciò che facciamo, pensiamo, vediamo e sentiamo, e termina con un’esperienza di essenza, consapevolezza e beatitudine (sat, chit, ananda).Le pratiche catartiche all’inizio possono essere molto importanti, ma non v’è nulla di esoterico in tutto ciò. Una bella corsa mattutina, una nuotata in piscina, o una corsa in bicicletta, ripetute per un certo periodo, possono essere più che sufficienti. A volte bastano anche delle semplici passeggiate o una relazione sessuale profonda e travolgente. Le vie del signore sono infinite, siamo sempre e solo noi che cerchiamo i sentieri più assurdi e impervi!
Da quanto ho detto sino ad ora non vorrei però che qualcuno giungesse all’affrettata conclusione che io sia una sorta di buddista o induista non dichiarato. Ho parlato di “dhyana”, “sat”, “chit”, “ananda”, ecc.., unicamente perché la domanda che mi hai posto si riferisce al concetto di meditazione, e tale concetto è inevitabilmente legato alla tradizione orientale. La mia visione delle cose mi porta a dire che ogni religione, nella sue essenza, esprime i medesimi messaggi, indica il medesimo orizzonte, parla della stessa realizzazione, pertanto non sarebbe per nulla cosa difficile prendere i vangeli e far notare che anche il “nostro” Gesù non fa altro che ripetere alla gente: svegliatevi, abbandonatevi, abbiate fede, non pregate balbettando mille richieste, ma rimanete in silenzio, in ascolto, in un’attenzione attenta e passiva. La vera preghiera è dhyana e la vera dhyana è vera preghiera, non v’è alcuna differenza. Le persone pensano mai a tutto ciò? Nella nostra religione quali sono le forme e i modi per raggiungere il divino o il Padre, dio o come più vi piace chiamarlo? La chiesa cattolica pare esserselo dimenticato dato che sta sempre a ficcare il naso nelle buche delle talpe invece di occuparsi del volo delle aquile. La chiesa se non avesse i peccatori e i peccati non avrebbe più motivo alcuno d’esistere, per il semplice motivo che non si occupa più ormai da secoli di come realizzare effettivamente il divino. Cosa me ne può fregare di qualcuno che mi dice unicamente cosa non devo fare? Io voglio sapere cosa devo fare, come posso crescere, come posso vivere l’esperienza diretta e concreta della pace interiore. Se passi il tempo unicamente ad ammonire le persone, l’unica cosa che ottieni è la loro mortificazione. Se lasciamo perdere le nostre chiese e ci andiamo a prendere i vangeli per leggerli per conto nostro, scopriamo che il bon Gesù passava la maggior parte del suo tempo spronando la gente affinché abbandonasse ogni cosa, lasciasse che fosse la vita a prendersi cura di loro e vedesse la meraviglia e la grandezza della vita sotto ogni suo aspetto. Ma la nostra mentalità ottusa ha trasformato l’idea di abbandonare ogni cosa nell’idea di povertà, cosa che viene ormai solo predicata, visto che proprio chi predica è il primo a mostrare più che evidentemente di non credere alla validità di questo assunto. Se smettesse di predicare una tale fesseria si farebbe certamente un favore. La povertà è un male da combattere e non va confuso con la sobrietà e l’essenzialità che sono dei beni da diffondere. Chi è sobrio ed essenziale non perde la propria mente in inutili e infiniti desideri. “Abbandonate ogni cosa”, non è un riferimento al mondo materiale, ma è un evidente riferimento al mondo spirituale. Non attaccatevi alle cose futili, superflue, inutili, siate sobri, essenziali, soddisfate i vostri bisogni e abbandonate le vostre avidità. Sarò forse un folle ma dai vangeli traggo queste conclusioni, altrimenti non riesco a spiegarmi un Gesù che va a feste, a cene, che balla e canta la bellezza della vita.
Vi sarebbero poi da scrivere pagine e pagine sul concetto di preghiera. Sempre grazie alla nostra ottusità e alla nostra chiesa abbiamo trasformata la preghiera in una lagnosa supplica finalizzata alla realizzazione dei nostri più infantili desideri. Sono stati eretti, in giro per il mondo, centinaia di luoghi ove la gente va in pellegrinaggio per chiedere le cose più strane, per poi andare pure in giro a dire d’essere stati esauditi. Ma è cosa incredibile. Questo dio è un folle scriteriato, esaudisce i capricci di chi lo invoca piagnucolando, mentre lascia morire di fame e violenze inaudite, bambini innocenti, donne e vecchi. Se dovesse esistere un dio del genere io non lo voglio nemmeno vedere, anzi, posso affermare in piena tranquillità d’essere più divino io d’una simile divinità. Ora mi chiedo che razza di cose siano queste preghiere? Prego per guarire da un tumore? E anche se vengo esaudito che ci guadagno, tanto qualche anno dopo devo morire ugualmente. L’unica preghiera che abbia un senso è quella che nasce dal silenzio e dall’abbandono di ogni nostro vano desiderio, quella che nasce quando non pretendiamo più nulla oltre quel che già abbiamo e ci rimane unicamente un senso di vastità e gratitudine per essere parte di un qualcosa di misterioso e meraviglioso. La vera preghiera è pura e semplice dissolvenza, la vera preghiera è la concreta manifestazione della fede nella vita, della fiducia in quel seme divino che fa crescere, morire e rinascere ogni cosa. La vera preghiera è uno stato attento e passivo della coscienza, uno stato che ci può far sentire in diritto di dire: noi siamo i figli prediletti di questa esistenza. Non dico “i figli di dio padre” perché mi sembra cosa un tantino superata a livello di sviluppo intellettuale, oltre ad essere un tantino maschilista e infantile. Nel nome del padre del figlio e dello spirito santo… ma la madre in tutta questa storia che fina ha fatto? A no, dimenticavo, le donne non possono ancora confessare e dire messa, figuriamoci far parte della trinità….
La meditazione per me è preghiera, intelligenza, libertà e risate a crepapelle, quindi: “Nel nome della Madre, del Padre, della Figlia, del Figlio e del gatto di casa: AMEN….AUM….AMIN”
Altro articolo dove parlo della meditazione: “Sul metodo, la tecnica, la pratica, la meditazione: un'osservazione attenta e passiva”.
Ciao cara Antonella,
un abbraccio,
Dadrim |
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