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Come trovare Dio? PDF Stampa E-mail
Dio e religioni
Domenica 05 Aprile 2009 11:52

dioElisabetta ha chiesto: Come posso trovare Dio?

Dadrim ha risposto: Perché chiedi di Dio? Cosa vorresti ottenere da questo incontro? Felicità, pace, libertà, verità? Credo siano queste le cose che solitamente vorrebbero raggiungere le persone che chiedono di incontrare dio. Questo, in concreto, significa solo che, ora come ora, quel che tu vivi è infelicità e confusione. Peschiamo, così, dal cilindro dei nostri pensieri, l’idea di dio, sperando di cancellare, con un colpo di spugna, ogni nostro conflitto.. Ma che dio potrà mai essere questo? Un pensiero generato da una mente infelice non credo possa divenire una realtà di pace.

Cerca di guardare lucidamente la realtà che stai vivendo, perché solo da lì riuscirai a far nascere quella perpetua luce interiore che non è frutto di un sogno o di un bisogno di fuggire. Ecco che allora inizierai a vedere anche l’Amore che muove l’esistenza intera, e a quel punto, forse, ti chiederai cosa stia accadendo e da dove venga tutta quella bellezza, ma non trovando alcuna risposta, e rimanendo meravigliata da tanto splendore, forse dirai, “è Dio, è Il Mistero”, o forse rimarrai semplicemente in silenzio.  Ma non parliamo più di dio prima ancora d’aver parlato con noi stessi.

Un abbraccio,

Dadrim

 
Dono PDF Stampa E-mail
Pubblicazioni varie
Domenica 05 Aprile 2009 11:42

marzo

Un dono di Athena per la Festa delle Bandiere del 20 marzo 2009.

Blog di Athena: "Tracciaunidea"

Grazie!

 
Perché mia moglie mi ha lascito? PDF Stampa E-mail
Sull'amore e le relazioni
Domenica 05 Aprile 2009 11:32

Donna

 

 

 

 

 

 

 

 

Giulio ha chiesto: Perché mia moglie mi ha lascito?

Dadrim ha risposto: Forse perché non le prestavi la minima attenzione,

visto che non sai nemmeno perché ti ha lascito!

Dadrim

 
Il dogma dell’anzianità e l’eternità della giovinezza PDF Stampa E-mail
Sulla spiritualità
Mercoledì 01 Aprile 2009 23:33

giovinezzaMauro ha scritto: Caro Dadrim, rimango sempre colpito dalla chiarezza e dalla profondità delle tue risposte, ma devo ammetterti che qualcosa in me fa fatica ad accettare le parole e i consigli di qualcuno come te che è molto più giovane di me. Ho orami quasi sessant’anni, e forse, vedere che qualcuno, in solo metà del tempo che io ho vissuto, ha probabilmente raggiunto una dimensione di vita che ancora oggi non mi è molto famigliare, in qualche modo mi irrita, mettendomi in una condizione mentale di pregiudizio e di non accettazione. Spesso mi accorgo di questo mio limite e sento quanto possa essere un ostacolo per un effettivo cambiamento, inoltre, tutto ciò, mi fa tornare alla mente l’educazione in cui sono cresciuto, dove, dietro all’idea del rispetto e dell’obbedienza per i più vecchi, oggi, mi sembra di rivedervi solo una paura del confronto con i più giovani e un desiderio egoistico di sentirsi sempre nel giusto e nel sicuro… Vorrei sentire una tua opinione su tutto ciò… forse mi faccio troppe domande, quando dovrei solo imparare ad ascoltare di più e a credere meno di sapere…

Con affetto, Mauro.

Dadrim ha risposto: Caro Mauro, sono io a rimanere molto colpito dalle tue parole, proprio perché so quanto sia difficile, per chi ha una certa età ed è cresciuto all’interno di una certa cultura, accettare, o anche solo ascoltare, discorsi sul senso della vita provenienti da chi è più giovane. Questo accade principalmente perché nella nostra cultura si è generate l’idea che avere più anni di vita significa anche avere più esperienza e conoscenza, e più esperienza e conoscenza significano anche più saggezza e serenità. Questo è un pensiero meramente quantitativo, lineare ed estremamente superficiale. Non v’è dubbio, inoltre, che un siffatto pensiero nasca, anche e soprattutto, dal bisogno di nascondere le prove di una vita fallimentare dietro il muro di una superiorità dettata dal dogma dell’anzianità. “Io sono vecchio e so più di te, pertanto non discutere, ma fai quel che ti dico”, quante volte abbiamo sentito questa frase?! L’abbiamo sentita tutti un milione di volte, e tutti l’abbiamo odiata, ma molti di noi l’hanno comunque rispettata e accettata a capo chino, e quando ormai ci accorgiamo d’esser divenuti vecchi e d’aver vissuto un’intera vita facendo quel che altri volevano, il dolore e il rimpianto, spesso, sono troppo grandi per poterci ammettere di non essere stati sufficientemente forti da riuscire a camminare con le nostre gambe e pensare con la nostra testa. Ecco allora che pure a noi non rimane altro che dire: “Io so più di te, ascolta e fa quel che dico, perché sono più vecchio e ho più esperienza”. Sembra che il semplice passare del tempo e l’accumularsi dell’esperienza siano l’unico metro che molti usano per valutare il valore di una persona, dopo il suo conto in banca e la sua posizione di potere, ovviamente. Cose come la felicità, la serenità, l’amore e il sorriso che vivono in un uomo, pare non vengano nemmeno concepite fra le qualità che un individuo dovrebbe avere per poter essere considerato un punto di riferimento.

Io credo che ciò stia accadendo semplicemente perché non si riescono più a trovare persone equilibrate e serene. Quanti vecchi conosciamo che non sono divenuti perlopiù ottusi, acidi e logorroici? Sono certo che li possiamo contare sulle dita di una mano.

È quindi comprensibile che la maggior parte delle persone, non avendo praticamente più alcuna esperienza di libertà, gioia e vero amore, inizi a basare i suoi criteri di valore unicamente sulla durata della vita di una persona, sul suo conto in banca e sul suo lavoro. Chi vive infelice teme la morte quanto la vita, pertanto, mosso unicamente dalla paura e dal bisogno di difendersi, ripone le sue certezze nel benessere fisico, nel denaro, perché da un apparente senso di protezione, e sul potere di comandare in generale, che è solo un’altra illusione di sicurezza.

Nella mia visione delle cose, però, la vita non si muove unicamente su un piano lineare, temporale ed esperienziale, ma si muove anche in una dimensione verticale, di profondità, atemporale, fatta di significati, libertà, gioia e amore. L’esperienza e il trascorrere del tempo non sono di per sé prove sufficiente di saggezza e valore. Un uomo può fare mille esperienze, ma se la sua consapevolezza non penetra gli sconfinati significati e le sconfinate dimensioni che si nascondono dietro ad ogni evento, l’unica cosa che otterrà sarà un maggiore indurimento delle sue difese e un aumento delle sue paure. La vita è una continua esperienza, ma ciò che conta è cosa ne facciamo di tutta questa esperienza. Noi nasciamo camminando sulla superficie della dimensione orizzontale della vita, una dimensione fatta dal muto trascorrere del tempo e dal continuo accadere degli eventi, ma ogni istante e ogni singola esperienza, se osservati con attenzione e sensibilità, possono divenire una soglia per fare un balzo nella dimensione verticale, profonda, dell’esistenza, quella dimensione che è intrinsecamente portatrice di libertà e saggezza. Un uomo, durante l’arco di un’intera vita, può vivere la fine di mille relazioni sentimentali, e da ciò concludere, sempre più, che in questo mondo non esiste una donna alla sua altezza. Un altro uomo, invece, in tutta la sua vita, può vivere un solo amore, capace di rispondere a tutte le sue domande e i suoi bisogni. Non è il semplice trascorrere del tempo che ci rende uomini, ma è quel che facciamo di ogni singolo istante della nostra vita! Per me è quindi indispensabile camminare lungo il sentiero del tempo e delle esperienze, quanto è indispensabile gettare in ogni singolo momento lo scandagli della nostra consapevolezza, per attingere i significati direttamente dal cuore di questa nostra esistenza.

V’è poi da dire che se la saggezza nascesse unicamente dal trascorrere del tempo, questa vita sarebbe molto crudele verso tutti coloro che non hanno la fortuna di vivere a lungo. Ma grazie a dio le cose non stanno così, infatti, ogni qualvolta la nostra sete di pace e serenità si rende bruciante, ecco che la porta della dimensione profonda della nostra vita si apre, per questo a volte è più facile trovare luce negli occhi di un giovane morente, piuttosto che in quelli di un vecchio sano!

Quanto tempo ancora mi concederà questa esistenza prima di richiamarmi a sè? Quante volte ancora potrò vedere il sole sorgere e tramontare? Trent’anni non sono molti, ma non sono nemmeno pochi, già alcuni miei amici sono partiti per un nuovo viaggio, ecco allora che non mi rimane altra scelta che cantare la mia canzone sino a quando mi è data voce, anche se so che il mio pubblico potrebbe aumentare con l’avanzare della mia età, ma ciò non è un mio problema, perchè chi è veramente aperto all’ascolto e desideroso di comprendere non si ferma certo a contare le rughe sul volto del cantautore. Inoltre, chi ama veramente cantare lo fa prima per se stesso, perchè rimane sempre meravigliato e appagato da quel suo canto che sente sempre come qualcosa che non gli appartiene e che costantemente si rinnova. Se poi il teatro vorrà riempirsi, con un pubblico pronto a divenire un coro, questo è un dono in più che sta unicamente nelle mani della vita.

Caro Mauro, dalla domanda che mi hai posto mi sembra di capire che già da tempo non presti più attenzione alle rughe sul volto del cantautore, ma che forse in te sta venendo a galla il dolore prodotto da un’educazione impostata sul dovere di conformarsi ad un’autorità ingiustificata, perché basata sul dogma dell’anzianità e dell’esperienza. Ma quanto poco importa il passato quando vediamo in noi scorrere la perpetua e sempre fresca corrente del presente: un presente che più invecchiamo e più diviene l’unica cosa che possediamo! Capisci cosa intendo, vero?!

Un abbraccio,

Dadrim                 

 
Violenza famigliare e sulle donne: “Picchiata solo qualche volta!” PDF Stampa E-mail
Sull'amore e le relazioni
Martedì 31 Marzo 2009 21:28

maniLucia ha scritto: Caro Dadrim, sto attraversando un momento molto difficile e non so proprio cosa fare. Sono assieme a un uomo, che amo molto, da quasi un anno, e da pochi mesi siamo andati a vivere nella stessa casa. Da quando abbiamo iniziato a vivere assieme, però, lui è molto cambiato. È diventato più chiuso, prepotente, arrogante e, in alcune occasioni, dopo un banale litigio, mi ha anche picchiata. Questo è successo solo qualche volta e senza l’intenzione di farmi veramente male, ma nonostante ciò non so più cosa pensare. Forse non mi ama veramente o forse c’è un modo per far cambiare il nostro rapporto… Già in un precedente rapporto ho attraversato una fase molto simile, ora inizio a chiedermi se sia io ad avere qualche problema. Scrivo a te nella speranza di non sentirmi dire ancora d'essere una stupida e di non essere giudicata nuovamente,  inoltre ho visto che sei sempre riuscito a dare una risposta illuminate anche alle situazioni più difficili. Per favore aiutami a far andare diversamente le cose.

Un caloroso saluto, Lucia.

Dadrim ha risposto: Cara Lucia hai ragione, per quel che posso, cerco sempre di non giudicare, ma di portare semplicemente le persone a guardare la nuda verità delle loro vite, perchè so che quando la nostra consapevolezza riesce a penetrare pienamente nel cuore del presente, non più offuscata dal passato e dai nostri meccanismi di difesa, ecco che nascono da sé un pensare  e un agire veramente risolutivi e  nuovi! Altra cosa, però, riguarda la possibilità di aiutare qualcuno. Nessuno può aiutare chi non vuole essere aiutato. Spesso la fine di un problema significa anche il dover mettere fine a un nostro sogno e desiderio, ma non tutti sono disposti a lasciare la propria casa in fiamme per salvarsi la vita. Tu lo sei?  Premesso ciò, quel che ti posso dire è che troppe volte i nostri cosiddetti rapporti d’amore non sono altro che prigioni e luoghi di tortura che inconsapevolmente scegliamo, spesso, per il semplice motivo che siamo cresciuti vivendo unicamente un certo tipo di relazioni. Non serve essere degli illuminati, ma basta conoscere un po’ i modi e le forme attraverso cui si sviluppa la nostra mente, per dire che, con un’altissima probabilità, hai trascorso un’infanzia accanto ad un padre padrone e violento o con una madre mortificante, giudicante e una figura paterna assente. Spesso, partendo da queste premesse, si sviluppa in noi un senso di inferiorità, di dipendenza da certi dolorosi e opprimenti modi d’entrare in relazione con l’altro e di ricevere attenzioni dall’altro.

Le cose potrebbero essere andate così o anche no, ma questo, nel presente che stai vivendo, non ha poi molta importanza. Ciò che conta veramente è che tu riesca a vedere i pensieri e le emozioni che vivono dentro di te e che ti portano ad accettare un tale livello di relazione. Vivi con una persona che, poco tempo dopo aver iniziato a condividere con te lo stesso tetto, è mutata caratterialmente, iniziando ad essere arrogante, prepotente e violenta, non solo verbalmente, ma anche fisicamente. Dopo aver osservato e subito questo anomalo mutamento, quel che tu fai è chiederti se costui ti ama veramente e giustificare i suoi violenti agiti affermando che non aveva reali intenzioni di farti male e che comunque sono accaduti solo qualche volta.

Cara Lucia, ti prego di provare per qualche istante ad ascoltare le parole che mi hai scritto come se le stesse pronunciando una tua carissima amica, prova ad osservare tutta questa vicenda con disinteresse, come se non stesse accadendo a te. Perché ti chiedi se lui ti ama o meno? Perché giustifichi le sue azioni? Perché non poni la tua attenzione su te stessa, su quel che provi tu per lui e su quel che senti in questo preciso istante, dopo aver visto e subito gli effetti di questo comportamento? Da quel che dici si capisce come tu sia unicamente centrata sulla sua figura e totalmente dimentica di te stessa. Da questo atteggiamento, però, non ricaverai mai libertà e serenità, poiché, dimenticando noi stessi nell’altro, l’unica cosa che otteniamo è l’oblio della nostra coscienza attraverso la consegna della nostra vita nelle mani di qualcuno. Ora è probabile che tu abbia consegnato la tua esistenza a un qualcuno che è capace di portare unicamente tempesta e rovina fra gli spazi della tua vita, ma anche se tu ti fossi consegnata a mani accudenti e buone, cosa ne ricaveresti? Capisci cosa intendo? Ora ti trovi con un uomo distruttivo, e ciò è un male che puoi riconoscere subito, se vuoi, ma se anche ti trovassi con un uomo protettivo, la tua forza e la tua libertà rimarrebbero comunque negate. In più, quando ciò che ci nega la nostra possibilità di divenire quello per cui siamo nati, è un qualcosa di comodo e rassicurante, la prigione in cui ci siamo andati a nascondere, per paura di volare alti e soli nel cielo, è ben più difficile da abbandonare. Vi sono pertanto relazioni distruttive e relazioni protettive. Noi solitamente ci muoviamo fra questi due poli. Esiste, poi, anche un terzo tipo di relazioni, cioè quelle creative, che dal mio punto di vista, sono  le uniche che meritano d'essere consapevolmente cercate e approfondite. Ma per cercare e approfondire consapevolemente questo tipo di relazioni, dobbiamo prima aver cercato e approfondito consapevolmente la dimensione creativa che vive in noi!  Il tuo problema principale non è quest’uomo, ma chi sei tu, cosa vuoi da te stessa e cosa ritieni sia l'amore. Ciò che ora chiami amore, per me, non è amore, ma dipendenza, perché il vero amore non nasce mai dall’oblio di sé, ma  sempre e solo dalla comprensione e dallo scioglimento dei limiti e delle ferite del nostro ego. L’amore nasce da uno stato di autoconoscenza e autotrascendenza. L’amore sgorga del nostro essere, e da lì si diffonde indistintamente su ogni cosa e persona quando noi riusciamo a trovare il coraggio per camminare soli e liberi entro gli sconfinati spazi del nostro mondo interiore. Il vero amore è sempre e solo un atto di potenza, coraggio e libertà, mai un’espressione di bisogno, dipendenza e paura. Il vero amore non centra nulla con il sesso, l’infatuazione, il condividere con qualcuno un progetto di vita, dei figli o altre cose del genere. Se in noi c’è amore tutte queste cose sono un in più che arricchisce le nostre vite, se in noi c’è paura e dipendenza, lentamente, tutte queste cose si tramuteranno in pesi sempre maggiori e più opprimenti, che ci porteranno a fondo nel mare della disperazione.

Questa tua relazione, come molte altre, deve essere cominciata con la consueta recita che le persone sole e bisognose mettono in piedi per ingannarsi a vicenda. Se fossimo realmente consapevoli di quanto tristi e soli siamo e andassimo in giro a dire le cose per come stanno, e cioè, “mi sento solo, perso e impaurito, qualcuno è disposto a vivere con me per riempire ogni giorno questo vuoto?”, credo che la maggior parte delle persone fuggirebbero a gambe levate. Ma noi, inconsapevoli e bisognosi come siamo, cadiamo continuamente nel tranello della recita dell’amore. Tutti recitano la parte dei forti, sicuri di sé, affascinanti e intriganti, pensando di essere fra quei pochi che, in realtà, dentro di sé si sentono completamente privi di vita. Quando attorno a noi vediamo un modo che sembra fatto di persone forti, non ci sfiora nemmeno minimamente l’idea di dichiarare a noi stessi il vuoto che sentiamo vivere nel nostro cuore, ecco che allora ci costringiamo a recitare la parte di chi ha qualcosa da offrire, sperando che una volta entrati in relazione con l’altro, questo sappia rispondere ai nostri bisogni di appagamento. Così l’inganno è compiuto, e da qui inizia una lotta di rivendicazioni e delusioni reciproche.

La nostra intera cultura si fonda sull’inganno dei sogni che nascono da quel castello di vuote immagini che ogni giorno collaboriamo tutti a costruire. Pensiamo a tutti i nostri tanto amati film d’amore, libri, romanzi e poesie: per la maggior parte una serie interminabile di vuote parole! Due persone sole e impaurite non fanno un individuo aperto alla vita e coraggioso, ma generano unicamente una solitudine e una paura ancor maggiori.

Cara Lucia, ti prego di guardare dentro te stessa e di avere il coraggio di vedere da quale vuoto e oblio di te stessa nasce questa storia. Non avere paura della tua solitudine, non avere paura di entrare in confidenza con te stessa, anche se potrà accadere che per molto tempo tu non veda null’altro che deserti e rovine, perchè so per certo che alla fine di questo viaggio si apre una radura battuta da una luce rigenerante, si entra in uno stato di coscienza ineffabile, dal quale non si trova più motivo di alcun bisogno, supplica o recriminazione.

Cara Lucia, tu dici: “… dopo un banale litigio, mi ha anche picchiata. Questo è successo solo qualche volta e senza l’intenzione di farmi veramente male, ma nonostante ciò non so più cosa pensare”. Ascolta, senti e osserva queste tue parole, guarda da dove nascono, come vengono e perché, non pensarle, ma ascoltale, cerca di sentire con il cuore, ripetitele e lasciale riecheggiare nella tua coscienza. Vedrai che se così farai, ad un certo punto non riuscirai nemmeno più a ripeterle, proverai una profonda amarezza per quel che stai permettendo che accada, e da ciò nascerà una nuova azione, un diverso modo di vederti, pensarti, amarti e accudirti. Non cercare più qualcuno che si occupi di te all’infuori della tua stessa intelligenza e sensibilità. Quando saprai amarti e accudirti, riuscirai ad accompagnarti sempre e solo a chi ricambia questo tuo stato interiore. La vita è come uno specchio, quel che siamo e abbiamo lo ritroviamo riflesso nel mondo e nelle persone.

Dopo un banale litigio ti ha anche picchiata, ma è successo solo qualche volta. Cosa significa tutto ciò? Quante volte deve accadere una cosa perché la si possa definire dannosa e pericolosa. Se ti dicessi che attraversando la strada ad occhi chiusi sono finito solo qualche volta sotto una macchina, tu cosa mi risponderesti? Quante volte ancora devo finire sotto una macchina per iniziare ad attraversare la strada ad occhi aperti? E se ti dicessi che ogni volta che sono stato investito non mi sono fatto tanto male e che l’autista non aveva intenzione di ferirmi. Quanto male mi dovrei fare per capire che finire sotto un’auto è un fatto potenzialmente mortale? Dovrei attendere la morte? Capisci cosa intendo? Se rimani entro i confini di questo pensiero giustificativo, tutto, lentamente, sarà permesso e razionalizzato. Inoltre, ciò che peggiora lentamente non permette alla nostra consapevolezza di subire quegli shock spesso drammatici, ma utilissimi a spezzare dei meccanismi viziosi. Una rana gettata in una pentola bollente con un colpo di zampe salta fuori dall’acqua, ma se viene messa in una pentola tiepida riscaldata lentamente, il suo organismo si abituerà piano alla temperatura sino a morire lessata.

L’ultima cosa che ti voglio dire, ma questa prendila come un ordine e non come un suggerimento, è: rivolgiti immediatamente al consultorio famigliare della tua città. In alcuni momenti della nostra vita ci serve una mano esperta, lucida e vicina, capace di indirizzare i nostri passi quando le nostre gambe sono troppo deboli per reggersi da sole. 

Fammi sapere come vanno le cose! 

Sempre a te vicino, 

un grande abbraccio,

Dadirm

 
Sulla Chiesa Cattolica: ciò che non si rigenera muore PDF Stampa E-mail
Dio e religioni
Sabato 28 Marzo 2009 19:32

chiesa_cattolicaSara ha scritto: Caro Dadrim, in alcuni tuoi scritti sei stato molto critico nei confronti delle istituzioni religiose, in particolar modo verso la chiesa cattolica. Nella tua breve biografia dici, però, d’esserti affidato alla guida di un frate francescano per diversi anni. Non ti sembra di essere contraddittorio?

Un saluto, Sara

Dadrim ha risposto: Cara Sara, non credo d’essere io quello in contraddizione, ma ritengo proprio che lo siano le istituzioni religiose. Io sono un singolo individuo che pensa quel che vede e dice quel che pensa, contrariamente a quel che fanno e a come si manifestano le chiese. Le chiese sono composte da migliaia di individui, e migliaia di individui non possono avere un'unica visione della spiritualità, altrimenti sarebbero degli automi. Questo è il motivo principale per cui, nelle mia vita, ho potuto  trovare tantissimi uomini appartenenti alla chiesa cattolica dotati, dal mio personalissimo punto di vista, di una profonda dimensione spirituale, come ho potuto trovare alcuni uomini appartenenti alla stessa chiesa, dotati di un basso profilo morale e spirituale. Dalla tua domanda mi sembra di capire che commetti l’errore di vedere le istituzioni religiose entro una prospettiva monolitica. Una grande chiesa è fatta da milioni di individui, e ogni individuo ha una sua peculiare visione del divino. Sono solo i mass media e i vertici delle istituzioni che ci fanno apparire le cose in bianco o in nero, ma la realtà è sempre un arcobaleno infinito.

Critico, poi, in particolar modo la chiesa cattolica perché è quella che conosco meglio, quella che ha influenzato maggiormente la mia vita, e anche perché, a modo mio, è l’istituzione religiosa a cui sono più “affezionato”. Si critica sempre ciò a cui si è in qualche modo legati e mai qualcosa che risulta irrilevante.

La chiesa cattolica è un’istituzione religiosa che si manifesta in una forma di potere piramidale, con al vertice il Papa e alla base i fedeli. Come in tutte le strutture di potere piramidale, fra il vertice e la base, esistono notevoli differenze; ritengo quindi un errore ritenere le istituzioni piramidali dei blocchi unitari di coscienza. Come in un gregge esiste un pastore, le pecore più disciplinate, un gran numero di pecore che si accodano per semplice abitudine e pecore che fuggono dal gruppo, così sono anche le umane istituzioni, chiesa cattolica compresa. Ogni istituzione, qualora dovesse effettivamente divenire un’entità monolitica, è unicamente destinata a morire di vecchiaia. Il nostro corpo rimane in salute solo sino a quando è in grado di rigenerarsi, quando questo processo termina, subentra la vecchiaia e la morte. Ugualmente accade per la nostra coscienza.  La coscienza umana, vista nella sua globalità, è un fenomeno in perpetuo divenire, ma questo divenire accade attraverso momenti di sedimentazione, che, progressivamente sperimentati e assorbiti, vengono poi superati. Se un’istituzione non riesce ad autotrascendersi in continuazione, ma, per paura del nuovo e del cambiamento, si trincera in concezioni assolute, muore!

Un saluto,

Dadrim

 
Uccidere per mangiare: alimentazione, vegetarianesimo e spiritualità PDF Stampa E-mail
Meditazione e pratica
Mercoledì 25 Marzo 2009 10:43

Uccidere per mangiare: alimentazione, vegetarianesimo e spiritualitàLuca ha chiesto: Caro Dadrim, volevo sapere cosa ne pensi del vegetarianesimo. In questo periodo mi capita spesso di pensare all'ingiustizia del fatto che per nutrirsi bisogni arrecare sofferenza a un essere vivente. E' un pensiero che spesso non mi da pace e che mi ricollega a tutte le ingiustizie di questo mondo commesse da noi uomini. Poi guardo la natura, e mi rendo conto che sono un’infinità le specie che si uccidono a vicenda per nutrirsi. E mi chiedo come é possibile che Dio abbia creato un mondo così sbagliato, mettendo le sue creature in condizione di divorarsi a vicenda per sopravvivere. Certo potrei diventare vegetariano o addirittura frugivoro, ma a volte questa scelta mi da l'impressione di una fuga da un aspetto, quello aggressivo, che è insito nella vita su questa terra. Da ciò nasce una grande frustrazione dovuta allo scontro del desiderare un mondo dove le creature possano amarsi tutte e rispettarsi con la necessità di dovermi integrare in un mondo di cui non capisco la logica.

Un saluto amichevole

Luca

Dadrim ha risposto: Caro Luca, hai ragione, il semplice adottare una dieta vegetariana o frugivora non può essere la reale risposta al tuo problema. Il tuo problema riguarda, non solo la stupidità umana, ma anche l’apparente follia che governa la natura. Molte persone scelgono di non mangiare più carne anche se non hanno compreso tutte le implicazioni che dovrebbero portare a una scelta di questo genere. Lo fanno principalmente in risposta alla violenza che vedono insita nell’atto di mangiare esseri viventi, ma questa prima risposta non è sufficiente a comprendere l’armonia sottile che governa questo nostro universo. Ecco allora che le persone rischiano di divenire ossessionate dal bisogno di non ferire o nuocere ad altri esseri viventi, poiché il semplice atto di divenire vegetariani non può esaurire la questione sulla violenza che sembra dominare le leggi della natura, compreso, ovviante, l’uomo. Un atto veramente risolutivo non può venire da una superficiale reazione pratica, ma deve nascere da una profonda comprensione dell’esistenza. Tale comprensione non porta mai ad azioni fanatiche, dannose per l’organismo e per la psiche. Ovviamente, in questa mia risposta, non prenderò nemmeno in considerazione quei cretini che scelgono una dieta vegetariana perché va di moda.

Se cerchiamo una risposta definitiva e completa dobbiamo come sempre andare a guardare nel cuore stesso della vita per comprendere le sue leggi e i suoi fenomeni. L’unico modo che abbiamo per fare ciò è scendere sempre più in meditazione, in quella che io chiamo “un’osservazione attenta e passiva” di tutto quel che accade in noi e fuori da noi. Se pratichiamo costantemente e tenacemente questo atteggiamento mentale, piano, piano, i nostri pregiudizi si dissolvono, e il reale “stato di fatto delle cose” ci si palesa. Se guardi l’esistenza con occhi limpidi, scoprirai che molte cose che noi oggi riteniamo ingiuste non lo sono affatto, mentre molte cose che riteniamo corrette non lo sono poi tanto. Tutto ciò, però, lo devi scoprire tu stesso, entrando sempre più in profondità nella tua consapevolezza. Medita, osserva, lascia scorrere i tuoi pensieri, non preoccuparti di nulla, non affannarti per cose che non puoi cambiare, non cercare di risolvere nulla, rimani semplicemente in uno stato di osservazione continua, e lentamente scoprirai che sempre più cose ti diverranno chiare e armoniose, che sempre più azioni ti diverranno impossibili, mentre molte altre, prima impensabili, ti risulteranno semplici e fattibili.

Come risultato dalle mia osservazioni ti posso dire che vi sono alcuni aspetti ricorrenti nel condizionamento che la nostra cultura opera sul nostro pensiero. Uno dei condizionamenti più forti e dannosi è l’idea di Dio come entità antropomorfa che ha creato un modo affinché gli uomini potessero vivere appieno la loro personalissima idea di bene. L’idea imperante di dio rispecchia unicamente i nostri personali concetti di verità, bene, giustizia e libertà, ma quanti di noi hanno mai visto o parlato con questo dio? Nella bibbia è scritto che dio fece l’uomo a sua immagine e somiglianza. Ma chi ha scritto ciò? Un uomo ovviamente. Non sembra quindi cosa più ragionevole pensare che l’uomo abbia creato dio a sua immagine e somiglianza? Le chiese sostengono che sia stato dio ad aver ispirato l’uomo e ad averlo guidato nella scrittura di quei testi definiti sacri. Ma dove stanno le prove di questa affermazione? Se seguiamo questa logica, perché non dovremmo credere ad ogni persona che sostiene di aver ricevuto un messaggio da qualche entità superiore? Abbiamo mille religioni, tutte in contraddizione fra loro, e tutte che sostengono l’unicità della loro verità. A me sembra un pensiero un tantino contraddittorio. Affermassero almeno che tutte hanno ragione, ma che ognuna ha una sua peculiare prospettiva!

Quando iniziamo a pensare che un dio ha creato il mondo affinché l’uomo possa vivere in pace e sereno, ecco che iniziamo a creare mille domande senza soluzione, e questo accade perché la prima affermazione è infondata. Su quali basi possiamo sostenere che un dio ha creato il mondo? E su quali basi ci immaginiamo questo dio? Quando accettiamo un assunto senza averlo attentamente valutato e verificato, abbiamo solo due strade: o iniziamo a credere a tutto quel che ci viene detto, o, se usiamo un pochino la nostra ragione, finiamo in un mare di guai, vedendo le mille incongruenze. Pensa al cristianesimo, se in un programma televisivo venisse concesso ad un logico razionalista di dialogare con un sacerdote, il povero religioso avrebbe sicuramente un bel da fare per non cadere nel ridicolo. Ma non c’è da preoccuparsi, un tale dibattito non verrà mai mandato in onda.

Proviamo, allora, per gioco ad ipotizzare noi la scambio fra i due:

Sacerdote: Dio è sommo bene e infinito amore.     

Logico: e il male da dove viene?

Sacerdote: dal demonio.

Logico: e il demonio da dove viene?

Sacerdote: era un angelo, chiamato Lucifero, nome che deriva dal latino, composto di lux (luce) e ferre (portare). Era l’angelo più vicino a dio, per questo era detto portatore di luce, ma questa vicinanza all’altissimo lo spinse a voler superare il suo stesso signore e padre. Come, infatti, scrive Isaia (14,14):  "Similis ero Altissimo"(Sarò simile all'Altissimo). Questo iniziò a volere Lucifero, e per questo, dopo aver perso una tremenda battaglia contro gli angeli del Signore, venne scaraventato giù dai cieli e confinato negli inferi. Da quel giorno il suo nome venne cancellato, con l’imposizione che nessuno lo pronunci mai più, e per tutti egli diventò Satana, che in lingua ebraica significa “l’avversario”.

Logico: bella storia, ma se dio è solo bene, come è possibile che abbia creato un angelo poi capace di muovergli battagli per sete di grandezza e potere. Come è possibile che da un’entità che è solo bene nasca un essere capace delle più basse nefandezze umane?

Sacerdote: è il libero arbitrio figliolo. Dio ci ha fatti, come ogni sua creatura, liberi di scegliere.

Logico: caro prete, voi a questo punto del discorso tirate fuori sempre la storia del libero arbitrio, ma non le pare che non spieghi minimante come sia possibile tirar fuori da qualcosa che è solo bene del male? Quando al mattino mi alzo sereno ho il libero arbitrio di farmi il tè o il caffé, ma non mi metto a picchiare i miei figli, capisce cosa intendo? Cosa centra il libero arbitrio con la nascita del male? Angeli e uomini potevano avere il libero arbitrio senza dover arbitrare fra il bene e il male. Se noi possiamo arbitrare sul male, qualcuno ci avrà posto al cospetto del male, se come dite voi, noi non siamo i creatori di noi stessi…

Caro Luca, questo discorso potrebbe andare avanti all’infinito, ma non credo che per il Sacerdote le cose possano migliorare. Quando, come primo assunto, sosteniamo una balla, tutto quel che verrà dopo dovrà inevitabilmente essere una balla maggiore, elaborata per reggere la prima. Ma una balla più una balla non fa mai una verità, ma sempre e solo una bugia ancor più grande. Non sto rinnegando i testi sacri antichi, ma sto solo cercando di far capire come, dal mio punto di vista, quando dei racconti metaforici vengono presi alla lettera, tutto finisce inevitabilmente nell’assurdo e nel mistificatorio. Se ad un ceco racconti che il sole è una palla luminosa che sta sospesa nel cielo, e questo ti prende alla lettera, il giorno che prenderà un aereo, chiederà al pilota di stare attento a non andare contro il sole.

Tutto questo discorso è utile a comprendere quanto le nostre menti siano zuppe di credenze, di mezze verità, di metafore trasformate in verità assolute. Secoli di interpretazioni letterarie dei messaggi contenuti nei libri sacri ci hanno portato alle soglie dell’estinzione della vera religiosità. Il materialismo e il nichilismo che dominano questo mondo sono il prodotto di una religiosità che non è più capace di indicare in modo efficace e diretto la dimensione del divino.

Torniamo ad osservare la vita per quella che è, non ci serve null’altro. La vita parla di se stessa meglio di chiunque altro. La mia esperienza mi dice che nella natura non v’è nulla di malvagio. L’animale uccide per nutrirsi, ma in quella violenza non v’è malvagità, e nella morte che vi scaturisce non v’è rimpianto o recriminazione. Il regno animale vive ancora in uno stato di incoscienza di sé, pertanto non dobbiamo applicare i nostri concetti e le nostre emozioni indiscriminatamente. Questo non significa assolutamente giustificare l’uccisione da parte dell’uomo di animali. Questa valutazione riguarda unicamente le leggi che governano il mondo animale. L’uomo, invece, proprio perché parzialmente consapevole di sé, dovrebbe anche essere in grado di percepire il dolore e la sofferenza che provengono dall’uccisione di animali. L’animale, morendo non recrimina, i parenti non fanno cause, ma questo non vuole certo dire che egli non soffra. Ecco allora che da un essere più consapevole, come dovrebbe essere l’uomo, che oltretutto può benissimo cibarsi di forme viventi che percepiscono una bassissima soglia di dolore, come tutte le specie appartenenti al mondo vegetale, ci si aspetta che almeno per empatia non commetta immotivati e tremendi stermini di forme più evolute di esseri viventi. Ma le cose non vanno così, probabilmente perché l’essere umano ha un’eccessiva stima di sé e una molto bassa capacità di comprensione e immedesimazione in ciò che è minimamente diverso da lui.

Se l’uomo iniziasse a conoscersi un po’ di più, comprenderebbe, in oltre, che l’assunzione di cibi costituiti dalle membra vivisezionate di cadaveri  è nociva sia a livello fisico che psichico. Non mi dilungo in questo, ma ricordo unicamente che anche recenti studi di medicina hanno dimostrato l’elevata tossicità contenuta nei cadaveri di animali uccisi in maniera violenta o torturati a lungo prima di essere soppressi (la maggior parte degli animali è uccisa violentemente e torturata prima di morire. Basta informarsi un po’ su come si ottengono le carni bianche). I componenti tossici presenti nella carne, oltre alla stessa composizione chimica-organica della carne di esseri viventi, sono poi nocivi anche a livello mentale. Tutto ciò ci fa comprendere le ragioni per cui la quasi totalità dei mistici non mangia carni, se non per motivi di sopravvivenza. Colui che inizia a meditare, dopo poco tempo sente quanto l’assunzione di carni sia controproducente al mantenimento di una consapevolezza vigile. Esistono infatti specifiche diete che andrebbero seguite per chi intraprende un percorso spirituale, ma v’è anche da dire che lo stesso procedere della meditazione porta a comprendere autonomamente cosa è indicato e cosa è nocivo come alimentazione. L’apogeo della ricerca spirituale giunge quando il ricercatore vive l’esperienza del riconoscimento della natura unitaria è sensibile di questo intero universo, è pertanto ancor più comprensibile quanto sia impossibile cibarsi di carni animali per una persona che vive in questo stato; per noi sarebbe come uccidere e mangiare dei parenti.

L’ultima cosa che vorrei dirti è che nella mia visione delle cose non v’è un dio buono seduto su un trono che sta a guardare questo folle e violento mondo. Questo mondo è generato e sostenuto, attraverso ogni sua singola cellula, ogni suo filo d’erba, ogni suo granello di sabbia, ogni sua creatura vegetale, animale, umana, visibile e a noi invisibile, da una presenza impersonale, sensibile, in continua espansione, evoluzione, autocreazione. Questa presenza è per noi incomprensibile, indefinibile, inimmaginabile. Noi uomini, che in questa presenza siamo totalmente immersi e che d’essa siamo inconsapevoli  artisti, abbiamo un’unica immensa opportunità per cui valga la pena attraversare le prove di questo assurdo viaggio che è la vita, e cioè fare esperienza di questa presenza onnipresente. Questa esperienza, però, non può essere fatta attraverso le forme del pensiero, come la mente comprende una formula matematica, ma, usando una similitudine, come l’unione che avviene fra due amanti quando raggiungono l’orgasmo.

Ecco allora che, se le cose stanno così, quando una animale uccide un altro animale, è sempre e solo dio che mangia se stesso per rigenerarsi sempre e ancora in una nuova e più complessa forma, sino a raggiungere uno stato di consapevolezza così evoluto da poter vivere fuori dalle logiche di manifestazione dall’energia più “greve”.

Se l’animale uccide per mangiare è cosa conforme alle leggi di evoluzione. Se l’uomo uccide per mangiare, spinto da bisogni di sopravvivenza, e cosa altrettanto conforme alle leggi d’evoluzione della coscienza. Se l’uomo uccide per puro piacere o svago, è cosa conforme alle leggi di decadimento e putrefazione della consapevolezza. Se l’uomo stermina ogni giorno milioni di animali per puro piacere sensuale e per questioni di business e mercato, è cosa conforme alle leggi di estinzione della consapevolezza.

Chi da sempre è abituato a mangiare carne non può smettere dall’oggi al domani, ma se segue un naturale e corretto percorso di crescita spirituale, progressivamente abbandonerà l’alimentazione carnivora, senza fanatismi o scompensi organici. Alcune persone potranno anche non abbandonare mai completamente l’assunzione di carni, perché sentono come questo potrebbe essere dannoso per il loro equilibrio psico-fisico. Tutto ciò è cosa sana e ragionevole, nulla di minimamente paragonabile all’ingordigia e all’egoismo che oggi muovono ogni nostra azione, a partire dai nostri rapporti personali, sino ad arrivare all’alimentazione. Ciò dimostra unicamente quanto la nostra consapevolezza sia ancora immersa nel sonno. Ma non v’è nulla per cui disperarsi, prima o poi arriverà l’alba per tutti, intanto, però, iniziamo da noi stessi…    

Caro Luca, tutto ciò è solo e unicamente una mia personalissima e opinabilissima visione delle cose. Quel che ti consiglio più di ogni altra cosa è di meditare e d’entrare sempre più in sintonia con questa misteriosa e sconfinata esistenza, perché nessuna risposta può appagarci realmente se non quella che nasce dalle viscere del nostro stesso essere.

Un abbraccio,

Dadrim                         

 
Festa delle Bandiere 20 marzo 2009 PDF Stampa E-mail
Video di Dadirm
Sabato 21 Marzo 2009 17:08
Festa delle bandiere 20/03/2009

Un pezzo di stoffa colorata,

un pennarello oro o argento,

un pezzo di cordicella.

Un desiderio esposto al vento,

che si consuma,

che si perde,

mentre noi rimaniamo a guardare,

distanti, silenziosi, sereni…

La festa delle bandiere cade nei giorni dell’equinozio di primavera e d’autunno, quando la durata del giorno e della notte è uguale, in equilibrio. La festa delle bandiere è silenzio, condivisione, verifica di noi stessi, del nostro cammino. La festa delle bandiere è luce e colore in luoghi spenti e fatti di cemento. La festa delle bandiere è una celebrazione della vita…

Dadrim

 
Papa e preservativi: una religione immorale PDF Stampa E-mail
Dio e religioni
Mercoledì 18 Marzo 2009 22:47

chiesaAndrea ha chiesto: Caro Dadrim, vorrei tanto sapere cosa ne pensi delle affermazioni del Papa contro l’uso dei preservativi, io le trovo vergognose e mi sento salire una rabbia tremenda...

Dadrim ha risposto: Caro Andrea, io non penso, mi limito a guardare i fatti. Le statistiche dicono che dal 1985 l'HIV/AIDS ha ucciso, nei 25 paesi africani più colpiti, circa 7 milioni di persone. Ora, se questi dati sono veri, cosa si può dire di un’istituzione, potente come la chiesa cattolica italiana, che fa campagna contro il sistema di prevenzione più efficace e immediato della diffusione di questo virus? Cosa vuoi che dica? Servono parole? Non bastano i numeri? I numeri non fanno filosofia, teologia, speculazioni metafisiche e intellettuali. Questi numeri non si commentano perché dietro ad ognuno di loro si nasconde una vita umana finita in un inutile dolore, un dolore che si poteva evitare!

Si potrebbero invece spendere molte parole per commentare quel silenzio assordante che si sente tutt’attorno a quella cultura dell’immagine, del vuoto e della mercificazione del corpo umano che impera nel nostro caro occidente e, più in generale, in quella fettina di mondo che definiamo sviluppato. Donne e ragazzine divenute unicamente oggetti di piacere, sia lungo le nostre strade che dentro i nostri tanto applauditi programmi tv, uomini inebetiti e svuotati d’ogni valore e dignità. Il sesso per l’occidente è un business immenso, nei paesi poveri è semplice istinto di conservazione, l’unica arma per non dover cadere irrimediabilmente in un pensiero di annullamento totale e morte. Fare la predica ai più poveri e ai più deboli e sempre cosa facile e poco rischiosa. Mettere il naso nella vita e negli affari di quei potenti, che magari ti sostengono e ti danno pure da mangiare, non è certo producente per chi ha come principale interesse la propria sopravvivenza e il mantenimento di una certa posizione privilegiata.

Per quanto riguarda la tua rabbia: non farti mai guastare l'animo da ciò che non puoi cambiare in meno di un minuto! Osserva, condividi le tue riflessioni, ma non cadere nel tranello dell'immedesimazione emotiva. Ciò ci rende unicamente confusi, violenti e ottusi quanto colore che vorremmo confutare!  

Un abbraccio,

Dadrim  

 

.       

P.S. ringrazio tanto Athena per la magnifica canzone: "LOCA" Video di concerto       "Dove scaricarla"

 
Meditazione e concentrazione: due mondi opposti PDF Stampa E-mail
Meditazione e pratica
Lunedì 16 Marzo 2009 23:08

meditazioneAntonella ha chiesto: Ciao Dadrim, mi ritrovo a formularti un'altra domanda, visto che con te non rischio di essere presa per matta. Premetto che non ho ricordi di mio padre dal momento che è morto quando avevo due mesi, non ho quindi un’idea di lui, visto che ho interiorizzato unicamente un'immagine. Da sempre mi sono posta domande circa la vita, la morte, in particolar modo quando da bambina mi trovavo di fronte al loculo che celava la sua conoscenza. Con questi quesiti, troppo grandi per la mia età d’allora, mi ritrovavo a fissare un punto e concentrarmi fino a perdere il contatto con la realtà, non riuscivo a rientrare e mi spaventavo tantissimo, come se non esistessi più. Nonostante la paura, non ti nego che spesso facevo questo "gioco". Poi con il passare degli anni, con il timore di impazzire, ho iniziato ad allontanare quei pensieri che permettevano quel "viaggio". Da circa un anno ho iniziato a meditare e noto per certi versi che "le strade" si incontrano, mi aiuti a capire? Se c'è qualcosa da capire.

Dadrim ha risposto: Cara Antonella, leggendo queste poche parole che mi hai mandato, non riesco a comprendere se quel che hai vissuto da bambina sia stata un’esperienza meditativa o un semplice meccanismo di difesa verso una sofferenza che stavi attraversando e che non riuscivi a metabolizzare. Ti sei sempre posta domande sulla vita e sulla morte e riconosci come queste domande fossero troppo grandi per quella bambina che eri. Quelle domande che forse nacquero da un prematuro contatto con la realtà della morte non ti hanno mai abbandonata, spingendoti, in età più matura, a sondare gli spazi del tuo mondo interiore. Ora, da circa un anno ti dedichi alla meditazione, ma se per meditazione intendiamo la stessa cosa, sai anche che per me meditazione significa “osservazione attenta e passiva”, apertura totale, sensibilità e ascolto per tutto quel che passa dentro e fuori di noi. Per me “meditazione” non significa concentrarsi su di un pensiero, riuscendo così a escludere tutto quel che ci circonda, ma, al contrario, significa abbandonare ogni nostra ideazione, ogni nostro giudizio, ogni nostra convinzione. Per me meditazione significa rimanere in uno stato di costante osservazione di quel flusso di pensieri e di emozioni che attraversa lo specchio della nostra consapevolezza interiore.

Per descrivere l’esperienza che hai vissuto da bambina usi la parola concentrazione.  Ora, per esperienza so che le persone usano spesso impropriamente questo termine. Molte volte infatti utilizziamo la parola concentrazione per descrivere in modo generico un momento di grande intensità e lucidità della nostra consapevolezza, sia quando la nostra attenzione si rivolge a qualcosa di specifico, sia quando la nostra consapevolezza esperisce semplicemente “lo stato di fatto delle cose”. Queste due condizioni sono però diametralmente opposte!

Quando la nostra consapevolezza si rivolge ad un oggetto specifico, che sia un oggetto del mondo fisico (persone, cose, eventi…) o un oggetto del mondo interiore (pensieri o  emozioni) poco importa, il fenomeno che avviene è una focalizzazione della consapevolezza, una sua cristallizzazione. Questa è concentrazione! La concentrazione è un’azione escludente, è un’azione che ci permette di conoscere molto di poco. La concentrazione quando si rivolge al mondo della materia da vita alle conoscenze scientifiche, quando invece viene usata come uno statico atteggiamento mentale indistintamente applicato a tutte le diverse dimensioni dell’esistenza, ecco che diveniamo stupidi e cechi spiritualmente. Un fanatico religioso, un razzista o un nazionalista,  sono persona che concentrano la  loro consapevolezza unicamente su di un pensiero, rendendo così quel pensiero assoluto, escludente, tiranno, incapace di aprirsi all’ascolto dell’altro e del diverso.

Quando la nostra consapevolezza non si concentra su nulla, ma rimane semplicemente in  uno stato di rilassamento, d’indistinta e immotivata osservazione di tutto quel che passa di fronte al suo “campo visivo”, quel che accade è meditazione, conoscenza dello stato di fatto delle cose, esperienza del reale, del vero o come lo si voglia chiamare. Meditazione e concentrazione sono entrambi due fenomeni generati dalla consapevolezza, ma la forma che la consapevolezza assume passando attraverso questi due fenomeni è totalmente diversa.

Ora so che tu, Antonella, puoi aver usato la parola concentrazione per definire in realtà uno stato mentale d’osservazione attenta e passiva, ma ho voluto puntualizzare ancora una volta la differenza che sussiste fra una mente che si concentra e una mente che si rilassa, poiché in ciò consiste la differenza fra una persona libera e uno schiavo. Lo schiavo ha una mente sempre focalizzata su frammenti di vita, mentre la persona libera ha una consapevolezza illimitata, proprio perché priva di oggetti vincolanti e delimitanti.

Forse da bambina hai avuto la tua prima esperienza meditativa, ma, troppo piccola e priva di appoggio per poter perseverare su quella strada, ti sei spaventata e hai desistito. Forse da bambina hai semplicemente messo in atto un naturale e comprensibile meccanismo di difesa, di concentrazione e isolamento nei confronti di domande troppo grandi. Ma tutto ciò che importanza ha? Nessuna! Quel che conta è sempre e solo il presente.

Un abbraccio,

Dadrim          

 
Un istante prima di dover partire PDF Stampa E-mail
Video di Dadirm
Lunedì 16 Marzo 2009 01:01

Video Dadrim presentazione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La mia mano separa solo ciò che è nato per essere diviso,
perché la mia forza è fragile come la carezza d’un bambino
e il mio canto è lieve come il cadere d’una piuma.
Ci rimane ancora un istante prima di dover partire nuovamente
per dimenticare ogni cosa e poi rievocare tutto ancora.
 
Per questo ho posato il mio sguardo ove il pensiero si dissolve,
e liberato le mie parole nell’oceano delle nostre coscienze.
Esitare non è cosa possibile per chi vede la brevità del nostro tempo!
 
Dadrim

 

 
Schiacciati dal peso del passato PDF Stampa E-mail
Sulla spiritualità
Venerdì 13 Marzo 2009 23:43

Ricordi passatiQualcuno ha chiesto: Caro Dadrim, ti scrivo nella speranza che tu possa darmi un consiglio.
Il passato è nei miei pensieri, o meglio i ricordi mi tornano alla mente, tutti uno dietro l'altro,sono così affollati nella mia mente in alcuni momenti che non riesco a pensare ad altro. Il passato mi perseguita, il presente non è facile, il passato non mi fa vivere bene il presente e allora che cosa devo fare?

Dadrim ha risposto: Cara I., il passato è una cosa morta, non ha alcuna realtà sostanziale! Se ci pensi bene non v’è molta differenza fra il ricordo che abbiamo dei sogni che facciamo nella notte e la memoria che conserviamo del nostro passato.

I sogni, però, appena terminati, vengono immediatamente riconosciuti dalla nostra consapevolezza come fenomeni privi di sostanza, generati unicamente dalla nostra mente, e pertanto innocui. Cosa ben diversa avviene invece per tutte quelle esperienze che abbiamo fatto nel nostro passato. Le nostre esperienze passate sono le fondamenta stesse della nostra personalità, per questo ci è così difficile staccarci dal nostro passato. Per quanto possa essere brutto, il nostro passato è l’unica forma di definizione che abbiamo di noi stessi, e vivere senza sapere chi siamo è cosa ben più dolorosa della maggior parte dei nostri peggiori ricordi. Per noi, abbandonare le nostre memorie equivale a dover saltare da un burrone senza paracadute: ci sembra di dover morire! Ecco allora che in noi sorge un apparente problema irrisolvibile: siamo tormentati da memorie dolorose, che a ben vedere non si comprende per quale motivo la nostra mente non smetta di aggrapparvisi, eppure non riusiamo a levarcele di torno. Ci sentiamo come quando in piena estate, mentre stiamo facendo una bella corsa lungo un fiume, tutti sudati, veniamo circondati da uno di quei fastidiosissimi sciami di moscerini, che ci si appiccicano ovunque addosso, non permettendoci di proseguire sereni per la nostra via.

Ora, cara I., tu vivi in questa condizione, e non ne potrai mai uscire se non deciderai di vivere ogni giorno come se fosse il tuo primo ed ultimo giorno di vita. Ma vivere ogni giorno come se fosse il primo e ultimo richiede un gran coraggio, perché dovrai abbandonare ogni tua convinzione, ogni tua aspettativa, ogni tua idea su come dovrebbero andare le cose, su come dovrebbero essere le persone che ti circondano, su quel che dovresti essere e su quel che dovresti diventare. Capisci quel che intendo? Tutto ciò che credi di essere, che pensi, che ritieni e che vuoi è unicamente frutto di quel passato che non sopporti più, pertanto se vuoi cancellare il tuo “ieri” dovrai cancellare anche l’idea che hai del tuo domani e del tuo adesso. So che tutto ciò è difficile, l’ho ben sperimentato su me stesso. Quanto avrei voluto disfarmi del mio passato senza dover, però, perdere i miei desideri e le mie convinzioni sul presente e sul futuro, ma tutto ciò, lentamente, mi si è mostrato nella sua assurdità quando ho iniziato a scorgere l’indissolvibile legame che unisce passato, presente e futuro. Il nostro passato è il nostro presente, che domani diverrà il nostro futuro. L’unica via di uscita sta nell’incontrare la vita completamente nudi, aperti e vulnerabili, ma ciò fa molta paura. Son certo però che, se veramente siamo nauseati dal nostro quotidiano vivere, riterremo conveniente e salutare affrontare la paura dell’andare incontro al mondo privi di difese alcune.

Cara I., tu dici: “Il passato mi perseguita, il presente non è facile, il passato non mi fa vivere bene il presente, e allora che cosa devo fare?”

Cosa devi fare, mi chiedi. Vivi come se ogni tuo istante fosse l’ultimo, perché è solo in questa condizione che la tua mente non avrà più spazio per rievocare il passato gettandolo come immondizia nel tuo presente e futuro. Tutto ciò può accadere in un secondo o può volerci del tempo, ma so per certo che nell’esatto momento in cui scorgiamo la bellezza che si cela nel vivere morendo ad ogni istante, l’intero dolore di una vita trova immediatamente spalle possenti capaci di reggerlo e contenerlo.

“Per chi intraprende cose belle, é bello anche soffrire, qualsiasi cosa gli tocchi”. (Platone)

Se vuoi parlarmi sai dove trovarmi.

Un abbraccio,

Dadrim

 
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