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L’incarnazione della consapevolezza: l’esistenza dell’anima PDF Stampa E-mail
Sulla spiritualità
Giovedì 13 Agosto 2009 22:06

Andrea ha scritto: Ciao Dadrim, sono Andrea e vorrei dialogare con te su una questione per me spinosa che è quella dell'attenzione.
Ho praticato un tipo di meditazione basata sul Vedanta per diversi anni, anche se mi tormentavano certi dubbi, mi ci trovavo comunque bene e la consideravo come un punto d'appoggio sia spirituale che psicologico. Poi ho
'incontrato' Krishnamurti, dai suoi dialoghi ho capito l'errore che stavo facendo, e cioè cercavo di ottenere o di divenire qualcosa di più, non discuto della meditazione in particolare, che ho trovato delle pecche anche lì, domande che rimangono in sospeso. Ma veniamo all'unico strumento che ci rimane per poter accedere all'Altro: l'attenzione. A volte credo di averla compresa poi mi accorgo di essere in errore. Che cos'è l'attenzione? Se qualcuno me la spiega, come faccio io a capire? e chi sarebbe colui che dovrebbe capire? È l'io? E quindi l'io cioè il conosciuto cioè il passato, traduce a suo modo la spiegazione con inevitabili perdite? Se c'è attenzione non c'è l'io e viceversa, allora come fa l'io a capire? se osservo e metto attenzione per evitare che l'io si intrometta è attenzione? ma se io so di essere attento sono "attento"? oppure c'è uno sdoppiamento in cui un frammento dice deve essere attento sugli altri frammenti? come faccio a sapere che uso attenzione se "io" non ci devo essere?
Il dott. Bohm in un dialogo con K. ne ha dato una bella definizione: abilità di osservare in profondità qualsiasi cosa trattenga la persona, impedendole di cambiare. Posso capire l'osservazione in se stessa che quella esteriore e quella interiore sono lo stesso movimento, ma mi è un po’ più ostica l'osservare in profondità, oppure forse detto in altre parole la visione profonda, non riesco a capire l'atteggiamento che si dovrebbe tenere per andare in profondità o forse non ho abbastanza energia per intraprendere quel percorso.
Forse quando ho smesso di meditare, da un giorno all'altro, ho avuto qualcosa del genere, ho visto in qualche modo la falsità di quello che stavo facendo, e questo è stato provocato dalle parole di K., non tanto preso come un'autorità ma come uno specchio, ho dato pienamente ascolto a quello che diceva e in qualche modo i miei dubbi hanno preso forma.
Da allora sono passati due anni, ora non seguo più niente, ho capito l'inutilità della ricerca, delle varie tecniche, delle istituzioni, delle autorità.
Naturalmente non commetto l'errore di chiedere a te cosa si deve fare, non pretendo niente, ma mi piacerebbe sapere cosa ne pensi.

Andrea

Dadrim ha risposto: Partiamo da queste tue parole: “Poi ho 'incontrato' Krishnamurti, dai suoi dialoghi ho capito l'errore che stavo facendo, e cioè cercavo di ottenere o di divenire qualcosa di più..”

Pienamente d’accordo, quando la nostra mente cerca, attraverso una qualsiasi pratica spirituale, una filosofia o altro, di migliorarsi o modificarsi si sta semplicemente ingannando, inizia una lotta senza fine con se stessa, una battaglia che il più delle volte non porta a nulla, se non ad una leggera modificazione di quel che già si è. Ma una modificazione non è una trasformazione, è una semplice risistemazione, è come se si spostassero i mobili di una stanza, certo, la stanza cambia nell’aspetto, ma quel che v’era prima è sempre lì, in un altro posto, in un’altra combinazione, e cosa ci si guadagna? Niente, per un po’ le cose ci sembrano meno monotone, più interessanti, magari più belle, ma dopo soli pochi giorni ecco che tutto è come prima, i mobili sono sempre gli stessi, gli spazi sono sempre quelli.

Trasformare qualcosa è tutt’altra cosa, significa prendere i mobili di una stanza e buttarli via, significa abbattere muri, aprire spazi, vedere ciò che prima era nascosto.

Quando la nostra mente vuole migliorarsi e come un uomo che vive chiuso dentro una stanza chiusa e che vuole cambiare la sua situazione pensando che spostando i mobili andrà meglio. No!, non andrà meglio niente, l’unico modo per cambiare veramente le cose è trovare la chiave per aprire le porte delle mente ed uscire dalla sua limitata e sempre uguale superficie.

Proseguiamo…

Tu dici :“Ma veniamo all'unico strumento che ci rimane per poter accedere all'Altro: l'attenzione. A volte credo di averla compresa poi mi accorgo di essere in errore. Che cos'è l'attenzione? Se qualcuno me la spiega, come faccio io a capire?”

Caro Andrea, da quel che scrivi credo tu sia caduto in quel potenziale guaio insito nella forma di comunicazione che usa Krishnamurti per esprimere la dimensione “trascendente”. Ho parlato abbastanza dettagliatamente di questo problema in due mie vecchie risposte chiamate “La meditazione: osservazioni sulla mente e sulla tecnica” e “Jiddu Krishnamurti”.

Ti consiglio di leggerli, potrebbero esserti utili.

Il guaio, sostanzialmente, consiste nel fatto che K. ci spinge a ritenere che attraverso una corretta comprensione intellettuale dei processi di funzionamento della mente, dei suoi limiti e dei suoi condizionamenti, noi possiamo saltarne fuori. K. ripete spesso che la vera trasformazione non richiede tempo, poiché la vera azione liberatoria accade al di là delle logiche del tempo e del divenire, logiche intrinseche al processo meccanico del pensiero. Quanto sostiene, dal mio umile punto di vista, è in parte corretto, ma anche in parte scorretto. È corretto per chi osserva il fenomeno “mente” stando al di fuori della “mente”, è invece profondamente forviante e ingannevole per chi vive entro i confini della sua mente.

Come ho già detto in passato, K. sembra parlare più per se stesso che per chi vive nelle pastoie dei condizionamenti del pensiero e del passato.

La nostra mente è costituita da pensieri, e questi pensieri si frappongono sempre fra noi e la possibilità di percepire direttamente, lucidamente e pienamente la realtà interna ed esterna in cui siamo immersi e di cui siamo fatti. Per realtà interna intendo il nostro mondo emotivo, mentale e spirituale, per realtà esterna intendo il mondo che vediamo fuori dal nostro corpo attraverso i nostri sensi.

Da quanto dico puoi comprendere che per me, in noi esseri umani, esiste una consapevolezza, poi vi sono tutte le cose che la nostra consapevolezza percepisce, e queste cose sono sommariamente racchiudibile nella loro totalità in tre gradi insiemi: l’insieme delle emozioni, dei pensieri e delle percezioni sensoriali delle cose del mondo che esiste oltre il nostro corpo, oltre il confine dei nostri sensi (udito, tatto, olfatto, vista, gusto).

Attraverso i nostri sensi conosciamo le cose del mondo esterno, ma dobbiamo ricorda che i nostri sensi sono solo un mezzo che permette alla consapevolezza di percepire i fenomeni esterni. I sensi non conoscono nulla, i sensi sono come una finestra di una stanza. La finestra ci permette di vedere fuori dalla stanza, ma chi vede siamo noi. V’è poi da dire che i nostri sensi leggono il mondo esterno attraverso il loro peculiare modo di interpretare, sono come finestre colorate attraverso le quali la nostra consapevolezza può conoscere le cose solo filtrate dalla loro particolare struttura. Questo è il motivo per cui molti filosofi o mistici hanno affermato che il mondo che viene conosciuto dalla nostra consapevolezza, veicolata dai nostri sensi, è un mondo limitato. Ma questo non è un problema, anzi, questa è la bellezza intrinseca al gioco dei sensi e del divenire del mondo fenomenico. Per spiegarmi meglio, immaginiamo che un uomo guardando attraverso una serratura di una porta veda passare una persona. Quando la persona non era nel campo visivo dell’osservatore, essa non esisteva per l’osservatore, quando la persona sarà passata e uscita dal campo visivo dell’osservatore, per lui essa non sarà più. Allo stesso modo funzionano i nostri sensi, sono come una piccola serratura attraverso cui la nostra consapevolezza vede solo piccoli frammenti di realtà. I sensi non sono il mezzo per accedere alla conoscenza del mistero che si cela oltre la porta, non sono la via per conoscere il “tutto”, sono solo i mezzi che abbiamo per giocare e creare all’interno degli spazi di quella piccola porzione di universo che essi ci offrono. I sensi ci permettono di vivere i piaceri del corpo, di modificare la materia per creare case, ordinare e abbellire la natura con i raccolti, i giardini in fiore, i monumenti e le diverse opere d’arte. I nostri sensi sono strumenti dal grande potenziale, ma sono solo strumenti.

Questo mondo che percepiamo e stato definito da molti come il sogno e il gioco di dio, io cambierei la parola dio, che per il momento fa solo confusione, con la parola consapevolezza. Questo mondo è il sogno e il gioco della nostra consapevolezza che conosce le cose attraverso il prisma dei sensi. La realtà che ci circonda e compenetra non è conoscibile nella sua totalità sino a quando la nostra consapevolezza guarda attraverso le feritoie dei sensi. La nostra consapevolezza è come un raggio di luce che ci permette di vedere e conoscere le cose, quando questo raggio passa attraverso i nostri sensi, si frammenta, si spezza e diviene molte cose, il molteplice, generando il mondo del divenire, di ciò che nasce e muore. Ciò che nasce e muore, ciò che diviene, pertanto, esiste solo nel piano di “realtà” che genera la consapevolezza quando si incunea attraverso i sensi. Capisci cosa intendo? Se la nostra consapevolezza non fosse caduta in una totale identificazione con il mondo che generano i nostri sensi, probabilmente, per noi, si aprirebbero mondi su mondi, piani di realtà più vasti, dove gli uomini che passano davanti alla serratura di cui parlavo prima, non vengono dal nulla e ritornano nel nulla, ma sono sempre esistiti. Quando la consapevolezza si svincola dalla sua dipendenza con quel mezzo che sono i nostri“sensi”, la morte esisterà ancora?, lo spazio ed il tempo avranno ancora il significato che hanno per noi oggi?, la vecchiaia e la giovinezza, il dolore ed il piacere, entro quali orizzonti di senso verranno letti da un essere che vede oltre le forme limitate del mondo sensibile?

Fuori di noi v’è il mondo, e quel mondo ci arriva filtrato dai sensi, bene! Nel piano sensibile ciò è fondamentale per vivere, giocare e fare per il tempo in cui il nostro corpo manterrà la forma necessaria per poterci dare la possibilità di relazionarci con questo piano di “realtà”.

In noi esiste però un altro mondo, per così dire, più profondo, più nascosto, meno visibile, ma comunque pienamente interconnesso al mondo esterno: il nostro mondo interiore.

Il nostro mondo interiore è sostanzialmente formato da emozioni e pensieri. Ma come si generano in noi emozioni e pensieri? Si generano dall’interpretazione che la mente da all’interpretazione che i sensi danno del mondo esterno a noi.

I sensi leggono il mondo dei fenomeni, inviano immagini e sensazioni di dolore e piacere alla mente, che è semplicemente un altro mezzo di lettura della realtà. La mente è solo un mezzo, ma un mezzo estremamente complesso che genera quel fenomeno, in cui tutti siamo arenati, estremamente doloroso, che siamo soliti chiamare in molti modi: “io, personalità, sé, ego, consapevolezza di sé…”. A seconda della filosofia o della religione, questo fenomeno, che si genera dalla conoscenza del mondo che la nostra consapevolezza riceve filtrata dai sensi e poi dalla mente, viene chiamato in diversi modi, a volte contraddittori, confusivi e forvianti. Ma se ora procediamo attentamente con questo nostro discorso, possiamo comprendere la sostanziale natura di questo fenomeno, così, quando qualcuno lo chiamerà “Io” e qualcun altro lo chiamerà “Sé”, noi non cadremo in inganno pensando che questi parlino di due cose diverse, ma, comprendendo la sostanza che si cela dietro le parole coglieremo sempre il punto sostanziale. Cosa intendo con queste parole? Per esempio nel cristianesimo il fenomeno di cui sto parlando viene detto egoismo e attribuito all’azione di un’entità malvagia detta demonio. In oriente viene genericamente detto ego, Krishnamurti lo chiama in molti modi, “io”, sé, Ego, partendo dal presupposto che qualunque forma di idea di sé è un inganno, un prodotto dell’illusione della mente.

Le parole cambiano ma la sostanza è sempre la stessa e tutti concordano sull’esistenza di questa entità e sulla sua limitatezza e intrinseca sofferenza.

Cos’è allora questo fenomeno, come si genera, chi siamo noi se noi non siamo il nostro io, cos’è la consapevolezza, cos’è la mente?

Domande immense, che però oggi vorrei provare a sfiorare, cogliendo gli spunti della tua domanda.

Non parlo di nulla di nuovo, la realtà non può essere qualcosa di nuovo se già è stata scoperta da qualcuno, ma le parole che provano ad indicarla non basteranno mai, tanta è la sua importanza e apparente complessità.

Quanti hanno indicato la via che permette all’uomo di liberarsi dal dolore e dall’inganno? Molti! E le loro parole sono sempre uguali nella sostanza che indicano, ma sempre diverse nella loro forma. Le parole che indicano il trascendente parlano sempre della medesima cosa, e in questo senso sono sempre uguali e mai nuove, ma il trascendente è qualcosa che accade sempre nuovo per coloro che lo vivono. È come dare istruzioni a qualcuno che vuole accendere il fuoco e far bollire l’acqua. Le parole nella loro sostanza saranno sempre uguali: “accendi un fuoco, prendi un contenitore resistente al calore, prendi dell’acqua e aspetta che bolla”. Nella forma potranno essere sempre diverse: “accendi il fuoco sfregando due legni, accendilo sbattendo due pietre, accendilo con i fiammiferi, prendi un contenitore in pietra, una pentola in rame o in acciaio... Ma l’esperienza del fuoco che si accende e dell’acqua che bolle, ogni volta che accade è sempre un fatto nuovo, speciale, personale e irripetibile. Capisci cosa intendo?

Così è il nostro cammino interiore, dove le parole che lo indicano, nella sostanza, sono sempre uguali, nella forma possono variare, per qualcuno è meglio la poesia, per altri la logica, per altri il silenzio, ma l’esperienza concreta, quando accade, è sempre un fatto nuovo, incredibile, eccezionale e personale. V’è infatti una differenza enorme fra la ricerca spirituale e la ricerca scientifica comunemente intesa. Nella scienza comune la fatica di scoprire in prima persona non deve continuamente essere ripetuta, mentre nella ricerca spirituale questo fatto deve inevitabilmente accadere poiché il vivere pienamente e in armonia non è un fatto riproducibile. Il teorema di Pitagora lo scoprì Pitagora, ora non è necessario che ognuno di noi lo riscopra per utilizzarlo, e addirittura non è nemmeno necessario che lo si comprenda. Basta imparare a memoria la procedura e ripeterla ogni volta che ci serve. Questo è impossibile per la comprensione e la sperimentazione del mistero della vita.

Ritornando alle nostre domande, come si genera l’ego, cos’è la consapevolezza, chi siamo noi, ecc…

Cos’è la consapevolezza? La consapevolezza, dal mio punto di vista, è la nostra reale natura interiore, è ciò che ci permette di conoscere ogni cosa, compresi noi stessi. Ma se noi siamo consapevolezza chi conosce la consapevolezza? È una domanda che sorge spontanea alla mente, ma la risposta è semplice quanto assurda: la consapevolezza, nel suo stato originario, puro e libero da ogni percezione, è autoconoscenza, una conoscenza che non si manifesta attraverso le forme di sapere del pensiero, ma attraverso la sua peculiare espressione che è l’estasi. Cerco di spiegarmi meglio.

Se ci pensiamo bene, qualunque nostra forma di conoscenza è data dalla consapevolezza, ciò che cambiano sono i mezzi che veicolano le informazioni alla consapevolezza. Il copro sente freddo, l’impulso neuronale, l’informazione, arriva al cervello che la riceve, ma chi o cos’è quel qualcosa che in me è cosciente dell’accadere del freddo?: la consapevolezza!

Passa un uccello, i miei occhi vedono, la mia mente automaticamente afferma uccello e attiva vecchie memorie di uccelli già visti in altre situazioni, poi nasce un’emozione di nostalgia. Chi, dentro di me, riesce a vedere tutto questo fenomeno, chi sa che tutto ciò accade: l’uccello che passa, il pensiero che nasce, l’emozione che affiora? È la consapevolezza.

La consapevolezza è quella scintilla divina, che si manifesta con l’uomo, e che rende consapevole l’accadere della vita. La nostra consapevolezza può essere più o meno vigile, intensa, sveglia, ma nella nostra sostanza primaria noi siamo un fenomeno di consapevolezza.

Ora bisogna chiarire la differenza che sussiste fra l’essere semplicemente consapevoli di qualcosa e l’essere coscienti attraverso le forme dell’ “io”.

Cos’è l’io? L’io è un pensiero della mente, è il pensiero che raccoglie in un unico contenitore le molteplici percezioni che attraversano il corpo e la mente. Da quando nasciamo siamo continuamente bombardati da stimoli sensoriali, suoni, odori, emozioni ecc. Poi vengono le parole che inizialmente sono unicamente dei suoni, che solo poi, con il tempo, riusiamo a collegare alle cose di riferimento. Le parole nella loro essenza nascono come suoni che indicano cose. Poi divengono pensieri che permettono la generazione di immagini mentali, astrazioni.

I pensieri sono suoni registrati nella mente con associati degli oggetti, degli eventi, delle emozioni. I pensieri rievocano percezioni sensoriali ed emotive. Rievocano cose del mondo che vivono fuori di noi, come semplici oggetti, fenomeni della natura, ma rievocano anche le risposte emotive che gli stimolo sensoriali esterni fanno nascere in noi. Se un giorno un cane mi ha morso una gamba, la parola cane, oltre a rievocare in forma astratta, mentale, la figura del cane, rievocherà anche l’emozione, il dolore che l’entità cane mi ha provocato in quella specifica esperienza.

Se tutto ciò è chiaro possiamo passare all’idea di “io”. Come nasce l’idea di “io”? Quando la consapevolezza osserva tutte le percezioni sensoriale che le vengono offerte, sotto la forma di piacere, dolore, immagini, pensieri emozioni, da quelli che precedentemente ho definito unicamente come dei mezzi, e cioè il corpo e la mente (il pensiero), vede che tutto ciò accade unicamente grazie all’esistenza di un corpo, che è anche l’unica entità a cui è collegata per espletare la sua intrinseca funzione conoscitiva.

La consapevolezza, che nella sua essenza è pura conoscenza ed estasi, quando si “incarna”, inizia a conoscere le cose del mondo attraverso i mezzi del corpo (sensi, pensieri ed emozioni) ed è a questo punto che inizia rapidamente ad identificarsi con il mezzo “corpo”, che attraverso il pensiero definirà come “io”. La consapevolezza perde il suo stato naturale di pura conoscenza ed estasi a causa del connubio fra “esperienza dei sensi e memoria”. Ecco che già a questo punto il fenomeno “io” ha preso forma e vita. La consapevolezza, ora identificatasi pienamente al corpo, osservando i fenomeni che vengono veicolati attraverso i sensi, dopo aver accumulato un po’ di esperienza scoprirà che il corpo nasce in un certo momento e che in un momento imprecisato, ma inevitabile, dovrà morire. Ecco allora che dal pensiero iniziale “io sono”, verranno anche i pensieri “io non ero” e “io non sarò più”, così nasce il processo temporale, del divenire, dell’essere e del non essere.

Da ciò iniziano ad avere vita tutte le paure e i tormenti dell’uomo, poiché l’essere umano, grazie al pensiero di sé, inizia a credersi un’entità mortale, isolata dal flusso costante di percezioni e fenomeni che compongono la vita nella sua totalità. L’uomo inizia a volersi difendere da una realtà che interpreta come ostile, impermanente, priva di significato, inizia a voler vivere sempre più piaceri, poiché, concependo un’esistenza limitata, cercherà almeno una consolazione nel vivere ciò che per qualche istante lo fa sentire così pago da non dover stare in compagnia di quella tremenda idea di non esser nulla, perché si è solo qualcosa in un universo infinito. Se ci pensiamo bene il grande fascino che esercitano le droghe, il sesso, il potere, il senso di superiorità, deriva unicamente dalla loro possibilità di darci per un tempo più o meno l’ungo la sensazione che il nostro “io” si sia dissolto o espanso all’infinito. L’uomo politico che crede di dominare le sorti del mondo per un po’ può illudersi che il mondo non possa esistere senza di lui. Altrettanto vale per il dipendente da droghe o psicofarmaci, per un po’ vive l’illusione d’essere privo di un “io”, di quell’entità che, se lasciata sola con se stessa, si vive come misera, mortale e insignificante.

Dall’idea di “Io sono” nascono mille altre idee, come “io devo divenire migliore, io devo raggiungere dio, io devo sconfiggere la morte, io devo, io non devo, io sono giusto, io sono sbagliato”, ecc…

La radice di tutto questo problema sta nell’identificazione che si genera fra la consapevolezza e struttura percettiva corpo-mente.

Noi crediamo che senza l’idea “io sono” non si possa vivere, eppure, allo stesso tempo, se ben si guarda dentro di noi, l’idea “io sono” è la radice di ogni nostro problema. Con il passare del tempo, l’idea “io sono”, che in origine è un’entità semplice, raccoglie detriti su detriti, generando una valanga sempre più grande e difficilmente arrestabile. Questo accade perché il pensiero “io sono”, negli anni lega a se stesso tutte le esperienza di una vita: è così che prendono forma le cose più mostruose che l’umanità abbia mai conosciuto. La consapevolezza, inoltre, diviene estremamente ottusa quando si identifica all’apparato mente-corpo, poiché perde lucidità venendo distorta dalle forme di movimento del pensiero. Ecco allora che si inizia a generalizzare, a vivere di condizionamenti, di pregiudizi, di ferite passate mai abbandonate. Un cane che mi morde mi fa avere paura di tutti i cani, un ladro di colore che entra nella mia casa mi fa ritenere tutti gli uomini di colore dei ladri, una campagna politica che mi fa pensare ad un certo uomo come ad un santo, anche se me lo dovessi ritrovare poi un giorno in casa mia a rubare, alla polizia dirò che è stato un uomo di colore. Capisci cosa intendo?

La consapevolezza in origine è un puro fenomeno di conoscenza, intelligenza, intuizione del tutto, ma, sfortunatamente, un po’ perché è insito nel nostro naturale sviluppo psico-fisico, molto perché tutta la nostra cultura spinge affinché ciò accada, rapidamente la consapevolezza limpida e forte del bambino si perde nell’identificazione con ciò che muta, generando quell’entità malata e sofferente che è l’ego, l’io, il sé o come lo si voglia chiamare.

Tornando alla tua domanda, tu dici :“Ma veniamo all'unico strumento che ci rimane per poter accedere all'Altro: l'attenzione. A volte credo di averla compresa poi mi accorgo di essere in errore. Che cos'è l'attenzione? Se qualcuno me la spiega, come faccio io a capire?”

Da quanto detto finora risulta, spero chiaramente, che per ritornare al nostro stato originario di libera e pura consapevolezza dovremo iniziare un processo di disidentificazione da ogni nostro processo mentale e fisico. Dovremo mettere la nostra consapevolezza in uno stato di vigile osservazione costante, di piena sensibilità a tutto e ogni cosa. Ovviamente, quel che ho detto finora, in un uditore medio, sarà stato recepito da una consapevolezza filtrata dalle pastoie prodotte dalla sua identificazione con la mente e il corpo, ma ciò non ha importanza, poiché anche la mente è una manifestazione della consapevolezza, anche il pensiero è veicolo di consapevolezza. L’uditore medio esiste come consapevolezza cristallizzata, identificata nell’idea di “Io”, ma ciò non significa che questo “Io”, che è veicolo di consapevolezza, non sia in grado di comprendere sufficientemente quel che viene detto. Comprendere chiaramente dipende unicamente da quanto quel che sto dicendo va a rovinare i piani di sopravvivenza dell’“Io” dell’ascoltatore. Capisci cosa intendo? Se l’“io” del mio interlocutore non è troppo invischiato in progetti e bisogni che possono essere realizzati solo attraverso il mantenimento della sua struttura (bisogni, ambizioni, ecc.), ecco allora che quel che esprimo verrà visto nella sua semplicità e nel suo potenziale di liberazione e serenità. Quando il nostro “io” (l’idea di noi stessi) è un veicolo sufficientemente libero (non legato a troppe altre idee definitorie e motivanti), la consapevolezza che filtra comprende che attraverso la dissoluzione del suo stato d’identificazione non perderà nulla, pertanto fiduciosa e serena si svincolerà per ritornare nella sua natura essenziale.

Questo svincolarsi e liberarsi della consapevolezza, però, non accade semplicemente perché ora qualcuno comprende quel che sto dicendo. Questo non accade perché la consapevolezza che passa attraverso l’idea di “io” può comprendere il senso di ciò che viene detto, può vederne la verità, anche se non è ancora completamente libera da tutti i legami e le identificazioni che l’idea di “io” mantiene con altri pensieri, emozioni ed esperienze. Ecco allora che la pratica costante di uno stato di consapevolezza vigile e passivo è fondamentale per purificare completamente “l’io”, sino al momento in cui sarà pronto a dissolversi.

Per quanto riguarda la pratica della meditazione ti consiglio di dare una letta a tutta le sezione del blog intitolata: “Meditazione e pratica”.

Da quel che ho detto si comprende quindi come “’l’idea di io”sia la prima entità dalla quale si generano poi tutte le altre identificazione, ma, poiché è anche l’idea più semplice, essa può anche divenire il traghetto che ci permette di fare il viaggio a ritroso, dall’identificazione alla pura consapevolezza.

Quando ritorneremo alla pura consapevolezza, nella nostra mente sarà ancora presente un idea di “io”, una memoria del nostro passato, di tutto il nostro percorso, altrimenti diverremmo dei folli privi di direzione e spaccati in mille frammenti. Ciò che si dissolverà sarà l’identificazione della consapevolezza con i mezzi che veicolano le percezioni.

Quando perdiamo l’identificazione con il nostro “io” noi dove andiamo a finire? Da nessuna parte, cambia semplicemente la nostra percezione della vita. Non percepiamo più noi stessi come entità finite, separate dall’esistenza, confinate in un corpo e in un piccolo flusso di insulsi pensieri, ma iniziamo a sentirci pienamente partecipi di un qualcosa di vaso, inspiegabile. A quel punto cosa ce ne faremo dell’io, del non “io”, del sé, del padre, del figlio unigenito e di tutte le altre vuote parole, ritualità e credenze? Quando realizzeremo quel che ora vive in noi come seme, cos’altro ci rimarrà da dire o da fare se non goderci l’eternità.

Sempre a tua disposizione per ogni altro chiarimento,

Dadrim

 
Cos'è la vera amicizia PDF Stampa E-mail
Sull'amore e le relazioni
Lunedì 03 Agosto 2009 22:01

Nunzia ha scritto: Ciao Dadrim, sono una ragazza di 18 anni ed è da un po’ che mi pongo la domanda sul chi sono e sul come fare per scoprirlo... E poi per caso mi è apparso il tuo blog, mi è sembrato opportuno scriverti qualcosa anche non sapendo di preciso cosa, ma vorrei sapere di più su tutto. Inoltre mi chiedo se è possibile prenderti come confidente personale e amico... Aspetto una tua risposta se puoi, grazie.

Dadrim ha risposto: Cara Nunzia,

sapere di più su “tutto” equivale, per la nostra mente, a non sapere nulla, poiché il “tutto” e il “nulla” sono concetti vuoti a livello esperienziale comune. Solo l’Essere è in grado di comprendere tali parole, poiché questo non pensa ma vive, e solo attraverso l’esperienza dell'essere è possibile conoscere l’equivalenza di ciò che non ha confini, sia nella sua forma infinita, che è il “tutto”, che nella sua forma “indefinita”, che è il niente o il nulla. Per raggiungere la dimensione dell’essere, però, è necessario salire la scala del divenire, del non essere, delle cose che oggi sono e che domani non saranno, è quindi necessario partire dalle cose familiari al nostro limitato pensiero. Paradossalmente l’irreale, se visto nella sua finitudine, diviene la soglia per il reale, per l’infinito. Credo, però, che per il momento ti suoni un po’ nebuloso quel che sto dicendo, pertanto ti consiglio di leggere con attenzione le varie risposte che ho pubblicato nel blog, forse ti nasceranno delle domande più chiare, forse inizierai a comprendere a che gradino sei della scala del divenire, e comprendere questo significa essere già a metà dell’opera.

Per quanto riguarda il tuo potermi prendere come confidente personale non credo proprio d’essere la persona adatta. Un confidente è una persona che ascolta tutto quel che le viene detto, punto e basta, ma io non sono tale tipo di persona. Per quanto riguarda il prendermi come un amico mi sta benissimo, non ho mai negato la mia amicizia a nessuno, semmai sono certe persone che con il passare del tempo mi hanno negano la loro, quando non hanno ottenuto le risposte che volevano ricevere proprio in proposito alle loro confidenze. Probabilmente non avevano chiara la differenza fra amicizia e confidenza!

L’amico, se vede qualcosa di potenzialmente dannoso lungo il tuo cammino o nel tuo cuore, te lo comunica, anche a discapito della vostra stessa amicizia. Il confidente annuisce sempre, non contraddice mai, evitando di esporsi, evitando di assumersi la responsabilità che una vera amicizia comporta. In un’amicizia essere responsabili significa saper rispondere (lo dice la parola stessa: respons–abile) con tutte le nostre capacità ed energie al bisogno di cura, fiducia e amore che l’amico rappresenta. Essere amici significa essere responsabili l’uno dell’altro, significa aiutarsi reciprocamente a vedere con chiarezza e vastità la vita, in tutte le sue insidie e possibilità. L’amicizia è il luogo in cui le anime si permettono di mettersi a nudo e di viaggiare assieme tenendosi per mano. L’amicizia è il luogo in cui si può ferire profondamente qualcuno se si ritiene, con tutto noi stessi, che un tale dolore sia indispensabile per evitare una peggiore sofferenza. Ma quanto si deve amare qualcuno per volerlo colpire duramente e poi rimanergli accanto nonostante la sua possibile rabbia e violenza? Infinitamente! L’amicizia è anche il luogo in cui ci si può permettere d’essere feriti profondamente senza reagire od opporsi, perché si ha piena fiducia nell’incondizionata, lucida e amorevole motivazione che spinge l’altro a correggerci, guidarci o frenarci bruscamente.

Il confidente è tutt’altra cosa, non si espone e non conosce responsabilità. Quando viene in buona fede, silente torna da dove è venuto, portando con se un po’ di dolore o di piacere ricevuto delle nostre parole, quando è in malafede riparte, invece, ciarlone e pettegolo, mostrando quel lato fetente che spesso il confidente ci riserba.

Cara Nunzia, a te la scelta! Se vuoi un vero amico devi essere disposta a ricambiare l’amicizia coinvolgendoti e mettendoti totalmente in gioco, altrimenti, prima o poi, lo maledirai e rinnegherai. Se invece voi un confidente non devi fare molta fatica, verranno loro stessi, in molti, a bussare alla tua porta, ma non certo io, sei tu, infatti, che bussi alla mia, e quindi sei sempre tu a dovermi dire se vieni come un’amica o come un confidente.

Con affetto,

Dadrim

 
Dio è tutto e ogni cosa PDF Stampa E-mail
Dio e religioni
Mercoledì 29 Luglio 2009 23:06

Daniela ha scritto: Ciao Dadrim, mi sono persa tante volte, sto cercando Dio, lo sto cercando perchè vorrei guarire da tutti i blocchi i giudizi e i pregiudizi, le paure, la paura di vivere che ho e che mi blocca, ma ogni volta che sono lì per pregare mille pensieri affollano la mia mente e la paura affiora sempre più forte e mi blocco, e più mi blocco e più mi perdo..... e più mi allontano dal mio vero essere.... mi daresti un consiglio?

Grazie mille, Daniela

Dadrim ha risposto: Cara Daniela, non so cosa intendi tu per Dio, ma per me Dio è tutto e ogni cosa. È un fiore, un sasso, un bambino, un uccello in volo, un filo d’erba, un dolore, un uomo che muore, un assassino, la rugiada del mattino, le onde del mare: Dio è tutto questo, ogni singola cosa e l’insieme. Per me il divino è sempre qui ed ora, in ogni luogo e in ogni evento. Nulla accade al di fuori di Dio, poiché solo Dio “è”, tutto il resto è solo un’illusione della mente umana, essa stessa illusione di Dio, ma questa è un’altra faccenda! Il divino non è il problema! Il problema sta in noi, nel nostro sentirci sconnessi, sradicati dalla sorgente della nostra stessa vita, nel nostro poterci illudere d’essere soli, isolati dall’Essere che è fondamento di questa esistenza.

Ricerchi il divino, ma mille pensieri affollano la tua mente, allora ti blocchi e da cosa nasce cosa… Ma perché vivi i tuoi pensieri come un problema? Se ogni cosa è divina, anche i tuoi pensieri lo sono, anche le tue paure sono parte di dio, anche i tuoi pregiudizi e i tuoi giudizi. Se lotti contro queste cose stai lottando contro Dio, ma se tu sei solo una piccola parte di questa vita e dio è la vita stessa, chi credi che vincerà la battaglia. Non lottare contro la vita, non cercare un dio ideale opponendoti a ciò che è reale. Rimani con i tuoi pensieri, le tue paure i tuoi blocchi, osservali, accettali, non sono affari tuoi, vengono da dio e in dio ritorneranno. I nostri guai nascono sempre e solo dalla nostra incapacità di lasciare che le cose passino senza intervenire con la nostra limitata mente e la nostra misera volontà. Se il corso di un torrente è torbido, credi che rimestando il fondo con le tue mani riuscirai a renderlo limpido? Non credo proprio, l’unica cosa che potrai fare sarà quella di sederti sulla riva, con un bel caffé in mano, aspettando che le correnti si plachino e le acque ritornino cristalline. Più fai e peggio è! Rimani in disparte, vigile, come un adolescente che attende in una piazza la sua amata. Sii aperta, sensibile, disponibile all’ascolto, qualunque cosa venga: paura, rabbia, pensieri, angosce, ricordi passati, suoni, odori, il via vai del traffico, ascolta tutto e ogni cosa, perché dio è ovunque, siamo solo noi a volerlo rinchiudere nei nostri piccoli pensieri.

Cosa può fare un giovane che attende il suo primo amore ad una fermata del bus? Nulla!!! Proverà paura, ansia, gli suderanno le mani, vorrà chiamare la sua amata, vorrà andarle incontro, ma se non sa il suo numero, ne la strada che farà per venire da lui, che farà? Ecco allora che il fremito dell’attesa renderà il suo amore ancor più profondo, intenso, deciso, e quando da lontano vedrà spuntare un viso, dirà tremante: ecco è lei! Ma anche se lei non fosse, che meraviglia avere sedici anni ed essere perdutamente innamorati!

Questa è l’unica preghiera che conosco…

Se non l’hai ancora fatto prova a leggere le sezioni del blog intitolate “Meditazione e pratica” e “Spiritualità”, forse vi potrai trovare qualche ispirazione.

La pace è già qui, adesso, dentro e fuori di te, devi solo lasciare che le acque del tuo fiume interiore si calmino da sole! È un lavoro di grande pazienza e fiducia, ma che altro abbiamo da fare?

Un abbraccio,

Dadrim

 
La meditazione: osservazioni sulla mente e sulla tecnica PDF Stampa E-mail
Meditazione e pratica
Giovedì 16 Luglio 2009 22:15

Roberto ha scritto: Ciao Dadrim, ti rispondo con un po’ di ritardo perché ho considerato attentamente la tua risposta. E’ un’importante opportunità quella che mi puoi offrire dalla tua posizione di serio ed interessato conoscitore del pensiero di Jiddu Krishnamurti così che ne approfitto per replicare.

Il corpo della tua lettera è servito per marcare quello che già avevo assorbito della filosofia di J.K.

Desidererei parlare di questa parte:

“Il pericolo insito nella lettura di J.K. è quello di divenire dei grandi conoscitori delle dinamiche mentali umane a livello astratto e teorico, ma di rimanere totalmente vuoti per quanto riguarda il livello empirico ed esperienziale, quel livello che J.K. definisce come unicamente reale e fecondo. (…) La chiave di volta sta nel divenire sempre più degli imparziali osservatori di noi stessi e di ciò che ci circonda, non nel capire grazie ad una lettura le forme attraverso cui si manifesta la nostra mente.”

Io ero convinto d’aver trovato questa chiave di volta in “libertà dal conosciuto”, il libro che più degli altri onoro, dove negli ultimi capitoli affronta i temi del GUARDARE - ASCOLTARE - ARTE - BELLEZZA – AUSTERITÀ - L'OSSERVATORE E LA COSA OSSERVATA. Come ti avevo anticipato ho saggiato altre filosofie, ma soltanto superficialmente, ed ora però mi chiedo se veramente J.K. sia limitato nell’offrire una completa possibilità di riscatto spirituale.

Ho apprezzato come e ciò che scrivi e t’invito ad essere del tutto diretto e schietto nella tua risposta..

Roberto

Dadrim ha risposto: Caro Roberto, è solo un mio punto di vista, ma J.K., nella sua comunicazione, non tiene sufficientemente conto dello stato di consapevolezza dei suoi interlocutori e delle grandi difficoltà che incontrano lungo il percorso spirituale. A livello dialettico formale e fenomenologico ritengo J.K. l’individuo più coerente, obbiettivo e veritiero. Il punto cruciale però non sta nel descrivere obbiettivamente e coerentemente la fenomenologia del nostro mondo psichico, o perlomeno questo, spesso, non è sufficiente. Il punto sta piuttosto nel riuscire ad aiutare gli individui ad uscire effettivamente e definitivamente dalla loro gabbia psichica e a vivere la realtà della dimensione spirituale o come la vogliamo chiamare. Dal mio punto di vista, se per ottenere questo fosse più utile raccontare una mezza verità che la pura e semplice verità, ben venga la mezza verità. Se una mezza verità aiuta più di una verità a raggiungere la Verità, per quale motivo dovremmo proseguire sulla linea dei duri e puri? Se per far scendere un bambino impaurito da un albero non basta ricordargli che come è salito può anche scendere, ma, magari, basterebbe raccontargli che suo fratello gli sta rubando tutte le figurine del suo adorato album di calciatori, anche se questo non fosse per niente vero, dove sta il problema? Quando scenderà dall’albero e vedrà che nella sua cameretta c’è ancora l’album di figurine, capirà!

Mai, almeno che io sappia, J.K. ha descritto una qualche forma di meditazione, esercizio, pratica o "trucco" utili a sciogliere le tensioni e i blocchi che limitano il nostro corpo e la nostra mente. Quando J.K. descrive, per esempio, come si genera in noi la rabbia, non v’è nulla che si possa ribattere. Le sue osservazioni sono penetrati, totali ed esaustive, ma non per questo la nostra rabbia svanisce. E' vero che J.K. invita continuamente a non capire unicamente a livello mentale quel che lui dice, ma di osservarlo nella vita quotidiana, nel suo effettivo accadere, eppure ho personalmente notato che nella maggior parte delle persone questo approccio non si rivela efficace. Questo mi sembra accadere, paradossalmente, proprio per il fatto che J.K. ha prima dato una chiave descrittiva del fenomeno, che, per quanto veritiera possa essere, diviene ugualmente una lente attraverso cui la mente si attiva per osservare e dominare l'evento. La cosa fondamentale però è riuscire a vivere un evento pienamente coscienti e totalmente privi dell'attività analitica del pensiero. Il pensiero dovrebbe essere trattato unicamente come un semplice oggetto d'osservazione, smettendo pertanto d'essere il punto di partenza della nostra osservazione. Non so se riesco ad essere chiaro su questo punto. Quando cerchiamo d'osservare e scoprire il nostro reale funzionamento interiore, non deve esistere alcun pensiero che da vita al nostro osservare. Tutti i nostri pensieri devono essere vissuti come semplici entità indipendenti da noi. Quando osserviamo il pensiero, nella sua totalità dovrebbe scorrere come le nuvole nel cielo. Quando osserviamo le nuvole che vagano per il cielo, cosa possiamo farci? Nulla! Le nuvole sono così distanti, impalpabili, immodificabili: l'unica cosa che possiamo fare è osservarle! Lo stesso dovrebbe accadere con i nostri pensieri. Ci sediamo tranquilli in un angolo, chiudiamo gli occhi e dentro di noi vediamo fluttuare tutto il nostro caos interiore: pensieri razionali, irrazionali, emozioni positive, negative, assurdità di ogni genere e così via. La cosa che comunemente facciamo è manipolare questo flusso di pensieri ed emozioni. Quando passa un pensiero subito lo cavalchiamo, ci facciamo trasportare da questo in mille altri pensieri. Osserva, guarda se quel che dico è vero. Se ora chiudi gli occhi cosa accade? Passa un pensiero, poi un altro,e magari per qualche secondo riesci ad osservarli senza farti coinvolgere, ma dopo poco ecco un pensiero più forte del tuo livello di attenzione, ed ecco che parti a fantasticare, e da quel pensiero ne vengono altri affini e connessi che generano dialoghi interiori di ogni genere, poi sensazioni, magari immagini, ed infine, se rimani seduto per un tempo sufficiente, il sonno e i sogni. Non so se hai già visto questo processo interiore, non so a che punto sei con le tue esperienze d'osservazione, ma se hai fatto qualche esperimento sai di cosa sto parlando. J. K. può divenire un gran problema proprio per il suo averci spiegato nei minimi dettagli perchè e come avvengono in noi fenomeni come la rabbia, la paura, il dolore ecc. . Capisci cosa intendo? Se spieghiamo troppo i meccanismi dei condizionamenti interiori che ci muovono, la nostra mente può cadere nell'illusione di aver risolto i guai proprio perchè comprende la verità delle nostre spiegazioni, ma non è comprendendo la verità delle spiegazioni che i nostri limiti e i nostri conflitti interiori si risolvono, anzi, un'apparente comprensione può spingerci a rimuovere sotto una cappa di finta conoscenza il nostro male. Ma ogni male se non risolto veramente, prima o poi, riaffiora, magari più incancrenito di prima.

E' vero che J.K. martella i suoi interlocutori dicendo "dovete osservare in voi il reale accadere di quel che dico, altrimenti anche quel che dico diverrà un condizionamento", ma dal mio punto di vista questa breve e striminzita dichiarazione, per quanto venga ripetuta, non è sufficiente, per il semplice motivo che non viene chiarito adeguatamente come dobbiamo interiormente porci per acquisire quella qualità coscienziale indispensabile per essere effettivamente in uno stato di pura osservazione.

J.K. si è dilungato enormemente in disquisizioni fenomenologiche e non metodologiche, ma se io sono chiuso in una stanza di una casa che sta andando a fuoco non mi serve a molto sapere come il fuoco si è generato, come si propaga e che effetti produce. Quel che mi serve, più di ogni altra cosa, è sapere come potermi recare in un luogo da cui poter osservare l'incendio senza rimanervi coinvolto. Ecco allora che, forse, stando seduto su una comoda sedia del giardino, con un bel gelato in mano, inizierò anch’io a disquisire sui perchè e i percome del fuoco.

Il punto centrale, ad un certo momento della mia ricerca, si è spostato dai "perchè" ai come. La domanda ultima era divenuta: "ma come devo pormi interiormente, coscientemente, per riuscire effettivamente a comprendere e dissolvere i miei limiti". Su questo punto sono stati fondamentali, più di ogni altra cosa, gli scritti di Osho.

Unendo la pratica quotidiana, direi costante, all'attenta lettura, lentamente sono riuscito a generare un punto di osservazione, spostandomi dal meccanismo perpetuo di generazione di dialoghi, emozioni, sogni ecc. che produciamo quando viviamo immersi nel meccanismo del pensiero inconsapevole. Questo non significa che ora non vi sono più pensieri o altro nella mia mente, significa unicamente che ora i pensieri si muovono per gli affari loro, a volte numerosi, a volte radi, ma quel punto di osservazione che ora vive in me è saldo. E ogni volta che l'incendio esplode nella mia casa o fuori da essa, io so che posso sempre tornare a sedermi nel mio bel giardino e godermi lo spettacolo incendiario. Quel che accadrà in futuro non lo so, ma se questo è il presente, dal domani credo possa venire solo qualcosa di buono.

Raccogliendo quanto detto sino ad ora, il punto capitale di tutta la faccenda "spiritualità", sta nel riuscire a generare o riscoprire quella dimensione di consapevolezza dalla quale ci è possibile osservare tutto quel che accade in noi senza perdere la percezione che noi siamo sempre e solo colui che sta osservando. Se in noi nasce questa percezione, la vita può divenire una continua avventura e scoperta del nuovo e non più un frantoio nel quale siamo caduti e dal quale veniamo frantumati.

Ma come nasce questa qualità della consapevolezza? Credo di averne già parlato abbastanza, vi sono molti libri interessanti che ci possono dare delle buone intuizioni, ma questo non significa nulla. Parlare di questo punto, per me, è la cosa più importante che esista al mondo e mai nessuno dovrebbe smettere di farlo. Pertanto, riprendo nuovamente la questione, magari da nuove angolature, magari oggi più consapevole di ieri...

Se ci sediamo su di una comoda sedia, sul divano, a terra con le gambe incrociate, sul tetto di casa o dove e come stiamo meglio, e chiudiamo gli occhi e iniziamo ad osservare, cosa vediamo, cosa sentiamo? Facciamolo! Considerando che nella forma siamo tutti diversi, ma nella sostanza siamo tutti uguali, ognuno di noi avrà sfumature di pensieri e di emozioni diverse, ma tutti avranno ugualmente un flusso più o meno importante di pensieri, emozioni e immagini.

La svolta sta nel vedere la differenza che sussiste fra l'osservare questo flusso ed il partecipare attivamente alla creazione, modificazione e direzione di questo flusso.

Dobbiamo esercitarci ad essere degli osservatori imparziali di questo flusso, dobbiamo smettere di alimentarlo, e l'unico modo possibile per fare ciò è provare e continuamente riprovare a sederci, chiudere gli occhi e lasciare che le cose vadano per gli affari loro, rimanendo, però, sempre vigili e attenti. Un pensiero, passa, poi un altro, poi un'immagine, poi un'emozione, poi ancora un pensiero che rievoca un altro pensiero, che rievoca delle immagini, e queste, a loro volta, rievocano altre emozioni. Il nostro mondo interiore inizialmente è solo questo. Un costante magma di impressioni acquisite con l'esperienza, con il passare degli anni e, pertanto, con l'imprimersi degli eventi nella nostra memoria. Ecco allora che J.K. afferma: "noi non siamo altro che le memorie accumulate nel passato che ci condizionano il presente e si proiettano nel futuro". Questo flusso di memorie può scorrere libero o venire manipolato da quello che riteniamo essere il nostro io, cioè noi stessi. Quando osserviamo in noi questo flusso, se prestiamo attenzione, vediamo che sussiste una netta differenza fra lo stato di consapevolezza osservativa e lo stato di coinvolgimento diretto. Quando ci coinvolgiamo direttamente diveniamo protagonisti del nostro film interiore, e questa sensazione di essere stati dei protagonisti la percepiamo unicamente quando riusciamo ad uscire dal flusso interiore e ritornare ad essere dei semplici osservatori.

Questo continuo gioco del cadere e dell'uscire dal nostro film interiore, inizialmente ci accadrà mille, se non milioni, di volte, ma lentamente, se tenaci e fiduciosi proseguiremo con la nostra pratica, inizieremo ad essere sempre più capaci di rimanere dei semplici spettatori del film. Ecco allora che il film perderà progressivamente la sua capacità di attrarci e tenerci incollati alle sedie, e forse, dopo qualche tempo, riusciremo anche ad uscire dal cinema e fare ritorno a casa. Vivere in un cinema non è cosa molto piacevole infondo.

Quando la nostra coscienza sviluppa, come sua caratteristica dominante, la capacità di rimanere in osservazione attenta e passiva, molte cose interessanti inizieranno ad accaderci. Chi vivrà vedrà...

Punti importanti da sottolineare di questo processo sono:

I° La sua apparente banalità, noia, inutilità se non stupidità.

II° La persistenza e la sottigliezza del nostro flusso meccanico interiore

III° La potente illusione di essere sempre e solo quel colui che vive proprio dell'attività modificante, stimolativa e direzionale del flusso interiore.

Primo punto: Tutto ciò sembra banale solo perchè siamo così abituati ad agitarci, a fare, a manipolare e a credere la vita un fenomeno difficile, fatto di astuzie, ostacoli e imprese megalomani, che non riusciamo più a credere a qualunque cosa sia semplice, diretta, immotivata, gratuita, libera, serena e priva dell'attività del nostro io megalomane.

Secondo punto: Questo aspetto, per quanto vasto e multiforme si presenta, potrebbe essere trattato in mille pagine. Pertanto, per l’occasione, lo riassumo in pochissime parole. Qualunque cosa passi nel nostro flusso interiore, pensieri, immagini o emozioni, non ci deve preoccupare, toccare, modificare, spaventare. Dobbiamo accettare assolutamente tutto, poiché quel che scorre in noi non siamo noi. Noi siamo solo e sempre colui che osserva, e colui che osserva non giudica. Se cadiamo nel giudizio, non giudichiamoci per aver giudicato, ma ritorniamo ad osservare. Se qualcosa ci spaventa non spaventiamoci per esserci spaventati, ma ritorniamo ad osservare. Se le paure sono intense, se l'angoscia sale, se ci sentiamo morire, va benissimo, non corriamo a cercare farmaci, birre o psicologi, perché questo è il normale manifestarsi del nostro flusso interiore, che lentamente andrà diminuendo e perdendo la sua forza di coinvolgimento. Questo è il punto più importante di tutti! Se ogni individuo facesse così, il fenomeno tossicodipendenze e dipendenze in generale svanirebbe in un batter d'occhio, e la vendita di farmaci calerebbe in maniera esponenziale, oltre al diminuire dei disturbi mentali. La follia, in sostanza, è un conflitto interiore represso, ma quando ci si permette di osservare ed accettare qualunque conflitto, su quale terreno può crescere un qualunque disturbo mentale? Se l'attività mentale viene lasciata scorrere liberamente, senza impedimenti, senza giudizio o repressioni, chi e che cosa inizierà a lottare contro se stesso?

L'ultimo punto è il proseguo del secondo. Quando il pensiero scorre senza un attore che lo manipola, modifica e sviluppa, dove va a finire quell'entità che siamo soliti chiamare io. Chi siamo noi a quel punto? Dove vanno a finire tutte le nostre idee di noi stessi e tutte le nostre strutture di personalità? Semplicemente crollano, svaniscono, si dissolvono, facendoci così scoprire quella dimensione del puro e semplice essere. Un essere che non ha più alcun nome o alcuna forma, ma solo e soltanto una realtà. Ed essere reali è la cosa più bella che possa accadere ad un individuo.

A tua disposizione per qualunque altra domanda o chiarimento.

Un caro saluto,

Dadrim

Prima parte di questa lettera: Jiddu Krishnamurti

 
Karma e pastoie esistenziali PDF Stampa E-mail
Crisi interiori
Martedì 14 Luglio 2009 23:02

Giochi fra amiciNatalie ha scritto: Ciao Dadrim, stavo cercando su google un corso di meditazione, o meglio un consiglio per uscire da un'"impasse" esistenziale nella quale mi trovo immersa da troppo tempo, ed è uscito il tuo sito. Ti scrivo perchè se la tua missione è quella di donare, forse faccio un favore più grande a te che a me chiedendoti un parere. Sono sufficientemente presuntuosa da valutare molto attentamente le parole che mi vengono rivolte, eppure non ho ancora trovato le risposte che cerco e continuo a chiedere agli altri. Quello che desidererei da te, se possibile, è una chiave di interpretazione, le soluzioni forse sono chiare e già esistenti dentro di me, ma, ti assicuro, al momento (momento lungo anni), non riesco proprio a vederle, a coglierle.

Ho fatto del male ad altri, ho subito grande male da altri; in un'interpretazione pagana, direi che ho un karma fortemente negativo, da scontare in questa e forse anche nelle altre vite. Dimmi: posso farcela in una esistenza? Posso liberarmi dalle pastoie nelle quali mi sono invischiata e raggiungere almeno un moderato stato di serena tranquillità se non proprio di gioia assoluta? Troppo ermetica? Troppo criptica? Forse, ma la confusione è tanta. Sto pianificando un viaggio in Terra Santa a brevissimo: ho bisogno di spirito, del MIO spirito prima possibile! Devo centrare di nuovo, o per la prima volta, me stessa.

Ti ringrazio

Fai buona vita

Natalie

Dadrim ha risposto: Cara Natalie, la tua lettera è estremamente ermetica, oserei dire blindata, non spiega praticamente nulla della situazione che stai attraversando, ma proprio in questo sta la chiave di lettura di quel che vivi e senti. Sei isolata, chiusa in te stessa e in costante atteggiamento di difesa, hai paura di dare e altrettanta paura di ricevere, forse perché non ti è mai stato insegnato il linguaggio della fiducia e dell’amore, forse perché non ti è mai stato donato amore o forse, quando questo è accaduto, ormai era troppo tardi e tu stavi gia con i pugni chiusi e la guardia alta. Se le cose dovessero stare così, e credo proprio che stiano così, in questo sta la causa del tuo male e della tua confusione.

Affermi: “Ti scrivo perché, se la tua missione è quella di donare, forse faccio un favore più grande a te che a me chiedendoti un parere”.

Ma chi ti ha detto queste cose? Da dove hai raccolto questi pensieri? Io non ho alcuna missione e tanto meno vivo per donare. Le missioni sono solo per i preti, i messia e i kamikaze, ed io non sono un prete né un messia e tanto meno un kamikaze. Ho sempre e solo sostenuto che questa vita è un fenomeno di condivisione e dono reciproco. Non è possibile donare senza ricevere e non è possibile ricevere senza donare. Questo è un fatto, che lo si voglia accettare oppure no. Sfortunatamente però, la nostra piccola mente legge la realtà delle cose sempre a metà o a piccoli pezzi, senza comprendere la reale portate degli eventi. Se si è vivi si è costantemente esposti all’incontro con l’altro, ed ogni volta che accade un incontro avviene anche un dono, perché l’incontro in sé è un dono. Non è possibile sottrarsi all’incontro con la vita, che è sempre dono immotivato e gratuito.

Beviamo la pioggia che cade dal cielo, respiriamo l’aria che portano i venti, veniamo scaldati dai raggi del sole, veniamo nutriti dai frutti della terra, veniamo rallegrati dal canto degli uccelli e dai giochi di colori dipinti nel cielo, e tutto ciò, anche se la maggior parte delle persone non lo vede, è un dono. Ogni giorno, da quando ci alziamo sino a quando ritorniamo a letto, incontriamo persone, situazioni e luoghi che riteniamo scontati, ma non lo sono affatto: domani potrebbe terminare ogni cosa, domani potrebbe essere il nostro ultimo giorno di vita, e sfortunatamente solo allora, forse, tutto questo ci apparirebbe come qualcosa di tremendamente speciale ed eccezionale. Non sappiamo perché siamo qui, non sappiamo per quanto vi rimarremo, ma per non dover fare i conti con il mistero della vita e la sua tremenda fragilità e forza, dimentichiamo di continuo che il nostro tempo è limitato, che il nostro esser vivi è un dono e che le cose più importanti e preziose, necessarie per essere sereni, ci vengono di continuo regalate a mani aperte. È proprio a causa di questo nostro continuo dimenticare la brevità delle nostre esistenze che possiamo così facilmente lasciarci andare alla rincorsa di cose sciocche e all’inutile lotta con rancori e ferite del passato!

Ogni giorno, entrando in un bar, in un negozio, nel posto di lavoro, nella casa di un amico o in un qualsiasi altro luogo, qualcuno ci incontra con un sorriso, con una parola cortese, con uno sguardo sensuale o magari con una smorfia di fatica e dolore sul viso, con una parola dura o indifferente, ma comunque accada l’incontro, questo è sempre e solo un dono, un qualcosa che ci cambia, che ci arricchisce, che ci da la possibilità di scoprire nuove cose su noi stessi e sul mondo che ci circonda. Sfortunatamente l’idea imperante è che un dono è solo quel che ci fa piacere, quel che ci aspettiamo e desideriamo, ma se così fosse come potremmo crescere, arricchirci e cambiare? Se ottenessimo sempre e solo quel che desideriamo la vita sarebbe unicamente il sordo eco delle nostre stesse voci, dei nostri sempre uguali e monotoni desideri: che vita orrenda sarebbe! Fortunatamente, però, questa vita è un implacabile fenomeno di condivisione, incontro e dono reciproco.

Vivendo doniamo continuamente quel che siamo, belli o brutti, buoni o cattivi, e altrettanto riceviamo cose belle e cose brutte, cose buone e cose cattive. L’importante non sta in cosa riceviamo, ma nell’essere aperti al dono, perché se siamo aperti al dono, all’incontro e all’ascolto, qualsiasi evento può divenire fonte di crescita, arricchimento e saggezza. Se invece viviamo chiusi, blindati in noi stessi, nelle nostre solite quattro idee, sordi alla vita, tutto viene continuamente sprecato e i nostri anni passano senza alcun significato. Colui che vive aperto e sensibile al mondo che lo circonda, anche dall’incontro con una persona chiusa e sofferente viene arricchito, fosse anche solo dal riconoscere la miseria che nasce dall’essere morti dentro. Ma chi è morto dentro, invece, non è più in grado di riconoscere quella realtà di condivisione e collaborazione che, nonostante la sua condizione, comunque, continua ad accadergli tutto attorno. Chi vive chiuso in se stesso è come un uomo che siede su di una spiaggia ad occhi chiusi: il sole abbronza la sua pelle, illumina l’orizzonte, crea miliardi di scintillii riflettendosi sulle onde, ma lui non sa nulla di tutto ciò, anche se vive totalmente immerso in questa realtà! Questa nostra esistenza è un fenomeno di totale interdipendenza e prima lo capiremo prima inizieremo a vivere serenamente e con fiducia questa condizione. Senza l’altro, il diverso e il fuori non possiamo vivere, ma altrettanto vale per l’altro il diverso ed il fuori: senza di noi non potrebbero esistere.

Affermi: “Ti scrivo perchè se la tua missione è quella di donare, forse faccio un favore più grande a te che a me chiedendoti un parere”.

Con questa frase stai comunicando una grande paura di ricevere qualcosa, perché ricevere qualcosa significa anche doversi rendere disponibili all’altro, significa dover aprire le nostre braccia e il nostro cuore per ricevere quel che ci viene donato, ma se così facessimo, saremmo esposti al rischio d’essere modificati, cambiati nel nostro essere e magari feriti, ecco allora la pura e la chiusura. Ma vivere chiusi significa non vivere, ed ecco allora affiorare il nostro malessere, il nostro mal contento. Questo è un circolo vizioso dal quale si esce unicamente quando si è così stanchi e nauseati dalla propria condizione da comprendere finalmente che non v’è nulla in noi di così importante da dover essere difeso. Questo circolo vizioso si spezza quando sentiamo con tutti noi stessi che anche il dolore più grande, che può provenire dall’aprirsi alla vita, è migliore della solita nauseante puzza di stagno che proviene dal nostro vivere blindati e confinati in paure e resistenze. Scrivendomi non fai un favore né a me né a te, ma dimostri unicamente la tua voglia d’incontrare l’altro, di incontrare la vita e di uscire dalla tua prigione, dalla tua confusione, ma per fare ciò devi essere totale, devi essere completamente aperta all’ascolto e all’incontro, altrimenti anche questo tentativo cadrà nel nulla, e allora ti serviranno mille altri tentativi e forse non basteranno nemmeno mille viaggi in mille terre sante. Non è chi incontri, ciò che fai o dove vai che importa, ma come incontri qualcuno, come fai qualcosa e come vai in un luogo! Ciò che importa è la disposizione del tuo essere.

Scrivi ancora: “Sono sufficientemente presuntuosa da valutare molto attentamente le parole che mi vengono rivolte, eppure non ho ancora trovato le risposte che cerco e continuo a chiedere agli altri”.

Se parti da queste premesse non troverai mai alcuna risposta. Se vai verso l’incontro e l’ascolto con presunzione, cosa potrà scaturirne? Nulla! Sempre e solo il tuo vecchio e logoro passato. Valuta molto attentamente le parole e il modo di essere di chiunque, ma fallo sempre e comunque totalmente aperta all’ascolto, alla comprensione. Cerca di divenire il più sensibile e ricettiva possibile, solo così riuscirai a raccogliere ciò che è di nutrimento per il tuo essere e a scartare ciò che è nocivo. Ma se filtri la realtà attraverso il tuo orgoglio non riuscirai mai ad andare oltre i tuoi stessi pensieri, sentimenti e convincimenti, non andrai mai fuori dalla gabbia del tuo stesso “io”. Dici di non riuscire a trovare le risposte che cerchi, ma forse, per cambiare veramente, non necessiti delle risposte che tu vorresti. Quel che ora vivi è solo confusione, e le risposte che ritieni di dover avere sono ovviamente frutto di quella stessa tua mente che ora vive confusa, pertanto saranno risposte altrettanto confuse e poco risolutive. Ecco allora che ancora una volta torno a dirti di abbandonare le tue convinzioni, i tuo credo, i tuoi confini, le tue possenti difese, per invitarti ad ascoltare, a sentire, a toccare e gustare quella realtà che vive tutto intorno a te, ma che ora tu non vedi e che non puoi nemmeno immaginare.

Tu dici: “…eppure non ho ancora trovato le risposte che cerco e continuo a chiedere agli altri”.

Ma cosa vuoi che ne sappiano gli altri delle risposte che tu cerchi?! Se stai cercando qualcosa, e questo qualcosa è nel tuo essere, cosa vuoi che sappiano gli altri?! Perché chiedi di te stessa a chi vive fuori da te stessa?! È inutile! L’unica vera risposta che ti può dare qualcuno che si preoccupa disinteressatamente del tuo bene è un netto rifiuto al tuo domandare, è un invito a ritornare a sentire e guardare nel profondo del tuo cuore, oltre i rottami del passato e i limiti della paura. Tu dici: “Ho fatto del male ad altri, ho subito grande male da altri...” Bene!, quel che è stato è stato, ora è tempo di chiudere con il passato e di raccogliere la lezione. Se smetti di vivere entro gli automatismi e gli schemi della tua mente, quel che qui hai chiamato “karma” verrà bruciato in un istante. Il karma si perpetua unicamente quando non apprendiamo nulla dagli eventi che ci accadono, ma quando la nostra consapevolezza penetra totalmente, momento per momento, gli eventi che ci accadono, non esiste karma, sfortuna o destino che ci possa influenzare.

Scrivi ancora: “Dimmi: posso farcela in una esistenza? Posso liberarmi dalle pastoie nelle quali mi sono invischiata e raggiungere almeno un moderato stato di serena tranquillità se non proprio di gioia assoluta?”

Potresti liberarti dalle pastoie in cui ti sei invischiata anche in questo istante se lo volessi veramente, ma il problema è che tu non vuoi solo liberati dalle tue pastoie, ma vuoi anche raggiungere uno stato di “serena tranquillità, se non proprio di gioia assoluta”. Lascia perdere la tranquillità, moderata o scellerata che sia.

Quando la nostra mente è infelice inizia a sognare la felicità, ma quel che sogna è sempre e solo il sogno di una mente infelice, e spesso gran parte della nostra infelicità viene proprio dalle nostre bizzarre idee di serenità. Spesso cadiamo in grandi guai proprio perché immaginiamo la felicità come uno stato privo di conflitti e dolori, quando invece la vera serenità nasce da una totale accettazione di ogni conflitto e dolore. La felicità non è qualcosa che possiamo immaginare, sognare o desiderare, ma è qualcosa che nasce unicamente quando viviamo totalmente aperti e fiduciosi quel che effettivamente siamo e abbiamo. La felicità nasce dal pieno contatto con la realtà, qualunque essa sia.

Ora ti lascio in compagnia delle splendide parole di Michael Adam.

Sempre a tua disposizione per qualunque chiarimento o domanda...

Un grande abbraccio,

Dadrim

"Forse il tentare porta persino all’infelicità. Forse tutto il rumore del mio desiderare ha tenuto lontano lo strano uccello dalle mie spalle.

Ho inseguito la felicità così a lungo e così fortemente. Ho cercato nei luoghi più remoti, in lungo e in largo. Ho sempre immaginato che la felicità fosse un’isola nel fiume. Forse essa è il fiume. Pensavo che la felicità fosse il nome di una taverna in fondo alla strada. Forse essa è la strada. Credevo che la felicità fosse sempre domani, e poi domani, domani ancora. Forse essa è qui. Forse essa è ora. E io ho guardato in qualsiasi altro luogo. Ma qui e ora, chiaramente, c’è infelicità. Forse, allora, non esiste una cosa come la felicità, forse la felicità non esiste. È solo un sogno creato da una mente infelice. Certamente, non può essere come io infelicemente la immagino. Qui e ora non c’è felicità. Quindi la felicità non esiste. Dunque non ho bisogno di sprecare ulteriormente me stesso in qualcosa che non esiste. Posso dimenticarmi della felicità; posso smetterla di preoccuparmi e interessarmi invece a qualcosa che conosco, che sono in grado di sentire e sperimentare pienamente. La felicità è un sogno vano: e adesso è mattina. Mi posso svegliare in compagnia dell’infelicità, di ciò che è realmente sotto il sole in questo momento.

Ma ora vedo quanto della mia infelicità viene dal cercare di essere felice; sono in grado persino di vedere che il cercare è infelicità. La felicità non cerca…Finalmente sono qui e ora. Finalmente sono quello che sono. Non pretendo nulla, sono a mio agio. Sono infelice – e allora?... Ma è questo ciò da cui scappo? È davvero infelicità?... e quando smetto di provare ad essere felice, o qualunque altra cosa, quando non cerco più, quando non mi preoccupo di andare da qualche parte, di ottenere qualcosa, allora si direbbe che sono già arrivato in uno strano luogo: sono qui e ora. Quando mi rendo conto che non c’è niente che io possa fare, che tutto il mio fare è lo stesso sogno, nel momento in cui mi accorgo di ciò, la mia mente vecchia sognatrice e girovaga, in quel momento è immobile e presente. In quel momento, qui e ora, appare il mondo reale; vedi: qui e ora è già e sempre tutto ciò che avevo visto e che ho cercato di conseguire in qualunque posto lontano da me.

E ancora di più: sono andato a caccia di ombre; la realtà è qui, in questo luogo soleggiato, in questo canto di uccelli, adesso. Era il mio inseguire la realtà che mi ha allontanato da essa, il desiderio mi assordava. L’uccello stava cantando qui, per tutto il tempo… se io sono immobile e non mi preoccupo di trovare la felicità, allora si direbbe che la felicità sia in grado di trovare me.

Essa esiste se io sono davvero immobile, come morto – se io sono completamente morto, qui e ora".

Michael Adam

 
La morte dell'autorità e la nascità della vera libertà PDF Stampa E-mail
Società e condizionamenti
Domenica 12 Luglio 2009 21:41

TempestaAthena ha scritto: Dadrim, vorresti ampliare ed estendere questa tua affermazione: "non mi riconosco in nessuno"?

Dadrim ha risposto: Cara Athena, con questa mia affermazione desidero evidenziare l’inganno che si cela nell’identificazione ad un pensiero, una filosofia, una religione o una teoria. Quando qualcuno afferma d’essere cristiano, mussulmano, induista, ebreo, ateo, credente, nietscheano, kantiano, hegeliano, darwiniano, krishnamurtiano, comunista, capitalista, socialista o qualunque altro possibile “ismo”, nella mia visione delle cose, dimostra solamente d’aver lasciato cadere la propria intelligenza in una gabbia, in una scura e stretta cella.

La maggior parte della gente vive con una testa piena di credo e convinzioni, ed è ben contenta di averne, ma ciò accade unicamente perché questa è la strada più facile per riuscire ad avere una minima sensazione di sicurezza e importanza in un mondo estremamente complesso e apparentemente ostile e indifferente alle sorti di noi umani.

Se credo nella teologia cristiana posso terminare la mia indagine, posso smettere di dover stare in quella sgradevole sensazione di vivere una vita priva di sentieri sicuri e destinazioni certe. Non devo più indagare in prima persona il senso di questa mia esistenza, cos’è la morte, l’amore, il dolore e tutti i misteriosi fenomeni che mi circondano e compenetrano: tutto è fatto, detto e chiarito. Se poi questo mio credo non dovesse bastarmi, posso sempre condirlo con qualche altra fede o teoria politico-sociale. Posso sempre essere un cattolico comunista o un moderato capitalista cristiano o un credente razionalista. Di credo assurdi ne nascono ogni giorno!

Quel che io vedo è che l’essere umano viene condizionato sin dalla nascita a sviluppare un senso di timore e sfiducia nei confronti dell’esistenza, della sua stessa vita e dei suoi simili, e partendo da premesse simili sarà poi facile fargli accettare o sviluppare pensieri e teorie d’ogni tipo.

Si tramanda la storia di un missionario cristiano che giunge in uno sperduto villaggio dell’Africa. Dopo qualche tempo ha già fondato una chiesa e convertito gli adulti del posto alla fede cattolica. Una domenica mattina, mentre sta indottrinando i bambini più piccoli del villaggio, conclude la sua oratoria affermando con tono solenne: “Il regno dei celi è solo per chi si è pentito dei suoi peccati e per chi ha visto la corruzione e il male che albergano nella sua anima. Solo a chi chiede perdono il nostro Padre celeste aprirà i cancelli della gioia e della vita eterna!” Alla fine di queste parole, dall’ultima fila di banchi, un bambino alza la mano intimorito chiedendo la parola. Il prete, con voce gentile, afferma: “Dimmi pure figliolo, vuoi sapere altro sul regno dei cieli?” Il bimbetto con innocenza risponde: “ No padre, volevo solo capire. Come prima cosa dobbiamo peccare, e pure molto, così poi ci possiamo pentire e chiedere perdono?”

Questo è quel che combinano tutte le dottrine, le teorie e i credo di tutto il mondo. Prima ancora che il bambino abbia fatto una domanda noi gli abbiamo già dato un miliardo di risposte, ma fare una cosa simile significa unicamente aver condizionato la sua mente, avergli posto dei limiti ben definiti alla naturale e spontanea fioritura della sua intelligenza.

Questo punto è di estrema importanza e spero di riuscire a comunicarlo chiaramente. Supponiamo che dopo una vita di ricerca faticosa io riesca ad avere una concreta e profonda esperienza dell’esistenza di una dimensione divina, fatta di pace, armonia e bellezza. Supponiamo anche che io sia un insegnate in una scuola materna. Secondo te, la mia esperienza, il mio vissuto di pace e vastità, lo trasmetterò ai bambini attraverso il mio vivere quotidiano, attraverso il mio semplice e spontaneo relazionarmi con infinito amore e pazienza con loro o inizierò ad organizzare lezioni e incontri per indottrinarli al pensiero di dio, della bellezza e dell’amore?

Chi indottrina dimostra unicamente di non saper vivere in amore e bellezza, dimostra unicamente di vivere soffocato da condizionamenti, pensieri e ideologie. Ma non esiste alcuna ideologia che possa sostituire la fatica e la profondità di un cammino fatto di esperienze totali, concrete, e pertanto trasfiguranti, di incontro con l’altro, con il diverso, con noi stessi, con i nostri limiti, le nostre paure e la nostra angoscia per l’ignoto. È solo l’esperienza reale, che è sempre un’esperienza totale, l’unica vera azione trasformativi possibile. Il pensiero, il chiudersi in teorie, fedi e dogmi è sempre e solo un’esperienza parziale, incompleta, che non costa grande sacrificio e sforzo. Posso infatti pensare all’amore, alla solidarietà e alla non violenza tutto il giorno, ma ciò non implica per nulla che nella realtà dei fatti io sia effettivamente quel che penso! Il pensiero è solo una piccola e debole parte del nostro essere e questo ci permette di sognare d’essere mille e una cosa, quando in realtà quel che realmente vive in noi è solo miseria.

I bambini non vanno indottrinati, non vanno portati a lezioni su dio e l’amore, ma vanno amati ed educati da persone che sentono la reale presenza del divino nei loro cuori e nel mondo intero. Solo così, rispecchiandosi in una relazione fatta di bellezza e profondità, l’intrinseco e naturale potenziale di divenire esseri divini si dischiuderà nei cuori delle nuove generazioni.

Aiutare i bambini a sviluppare la loro innata dimensione interiore di pace e silenzio è una cosa semplicissima se noi stessi siamo esseri che vivono in pace e in silenzio, perché con i bambini non servono parole. I bambini assorbono tutto, dal più piccolo movimento degli occhi, alla minima sfumatura d’emozione che passa attraverso le nostre voci.

Il vero guaio è aiutare gli adulti ad uscire dalle loro caotiche, intricate e chiassose menti, ingolfate da teorie, credi, dogmi, fantasie, allucinazioni. Gli adulti non vedono più nulla in modo diretto e semplice, non sentono, ma interpretano di continuo, fraintendono, manipolano, e tutto per difendere in continuazione quella stessa gabbia mentale che gli impedisce di vivere sereni.

L’adulto, nella quasi totalità dei casi, è un relitto che viene portato alla deriva dalle onde dei suoi pensieri.

Dopo aver visto e compreso tutto ciò, come possiamo riconoscerci ancora in qualcosa o in qualcuno? L’unica cosa che possiamo fare è tuffarci nell’oceano della vita per averne finalmente un’esperienza totale e reale, smettendo così di teorizzare restando seduti sulla nostra barchetta scassata che va alla deriva. E quando faremo esperienza di cosa voglia dire nuotare realmente fra le grandi onde dell’oceano, non ci sarà più possibile dire io sono un “oceanista”, io credo nell’esistenza dell’oceano e teorizzo sulle sue onde. A quel punto potremo solo sorridere per la felicità che proviene dall’esservi totalmente immersi!”

A quel punto, se vorremo effettivamente aiutare qualcuno a vivere veramente, certo non gli parleremo dell’oceano, non gli daremo nuove teorie o superstizioni, ma semplicemente lo condurremo ad una spiaggia e quando saremo lì gli diremo: “Ecco!, questo è l’oceano, se vuoi puoi immergerti e conoscerlo, se hai paura puoi anche tornare a casa, ma d’ora in poi, ovunque andrai, non potrai più scordare che la realtà e la bellezza sono sempre a tua disposizione, e che se vivi in una menzogna è solo perché tu lo vuoi, perché dentro di te sei pieno di paura d’affogare!

La metafora dell’oceano e del nuotarvi dentro è veramente significativa, infatti come impariamo a nuotare? Impariamo a nuotare solo dopo aver imparato a rimanere a galla. Ma come si fa a rimanere a galla? Si rimane a galla solo quando si prende grande confidenza con l’acqua e fiduciosi ci si abbandona totalmente ad essa, infatti, solo un corpo che non pone alcuna resistenza può rimanere a galla. Dopo aver vissuto la fiducia ed essersi abbandonati totalmente, con leggeri movimenti armonici possiamo anche iniziare a giocare e a muoverci fra le onde e le correnti.

Questa è la metafora perfetta che descrive la relazione che sussiste fra il nostro Essere e l’Esistenza! Quando il nostro Essere si abbandona totalmente all’Esistenza, senza sforzo alcuno, iniziamo a fluttuarvi beati in superficie, siano a fonderci, poi, totalmente in essa, senza più alcuna necessità di respirare, poiché il nostro respiro diviene il suo respiro e il suo il nostro.

Tornando a noi e concludendo, io non mi riconosco in nessun pensiero e in nessuna persona, però ho sempre voluto sperimentare totalmente e sino alla fine i sentieri che ritenevo buoni per me stesso, chiunque o qualunque cosa me li indicasse. Molte volte ho imboccato vie estremamente dolorose, ma anche questo mi è servito, forse più di tante comode e sicure vie, poiché ho scoperto che quando cadiamo in errore unicamente per una nostra scelta, l’errore diviene fonte di saggezza e motivo di subitaneo cambiamento. Ben altra cosa accade quando cadiamo in errore perché ci lasciamo guidare dall’autorità d’altri. In questo caso, infatti, non avendo voluto assumerci la responsabilità e le conseguenze che comporta il dover scegliere con la nostra sola intelligenza, quando le cose si mettono male proseguiamo con il nostro atteggiamento dipendente e irresponsabile addossando le colpe a chi ci ha consigliati. Questo è quel che accade di continuo nella nostra società ed è anche il principale motivo per cui la nostra società non matura mai!

Pertanto il punto di svolta non sta mai in cosa facciamo o in chi seguiamo, ma nel come facciamo qualcosa e nel come seguiamo qualcuno. Se l’unica cosa che ci muove è la nostra libera e totale intelligenza, qualunque cosa ci accada diverrà motivo di crescita e maturazione, ma se ciò che ci muove è il bisogno di dipendere da qualcuno, anche se trovassimo un uomo di grande saggezza e amore, quel che raccoglieremo sarà sempre e solo miseria e sudditanza, poiché la nostra coscienza si amplia unicamente quando ci mettiamo in gioco personalmente, totalmente e LIBERAMENTE.

È anche vero, però, che un vero uomo di saggezza non permetterà mai a nessuno di dipendere da lui e mai sceglierà al posto d'altri o si assumerà le responsabilità d'altri. Questo atteggiamento, infatti, è sempre stata la componente fondamentale che doveva dimostrare un individuo per meritare la mia fiducia.

Sperando di aver sufficientemente risposto alla tua domanda,

un abbraccio,

Dadrim

 
Jiddu Krishnamurti PDF Stampa E-mail
Sulla spiritualità
Domenica 05 Luglio 2009 21:50

Roberto ha scritto: Ti avevo anticipato che la lettura di Jiddu Krishnamurti mi ha sollevato le tapparelle sui miei pensieri ed emozioni. Trovo però difficoltà a seguirlo quando parla di realtà a me esterne:

“Che cos’è la vita? Allora che cos’è la creazione? La vita dell'albero, la vita del piccolo filo d'erba - la vita, .. l'origine della vita -, qualcosa che vive? Quello che vive, voi potete ucciderlo, ma la vita è sempre lì in qualcos'altro. Non dite di sì o di no, ...stiamo per affrontare con la nostra indagine l'assoluto, qualcosa di veramente meraviglioso. L'assoluto non e' una ricompensa, non ve lo potete portare a casa per usarlo. Aspettate che sia io a rispondere? Questo e' un argomento troppo serio.. stiamo provando a penetrare in qualcosa che non ha nome, che non ha fine. Posso uccidere quell'uccello, ma ce ne sarà sempre un altro; .. Stiamo addentrandoci con la nostra indagine in quello che crea un uccello. Che cos’è la creazione che sta dietro a tutto questo? State aspettando che sia io a descrivervelo, ... Perchè?”

Ecco, qui non saprei da che parte addentrarmi. Non è che sia indifferente a ciò che vive, anzi mi stupisce parecchio, ma poiché scarto l’idea di un Dio creatore non vado al di là di pormi come uno spettatore affascinato da ciò che lo circonda.

Vorrei capire se lui qui ci invita a trovare un regista, un Dio, una causa; siccome però non si è mai pronunciato su questi temi ho scartato l’ipotesi. Li citò, ma per svalutarli sul come sono stati da sempre gestiti dagli umani. Questo discorso io lo considero come un suo testamento e non avrò pace fino a che non lo avrò digerito in tutte le sue parti.

Ancora grazie per il tempo che mi stai dedicando.

Roberto.

Dadrim ha risposto: Caro Roberto, grazie a te per la tua domanda, poiché per la prima volta vengo chiamato a rispondere in merito ad uno dei maestri che più ho amato e che più hanno segnato il mio cammino: Jiddu Krishnamurti. Il tuo quesito è sorto molte volte anche nella mia mente, e ogni volta che non riuscivo a darvi risposta ritornavo a leggere ogni singolo passo, ogni riga e ogni parola di tutti i discorsi tenuti da J. K., ma niente! J. K. sembrava non voler completare la sua visione delle cose, proprio su quegli argomenti che più mi stavano a cuore: “esiste una vita prima e dopo questa nostra esistenza? Esiste l’anima? Esiste un dio o qualcosa di simile? Esiste un senso, un significato o una destinazione ultima per noi uomini? No!, J.K. non ha mia risposto a questi quesiti, ma più la mia mente si contorceva nel tentativo di trovare una risposta a queste domande e più il mio cuore iniziava a comprendere la motivazione che stava alla base di queste apparenti incompletezze.

Tutto il messaggio di J.K. è un invito all’osservazione, alla diretta e personale sperimentazione del reale accadere delle cose. Krishnamurti, attraverso la minuziosa descrizione del come nascono, crescono e si consolidano i nostri processi mentali, vuole unicamente portare il suo interlocutore alla comprensione dei limiti e delle barriere che impediscono alla coscienza di esperire la reale natura delle cose, una natura fatta di creatività, bellezza e pace. J.K. non ha mai risposto a nessuna domanda attraverso una definizione intellettuale, ma unicamente attraverso una descrizione dell’effettivo accadere fenomenologico delle cose, ribadendo sempre e sino alla nausea che anche questo suo continuo descrivere il reale non avrebbe avuto nessun senso per l’ascoltatore se quest’ultimo non si fosse messo in gioco personalmente e totalmente, cercando di osservare direttamente in lui stesso come nasce e si mantiene quella limitata e tormentosa entità che siamo soliti chiamare Io, ego o personalità.

Se rileggiamo attentamente la frase che tu riporti, notiamo che anche in questo caso J.K. invita ripetutamente alla personale e diretta osservazione e comprensione delle cose.

“Non dite di sì o di no, ...stiamo per affrontare con la nostra indagine l'assoluto, qualcosa di veramente meraviglioso. L'assoluto non e' una ricompensa, non ve lo potete portare a casa per usarlo. Aspettate che sia io a rispondere?”

J.K. afferma: “Non dite di sì o di no”. Perché questa affermazione? Perché noi solitamente ci lasciamo andare all’assenso o al dissenso unicamente in base al nostro condizionamento, partendo da quel che il nostro ambiente, la nostra coltura, la nostra società o la nostra famiglia ci hanno condizionati a credere o non credere. Non so quante persona riescano a comprendere l’immensa importanza di questo punto! Noi crediamo a certe cose o dubitiamo d’altre unicamente sulla base di quel che abbiamo sentito dire da altri. E’ raro trovare un individuo che fonda la sua conoscenza e la sua vita unicamente su quel che egli stesso ha affettivamente sperimentato in prima persona.

V’è chi crede in dio, chi nell’anima, chi nell’amore e chi nel famiglia, ma quanti hanno avuto esperienze reali di dio, dell’anima, dell’amore o della validità del vivere in una famiglia?

Quante persone sono prova vivente di quel che credono?

Vi sono poi persone che non credono in dio, nell’anima o nell’amore, e che magari spendono tutta la loro vita per difendere un’ideologia politica, filosofica o “scientista”, ma quante di queste persone possono effettivamente dire d’aver speso ogni loro energia per indagare quel che negano?

Pertanto non dite di sì o di no partendo da condizionamenti, da affermazioni prese in prestito o dal rispetto dell’autorità, ma gettate tutto alle vostre spalle e guardate con i vostri stessi occhi, con la vostra consapevolezza, dentro e fuori di voi. Osservate il reale manifestarsi delle cose, sia in voi che fuori da voi, senza pregiudizi, senza desideri distorcenti, senza pretese. Inizialmente, ovviamente, le uniche cose che potrete osservare saranno proprio i vostri pregiudizi, le vostre paure, i vostri limiti, ma questo è solo l’inizio!

Dalla lettura degli scritti di J. K. si comprende come il novantanove percento del lavoro di auto conoscenza consista nella rimozione dei condizionamenti. Quando i condizionamenti vengono rimossi la nostra coscienza è finalmente in grado di penetrare la realtà, e la realtà è un qualcosa di intrinsecamente sereno, docile, amichevole e pacifico.

J. K. afferma: “L'assoluto non e' una ricompensa, non ve lo potete portare a casa per usarlo”.

Cosa intende con queste parole? Noi siamo abituati ad usare la mente per dominare, per acquisire nuove conoscenze che potremo poi usare per difenderci, per arricchirci, sia interiormente che esteriormente. Ogni volta che approcciamo qualcosa di nuovo con la mente, attraverso il pensiero, in realtà desideriamo ottenere una ricompensa, vogliamo un guadagno, la nostra conoscenza è tutta finalizzata al divenire sempre di più. Poche persone andrebbero ad un seminario che ci aiuta ad essere più vuoti, meno competitivi, meno attrezzati alla lotta per la sopravvivenza sociale, e dato che la nostra mente è radicalmente condizionata ad operare in questo modo, alla stessa maniera affrontiamo le domande ultime sull’esistenza. Noi vogliamo dominare dio, l’eternità, la morte, vogliamo conoscere per poterci difendere o per poter gestire gli eventi. Mai ci sogneremmo di farci dominare, travolgere e possedere da qualcosa, fosse anche il divino o l’amore. Questo è il motivo per cui poche persone sanno cosa sia il vero amore. L’amore non può essere posseduto, dominato, previsto o calcolato, perché se così fosse, in esso, non vi sarebbe nulla di meraviglioso, di nuovo, di fresco, di imprevedibile e inebriante. Noi vogliamo conoscere l’estasi, ma non vogliamo rischiare nulla, non vogliamo perdere i nostri rassicuranti confini, le nostre paure, le nostre statiche e nauseanti idee sulla vita, gli altri e il mondo. Noi vogliamo tutto, ma senza mai donare nulla. Ecco allora che J.K. ci dice: “L'assoluto non e' una ricompensa, non ve lo potete portare a casa per usarlo”.

“Quello che vive, voi potete ucciderlo, ma la vita è sempre lì in qualcos'altro”.

Cosa intende ora J.K.? La vita continua, è evidente, anche se domani scoppiasse una guerra nucleare e l’intero pianeta terra fosse distrutto, quale folle potrebbe pensare che in qualche miliardo di anni un nuovo universo non potrebbe riformarsi e che il nostro livello di evoluzione non potrebbe essere raggiunto se non superato? Quale sprovveduto può pensare che noi umani siamo il migliore, il primo e l’unico esperimento che l’esistenza ha compiuto per manifestare se stessa nel massimo splendore? Quale pensiero ottuso può ritenere che lo spazio infinito che ci circonda non è capace di ospitare altre infinite forme di vita?

Ma l’affermazione di J.K. pone un altro problema, per noi uomini ben più grande: possiamo anche uccider qual che vive, ma di quel che vive tutto viene annientato, ucciso, cancellato? Esiste qualcosa nascosto in quel che vive che non può morire? Cos’è quel che vive? Cos’è la vita? Noi lo sappiamo veramente? Ne abbiamo avuto esperienza reale e diretta, l’abbiamo vista con i nostri stessi occhi o stiamo solo ripetendo frasi e convinzioni d’altri? Siamo unicamente sciocchi pappagalli?

“Stiamo addentrandoci con la nostra indagine in quello che crea un uccello. Che cos’è la creazione che sta dietro a tutto questo?”

In quest’affermazione J.K. offre unicamente un invito alla sperimentazione diretta e personale dell’assoluto. Non si deve cercare di leggere questa frase da un punto di vista descrittivo, definitorio, sarebbe un grave errore, vorrebbe dire ricadere nuovamente in quei limiti che J.K. cerca continuamente di abbattere. Significherebbe voler ottenere l'assoluto come ricompensa per portarlo a casa e poterlo usare.

J.K. descrive minuziosamente unicamente i nostri limiti, i nostri condizionamenti, quel che è in noi e che facilmente possiamo osservare, per questo, mille volte, ripete che per comprendere qualcosa dobbiamo seguire la “via negativa” e vedere ciò che quel qualcosa non è. Per trovare la libertà dobbiamo prima di tutto comprendere cosa ci rende schiavi. Krishnamurti, infatti, descrive sempre e solo le forme e i modi attraverso cui si generano e manifestano le nostre catene, ma mai dirà cos’è la libertà. Non dirà mai cos’è la libertà poiché noi, non avendone alcuna esperienza, trasformeremmo la sue parole in un credo, in un dogma, in un’ennesima catena e superstizione. Si può solo parlare e approfondire quel che effettivamente vive nell’animo di una persona, ma se nell’animo di una persona v’è pace e libertà a cosa servono le parole, a cosa servono i maestri? A nulla!! Pertanto le parole servono solo a descrivere e approfondire la consapevolezza dei nostri limiti e delle nostre paure, ma quando questi vengono totalmente visti e trascesi, ecco che le parole non servono più a nulla, poiché l’amore e la libertà usano il linguaggio del silenzio o dell’arte, ma mai le parole della mente e della necessità.

“Stiamo addentrandoci con la nostra indagine in quello che crea un uccello. Che cos’è la creazione che sta dietro a tutto questo?”

Caro Roberto, leggendo queste parole ti potrei dire che per me J.K. usa il termine “creazione” con la valenza di “entità in stato di perpetua creatività”, potrei dirti che per J.K. non v’è un dio persona che genera il mondo, ma un’infinita e intelligente energia creativa che, al di là del tempo e dello spazio, manifesta se stessa attraverso forme a noi visibili e invisibili. Potrei dire mille altre cose, ma che importanza avrebbero? Nessuna! Sarebbero sole le mie parole messe in bocca a chi non c’è più. Quello di cui sono certo è che le parole di J.K., come di ogni altro uomo che vive oltre i confini del nostro ristretto pensiero, non vanno mai prese alla lettera e, soprattutto, non si deve mai cercare di capirle a livello intellettuale, ma vanno prese come un invito, uno spunto, un cartello stradale. Il cartello stradale non è raffigurazione della meta che indica, non è nulla se non un aiuto a raggiungere la realtà della meta.

Non cercare di capire se J.K., attraverso la sua esperienza spirituale, riteneva esistesse un dio creatore, un’energia creativa, un’anima, il nulla o un soldo bucato, ma cerca piuttosto di dissolvere i limiti che ti impediscono di scoprire personalmente quel che qui viene definito l’assoluto.

Segui la via negativa, svuotati, solo così il positivo, il pieno potrà rivelartisi!

Mi permetto infine di concludere con una nota critica sulla forma di comunicazione usata da J.K.

J.K. nei suoi scritti definisce il metodo analitico come fallace, infatti afferma spesso: “analisi vuol dire paralisi”. Sono pienamente d’accordo su questo, ma non posso fare a meno di notare come egli, negando ogni metodo, ogni atto di abbandono e fiducia, si ritrovi costretto, suo malgrado, a fare uso del metodo analitico e dello strumento della ragione in maniera spropositata, lasciando facilmente cadere il suo interlocutore nella stessa gabbia che vorrebbe dissolvere.

Il pericolo insito nella lettura di J.K. è quello di divenire dei grandi conoscitori delle dinamiche mentali umane a livello astratto e teorico, ma di rimanere totalmente vuoti per quanto riguarda il livello empirico ed esperienziale, quel livello che J.K. definisce come unicamente reale e fecondo.

Nel mio percorso individuale sono riuscito a risolvere questa impasse in un unico modo. Le descrizioni dei nostri processi mentali che J.K. compie sono lapalissiane, inconfutabili, ma quando si è visto ciò non rimane altro che entrare con sempre più fiducia, passione e abbandono nel silenzio che vive oltre le forme della mente. J.K. offre una genealogia della mente, dell’ego, ma, dal mio punto di vista, non sottolinea a sufficienza l’importanza che riveste l’atto d’osservare in sé e l’atto di abbandono.

La chiave di volta sta nel divenire sempre più degli imparziali osservatori di noi stessi e di ciò che ci circonda, non nel capire grazie ad una lettura le forme attraverso cui si manifesta la nostra mente.

Sempre a disposizione per qualunque altro chiarimento…

Un caro saluto,

Dadrim

« Ritengo che la Verità sia una terra senza sentieri e che non si possa raggiungere attraverso nessuna via, nessuna religione, nessuna scuola. Questo è il mio punto di vista, e vi aderisco totalmente e incondizionatamente. Poiché la Verità è illimitata, incondizionata, irraggiungibile attraverso qualunque via, non può venire organizzata, e nessuna organizzazione può essere creata per condurre o costringere gli altri lungo un particolare sentiero. Se lo comprendete, vedrete che è impossibile organizzare una "fede". La fede è qualcosa di assolutamente individuale, e non possiamo e non dobbiamo istituzionalizzarla. Se lo facciamo diventa una cosa morta, cristallizzata; diventa un credo, una setta, una religione che viene imposta ad altri. (Jiddu Krishnamurti, discorso di scioglimento dell'Ordine della Stella, 3 agosto 1929, Ommen, Olanda »

"Non serve dare risposte, ma spronare gli uomini alla ricerca della verità"

(Jiddu Krishnamurti)

 
Amore come possesso e amore come dono ricevuto PDF Stampa E-mail
Sull'amore e le relazioni
Venerdì 03 Luglio 2009 21:57

Susanna ha scritto: Ciao scusami se mi permetto ma...vorrei imparare come tanti di voi a capire...ma non mi riesce sono peggio di una cozza e ciò mi limita. A volte mi sento un extra terrestre fuori dalla propria orbita e ti assicuro che come persona ci sono tutta ma non capisco, ho uno sviscerato amore per tutto e tutti, insomma, invadente. Non so cosa aggiungere, non riesco a spiegare la mia confusione, però mi fa piacere sapere che molti di voi abbiano trovato la propria strada. Se vuoi, se ti va.... puoi tentare di aiutarmi a capire? In ogni caso buona strada.

Dadrim ha risposto: Cara Susanna, reputo non vi sia nulla da insegnare e nessuna strada da indicare per chi, come te, sente uno sviscerato amore per tutto e tutti, anzi, se non sono impertinente, vorrei essere io a farti un paio di domande.

La prima è questa: “Hai un amore invadente o senti d’essere pervasa dall'amore?” Perchè nel mio pensiero queste due espressioni hanno significati diametralmente opposti. Un amore sentito come proprio possesso è solo una manifestazione del nostro egoistico bisogno di sentirci speciali, dura quanto un temporale e soffoca chi ci sta vicino. Un amore che sentiamo venire come una marea che ci sommerge e cancella, invece, è un fenomeno divino e pertanto imperituro.

Se il tuo amore è quest’ultimo, io dovrei essere il primo a venire da te per imparare e per farmi guidare!

L’altra domanda che vorrei farti è questa: “affermi di amare tutto e tutti, ma riesci ad amare anche ogni cosa e ogni singola persona? Perché nel mio pensiero anche queste due espressioni hanno realtà spirituali diametralmente opposte. Amare tutto e tutti equivale ad amare niente e nessuno, è solo un’astrazione mentale, il tutto non esiste come tutti non esistono. Non posso incontrare il signor “tutti”, ma solo Andrea, Sara, Francesca, mio fratello, mio figlio… Questo mondo è fatto unicamente da tante singole cose e da tante singole persone. Amare tutto e tutti non costa nulla, è solo un concetto, una parola. Amare ogni singola persona, ogni essere vivente e ogni cosa, invece, significa essere riusciti a cancellare ogni nostro pregiudizio, ogni nostro desiderio personale, ogni nostra paura, insomma, significa essere riusciti a dissolvere completamente il nostro ego.

Se questo è il tuo amore cos’altro resta da chiedere ad uno come me? Che aiuto potrei darti? Di che aiuto dovresti avere bisogno?

Infine, l'unica cosa che vorrei dirti è che io non parlo per altri, non mi riconosco in nessuno e tanto meno ho una verità o una conoscenza contenutistica da impartire, pertanto il "voi" non mi si addice, poiché anche questo è solo un’astrazione, e l’ultima cosa che auguro ad un individuo è di vivere in un’astrazione!

Un caro saluto,

Dadrim

 
Perchè Dadrim? PDF Stampa E-mail
Storie e racconti
Martedì 30 Giugno 2009 23:55

Athena ha scritto: ... ma dimmi... il nome Dadrim da dove spunta? da-dream.. ahah! ...

Dadrim ha risposto: Dadrim da dove spunta? Come prima cosa non ho mai gradito molto il fatto di dover nascere con un nome appiccicato addosso che non ho potuto minimamente discutere, pertanto, quando ho aperto il blog mi sono detto: perchè non cambiare il corso delle cose? Seconda cosa, "Dadrim" è il nome "Mirdad" letto capovolto, cioè visto allo specchio. Mirdad è il personaggio di un libro intitolato "Il libro di Mirdad", scritto da Mikhail Naimy, testo che amo infinitamente e che consiglio e regalo sempre a tutti gli amici. Mirdad raffigura la saggezza e la bellezza che vive nei nostri cuori, Dadrim rappresenta la nostra forma esteriore, l'apparenza, ciò a cui continuamente ci identifichiamo. L'inganno di Dadrim, però, può durare solo sino a quando non ci poniamo nudi di fronte allo specchio della nostra consapevolezza, ecco allora che Dadrim scopre d'essere anche Mirdad, così il cerchio si completa e il dentro e il fuori perdono ogni confine.

Dadrim e Mirdad è solo un gioco di metafore, che volevo giocare sino a quando qualcuno non fosse venuto a pormi la domanda: "Perchè Dadrim?" Ecco che quel qualcuno è arrivato e Dadrim è stato svelato...

Il mio nome di battesimo è Pierluigi, ma la maggior parte delle persone mi chiama Pier, qualcuno Dadrim, e, come spesso accade, con il passare del tempo ho imparato a rispondere a questi miei due soprannomi.

Un caro saluto,

augurandoti una notte da Dream o meglio da Mirdad..

P.S. Se non conosci "Il libro di Mirdad" devi leggerlo!

Dadrim o Pier, a discrezione...

 
Conoscenza intuitiva e sapere acquisito PDF Stampa E-mail
Sulla spiritualità
Venerdì 19 Giugno 2009 22:31

Maschera MayaJ. ha scritto: Caro Dadrim, ho appena letto un passo di Leibniz sulla monade degli animali. Io non ho mai studiato filosofia, figuriamoci le teorie di Leibniz, ma nel momento in cui ho letto quel pezzo ho avuto una forte sensazione di conoscere quel che leggevo, ma non era una cosa mentale, era un sentire profondo. Mi sono sentita molto strana, mi sembrava quasi di aver vissuto un momento di una mia vita passata, come se avessi già riflettuto su questi temi, ma di sicuro non in questa vita. Secondo me sto impazzendo, ma c'è un qualcosa di bellissimo e misterioso in tutto ciò. Eh, sì, sto impazzendo.

Dadrim ha risposto: Ciao J., ultimamente sempre più persone mi fanno domande sulle vite passate, sui viaggi fuori dal corpo, sui punti energetici (Chakra), sul 2012 e la storia del calendario Maya…. Che noia, che stanchezza, che inutilità! Perché dobbiamo sempre cercare qualcosa di lontano, di stravagante, di speciale, di esoterico? Perché dobbiamo sempre fuggire dal dato di fatto, dal qui ed ora, dall’evidente? Io parlo di spiritualità, di meditazione come cura dell’anima, di equilibrio interiore, di amore e pace nelle nostre relazioni, tutto il resto mi risulta assolutamente irrilevante, dovesse anche suonarmi il campanello di casa un alieno! Sempre che non venga per parlare di spiritualità, in quel caso lo farei accomodare. La spiritualità che intendo io, però, è un qualcosa di estremamente e tremendamente semplice, concreto, vicino, tangibile, da tutti esperibile e condivisibile, a patto che lo si voglia veramente. Attraverso il continuo ipotizzare, fantasticare e “misterioseggiare” credo, invece, sia ben difficile arrivare a quel di cui io parlo.

Un passaggio di Leibniz ti ha colpita, dandoti la netta sensazione di conoscere già quel che leggevi, ma non a livello mentale, cioè per memorie acquisite, ma come profondo sentire.

Vi sono infatti cose che apprendiamo senza che ci lascino nulla di particolare, e che quando risentiamo diciamo semplicemente: ah si!, questa la so già. Vi sono poi cose che non abbiamo mai appreso, ma che quando le sentiamo per la prima volta diciamo: mio dio!, è vero!, mi sembra di averlo sempre saputo anche se non ci avevo mai pensato.

Questo accade perché in noi vi sono due forme di sapere, quello acquisito e quello innato. Quello acquisito l’otteniamo attraverso i processi d’istruzione scolastica, ambientale, culturale…, quello innato, invece, riaffiora o sgorga attraverso l’intuizione, cioè senza necessità di tempo, di sforzo e spesso nemmeno di parola.

Sai perché, guardando il tuo computer, riesci a vedere le parole di questa mia risposta? Perché la luce dello schermo attiva l’innata capacità del tuo occhio di vedere. La facoltà dì vedere non sta nella luce, ma dentro di te, nel tuo occhio, anzi, a dire il vero è ancor più in profondità, nella tua consapevolezza, che realizza quel che il tuo occhio percepisce.

A volte le parole di qualcuno o anche un piccolo e apparentemente banalissimo evento, divengono per noi come una luce che permette alla nostra consapevolezza di riconoscere le verità che in essa stessa si nascondono, ma ciò accade unicamente perché in noi già esisteva quel che d’un tratto realizziamo. Più la nostra coscienza è calma e riflessiva, cioè capace di rispecchiare quel che la circonda e compenetra, più intuizioni affiorano.

Queste intuizioni, a volte, affiorano estremamente intense, vivide e allo stesso tempo remote, ma questo avviene proprio perché nascono dal cuore stesso della nostra consapevolezza.

Quando la nostra consapevolezza riflette perfettamente l’esistenza, senza alcuna distorsione prodotta dal pensiero, ecco che la luce che è fuori di noi la riconosciamo anche dentro di noi, e la luce che è dentro la riconosciamo anche fuori, divenendo, così, finalmente consapevoli di non esser mai stati niente di meno che la vita stessa e che questa vita non ha mai avuto alcun confine. I confini nascono solamente perché la società in cui viviamo ci abitua a credere d’essere quel che i nostri sensi e il nostro pensiero ci insegnato con il passare del tempo.

I sensi e il pensiero possono donarci unicamente una conoscenza acquisita, ma tutto quel che è acquisito verrà anche smarrito. La nostra coscienza, invece, quando si riappropria della sua natura intrinseca ci rivela quel che siamo sempre stati, un qualcosa che non potrà mai più esser perduto…

La mia visione di spiritualità indaga unicamente questo “qualcosa” che non potrà mia più esser perduto, il passato non mi interessa, figuriamoci le vite passate.

Continua a sviluppare l’intuizione e lascia perdere le fantasticherie!

Un caro saluto,

Dadrim

 
L'incoscienza del bambino e la consapevolezza del saggio PDF Stampa E-mail
Sulla spiritualità
Lunedì 15 Giugno 2009 23:08

Bambine che giocanoLa nascita è un mistero meraviglioso, ogni nascita è un evento incredibile, ma quella dell’essere umano è qualcosa di sconvolgente, di assurdo, geniale e stupefacente. Veniamo al mondo nudi, ancora incapaci di vedere, di camminare, di mangiare autonomamente, ma quel che più è grande è la nostra assoluta mancanza di difese. Siamo fragili e sensibili come null’altro al mondo, e proprio in questo fatto si racchiude la nostra illimitata forza, il nostro infinito potenziale: che meraviglioso paradosso, che illogica manifestazione! Cresciamo nove mesi nella più assoluta protezione e dipendenza, per poi, in pochi istanti, entrare in un mondo totalmente sconosciuto, imprevedibile e tremendamente complesso. Ma noi non sappiamo nulla di tutto ciò, non sappiamo chi sono i nostri genitori, quale sarà la nostra casa, il nostro futuro, il nostro destino. Quando nasciamo non abbiamo nemmeno la minima consapevolezza di cosa significhino parole come: famiglia, destino, futuro, casa, solitudine, dolore, morte.

Vi immaginate se un bambino nascesse con tutto il bagaglio culturale ed esperienziale che avete accumulato sino ad ora? Vi immaginate cosa vorrebbe dire dover nascere nudi, ciechi e totalmente dipendenti da due adulti, o chissà chi, che nemmeno conoscete, con tutto il sapere che oggi ci portiamo appresso nella nostra memoria, con tutte le nostre paure, le nostre ferite e i nostri pregiudizi? Quanti di noi avrebbero il coraggio di venire al mondo?

Oggi abbiamo paura del futuro, abbiamo paura del passato, abbiamo paura della morte, ci difendiamo dietro il giudizio, la ricchezza, il potere, il sapere, la forza fisica, l’astuzia, ma quando siamo venuti al mondo non avevamo nulla e non eravamo nulla, e solo grazie a questo miracolo abbiamo potuto lasciarci andare a quella sconvolgente avventura che ora chiamiamo vita.

Quando moriremo saremo nuovamente nudi, perché tutti i nostri possessi non varranno più nulla, saremo nuovamente dipendenti, perché le nostre forze non saranno più sufficienti ad autogestirci, saremo nuovamente ciechi, perché i nostri occhi si chiuderanno su questo mondo, ma quanti di noi moriranno consapevoli di non essere nessuno e di non poter possedere nulla?

La forza del bambino sta nella sua assoluta ignoranza, la forza del saggio sta nella capacità di riappropriarsi dell’ignoranza del bambino attraverso i sentieri della conoscenza e dell’esperienza!

L’innocenza del bambino, poiché inconsapevole, è peritura, l’innocenza del saggio, poiché cosciente, è immortale.

Dadrim

 
Sentirsi fragili, deboli e vulnerabili come una barca in mezzo al mare in tempesta PDF Stampa E-mail
Crisi interiori
Giovedì 11 Giugno 2009 22:41

Barca ferma nel portoFrancesco ha scritto: Caro Dadrim, dentro di me persiste una sensazione di fragilità, vulnerabilità, mi sembra di essere sempre una barca in mezzo al mare in tempesta. Troverò mai un porto?

Un saluto, Francesco.

Dadrim ha risposto: Caro Francesco, le nostre fragilità e le nostre vulnerabilità sono dei tesori incommensurabili. Più aumenta la nostra forza e più aumenta la nostra capacità di vedere e accogliere le nostre debolezze, più aumenta la nostra chiusura e la nostra ignoranza e più diminuisce la nostra capacità di sentire e comprendere i nostri limiti. Viviamo in una società ottusa dove l’idea imperante è che l’uomo forte non conosce fragilità e vulnerabilità, ma se ben osserviamo lo stato di fatto delle cose, facilmente comprendiamo quanto questa concezione della vita renda le persone unicamente insensibili, superficiali ed egoiste. La vera forza nasce dalla capacità di accettare e vedere tutta la nostra debolezza, solo da una siffatta condizione possiamo sperare di giungere ad un maggiore livello di apertura e fusione con il mondo e le persone, ma per poter incontrare e conoscere veramente quel che ci circonda dobbiamo essere in grado di sentire completamente tutto quel che vive dentro e fuori di noi.

La strada che conduce alla libertà è fatta di una sempre più grande capacità di riconoscere, accettare e amare le debolezze, le fragilità e i limiti che vivono in noi e nelle persone che ci circondano. La trasformazione della nostra coscienza risiede, infatti, nell’atto stesso di accettare e accogliere pienamente, senza alcun giudizio o resistenza, quel che in principio sentiamo e ci appare come un limite. I limiti si superano includendoli in una consapevolezza sempre più vasta, non certo restringendo sempre più la nostra intelligenza entro i confini di una prigione, siano al punto di averla resa così piccola e insignificante da farle apparire un angusto spazio come una vasta prateria.

La strada che conduce alla vera morte è fatta di una sempre più grande resistenza alla sensibilità e, quindi, alle paure e alle fragilità che inevitabilmente comporta il coraggio di esperire pienamente questa esistenza. Chi procede lungo questa via si spegne ancora prima di perire, chi segue, invece, la via che porta alla libertà si mette in gioco così intensamente e costantemente da ardere nell’anima sino al punto di poter far evaporare in un istante lo stesso fenomeno del morire.

Caro Francesco, ascolta, ama e accogli le tue fragilità, perché sono i sassolini che ci indicano la via per la libertà; non cercare mai di negarle o gettarle vie, perderesti unicamente la tua sensibilità, e colui che più non sente più non vive.

Dal mio punto di vista, la meta del nostro viaggio non sta nell’approdare in un porto sicuro, ma nel divenire capitani così esperti e fiduciosi da potersi permettere di sfidare anche le tempeste più paurose. Sai, forse la nostra nave interiore non è nata per fermarsi definitivamente in un porto, ma per navigare senza riposo in un oceano sconfinato nel quale possiamo trovare pace unicamente quando scopriamo che il piacere più grande risiede proprio nello scoprire d’esser nati con la stoffa degli avventurieri.

Se così stanno le cose, il punto della questione non sta nel ricercare la pace, ma nello scoprire quella dote interiore che ci rende capaci d’essere avventurieri. Dopo aver fatto ciò la pace verrà, ma sarà unicamente una conseguenza del vivere come avventurieri in uno sconfinato oceano fatto di giorni di calma e di giorni di tempesta.

Sfortunatamente, però, la maggior parte delle persone prima cerca la pace e poi tutto il resto, finendo così per rintanarsi nella prima triste e puzzolente locanda che trovano a due passi dal molo da cui sarebbe dovuta salpare la loro nave.

Un caro abbraccio,

Dadrim

 
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