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Società e condizionamenti
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Mercoledì 04 Novembre 2009 11:23 |
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Davide ha scritto: Caro Dadrim, potresti commentare questo frammento di articolo: “La presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche costituisce «una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni» e una violazione alla «libertà di religione degli alunni». Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo accogliendo il ricorso presentato da una cittadina italiana”. Mi piacerebbe sapere la tua opinione in merito.
Grazie, Davide Dadrim ha risposto: La spiritualità è il bisogno più grande dell’essere umano e qualunque azione vada ad ostacolare le manifestazioni che derivano da questa necessità fondamentale è un grave errore. Un’azione può essere compiuta con infinite buone intenzioni, ma se non nasce da una consapevolezza attenta e profonda dell’intera condizione umana provocherà sempre e comunque dei danni. La ricerca del mistero e del significato ultimo delle nostre esistenze passa attraverso infinite vie. Le religioni istituzionalizzate non sono né buone né cattive, rispecchiano semplicemente lo stato di consapevolezza di una società, di un'epoca, altrettanto vale per i loro simboli. Non vedo pertanto alcun senso nel togliere qualcosa in nome del rispetto della libertà di tutti. Non sarebbe più sano aggiungere qualcosa per poter difendere il diritto di opinione, religione ed espressione di ogni individuo. Se procediamo attraverso la logica del togliere per rispettare la libertà di tutti, finiremo col dover non dire più nulla, perché qualcuno potrebbe non essere della nostra stessa opinione. Inizieremo a vestirci tutti uguali perché qualche colore potrebbe non essere conforme al gusto estetico di pochi o di molti, e così via, sino alla dittatura della repressione agita per difendere l’espressione. Curioso pensiero quello dell’uniformare al niente per difendere la ricchezza di tutti, minoranza o maggioranza che sia. V’è da dire, poi, che l’ignoranza più grave che trovo nelle parole che mi hai mandato, non sta tanto nel togliere i crocefissi per difendere la libertà di religione, ma nel togliere i crocefissi per difendere la libertà dei genitori di educare i figli secondo le loro convinzioni. Questa è la cosa più grave!! Educare non significa inculcare delle convinzioni, dei dogmi, delle personali credenze, ma portare alla luce l’innata capacità di comprendere, conoscere e autodeterminarsi di ogni essere umano. Educare alla spiritualità e alla religiosità significa parlare di ogni ricerca che l’essere umano ha compiuto al fine di ritrovare se stesso e il suo ruolo in questo universo. Educare significa parlare di ogni tradizione religiosa mostrandone le origine, le metamorfosi, gli orrori e le magnificenze. Educare significa offrire al bambino la possibilità di vedere e studiare tutti gli aspetti dell’evoluzione della coscienza umana, affinché possa poi liberamente ricercare la sua via nel mondo. Vietiamo la molteplicità della vita per confinare le menti dei bambini all’interno delle nostre vecchie e orrende gabbie interiori. Proprio brava questa cittadina italiana, che immagino sia anche una mamma o una pseudo insegnate malata di razionalismo sterile. La ragione senza consapevolezza è come un auto guidata da un cieco: potente e utile quanto pericolosa. Quanto mi piacerebbe vedere nelle aule scolastiche una statua del Budda, un crocefisso e un’immagine di Krishna. Quanto mi piacerebbe sentire lezioni di filosofia e religione tenute da insegnati che spiegano la bellezza e la grandezza che si nascondono nel cuore di ogni religione! Amo infinitamente quei meravigliosi capitelli, che riportano statue della Madonna o del Cristo, posti agli angoli delle vecchie strade di campagna. Trovo di una magia unica vedere, nelle nebbiose e gelide sere invernali, piccoli gruppi di anziani, in compagnia dei nipotini, andare a porre delle candele ai piedi dei capitelli per poi raccogliersi qualche istante in preghiera. Come riscaldano l’anima quelle fiammelle che danzano nel buio! Quale enorme simbolismo! Cosa ne faremo di tutto ciò? Prenderemo i capitelli a colpi di mazza? Considerando che sono in luoghi pubblici, qualcuno un giorno potrebbe scrivere alla Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo facendo notare quanto quei capitelli devino l’educazione alle fondamentali convinzioni genitoriali. Ora, caro Davide, ti saluto, devo scrivere all’illuminata Corte europea dei diritti dell’uomo per chiedere se sia possibile togliere dal cielo l’arcobaleno perché, sai, nega la mia convinzione sull’esistenza di un mondo in bianco e nero. Un caro abbraccio, Dadrim |
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Storie e racconti
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Lunedì 26 Ottobre 2009 23:02 |
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Paola ha scritto: Come uscire davvero dalle nostre carceri? E quando l'uscirne comporta effetti a dir poco spiacevoli sulle persone che ci vogliono bene e che pur inconsapevolmente hanno tutto l'interesse a mantenerci incarcerati? E quando evadere vuol dire "fare del male", magari irreparabile, al nostro più caro prossimo? E quando il nostro più caro prossimo è depresso o malato e delle nostre "evasioni" ha un sommo timore? Come convivere con i nostri postumi sensi di colpa? Grazie Dadrim Paola
Dadrim ha risposto: Cara Paola, vorrei raccontarti una storia… Due uccellini, durante una fredda e nebbiosa notte d’inverno, per paura di finire accidentalmente fra le grinfie di un gatto, decidono di bussare alla porta di una casa per chiedere rifugio. Vengono accolti da una tenera e simpatica vecchietta, che colma di gioia li riceve con un grande sorriso. Dopo averli rifocillati e riscaldati, l’anziana signora spiega loro di aver da poco perso il suo amato canarino. Dice anche di aver conservato la splendida gabbietta dorata in cui dimorava. Infine chiede ai due uccellini se desiderano rimanere a vivere con lei, colmando così il grande vuoto che la morte del suo canarino le ha procurato. Spiega che qualora decidessero di restare non avrebbero più alcun problema di procurarsi cibo o di difendersi da animali predatori. Vivrebbero per sempre al caldo e al sicuro, accuditi con infinito amore e rispetto. I due uccellini, dopo qualche minuto di riflessione, considerando il lungo inverno che li attende e i molti possibili pericoli, accettano la proposta. I due animaletti, dopo qualche giorno di convivenza serena, guardando il limpido e azzurro cielo attraverso le sbarre della gabbietta e attraverso il vetro della cucina, iniziano a sentire una tremenda nostalgia dei giorni in cui, portati dalle correnti, volteggiavano liberi ed estatici lungo le sconfinate rotte della volta celeste. A quel punto Gimmi, il più giovane dei due uccellini, dice a Umur, il suo compagno ormai vecchio: “Umur, io non sono più sicuro della scelta che abbiamo fatto. È vero, qui non dobbiamo stare attenti ai gatti, non dobbiamo faticare per procacciarci il cibo, ma è una noia mortale, è una maledetta prigione. Sento di non avere più alcun significato per cui vivere. Noi siamo nati per danzare fra i venti, per cantare dalle cime degli alberi la gioia dell’aurora e la poesia del tramonto. Cosa facciamo qui dentro? Abbiamo commesso un grande errore!” Umur risponde: “Caro Gimmi, devi crescere ancora un po’, allora capirai la benedizione che abbiamo avuto. Possiamo cantare quanto vogliamo per la nostra padrona. Possiamo saltare da un trespolo all’altro tutto il giorno senza prendere la pioggia, senza patire il freddo o rischiare di essere sbranati da qualche animale famelico e bruto. Io sto ormai invecchiando, sono stanco e malato, non fare pensieri infantili ed egoistici, non sputare sul piatto dove mangi, non ferire chi ci ha accolti con tanto amore e rispetto”. Gimmi ribatte: “Umur, io non sputo sul piatto dove mangio, ma non posso nemmeno accettare di vivere dominato da qualcuno, fosse anche che la sua dominazione viene da un atto d’amore e rispetto. Devo dire, però, che se ci avesse amato e rispettato in piena consapevolezza e con animo forte e privo di bisogni e paure, non avrebbe accettato di assecondare le nostre puerili paure e incertezze, ma molto più probabilmente avrebbe cercato di ricordarci qual’è la nostra vera natura, chiudendoci la porta in faccia e facendoci vergognare per aver anche solo pensato di voler abbandonare l’infinita libertà e magnificenza che l’esistenza ci aveva donato permettendoci di vivere sopra le teste e i problemi di tutto e di tutti. Umur, noi siamo nati per volare e per morire cantando la nostra ultima lode al sole e alle stelle. Non siamo fatti per stare in una gabbia, per quanto comoda e sfavillante possa essere!” L’anziana signora, che si era nascosta dietro la porta della cucina per ascoltare il dialogo fra i due, dopo aver udito queste ultime parole di Gimmi, tremendamente ferita entra nella cucina piangendo ed esclamando: “Miei amati uccellini, perché mi volete abbandonare, io vi ho dato tutto e non ho chiesto nulla in cambio, perché mi volte fare questo, perché volete privarmi del vostro canto e della vostra presenza?” Gimmi allora risponde: “Mia amata signora, io non ti voglio privare del mio canto, né della mia presenza, voglio solo tornare a vivere la vita per cui sono nato, e nel fare questo ti voglio anche dire che se tu iniziassi ad uscire più spesso da questa tua gabbia che chiami casa, potresti sentire il canto di migliaia di animale e potresti stare alla loro presenza in ogni momento. Non è il canto sempre più spento di due prigionieri che potrà alleviare le ferite del tuo cuore, ma sarà sempre e solo l’inno di gioia dell’essere libero e forte che ti spronerà a vivere altrettanto libera e forte nel cuore”. La dolce vecchietta, commossa da così decise e sagge parole, apre la porta della gabbietta dorata dicendo: “Mio piccolo amico, tu parli di orizzonti troppo vasti e temerari per una persona come me, ma comprendo anche quale crimine sarebbe cercare di tenere soffocato un così intenso desiderio di vita. Con il cuore infranto io ti riconsegno alla tua vera dimora, e se anche il tuo compagno vorrà partire con te io non mi opporrò”. Al sentire queste parole il vecchio Umur esclama: “Ma sei impazzito Gimmi!! Se tu vuoi tornare ad una vita selvaggia e priva d’ogni sicurezza, fallo pure, ma non coinvolgere anche me nelle tue follie e nei tuoi adolescenziali desideri!!! Vattene e non farti più vedere!” Gimmi, con gli occhi gonfi di lacrime, salta fuori dalla gabbia, e voltandosi per l’ultima volta esce veloce come un fulmine dalla finestra della cucina. Ma dopo aver volato solo per qualche centinaio di metri i suoi occhi tornano sereni e la tristezza e il dolore hanno già lasciato il posto all’estasi e alla compassione per tutti coloro che ancora vivono in qualche buia ed angusta prigione. L’inverno è ormai finito e le belle giornate si fanno sempre più frequenti. Umur, dalla solita finestra della cucina dell’anziana signora, guarda con un po’ di nostalgia i suoi fratelli volare alti nel cielo. Chiede allora alla sua padrona di mettere sul terrazzo la gabbietta per potersi godere almeno un po’ la tiepida aria primaverile. Dopo pochi istanti, da un ramo che quasi raggiunge la terrazza, con un agile balzo, un gatto affamato piomba sulla gabbietta dorata e con un colpo di zampa uccide il vecchio Umur. L’anziana signora, richiamata dal frastuono, appena comprende l'accaduto, scoppia in un pianto straziante e senza fine. Solo dopo un tempo che pare infinito, distratta da una potente e meravigliosa melodia, la vecchietta alza lo sguardo verso il ramo più alto dell’antico olmo che si erge nel giardino, dove vede Gimmi, fiero e forte, che intona una dolce e soave melodia, accompagnato da tutti gli uccelli del cielo. Allora il suo pianto si interrompe lasciando posto ad un riconoscente e nostalgico sorriso. Ecco allora che un saggio gufo, che ha assistito a tutta la tragedia, esclama: “Solo chi ricerca le più alte vette e la più profonda libertà può pensare di poter trasformare in un sorriso anche la pena più grande!”. L'anziana signora, stringendo fra le mani il cadavere del sua amato uccellino, grida queste ultime parole: “Mio amato Gimmi!, tu che mi hai abbandonata e tanto ferita, ora, nel momento del mio più grande dolore, sei anche l’unico capace di lenire la mia disperazione. Oggi tu mi insegni che a volte è necessario ferire chi amiamo, per poi poterlo veramente guarire!” Con affetto, Dadrim |
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Crisi interiori
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Mercoledì 21 Ottobre 2009 11:16 |
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Giacomo ha scritto: Caro Dadrim, sto vivendo una vita spenta, lenta e vuota. Credo che tutto ciò dipenda da come sono stato cresciuto, dall’ambiente in cui per anni sono stato allevato senza affetto, senza gioia e senza speranza. Credo che questa mia situazione sia un’eredità della mia famiglia, ma ora come posso uscirne? Per quanto cerco di capire i perché di questa mia situazione sembra non cambiare nulla. Potresti dirmi qualcosa, non so proprio più cosa fare!!
Grazie infinite, con affetto, Giacomo. Dadrim ha risposto: Mi ritorna alla mente una storiella… Evaristo aveva compiuto il suo centesimo anno di età e alcuni giornalisti del quotidiano della sua città decisero di andare a trovarlo per fargli un’intervista. Era da diversi decenni che nessun abitante di quella città raggiungeva il secolo. Giunti da lui gli chiesero che stile di vita avesse mantenuto per arrivare così sano e forte a cent’anni. Evaristo rispose: Non ho mai assunto alcolici e non mi sono mai interessato al sesso, credo siano queste le ragioni della mia condizione. Pochi istanti dopo, dal giardino della casa accanto, si iniziarono a sentire grida e rumori di vetri infranti. Un giornalista, incuriosito dal baccano, chiese ad Evaristo cosa stesse accadendo ed il vecchietto rispose: “Credo sia mio padre, che come al solito, rincorre ubriaco la nostra vicina! Caro Giacomo, i credo e le teorie servono a gran poco. Possono anche essere corretti, forse la tua spenta e lenta vita è il prodotto di anni trascorsi in un certo modo, ma come vedi tu stesso, ora cosa te ne farai delle tue teorie? Teorizzare serve solo a rimandare il giorno del nostro cambiamento, serve a consolarci: ho una vita schifosa perché sono stato maltrattato, trascurato… Bene!, e adesso? Adesso non è più ieri, adesso non sono più un bambino e finalmente posso decidere io per me stesso. Finalmente posso decidere se rischiare di vivere veramente, con tutti i pericoli che ciò comporta, o posso anche decidere di rimanere lento e spento, ma finalmente non sarà più responsabilità di nessun altro se non di me stesso. Vuoi veramente vivere intensamente? Cosa te lo sta impedendo? L’ombra del passato! Un passato in cui ti stai immergendo sempre più per commiserarti e difenderti dal rischio di dover affrontare le sfide quotidiane senza alcuna difesa, teoria o giustificazione. Vivere senza filtri e barriere è estremamente difficile, lo so, ma è anche l’unico modo per vivere veramente. Non perderti troppo nei perché e in un ridondante capire, piuttosto gettati totalmente nel presente e in quel che ora puoi continuamente provare a fare, sentire e vivere. Cercare di capire può divenire una trappola subdola. Immagina un carcerato che cerca di capire tutte le regole della sua prigione, le abitudini dei secondini, il loro carattere, i loro punti deboli, i pericoli e le possibilità che sussistono fra quelle mura. Dopo poco il prigioniero può anche affermare di aver capito tutto, di conoscere ogni centimetro della sua prigione, sentendosi, così, più sicuro e integrato. Bello, bravo, ha capito tutto del suo carcere, peccato che non si è posto l’unica domanda che vale la pena fare: come posso evadere! I nostri carceri interiori sono tutti frutto di un inganno, di un’illusione, e nessuno merita di vivere rinchiuso in una menzogna! Vivere in carceri interiori spesso ci rende così disperati, rabbiosi e violenti che alla fine finiamo pure in carceri veri e propri, peccato che la nostra società si occupi principalmente di punire e reprimere chi commette reati, senza vedere come la soluzione risieda unicamente nella possibilità di abbattere le prigioni interiori delle persone. Un uomo libero nell’anima non commetterà mai nulla che possa rendere schiavo il suo corpo o ferire altre persone. Perdona la divagazione… Con affetto, Dadrim |
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Società e condizionamenti
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Mercoledì 07 Ottobre 2009 20:03 |
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Luca ha scritto: Caro Dadrim potresti dire qualcosa sul tema del lavoro, per uno come me che ogni mattina, quando si deve alzare per andare a lavorare, sente una morsa allo stomaco.
Grazie per la tua attenzione, Luca Dadrim ha risposto: La condizione di vita umana più naturale, sana e appagante si realizza avendo la possibilità di meditare, ascoltare i suoni, sentire gli odori, vedere le immagini del mondo che sta fuori e dentro di noi, passeggiare, correre, nuotare, ballare, suonare, cantare, dipingere, fare e creare cose con il corpo e la mente, giocare, ridere, vivere le emozioni, riflettere (nel senso di rispecchiare) i nostri pensieri più profondi, generare relazioni fondate sull’ascolto, la comprensione, l’aiuto reciproco, lo scambio di piacere fisico, mentale, spirituale. La condizione naturale e sana della vita umana consiste nel creare reale benessere per tutti, coesione sociale, bellezza, progresso tecnologico in piena armonia con le leggi della natura. In poche parole, la condizione più sana e naturale dell’uomo si esprime attraverso la creatività, che è manifestazione prima della dimensione spirituale. Ogni nostra azione ed ogni nostro progetto di vita dovrebbero avere come primo ed ultimo fine il raggiungimento di uno stato di libertà spirituale, emotiva, mentale e fisica, pertanto il raggiungimento di una condizione esistenziale da cui poter vivere massimamente il piacere e in cui poter rimanere massimamente aperti nell’accadere dei dolori più intensi. Il vero artista è colui che produce ricchezza attraverso l’esercizio delle facoltà più naturali e sane dell’essere umano. Il vero artista è colui che fa del suo massimo piacere spirituale, mentale, emotivo e fisico il suo lavoro, la sua fonte di guadagno. Solitamente il lavoro è concepito principalmente come mezzo necessario alla sopravvivenza e, quando va bene, come mezzo per reperire tempo e mezzi per vivere ciò che ci rende sereni o appagati. Questa dimensione di vita è terrificante se consideriamo che il lavoro occupa circa l’ottanta, novanta percento delle nostre vite e si concretizza in attività non intrinsecamente piacevoli, elevate, sane e significative. La gran parte della nostra vita trascorre in attività non desiderate per la loro stessa natura, pertanto non v’è da stupirsi se la maggior parte delle persone muore infelice, se non disperata! Se riuscissimo a rendere i nostri piaceri e significati più elevati fonte del nostro guadagno, genereremmo un circolo virtuoso nel quale il nostro piacere ci da la possibilità di vivere ancor più piacere (ovviamente nel termine piacere includo tutti i piani dell’essere umano: fisico, mentale, emotivo e spirituale). Ogni individuo è dotato di grandi capacità, ma il più delle persone eccelle principalmente in alcune dimensioni. Chi in quella fisica, chi in quella mentale, chi in quella emotiva e chi in quella spirituale. Più un individuo riesce a sviluppare tutte le sue dimensioni, più diviene vasto e ricco, ma, qualora questo non fosse possibile, sviluppare principalmente il proprio dono predominante è cosa più che sufficiente per essere persone realizzate e serene. L’unica dimensione dell’essere umano che non può essere minimante trascurata o negata è quella spirituale, poiché da essa viene ogni possibilità di realizzazione. Infatti le dimensioni mentale, emotiva e fisica, se non sono guidate dalla "luce" della dimensione spirituale divengono aride e grande fonte di sofferenza e ignoranza. La dimensione spirituale è quella dimensione che nutre, dirige e da significato a tutte le altre attività, ed è la dimensione verso cui dovrebbero tendere tutte le nostre attività, poiché è principio e fine del nostro stesso vivere. In cosa consiste la dimensione spirituale? Consiste nell’essere individui totalmente sensibili alla natura, agli uomini, a se stessi, liberi da ogni paura, individui che vivono totalmente radicati nella bellezza e nella realtà che pervade il presente, e che pertanto non accumulano oltre il necessario, non pianificano e si organizzano per difendere proprietà nel futuro unicamente per nascondere la loro paura di non essere più. Chi vive nel presente scopre ciò che veramente “è”, scopre la dimensione dell’eterno, della realtà, dell’essere, pertanto non si inganna più attribuendo a cose transitorie ed effimere la qualità dell’essere, della realtà e della massima bellezza. Chi vive il presente è l’unica persona capace di godere pienamente tutti i piaceri della vita, è l’unica persona capace di amare e di sorridere. Chi vive il presente è l’unica persona che non può fare lavori idioti, volgari e dannosi, proprio perché vive unicamente della bellezza che nasce dal rendere ogni singolo istante un momento di creatività, condivisione e vero sviluppo. I lavori volgari e dannosi consistono in tutte quelle attività che hanno come loro fine unicamente il guadagnare denaro, il generare potere per alcuni e paura, povertà e debolezza per altri. I lavori malati sono tutti quei lavori che non nascono dall’attività di persone che vivono avendo come loro faro la dimensione spirituale della vita. Fare il politico può essere un lavoro creativo e utile per tutti se si lavora partendo dalla dimensione spirituale della vita, o può essere un lavoro miserabile e deprecabile se si parte da una visione egoistica e sterile dell’esistenza. Lo stesso vale per chi fa il muratore, il musicista, l’attore, il panettiere, l’idraulico o lo scienziato. Il problema pertanto non sta in cosa facciamo, ma in come e perché lo facciamo. Caro Luca, perché fai quel che stai facendo e come lo stai portando avanti? Con un immenso augurio di piena e vera realizzazione della tua dimensione spirituale e delle tue innate capacità! Dadrim |
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Sulla spiritualità
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Giovedì 01 Ottobre 2009 09:20 |
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Ciro ha scritto: Caro Dadrim, mi piacerebbe tanto sapere il tuo parere su questi due grandi pensatori, sulle loro affinità (secondo me tante, mascherate da una diversa forma espressiva), ed in particolare: "Il testimone interiore" di Osho, ed il "ricordo di sé" di Gurdjieff sono secondo te la stessa cosa? Un abbraccio
Dadrim ha risposto: Ciao Ciro, ti riporto direttamente alcune parole di Osho estremamente significative: “L’osservatore e l’osservato sono due aspetti del testimone. Quando scompaiono l’uno nell’altro, quando si fondono l’uno nell’altro, quando si uniscono – per la prima volta il testimone affiora nella sua totalità. …l’osservatore non è il testimone: né è solo una parte. E quando la parte pensa di essere l’intero, sorge l’errore. L’osservatore indica il soggetto, l’osservato indica l’oggetto. L’osservatore significa ciò che è esterno all’osservato e l’osservato significa anche ciò che è all’interno. L interno e l’esterno non possono essere separati, sono uniti e possono essere solo uniti. Quando sperimenti questa unione, o meglio l’unità, in te affiora il testimone. Non puoi esercitarti a fare il testimone. Se lo fai, ti eserciti solo a fare l’osservatore, e l’osservatore non è il testimone. Allora cosa dovresti fare? Dovresti scioglierti, dovresti fonderti,. Guardando una rosa, dimentica totalmente che un oggetto è visto e un soggetto la vede. Lasciati inondare dalla bellezza e dalla benedizione del momento, così tu e la rosa non sarete più separati – diventerete un unico ritmo, un canto, un’estasi”. (OSHO, Il libro della consapevolezza, Edizioni del Cigno, Giugno 2001, p. 25-26) Il ricordo di sé di Gurdjieff va comparato più alla pratica dell’osservazione che al testimone di Osho. Il testimone di Osho è comparabile alla realizzazione del Sé. Quindi abbiamo “ricordo di sé” come “osservazione” e “il testimone” come “realizzazione del sé”. Rispetto alle affinità fra le due figure, per quanto riguarda il livello sostanziale, cioè la realizzazione del “sé” o del “non io” o del “divino” o come la si voglia chiamare, non v’è alcuna differenza. Per quanto riguarda il livello formale, che concerne i mezzi espressivi e le tecniche che un maestro sente più affini alla sua storia e alla sua visione personale, ognuno ha i suoi e sta ha noi scegliere quali sentiamo più congeniali. Ho spesso mosso alcune osservazioni critiche sulla forma di Krishnamurti. Quelle critiche forse aiuteranno chi, avendo una struttura simile a quella che avevo io, potrebbe incorrere nei miei medesimi intoppi. Mai potrei criticare la sostanza del messaggio di Krishnamurti, perché dove la verità dimora solo il silenzio può parlare. Cosa difficile per molti è distinguere i veri maestri dai falsi, la verità dall’inganno, ma è anche vero che ognuno trova quel che vuole cercare… insomma… ognuno ha quel che si merita. Che altro potrei dire? Come può una formica descrivere degli elefanti? Non è possibile! Quindi mi sento di aggiungere solo questo: come è facile sedersi sulla loro groppa e lasciarsi portare con fiducia. Se fiducia ne abbiamo!!! Un caro saluto, Dadrim |
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Avvisi. notizie ed eventi del blog
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Domenica 27 Settembre 2009 14:00 |
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Non esiste alcuna "periferia" senza un "centro" e non esiste alcun "centro" senza una "periferia". Non esiste alcun "dentro" senza il "fuori", come non esiste il "fuori" senza il "dentro". Non esiste corpo senza mente e non esiste mente senza corpo. Non esiste solitudine senza compagnia, come non esiste compagnia senza solitudine. Non esiste gioia senza dolore, come non esiste dolore senza gioia. Non esiste paura senza ignoranza e non esiste ignoranza senza paura. Non esiste illusione senza cieco bisogno e non esiste cieco bisogno che non diviene odio. Non esiste amore senza fiducia e non esiste fiducia senza un totale desiderio di libertà. Non esiste mutamento senza un profondo sentire e non esiste profondo sentire senza il coraggio di morire! Non esiste mutamento che nasce dal pensiero, ma esiste un pensiero che proviene dal mutamento. Quando la nostra mente e il nostro cuore sono liberi, niente esiste in opposizione a nulla, perchè la ruota dei contrari gira senza l'attrito che nasce dalle preferenze. Quando la ruota gira liberamente, in noi sorge un desiderio vasto e puro quanto l'universo. Questo desidero è la vita stessa, che senza scopo né ragione, celebra la sua potenza e la sua bellezza. Ecco allora che si scopre come l'essere dimori in ogni cosa e ogni cosa dimori nell'essere. Buona Festa delle Bandiere a tutti! Dadrim |
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Commenti interessanti
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Giovedì 24 Settembre 2009 21:45 |
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Elena ha scritto: Con un caro saluto inizio ad esprimere il mio attuale pensiero...
Leggendoti ho avuto la conferma della nostra stessa natura, da dove derivano le nostre stesse difficoltà e mancanze, il nostro unico vero cammino, la nostra stessa via, il nostro primario bisogno d'amore che, sperimentandolo, può toccare la conoscenza ed aprirci gli occhi verso noi stessi... Si può arrivare a sentire l'amore dentro di noi, che non ha niente a che fare con il bisogno, che ti fa sentire e capire tutto diverso, proprio per la semplificazione che porta...la semplicità dell'essere, quella mentale che ti apre alla vita, rendendoti conto che vita, amore, morte, libertà hanno la stessa essenza, come la stessa sostanza hanno l'acqua, i vapori acquei, i fiocchi di neve o il ghiaccio...e tutto in un percorso naturale... Ti abbraccio in quel senso di unità che ho vissuto leggendoti e scrivendoti. Elena |
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Società e condizionamenti
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Domenica 20 Settembre 2009 22:35 |
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Francesco ha scritto: Decifrando la data 11 settembre 2001, giorno tristemente ricordato per l'attentato all'America, ho ottenuto la parola Ajita, divinità induista... Non credo ci sia una correlazione particolare ma stranamente combacia...cosa ne pensa?
Dadrim ha risposto: Caro Francesco, non so quale sistema di decifrazione tu abbia usato, ma non fa alcuna differenza, perchè il punto sta unicamente in ciò che cerchiamo, in ciò che vogliamo vedere o trovare. La vita è un fenomeno sconfinato e unitario all’interno del quale ogni entità è connessa ad ogni altra entità, legate e sostenute dalla “logica” del tutto. Il nostro pensiero, essendo un fenomeno di frammentazione della realtà, non è in grado di cogliere l’unita dell’esistenza, ma unicamente una certa serie di connessioni. Ora, quando osserviamo qualcosa, e il nostro pensiero cerca in quel qualcosa un significato che vive unicamente dentro di noi, ovviamente lo troverà poiché le possibili connessioni che la vita ci offre sono infinite. Questo però non significa certo che un elemento “x” è univocamente connesso ad un elemento “y”. Poiché “x” è connesso ad infiniti elementi ed “y” è altrettanto connesso ad infiniti elementi, è ovviamente possibile sostenere che “x” e “y” hanno una relazione, ma il punto sta nel capire perché noi diamo particolare importanza proprio a quella relazione, quando le relazioni attive sono infinite. Anni fa entrai in un concessionario e vidi una bella macchina usata. Non l’avevo mai vista prima, ero convinto che in giro per le strade non ve ne fossero molte. La comprai, e non appena uscii in strada inizia a vederne ovunque. Sembrava che tutti, quel giorno, avessero comprato la mia stessa macchina. Ovviamente questo non era possibile, quindi cos’era successo? Niente! L’unica cosa che era successa era un cambiamento della focalizzazione della mia attenzione. Il nostro desidero cambia la nostra percezione del mondo, anche se il mondo nella sua totalità rimane sempre uguale. Prima di decidere che quella macchina sarebbe stata mia non l’avevo mai notata, ma quando quella macchina iniziò ad essere mia, il mio sguardo vedeva il “mio” in ogni luogo. È lo stesso motivo per cui si è sempre gelosi della propria ragazza, ma quasi mai delle proprie ex o delle belle donne, almeno sino a quando non si decide di pensarle come “nostre”. In qualche modo hai visto una connessione fra l’undici settembre e tal “Ajita”, ma l’undici settembre e tal “Ajita” sono ovviamente connessi ad infiniti altri elementi. E allora dove sta il punto? Le connessioni parziali sono sempre fenomeni che nascono dal “mio”, dal “nostro”, dall’io, ma ciò che è parziale ha significato unicamente per chi vive confinato in quella fetta di realtà. L’unica relazione che mi interessa è quella con il tutto, poiché quando questa è realizzata ogni altra trova il suo giusto significato, mai prima! Un caro saluto, Dadrim |
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Avvisi. notizie ed eventi del blog
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Giovedì 17 Settembre 2009 22:25 |
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Alessia ha scritto: Sono rimasta un po’ delusa nello scoprire che adesso il blog non è più un luogo di scambio e di confronto basato su una libera offerta, ma piuttosto una sorta di negozio con tariffario e fatture....capisco l'impegno profuso nel rispondere a tutti e il tempo che tutto ciò richiede però..
Risposta di Dadrim: Cara Alessia, non c’è solo il tempo che io spendo per rispondere, ma vi sono anche delle persone, che colgo l'occasione per ringraziare, che amministrano il sito e lo gestiscono nei suoi aspetti informatici. Nonostante ciò ringrazio ancor più le tue parole, perchè mi hanno aiutato ad aprire gli occhi su una decisione forse utile e dettata dalla necessità, ma non certo liberà e sentita. Chi collabora con me ha già capito! Da oggi il blog torna come era: libero e incondizionato! “Quel qualcuno o qualcosa” provvederà, come vorrà... Ciao Alessia e grazie ancora! Dadrim |
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Video di Dadirm
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Mercoledì 02 Settembre 2009 00:03 |
..Testo della canzone "Fidati". Sento il vento sulla mia pelle e stringo il sole fra le mie mani. Il tempo è un pensiero della mia mente e l’amore è un gioco che ride e che piange. Che riesci o cadi in fondo è lo stesso se gira la ruota e tu sei il maestro. Che riesci o cadi in fondo è lo stesso se corri soltanto per stare nel vento. Sento il rumore del tuo passato salire piano con i ricordi, ma fidati di me, è tempo perso cucire il vestito di chi è morto. Che riesci o cadi in fondo è lo stesso se gira la ruota e tu sei il maestro. Che riesci o cadi in fondo è lo stesso se corri soltanto per stare nel vento. ----------------------------------------- Con affetto, dedicata a Manu... che la tua consapevolezza possa volare sempre più in alto! Dadrim |
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Sull'educazione e i figli
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Sabato 22 Agosto 2009 11:23 |
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Alessia ha scritto: Ciao Dadrim, non so se ti ricordi di me, sono quella che aveva problemi di insonnia, depressione e attacchi di panico da quando mia madre era venuta a vivere nel mio palazzo l'estate scorsa.
Adesso sto molto meglio e devo ringraziare il mio psicoterapeuta, ma sopratutto te, ho seguito le tue indicazioni e ho usato molte delle letture da te consigliate, come vere e proprie " MEDICINE PER L'ANIMA" e ne ho tratto davvero giovamento. Sopratutto ho capito che non dobbiamo fuggire la sofferenza ma usarla a nostro beneficio, accettarla pienamente perchè ci fa capire tante cose. Ora mi faccio una domanda perchè sono sposata da due anni e al di là del fatto che non si sa perchè, ma dopo che ti sei sposato tutti premono e insistono nel cercare di convincerti a figliare, io penso che sia una cosa che, come tutte, devi fare se e quando lo vuoi veramente e quando ti senti pronto. In effetti però io non mi sento mai pronta e sopratutto ora sono consapevole di quanto i bambini siano rovinati dalle aspettative e dalle convinzioni della società, dei genitori,della scuola e mi rendo conto che nessuno di noi da piccolo è stato libero di essere davvero se stesso. Come conciliare perciò questa consapevolezza col mettere al mondo e far crescere un figlio lasciandolo libero di esprimersi e di realizzare pienamente la sua natura? Grazie con affetto Alessia Dadrim ha risposto: Ciao Alessia, certamente che mi ricordo di te e non sai quanto mi renda felice sapere che le cose stanno cambiando!!! Rispondendo alla tua domanda, la mia personalissima opinione sul perché quando qualcuno si sposa tutti intorno iniziano a spingere affinché abbia dei figli è che noi conosciamo un’unica immortalità, quella che si crede di raggiungere attraverso l’atto riproduttivo. Chi non ha conosciuto o nemmeno intravisto la pienezza di vita, la pace e l’immortalità che si nascondono nel profondo dei nostri cuori, trova come unica risposta all’ineluttabile destino della morte l’avere figli. Chi, nell’arco della sua esistenza, lentamente inizia a ritenere di non poter raggiungere una dimensione di vita appagata e serena, priva di frustrazioni e brucianti ambizioni fallite o mancate, pone nella possibilità di avere figli l’unica forma di compensazione del dolore che sente. Quanti figli hanno sofferto tremendamente proprio perché i loro genitori non li hanno mai amati, ascoltati e guardati unicamente per quello che effettivamente erano e potevano divenire, ma unicamente per quel che volevano che fossero, che diventassero e che portassero a termine?! Troppe persone vedono la felicità racchiusa unicamente nel loro piccolo, particolare e spesso misero desiderio di appagamento, e per questo ritengono che il mondo intero, ma soprattutto i loro figli, possano trovare felicità unicamente rincorrendo quel loro medesimo pensiero, senza mai accorgersi che la pace di un uomo sta unicamente nella possibilità di conoscersi liberamente e solo poi, partendo da quella conoscenza, percorrere gli avventurosi sentieri del suo destino. Quando un individuo vive libero e sereno non perde il suo tempo ficcando il naso nel matrimonio degli altri e nemmeno ossessionandosi con l’idea di dover avere per forza dei figli. Chi vive consapevolmente sa che i figli sono la verifica più tremenda della profondità e vastità del nostro amore, poiché, affinché crescano forti, equilibrati e sereni, si dovrà essere in grado di istruirli alla guida della barca delle loro vite dosando fermezza, dolcezza ed esperienza, senza mai viaggiare verso rotte da noi desiderate, ma unicamente in attesa che questi imparino sufficientemente bene l’arte della navigazione, sino a quando potranno finalmente divenire capitani della loro stessa nave. È un compito estremamente difficile istruire qualcuno alla guida di una nuova e potente nave, dovendo viaggiare per migliaia di chilometri, attraverso mari in tempesta e terre ignote, sapendo che alla fine si dovrà lasciare fiduciosi quell’imbarcazione al suo legittimo proprietario e capitano, per riprendere il viaggio su di una vecchia e spesso fragile nave che si sta lentamente dirigendo verso il porto da cui era partita tanti anni prima. Solo chi sa cos’è veramente l’amore può fare una cosa simile, solo chi ama i propri figli e le loro “barche” più di se stesso è pronto per essere un buon istruttore di navigazione. Educare per me significa insegnare ad essere capitani di se stessi capaci di affrontare con forza e fiducia anche le onde più grandi e i tragitti più lontani e ignoti. Educare significa insegnare a navigare, non certo insegnare a tenere fermo un timone verso una rotta prestabilita. Cara Alessia, tu dici: “io penso che (l’avere figli) sia una cosa che, come tutte, devi fare se e quando lo vuoi veramente e quando ti senti pronto. In effetti però io non mi sento mai pronta e sopratutto ora sono consapevole di quanto i bambini siano rovinati dalle aspettative e dalle convinzioni della società, dei genitori,della scuola e mi rendo conto che nessuno di noi da piccolo è stato libero di essere davvero se stesso. Come conciliare perciò questa consapevolezza col mettere al mondo e far crescere un figlio lasciandolo libero di esprimersi e di realizzare pienamente la sua natura?” Io credo che si possano sentire pronti ad avere figli solo gli incoscienti! Come si può essere pronti ad affrontare qualcosa di cosi grande, imprevedibile e miracoloso? Credo che ritenere di non essere pronti sia un segno di grande saggezza e maturità che ci dovrebbe accompagnare per tutta la vita. In realtà noi non siamo e saremo mai pronti per nulla, proprio perché la vita è quella cosa che accade sempre imprevedibile. Se siamo pronti per qualcosa, quel qualcosa non è nulla di grande, di meraviglioso, di nuovo, ma è semplicemente il frutto dell’abitudine, del vecchio e del banale. Anthony De Mello diceva sempre che la vita è quella cosa che ci accade quando siamo impegnati a fare altri progetti: quanto è vero! Ma con il tempo, se prestiamo attenzione alle cose vere che l’esistenza ci dona, smettiamo di rendere più importanti i nostri progetti dello stesso accadere della vita. Un figlio non può essere un progetto, una cosa sicura per la quale possiamo essere pronti. Sono proprio le persone pronte, sicure, che credono di essere nate per fare i genitori, quelle che poi rendono i loro figli degli schiavi, delle anime condizionate, sofferenti e istupidite. Scorate verso la fine della sua vita disse:”ora so di non sapere”. Cosa intendeva con questo? Finalmente ho smesso di sovrapporre le mie idee a quel che realmente “è”, alla vita; finalmente posso sentire, guardare e ascoltare senza distorsioni, pregiudizi, condizionamenti. Se non so nulla, ogni cosa richiede la mia massima attenzione e sensibilità, il mio massimo amore. Se so di non sapere, se so che sono un essere estremamente ignorante, quanto sarò attendo alla lezione che la vita prepara per me ogni giorno? Infinitamente! Tu dici: “…sono consapevole di quanto i bambini siano rovinati dalle aspettative e dalle convinzioni della società, dei genitori,della scuola e mi rendo conto che nessuno di noi da piccolo è stato libero di essere davvero se stesso”. Perfetto, sei consapevole di quel che non si deve fare, questo è il presupposto migliore. Sai che chi crede di sapere sovrapporrà il suo pensiero su coloro che dovrebbero sviluppare i propri pensieri. Sai che chi desidera e pianifica per gli altri, con il suo volere, sfigura il volto dei cuori altrui, e sai che tutto ciò ha effetti devastanti specialmente se stiamo parlando di bambini e figli, ma se vedi e senti tutto ciò, chi se non quelli come te dovrebbero procreare? Dici di non sentirti pronta ad avere figli, ma se concordi con me, pronta non lo sarai mai e questo è proprio ciò che ti renderà una madre sempre attenta, sensibile e disposta a cambiare quando il viaggio della vita dei tuoi bambini lo pretenderà. Cosa diversa è se tu non vuoi dei figli. Per quanto riguarda il condizionamento della società, della scuola e dell’ambiente esterno, io non mi preoccuperei molto, poiché l’amore e la fiducia che una madre può donare ai suoi figli nei loro primi anni di età è sempre una cosa immensamente più potente e grande di qualsiasi altra forza. Ovviamente questo vale anche per la paura e la sfiducia che una madre può infondere ai suoi bambini, non per niente si deve sudare una vita per cancellare quel che in poco tempo dell’infanzia è stato fatto. Se ancora non vuoi dei figli o mai li vorrai è un conto, ma se li vuoi e non ti senti “pronta”, per me, è proprio un buon segno! Con affetto, Dadrim Alessia ha risposto: Ti ringrazio moltissimo per la tua risposta, come al solito estremamente illuminante,le tue metafore sono davvero azzeccate! In effetti ciò che dici coincide esattamente con quello che ho sempre pensato, certamente in forma meno articolata e di cui forse mi vergognavo un pò perchè mi sembrava di essere strana, di avere un'opinione che andava in un'altra direzione rispetto a tutte le donne della mia età e dunque ho sempre pensato di non essere "normale" con tutte le mie incertezze...ma mi capita spesso di andare " contro corrente " rispetto alle convinzioni della maggior parte della gente, solo che questo di solito mi fa pensare che ci sia in me qualcosa che non va, se 100 persone la pensano allo stesso modo e io no... Comunque se vuoi pubblicare queste nostre "conversazioni" sul tuo sito potrebbe esserci qualche persona che, come me, magari ha bisogno che qualcuno le faccia notare che forse se 100 persone la pensano allo stesso modo e lei no, non è detto che sia lei quella che sbaglia! Grazie ancora, come sempre sei un faro nella nebbia!!! Alessia (La prima parte di questa conversazione è intitolata: Malessere profondo, insonnia e incendi vari) |
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Sulla spiritualità
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Mercoledì 19 Agosto 2009 10:58 |
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Continuazione al dialogo "L’incarnazione della consapevolezza: l’esistenza dell’anima"...
Andrea ha scritto: Ciao Dadrim, sono Andrea, scusa anche me per il ritardo della mia risposta, ma hai messo parecchia roba sul fuoco dandomi molto da pensare, riporto qui alcune considerazioni che mi sono venute riguardo al tuo pensiero: sto tuttora riflettendo se Jiddu Krishnamurti. poteva dirci di più per aiutarci ad uscire dal nostro impasse, ma credo che il nostro problema di non capirlo fino in fondo sta nel fatto che noi pretendiamo da lui un "come fare" traducendo il suo messaggio in termini di tempo e quindi usando la nostra conoscenza o esperienza passata. Oppure non siamo abbastanza onesti nel far finire le nostre abitudini, attaccamenti o pretese di sicurezza, insomma credo che la colpa sia più da parte nostra che da parte sua perchè noi alla fine vogliamo sempre adattare a modo nostro quello che ci viene detto, travisandolo, cerchiamo sempre una scappatoia, una giustificazione per poter continuare allo stesso modo. La nostra mente non è in grado di risolvere i problemi, visto che è proprio lei che li crea, il "come" viene recepito da un ego che lo tradurrebbe subito in un divenire introducendo così dualismo e perciò conflitto, sarebbe come un cane che cerca di mordersi la coda. L'unica cosa che la nostra mente può fare è quella di riconoscere i propri limiti, da qui molte cose dovrebbero mettersi in ordine e da quest'ordine l'intelligenza o l'intuizione opererebbe il cambiamento. k. dice sempre di usare lui stesso come specchio, per questo non dà spiegazioni ma parla dei fatti, dà una traccia che ciascuno di noi dovrebbe proseguire con le sue forze senza contare su altri. Sono fondamentalmente d'accordo con il tuo pensiero ma colleghi alla consapevolezza parole come identificazione e dipendenza che le attribuirei soltanto al pensiero,forse consapevolezza e pensiero sono due cose separate ed è il pensiero che frammenta la consapevolezza usando il passato, il conosciuto, invece la consapevolezza la riterrei più quell'intelligenza che appartiene a tutti e che farebbe vedere il vero come vero, etc. quindi la consapevolezza rimane sempre integra (altrimenti non si tratterebbe più di consapevolezza), ma il pensiero vuole farla sua. In effetti K. dice anche di osservare un albero, il mare, etc. con tutti e cinque i sensi (non spiegando però come naturalmente) e io penso che poiché nella consapevolezza non è ancora sorta l'identificazione, si può osservare quel qualcosa in modo olistico, nella sua interezza, ma qui non posso andare oltre per miei limiti.
Nell'osservazione passiva in effetti l'attenzione è implicita, in quanto rimane sottintesa nella parola "passiva", dove non c'è un osservatore che controlla, giudica, condanna, vi è quindi solo osservazione e in questo modo la consapevolezza può agire indisturbata dall'ego.
Vedo che tu trai molto da K. ma in certi punti ti discosti sopratutto in questa frase: "Da quel che ho detto si comprende quindi come “l’idea di io”sia la prima entità dalla quale si generano poi tutte le altre identificazione, ma, poiché è anche l’idea più semplice, essa può anche divenire il traghetto che ci permette di fare il viaggio a ritroso, dall’identificazione alla pura consapevolezza." Questa frase mi riporta a tutto quello che è stato la tradizione come anche la tecnica che eseguivo dove utilizzando un mantra il pensiero veniva trasceso, ma il mantra è esso stesso pensiero, e quindi il pensiero è incapace di trascendere se stesso.
Se in certi punti ho frainteso le tue parole scusami, ma vedo che è molto difficile fare uscire quello che si ha dentro e metterlo su carta.
Andrea Dadrim ha risposto: Ciao Andrea, non credo tu abbia frainteso nulla di quel che ho detto, noto unicamente una divergenza in alcuni punti, sempre che non sia io, ora, a fraintendere, ma ogni divergenza è un arricchimento per chi vive in uno stato osservativo. Dal mio punto di vista non è assolutamente possibile attribuire al pensiero una capacità attiva d'identificazione, questa va unicamente alla consapevolezza. E' la consapevolezza che s’identifica al pensiero e al corpo, altrimenti in noi non nascerebbe alcun problema. Seguendo la mia visione delle cose, se il pensiero e il corpo sono puramente dei mezzi, questi non possono identificarsi a nulla proprio perchè si attivano unicamente quando vengono attraversati dalla consapevolezza. L’esempio più calzante è quello di una macchina che senza pilota non può andare da nessuna parte,meno che meno fare incidenti, che, nella metafora con la consapevolezza, consisterebbero nell’identificazione con “l’io”. Sul problema del "come" e del "tempo" concordo con te nel ritenere che Krishnamurti. abbia pienamente ragione, ma come ho già detto, la ragione spesso non è sufficiente a spezzare il nostro sonno. Citando ancora l'esempio del bambino che non vuole scendere dall'albero (esempio presente in "La meditazione: osservazioni sulla mente e sulla tecnica"), a volte è necessaria una bugia per far uscire dai guai una persona. Ogni forma di tecnica o metodo è sostanzialmente una piccola o grande bugia, ma, per il più delle persone, è necessaria, altrimenti sarebbe sufficiente la lettura o l'ascolto delle parole di K. e tutto sarebbe finito, ma quante volte le cose vanno così facilmente? La critica che faccio a K., può anche, giustamente, essere girata, sostenendo che siamo noi, con le nostre menti, a non riuscire a percepire direttamente il contenuto del suo messaggio, ma comunque si metta questo fatto, quel che per me conta, ancora una volta, non è comprendere chi ha torto e chi ha ragione, ma trovare la via più efficace per aiutare la consapevolezza nel suo viaggio di liberazione. Forse per qualcuno K. può essere la risposta, per altri no. Il mio accento va sempre e unicamente sul rischio, insito nell'attività cerebrotica della nostra mente, di trasformare le parole di K. in un ennesimo strumento di vana disquisizione, evitando ancora una volta l'accadere delle pura e semplice osservazione. Credo che mille altre cose potrebbero essere dette, discusse, corrette, approfondite, ma credo anche che, al punto in cui siamo, sarebbe superfluo. Ciò che più di ogni altra cosa permette alla consapevolezza di ritornare a se stessa è l'osservazione, e la pura osservazione accade unicamente quando si guarda dentro e fuori di noi rimanendo immobili, silenti e fiduciosi, senza continuare a disquisire su ciò che non può essere compreso con il pensiero, ma unicamente attraverso un atto di pura consapevolezza. Parlare è qualcosa di fondamentale quando qualcuno è totalmente immerso nel sonno dell'identificazione e non potrebbe minimamente capire indicazioni quali il silenzio, l'osservazione, l'abbandono. Diversamente, continuare a parlare, per chi vive sulla soglia del cambiamento, potrebbe divenire unicamente un ultimo inganno per continuare a rimandare e fuggire l'incontro con l'Ignoto. Pertanto, se le cose stanno così, o anche non stessero in questo modo, l'unica cosa che conta è l'ascolto, l'osservazione, la percezione diretta, lo sviluppo della nostra sensibilità, sempre, comunque e ovunque. Grazie per la condivisione, un caro saluto, Dadrim Andrea ha risposto: Ciao Dadrim, si è vero , rimangono sempre delle differenze di visione ma il confronto è sempre utile per rifletterci sopra, perchè si possono sempre cogliere delle sfumature a cui non si è fatto caso e magari riuscire a unire i vari pezzi, oppure può essere che diamo a certe parole un significato diverso. In effetti il mio cruccio è di cercare di capire al meglio k. per poter operare su me stesso, ma finora sono ancora al nastro di partenza, ora mi dirai che non c'è solo lui da ascoltare ma in lui ho colto qualcosa di "nuovo" e dopo l'esperienza passata preferisco non cercare più. Grazie per la tua attenzione e per le risposte che mi hai dato, naturalmente se ci saranno sviluppi ti informerò. Andrea |
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