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Sulla spiritualità
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Sabato 16 Maggio 2009 17:56 |
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Maristela ha scritto: Ciao Dadrim, mi chiamo Maristela e ho 29 anni. Sono sposata e ho una figlia piccola. Ho trovato il tuo Blog per caso e, curiosando un po', ho notato che il tuo modo di vedere la vita e le sue difficoltà è molto simile a quello che sto ricercando ultimamente. Ovvero, le stesse cose che affermava Osho (ho letto un suo libro e mi sembrano molto vere le cose che dice): dobbiamo cercare noi stesse, stare "nel presente" e lasciar perdere i pensieri, la mente e anche le emozioni. Io però, non riesco a mettere in pratica questi insegnamenti. Come si fa a stare sempre (o perlomeno quasi sempre) nel presente? Come si fa a vivere solo nel presente senza preoccuparsi di avere un lavoro, una casa o a quello che mangerò domani? Tante volte, almeno nel mio caso, io starei volentieri fuori a passeggiare e a guardare il sole e il mare tutto il giorno, ma se non avessi il pensiero che mi dice che devo invece lavorare oppure preoccuparmi in qualche modo di garantire il mio cibo e le necessità minime di domani, potrei un domani ritrovarmi come una mendicante in mezzo alla strada, e questa non credo assolutamente sia la via giusta per incontrare la felicità o per ritrovare me stessa. Credo quindi che si debba trovare una via di mezzo. Non preoccuparci troppo per il futuro, ma non che non dobbiamo assolutamente pensarci, perché comunque ci serve per le questioni pratiche della vita. Un altro punto che non riesco a capire bene è come vivere così, senza aspettative o progetti, mi sembra che se uno vive in questo modo è come se non avesse vissuto. A cosa servirebbero la nostra mente e il nostro libero arbitrio, se tanto dobbiamo semplicemente seguire e accettare quello che ci capita nella vita? Se dobbiamo accettare sempre tutto, allora che senso ha vivere? E' quasi come se ci fosse già un destino scritto, mi sembra un po' inutile... Scusami ma mi sento proprio molto confusa. Non riesco più ad accettare questa vita "artificiale" a cui siamo abituati, ma allo stesso tempo non riesco capire bene come mettere in pratica questa altra visione di vita. Anche per quanto riguarda le emozioni. Io riesco a capire che i pensieri ci disturbano e ci controllano, ma le emozioni, invece, sono sempre stata convinta che rappresentano quello che sentiamo e proviamo per davvero, e che quindi dobbiamo sempre ascoltarle. Ti ringrazio tantissimo in anticipo e spero che potrai rispondermi. Maristela
Dadrim ha risposto: Cara Maristela, all’inizio di una nuova avventura è normale essere un po’ confusi, anzi, è un buon segno, perché significa che non stiamo accettando passivamente il sentiero che stiamo percorrendo. Se entriamo in una nuova visione delle cose senza mettere in dubbio quel che vediamo subiremo unicamente un ulteriore lavaggio del cervello, e l’unica cosa che ci può rendere liberi non è certo quale percorso seguiamo, ma come lo attraversiamo. Il dubbio è l’anticamera della vera fiducia nella vita e della vera libertà interiore, perché è solo grazie alla più totale e sincera messa in discussione delle certezze su cui basiamo la nostra esistenza, che il superfluo e il falso possono essere svelati ed eliminati. Pertanto vivi serena anche i tuoi dubbi, sono cosa buona! Mi chiedi: “Come si fa a stare sempre nel presente?” Stai facendo la domanda sbagliata! Noi non riusciamo ad incontrare il presente perché viviamo aggrappati ai pesi del passato e al bisogno di dover esaudire per forza i nostri desideri futuri. Questo ci rende simili ad un uccello che cerca di volare, inconsapevole di avere le ali legate a delle pietre pesanti. Per questo ci chiediamo come possiamo imparare a volare, quando, però, la vera questione sta nel riuscire a vedere e sciogliere i pesi che ci tarpano le ali! Cerca di osservare e comprendere totalmente la natura dei pensieri e dei desideri che ti spostano dal presente, facendoti, così, viaggiare nel passato o nel futuro. Ogni volta che il tuo pensiero inizia a vagabondare, appena te ne accorgi, riporta la tua coscienza all’ascolto e alla presenza del qui ed ora. Il trucco consiste unicamente nello spezzare un’abitudine malsana che abbiamo coltivato negli anni: l’abitudine di continuare ad immaginare e fantasticare ininterrottamente, 24 ore su 24. L’avrai notato, la nostra mente non tace mai, è come un macchina lanciata a folle velocità senza freni. Avere un mezzo di trasporto è fondamentale, ma è altrettanto fondamentale poterne scendere quando si vuole. Vivere in un’auto in perpetuo movimento non è il massimo, soprattutto se si percorrono strade trafficate come quelle che attraversano le città delle nostre relazioni. Per questo capitano di continuo incidenti esistenziali! Altro punto, vivere il presente non significa smettere di progettare o sognare, anzi, significa poter progettare e sognare l’infinito, poiché si vive ben radicati al suolo. Solo gli alberi che hanno radici profonde e robuste possono lanciarsi alla conquista dei cieli senza temere d’essere sradicati dal primo venticello primaverile. Essere immersi nel presente significa vivere totalmente appagati semplicemente perché non poniamo più nulla come condizione imprescindibile della nostra felicità, e quando un individuo è sereno senza alcun motivo, in ogni cosa che fa mette una leggerezza e un’energia che gli consentono di raggiungere anche le mete più impensate, ma queste mete sono sempre un in più, pertanto, anche se non le dovesse raggiungere, non verrà minimamente turbato dal suo insuccesso. È come un miliardario che spende cinquanta euro per acquistare una scatola chiusa: se la scatola è piena di doni o è vuota, a lui non farà poi molta differenza, una risata affiorerà comunque dalle sue labbra, sia che vi trovi un simpatico gattino, sia che vi trovi un osso di pollo. Guarda l’esempio della vita dello stesso Osho che hai citato nella tua domanda! È stato arrestato, accusato di ogni cosa possibile, ha visto smantellare l’enorme realizzazione che aveva portato a termine in America, ma il suo lavoro e la sua intenzione, nonostante tutto ciò, non hanno subito la minima incrinatura. Non è certo cosa comune! Quanto profonde devono essere state le radici della sua anima? Immergiti, quindi, nel presente, continuando a portare avanti i tuoi progetti e i tuoi sogni, non temere nulla, non finirai a fare la barbona, al massimo, più il tuo essere si ridesterà e la tua libertà di scelta si farà guidare dalle esigenze più vere della tua anima, più vedrai che certi desideri svaniranno e certi progetti perderanno di significato, ma che male c’è? Nessuno, perché nasceranno altri sogni, altri orizzonti più vasti, più profondi, più appaganti! Per quanto riguarda le emozioni, invece, un conto è vivere chiusi in una gabbia di emotività ridondante, e un conto è vivere unicamente guidati dal nostro più profondo e penetrante Sentire. Chi vive nel primo modo è solo schiavo delle esperienze e dei bisogni inappagati del passato, chi vive nel secondo modo è Maestro di se stesso! Dobbiamo imparare a distinguere quell’emotività che nasce dalle ferite del passato da quel Sentire che nasce dall’essere totalmente aperti e sensibili alla vita, alle persone e a noi stessi. L’emotività è una manifestazione egocentrica, isolante e distruttiva, mentre, quel che io definirei come sentimento (da pieno sentire), è la sorgete da cui sgorga il fiume dell’amore, e l’amore è l’unica realizzazione per cui valga la pena vivere. Sempre a tua disposizione per qualunque altra domanda o chiarificazione. Un abbraccio, Dadrim |
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Pubblicazioni varie
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Lunedì 11 Maggio 2009 12:33 |
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(Clicca sull'immagine per vedere il video) “Un uomo che è ridiventato bambino, che ha fatto tutto il percorso. Un conto è restare bambini, ma un conto è ritornare bambini…” “Si è occupato, Dante, di quella cosa di cui non si occupa più nessuno, questo strano dono che abbiamo avuto tutti in sorte: la vita, la vita! Non se ne occupa più nessuno!” “…ognuno di noi è l’eroe, il protagonista di una storia irripetibile, anche se i suoi giorni e le sue notti non appaiono eccezionali a nessuno, ognuno di noi è protagonista di un dramma epico irripetibile per l’eternità, che non si ripeterà mai più… quando ognuno di noi se ne andrà, non accadrà mai più che ne nasca uno uguale, e ognuno di noi è il protagonista di quella storia impressionante… ci dice, Dante, che Dio ha bisogno degli uomini… Ci dice che i fatti del mondo non sono la fine della questione…” “Ci ha detto che la nostra libertà ci porta con sé, e ci dice che il viaggio è dentro di noi, a cercare noi stessi. È inutile che andiate a cercare il senso, il senso siete voi stessi!” “Ci fa sentire che anche la sconfitta, se sentita profondamente, può diventare una vittoria. Se noi abbiamo sempre presente il miracolo d’esistere, quella è una cosa impressionante, ogni tanto bisognerebbe ricordarsi che si esiste…” Roberto Benigni |
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Sulla spiritualità
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Giovedì 07 Maggio 2009 22:57 |
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Elena ha scritto: Ciao Dadrim, in diversi tuoi articoli ti ho sentito dire che uno dei motivi che stanno alla base della sofferenza umana è la dimenticanza della morte, il nostro vivere come se la vita fosse eterna. Nel tuo ultimo scritto però dici che il problema sta nel pensiero di dover morire. Come stanno le cose?
Con affetto, Elena! Dadrim ha risposto: Cara Elena, la tua domanda è molto importante e spero di riuscire ad essere chiaro e semplice nella risposta. La nostra sofferenza deriva dal tentativo continuo di rimuovere dalla nostra coscienza la consapevolezza di dover morire. Questa rimozione la pratichiamo tessendo un’infinita ragnatela di sogni e progetti che sostengono l’idea d’essere in continuo divenire. Sino a quando mi sto impegnando per divenire qualcosa o qualcuno non dovrò fare i conti con l’angoscia dell’ignoto che si cela nella consapevolezza del dover morire. Da questo desiderio di evitamento nasce un pensiero di continuità, di perpetuo divenire, che come un fuoco alimenta il nostro piccolo e tremante ego. Dalla paura del contatto con l’infinito che si nasconde in noi generiamo tutta quella serie di stupide attività a cui dobbiamo inevitabilmente attribuire massima importanza per non fare i conti con la nostra irrilevanza. Questo modo di vivere si fonda su un’idea di tempo scandita da progetti e mete che progressivamente rinnoviamo sino a quando l’esistenza, nostro malgrado, non cala il sipario, spezzando un circolo vizioso d’attività unicamente finalizzate all’intrattenimento. È curioso vedere quanto ci lamentiamo di quei tanto odiati contratti di lavoro a progetto, che oggi vanno per la maggiore, quando, in fin dei conti, sono le nostre stesse vite ad essere vissute entro una dimensione meramente progettuale: per paura dell’ignoto, della morte e del cambiamento iniziamo a vivere sospesi in un mondo mentale fittizio, solipsistico, fatto di sogni che cerchiamo di raggiungere rilanciando sempre avanti il confine del tempo. Questa concezione dell’esistenza ci fa vivere mossi da bisogni temporanei, superficiali ed entro una visione del mondo e di noi stessi fragile e sempre esposta alla frustrazione. Quando iniziamo a dare massima importanza a tutte quelle cose che per essere realizzate e raggiunte hanno bisogno di tempo e di spazio la nostra mente inizia a creare un’illusoria idea d’eternità, indispensabile per dare continuità al nostro desiderio di divenire e possedere. Tutt’altra cosa accade invece quando comprendiamo che per quanto riusciremo a fare e divenire in questa società di allucinati, nulla sarà servito a colmare la profondità della nostra ignoranza in merito al nostro Essere e al nostro dover morire. Quando comprendiamo la futilità delle nostre aspirazioni, desideri, progetti e volontà cadono in secondo piano, lasciando così emergere dalla nostra coscienza la piena consapevolezza di ciò che da sempre e per sempre si manifesta nell’unicità della realtà del presente. Questa dimensione non conosce morte alcuna, ma non perché si estende in un tempo infinito, ma perché si consuma totalmente estasiata nella pienezza di vita che ogni istante del nostro esistere porta con se. L’uomo immortale non è colui che non muore, ma colui che vive ogni istante senza paura dell’istante successivo, perché nel continuo accadere del presente scioglie ogni catena che lo vincola al passato e al futuro. L’uomo immortale non è colui che non fa più sogni e progetti , ma colui che sogna ben consapevole d’essere sveglio e che progetta senza mai far divenire un progetto più importante della bellezza del poter progettare. Cara Elena, vi sono uomini che pensano d’essere eterni sino a quando non scoprono d’essere in punto di morte, vi sono poi uomini che scoprono ogni giorno un eterno presente, perché pensano sempre d’avere ancora un solo istante per poter sentire d’essere veramente vivi. Non so se sono stato effettivamente chiaro e semplice come avrei voluto, ma so che per questo istante ho dotato tutto quel che potevo, e questo mi completa! Un grande abbraccio, Dadrim |
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Sull'amore e le relazioni
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Sabato 02 Maggio 2009 17:42 |
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Giovanna ha scritto: Sono una donna single di 38 anni con esperienze sentimentali finite, quasi tutte non per mia scelta. Cosa dovrei aspettarmi dagli uomini oggi, senza andare incontro alla delusione? Che visione della vita dovrei maturare per non soffrire la frustrazione del mio stato e delle sofferenze che derivano da fallimenti sentimentali?
Dadrim ha risposto: Cara Giovanna, non aspettarti nulla dagli uomini di oggi e nemmeno da quelli di domani, non perché gli uomini siano un problema, ma perché il vero ed unico problema di ogni essere umano, uomo o donna che sia, è l’aspettativa. Il vivere filtrando l’esistenza attraverso le nostre aspettative genera un inferno. Sono le nostre pretese, i nostri sogni, i nostri rigidi progetti sul futuro a crearci delusioni. Se iniziamo a pensare che il fulcro dei nostri problemi risieda in chi o in cosa non corrisponde al nostro desiderio, cadiamo in una prigione senza via di uscita, perchè questa esistenza è un fenomeno ben più grande di noi, e non ci è dato il potere di decidere nemmeno sulle sorti di un filo d’erba. So che per molte persone queste parole suonano disperanti, ma ciò accade unicamente perché abbiamo perso il contatto con il presente, iniziando, così, a vivere unicamente nel futuro e nel passato. Ognuno di noi, crescendo, sviluppa progressivamente un modello mentale, una gabbia progettuale entro cui cerchiamo di plasmare le nostre vite. La società in cui viviamo, con la sua pseudo cultura, la sua pseudo educazione e le sue pseudo leggi, ci indottrina sin dalla nascita a perpetrare certi modelli. Abbiamo poi i modelli che ci vengono imposti dai desideri inappagati dei nostri genitori e, infine, abbiamo anche le recriminazioni che nascono da tutte quelle esperienze incomplete che noi stessi ci portiamo appresso. Viviamo schiacciati da macigni enormi che soffocano la nostra anima, che ci costringono a strisciare come vermi fra la polvere del suolo, impedendoci di spiegare quelle immense ali che per diritto di nascita ci sono state donate. Siamo figli del cielo che vivono come talpe, in stretti cunicoli del pensiero. Quanti pensieri abbiamo? Quanti doveri, dogmi e desideri lacerano la nostra anima? Quanti “se” e “ma” ci siamo imposti prima di poter dire un tremendo e totale “SI” alla Vita? Lo senti anche tu, Giovanna, questo odioso rumore di fondo che istupidisce le nostre coscienze? “Devi andare bene a scuola, devi essere un bravo bambino, devi rispettare gli adulti, devi avere successo, devi fare i soldi, devi avere una casa con giardino e piscina, devi essere colto, sensibile, arrogante, spietato, seducente e brillante. Devi avere pazienza, ma senza essere pigro, devi vivere freneticamente, ma senza essere agitato, devi fare successo, ma senza far vedere quante persone hai calpestato per raggiungerlo, devi essere potente e temuto, ma facendo passare l’immagine di una persona buona e mite. A diciotto anni devi aver finito le superiori, a venticinque l’università e la specializzazione, a trenta devi aver terminato la gavetta, cioè il leccare il culo a qualcuno che comanda perché ha già leccato molto più di te. A quarant’anni devi aver ormai raggiunto una posizione di prestigio altrimenti entri subito nella categoria dei falliti, e nel frattempo devi aver avuto come minimo un bambino e un matrimonio, se c’è anche un divorzio meglio, perché dà quel “fascino” in più che alla sera, durante il momento dell’aperitivo al bar, torna sempre utile per qualcosa. Se non hai fatto l’università, non hai imparato un mestiere o magari nemmeno finito le superiori non c’è problema, tanto oggi si può essere popolari, ricchi e famosi senza saper dire o fare nulla. Forse servirà qualcosa in più di una leccata di culo, ma che importanza ha, se il metro della dignità di un individuo oggi si misura in denaro, visibilità e stupidità. Quindi puoi anche non andare bene a suola, puoi anche non essere un bravo bambino, puoi anche non rispettare gli adulti, puoi anche non avere alcuna coscienza, pazienza, sensibilità, mitezza e onestà, ma tutto ciò solo se mostri quei tratti narcisistici e megalomani sufficienti da far sperare che prima o poi qualche zoo televisivo ti accoglierà fra le sue bestie. Le uniche cose che non si devono assolutamente mai fare sono: pensare con la propria testa, cercare di essere sempre se stessi, senza mai seguire nulla e nessuno all’infuori della propria voce interiore. No, quella voce non deve mai parlare, deve essere soffocata subito sotto un cumulo di immondizie. Non accettarti mai per quello che sei, non amarti per il semplice motivo che sei vivo, intelligente, cosciente e figlio di questa misteriosa vita. Non essere libero, non scoprire, parlare e diffondere l’amore incondizionato, altrimenti sarai escluso, emarginato e ostacolato da tutto e da tutti. Mai che tu possa divenire un vero essere umano altrimenti che fine farà tutta questa patetica recita di scimmie, scimmiotte e pupazzi? Non chiederti mai qual è il significato ultimo di questa esistenza, se esiste qualcosa dopo la morte, non chiederti mai nulla, non ricercare, non pensare! Perché fare questa fatica, perché uscire dai binari che la nostra secolare e “sapiente” cultura ci ha riservato, perché andare contro corrente? È stato già tutto preparato sin nei minimi dettagli, devi solo addormentarti e goderti questo meraviglioso e incantevole sogno che ci è stato preparato. Tutto uguale, tutto già scritto, detto, vissuto, consumato, usato e recitato. Non è meraviglioso vivere in questo modo?” Sai da cosa nasce tutta questa follia? Dal tempo! Noi viviamo imprigionati entro i confini del tempo e questi confini sono generati dall’idea di nascita e dall’idea di morte. Entro queste due parole la nostra mente crea l’idea di divenire, di raggiungere. Noi umani “diveniamo”, proprio perché riteniamo di dover finire, morire, svanire nel nulla. È la paura della morte che genera tutto questo circo di vuoti significati, valori e scopi. Se la nostra prospettiva fosse eterna non si potrebbe generare questa tremenda spinta di desideri e traguardi, ma il presente tornerebbe ad essere l’unica vera prova d’esistenza. L’idea di divenire è partorita dall’idea di dover morire, mentre l’esperienza dell’essere è prodotta dall’immersione nel presente. Solo nel presente accade la vita, mai nel passato o nel futuro. Solo ora puoi amare, sentire il vento, bere un bicchiere d’acqua, danzare, ridere e giocare. Vivere il presente significa iniziare ad amare la vita incondizionatamente, ma per vivere il presente bisogna abbandonare ogni desiderio futuro, ogni aspettativa. Questo non significa non fare più progetti o sogni, anzi, questo significa iniziare a generare unicamente quei sogni e quei progetti che mai ci lasceranno inappagati e delusi, proprio perché il loro essere non esiste in funzione di una meta ventura, ma unicamente in funzione di un quotidiano e sempre presente costruirsi. Io non amo quest’uomo perché rientra in un mio progetto che troverà realizzazione solo un domani, ma amo quest’uomo perché il mio progetto si concretizza nell’amarlo ogni giorno, a prescindere da qualunque cosa egli decida di fare domani, fosse anche andare lontano da me il mio amore lo seguirà come una benedizione, nella speranza che ovunque vada la pace e la felicità lo accompagnino. Quando viviamo sentendo che, anche se la morte dovesse accadere in questo istante, nulla è incompiuto, poiché troviamo il nostro scopo di vita nel consumare sino all’osso ogni singolo istante che c’è dato, ecco che tutto è possibile! L'augurio più grande che posso farti è di riscoprire la tua voce interiore, perchè a quel punto non sarai mai più una donna single o una donna fidanzata, ma sarai sempre e solo una donna libera, qualunque situazione dovessi trovarti a vivere, e questa è l'unica cosa che conta veramente! Sempre a tua disposizione per qualunque chiarimento o approfondimento. Un abbraccio, Dadrim |
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Sulla spiritualità
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Domenica 26 Aprile 2009 16:13 |
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Andrea ha chiesto: Caro Dadrim, potresti spiegare qual è la differenza fra i termini Io, Sé, Ego, Consapevolezza, Coscienza, Anima, Essere, Personalità e Mente. In molti testi di spiritualità sembrano usati in modi differenti, perché questa confusione?
Dadrim ha risposto: Caro Andrea, hai assolutamente ragione, tutti questi termini vengono spesso usati con sfumature diverse, a volte con significati totalmente diversi. La causa di questo utilizzo del linguaggio, a mio avviso, è determinata dal fatto che la dimensione spirituale, poiché nasce da un’esperienza interiore e personale dell’individuo, viene veicolata attraverso la peculiare capacità e conoscenza linguistica di chi vive l’esperienza. Cercherò d’essere massimamente breve e chiaro, se mi sarà possibile. Il linguaggio delle scienze classiche non nasce, sempre nuovo, da un’esperienza interna all’individuo, allo scienziato, in questo caso. Le conoscenze scientifiche progrediscono grazie allo studio del sapere che gli uomini del passato hanno elaborato e conservato in testi dotati di termini ben precisi, poiché indicano delle realtà oggettive ben visibili e osservabili, e dalle ulteriori osservazioni che al sapere passato vengono aggiunte. L’esperienza spirituale nasce invece da un accadere tutto interno all’individuo, privo di storia passata e privo di oggetti o elementi definibili, descrivibili, indicabili. L’esperienza ultima della spiritualità è simile ad un innamoramento. Come si può descrivere l’amore che si prova per una persona? Tutti i poeti ci hanno provato, ma ogni tentativo è sempre fallito, per questo la poesia non può mai finire, proprio perché l’atto poetico non riesce mai a trasporre in versi l’esperienza dell’anima. L’attività scientifica invece deve sempre progredire altrimenti termina, poiché quando un fenomeno viene definito, quel fenomeno è anche terminato nel suo mistero. L’amore invece non perderà mai il suo mistero, poiché è in se stesso il fenomeno più misterioso. Sto parlando del semplice amore fra singoli individui, figuriamoci cosa si può dire dell’esperienza mistica, quell’esperienza che tutti i maestri hanno descritto come una fusione, un “amore” che nasce fra il singolo e l’universo intero, il divino. L’esperienza mistica non ha contenuti che le nostre facoltà sensibili e intellettive possono interpretare, per questo ogni religione e ogni grande figura spirituale hanno dovuto coniare nuove parole e nuove metafore per indicare l’altrimenti inesprimibile attraverso le comuni forme di linguaggio. Se ci pensiamo bene il nostro linguaggio è abilissimo a descrivere cose, oggetti, formule, manifestazioni fisiche e fisiologiche, ma è assolutamente incapace di comunicare i nostri stati interiori. Quando andiamo da un medico, possiamo anche pagare 150 euro per una visita che dura meno di 20 minuti. Il problema è visibile, è descrivibile, è osservabile attraverso un apposito macchinario… fatta la ricetta, e via, si torna a casa. Quando andiamo da qualcuno che riteniamo “esperto del mondo interiore”, le cose non vanno così. L’incontro è lungo, pieno di parole, silenzi, sfumature di linguaggio, metafore, e il più delle volte richiede molti altri incontri o, quando è possibile e se ne ha l’intenzione, il nostro coinvolgimento in un gruppo di ricerca spirituale, in una “scuola di vita”. Dal mio punto di vista tutti i grandi maestri spirituali hanno cercato di indicare la medesima realtà interiore dell’uomo, ma, poiché i nostri retaggi culturali e le nostre forme linguistiche cambiano a seconda del peculiare condizionamento scoio-ambientale in cui cresciamo, le loro forme espressive spesso sono divergenti, all’apparenza quasi contraddittorie. Se però non ci fermiamo alla superficie del messaggio, alla mera forma dialettica, lentamente, penetrando il fulcro dei messaggi, riusciamo a scorgere un’armonia di fondo. È fondamentale, quando si inizia a percorrere il sentiero della ricerca interiore, tenere un atteggiamento mentale elastico, aperto al continuo ascolto, confronto, sfregamento dei concetti (come diceva Platone nella sua Lettera VII). Si deve tenere uno “sguardo ampio”, non focalizzato al particolare, ma teso a cogliere lo sfondo del discorso, l’insieme della visione da cui nascono le parole. Quando un individuo non ha nessuna esperienza interiore, ma si aggrappa unicamente alle parole, ecco che nasce la possibilità di fanatismi e di tutte quelle contrapposizioni puerili e idiote che vediamo tuttora fra i leader delle grandi religioni mondiali. È drammatico, ma pare che proprio coloro che più parlano d’amore e spiritualità siano quelli che meno ne hanno avuto esperienza. Caro Andrea, non posso dirti cosa altri intendano quando usano termini come “Mente, Io, Sé…”. Le tradizioni religiose sono infinite, i maestri spirituali sono ancora di più, la cosa migliore che si può fare, in un contesto simile, è cercare il “messaggio” che più sentiamo vicino al nostro modo di sentire, e quando lo abbiamo trovato, penetrarlo sino al suo nucleo essenziale, senza mai divenire ottusi, fanatici e portatori della malsana idea d’essere i depositari dell’unica verità e parola. Se una verità esiste, questa dovrà inevitabilmente comprendere il tutto e non certo escludere ogni cosa; pertanto rilassiamoci e diamo sempre meno importanza alle vuote parole e sempre più hai fatti e hai vissuti dell’anima, all’esperienza. Per quanto mi riguarda, invece, nel mio vocabolario personale, potrei dire che quasi sempre uso le medesime parole per indicare le medesime realtà, anche se le sfumature e i contorni possono variare a seconda del contesto. Il termine Ego per me definisce sempre e solo quello stato di coscienza confinato entro i limiti dei condizionamenti. Anima, Sé e Coscienza li uso spesso come sinonimi, anche se coscienza a volte la intendo come Stato di consapevolezza limpido e libero da condizionamenti, altre volte come stato di consapevolezza caduto nei vincoli del condizionamento. L’Io per me rappresenta la capacità del pensiero di riportare ogni fenomeno ad un'unica entità, cioè l’Io stesso. Questa capacità si fonda sulla Consapevolezza, che è il più grande mistero, poiché tutto comprende ed esperisce partendo dalla sua natura indefinibile e indefinita. L’Essere è invece quella dimensione che si apre quando la consapevolezza rimane in se stessa senza passare attraverso il prisma della mente. L’Essere per me è sinonimo di Dio, il Mistero, l’ineffabile, il divino, il Tutto o come lo si vuole chiamare. La mente invece è quel fenomeno che permette alla consapevolezza di leggere l'esistenza e interagire con il mondo entro specifiche forme limitate che danno vita ad una certa dimensione sensibile. E' importante ricordare che il problema non è mai la mente, ma l'identificazione di una realtà viva e illimitata come quella della nostra Coscienza, con una realtà limitata e meccanica come quella della mente. L'incantesimo da spezzare è, pertanto, l'identificazione! Per qualsiasi chiarimento sono a tua disposizione. Dadrim |
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Lettere e messaggi
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Mercoledì 22 Aprile 2009 22:29 |
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Ciao Dadrim, ma figurati... guarda con che tempistica ti rispondo anche io. Siamo tutti, dunque, a perder tempo, ma se la nostra prospettiva è infinita allora CHISSENEIMPORTA!! Per le verità mi importa... se penso a quanti anni sono passati dai primi di università, quando è cominciato il risveglio, o meglio la sete di risveglio, perché tuttora dormo! Ricordo l'estasi della mia prima e unica esperienza mistica e quello che ha generato: ricerca, ricerca, inutile ricerca, senza un vero centro di comprensione di ciò che andava fatto e, sopratutto, senza impegno costante, ma allora mi sembrava che la realizzazione consistesse nel leggere di esoterismo e provare tecniche di meditazione. Quanti programmi e risolute partenze sulla via, per sedermi sempre al primo sasso comodo sul ciglio della strada. Aha la pigrizia!! Oggi sono tornato sul blog e ho letto: "La Via Maestra: meditazione come pura e semplice osservazione" La mia pigrizia è paradossale: continuando la tua metafora, io sono un videoutente che ha capito la stupidità dei programmi, ogni tanto spegne la TV, ma ancora prima di gustare il silenzio che ne deriva la riaccende in un moto compulsivo. Adesso le mie letture preferite sono quelle di J. Krishnamurti (ho visto ne parlavi con Franco Volpi) e A.Jodorowski. Il primo perché non suggerisce metodi, se non quello supremo, di cui parli anche tu, dell'auto-osservazione attenta. Questa via che spazza tutto il ciarpame new-age (senza condanna) e promuove un "semplice" (ma non lo è mai) osservarsi, mi piace tanto. Mi piace perché mi sembra che nella casa in cui vivo tendono ad accumularsi immondizie (informazioni e metodi) che alla lunga riempiono tutte le stanze e mi inciampano. Mi sembra proprio di rimanere schiacciato dalla loro invadenza... e allora Jiddu è una fresca brezza che entra dalla finestra portandosi via tutto lo sporco accumulato. Alejandro invece mi piace per la sua attenzione agli archetipi e per la sua simpatia nell'esporre. Mi fa ricordare che in uno dei due emisferi sono molto creativo e posso lasciare agire e vivere anche questa parte del tutto. Mentre ti scrivo mi accorgo della confusione che ancora ho in testa, ma adesso la osservo e non mi rimprovero... la accetto e cerco di volerle bene... perché mi appartiene. Grazie Dadrim, a presto, C.
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Dio e religioni
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Lunedì 20 Aprile 2009 21:58 |
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D. ha scritto: Salve Dadrim, sono un ragazzo di 21 anni, ho una grandissima stima nei tuoi confronti, leggendo in queste pagine sono riuscito a capire, anche se in minima parte, la tua "diversità" e la tua profondità di pensiero, e in questo momento di grande difficoltà, per me, mi sembri una persona adatta per aprire la mia mente e rinfrescare la mia anima. Sto passando un bruttissimo periodo, perché, essendo un ragazzo abbastanza sensibile,dopo il terremoto in Abruzzo, con tutti quegli innocenti morti, con la brutalità implacabile del terremoto, dentro di me subito sono cominciate a sorgere domande sulla morte, quesiti sul senso della nostra esistenza, un tunnel buio, stretto, senz'aria, che mi ha portato anche a piccole crisi notturne(ma non solo). Mi alzavo con i battiti a mille, mi tiravo i capelli quasi strappandomeli, è una sensazione bruttissima, difficile da spiegare, come se in un attimo tutto fosse finito e tutte le tue convinzioni fossero crollate. Sono giorni ormai che sono sempre teso, provo a svagarmi senza riuscirci, tutto mi sembra futile, mi sembra che le persone trovino la felicità in cose banalissime. Tutti i miei amici sorridono, ma io proprio non ci riesco, ma per fortuna sto trovando la luce di questo tunnel nella Fede (che ho sempre avuto) e nella lettura dei vangeli. Sono sempre stato un Cristiano, Credente, famiglia cattolica, battesimo, comunione e cresima fatti e sempre una grande Fede in Dio, e rispetto per i suoi comandamenti, ma davanti a queste domande così ENORMI la paura mi assale, la tranquillità svanisce, la vita diventa un incubo, quasi come quando il diavolo cercava continuamente di tentare Gesù, ed io come LUI non voglio cedere! Cosa mi consigli di fare Dadrim, come posso far terminare questa bufera nel mio animo e tornare a sorridere. Ti ripeto, Dio mi sta aiutando, ma come posso fare per unire alla mia fede anche una consapevolezza interiore e un modo di ragionare che mi permetta di vivere al meglio, col sorriso e, ovviamente, sempre nella Fede? Molti miei amici non credenti mi prendono quasi in giro, e questo mi fa male, ma non perchè mi mettono dubbi sulla mia fede, ma perchè io vorrei che anche loro abbiano il dono della vita Eterna che Dio ci ha promesso a patto di credere in Lui! Questo introduce il fatto che io mi preoccupo moltissimo degli altri, ma purtroppo ora devo preoccuparmi di me stesso. Se puoi aiutami anche a fortificare la mia Fede, so bene che non sei un prete, in realtà non so se credi o meno, ma ho letto del tuo incontro con un padre Francescano che ti ha "illuminato", quindi, probabilmente, Dio ha aiutato anche te! Per favore aiuta anche me, come sei stato aiutato tu!
Grazie mille in anticipo caro Dadrim! Spero di tornare presto a sorridere! Dadrim ha risposto: Caro D., sei sicuro che io possa essere la persona adatta ad aprire la tua mente e a rinfrescare la tua anima? Hai letto e ascoltato attentamente le varie risposte che ho dato ad altri in merito a situazioni simili alla tua? Ti invito a leggere con grande attenzione alcuni articoli che potrebbero aiutarti ad approfondire la mia visione delle cose e, qualora vi trovassi risonanza con il tuo sentire, anche la tua attuale situazione. Articoli: Come trovare Dio? - Verità, religioni e idiozie - Sulla solitudine interiore, l'impermanenza e l'effimero - Tu credi in Dio e nella vita dopo la morte -Sull'angoscia e la paura di vivere Premesso questo, a chiunque mi ha posto una domanda non ho mai evitato di dare una risposta, per quanto questa potesse essere scomoda o non corrispondente alla richiesta di consolazione che vedevo implicita nell'interrogazione. Spesso la struttura condizionata del nostro pensiero, quando viene sollecitata dalle prove della vita, inizia a cedere, ed è proprio in questi momenti che le persone vagano alla ricerca della mano di qualcuno intenzionato ad aiutarli a rinforzare e sorreggere la traballante impalcatura delle loro convinzioni. Io non sono mai stato questa persona. Quando vedo che una struttura inizia a cedere, come prima cosa cerco di far ricordare alla persona che vi sta seduta sopra, la sua intrinseca capacità di volare, e solo poi, se questo ricordo si traduce in realtà, prendo un martello e completo l’opera di demolizione dell’impalcatura. Non siamo nati per vivere come pappagalli appesi ad un trespolo, ma per essere aquile che volano maestose al di là di ogni nuvola d’ignoranza! Caro D., la tua impalcatura sta vacillano, il terremoto ha assolto magistralmente il suo compito, ora sta solo a te decidere se terminare la sua opera o se opporti, irrigidirti e rimanere tremante in attesa della prossima scossa. I fenomeni che colpiscono il mondo fisico si ripercuotono inevitabilmente nel nostro spazio interiore, e quando questo accade, dobbiamo cercare di cogliere il messaggio che risuona in noi. Il terremoto che ha colpito l’Abruzzo mette a nudo diversi aspetti dell’animo umano. Il primo e il più grave è il suo egoismo e la brama di denaro e potere che ancora lo caratterizzano. Centinaia di morti e migliaia di sfollati causati dall’azione criminale di chi ha costruito delle baracche di cemento in una zona sismica, pienamente consapevole di quel che andava facendo. Se le cose venissero fatte con consapevolezza e amore queste immani tragedie non accadrebbero, inoltre, colgo l’occasione per sottolineare quanto sia fuori luogo il parlare di quelle persone che tirano in ballo dio o la crudeltà della natura per giustificare questi eventi. Cosa centra dio, cosa centra la natura? Se metto il sedere sulla stufa della cucina, è colpa della stufa e del fuoco l’ustione che mi provoco? Costruire case in sabbia e cemento in una zona sismica centra qualcosa con la natura? Io vedo solo responsabilità umane, stupidità, egoismo, incuria e barbarie, né dio, né santi, né madonne, come si dice da queste parti. Se tutto fosse stato costruito a dovere, forse, qualche morto ci sarebbe stato, ma questa è tutta un’altra faccenda che coinvolge un altro aspetto dell’animo umano: l’esistenza della morte e l’impermanenza delle nostre vite. Anche in questo caso l’esistenza, attraverso un terremoto, assolve magistralmente il suo compito inviando, per chi lo vuole vedere e sentire, un chiaro messaggio: “Penetrate nel segreto della vita, cercate la risposta, non dormite, svelate la verità su voi stessi e il mondo che vi circonda, perché la morte, prima o poi, verrà per tutti, ma solo coloro che avranno conosciuto, in vita, qualcosa di più grande della fine, attraverseranno l’ultima prova con un sorriso sulle labbra”. Caro D., io credo che questo terremoto sia risuonato in te come un campanello, risvegliandoti da una fede e un’idea di dio ancora fragili. Questo terremoto deve averti risvegliato pienamente la consapevolezza di come tutti noi siamo costantemente esposti alla morte, e per riflesso ti devi essere accorto di non aver ancora trovato quella sorgente viva capace di oltrepassare qualunque pensiero di estinzione e sofferenza. Bene, tutto ciò è ottimo, l’angoscia e il male sono i segugi che il divino sguinzaglia alle nostre calcagna per ricondurci a lui, come credo affermasse Kirkegaard, ed è tremendamente vero. Tu dici. “Sono sempre stato un Cristiano, Credente, famiglia cattolica, battesimo, comunione e cresima fatti e sempre una grande Fede in Dio, e rispetto per i suoi comandamenti, ma davanti a queste domande così ENORMI la paura mi assale, la tranquillità svanisce, la vita diventa un incubo, quasi come quando il diavolo cercava continuamente di tentare Gesù, ed io come LUI non voglio cedere!” Cosa significa essere un Cristiano, credere, avere una famiglia cattolica, fare la comunione, la cresima e avere sempre una grande fede? La nostra chiesa ha creato un grande teatrino di riti e vuote parole tutt’attorno a quella che per me è la vera essenza del messaggio che possiamo raccogliere dalla lettura dei Vangeli, come di moti altri testi sacri o di maestri spirituali. Lasciamo cadere la recita, abbandoniamo l’inutile e cerchiamo di penetrare nel cuore della spiritualità. Ma qual è il cuore? Per me il cuore della spiritualità è solo e unicamente la riscoperta di quella scintilla divina che arde perpetua proprio nel punto più profondo del nostro mondo interiore. Questa scintilla non può essere descritta a parole, non può essere raccontata o spiegata, ma può unicamente essere indicata. Si può indicare la via che conduce ad essa, questa via, però, non è una sentiero di acquisizione, ma un sentiero di abbandono, di demolizione di tutte quelle difese e strutture che ci impediscono di farne esperienza diretta. Caro D., tu dici di avere sempre avuto una grande fede, ma se così fosse, dal mio punto di vista, ora vivresti in uno stato di armonia e pace con te stesso, con gli altri e con Dio, il divino, il mistero, l’ineffabile o come lo vogliamo chiamare, ovviamente la parola non è la cosa, come diceva Krishnamurti. Per me la vera fede è l’essenza stessa della realizzazione del divino, pertanto non è possibile avere fede e contemporaneamente vivere nel caos e nella paura. Il problema però è che comunemente si usa dire “abbi fede” intendendo: non desistere, sappi attendere, che le cose andranno meglio. Che idiozia, questa idea distorta di fede serve solo a sorreggere la nostra vecchia, chiusa, egoistica e confusa struttura mentale. Questa fede è un atteggiamento utile, nel migliore dei casi, a non suicidarsi quando i nostri desideri vanno in frantumi, ma non certo utile alla realizzazione di una vita piena e serena, perché in armonia con l’Esistenza. Per me vivere nella fede significa esistere senza alcuna forma di resistenza, di preconcetto, di idea, né su dio, né su noi stessi, né sul mondo. Quando rimaniamo interiormente silenti, in ascolto, pronti a ricevere qualunque cosa ci venga donata, buona o cattiva, con lo stesso atteggiamento di apertura, ecco che qualcosa può accadere, qualcosa dalle viscere della nostra coscienza si può risvegliare, mostrandoci e facendoci esperire quella scintilla divina, che cancella ogni paura generata dall’idea d’impermanenza e dal pensiero di morte. Fede significa l’estinzione più assoluta del nostro personale volere, del nostro dubitare, del nostro recriminare, ma non per cieco credo, ma unicamente perché si ha profondamente compreso quanto inutile e inconcludente sia la nostra volontà, il nostro continuo volere questo e poi quello e poi quell’altro ancora. La vera fede non nasce da un dubbio represso o da una volontà personale schiacciata sotto i dogmi e i comandamenti di un dio chiacchierato da preti, papi e santoni, ma nasce dal coraggio di abbandonarsi all’infinito, all’ignoto, al misterioso. Nasce dalla massima libertà individuale e dall’annullamento totale di qualunque forma di imposizione, credo, teoria, sentiero, rotta, mappa, tracciato o guida. Vivere con fiducia è la più alta realizzazione che un essere umano possa raggiungere, è il fulcro di ogni preghiera, meditazione, pratica: è il cuore da cui ogni altro miracolo è possibile. Caro D., lascia perdere il diavolo, la tentazione e il dono della vita Eterna che Dio ci ha promesso a patto di credere in Lui! Non credere in nulla, lascia perdere l’arcobaleno della tua mente, i sui giochi, il suo dubitare e il suo ritenere, ma riversa piuttosto tutte le tue energie nella fiducia. Rimani in disparte, silenzioso, aperto a tutto, in ascolto di ogni cosa. Guarda indifferente i pensieri che vagano per la tua mente, le tue emozioni. La fiducia, la fede è un azione del cuore, è un atto che parte dalle viscere del nostro Essere. Il credere e il dubitare sono azione del pensiero, ma attraverso il pensiero non raggiungeremo mai il cuore della vita. Non credere a nulla, non dubitare in niente, limitati a godere pienamente ogni singolo istante di questa misteriosa vita rimanendo in uno stato di fiducioso ascolto. Infine dici: “Se puoi aiutami anche a fortificare la mia Fede”. Anche qui mi dispiace, ma non posso esserti di aiuto nel senso che tu intendi. Per me la fede non può essere fortificata, o c’è o non c’è. Non è qualcosa che dal poco arriva al molto, o da debole diviene forte, non è qualcosa di quantitativo, ma unicamente un qualcosa di qualitativo. La fiducia è una qualità della nostra coscienza, che nasce quando ci rendiamo conto dell’inutilità intrinseca al nostro continuo resistere ad una vita immensamente più grande, forte e saggia di noi. Caro D., se comprendi questo, dentro di te una parte della tua coscienza inizierà a porsi, nei confronti di tutto e ogni cosa, in una qualità recettiva, aperta alla comprensione, di naturale e spontanea fiducia. Questo non significa che la tua anima non continuerà ad attraversare mari in tempesta e terre selvagge, significa, però, che d’ora in poi, tutto ciò che accadrà non andrà più ad intaccare quel centro di fiducia che sempre rimane in disparte, ad osservare, sapendo di non poter patire mai nulla. Ecco allora che lentamente le onde si acquieteranno, le terre del tuo mondo interiore diverranno rigogliose e fertili, e forse i tuoi amici non si prenderanno più gioco di te, perché non vedranno più una persona impaurita che dispensa consigli, ma vedranno una persona tremendamente serena che vive in pace. Qualora in queste mie parole tu riuscissi a trovato qualcosa di vero e reale per la tua situazione, per qualunque chiarimento o ulteriore approfondimento, sono sempre a tua disposizione. Un abbraccio, Dadrim |
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Meditazione e pratica
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Sabato 18 Aprile 2009 23:45 |
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Non credete al giudizio, non ascoltatelo, non alimentatelo, non generatelo, non diffondetelo, non gettatelo addosso a nessuno. Il giudizio è uno dei peggiori mali che affliggono la nostra anima e che ostacolano la nostra possibilità di vivere liberi e in pace, forse è il più grande. Il giudizio deve essere bruciato nel fuoco della nostra intelligenza, consapevolezza, coscienza o come la si vuole chiamare. Sino a quando, in noi, rimarrà anche solo un minimo residuo di questo potente veleno, vivremo solo e sempre nella miseria. Chi sta procedendo lungo il cammino della meditazione, dell’osservazione attenta e passiva, sa bene cosa intendo. Quando iniziamo ad osservare e ascoltare, con piena volontà, la confusione che vive dentro e fuori di noi, lentamente iniziamo ad accorgerci che la spina dorsale che tiene in piedi ogni forma di dolore e conflitto umano è fatta di giudizio, pregiudizio, discriminazione e condanna, tutte parole che indicano lo stesso fenomeno. Molti pensano che i pregiudizi siano una brutta cosa, ma non i giudizi. Questo pensiero è insensato, è una distinzione utile solo a chi non vuole riconoscere il giudizio che vive in lui. Quando il giudizio di qualcuno non mi piace lo chiamo pregiudizio, quando invece sono io a sputare sentenze, questo lo chiamo giudizio, osservazione, opinione. Balle, tutte scuse per non dover mai guardare quanto è affilata e tagliente la nostra lingua, quanto amiamo gettare gli altri nel fango e innalzare noi stessi su di un trono. Qualcuno mi sa spiegare qual’è la differenza fra un giudizio e un pregiudizio?
Se qualcuno mi chiede “com’è la pioggia?”, ed io, poiché non ne ho mai fatto esperienza, rispondo “è zuccherata”, la mia affermazione, per tutti coloro che hanno fatto esperienza della pioggia, è evidentemente falsa, perché irreale. Se dicessi invece che la pioggia è liquida, senza averne mai fatto esperienza, affermerei qualcosa di reale, ma unicamente per chi ne ha fatto esperienza. Da ciò si capisce come il problema principale non sia dare risposte giuste o sbagliate, ma riuscire ad avere un’esperienza diretta e personale di verità. Giusto e sbagliato sono unicamente dimensioni conoscitive del pensiero, ma il pensiero senza l’esperienza totale del nostro Essere è cosa misera, inutile. Il Reale e l’irreale, l’esistente e l’inesistente sono le dimensioni conoscitive dell’Essere. Quando dico “la pioggia è liquida”, senza però averne un’esperienza reale, diretta e personale, su quali basi la mia intelligenza potrà fondare la sua forza e la sua fiducia in se stessa e nella vita? Su nulla, poiché, quando non ho un’esperienza diretta e personale che conferma le mie parole, l’unica forma di convalida a cui posso affidarmi è la conferma o la smentita di qualcun altro. Ma quando un sapere si regge sulla parola degli altri, che razza di sapere è? Superstizione, cieca credenza e fanatismo!!! Diverrò uno stupido pappagallo pieno di vuota conoscenza, perché non sorretta dalla mia esperienza. Se qualcuno mi chiede “cosa ne pensi della pioggia?”, ed io rispondo “è bagna”, perché mille volte sono stato esposto a un temporale, questa risposta non è né giusta né sbagliata, ma è un fatto, una realtà, una verità che mai dubiterò. Infatti, se qualcuno dovesse iniziare a gridare per le strade che l’acqua brucia, lo riterrei un folle, e con grande compassione cercherei di portarlo all’aria aperta in attesa della prima pioggia. Se poi, dopo aver vissuto un temporale, dovesse continuare a sostenere che l’acqua brucia, senza voltarmi riprenderei la mia strada e lascerei il poveretto andare per la sua. Ma se per tutta la vita ho creduto che la pioggia bagna senza averne mai fatto esperienza, ma solo perché ho ascoltato le parole d’altri, il giorno in cui dovessi incontrare un povero pazzo che sostiene che la pioggia brucia, magari anche lui perchè ha creduto alle parole d’altri senza mai avere un’esperienza diretta e personale, come mi comporterò? Come ci comporteremo? Sarà molto probabile che entrambi ci perderemo in inutili disquisizioni filosofiche, qualora fossimo d’animo tiepido e gentile, o in violente scazzottate, qualora il nostro sangue scorresse caldo e ardimentoso nelle nostre vene. Sono sempre gli ignoranti, che si credono sapienti, quelli disposti a difendere le loro convinzioni con la violenza. Il motivo di tutto ciò è semplice: se fra due interlocutori nessuno sa cosa sia la vera pioggia e da dove venga, perché gli è solo e sempre stato parlato della pioggia, a lungo, sino alla nausea, sino al condizionamento totale, ma senza mai fargli vivere un’esperienza reale, totale, nessuno saprà come porre definitivamente fine alle chiacchiere, poiché, qualora stessero anche discutendo sotto ad un acquazzone, nessuno dei due potrà mai comprendere che quelle gocce che gli cadono in testa sono pioggia. Il secondo motivo è che quando, in relazione alle cose più importante della nostra vita, come la morte, l’amore, dio o l’eternità, riceviamo solo condizionamenti, teorie, opinioni, credo e dogmi, ma nessuna via per avere un’esperienza diretta, personale e indubitabile, il nostro Essere, in profondità, rimane sempre e ugualmente consapevole d’esistere ancora assetato e ignorante di verità. Ecco allora che la nostra paura, inconsciamente, crescerà sempre più, portandoci, paradossalmente, ad aggrapparci con sempre maggior forza a quelle quattro idee prese in prestito che abbiamo, perchè una menzogna rassicura sempre più della verità in merito alla nostra ignoranza, per questo gli uomini arrivano spesso a uccidere per difendere le loro idee sull’amore, dio, la fratellanza e l’armonia. Da quanto detto sino ad ora risulta, però, che quando conosco per esperienza qualcosa, questo qualcosa per me diviene una realtà, un fatto, e, pertanto, tale esperienza per me non sarà più tema di discussione o verifica e nemmeno punto di conflitto o imposizione. Il fulcro, quindi, non è ciò che pare giusto o sbagliato, ma ciò che è reale o irreale, l’esperienza diretta o l’inesperienza. Sembra quindi evidente che quando affermo per esperienza che la pioggia bagna, questo non può essere definito un giudizio, ma l’espressione verbale di un fatto, di un’esperienza indubitabile. Se ci pensiamo bene la parola giudizio e, ancora più, la parola pregiudizio, non si riferiscono all’azione di riportare in forma verbale un fatto, ma si riferiscono a tutte quelle affermazioni che formuliamo, nei riguardi del mondo, partendo da un a visione parziale e distorta della realtà. Il giudizio è quindi l’espressione di un pensiero che filtra l’esperienza attraverso le immagini e i vissuti incompleti del nostro passato. Perché dire “la poggia bagna”, quando questa affermazione è frutto della nostra esperienza personale, è un fatto, mentre dire “Luca è insopportabile”, non può essere definito un fatto, ma un giudizio o un pregiudizio? Semplicemente perché la pioggia, nell’esperienza di tutti, bagna, mentre Luca è sicuramente una persona piacevole per qualcuno. Ecco allora che il giudizio si mostra nella sua natura personalistica, limitata e condizionata. Quando esprimiamo un giudizio, in realtà, non stimo mai affermando un fatto su chi ci sta di fronte, ma unicamente su noi stessi. Sarebbe quindi giusto dire: “Quando incontro Luca, in me nasce una sensazione di intolleranza”. Questa è la comunicazione di un fatto. Ma quando noi diciamo “Luca è insopportabile”, in realtà, stiamo dicendo “Luca non è la persona che voglio io, non dovrebbe essere così, io lo pretendo diverso”. Il giudizio, nella sua essenza, esprime un nostro stato interiore di recriminazione, di non accettazione e di parzialità nei confronti dell’esistenza. Non vogliamo cambiare noi stessi, ma vorremmo che fosse il mondo a cambiare. Non siamo noi ad avere un problema con ciò che ci circonda, ma è ciò che ci circonda ad avere un problema con noi. Questo modo di pensare e di vedere le cose è la causa principale del nostro disastro personale, perché ci impedisce di iniziare ad agire sull’unica realtà che possiamo effettivamente cambiare, cioè noi stessi. Luca potrà anche avere qualche problema personale, ma se noi smettiamo di concentrarci su ciò che è fuori di noi e cerchiamo di comprendere cosa accade in noi quando Luca è presente, lentamente riusciremo a vedere come Luca, in realtà, sia solo un “attivatore” di una qualche nostra ferita personale, di un qualche nostro vissuto passato ancora irrisolto. Ecco allora che quando avremo risanato questa nostra ferita, scopriremo che Luca non ci apparirà più come una persona insopportabile, ma, molto più probabilmente, come una persona a sua volta sofferente, che necessita della nostra cura e attenzione quanto noi ne necessitiamo. Se poi proseguiamo con la nostra meditazione, scopriremo con quale frequenza e violenza il nostro giudizio non si rivolga solo al mondo che ci circonda, ma si accanisca anche e specialmente su noi stessi. La nostra mente, infatti, non può operare in un modo con ciò che sta fuori di lei e in un diverso modo con ciò che sta entro il suo raggio d’influenza, cioè noi stessi. La mente condizionata è cosa piccola, stupida e banale, pertanto, come tratta il mondo, così tratta se stessa. Non giudicate se non volete essere giudicati, affermano i Vangeli! Cosa significa questa frase? Se non volte finire sotto il fuoco del giudizio non allenate il vostro pensiero al giudizio, perchè il vostro pensiero è il mezzo attraverso cui pensate anche voi stessi. Quando siamo immersi nell’osservazione attenta e passiva del mondo che sta fuori e dentro di noi, ci accorgiamo di quanto la nostra mente sia piena di pregiudizi e giudizi. Iniziando a vedere tutto ciò, potrà addirittura accadere che giudicheremo il nostro stesso giudicare. Se ciò dovesse accadere, fermiamoci subito, non andiamo oltre, altrimenti ci faremo solo un grande male. Quando vediamo passare sullo “schermo” della nostra coscienza dei giudizi, accogliamoli con una risata interiore, con totale indifferenza. Come passa un pensiero felice, così passa un pensiero triste, un giudizio o un’idiozia. Bene, la pioggia bagna, ed è un fatto, così passa un pensiero violento, ed è un fatto, così passa un pensiero sessuale, ed è un fatto, così passa un giudizio, ed è una fatto, e avanti così, con pazienza, con leggerezza, senza la minima intenzione di volere che le cose siano diverse, senza iniziare a giudicare i nostri stessi giudizi: questo sarebbe solo l’ennesimo tranello che ci gioca la nostra attitudine al fraintendimento. Tutto esiste indipendentemente da noi, privo di alcun bisogno del nostro coinvolgimento, compresi i nostri pensieri e le nostre emozioni. So che per molti quanto vado dicendo sembra assurdo, ma non lo sarà più se inizierete ad osservare indifferentemente i modi e le forme attraverso cui si manifesta quella struttura di personalità con la quale vi siete identificati e che continuate a chiamare “Io”. Dadrim |
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Avvisi. notizie ed eventi del blog
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Mercoledì 15 Aprile 2009 09:36 |
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Ieri sera è morto Franco Volpi, ordinario di storia della filosofia contemporanea all’università di Padova. Uomo di vasta e profonda cultura che ho avuto il piacere di seguire e ascoltare, durante gli anni dell’università, spesso rapito dalla sua magistrale capacità di trasmettere in modo chiaro e semplice i passaggi più delicati e significativi del pensiero filosofico. L'ultima volta che lo vidi, dopo aver discusso un po' sul "pensiero" di J. Krishnamurti, mi consgliò la lettura di un testo che lui stesso aveva curato, e che a mia volta consiglio a tutti Voi: Novecento occulto - I garndi maestri dell'esoterismo contemporaneo, di Gerhard Wehr. Editore Neri Pozza.
Che grande buco si vede oggi nella veste del pensiero più libero e tenace…
Grazie Professore!
Dadrim
“Eppure, nel disagio dell'intelligenza che conosce i suoi limiti, lei non rinunciò mai al disperato tentativo, intrapreso fin dagli esordi, di strappare all'Essere la sua Verità”.
Frammento tratto dall’ultimo articolo scritto da Franco Volpi, dedicato a Simone Weil
Cliccate qui per leggere l'articolo completo.
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Meditazione e pratica
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Lunedì 13 Aprile 2009 19:10 |
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La nostra coscienza, ora come ora, è simile a un televisore perennemente acceso e sintonizzato su un canale che trasmette sempre gli stessi programmi. Ognuno di noi ha il suo canale personale, ma, più o meno, i programmi sono tutti uguali. Cambiano le voci, gli attori, gli scenari, ma il filo che regge la trama è sempre lo stesso: emozioni, desideri, ambizioni, paure, angosce, gioie che durano un istante, vecchiaia, malattia e morte...
Il vero, enorme problema che impedisce alle persone di uscire da questa ripetitiva situazione è il loro pensare d’essere totalmente e unicamente ciò che scorre nel video. Lottiamo con i pensieri che fluttuano nella nostra mente, cerchiamo di modificare gli stati interiori che percepiamo, crediamo alle ambizioni e ai desideri che rimbombano in noi, senza vedere come tutto ciò sia solo una costruzione che la nostra società, la nostra cultura e la nostra educazione hanno eretto sulle fondamenta della nostra coscienza: una coscienza che nasce limpida, libera e serena. Colui che guarda la televisione può vedere un bel programma o assistere a un tremendo film horror, ma il problema non cambia. Chi ha identificato la propria vita entro i confini della proiezione dello schermo è inevitabilmente destinato a soffrire terribilmente. Se guarda qualcosa di orrendo, trema e soffre durante tutta la visione del film, ma non trova comunque pace e serenità nemmeno quando comprende che il film sta finendo, poiché, totalmente identificato allo spettacolo, crederà di dover morire pure lui con la fine della proiezione. Il problema, pertanto, non è ciò che guardiamo, ma il ritenere d’essere quel che vediamo. È probabile che chi ha vissuto una vita piena di dolore, nella morte vedrà una sorta di benedizione, ma ciò non centra nulla con la realizzazione che raggiunge chi comprende che la sua reale natura è totalmente immune da qualunque recita o evento che scorre sullo schermo. Chi comprende d’essere semplicemente uno spettatore seduto su un divano, davanti ad un televisore che ripete sempre le stesse scene, ecco che d’un tratto inizierà a distogliere il suo sguardo da quel limitato quadratino di vetro e plastica, e così, guardandosi attorno, scoprirà d’essere sempre stato seduto in un luogo circondato da pace e silenzio. Ma tutto ciò può accadere solo a coloro che hanno iniziato a guardare con un atteggiamento attento e passivo la recita che va in scena ogni giorno tutt’attorno a loro, nelle loro menti e nei loro cuori. Quando iniziamo ad osservare e ascoltare lucidamente tutto quel che ci accade, tutto quel che ci circonda e tutto quel che riteniamo d’essere, lentamente scopriamo di vivere confinati entro delle abitudini e dei condizionamenti sempre uguali, limitanti e mortificanti. Chi ci ha detto che dobbiamo morire? Sappiamo chi siamo veramente? Questo corpo morirà, certo, ma chi ci ha convinti che noi siamo il nostro corpo? Chi ci ha convinti che la vita è lotta, ambizione, carriera, lusso e potere? Chi ci ha convinti che i massimi piaceri della vita sono il sesso, il narcisismo, l’appagamento dell’ego, il cibo, il bere e altre cose così piccole e marginali? Chi ci ha convinti che questa esistenza, così come noi la interpretiamo, sia la verità? Il programma che guardiamo dalla mattina alla sera andare in onda su tutti i teleschermi delle coscienze umane, indottrina a credere certe cose e a negarne altre, indottrina all’idea dell’esistenza di un dio raggiungibile solo da pochi eletti, dai santi, i messia, i profeti, indottrina a non fare grandi domande sull’esistenza, a pregare per vincere la schedina o per essere perdonati da presunti peccati. Io dico che questa esistenza è l’unica vera entità democratica, liberale, paritaria, giusta e uguale nei confronti di tutti e ogni cosa, dal filo d’erba sino al pianeta più grande. Questa vita non conosce differenze, pregiudizi, razzismi, dogmi, gerarchie, pertanto a tutti è data la possibilità di raggiungere il più grande dono che esista: l’esperienza della libertà e della verità. Non tutti possono diventare ricchi, potenti, famosi, ma tutti possono accedere a quella dimensione di coscienza ove ogni conflitto è risolto, ogni sofferenza è cancellata, ogni brama è riposta nel suo giusto spazio. Quando si giunge a questa esperienza come è possibile non vedere il perfetto equilibrio e la perfetta giustizia che reggono questo mondo? Ma noi oggi abbiamo totalmente rovesciato la reale scala di valori che permette all’uomo di ascendere a piani sempre più vasti ed elevati di coscienza. Per noi libertà significa poter comprare delle cose, andare a visitare luoghi esotici, scegliere con quali passatempi annoiarci di meno, poter pagare i migliori specialisti per allontanare il più possibile il giorno della nostra morte. Nemmeno immaginiamo che possa esistere un’altra forma di libertà, che non ci da come primo e unico obbiettivo la possibilità di fare, ma ci da come prima e fondamentale opportunità la realizzazione dell’Essere, di una vita senza paure, senza affanni, senza rancori, senza angosce. Oggi noi vogliamo prima realizzare l’inutile e il superfluo, poi, forse, se ci avanzerà tempo, chiederci qualcosa sull’esistenza dell’indispensabile e del reale. Oggi desideriamo ricevere, prima di tutto, un whiskey e una caramella, poi un giorno, forse, quando inizieremo a sentirci morire di fame e sete, chiederemo dove si può trovare un pozzo d’acqua e un pezzo di pane, ma chi ci dice che a quel punto riusciremo a trovare in tempo quel che ci serva per continuare a vivere? Tutto ciò accade perchè siamo totalmente identificati a soggettive, parziali, distorte, ignoranti, superstiziose e ingannevoli visioni della vita e di noi stessi. Siamo stati indottrinati e ingannati dai nostri genitori, dai nostri insegnanti, dai nostri leader, dai nostri capi spirituali, e questo per il semplice motivo che loro stessi erano e sono totalmente identificati e assorti nelle illusioni che vanno sostenendo e propagandando. Questa è una catena di schiavitù lunga quanto la storia dell’umanità e dalla quale solo pochi individui riescono ad uscire, non perché sia difficile, ma unicamente perché, ai più, sembra poco conveniente. Se smetto di guardare il mio bel programmino televisivo, cosa mi accadrà poi, cosa c’è realmente tutto intorno a me? Uscire dagli schemi dei nostri condizionamenti significa dover fare i conti con l’imprevedibile, l’ignoto, lo sconosciuto, la vera libertà e la vera avventura. Ma quanto temiamo l’essere veramente liberi e incontrare il diverso?! E certamente più rassicurante continuare a vivere sempre le solite quattro soddisfazioni o le solite due paure, almeno ci danno l’illusione di sapere chi siamo, dove andiamo e che fine faremo. Preferiamo convincerci d’essere destinati a morire e svanire nel nulla o d’essere destinati a entrare nel regno dei cieli, piuttosto di dover affrontare la realtà della nostra totale ignoranza su noi stessi e sul mondo. Affrontare la nostra ignoranza vorrebbe dire vedersi costretti a intraprendere una profonda e totale indagine su noi stessi e il mondo, ma quanti hanno il coraggio di voltare le spalle al tanto amato e rassicurante televisore a cui sin da piccoli siamo stati posti di fronte? L’immagine che più rappresenta la nostra situazione è quella di una persona seduta su una vecchia e logora poltrona, che fissa, da poche decine di centimetri di distanza, un televisore che proietta scemenze di ogni genere, quando tutto, intorno a lui, è vastità, bellezza, mistero e poesia. 
Detto ciò, se siamo veramente disposti a guardare oltre lo schermo dei nostri convincimenti, esiste una Via Maestra che ci può aiutare ad uscire dall’immedesimazione, in cui siamo caduti, con i programmi che vanno costantemente in onda sul nostro canale mentale. Questa Via Maestra è fatta di semplice e pura osservazione. So che molti, quando sentono queste tre parole, semplice – pura – osservazione, già sorridono e tornano a guardare le loro trasmissioni, perché credono che qualcosa come la verità, la realtà o l’esperienza dell’Essere, debba essere qualcosa di esoterico, di segretissimo, complicatissimo, per pochi eccelsi individui, ma cosa ci possiamo fare se, come dicevo prima, questa esistenza è così democratica e compassionevole da aver reso il suo segreto più nascosto accessibile a tutti, mentre le cose superflue e irrilevanti difficilmente realizzabile, conflittuali e portatrici di sofferenza? Così stanno le cose!! La Via Maestra che conduce alla verità su noi stessi è fatta di PURA-SEMPLICE-OSSERVAZIONE. Se iniziamo ad osservare come funzioniamo, vedremo che tutto il giorno la nostra mente è sempre indaffarata a proiettare pensieri, emozioni, progetti, attriti, conflitti, rancori, vendette, ambizioni, sogni o angosce sullo schermo della nostra coscienza. Tutto ciò non è “roba” nostra, tutto ciò è la spinta malata che l’ambiente in cui siamo cresciuti e in cui viviamo continuamente fomenta. Siamo nati liberi e sereni, poi abbiamo sviluppato un’idea di noi stessi e del mondo, ma questa idea non si è creata grazie ad una nostra limpida osservazione ed esperienza della realtà, ma è nata dall’indottrinamento che abbiamo subito. Quando riconosciamo tutto ciò, subito iniziamo a distanziarci e a divenire attenti a tutti quei pensieri e quelle spinte di desiderio che sferzano gli spazi del nostro mondo interiore. Quando iniziamo ad entrare in uno stato coscienziale passivo, ma allo stesso tempo vigile, creiamo quella distanza necessaria ad osservare, comprendere e trascendere tutti quei “turbini d’identità” che si muovono in noi. Lentamente diveniamo il centro del ciclone, là dove ogni cosa esiste in uno stato di quiete e da cui possiamo penetrare e sciogliere ogni conflitto. Quando iniziamo a divenire attenti e distaccati osservatori di noi stessi e del mondo che ci circonda, la nostra vecchia, condizionata e limitante struttura mentale ed emotiva inizia a sgretolarsi. Quando questo processo inizia, possiamo forse attraversare dei momenti difficili, perché quel groviglio di paure, ambizioni e pensieri che si dissolve, per noi è sempre stato anche l’unica forma di relazione attraverso cui abbiamo dialogato con la vita. Per questo potremmo attraversare dei momenti di confusione, di angoscia e di smarrimento, ma tutto ciò significa unicamente che ci stiamo muovendo sul giusto sentiero. È a questo punto del viaggio che dobbiamo avere il massimo coraggio e la massima fiducia per portare completamente a termine quel doloroso quanto inevitabile e avventuroso processo di autodemolizione. Dobbiamo riuscire a scollare la nostra faccia dallo schermo del televisore, dobbiamo balzare fuori dal turbinio di condizionamenti che generano l’illusione di personalità a cui ci siamo aggrappati e che è la prima causa di ogni nostra sofferenza. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, ogni secondo non dobbiamo mai dimenticarci di mantenere la nostra consapevolezza in uno stato di vigile e passiva osservazione di tutto e ogni cosa, dentro e fuori di noi. Prendiamoci, ogni giorno, del tempo, che andremo ad aumentare progressivamente, per rimanere soli, ad occhi chiusi, in ascolto e osservazione, ma non perdiamo questo atteggiamento nemmeno quando siamo in movimento o svolgiamo le più semplici azioni quotidiane come lavarsi, sistemare casa, guidare, mangiare, passeggiare… La Via Maestra è pura e semplice osservazione, vi sono poi molte altre “tecniche” che possono essere più o meno indicate, a seconda delle particolari strutture di personalità, ma ogni metodo, comunque, nella sua essenza rimanda sempre a uno stato di pura e semplice osservazione, uno stato di consapevolezza vigile e passiva. Non è il mistero della vita ad essere difficilmente penetrabile, siamo noi uomini ad essere divenuti così complicati da non potervi più facilmente accedere. Siamo divenuti come dei mille piedi che costantemente pensano e si chiedono quale piede vada messo per primo avanti, quando l’unico modo per fare esperienza del nostro Essere è smettere di pensare e iniziare a correre, danzare e ridere. Dadrim
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