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Sulla sensibilità, la forza e l'amore PDF Stampa E-mail
Sull'amore e le relazioni
Mercoledì 24 Febbraio 2010 15:10

Nadia ha scritto: Sono madre da 29 anni e ho un figlio meraviglioso, ed è proprio a causa della sua sensibilità e creatività che ha attraversato un periodo molto delicato che lo ha lasciato molto fragile. Io gli sono potuta stare solo vicino e dargli tanto amore, e lui, con la sua consapevolezza, ne è uscito, ma ti voglio comunicare quanto mi sono sentita impotente e mi sento ancora impotente di fronte alla sua dipendenza dal padre dal quale mi sono allontanata dopo tanta sofferenza, ma ho potuto capire tutto questo solo quando non ero più nella scena e guardavo tutto da lontano, come se non mi appartenesse più. Questo a volte mi fa stare male e mi sembra di avere lasciato mio figlio in balia di una tempesta, ma i messaggi che gli mando e il mio amore spero che lo portino fuori. Spero che tu, Dadrim, mi possa dare la tua opinione.

Un abbraccio Nadia

Dadrim ha risposto: Da quel che mi racconti tuo figlio ha ormai 29 anni ed è una persona sensibile e creativa. Essere sensibili, dal mio punto di vista, significa avere la capacità di percepire i significati e gli stati emotivi che determinano le nostre relazioni, sia nell'effetto che provocano nel nostro mondo interiore che in quello di chi ci sta accanto. Essere sensibili significa quindi vivere esposti alla realtà della vita, senza volerla manipolare e deformare in base ai nostri bisogni di sicurezza. Essere sensibili significa non aver potuto o voluto creare tutta quella serie di difese mentali ed emotive che permettono alla maggior parte delle persone di vivere relativamente immuni al dolore, ma pertanto prive di ogni possibilità di crescere in bellezza, armonia e saggezza.

La sensibilità di un bambino è un dono innato che va preservato in ogni modo, è la caratteristica umana fondamentale, ma questa nostra peculiarità non può essere semplicemente mantenuta, poiché in questo caso ci potremmo trovare, un giorno, di fronte ad un adulto fragile, insicuro ed esposto a quella perpetua sofferenza che si genera nell'incontro fra un'anima inconsapevolmente sensibile e un mondo “astutamente ottuso”. La nostra sensibilità deve crescere parimenti alla nostra consapevolezza di noi stessi e delle "furbizie dell'ignoranza umana".

È quindi fondamentale spronare la persona al viaggio di scoperta di quella dimensione a lei interiore, quella dimensione dalla quale è unicamente possibile rimanere aperti e sensibili al mondo senza esserne corrotti o distrutti. Quando un individuo prende “confidenza” con la bellezza, la vastità e la potenza del suo spazio interiore, la miseria di chi lo circonda, con tutta la sua cattiveria e necessità di succhiare energia vitale, viene vista, sentita, riconosciuta, ma non più subita. Ecco allora che la nostra sensibilità si esprime massimamente, divenendo per noi un limpido specchio su cui si riflette la realtà che ci circonda e grazie al quale possiamo interagire creativamente con le sfide della vita. Ma se la nostra sensibilità è da noi percepita come la superficie di un lago nel quale ogni volta che ci rispecchiamo vi cadiamo dentro, lo smarrimento e la confusione saranno inevitabili.

Dico questo unicamente per sottolineare quanto sia importante riuscire a mantenere la capacità di sentire pienamente le cose e quanto sia altrettanto importante trovare in noi quel centro dal quale è possibile gestire poi la forza degli eventi senza subirli.

Mi parli della dipendenza di tuo figlio dal padre. Quel che ti posso dire è che per me il problema non è tanto il padre ma la disposizione d'animo ad essere dipendente di tuo figlio. Questo padre può anche essere una figura disturbante, ma qualunque figura, alla lunga, diviene disturbante se ne siamo dipendenti, e la dipendenza è spesso il risultato a cui approda un'anima sensibile che non è ancora riuscita a trovare in se stessa quello spazio di quiete ed equilibrio necessario per affrontare le tempeste delle vita senza finire sempre in mare fra le onde.

Tu stessa dici che hai potuto capire tutto questo solo quando non eri più nella scena (nella tempesta) e guardavi tutto da lontano, come se non ti appartenesse più. Credo che questo sia il passo che lentamente dovrà fare anche il tuo ragazzo, ma considerando che tu stessa , la madre, sei riuscita a farlo per prima, sono certo che questa disposizione d'animo avrà, nel tempo, un forte riverbero anche in tuo figlio.

Ritengo sia ora fondamentale che tu non focalizzi la tua attenzione sulla relazione che tuo figlio vive con il padre, per quanto questa possa essere nociva, poiché da lui questo potrebbe essere vissuto, più o meno consapevolmente, come un dover scegliere con chi schierarsi: con te o con il padre. E questa scelta per un figlio è sempre e comunque devastante. Se il tuo amore e la tua consapevolezza lo sapranno guidare verso la scoperta del suo centro interiore, verso la piena consapevolezza del dolore che inevitabilmente nasce dall'essere dipendenti da qualcuno, bello o brutto, buono o cattivo che sia, sono certo che autonomamente scoprirà i modi e le forme per gestire liberamente e serenamente il suo rapporto con le persone, padre compreso.

Per fare ciò dobbiamo però essere riusciti a trovare in noi stessi quella dimensione di giusta distanza nelle relazioni, evitando così di curare una dipendenza creandone un'altra.

L'amore non crea dipendenza, ma come un fuoco perpetuo arde vicino al cuore di chi ci sta accanto, riscaldandolo e guidandolo lungo quelle tortuose e spesso dolorose strade che ognuno di noi deve attraversare per riuscire a trovare il luogo del suo personalissimo focolare interiore. L'amore, nella mia percezione delle cose, non è mai una guida direttiva, non è una strada ben tracciata da potenti lampioni con infiniti cartelli stradali e magari con una guida per ciechi che ci prende in braccio e ci porta alla meta, ma è più simile ad un faro che nella notte aiuta i capitani delle navi ad entrare autonomamente nel porto.

Credo infatti che la nostra esistenza trova significato non tanto nel tornare a casa, nel rientrare in un porto sicuro, questo sarebbe un po' come far ritorno all'utero materno, ma nell'imparare ad aprire gli occhi e sapersi muovere anche nelle situazioni più difficili. Quando questo è accade, tornare a casa sarà un gioco da ragazzi e avrà un bellezza incommensurabile, poiché torneremo come esseri innocenti e saggi e non più solo come innocenti bambini sempre esposti alla possibilità d'essere corrotti.

Ti auguro con tutto il cuore di poter essere sempre un potente faro per il tuo ragazzo e per tutte le persone che incontrerai lungo la tua via.

Con affetto,

Dadrim

 
Dentro o fuori PDF Stampa E-mail
Società e condizionamenti
Mercoledì 24 Febbraio 2010 00:18

Betty ha scritto: Caro Dadrim, io mi chiamo Elisabetta e vorrei avere un “confronto” con te riguardo i rapporti sociali nei quali ci scontriamo tutti i giorni e di cui ne gioiamo e ne soffriamo, dipende dalle situazioni. Io delle volte ho la sensazione di essere molto"strana" confrontandomi con la maggioranza delle persone, ho la sensazione netta di essere io la malata, malata di serietà , di rispetto, di sensibilità e voglia di sapere. La maggioranza vive una vita fatta di casa e lavoro, e non hanno ambizione di conoscere, viaggiare, sapere o prendere conoscenza di nuove culture, religioni. Delle volte sto male sapendo che vedrò e capirò molto poco di tutto quello che il mondo, meraviglioso, mi può trasmettere nel senso di "conoscenze", e so che il bagaglio di vita alla fine sarà molto piccolo, ma l'unica cosa che non voglio fare è farmi condizionare da i mass media, cercherò fino all'ultimo di ragionare su quello che è giusto o sbagliato, anche se delle volte è difficile.

Un saluto,

Betty

Dadrim ha risposto: Cara Betty, la maggior parte delle persone non vive ma vegeta, accetta tutto quel che gli viene raccontato, fatica e lotta per raggiungere obbiettivi che sono unicamente il frutto di un adeguamento ad un pensiero comune. Se ci accorgiamo di tutto ciò significa che in noi qualcosa si sta risvegliando o forse che quella nostra piccola vocina interiore è riuscita a non farsi completamente zittire nonostante tutto intorno a noi, sin dal nostro primo giorno di vita, abbia lavorato per sopprimerla.

Dal mio punto di vista il problema comunque non sta nel vivere fra casa e lavoro o girare il mondo e conoscere mille culture e religioni, il vero problema sta nel scegliere se vivere scoprendo chi siamo o vivere ignari di noi stessi. Sai, ho conosciuto persone molto ignoranti, cioè prive di cultura, ma estremamente sensibili, serene, semplici e capaci di grande introspezione, empatia e cura di sé, ma soprattutto degli altri. Ho poi conosciuto troppe persone che hanno avuto tutte le possibilità di studiare, viaggiare, conoscere tutto quel che oggi è investigabile, ma nonostante ciò le loro menti e i loro cuori sono aridi, insensibili, oscuri, astuti, complessi, quanto stupidi e pericolosi.

Possiamo girare il mondo e studiare l'intera enciclopedia, ma se non spendiamo altrettante, se non maggiori, energie per scandagliare l'animo umano, in primis il nostro, tutto risulterà vano.

Tu dici: “Delle volte sto male sapendo che vedrò e capirò molto poco di tutto quello che il mondo, meraviglioso, mi può trasmettere nel senso di "conoscenze", e so che il bagaglio di vita alla fine sarà molto piccolo”.

È vero, se ricerchi unicamente la conoscenza esteriore morirai con un bagaglio molto piccolo, ma infondo tutti noi moriamo con un bagaglio estremamente piccolo. La conoscenza è infinita, quel che oggi sappiamo domani sarà superato, e così per sempre. Questo è il processo dell'evoluzione scientifica, del sapere umano sui fenomeni dell'universo. I grandi intellettuali, scienziati o viaggiatori che oggi vivono su questo pianeta moriranno sicuramente molto più ricchi di conoscenze di quanto lo potremmo essere io e te, ma anche loro rispetto alla vastità del mistero dell'esistenza, lasceranno questo mondo stringendo fra le mani un granello di sabbia.

Cosa diversa vale per chi ricerca la conoscenza di sé, poiché costui può solo morire ridendo e danzando perché dentro di noi non v'è un'infinita conoscenza che sempre ci sfugge, ma v'è un infinito di cui possiamo diventare parte.

Per quanto riguarda i mass media, nel momento in cui iniziamo a vivere più consapevoli di noi stessi non possono più esercitare alcun effetto sulla nostra vita se non quello di apparirci come un film comico di pessimo gusto per cui non vale la pena di perdere tempo.

Per me la questiono più rilevante non è ragionare su ciò che è giusto o sbagliato, ma il scegliere se vivere dentro di noi o fuori di noi.

P.S.: la vita è veramente meravigliosa. Conoscere, viaggiare, studiare... sono tutte cose che costano denaro. Conoscere se stessi invece è completamente gratis!!! Questa si che è vera democrazia! Come amo questa vita, così equanimamente indifferente a tutti i nostri giochi di potere!!!

Un abbraccio,

Dadrim

 
Tecniche di meditazione: catarsi e osservazione PDF Stampa E-mail
Meditazione e pratica
Lunedì 22 Febbraio 2010 19:36

Domanda: Nelle meditazioni attive di Osho, in alcune ci si deve fondere con ciò che si sta facendo, cioè in una meditazione si deve danzare totalmente divenendo la danza e non uno spettatore, poi c'è la meditazione dinamica in cui invece bisogna essere un osservatore. Allora mi chiedo che differenza c'è tra questi due metodi? Sono due metodi differenti che portano allo stesso fine, oppure sono due cose diverse? Oppure servono entrambi e bisogna iniziare prima con uno e poi con l'altro? Si dice anche che nelle azioni tipo il correre, il camminare, il danzare, oppure semplici azioni quotidiane, bisogna appunto entrare nell'azioni tanto da dimenticarsi di se stessi così che rimanga solo l'azione. Poi ho letto anche, invece, che bisogna essere consapevoli dell'azione, per esempio, prestare attenzione al contatto dei piedi con il suolo mentre si cammina o all'aria che incontra il corpo. Anche in questo caso sono confuso, mi chiedo: nelle mie azioni quotidiane devo essere totale tanto da dimenticarmi di me stesso oppure devo pormi come un osservatore delle cose? L'osservazione distaccata vale solo per pensieri ed emozioni o anche per il corpo? Mentre per esempio cammino o mangio devo essere totale (anche se non riesco perché mi distraggono molti pensieri e preoccupazioni) oppure devo prestare attenzione al cibo ai movimenti che compio eccetera, o ancora, devo osservarmi come se fosse il corpo che mangia? In queste azioni quotidiane se osservo i pensieri mentre compio l'azione può darsi che mi disconnetto dal presente? Quindi è giusto o sbagliato?In poche parole da dove dovrei iniziare per essere totale in ciò che faccio e innocente come un bambino che compie le azioni, appunto, in totalità?

Risposta di Dadrim: Caro Manuel, più approfondirai attraverso una pratica quotidiana costante uno qualunque dei metodi che mi riporti, più comprenderai a livello esperienziale la tua realtà interiore. Se non mollerai “il sentiero” comprenderai per tua esperienza diretta perché a volte viene detto di osservare mentre altre volte di gettarsi totalmente in una azione. Vedrai con i tuoi stessi occhi cosa significa divenire sempre più totali e radicati nell'istante presente, privi di pensieri, sotterfugi e contraddizioni come sono i bambini appena vengono al mondo.

La nostra esperienza personale e diretta è l'unica cosa che conta, poiché anche se qualcuno fosse abile con le parole e ci spiegasse per filo e per segno ogni cosa, noi non ne ricaveremmo niente se poi non entrassimo in noi stessi a fare esperienza reale delle cose. Il rischio più grande è sempre quello di divenire dei grandi conoscitori della letteratura spirituale senza avere la minima conoscenza reale di se stessi. Sai, capire sulla carta e ricordare tante cose non costa poi molto, cosa ben diversa è invece l'entrare veramente in noi riuscendo a compiere il viaggio che ci porta dall'incoscienza alla consapevolezza.

Capire le cose a livello intellettuale è come prendere una carta geografica e rendersi conto della distanza che separa il polo nord dal polo sud, vedere i continenti che vi sono lungo il percorso, i diversi tipi di territorio, i possibili ostacoli e così via. Fare esperienza diretta significa invece prendere la carta geografica che qualcuno ci ha dato e che con fiducia abbiamo ricevuto e partire per il lungo viaggio con i nostri piedi.

Fatta questa dovuta premessa cercherò di rispondere alle tue domande consegnandoti qualche altro pezzo della mia piccola, ma personale, cartina geografica, che ho disegnato nel tempo mettendo, con estrema fatica ed attenzione, un piede dopo l'altro, a volte aiutato da qualcuno, molte altre solo e disperso fra i deserti e le foreste del mio mondo interiore.

Viene detto di osservare i pensieri, le emozioni, il corpo, ecc, mentre altre volte viene detto di gettarsi totalmente nell'azione dimenticandosi completamente di se stessi. Queste affermazioni non sono per nulla contraddittorie, sono solo i due estremi di uno stesso processo: il processo di dissolvimento della nostra limitata e isolante personalità, più spesso detta semplicemente ego.

Per comprendere il perché l'osservazione attenta e passiva, nel fine, non si differenzia da una pratica di abbandono totale in attività corporee, è necessario fare alcune puntualizzazioni sulla struttura del nostro ego.

Potrei anche dirti pratica un'attività e non farti troppe domande perché praticando scoprirai, ma nella mia esperienza personale ho visto che quando la mia mente non riusciva più a trovare un senso a quel che facevo lentamente mi logorava nella volontà e nella costanza sino a farmi fermare. Ora la mia mente può pure dire quel che le pare poiché ho compreso che il desidero di comprendere, ad un certo punto del viaggio, non è più una nave che ci porta lontano ma una pesante ancora che ci impedisce di spiccare il volo. Voler capire è solo l'inizio, poi giunge un momento in cui la nostra consapevolezza intuisce i limiti stessi del comprendere mentale e inizia a sviluppare una fiducia e trovare un significato per quel qualcosa che non ha più alcuna ragione.

Ritengo quindi sempre e comunque fondamentale il passaggio attraverso il pieno esercizio della ragione poiché questo previene il rischio di cadere in tutti quei credo e quelle fedi che sono solo figli della paura e dell'ignoranza.

Tornando alla nostra struttura di personalità va detto che ogni nostro guaio nasce dal fatto che in noi esiste un centro condizionato per mezzo del quale ogni nostra emozione, azione e pensiero vengono manipolati, deformati o totalmente creati. Questo centro, che solitamente chiamiamo ego, cos'è e come nasce? L'ho già ampiamente descritto in altri momenti, ma un ulteriore passaggio non fa mai male, magari oggi vedo cose che ieri non vedevo.

La consapevolezza del bambino è uno specchio limpido, non è sporcata da esperienze, memorie, è limpida e riflette ogni cosa, sia quel che accade nel mondo fuori, sia quel che accade nel suo mondo interiore. Il bambino è totalmente immerso nel presente, non conosce passato ne futuro, non ha ambizioni, non ha idea di sé. Questa è la sua magnificenza ma anche il suo limite. Il bambino è un dio inconsapevole, vive in una condizione estatica ma non lo sa, poiché non ha idea di se stesso, non ha idea del mondo. Lentamente, crescendo, il bambino, rispecchiandosi nelle relazioni con chi gli sta accanto, inizierà ad accumulare una serie di esperienze fatte di piacere e dolore. Inizierà poi ad acquisire una serie di idee su quel che è giusto e sbagliato, su quel che si può fare e non fare, su chi è lui, cosa dovrebbe diventare, che mete dovrebbe perseguire, in che modo, in che tempi, in che luoghi. Lentamente la consapevolezza del bambino viene imbrigliata all'interno di una serie di confini emotivi e mentali. Ecco allora che si genera quella che chiamiamo coscienza. La coscienza non centra nulla con la consapevolezza, poiché è un fenomeno generato dalla risposta ai condizionamenti del mondo esterno. Quanti genitori ripetono in continuazione ai loro figli cose come: sei una peste, sei un angioletto, sei il bambino bravo della mamma, sai che così fai soffrire la nonna e menate varie... Tutte queste semplici affermazioni hanno dei potentissimi condizionamenti più o meno impliciti. Per essere il bambino bravo della mamma quando sei a scuola devi rispondere in un certo modo, quando ci sono ospiti a cena in un altro, quando si va dallo zio in un altro ancora... Ecco che la coscienza si forma, ecco che la consapevolezza del bambino sta per essere imbrigliata in mille richieste, paure, ricatti e credenze.

Capisci cosa intendo? Capisci la differenza fra consapevolezza e coscienza?

Durante un pranzo interminabile, come spesso sono quelli degli adulti, un bambino, dopo aver pazientemente ascoltato le varie discussioni fra i sui genitori e gli ospiti, ad un certo punto, esclama: “Mamma, andiamo a giocare al parco, qui è una noi mortale, non trovo nessun divertimento nelle vostre storie!"

Per il bambino tutte quelle chiacchiere sono storie noiose, ma per gli adulti sono grandi verità e come spesso accade, con tono irritato e sgarbato qualcuno riprende il bambino dicendogli che non può capire perché sono cose da grandi e che deve rispettare gli adulti.

Perché il bambino perde la capacità di fare affidamento sulla sua consapevolezza e accetta i condizionamenti del mondo estero? Semplicemente perché il bambino non sa quanto sia d'inestimabile valore la sua limpida capacità di percezione, la sua intelligenza non ancora imbrigliata alle assurdità della cultura che lo accoglie, perché ha piena fiducia nei suoi genitori e nelle persone a cui questi lo affidano, perché ne va della sua sopravvivenza dato che non conosce nulla del mondo e coloro che lo curano sono tutto per lui. Noi adulti non abbiamo ancora capito quanto poco basterebbe per rendere un bambino autonomo e forte, forse perché fare ciò vorrebbe dire non poterlo spingere a divenire quel che noi vogliamo. Ma infondo non si sono mai visti dei carcerati che abbiano saputo far nascere qualcuno fuori dalle mura della loro prigione.

La nostra coscienza divine quindi il centro attraverso cui controlliamo ogni nostra azione, ogni sentimento, ogni pensiero, ogni relazione e incontro con il mondo, ma poiché la nostra coscienza non è altro che una serie di idee e comportamenti presi in prestito o assimilati a forza, le nostre vite divengono un triste campo di battaglia fra quella spinta vitale innata che ancora brucia nelle nostre profondità e quella forza coercitiva che da fuori ci è stata imposta.

Se ci osserviamo con attenzione vediamo come in noi continuino a scorrere sullo schermo della nostra mente pensieri in conflitto fra loro, spinte emotive in contraddizione, momenti di pura confusione, stati d'ansia, panico o disperazione, quanto superficiali momenti di felicità dati dal vano raggiungimento di alcune di quelle mente che tanto ci hanno indottrinati a raggiungere. Che bello essere felici perché si ha appena fatto un bel mutuo per una casa o per una promozione sul posto di lavoro o per una bella macchina nuova, un vestito o una nuova fotocamera, peccato poi che con le persone che ci circondano non riusciamo ad essere sereni per più di ventiquattro ore e men che meno riusciamo ad essere sereni per più di due ore quando rimaniamo soli con noi stessi.

La consapevolezza percepisce di momento in momento lo stato di fatto delle cose, la totalità del presente, e partendo da questa percezione risponde liberamente e creativamente. Un individuo consapevole non ha idea di sé, poiché non si muove partendo da idee aprioristiche o emozioni fissate in memoria e perennemente latenti.

Quando sviluppiamo un atteggiamento di osservazione attenta e passiva cosa stiamo tentando di fare? Stiamo semplicemente tentando di prendere le distanze dalla nostra personalità condizionata, stiamo creando una distanza fra colui che guarda e la cosa osservata affinché si possa giungere al punto in cui la nostra consapevolezza torna ad essere in grado di rispecchiare le cose per quel che sono e, attraverso la sua innata capacità d'intuizione, possa definitivamente liberarsi, tornando così a scorrere limpida e serena con il fiume della vita.

Osservare non significa pensare, non significa fissarsi nell'ascolto di una qualche emozione più o meno gradevole, ma significa abbandonare ogni forma di controllo, giudizio, intromissione. Significa rimanere in disparte e lasciare che il nostro fiume interiore si esprima in qualunque modo voglia farlo. Lento e tranquillo, tremendo perché in piena, maleodorante perché stagnante: tutto va bene, perché tutto ciò non è più affare nostro, tutto ciò è solo l'effetto di quel processo di indottrinamento e condizionamento a cui siamo stati esposti.

Osservare significa stare come morti dentro di noi mentre la sconvolgimento del nostro vulcano interiore si esprime sino ad esaurimento, e grazie a questo porsi in modo passivo, ma vigile, la lotta fra pensieri ed emozioni in contraddizione cessa e la pace interiore viene riconquistata. Si torna così ad essere come bambini, e sottolineo il come, poiché il bambino viveva nella beatitudine di una consapevolezza potenziale limpida e originaria, ma non avendo alcuna esperienza era destinato a perderla. Ora invece, niente e nessuno potranno sottrarci questa consapevolezza riacquisita poiché abbiamo attraversato tutto il dolore e la fatica del conoscere, del crescere e del comprendere, sino a ritornare a noi stessi.

Cosa accade invece quando ci abbandoniamo totalmente a delle attività corporee? È lo spetto processo, solo che il primo parte della consapevolezza e poi lentamente arriva ad ogni dimensione del nostro essere. Osserviamo il corpo, i pensieri e le emozioni, e lentamente vediamo le tensioni fisiche sciogliersi, poi i pensieri diminuire, poi le emozioni indebolirsi nella loro forza dominante.

Quando ci abbandoniamo totalmente ad una attività fisica, sino a raggiungere un punto di perdita totale del controllo su noi stessi, la nostra coscienza perde la sua capacità di mantenerci entro i limiti dei suoi condizionamenti e tutto quel che è stato represso, negato o confinato emerge alla luce della consapevolezza. L'attività fisica viene portata sino alla nostra massima capacità d'intensità, poi solitamente ci si arresta e si rimane in quello stato di rilassamento. Se osservi bene la dinamica di queste pratiche vedi come anche qui l'obbiettivo sia portare la persona in quella disposizione interiore da cui è possibile rimanere semplicemente in osservazione, in ascolto, senza più manipolare, pensare, controllare.

Che si parta dall'osservare quel che si fa o che si parta dall'abbandonarsi totalmente ad una qualche azione per poi lasciare che l'osservazione accada, il fine è sempre lo stesso: permettere alla consapevolezza di rispecchiare totalmente la nostra struttura interna condizionata e limitante, affinché questa venga pienamente vista, compresa e trascesa.

Per qualcuno è più indicato l'approccio dell'attività catartica e poi dell'ascolto, per qualcun altro è più adatto l'approccio dell'ascolto e dell'osservazione sin da subito. Nessuna via è meglio dell'altra, nessuna via e più veloce dell'altra, tutto dipende unicamente dall'intensità che vi mettiamo, da quanto siamo onesti e determinati.

Uno dei libri che più amo è “Il libro arancione. Tecniche di meditazione”, di Osho.” In questo testo puoi trovare tutte le tecniche che desideri. Il mio consiglio è: scegline una, quella che senti più naturale e semplice, e poi dimentica tutto il resto, non frullare troppo con la mente perché questo è uno dei trucchi più sottili con cui ci freghiamo sempre. Il nostro pensiero vuole sempre e continuamente controllare tutto, capire tutto, anche quando non v'è più nulla da capire.

Un caro saluto,

Dadrim

 
I tre sentieri: corpo, mente, emozioni PDF Stampa E-mail
Meditazione e pratica
Sabato 20 Febbraio 2010 19:03

Manuel ha scritto: Salve, sono un ragazzo molto interessato alla spiritualità e leggendo articoli del suo sito sono stato travolto dal grande interesse. Oltre ad essere interessato alla meditazione, però, la vorrei praticare correttamente e per questo vorrei capire meglio alcuni punti. Quello che più mi interessa è il fattore dell'osservazione distaccata, l'essere testimone. Le mie domande a riguardo sono:

Prima domanda: “Per arrivare a conoscere un saldo osservatore distaccato, cioè rafforzare questo osservatore, è necessaria solo la tecnica di meditazione in sé o bisogna, durante la giornata, continuamente tornare a se stessi per essere presenti in ogni azione che si fa?”

Risposta: Non arriveremo mai a conoscere l'osservatore, poiché chi conosce chi? Un giorno saremo, punto e basta. L'osservazione attenta e passiva durerà sino a quando in noi saranno ancora presenti pensieri ed emozioni fluttuanti, durerà sino a quando sussisterà una resistenza fra colui che osserva e la cosa osservata. Quando questo processo arriverà al suo apogeo non vi sarà più nulla da conoscere per come ora facciamo esperienza del conoscere. Noi oggi conosciamo unicamente all'interno della dinamica soggetto – oggetto. In noi passa un pensiero, un'emozione, poi ne diveniamo consapevoli, ed ecco nascere l'oggetto (il pensiero, l'emozione) e il soggetto (colui che ne è consapevole).

Se ci osserviamo interiormente vediamo che in noi passano numerosi pensieri ed emozioni, oggetti di cui diveniamo consapevoli solo quando sono già passati e hanno esercitato la loro forza condizionante, ma questo è solo l'inizio.

Più continuiamo ad osservare, più vediamo che riusciamo ad essere consapevoli dell'intero processo di generazione, transizione e dissolvimento dei pensieri e delle emozioni nell'esatto istante in cui accade. Quindi, più matura il nostro essere consapevoli, più riusciamo a comprendere quel che si muove in noi in ogni singolo istante. Inizialmente sarà difficile riuscire ad osservarci anche nelle azioni più semplici come lo stare seduti ad occhi chiusi (perché perderemo continuamente la capacità di osservarci cadendo dentro la trama del nostro film mentale o ci addormenteremo) o il camminare (perché mille cose lungo la strada cattureranno la nostra attenzione). Per questo viene sempre consigliato di iniziare l'osservazione da cose molto semplici come l'ascoltare il respiro stando seduti ad occhi chiusi, l'osservare i propri pensieri, il compiere piccoli lavoretti in piena consapevolezza (pulire i pavimenti, lavare i piatti, levigare un tavolo...), eseguire semplici esercizi fisici rimanendo in totale ascolto del corpo.

É estremamente difficile rimanere consapevoli di se stessi quando si è in mezzo ad una folla o aggrediti dalle offese o dalle lusinghe di qualcuno.

Quando la nostra capacità di osservazione si sarà rafforzata i pensieri inizieranno a diminuire, poi le emozioni, così scopriremo d'essere capaci di rimanere in osservazione attenta e passiva anche nelle situazioni più complesse, cotiche e agitanti.

Quando vedremo dissolversi ogni perturbazione interiore, e stando seduti in osservazione non affioreranno più oggetti, ne di pensiero ne emotivi, cosa accadrà? Chi conoscerà chi? L'osservatore non può essere conosciuto, l'osservatore esiste solo sino a quando in noi v'è qualcosa da vedere, ma quando questo processo giungerà ad esaurimento anche l'osservatore morirà per lasciare spazio alla dimensione dell'essere, quella che Osho definiva come l'accadimento del testimone.

Mi chiedi se basta una tecnica di meditazione o se bisogna, durante tutta la giornata, continuamente ritornare a se stessi. Inizialmente ritengo utile ritagliarsi un piccolo spazio di tempo giornaliero (10 – 20 minuti o quanto si sente senza troppo sforzo) in cui si pratica una qualche forma di esercizio meditativo. Oltre a questo, poi, se durante la giornata, ogni tanto, ci ricordiamo di assumere un atteggiamento osservativo, meglio, anche se inizialmente accadrà raramente, ma non è un problema. Lentamente il nostro spazio meditativo giornaliero andrà naturalmente e senza grandi sforzi ampliandosi sino a quando vedremo che sempre più spesso ci accadrà di posizionarci in quella dimensione anche nelle varie situazione che affronteremo durante le nostre giornate “mondane”.

Seconda domanda: “Lei dice che bisogna osservare tutto ciò che c'è al nostro interno senza farci coinvolgere, ma un principiante deve iniziare così oppure deve procedere per gradi osservando prima il respiro, poi, diventato più esperto, passa ai pensieri, poi alle emozioni, ecc. Oppure può iniziare direttamente sedendosi, chiudendo gli occhi e osservando tutto ciò che appare? Se fosse vera la prima io ho un problema a osservare il respiro perché soffro d'ansia e non riesco a osservarlo perché si agita sempre più e mi si crea dolore allo stomaco.”

Risposta: Io ho fiducia in tutto ciò che ci viene naturale e semplice, pertanto se a qualcuno viene facile ascoltare il respiro, bene, parta pure da qui, se viene facile partire dalle emozioni, bene, se dal pensiero o dal corpo, altrettanto bene. Il problema non è da dove partiamo ma soprattutto partire, continuare senza perdere l'intenzione e aggiustare il tiro lungo la via.

Vi sono persone che sentono più facile partire dai pensieri, altre dal respiro, altre che solo a stare sedute ad occhi chiusi due minuti entrano in crisi e non vogliono più sentire parlare di meditazione o corbellerie simili per il resto della loro vita. Ecco allora che credo sia fondamentale trovare sempre la via più naturale e affine alle caratteristiche dell'individuo. Solitamente i piani di ingresso all'osservazione di se stessi sono tre: il corpo, la mente e le emozioni.

Sta a noi comprendere quale di questi tre aspetti ci è più congeniale.

La base di ogni pratica spirituale è l'esercizio di osservazione, sviluppare l'attitudine ad essere consapevoli, sensibili, attenti a quel che accade, dentro e fuori di noi, interrompendo così quel processo di risposte meccaniche, inconsce, in cui solitamente siamo intrappolati.

Il respiro ti agita, bene, lascia perdere, prova ad essere semplicemente consapevole di tutto quel che passa sullo schermo della tua coscienza: pensieri, emozioni, percezioni fisiche. Prova a non essere tu colui che decide cosa vedere e sentire, ma lascia che le cose vengano da sole, tu rimani semplicemente in ascolto, passivo, rilassato quanto puoi. Se v'è tensione, bene, ascolta e accetta la tensione, si rilassato nella tensione, se v'è paura, bene, se v'è confusione mentale o fantasticherie varie, bene, non collaborare, non cadervi dentro e rimani in osservazione, accetta tutto e ogni cosa, almeno per quel tempo che giornalmente dedichi alla pratica meditativa.

Se lo stare seduto ad occhi chiusi in ascolto e accettazione ti dovesse risultare inadatto, non c'è problema, magari per te è più corretto partire dal corpo facendo quotidianamente una corsa in un luogo solitario, poco esposto a stimoli, o facendo una passeggiata, una nuotata, semplici esercizi di stiramento muscolare con un rilassamento finale (sdraiati a terra e chiudi gli occhi), dove permetti al tuo corpo di lasciarsi andare al sonno. Tutti questi esercizi fisici vanno sempre praticati mantenendo uno stato interiore di ricettività ad ogni sensazione fisica, pensiero o emozione.

Non credo esista un metodo giusto, credo esista unicamente un atteggiamento di base che può rendere ogni azione idonea alla trasformazione interiore, e questo atteggiamento è dato dall'osservazione attenta e passiva, dal costante esercizio della nostra consapevolezza.

Terza domanda: “Ho provato durante il giorno ad osservarmi in ciò che faccio, ma a volte penso che stia sbagliando qualcosa come se non stessi osservando ma pensando a ciò che faccio o concentrandomi troppo. Quali sono i requisiti per un'osservazione quotidiana che devo fare? Devo iniziare ad osservare il corpo, poi i pensieri e poi le emozioni?”

Risposta: Pensi di sbagliare qualcosa proprio perché hai iniziato ad osservarti e questa osservazione già porta i suoi frutti. È questo il segreto di tutto, quando iniziamo ad osservarci, lentamente ci autoregoliamo stabilendo costantemente un equilibrio interno al processo di osservazione.

Come ti dicevo nel punto due: “Prova a non essere tu colui che decide cosa vedere e sentire, ma lascia che le cose vengano da sole, tu rimani semplicemente in ascolto, passivo, rilassato quanto puoi. Se v'è tensione, bene, ascolta e accetta la tensione, se v'è paura, bene, se v'è confusione mentale o fantasticherie varie, bene, non collaborare, non cadervi dentro e rimani in osservazione, accetta tutto e ogni cosa, almeno per quel tempo che giornalmente dedichi alla pratica meditativa”.

Osservare significa accettare ogni cosa, bella o brutta, buona o cattiva. Osservare significa rilassarsi, divenire consapevole dello stato di fatto delle cose, della realtà che vive in noi e fuori da noi. Se manipoliamo, se interagiamo con i nostri pensieri, con le nostre emozioni, il nostro io vive sempre coinvolto nel fiume dei nostri condizionamenti, delle nostre memorie passate, e così non potrà mai uscirvi, non riuscirà mai a ripulire il suo specchio per tornare finalmente a riflettere la vita.

Osservare in modo passivo significa non fissare la nostra attenzione su nulla, lasciarla liberà, indistintamente attenta ad ogni cosa. Osservare passivamente è un'azione opposto all'osservazione attiva che è concentrazione, focalizzazione della nostra consapevolezza su di un unico punto. La concentrazione, l'osservazione attiva, ci rende tesi, intenti unicamente a scrutare minuziosamente ogni particolare di un oggetto, ci attrae potentemente alla cosa che guardiamo, facendoci perdere il contatto con ogni altra cosa, con la molteplicità dell'esistenza. Questo atteggiamento in certe circostanze e fondamentale (studio, lavoro...), ma se diviene un modo d'essere fisso, per noi iniziano problemi seri. L'osservazione passiva più la pratichiamo più crea in noi uno stato di rilassamento interiore, di apertura, di capacità di cogliere la totalità delle cose. L'osservazione passiva non è un'azione incentrata sul nostro ego poiché parte da un'accettazione totale, da una disposizione a non dominare, a non escludere, pertanto è un lento abbandono di quella parte di noi che vive condizionata: è una preparazione ad accogliere il mistero, l'ignoto.

Inizia da quel che più senti naturale.

Quarta domanda: “Se un essere umano pratica solo la meditazione sul respiro e null'altro, per esempio, questo lo porterà solo ad uno stato di rilassamento e visione più chiara delle cose, ad un osservatore distaccato, oppure riesce anche ad ottenere l'illuminazione?

Come vede sono alcune domande, più o meno riguardanti lo stesso oggetto, che però determinano quei vuoti che non mi fanno capire se ciò che faccio è giusto o sbagliato.”

Risposta: Cos'è l'illuminazione? Non lo so! Quel che so è che viviamo tesi, confusi, impauriti, violenti, in un costante atteggiamento di resistenza alla vita. Ma se iniziamo ad approcciarci a questa esistenza con un atteggiamento nuovo, fatto di sempre più vasta sensibilità, consapevolezza, apertura, in noi lentamente inizia ad affiorare uno stato di rilassamento sempre più profondo, una visione sempre più ampia, chiara, amorevole e serena. Cos'è tutto ciò? Come lo vogliamo chiamare? Cos'altro ci serve?

Un abbraccio,

Dadrim

 
Percorso iniziatico PDF Stampa E-mail
Sulla spiritualità
Giovedì 18 Febbraio 2010 22:38

IniziazioneEnza ha scritto:Ciao Dadrim, mi chiamo Enza e da un po' seguo il tuo blog. Mi interesserebbe sapere la tua opinione sul percorso iniziatico inteso come evoluzione spirituale dell'individuo. Ciao, grazie.

Dadrim ha risposto: La parole iniziazione deriva dal latino “initiare” che nella sua valenza originaria designava proprio l'ingresso ai misteri religiosi. In questa breve precisazione di carattere semantico possiamo già rintracciare le radici del concetto di “percorso iniziatico”. Con “percorso iniziatico”, infatti, solitamente si intende quel peculiare sentiero, fatto di dure prove e fatiche, che un individuo deve compiere per poter essere pronto a ricevere o generare in sé un qualcosa di ignoto, misterioso.

Nel contesto esoterico spirituale il percorso iniziatico è considerato come un'inevitabile processo di cambiamento. La persona, il gruppo o il testo che determina l'iniziazione è depositario di conoscenze segrete che vengono trasferite nella loro valenza trasfigurante e completa unicamente alla fine di un viaggio alchemico. Il percorso iniziatico, inoltre, è quasi sempre correlato all'idea dell'accadimento di una simultanea morte e rinascita dell'individuo poiché oltre che l'inizio determina anche la fine dell'esistenza espressa ad un certo livello di consapevolezza. Questa inevitabile “morte” è l'unica via che permette l'ascensione o l'ingresso ad un livello di realtà nuovo, ignoto.

Detto ciò, dal mio punto di vista, è la nostra stessa vita ad essere, nella sua essenza, un percorso iniziatico. Pensa anche solo alla nostra nascita: lo spermatozoo incontra l'ovulo, e dalla dualità si genera l'unità dell'embrione, che diviene poi un feto. Quest'ultimo vive per nove mesi nella più assoluta oscurità e dipendenza, sino al giorno in cui d'un tratto incontra la luce, il bisogno e la necessità di sopravvivenza, che paradossalmente sono le basi della sua futura indipendenza e libertà. Quale tremendo percorso iniziatico è questo? Per poter esprimere anche solo un primo vagito, quante prove dobbiamo affrontare? E quale mistero incontra il bambino non appena apre i suoi occhi su questo mondo? Non è forse questa una vera e propria morte e rinascita? Non è forse l'essenza stessa di questa esistenza ad esprimersi attraverso continue morti e rinascite, attraverso continui passaggi di forme di vita sempre più complesse e sensibili?

Il nostro viaggio nell'utero materno corre lungo strade inconsce e determinate dalla saggezza della natura, ma subito dopo, per noi, inizia nuovamente un ancor più grande e misterioso viaggio, quello che ci conduce dall'incoscienza alla piena consapevolezza. Questo è quel che viene propriamente detto percorso iniziatico, poiché non si può iniziare chi non è consapevole d'essere inconsapevole, e tale possibilità si acquisisce unicamente quando si comprende d'essere un “io”, un'entità autodeterminantesi. Ma quando scopriamo d'avere la possibilità di autodeterminarci, ecco nascere in noi ogni forma d'angoscia e paura, poiché il presupposto dell'autodeterminazione è anche la possibilità di autodistruzione, di mancare l'obbiettivo, di fallire e cadere nuovamente nell'incoscienza. L'autodeterminazione comporta un'enorme responsabilità, cosa che la maggioranza delle persone non riesce ad assumersi, per questo abbiamo creato falsi dei e prigioni mentali.

Pertanto, un vero percorso spirituale, dal mio punto di vista, non centra nulla con l'affidarsi a qualche stravagante setta segreta o santone, ma inizia nell'esatto istante in cui troviamo la forza di accettare la realtà fondamentale della nostra natura umana, una natura autodeterminantesi, consapevole e totalmente responsabile di sé.

Quando questo inizio è dato possiamo intraprendere qualunque percorso o ascoltare le parole di chiunque poiché non viviamo più per cercare una consolazione al dolore che comporta l'avere un'intelligenza, ma viviamo unicamente per aprire un varco alla nostra consapevolezza interiore.

Un vero percorso iniziatico consiste in un costante esercizio di consapevolezza.

Un abbraccio,

Dadrim

 
La paralisi del pensiero PDF Stampa E-mail
Crisi interiori
Domenica 14 Febbraio 2010 23:24

Filippo ha scritto: Ciao Dadrim, vorrei un consiglio per riuscire a sentire la voce interiore, non quella mascherata dalla coscienza o ciò che c'è in memoria: che altro non sono che concetti acquisiti con l'esperienza e da cui ci ri-specchiamo; cosa bisogna fare? Ma soprattutto come la riconosciamo? Io mi trovo in una situazione di perenne incertezza sulle decisioni da prendere (scelgo questo o quello, nero o bianco) che puntualmente mi portano ad allungare i tempi di realizzazione e difficoltà a concentrarmi e, in aggiunta, sensi di colpa. Una sensazione che mi porto dietro da ragazzino è il sentirmi prigioniero: ogni mia scelta non è mai mia, è sempre una re-azione a qualcosa, mio padre, amici, forse, comunque è sempre in funzione dell'opinione degli altri o un modello a cui conformarsi. Allontanarmi da questo modello è come perdere credibilità e sicurezza; esiste un attimo nella percezione dei fatti che è piacevole e poi subentra la razionalizzazione, i pro e i contro, in funzione dei miei modi di pensare, dettata, credo almeno, da come quel comportamento potrebbe essere valutato e a cosa arriverei. Questo arriva in automatico in situazioni che riguardano i sentimenti, il lavoro, l'amicizia, tutto in genere. Quindi ogni volta mi trovo sempre poco coinvolto e soprattutto con la paura di non riuscire ad affrontare le nuove situazioni. Riesco pure a trovare giustificazioni: sono vecchio, potrei sbagliare, non è quello che fa per me: qui parlo soprattutto della mia situazione attuale, cioè laurea, tirocinio, lavori come cameriere, età 34 anni, senza ragazza e con la sfiducia nel futuro e pochissima indipendenza.
Vorrei buttar via tutto e stare ad ascoltare ciò che voglio, è che quando lo faccio mi si presentano gli stessi dilemmi: Sono capace? Che prospettive ho se faccio questo? Vorrei credere e avere la forza interiore che ti porta lontano con la consapevolezza e la fiducia che ciò che faccio è giusto dal solo fatto che lo sento mio a prescindere da tutto il resto.

La difficoltà è estraniarsi da tutto ciò, rientro negli stessi schemi, anzi è come se mi sia costruito dei surrogati della realtà, che tendono ad allontanarmi dalle intenzioni, iniziative, facendomi allungare i tempi di decisione o realizzazione di qualcosa; e gli stessi dolori che compaiono ormai di frequente (gastrite) tendono a bloccarmi nel fare, avendo così paradossalmente la giustificazione nel non fare: un bel casino.
Io vorrei ascoltarmi per dare un taglio, ma poi eccomi da capo. Questo specchio si può lavare??
Come il ri-flettere??

Dadrim ha risposto: Caro Filippo, stai vivendo una situazione di paralisi esistenziale data da una struttura mentale che imbriglia ogni tua situazione o azione entro categorie ben definite. Ma vivere entro categorie mentali equivale a non vivere e tu lo stai sentendo sempre di più. “...mi trovo in una situazione di perenne incertezza sulle decisioni da prendere... mi sento prigioniero... mi trovo sempre poco coinvolto e soprattutto con la paura di non riuscire ad affrontare le nuove situazioni...”

Come spesso ripeto, ritengo che ogni qualvolta la nostra sofferenza e il nostro disagio arrivano a punti di grande intensità, sino a farsi percepire insopportabili, le cose per noi si stanno mettendo bene poiché la nostra consapevolezza è cresciuta sino al punto da non poter più vivere confinata entro quattro mura. Il problema però è cosa ne facciamo di questo messaggio che ci viene sotto forma di dolore: lo cavalcheremo per volare alti nel cielo o ne prenderemo paura e ci raggomitoleremo in un angolo della solita vecchia stanza?

Dalla tua lettera mi sembra di capire che i muri della tua stanza sono retti dalla paura del giudizio altrui, una paura che ti spinge a ricercare sempre l'azione giusta, la cosa buona da fare, la meno avventata e irrazionale, la più lodevole e condivisa. Ma in tutto questo macchinare della tua ragione le tue emozioni, i tuoi sentimenti e i tuoi bisogni finiscono sempre in secondo piano, in un piano così lontano che ora non sai più come contattarle e realizzarle.

Per uscire da questa impasse ora dici: “...vorrei credere e avere la forza interiore che ti porta lontano con la consapevolezza e fiducia che ciò che faccio è giusto dal solo fatto che lo sento mio a prescindere da tutto il resto”.

Vorresti uscire da una vita condizionata dal modello di giusto e sbagliato che gli altri ti hanno dato per seguire il tuo giusto e sbagliato, ma non vedi che non v'è differenza fra il tuo giusto e quello che la società ti ha introdotto. Il “male” è sempre lo stesso, il “male” è proprio il ritenere che esista un qualcosa di giusto da fare, da essere, da vivere. La società ci educa a vivere entro quello che essa ritiene giusto e sbagliato, poi noi cresciamo e comprendiamo quanto sia doloroso vivere entro i dogmi che altri ci hanno imposto. Iniziamo allora a mediare fra quel che sentiamo muoversi nel nostro mondo interiore e quel che riteniamo ci chieda il mondo fuori. Ma il mondo fuori esiste veramente? No, non v'è nessun mondo fisso, reale, “giusto” là fuori. Il bambino cresce ricevendo una serie di condizionamenti provenienti da un certo numero di agenti condizionanti (insegnanti, genitori, mass media...), questi condizionamenti si cristallizzano nella sua coscienza divenendo una sorta di controllore interno delle sue azioni, emozioni e pensieri. Gli anni passano e gli usi e i costumi della società cambiano, ma quel controllore interno, che il bambino ha fatto suo, solitamente non muore mai (perché pochi lo vogliono eliminare). Per questo vediamo sempre vecchi che si scontrano con i giovani in un eterno girotondo di regole e costumi sociali. In questo girotondo ogni generazione vive entro certi confini e determinati valori che non hanno nessun significato, non per la loro intrinseca valenza, ma per il semplice fatto che non nascono da una necessità interna dell'individuo ma da un adeguamento a delle logiche di appartenenza sociale. Nella mia visione delle cose, ogni volta che l'individuo depone la sua “sensibilità” in nome di una condotta collettiva, l'intelligenza muore schiacciata dal peso della banalità. L'intelligenza e la creatività sono sempre un fatto individuale, mentre la stupidità e la volgarità sono sempre la manifestazione di un'intelligenza potenziale che si è sottomessa all'altrui comportamento, all'appartenenza ad un gruppo o all'insignificanza dell'idea di massa.

Per esempio, pregare è un atto intelligente se una persona sente nascere in lei un profondo bisogno di rivolgersi ad una qualche entità, ma è un atto insignificante se un individuo prega perché la cultura in cui è nato gli ha insegnato che prima di andare a dormire bisogno recitare una qualche formula.

Il giusto e lo sbagliato sono concetti che hanno senso unicamente all'interno di un paradigma di pensiero condizionato. Il giusto e lo sbagliato, il buono e il cattivo, il lodevole o lo spregevole sono valutazione che si possono fare unicamente quando si ha un metro di paragone fisso. Ma dov'è questo metro di paragone fisso? Tutto cambia, tutto è in perenne ridefinizione. Questo metro di paragone fisso è un'illusione in cui l'uomo è caduto nel giorno in cui ha smesso di comprendere come ogni sua azione sia sempre e unicamente determinata e valutata dalla sua stessa consapevolezza e sensibilità.

Se un divino esiste si manifesta proprio nella possibilità umana di autodiscernimento. Solo il singolo può valutare il valore e il significato di una sua azione, di un suo pensiero o di un suo sentimento. Solo l'individuo ha la possibilità di sentirsi responsabile delle sue azioni, e per questo di modificarsi e crescere, ma non perché qualcuno, al di fuori di lui, gli ha posto dei codici, dogmi, comandamenti o altro, ma semplicemente perché la sua coscienza è un'entità sensibile, intelligente e autodeterminantesi per sua stessa natura. Il divino è il potenziale racchiuso nella nostra stessa coscienza. L'autodeterminazione di un individuo non ha nulla a che fare con i concetti di giusto e sbagliato o buono e cattivo che la società propina. La società cerca di costruire dei modelli statici di comportamento perché ha paura della natura mutevole, creativa e imprevedibile del singolo essere umano. Questa società è ancora troppo popolata da una coscienza collettiva paurosa di se stessa. Quando ogni individuo smetterà di creare astrazioni mentali che tenta poi di far valere per tutti, e inizierà ad aver fiducia nella sua stessa intelligenza e sensibilità e nella possibilità di autodeterminazione del singolo, vedremo nascere un mondo nuovo, un mondo ora inimmaginabile.

In questo mio discorso ovviamente non centrano niente le norme del codice civile e penale.

Caro Filippo, uscirai dalla tua paralisi non quando avrai la consapevolezza e la fiducia che ciò che fai è giusto dal solo fatto che lo senti tuo a prescindere da tutto il resto, ma quando inizierai a fare, sentire e pensare senza più chiederti se è giusto o sbagliato a prescindere anche da te stesso, poiché è proprio quel te stesso il luogo in cui si è cristallizzato il tuo controllore interiore.

Dimenticati di te e degli altri e senti semplicemente quel che vive al di là delle pretese delle nostre relazioni. Quel che più ti serve ora è gettarti nel fare e nello sperimentare il più possibile, fossero anche cose che poi ti si riveleranno insensate e inutili. Perché è proprio dal fare e dal provare mille strade che lentamente comincerai a percepire qual'è la strada che vuole la tua limpida natura interiore, al di là di ogni condizionamento. Sperimentati, mettiti in gioco, permettiti di essere infantile, banale, stupido e illogico, fatti poi una bella risata e ricomincia sempre e nuovamente da capo.

Credo che in questa tua situazione la pratica spirituale che più ti può essere utile consiste nel gettarti totalmente nell'azione, nel fare quotidiano, da qualunque punto parta e verso qualunque direzione vada. Se lavori lavora totalmente senza pensare al futuro, al guadagno, alla carriera. Se ami ama totalmente senza pensare al perché, al percome, al principio o alla possibile fine. Se vai a correre corri, se vai a dormire dormi, se i tuoi pensieri ti travolgono in un turbinio di dubbi e domande lasciati travolgere completamente, poi sorridi e inizia una nuova azione.

Ricordati inoltre che il nostro tempo in questa vita è molto limitato e spenderlo chiedendoci troppo se quel che facciamo è giusto o sbagliato, se lo facciamo per noi o per altri, se verrà bene o male è un lusso che non ci compete.

Un'altro utile esercizio è immaginare di avere ancora un anno di vita. Prova a fare questo esercizio d'immaginazione, immergiti totalmente in questo pensiero, convincitene; sono certo che molte cose inizieranno a sembrarti uno spreco di tempo e molte altre inizieranno a nascere in te con tutta la loro bellezza e forza.

Lo specchio si può lavare, basta iniziare ad agire. Usa qualunque cosa tanto non puoi sbagliare poiché quello specchio è la tua natura interiore e per questo non lo puoi rompere né perdere. Non è mai questione di giusto o sbagliato, di buono o cattivo, ma sempre e solo un fatto di esperienza e consapevolezza, e l'esperienza consapevole nasce dall'azione totale. Il giudizio e la speculazione derivano invece dall'agire parziale che parte dalla sola mente, dal nostro piccolo pensiero.

Un caro abbraccio,

Dadrim

 
I dubbi della mente (seconda parte) PDF Stampa E-mail
Crisi interiori
Sabato 13 Febbraio 2010 18:24

Athena DemengaContinuazione della risposta: "I dubbi della mente"

R. ha scritto: Ciao Dadrim, grazie per aver risposto, a momenti diventavo matta, anche perché non è frequente questa cosa, viene a tratti durante la giornata. A volte, addirittura, mi capita di parlare con altre persone di argomenti come shopping, lavoro, e mi viene in mente, ed io mentre parlo devo stoppare il discorso per rispondere alla mia mente, assurdo! Tutto questo mi snerva. Ho anche provato a mettere in analisi il mio modo di essere e il mio rapporto con il mio fidanzato con lui stesso. Gli ho raccontato tutto questo perché al mio lui non nascondo nulla, e in effetti tutto è normale, ci amiamo alla follia ci cerchiamo con gesti, sguardi, abbiamo sempre voglia di noi, ci telefoniamo a vicenda, se non lo vedo arrivare ho delle palpitazioni, insomma, tutto perfetto come due settimane fa. Ma poi la mia mente è come se lo mettesse in dubbio. Oggi sto un po' meglio perché ho detto alla mia mente che io amo il mio ragazzo e che non voglio ascoltarla più, che io e il mio cuore non abbiamo dubbi. Domani partirò per il weekend di San Valentino; sono emozionata, pero' allo stesso tempo sono triste perché non voglio che anche lì mi vengono queste chiacchiere nel cervello, voglio vivere serena con il mio amore e non farlo preoccupare.

Ti ringrazio, le tue risposte mi hanno risollevato il morale.

Da premettere pero' che tutto questo è incominciato all'improvviso due settimane fa, sul lavoro sono esaurita, ho avuto un accumulo di stress, forse è anche per questo. Pensa che volevo andare da uno psicologo, però poi ho detto a me stessa di voler provare da sola a distruggere tutto questo con l'aiuto del mio amore.

Dadrim ha risposto: Cara Rita, la pace interiore è una questione di infinita pazienza e fiducia. Ora hai detto alla tua mente che ami il tuo ragazzo e che non la vuoi ascoltare più. Le hai detto che tu e il tuo cuore non avete dubbi. Però domani parti per il fine settimana e sei triste perché non vuoi che queste chiacchiere ti passino per la mente. Il tuo non volere che le chiacchiere vengano è ancora un dare forza a queste. Non le puoi spegnere in un istante, come se fossero un interruttore della luce, dicendogli che non le ascolterai più. Nella mia precedente lettera ti scrissi queste parole: “Non metterti in conflitto con i tuoi pensieri, lasciali scorrere sullo schermo della tua consapevolezza come le nuvole scorrono nel cielo: non prestargli attenzione, la tempesta come viene anche va. Non serve che tu faccia nulla. Cerca piuttosto di ascoltare le cose partendo da una percezione totale. Ascolta attraverso il tuo corpo, attraverso i sentimenti e le emozioni, e se la mente inizia il suo chiacchierio, poniti nei sui confronti con indifferenza”.

Non mettersi in conflitto con la propria mente non significa dirle che non la ascolterai più. Prova ad immaginare di essere a tavola con una persona e mentre questa parla tu le dici che non la ascolterai più. Non credi che quella persona si irriterà ancor di più?! La tua mente ti comunica dei dubbi, disturba il tuo bisogno di vivere un rapporto perfetto con il tuo ragazzo. Non vedi la contraddizione, non vedi dove nasce l'attrito, la sofferenza? Una parte di te vuole vivere entro una certezza, entro gli spazi di un territorio ben definito e rassicurante, un'altra parte mette in discussione questi confini e la loro sicurezza. Da questa situazione non vi puoi uscire semplicemente dicendo ad una tua parte che non la ascolterai più. “Non metterti in conflitto con i tuoi pensieri, lasciali scorrere sullo schermo della tua consapevolezza come le nuvole scorrono nel cielo: non prestargli attenzione, la tempesta come viene anche va”. Queste parole vogliono invitarti ad accettare tutto quel che senti e pensi. Perché accetti quella parte di te che vuole vivere nella stabilità e nella certezza, mentre rifiuti la possibilità di cambiamento e incertezza? L'esistenza è sia certa che incerta, è sia equilibrata che squilibrata. Una valle può essere ora meravigliosa e immersa nel silenzio di un mattino luminoso quanto può essere, tra poche ore, funestata da un violento temporale che sradica alberi e gonfia i fiumi. Questa è la bellezza della vita, questa è la natura di ogni cosa che vive in questo universo. Se tutto fosse sempre quel che è, e non si desse la possibilità di cambiamento, nulla potrebbe crescere in bellezza e meraviglia. Non trincerarti in idee di perfezione e sicurezza, così smetterai d'avere paura delle tue idee di cambiamento ed incertezza. Accetta tutto quel che vive dentro di te, non opporti ad una tua parte per prediligerne un'altra. “Se la mente inizia il suo chiacchierio, poniti nei sui confronti con indifferenza”. Cosa significa questo? Qualunque pensiero è un chiacchierio! Tu però dai importanza a quel chiacchierio che ti dice: “Tutto è normale, ci amiamo alla follia, ci cerchiamo con gesti, sguardi, abbiamo sempre voglia di noi, ci telefoniamo a vicenda, se non lo vedo arrivare ho delle palpitazioni, insomma tutto perfetto”.

Capisci cosa intendo? Ti sto invitando ad abbandonare la cronaca mentale di quel che vivi. Sii indifferente alle parole negative che il tuo pensiero ti racconta come a quelle positive. Sono le due ali che fanno volare l'uccello del chiacchierio mentale. È sempre e solo quando il negativo e il positivo si scontrano per vincere uno sull'altro che nasce la lotta fra i contrari. Abbandona la dualità e lasciati andare alla percezione della totalità. Lascia che il positivo e il negativo si fondano uno nell'altro, da ciò si genera una vera armonia. Come accetti i tuoi “buoni” pensieri, così accetta quelli che reputi i tuoi “cattivi” pensieri.

Al di là di quel che pensi esiste quel che senti, e il sentimento è sempre più totale ed armonico del pensiero perché non può entrare in conflitto con se stesso poiché vive senza tempo. Il sentimento ora sente una cosa e fin che dura è unicamente quella cosa, non può sentire altro. Quando cambia diviene qualcos'altro ed è unicamente quel qualcos'altro. Mentre amo, amo, mentre odio, odio! Così si manifestano i sentimenti. Non hanno tempo perché sprofondano le loro radici unicamente nell'istante presente. È solo la mente che, registrando in memoria i sentimenti, li può poi mettere in conflitto paragonandoli e dicendo: una persona o la ami sempre o la odi sempre, o sei sempre sereno con lei o sei triste, o sei tutto e solo per quella persona o non ami quella persona. Ma questi sono solo inganni che la mente crea a causa della sua natura parziale e selettiva.

La memoria è tempo ed è solo nel suo meccanismo che si possono manifestare le contraddizioni del pensiero e tutti i suoi attriti e le sue sofferenze. Abbandona questo meccanismo ed entra nel presente, abbandona la paura della poliedricità della vita ed entra nella bellezza dell'impermanenza, della possibilità del cambiamento. Accetta l'idea del cambiamento. Nel cuore dell'impermanenza scoprirai l'unica vera forma di serenità e stabilità, quella che nasce dalla dissoluzione della nostra mente.

Questo non significa che fra te e il tuo ragazzo le cose debbano finire o che tu debba sforzarti di cambiare qualcosa. Ti sto solo invitando a vivere sempre più permettendoti di sentire ogni cosa senza che la tua mente si debba opporre o intromettere con valutazioni e giudizi.

Al di la di quel che senti v'è colui che semplicemente “è consapevole”, e Costui è la nostra meta finale. Ma per il momento il tuo primo passo deve essere dal pensiero al sentimento.

Alla fine della tua lettera scrivi: “Pensa che volevo andare da uno psicologo, però poi ho detto a me stessa di voler provare da sola a distruggere tutto questo con l'aiuto del mio amore”.

L'amore non distrugge mai nulla, ma accetta. Dall'accettazione viene la comprensione, e dalla comprensione accade l'equilibrio.

La pace duratura affiora sempre e solo da dentro di noi e poi si diffonde nelle nostre relazioni, mai all'inverso.

Un grande abbraccio,

Dadrim

 
I dubbi della mente PDF Stampa E-mail
Crisi interiori
Domenica 07 Febbraio 2010 17:53

R. ha scritto: Ho qualcosa che mi tormenta. Già quando ero piccola mi successe che all'improvviso il mio cervello mi poneva delle domande del tipo “tu non sei normale”, ed io rispondevo lo stesso al mio cervello. Poi con il trascorrere del tempo è passato. Ora sono fidanzata da due anni con un ragazzo stupendo che amo alla follia, davvero, ma 5 giorni fa mi è capitato un'altra volta. Mentre sono felice e vivo la mia vita con il mio fidanzato mi sono arrivate all'improvviso domande del tipo: a te piace questo ragazzo(mio collega),quando poi non è vero, te lo giuro, poi se c'è qualche altra persona mi fa la stessa cosa e inoltre mi pongo troppe domande, se sbaglio, se non sbaglio, ma la cosa che più mi fa male è che io voglio ritornare serena come 5 giorni fa e vivermi il mio ragazzo in modo sereno, senza troppi film per la mente. Lui è dolcissimo e lo amo da impazzire, non posso immaginare la mia vita senza di lui, non l'ho mai tradito ne mai lo tradirò. A lui ho spiegato tutto questo, e mi ha risposto che mi sta vicino e che non ci devo pensare. Ha ragione, ma la mente manda questo messaggio e mi ritrovo poi a dover rispondere che è come dico io non come dice il cervello stesso dentro di me. E' una situazione brutta perché non vivo serena e sono talvolta distratta come se in testa a me ci sia un altra persona che parla senza il mio consenso.

Vi prego aiutatemi ad avere risposta sto diventando matta.

Dadrim ha risposto: Cara R. la mente di ogni individuo è in contraddizione, in conflitto con se stessa. Non è un problema tuo, è la natura stessa del nostro pensiero. Il tuo guaio sta nel fatto che dai troppa importanza ai tuoi pensieri. Sembra che tu voglia avere un pensiero omogeneo, lineare, mai in conflitto, rassicurante. Questo non lo puoi chiedere alla tua mente, poiché la mente vive paragonando, mettendo a confronto, immaginando il possibile, l'impossibile e l'assurdo. In questo processo della mente non v'è nulla di sbagliato: l'immaginazione, l'astrazione, sono i mezzi che hanno permesso l'evoluzione dell'essere umano. Il problema nasce quando noi, per vivere la nostra dimensione emotiva e sentimentale, iniziamo ad ascoltare troppo la mente perdendo la capacità di percepire con la totalità del nostro essere. La mente è solo una piccola parte di noi, e quando una parte aumenta smisuratamente ecco che l'equilibrio viene a mancare. Ma non preoccuparti di questo, non stai diventando matta, stai semplicemente vivendo troppo nei pensieri, come la maggioranza delle persone del resto. Il fatto è che la maggioranza delle persone vive mossa dai propri pensieri come una foglia al vento, senza rendersene conto, mentre tu te ne stai rendendo conto, ma questo ti spaventa. Non aver paura, questo momento potrebbe essere lo spunto per una crescita interiore. Questo momento potrebbe darti la forza per passare dalla dimensione della mente alla dimensione dell'essere.

Non metterti in conflitto con i tuoi pensieri, lasciali scorrere sullo schermo della tua consapevolezza come le nuvole scorrono nel cielo: non prestargli attenzione, la tempesta come viene anche va. Non serve che tu faccia nulla. Cerca piuttosto di ascoltare le cose partendo da una percezione totale. Ascolta attraverso il tuo corpo, attraverso i sentimenti e le emozioni, e se la mente inizia il suo chiacchierio, poniti nei sui confronti con indifferenza. Se per la strada passa una belle donna e nella mia mente nasce un pensiero che dice “come sarebbe bello fare l'amore con lei”, questo non significa che io mi muova effettivamente per raggiungere tale obbiettivo. La mente non ha alcuna forza se non è sostenuta dalla nostra volontà, e la nostra volontà nasce sempre da luoghi ben più profondi del nostro pensiero. Non sentirti in colpa per i pensieri che attraversano la tua coscienza, non essere giudicante nei loro confronti, questo ti porterebbe unicamente ad una battaglia interna senza senso. Al di là dei tuoi pensieri cerca di sentire come stai dentro alle relazioni che vivi con le persone che ti circondano, spostati sempre più nel “cuore”, nel sentire totale, e lascia alla mente il suo ruolo chiacchierone: lentamente diminuirà! Non saranno i tuoi pensieri a far andare bene o male la tua storia d'amore. Vivi con totalità le tue relazioni, perché è solo dalla totalità che nascono le azioni che ci rendono veramente liberi e sereni.

Un caro abbraccio,

Dadrim

 
Dipendenza da gioco PDF Stampa E-mail
Sull'amore e le relazioni
Lunedì 18 Gennaio 2010 21:59

Federica ha scritto: Caro Dadrim, ho visto il tuo sito e l'ho trovato interessante e pieno di spunti. Ho letto le risposte ai vari quesiti che ti sono stati posti e così ho deciso di scriverti.
Mi chiamo Federica, ho 38 anni, sposata da quasi 15, due figli, un mutuo.
Il mio matrimonio è in crisi ormai da un po', ma forse facevo finta di non vedere. Tutto è iniziato circa due anni fa quando ho scoperto che mio marito si era giocato le 14esime. Lo avevo sempre tenuto d'occhio, e per questo mi sono sentita, in passato, sempre accusare di essere tirchia ed attaccata ai soldi. Ha sempre giocato nella sua vita ma mai così tanto.
Poi mio papà è morto e lui tra le lacrime ha giurato di non farlo mai più ma dopo un po' ha replicato....altri giuramenti altre lacrime. Sembra tutto rientrato, ma, l'ultimo Natale, ecco che mi fa di nuovo questo regalo "speciale". In quel momento in me si è rotto qualcosa, mi sembrava di avere un estraneo al mio fianco.
Ora mi trovo a dargli la "paghetta" tutte le mattine prima di andare a lavorare, e nonostante gli avessi comunicato che questa situazione non mi piace, perché non sono sua madre e che a 40 anni dovrebbe essere in grado di essere uomo, scopro che salta il pranzo per poter giocare quindi dentro me è scattata la molla e con lui non voglio più avere niente a che fare.
Comunico questa cosa ed ecco che lì comincia la paura ed i sensi di colpa perché invece di ammettere i suoi errori mi accusa di volerlo mettere in mezzo ad una strada, di aver pianificato tutto fin dal primo giorno della nostra vita insieme, che non l'ho mai amato, che per un errore così piccolo (parole sue: "mica mi sono giocato la casa od ho scopato con un'altra) non si rovina una famiglia, che ho un altro uomo, che sarà colpa mia se i miei figli non avranno più un padre e se lui sarà costretto a fare il mendicante. Poi mi chiede perdono, mi abbraccia, mi dice che mi desidera e comincia a toccarmi ed a me viene la tachicardia e mi manca l'aria. Tutto questo si ripete ormai da giorni.
Ho una tale confusione in testa, cosa devo fare? Continuare così per il bene dei ragazzi o troncare definitivamente ed affrontare, a mano a mano, i problemi che si presenteranno?

Un abbraccio.

Federica


Dadrim ha risposto: Cara Federica, il gioco può diventare una dipendenza come la droga o l'alcool, e da quel che ora mi racconti credo che alla dipendenza ci siamo già ben arrivati. Ho lavorato per anni sulle dipendenze e conosco bene il giro di bugie e adulazioni che una persona, caduta in un problema simile, può mettere in piedi. La dipendenza è un problema estremamente delicato, complesso e pericoloso, la cui prima forma di risoluzione risiede nel rendersi conto di avere una dipendenza da parte della persona che ne soffre. Per il momento non mi sembra questo il caso di tuo marito.

Essere dipendenti da qualcosa significa mettere quel qualcosa al di sopra di ogni altra persona, situazione o condizione, e chi scivola in questo guaio spesso ha bisogno di un aiuto che trascende le possibilità e le capacità dei famigliari.

Se credi nella possibilità di recuperare il rapporto fra te e tuo marito la cosa migliore che mi sento di consigliarti è di rivolgerti ad un centro specializzato, ma questo lo potrai fare unicamente se tuo marito è disposto a compiere il primo e fondamentale passo per uscire dal problema: riconoscere d'essere caduto in delle sabbie mobili. Se questo non accade spesso è facile sprofondare assieme.

Per quanto riguarda la felicità dei tuoi figli, se questa situazione non si dirige verso un cambiamento, credi che la finta felicità di una madre e la dipendenza di un padre possano essere tanto peggiori della possibile serenità di una donna libera e di un padre che magari restando solo diviene finalmente consapevole di avere un problema?

Ascolta il tuo cuore e guarda con estrema lucidità negli occhi del tuo uomo per cercare di capire se ci sono margini per un percorso di cambiamento insieme.

Fammi sapere come vanno le cose...

Sempre a tua disposizione per ulteriori chiarimenti,

un immenso in bocca al lupo!

Dadrim

 
Lontani nel tempo, vicini nel cuore PDF Stampa E-mail
Società e condizionamenti
Sabato 26 Dicembre 2009 17:06

Laura ha scritto: Caro Dadrim, leggendo il tuo blog mi sento sempre più sollevata, ora però volevo farti una domanda rispetto alla mia vita personale. Sono innamorata da tre anni di una persona molto più grande di me. Abbiamo molti anni di differenza però non posso fare a meno di vederlo, di sentirlo, lo amo molto e sento che fra noi c'è vera intimità. Il problema è che, appunto, a causa di questa differenza d'età io non sono mai riuscita a parlare di lui alla mia famiglia, e solo pochi amici sanno della nostra storia, anche se nei loro confronti non ho mai raccontato quanto lui sia fondamentale per la mia esistenza. Nel frattempo non ho mai rinunciato a vivere le cose della mia età, ho un sacco di amicizie e continuo a farne di nuove. Non ho mai rinunciato a nulla per lui, l'unica cosa che mi sta pesando è non poterne parlare con la mia famiglia, non poter vivere questa relazione senza dovermi nascondere. Ho paura delle reazioni degli altri e del loro giudizio su di me. Vorrei essere libera. Secondo te dovrei fregarmene del giudizio delle altre persone? Poi vorrei anche capire dentro di me cosa sia veramente questo amore. A volte ho paura di esserne "dipendente", appunto perchè lo voglio sentire tutti i giorni ecc, ecc. Altre volte mi chiedo come farei a stare senza questa persona che sa tutto di me, con cui ho un rapporto più intimo che con chiunque altro, e credo di non poter fare a meno di lui proprio perchè lo amo.
Sbaglio a farmi queste domande? Sbaglio a chiedermi se questo amore sia giusto o sbagliato?
Premetto che non sono una ragazzina...però sono ancora giovane e non so cosa dovrei fare.

Grazie per l'ascolto.
Laura

Dadrim ha risposto: Mi chiedo per quale motivo l’età anagrafica sia così sopravvalutata? Questa nostra società vive nascosta dietro mille pregiudizi e ipocrisie. Sembra che le uniche persone che possono avere relazioni sentimentali con persone di età ben diversa siano politici, soubrette e attori. La chiesa divulga messaggi etici e morali mortificanti, giudicanti, estremamente limitanti e a mio avviso innaturali. Molti politici e uomini di spettacolo, si mostrano, a parole, più rigidi e conservatori di qualunque istituzione religiosa. È poi con i fatti che mostrano quale sia il loro punto di vista. Non voglio giudicare nessuno nel contenuto dei suoi convincimenti, ma vorrei unicamente far riflettere sulla necessità, da parte di chi governa, promulga leggi e influenza il pensiero di molte persone, di vivere all’interno di una minima coerenza fra sentimenti, pensieri, parole e azioni.

Non mi sembra molto democratico vedere che chi detiene il potere può bellamente sfiorare la pedofilia, andando contro ogni sua affermazione relativa alla sfera etica e morale, senza subire alcun danno, mentre un qualunque lavoratore medio rischierebbe sanzioni di vario tipo: etiche, penali o peggio.

Vorrei solo ricordare l’ultima perla del Signor Silvio Berlusconi, il quale ha affermato che i valori cristiani sono sempre presenti nell’azione del governo da lui presieduto, che adotterà tutte le misure necessarie per garantire la serenità e la pace sociale”.

Cara Laura, perdona la divagazione, ma viviamo in una società estremamente falsa, bigotta, classista e “pecoraia”, che non sa distinguere la lussuria di un vecchio malato dall’amore fra due persone di diversa età. Ma forse è anche peggio di così, forse viviamo a fianco di individui che sanno ben distinguere la lussuria di vecchi malati dall’amore fra due persone con diverse età, ma quando i malati sono ricchi e potenti, la lussuria e la povertà d’animo vengono travestite con insignificanti parole come privacy e libertà individuale, quando invece gli innamorati hanno età anagrafiche lontane, ma nessun potere o denaro, ecco che l’invidia e la cattiveria trovano ogni giustificazione possibile.

Dal mio punto di vista l’età anagrafica conta molto poco, la vera età che conta è quella dell’anima. Vi sono persone di cinquant’anni con un animo limpido, forte e sereno, vi sono poi persone di vent’anni già corrotte e ambigue. Ma quel che più conta è la magia e l’armonia che nasce dall’incontro fra due persone, quanto una relazione ci aiuta a crescere in libertà, fiducia e amore. L’amore non ha età, e l’amore non centra nulla con il sesso, quest’ultimo può esserci o non esserci, ciò è irrilevante. Il sesso dipende da molti fattori contingenti, l’amore non è soggetto a contingenza alcuna.

Se la tua relazione nasce da un incontro di anime, da un desiderio che nella sua espressione genera nuovi spazi di sempre più vasta e limpida consapevolezza di sé e degli altri, nulla può permettersi di mettere in questione la sua esistenza.

Cara Laura, di una cosa sono convinto, se questa tua relazione nasce da un affetto incondizionato e maturo, nel suo procedere diverrà più forte di qualunque tua paura di giudizi altrui, ma se così non fosse, l’ombra del giudizio e del disapprovo ne spegneranno ogni bellezza e luce. Non porti troppe domande, non mettere il carro dei pensieri e delle paure di fronte ai veloci cavalli del sentimento e della consapevolezza. La consapevolezza del nostro più profondo sentire ci guida sicuri lungo la strada della nostra autodeterminazione e maturazione. Tutt’altra cosa compie, invece, il nostro bisogno di gestire, manipolare e controllare gli eventi al fine di evitare una possibile futura sofferenza. Ora sei felice? Se la tua risposta è si, per quale motivo dai corda al vorticare dei tuoi pensieri? È inutile! Se questa relazione finirà, magari rovinosamente, ben venga! Lezione imparata, saggezza conquistata. Ma, se come fanno molti, per paura del futuro tu dovessi iniziare a manipolare le cose, a proteggerti o magari decidessi addirittura di interrompere bruscamente questa storia, quale lezione avresti imparato? Meglio fuggire da un possibile amore se v’è il rischio di un possibile danno? Beh!, se così fosse, io credo che nessuno amerebbe più qualcuno, considerando che non ho mai conosciuto un amore nato dalla certezza e cresciuto entro un recinto.

L’amore è incerto per sua stessa natura, spaesante, ignoto, immotivato, illogico, spesso angosciante e devastante, ma lungo il suo percorso di demolizione della nostra personalità ci rende sempre più veggenti, sensibili, aperti al mistero, illimitati e indifferenti ad ogni forma di paura e morte.

Ti chiedi se questa tua relazione è amore o dipendenza, ma anche questa domanda non avrà mai una risposta se nasce dalla tua mente. Anche questa tua domanda potrà divenire solo un veleno se non ti permetti di ascoltare attraverso ogni tua cellula, ogni tuo centimetro di pelle. Lo ripeto: non è il pensiero che può guidarci nelle faccende del cuore, ma è solo il desiderio di vivere e sentire totalmente tutto quel che sta fuori e dentro di noi: i nostri pensieri sono solo una piccola parte di tutto questo.

Il concetto di dipendenza, letto dalla nostra mente, è sempre visto come un qualcosa di male, di spagliato, ma questo lo può solo ritenere il nostro limitato pensiero, che è il prodotto di un “io” che vorrebbe riscoprirsi sempre immortale, slegato e superiore da tutto e da tutti. Ma la realtà delle cose non è così, non è dipendenza, né indipendenza, ma è interdipendenza, unità, fusione delle parti l’una nell’altra. Senza aria, cibo, sole, acqua non vivremmo, senza relazioni, senza genitori, non saremmo potuti crescere, non avremmo appreso un linguaggio, saremmo morti. Tutte queste cose ci sono state e ci sono indispensabili, ma nessuno le definirebbe cose dalle quali siamo dipendenti. Cos’è la dipendenza allora? Per me la dipendenza è una mancanza di armonia, di equilibrio, di bellezza. La dipendenza è quando una parte cresce smisuratamente, soffocando gli spazi delle altre parti. Quando il bisogno di cibo impedisce, ostacola o annulla nostri altri bisogni, ecco la dipendenza, ecco la perdita di armonia fra le parti nel loro tutto. Ecco la bruttezza! Se una relazione diviene la morte di ogni altra relazione, ecco la limitatezza, l’asfissia emotiva, il decadimento.

L’essere umano anela al raggiungimento dell’infinito nella perfetta armonia delle parti, pertanto ogni relazione che nel suo crescere ci confina sempre più entro i sui spazi è una relazione mortificante.

Tutto ciò non va comunque letto in maniera rigida, poiché a volte, per crescere sani e forti, si ha bisogno di molta acqua e poco cibo o molto cibo carico di grassi e poca acqua, tutto dipende dalle condizioni ambientali in cui siamo cresciuti. A volte si sentirà il bisogno di dedicare molto tempo ad una certa relazione e meno ad altre, a volte si vorrà rimanere soli con se stessi, a volte non si saprà cosa si vorrà. L’importante è rimanere il più possibile consapevoli del tutto e delle sue parti, l’importante è accorgersi sempre quando un qualcosa sta iniziando ad occupare in modo spropositato gli spazi vitali di qualcos’altro.

Qualunque cosa viviamo, se la mettiamo entro lo sfondo di un nostro sconfinato desiderio di armonia e vastità, sempre ci aiuterà a maturare e crescere in bellezza, pace e serenità.

Un abbraccio,

Dadrim

 
Elogio dell'imprecisione PDF Stampa E-mail
Crisi interiori
Domenica 20 Dicembre 2009 19:41

Fabio ha scritto: Ciao Dadrim,
ciò che ti racconto è la mia insofferenza e insicurezza, insofferenza perchè non mi trovo nella vita che conduco, spesso mi chiedo quale sia la mia strada, in realtà mi allettano 10.000 strade, ma non una in particolare, così, intanto, vedo i miei amici e le persone che mi circondano forgiare le proprie vite ed io qui ancora ad attendere che la mia nebbia si diradi per capire cosa voglio fare dei miei giorni. Non fraintendermi, ho parecchi interessi, il calcio, la lettura, le mostre, ma soprattutto viaggiare, dammi un biglietto aereo in mano e mi farai la persona più felice del mondo. Non mi reputo un apatico ma non mi trovo con la società di oggi e spesso passo per quello senza spina dorsale. Non sono mai stato pienamente sicuro di me stesso, anzi, direi che mi sottovaluto e alcune volte mi sento inferiore ad altre persone, so di avere tanto da dare, ma nello stesso tempo non riesco a capire che vado bene così come sono, allora mi faccio annichilire da ciò che mi circonda. Circa un anno fa ho cominciato ad avere delle piccole crisi d'ansia dovute a inezie, ma questo mi ha fatto arrabbiare tantissimo, non mi era mai successo, alcune volte mi sento come se la mia essenza fosse risucchiata via da questa società che non condivido, ma che purtroppo devo vivere (abito a Milano), mi sembra così impreciso tutto quanto. Insomma Dadrim, ciò che ti chiedo è di districare il mio “incasinamento” mentale, sono una persona insicura che non capisce cosa vuole dalla vita, metto in dubbio ogni cosa, ma vorrei vedere un mondo diverso, mi chiedo sempre chi sono o cosa voglio! Come mai sono così poco determinato?

Ti ringrazio per avermi ascoltato,
Fabio

Dadrim ha risposto: Caro Fabio, lascia perdere l’idea che i tuoi amici e le persone che ti circondano stiano forgiando le loro vite, questo è un pensiero ingannevole quanto inutile ai fini della tua crescita personale. Se guardi in profondità nell’animo delle persone scoprirai che ogni individuo è convinto che tutti intorno a lui stiano costruendo qualcosa di importante e si stiano muovendo sicuri verso una qualche meta, tutti tranne lui ovviamente. Il paradosso è che proprio questa percezione di smarrimento e insicurezza che accomuna tutti noi, ci spinge a nascondere la nostra confusione e fragilità dietro una maschera di vuote certezze. Ti allettano diecimila strade, nemmeno tante se consideri le infinite possibilità che l’esistenza ci offre ogni giorno. Molti nostri problemi nascono, però, proprio da questo infinito potenziale che è la vita. Se il mio esistere non è una cosa predeterminata, un percorso già tracciato che va da un luogo noto ad una meta ancora più nota, chi sono e dove sto andando? Chi decide i significati, i contenuti e le parabole che la mia vita dovrà creare?

Caro Fabio, essere al cospetto dell’infinito è una sfida immensa, poiché siamo chiamati a perdere ogni nostro confine e rassicurante definizione per poterci riscoprire vasti e inconoscibile quanto lui. Ogni istante ci offre la possibilità di sperimentare infinite strade, ma per poter iniziare il nostro viaggio siamo poi costretti a dovere scegliere sempre e solo una strada. Pertanto il punto non sta nel trovare il sentiero giusto o sbagliato, ma nel trovare il coraggio di solcare vie ignote. Chi, stando chiuso in una stanza dalle mille porte, inizia ad interrogarsi su quale sia la più giusta da aprire, non uscirà mai da quella condizione. La vita non è una questione di giusto o sbagliato, ma una realtà interiore sempre più vasta, creata da esperienze totalmente vissute che ci lasciano contiuamente al cospetto di nuovi orizzonti. Chi si mette in gioco totalmente e decide di vivere veramente non ha più né interesse né tempo per paragonarsi agli altri o per rimanere in disparte dubbioso mentre le infinite porte della vita continuano a scorrergli davanti. Chi vuole penetrare il mistero di questa esistenza si getta sempre e comunque in ogni nuova situazione che gli si presenta, senza mai chiedersi cosa ne potrà ricavare, ma unicamente mosso dal ritenere che dal contatto con l’ignoto verrà sicuramente trasformato.

Caro Fabio, tu dici: “Non sono mai stato pienamente sicuro di me stesso, anzi, direi che mi sottovaluto e alcune volte mi sento inferiore ad altre persone, so di avere tanto da dare, ma nello stesso tempo non riesco a capire che vado bene così come sono, allora mi faccio annichilire da ciò che mi circonda”.

Ma chi è pienamente sicuro di sé? Solo un morto può essere sicuro di sé! Non farti ingannare dalle apparenze, nessuno sa veramente quel che sta facendo e dove sta andando. È certo che quasi tutti cercano in continuazione di convincere se stessi e gli altri d’essere persone forti e determinate, ma questo prova unicamente quanta paura abbiamo di fare i conti con la reale natura di questa nostra esistenza, una natura imprevedibile, sempre mutevole e tremendamente più vasta e saggia di ogni nostra possibilità di conoscenza.

Chi attende d’essere pienamente sicuro prima di agire, non agirà mai, non vivrà mai! È sempre e solo chi si getta nel fiume della vita, nonostante stia tremando di paura e sia avvolto da mille incertezze, colui che diviene più vasto delle sue stesse angosce.

Non è attraverso il calcolo e la pianificazione mentale che riusiamo a vincere le nostre angosce, ma è grazie all’agire e al sentire nonostante la paura di vivere.

Nella tua lettera continui poi dicendo: “Circa un anno fa ho cominciato ad avere delle piccole crisi d'ansia dovute a inezie, ma questo mi ha fatto arrabbiare tantissimo, non mi era mai successo, alcune volte mi sento come se la mia essenza fosse risucchiata via da questa società che non condivido, ma che purtroppo devo vivere (abito a Milano), mi sembra così impreciso tutto quanto”.

Ti senti insicuro e non vorresti esserlo, vedi tutti che forgiano le loro vite mentre tu rimani fermo, questa condizione di frustrazione ha iniziato a procurati delle piccole crisi d’ansia, e ora ti vuoi pure arrabbiare con le tue crisi d’ansia! Guarda che l’insicurezza, l’ansia e il dubbio sono solo le prove che sei un essere umano, vivo, sensibile e che sta crescendo. Un roccia non ha dubbi, ansie e preoccupazione, sembra decisamente più forte e determinata di tutti noi, ma non per questo vorremmo divenire delle rocce, anche se in realtà molti individui, proprio perché desideravano fuggire dalle loro caratteristiche umane, sono divenuti interiormente ben più duri e insensibili di una pietra.

Caro Fabio, io non posso districare il tuo “incasinamento” mentale, se potessi farlo vorrebbe dire che tu non sei nulla più di un minerale. Un pietra può essere lavorata, manipolata o pulita, ma un essere umano, se vuole rimanere tale, deve generare e trasformare se stesso unicamente attraverso la sua consapevolezza. L’unica cosa che posso fare è condividere con te la mia esperienza dicendoti che solo quando ho smesso di oppormi alle mie paure e alla mia confusione ho iniziato a percepire la nascita di un nuovo modo di stare al mondo.

Se ti senti insicuro vivi pienamente nonostante questa tua insicurezza. Se sei confuso e non sai cosa scegliere, fai una scelta pienamente confusa, sarà pur sempre l’inizio di una nuova avventura. Se hai una crisi d’ansia arrabbiati sorridendo e rallegrandoti della tua ansia e della tua arrabbiatura, perché sono tutti segni del fatto che sei ancora un essere vivo, che sente e desidera!

Un ultima cosa: forse tutto ti sembra così impreciso, perché lo è. Se la vita fosse precisa, da dove verrebbe la possibilità di cambiamento, di evoluzione, di meravigliarsi e innamorarsi? L’errore è la premessa di ogni nostra possibilità di divenire più saggi e maturi, l’imperfezione è la madre di ogni nuova e sempre maggiore perfezione, il male è il padre di ogni nostra possibilità di comprendere cos’è il bene.

Non sognare un mondo preciso, un uomo che non si sente insicuro e confuso, un uomo che non sente la vergogna e la paura. Questa nostra società è così malata e sofferente proprio perché troppe persone non hanno più amore e rispetto per la fragilità umana, pertanto, in prima istanza, per la propria, ma chi non ama e accetta le sue debolezze, quanto potrà essere spietato e duro verso le fragilità altrui?

Un abbraccio,

Dadrim

 
Insonnia: alcune tecniche per dormire PDF Stampa E-mail
Meditazione e pratica
Martedì 17 Novembre 2009 11:01

Chaplin_sonnoRino ha scritto: Caro Dadrim, da diversi mesi non riesco più a dormire bene, faccio una grande fatica ad addormentarmi, ho una miriade di pensieri che mi passano per la mente e che mi agitano. Sono stato dal mio medico, il quale mi ha dato delle gocce, ma ho dovuto sospendere la terapia perché mi procuravano più danni che benefici. Durante la notte dormivo abbastanza bene, ma rimanevo poi stordito per diverse ore alla mattina. Dalla lettura dei tuoi scritti mi sembra di capire che hai una profonda conoscenza della mente umana, sapresti consigliarmi un metodo naturale per dormire meglio, una qualche meditazione?

Spero tanto tu possa aiutarmi, ma comunque vada grazie mille per l’attenzione.

Ciao, Rino

Dadrim ha risposto: La prima cosa che vorrei comunicarti è l’errore insito nel ritenere la meditazione un qualcosa di utile al fine di dormire meglio e vivere in uno stato di maggiore serenità. La pratica della meditazione, ad un certo punto del suo percorso, porta sicuramente anche a questo, ma spesso prima di arrivare a ciò ci fa passare attraverso le forche caudine. Un vero meditatore non è qualcuno che vive ricercando la pace e il buon sonno, ma è colui che è disposto a perdere tutto, anche quel che solitamente si ritiene possa dare la pace e il sonno, in nome della piena libertà e verità. Se la ricerca finisce poi in una qualche forma di pace, questi sono solo effetti derivati dal desiderio di ricerca incondizionato. Capisci cosa intendo? Non è mai colui che in primis ricerca la sicurezza e la tranquillità colui che le ottiene veramente, ma è sempre e solo l’avventuriero indomito, che ha la possibilità d’incontrare la bellezza e la meraviglia lungo i sentieri tortuosi del suo viaggiare.

Venendo ora al cuore della tua domanda, le cause riguardanti lo squilibrio del sonno sono estremamente vaste e molteplici, quanto interessanti e rilevanti per uno sviluppo armonico dell’intero nostro mondo psicofisico. Dalla tua richiesta mi sembra di capire, però, che il tuo interesse non sta tanto nel comprendere le forze sotterranee che ti muovono, ma semplicemente nel risolvere questo disagio.

Detto ciò, prima di risponderti, non posso esimermi dal farti notare che ogni qualvolta evitiamo di scavare in profondità dentro a un problema, e ci limitiamo semplicemente a rimuovere i sintomi di un male, il male non si estingue, ma anzi, inizia a svilupparsi imboccando sentieri nascosti e ben più difficili, poi, da rintracciare. Quando in noi insorgono disturbi del sonno, il nostro corpo ci sta dando dei messaggi ben precisi che sta poi solo alla nostra consapevolezza decidere se ascoltarli o negarli.

È anche vero che un disturbo può divenire talmente invalidante da richiedere una sua immediata attenuazione, ma poi, sempre, dobbiamo andare a estirparne le radici, altrimenti tornerà a ripresentarsi, magari sotto nuove spoglie, ma sicuramente più intenso e perturbante.

Se la porta della tua casa è ostruita da un’edera, tagliare le foglie e i rami che ti impediscono il passaggio ti permetterà sicuramente di entrare in casa, ma dopo poco tempo dovrai ripetere la stessa operazione, facendo sicuramente più fatica, perché si sa che le piante escono sempre rinforzate da una semplice potatura. Perché non desideri strappare l’edera dalle sue radici?

Premesso questo, mi auguro che vorrai usare le tecniche che ora ti consiglierò unicamente come momentanei strumenti, utili ad alleviare degli invalidanti sintomi, sin tanto che non riuscirai a comprendere ed estirpare le radici del tuo malessere. Se così non farai, fra non molto ci risentiremo o ti risentirà qualcun altro, magari il tuo medico, con un nuovo sintomo. Non voglio spaventarti in nessun modo, sto solo cercando d’invitarti a mettere in discussione l’intera tua esistenza.

Hai sentito di quella persona che è andata dal suo dottore lamentando un leggero ma continuo mal di schiena, e quando il medico gli ha fatto notare che portava sulle spalle una brutta, vecchia e obesa signora, questo gli ha risposto: Dottore, ma come si permette, quella che lei ha appena chiamato brutta vecchia e obesa è mia madre e mica posso lasciarla camminare da sola con tutto il grasso che ha! Si limiti a fare il suo dovere, mi prescriva un antidolorifico e si vergogni, maleducato che non è altro!

Veniamo ora alle tecniche:

1. Il metodo delle mani infuocate

Quando ti corichi siedi a gambe incrociate sul letto, stendi le bracci di fronte al petto e congiungi i palmi delle mani. Inizia a strofinarli lentamente, aumentando progressivamente la velocità e l’attrito sino a non poter più tollerare il bruciore provocato dallo sfregamento. Fai una pausa di due minuti e poi riprendi. Ripeti l’esercizio per tre volte, poi straiati sul dorso con le braccia stese lungo il corpo e i palmi delle mani rivolti verso l’alto. Infine ascolta attentamente il tuo respiro e lascia che si rilassi spontaneamente.

2. Il trucco dell’orologio

Metti uno di qui vecchi orologi che fanno un sonoro tic tac derivato dal movimento della lancetta dei secondi sul comodino. Concentrati esclusivamente su quel suono e cerca di non perdere nemmeno una battuta. Non farti distrarre dalla tua mente, rimani concentrato il più intensamente possibile su quel monotono e stancante suono. Se la tua mente si distrae, appena te ne accorgi riporta la tua consapevolezza al tic tac delle lancette. Puoi anche usare un metronomo, così puoi regolare la velocità dei battiti. Ognuno di noi ha un diverso ritmo mentale che da più o meno rilassamento.

3. Il Mantra

In silenzio, ripeti mentalmente, sino al sopraggiungere del sonno le seguenti parole: “Nel sonno sogno un saggio solitario che siede sulla sabbia…”

4. Il paradosso

Siediti a gambe incrociate sul letto con una tenue luce accesa. Chiudi gli occhi e cerca di ascoltare il tuo corpo, i tuoi pensieri e le tue emozioni. Quando senti sopraggiungere il sonno cerca di non farti sopraffare, cerca di resistergli. Straiati e abbandonati al sonno solo quando inizi a barcollare e cadere con il capo all’ingiù.

Caro Rino, scegli il metodo che ti ispira di più o provali tutti sino a quando non trovi il più efficace. Non dimenticarti, poi, di controllare se porti una vecchia e grassa signora sulle spalle.

Con affetto e simpatia,

Dadrim

 
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