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La lettera uccide, lo spirito dà vita PDF Stampa E-mail
Dio e religioni
Domenica 11 Aprile 2010 21:12

Qualcuno ha scritto: Salve Dadrim, ho letto una tua risposta a una persona che chiedeva come pregare e come avvicinarsi a Dio. Quello che mi ha sorpreso della tua risposta è che per te Dio è tutto.

Mi ha sorpreso perché io lo scorso anno ho avuto un'esperienza fantastica e mistica: mi è stato donato lo Spirito Santo. Esso è sceso dentro di me accompagnato da un fulmine e tanto vento; quando è sceso ho sentito dentro di me un grande amore e ho visto Dio, e quel Dio che ho visto è proprio tutto: Dio è l'intero universo, l'intera creazione, è dentro di me e fuori di me. Però da alcune parti ho sentito che con il dire che Dio è tutto si cade nel panteismo. Mi chiedo a volte: è proprio Dio allora quello che ho visto o è solo lo Spirito Santo che come Dio è l'intera creazione? Dico questo perché a San Paolo Cristo gli è apparso con grande luce dal cielo, dunque perché io ho avuto, quando ho sentito dentro di me quel grande amore, una visione panteistica di Dio? I dubbi da un anno a questa parte sono tanti ma di una cosa a distanza di un anno sono sicuro: ero lo Spirito Santo. Una cosa mi incuriosisce in riferimento a questa cosa: San Francesco nel cantico delle creature lodava il creato di Dio perché vedeva in esso il volto di Dio. Allora questo volto di Dio non è lo Spirito Santo? Dio creò il mondo con il soffio del suo Spirito appunto con lo spirito Santo.Te cosa ne pensi, da cosa dici che Dio è tutto? Ciao e grazie

Dadrim ha risposto: San Paolo, San Francesco, lo spirito santo, dio, la creazione e il panteismo: quante cose, quante parole. Hai avuto una percezione di vastità, di totalità e di grande amore, bene, mi pare più che sufficiente. Perché la vuoi comprendere, perché la vuoi definire, perché la vuoi ingabbiare in una ragnatela di concetti e paragoni? Dalle tue parole mi pare di capire che sei cresciuto o ti sei formato, poi, in un ambiente con radici cristiane: questa base culturale ora interpreta la tua esperienza. Se la stessa esperienza l'avesse avuta un buddista o un ignorante totale in questioni religiose la loro interpretazione sarebbe stata sicuramente un'altra. L'esistenza è una, i nostri pensieri sono migliaia. Panteismo, dio o spirito santo? Sono solo parole, perché ti preoccupi delle parole?

Forse per un attimo il vortice dei tuoi pensieri si è arrestato e, così, quel piccolo ma tenace ego che vive in ognuno di noi ha potuto mettersi per un secondo da parte lasciandoti percepire l'unita di questa esistenza. Che meraviglia sentirsi parte di un tutto infinito... non dover più temere la morte, la perdita o il fallimento perché si percepisce chiaramente che questo corpo svanirà, questa mente finirà, questa storia si dimenticherà, ma questo tutto, questa straripante, immensa e insondabile vita, che si manifesta in mille forme, eternamente continuerà la sua danza, la sua creazione. Le parole e i concetti nascondono la verità, spezzano la realtà! Dio, vita, esistenza, amore, spirito, anima... che differenza fa nell'unità delle cose? Come può qualcosa essere divisa dall'altra? Dio è mussulmano, ebreo, cristiano, ateo, buddista, panteista, animista... dio è ogni parola, ogni azione, ogni pensiero, ogni dolore, ogni sorriso, ogni farfalla, bruco, formica, atomo e vuoto di questa vita. Ma dio non sa tutto ciò se non attraverso gli occhi dell'uomo, perché è solo l'uomo che compie la magia di poter gettare un ponte tra il tutto e le sue parti. Solo l'uomo può conoscere il dolore della separazione e la bellezza del ricongiungimento. Adamo perse l'Eden perché mangiò l'albero della conoscenza; questa è solo una splendida metafora per dirci che la conoscenza divide il tutto, il corpo unitaria di questa vita, facendoci perdere la pace che nasce dalla consapevolezza del tutto. Ogni bambino che viene al mondo è un Adamo perché nasce con una consapevolezza indivisa ma poi acquisisce conoscenza iniziando a perdere la capacità di percepire l'unità di questa vita. Il peccato originale non è una questione di colpe o altro ma è un peccato nel senso pregno del termine, è un errore, un accadimento involontario che ci porta a mistificare la natura intrinseca dell'esistenza. Educhiamo i bambini all'adorazione e alla ricerca spasmodica della conoscenza, del sapere e della cultura in ogni loro forma. Non parliamo mai ai nostri figli della semplicità, del rilassamento, del gioco e dell'amore, ma questo unicamente perché noi stessi non li abbiamo mai sperimentati. Forse in questo esiste un peccato originale, un errore antico, nel senso del tramandarsi, di generazione in generazione, di una visione della vita manchevole proprio di ciò che più è rilevante. Ci siamo persi nella conoscenza ed ora il nostro sforzo consiste nel percorrere a ritroso la via fatta sino ad ora per riconnetterci consapevolmente a quello stato originario d'unità che abbiamo perduto. Per me questo è l'unico vero significato della parole conversione: fare una svolta di centottanta gradi e ritornare alla fonte.

La conoscenza è necessaria ma tremendamente dannosa quando diviene l'unico faro che guida le nostre vite. S. Paolo di Tarso disse: la lettera uccide, lo spirito dà vita. Cosa significa questo? Per me significa che quando diamo retta più alle parole, alle teorie, alle varie filosofie e teologie che alla nostra esperienza personale perdiamo la possibilità di fare ritorno al nostro “Eden” interiore, alla nostra consapevolezza indivisa.

Forse hai sperimentato un istante di unità ma credo che non lo rivedrai mai se lo continuerai ad immergere nel calderone delle parole e delle teorie.

Perché dico che dio è tutto? Perché il tutto è dio...

Un abbraccio,

Dadrim

 
Sulla banalità delle nostre relazioni PDF Stampa E-mail
Sull'amore e le relazioni
Giovedì 01 Aprile 2010 23:20

CaffèConsuelo ha scritto: Ciao Dadrim, vorrei raccontarti un po’ di me. Ho 21 anni e fino a pochi mesi fa la mia vita scorreva apparentemente tranquilla tra lavoro e università. Dietro una facciata di presunta normalità ho sempre convissuto con un malessere sordo al quale non ho mai voluto dare ascolto fino in fondo, stavo male qualche sera, mi facevo il mio pianto e poi continuavo a vivere facendo finta di niente, nascondendomi sotto una maschera di falsa tranquillità. Non so com'è successo ma ad un certo punto mi sono accorta di vivere con un cerone appiccicato al volto, tuttavia ho continuato a far finta di niente, pur consapevole del cerone. Fino a che un evento importante fece crollare del tutto le mie convinzioni. Accadde proprio in metropolitana: seduta in un vagone pieno zeppo di gente, sento una voce femminile, profonda, malinconica, in un canto stanco e febbrile, è una donna dell'est che canta, una delle tante persone che nelle nostre città offrono musica e spettacoli in cambio di qualche euro. Non so come spiegarlo ma incontrando gli occhi di quella donna io ho visto me stessa. Ho visto la mia disperazione, ho visto l'indifferenza della gente, la paura e la vuotezza delle persone. Non dimenticherò mai la profondità di quello sguardo, è stata la prima volta che negli occhi di un'altra persona ho visto la mia solitudine. Avrei voluto stringerle le mani o abbracciarla, invece sono rimasta immobile, non ho avuto il coraggio di fare nulla... ma da quel giorno molto è cambiato. Ho iniziato a non sopportare più la superficialità nei rapporti con le altre persone, le frasi e i discorsi di circostanza, fino ad abbandonare quasi tutte le relazioni con gli altri e a chiudermi sempre più in me stessa per cercare di capire che cosa sono realmente. Da quattro mesi circa sono nella confusione più totale, ho abbandonato lavoro e studi, esco di casa solo per andare al parco, e questo ha provocato la rabbia dei miei genitori, per loro ora sono la pecora nera della famiglia, una disadattata. Ora non credo più in nulla, non so più niente, non so più cosa sono, l'unica cosa che so è che non voglio ritornare come prima, non voglio più fare finta di niente, vorrei scoprire chi sono realmente, ma quello che riesco a vedere è solo confusione.

Io vorrei realmente ritrovare i miei occhi in tutti gli altri occhi, come quel giorno in metropolitana, è quello che ora desidero più di ogni altra cosa.

Non sono molto brava con le parole, spero che tu mi capisca Dadrim.

Un caloroso saluto,

Consuelo

Dadrim ha risposto: Cara Consuelo, la pochezza delle nostre relazioni è disarmante, ma questo non significa che le persone siano vuote. Io credo che ogni individuo nasconda dentro di sè una vastità insondabile, misteriosa, di una bellezza inaudita, sfortunatamente però questa vastità sfugge alla maggior parte delle persone. Le nostre relazioni sono superficiali perché ci conviene, perché è più semplice, perché è meno spaesante. Se fossimo capaci di sentire lo stato d’animo di chi ci sta accanto solo fermandoci un po’ a chiacchierare con lui, ti immagini che tormento, che fatica, che capacità di accoglienza? Non riusciremmo ad arrivare vivi a sera! Attualmente sopportiamo appena il nostro personale stato d’animo, ecco allora che usciamo di casa e incontriamo le persone dicendo: “ come stai?”. Risposta: “Bene e tu”. Replica: “Bene, bene, salutami x, y, e z quando li vedi, devo scappare ora, ciao, ciao.. stammi bene…” Conclusione: “ciao grazie, certo te li saluto, stammi bene anche tu”.

Questi sono spesso i nostri dialoghi, magari un po’ più articolati, con un po’ di politica, calcio, gossip, pettegolezzo, ma la sostanza e sempre la stessa. Ci incontriamo per passare il tempo, per intrattenerci, per dimenticarci di noi stessi, per non incontrarci veramente. Ci incontriamo per per fuggire da noi stessi.

Ok, le cose stanno così, ma non credo che tutto ciò sia risolvibile nell’isolamento. Scopriamo chi siamo solo nello specchio delle relazioni; senza relazione, contatto, incontro, scontro, confronto non c’è evoluzione, non c’è comprensione, non c’è vita, non c’è amore. Io credo solo in due cose: nelle relazioni e nella meditazione. Più medito più entro in profondità nelle relazioni, più entro in relazione più desidero meditare. Meditazione per me significa, nella sue essenza, rimanere con se stessi, in solitudine, in totale abbandono e ascolto di tutto quel che vive dentro e fuori di noi. Meditazione è pura osservazione attenta e passiva di ogni cosa. Relazione significa verifica costante del reale, immersione nella vita e quindi possibilità di ritornare a sè: solo chi si sperimenta nel fuori può sperare di generare uno spazio dentro.

Questo significa che le due ali su cui viaggia la mia vita si chiamano solitudine e relazione. Questi due aspetti sono inscindibili, creano una totalità in una circolarità che da moto al cambiamento.

L’incontro con gli occhi di quella cantante di strada ti ha cambiata, bene!, ma questo è solo l’inizio. Quanti occhi ancora potrai osservare con totale abbandono, sensibilità e attenzione? Quante altre relazioni ti lasceranno doni inestimabili da scartare poi nella tua solitudine? Io spero infinite! Le nostre vite sono spente perché noi siamo spenti. Non è il mondo che non va, non sono gli altri il nostro problema, siamo sempre e solo noi. Se le nostre relazioni sono superficiali e ce ne accorgiamo, d'ora in poi possiamo entrare in relazione con una forza nuova, più profonda e vasta, con l’intenzione di rendere ogni istante un momento di sperimentazione, scoperta e realizzazione irripetibile.

Ti sei accorta di vivere con una maschera, ma ognuno di noi dovrà scoprire migliaia di maschere prima di iniziare ad intravedere qualche bagliore del suo volto originale, e per fare ciò la soluzione non sta nel prendere paura della nostra superficialità e del nostro camuffamento o nel ritirarsi dall’azione e dalla vita quotidiana. L’unica cosa che mi sento di consigliarti è di gettarti nel fiume della vita con tutta te stessa, di mettere tutta la tua energia in ogni cosa che fai, di desiderare le cose più alte e sublimi perché solo cercando l’infinito potremo evitare di cadere vittime della banalità delle nostre attuali esistenze. Goditi l'università, goditi l’amore, godi ogni cosa, dal caffé della mattina all’ultima stella della notte che vedrai svanire all’alba mentre sarai in silenzioso ascolto del mormorio di un nuovo giorno. Molte persone dormono, è vero!, ma se noi iniziamo a risvegliarci alla melodia della vita, tutti i sonnambuli che di continuo incontreremo lungo la nostra via inizieranno a ballare e cantare la nostra stessa canzone. Se noi cambiamo, il mondo che ci circonda inizierà a mutare al nostro stesso ritmo.

Esci dalla tua stanza e divora la vita, quando sarai sazia ritorna in te stessa e abbandonati al silenzio e al riposo, sino a quando la fame farà nuovamente ritorno.

Per volare servono sempre due ali… solitudine e relazioni, desiderio e contemplazione, azione e rilassamento… buon volo...

Un abbraccio,

Dadrim

 
Dietro la maschera, oltre le difese PDF Stampa E-mail
Sull'educazione e i figli
Martedì 30 Marzo 2010 05:06

Qualcuno ha scritto: Caro Dadrim, sono un ''padre'' con difficoltà ad educare il proprio figlio. Vede, mio figlio ha un carattere estremamente particolare e non so più come pigliarlo. È in età adolescenziale ma non penso sia una cosa che riguardi l'adolescenza ma credo sia una cosa che si porti dietro da tempo.Vede, lui mi è stato affidato perché aveva problemi famigliari molto particolari. Ha 2 genitori molto giovani e 4 fratelli, forse a causa della loro giovane età, problemi economici e altri personali non sono riusciti a seguire e dare delle regole a questo ragazzo. Non è stupido, anzi, ma si comporta come se lo fosse, infatti si è fatto espellere da scuola perché non aveva voglia di fare. Parla con termini non adeguati e, tra bestemmie e sputi, è difficile parlare con lui perché dice che non si fida degli adulti in quanto è stato "fregato" in passato dagli assistenti sociali. Almeno questo è quello che dice lui. Alcune volte è violento, non solo fisicamente ma anche psicologicamente. Quando se lo permette sa essere veramente intelligente, simpatico, coinvolgente. Un ragazzo che ha portato a casa un giorno l'ha definito un "leader" e Giovanni (mio "figlio") mi ha confessato che lo chiamano cosi perché ha molta influenza sugli altri coetanei, anche se lui ribadisce che non è una cosa cercata. Ma nonostante queste qualità lui non sembra felice, anzi non lo è affatto, e lo dimostra facendo delle ragazzate, ed è questo il punto. Vorrei che si senta bene indifferentemente che sia a casa con i suoi genitori o con me. Mi potrebbe dare una mano affinché questo succeda? Spero che mi possa essere d'aiuto.

Dadrim ha risposto: Caro “padre” non posso fare a meno di confessarle che il suo racconto rispecchia la storia di un ragazzo a me molto vicino e caro, con il quale, per certi versi, mi trovo anch’io nella sua stessa situazione. Partirei dicendo che dal mio punto di vista ho sempre pensato che nessuno può sostituire i genitori biologici di un individuo, per quanto poco si siano visti, per quanti problemi ed eventuali errori abbiano commesso. Ritengo fondamentale tenere sempre nelle nostre menti che noi non siamo qui per cancellare o sostituire la presenza di persone importanti, sempre e comunque, come sono i genitori d’origine: noi possiamo provare ad essere padri dell’anima di ogni ragazzo che incontriamo nelle nostre vite. Possiamo provare ad essere dei tutori del loro mondo interiore, dei facilitatori di un percorso di autoconoscenza e maturazione. Può sembrare una precisazione di scarsa rilevanza, ma per me non lo è! Chi siamo e cosa abbiamo fatto noi per questi ragazzi per meritarci d’essere visti come dei punti di riferimento. Si, dico, meritarci, perché così stanno le cose. Riferimenti, persone capaci di educare, ci si può sentire per diritto di nascita, ma questa è una falsità. Un figlio nasce da me e solo per questo sono il suo educatore: così pensa la maggioranza delle persone, ma non io. Un figlio nasce da me e per questo sono il suo veicolo biologico. Essere suo genitore a pieno titolo, cioè un individuo capace di prendersi cura del proprio figlio, prevede qualcosa di più, prevede quella maturità d’animo che ci consente di entrare in relazione attraverso un amore incondizionato. Cos’è un amore incondizionato? È la capacità di stare in relazione e di agire partendo unicamente da una limpida comprensione delle reali necessità dell’altro. Questa attitudine presuppone un immenso lavoro su se stessi. Non è cosa che si acquisisce perché biologicamente si diviene genitori. Bisogna prima partorire la propria anima, concepire nel nostro ventre interiore quella dimensione dell’essere capace di darsi e dare amore incondizionato, solo poi si può provare ad aiutare qualcun altro a generare se stesso, solo poi ci si può meritare d'essere chiamati genitori.

Noi adulti siamo divenuti genitori di noi stessi o siamo ancora bambini capricciosi? Non v’è nulla di peggio di un bambino che pensa d’essere adulto solo perché la carta d’identità gli ricorda che ha superato di un po’ i 18 anni.

Venendo al nostro ragazzo, lei dice che si comporta da stupido, ma forse lo sciocco è solo colui che non comprende il messaggio che sta dietro determinati gesti. Perché un ragazzo intelligente dovrebbe sputare dalla mattina alla sera, bestemmiare, agire violentemente sia a livello fisico che psicologico? A cosa serve la violenza? A cosa porta il continuo sputare? Forse sta esprimendo un desidero di mantenere una distanza? Se continuo a sputare non è poi così piacevole lo starmi vicino. Forse ha paura di essere schiacciato da un mondo esterno che percepisce come minaccioso?

“Sai, la mia famiglia già non era un paradiso, ma che d’un tratto un giorno siano arrivati anche degli estranei che si sono presentati come assistenti sociali e mi hanno portato via, lontano dai miei fratelli, lontano da quei due genitori che per quanto fossero stati in errore erano pur sempre le uniche persone che per anni ho riconosciuto come riferimenti, non è necessariamente stata la panacea ad ogni mio problema. Un mondo in conflitto era dentro la mia casa, l’ignoto e spaesante è giunto da fuori. La frittata è fatta!”.

Capisci cosa intendo? Non sto dicendo che gli assistenti sociali non dovrebbero fare il loro lavoro, anche se a volte per alcuni sarebbe meglio, dico solo che non dobbiamo pensare che per il semplice fatto che un genitore, a detta di tutti, è un pessimo soggetto educante questo è subito e facilmente comprensibile anche per i suoi figli. I bambini nascono con un amore così viscerale e incondizionato per i loro genitori che per quanto quest’ultimi siano deprecabili, prima che un figlio desideri abbandonarli o rinnegarli ne deve passare di acqua sotto i ponti.

Senza che ora mi perda in cose che non centrano con noi, l’unica cosa che vorrei cercare di condividere è l’immensa importanza che dobbiamo dare al peso di certi allontanamenti. A volte allontaniamo dei ragazzini solo perché per noi società è più difficile comprendere e agire dall’interno di una situazione problematica. Ma la domanda che dovremmo farci non è cosa è più facile per noi, ma cosa è più sano per una famiglia, in particolar modo per i suoi bambini.

Tornando al nostro ragazzo: sputi, bestemmie, violenza e scuola abbandonata… Io credo che un certo tempo gli sarà necessario per comprendere che il mondo non è un luogo in cui ci si deve sempre difendere e che in lui vi sono tutte le qualità per iniziare a spendersi, con tutta la sua intelligenza e capacità d’essere leader, in relazioni nuove, fatte di semplicità, verità e bellezza. Forse ci vorranno anni, ma una quercia non cresce in qualche mese e non comprendo perché la maggior parte di noi non sia capace di rispettare i tempi dell'anima.

Ma una domanda ancora più importante è: quale bellezza porta dentro di sé mio caro padre in prova? La sua bellezza e la sua semplicità sono in grado di riconoscersi anche dentro a uno sputo, una bestemmi o un cazzotto. Siamo capaci di non farci ingannare dalla nostra stupida e formale educazione che ci chiede di far crescere i ragazzi a colpi di si e no, di giusto e sbagliato? Mi mandi a fanculo, bene, non ti dico no non devi: cosa ne ricavo, cosa ne tiriamo fuori? Mi mandi a fanculo forse perché hai paura di sentire troppo vicino qualcuno e di rischiare d’essere ferito ancora, forse perché sei arrabbiato arrabbiato con gli adulti, forse perché non conosci altro modo di dirmi che vorresti qualcuno al tuo fianco e che sei solo, tremendamente solo. Mi mandi a fanculo e così facendo mi dai la possibilità di aprire un mondo fra noi due. Ma se la mia risposta è: no!, non devi parlare così. Se la mia risposta è un giudizio: ragazzino volgare così finirai male! Se questo sono io nella relazione dove arriveremo? In nessun luogo!

Uno sputo, una bestemmia o un cazzotto sono semplici espressioni di un grande desiderio di entrare in relazione, forse un po’ grezze, rudi, ma cosa vuoi farci: dal letame nascono i fiori, dal carbone i diamanti, dagli sputi i sorrisi, dalle bestemmi le parole d’amore e dai cazzotti la capacità di prendersi cura degli altri.

Un immenso abbraccio e in bocca al lupo,

Dadrim

 
Creazione PDF Stampa E-mail
Lettere e messaggi
Lunedì 29 Marzo 2010 11:58

Carissimo Dadrim dopo aver letto diversi scritti presenti nel tuo sito mi hai ispirata..........

Sarebbe fantastico se ogni "essere umano" (non mi piace la parola individuo, la trovo controversa e concettualmente deficitaria) una mattina aprendo gli occhi, finalmente, riuscisse a vedere il CREATO!! Quella parte del tutto che è vibrazione pura e risonante della sua stessa vibrazione e riuscisse così a divenire foglia, fiore, sasso, farfalla, aquila, acqua e via via all'infinito... Una fusione con il tutto che lo riporterebbe alla sua origine Divina. Tutto ciò gli farebbe riscoprire la presenza della scintilla Divina e lo renderebbe consapevole del fatto che l'uomo è la parte incompiuta dell'opera... Dio attraverso l'essere umano si sperimenta, e l'essere umano deve divenire co-creatore della sua realtà e del tutto... La creazione è in continuo movimento, flusso di energia...

Ti allego questa mia poesia e dipinto,

Un abbraccio Monica Conti

 

dipinto di Monica

CREAZIONE

Buio,

Assoluto,

Silenzio,

Energia turbinante.

Luce,

Manifestazione,

Forme,

Energia cristallizzata.

Uomo:

Creato, creatura, creatore...

...Creazione: moto continuo,

infinito, eterno...

 

Monica Conti

 

 
Sulla scarsa memoria e volontà lungo il sentiero di ricerca PDF Stampa E-mail
Meditazione e pratica
Giovedì 25 Marzo 2010 20:30

Sabrina ha scritto: Ciao Dadrim, sono dell'idea che il nostro spirito ci guidi verso la nostra illuminazione, verso l'ascesi, ma poi mi scontro con la mancanza di costanza e con una volontà labile quando si tratta di perseverare sul cammino verso la consapevolezza interiore: sono distratta, ho poca memoria, spesso leggera. Come è possibile che le due cose possano convivere? E possibile dunque penalizzare così il nostro Io superiore?

Spero di essere stata chiara.

Un abbraccio, Sabrina

 

 

Dadrim ha risposto: Cara Sabrina, non so se tu sia stata chiara come non so mai se lo sia stato io, ma ciò è irrilevante per chi intende veramente capirsi poiché continuamente tornerà a confrontarsi sino a quando non vi sarà più alcun dubbio e la comunicazione sarà fra cuori.

Detto ciò, per quanto posso aver compreso mi sento di dirti questo: per me la volontà e la memoria sono pressoché inutili per quanto riguarda il nostro viaggio interiore. È tutta una questione di consapevolezza e di condizionamenti: punto e basta. Più vediamo l’importanza dell’essere consapevoli e più sciogliamo i nostri blocchi, ma l’essere consapevoli non centra nulla con la memoria. La memoria serve per registrare dati e ripescarli quando ci servono, la memoria è utile in certi lavori, ma per quanto riguarda la nostra libertà interiore non è minimamente coinvolta. Certo, se una persona dimentica persino quel che ha detto un istante prima credo che qualche problema lo incontri, ma non credo sia questa la persona che si occupa di questioni come le nostre.

Battute a parte, anche la volontà centra poco se la intendiamo come sforzo per rimanere lungo un sentiero o per raggiungere un obbiettivo. La nostra cultura ha innalzato l’idea di volontà su di un piedistallo dorato, ma questo unicamente perché viviamo in modo snaturato. Perché devo sforzarmi per raggiungere qualcosa? Se voglio qualcosa con tutto me stesso non mi devo sforzare. Forse suderò un po’, ci metterò del tempo, ma, sia lungo il sentiero che all’eventuale raggiungimento del mio desiderio, non dirò mai: “mamma mia che volontà che ho dovuto mettere in gioco, se non mi fossi costretto più di qualche volta a quest’ora avrei già mollato da un pezzo”. Perché dovrei pronunciare parole simili se desidero con tutto il cuore ciò che faccio? La volontà ce la insegnano e inculcano nel sangue sin da quando siamo piccoli. Ci continuano a dire che un uomo senza volontà è un fallito, ma questi sono tutti giochini psicologici per condizionare i bambini, per costringerli a fare ciò che non vogliono.

Invece di capire perché un bambino non vuole fare qualcosa, subito gli diciamo: “svogliato, senza volontà, così non diventerai mai nessuno…”. Cercare di capire è rischioso poiché potremmo scoprire che ha ragione il bambino, che quel che gli stiamo chiedendo di fare è un benemerita fesseria che noi abbiamo fatto per una vita intera. Comprendere spesso non è conveniente per la routine delle nostre vite condizionate.

La volontà serve solo a chi sta facendo ciò che non gli piace. Una grande capacità mnemonica serve invece solo in certi lavori o in certi campi di ricerca, ma non in quello “interiore”.

È anche vero che conoscere se stessi a volte può portare a scoperte poco piacevoli, dopo le quali non si vorrebbe più continuare l’indagine, ma un lavoro può piacere o non piacere, lo posso cambiare, come un paio di scarpe o una maglia, ma quel che io sono non lo posso gettare e sostituire: è la mia stessa sostanza, è quel con cui ogni giorno devo andare in giro, volente o nolente. L’unica possibilità che ho per quanto riguarda liberarmi da quel che di me non mi “piace” è osservarlo e comprenderlo siano all’ultima goccia.

Se le cose stanno come dico è quindi inutile pensare di non avere volontà e per questo di perdere la possibilità di superare i propri limiti. Per chi ha iniziato a intravedere le falsità e le sofferenze che sono connaturate alle nostre piccole identità, la possibilità di fuggire da se stessi non è più realizzabile.

Si può continuare a dormire solo sino a quando non si sa di essere addormentati, dopo è finita. Forse per ancora un po’ di tempo ci si rotolerà fra le coperte, si avranno gli occhi ancora offuscati da rimasugli di sogni, ma quella scintilla di consapevolezza che ci dice “basta dormire, devi alzarti ed iniziare a vivere” non la si potrà più negare.

Dal mio punto di vista non ti devi preoccupare della tua volontà e tanto meno della tua memoria. L’unica cosa che conta è la consapevolezza di quel che sei e fai istante dopo istante. A volte non sarà piacevole, ma per quanto potrai guardare altrove prima di ritornare a desidera di guardare e scoprire cosa si nasconde dentro di te? La ricerca interiore non è un fatto di volontà o pigrizia, ma una questione di desiderio. O c’è o non c’è. Quante volte nella vita abbiamo desiderato ardentemente qualcosa? Spero molte… e in quelle occasione non ci siamo mai dovuti interrogare sul come trovare la volontà per raggiungere ciò che volevamo.

Un caro saluto,

Dadrim

 
Festa delle Bandiere 20/03/2010 PDF Stampa E-mail
Avvisi. notizie ed eventi del blog
Lunedì 22 Marzo 2010 10:53

<<Un bambino, colto da un attacco di singhiozzo urla alla madre: “Mamma, tossisco alla rovescia!”>>.

<<La mamma: “Matteo sei caduto nel fango con addosso i pantaloni nuovi?”.

Matteo: “Si mamma. Non ho avuto il tempo di togliermeli!”>>.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

<<L'insegnante di prima elementare tiene una lezione di scienze naturali. Dopo aver spiegato le categorie in cui si suddivide il mondo chiede a Matteino, che se ne sta comodamente seduto in ultima fila guardando fuori dalla finestra i colori di un magnifico giorno di primavera: “Bene, Matteo, tu cosa sei: un vegetale, un minerale o un animale?”. Matteino, con espressione un po' infastidita risponde: “Nulla di tutto ciò, io sono solo un bambino, un bambino vero!”>>.

Buona festa delle bandiere... buona primavera... e buona seconda fanciullezza a tutti noi, a chi pensa di non potersele permettere, a chi pensa di non volersele permettere, ma specialmente a chi ha compreso di non poterci fare niente, di non aver potuto nulla sin dall'inizio, soprattutto quando credeva di essere indispensabile...

Con amore,

Dadrim

 
Come superare un lutto: morte di un padre PDF Stampa E-mail
Sulla spiritualità
Lunedì 15 Marzo 2010 00:13

Gianfranco ha scritto: Carissimo Dadrim, non so più come far uscire una mia amica che avendo improvvisamente perso il padre circa un mese fa non sa darsi pace. Nonostante le abbia detto più volte che dopo la morte inizia la vera vita lei non accetta niente, anzi, è entrata in depressione perché vuole dare tutta una spiegazione logica all'evento e si fa un cruccio perché insistentemente, ricercando attraverso internet o consultando vari medici, cerca di capire se le sarebbe stato possibile salvare suo padre.Spero che tu possa indicarmi qualche strada per aiutarla anche se è molta razionale. Qualche volta mi riferisce che si era accorta che il padre stava male, ma il dottore non è stato capace di niente...

Grazie,Gianfranco

Dadrim ha risposto: Se ad una persona razionale si cerca di giustificare il fenomeno morte attraverso dogmi di fede inevitabilmente non si otterrà alcun risultato. Stessa cosa vale comunque anche per coloro che razionali non sono. Se non conosco realmente cosa siano la vita e la morte, se non ho mai avuto alcuna esperienza personale di qualcosa che trascende la nostra usuale limitata percezione del mondo, a cosa mi può servire credere in qualcosa? Gli uomini credono solo quando hanno paura di vivere nell'incertezza e di accettare il rischio di quella ricerca che inevitabilmente nasce quando si prende consapevolezza della nostra più totale ignoranza rispetto alle nostre stesse esistenze. Chi siamo, da dove veniamo, cosa sarà di noi dopo quell'accadimento che tanto superficialmente chiamiamo morte, qual'è il senso del nostro essere qui, ora, vivi e più o meno consapevoli? Queste domande riguardano tutti noi, ma solo a pochi interessano delle vere risposte. I più, per paura, non le vogliono nemmeno sentire, molti altri reprimono le loro paure sotto il peso dei più disparati credo: religiosi, scientifici, fantascientifici...

Caro Gianfranco, sappiamo per nostra esperienza che dopo la morte inizia la vera vita? Lo speriamo? Ci crediamo perché ce l'hanno detto? Partendo da quali basi possiamo sperare che una tale affermazione possa aiutare qualcuno? E poi mi chiedo perché dopo la morte inizi la vera vita? Questa nostra vita non è vera? Se non è vera allora cos'è?

Viviamo una falsità? Ma se ora noi siamo in una falsità, per quale motivo, in base a quale alchimia il falso diviene vero? La morte è un'alchimia che trasforma una vita falsa in una vita vera? E in cosa consiste una vita falsa e una vita vera?

Scusa le domande retoriche, ma vorrei unicamente far vedere che la mente non può trovare pace in un'affermazione dogmatica. Un dogma in una mente che dubita diviene unicamente un generatore di mille domande. La mente trova pace solo quando, attraverso l'esperienza, penetriamo la realtà di un fenomeno.

È vero, si può assopire la facoltà investigativa e dubitativa della mente attraverso un'adesione emotiva a un dogma, un credo, ma questo non significa scoprire la verità di qualcosa, non significa liberare il nostro cuore dal tormento del dubbio, significa unicamente fuggire in un qualche sogno rassicurante, ma quando arriverà il giorno della verifica, cosa faremo, quanta paura avremo?

Qualcuno sostiene che dopo la morte non esiste più nulla, qualcun altro sostiene che l'anima continuerà a vivere in una qualche dimensione superiore o si reincarnerà per proseguire il suo percorso di crescita. Chi ha ragione, chi ha torto? Per me è irrilevante, tutte le parole rimangono solo e soltanto delle fiabe, aria fritta, se non sono corroborate dall'esperienza personale diretta e totale.

Nessuno crede alla pioggia e al sole, solo chi nasce cieco deve credere ai racconti di altre persone perché non può fare esperienza diretta di queste realtà. Solo i ciechi devono credere, ma non capisco per quale motivo diamo per scontato che noi esseri umani siamo ciechi per quanto riguarda noi stessi. Perché devo credere a qualcuno che mi dice chi sono, da dove vengo, dove vado e che senso ha la mia vita? Non posso scoprirlo da solo? Io dico di si e dico che la maggior parte delle persone non ci prova nemmeno per il semplice motivo che dal primo giorno della nostra vita ci hanno indottrinati a credere di non poter vedere con i nostri stessi occhi. Questo condizionamento è un bel business, sai che fine farebbe tutto questo spettacolo di marionette e burattinai se i bambini scoprissero un giorno d'essere nati con il dono della vista e pertanto di poter scoprire autonomamente chi sono, da dove vengono, dove vanno e, così, finalmente, di poter scegliere liberamente che senso dare alle loro vite? Questo nostro spettacolo bizzarro finirebbe in un istante, basterebbe una generazione! Ma fatalmente i maestri e i genitori di bambini veggenti sono uomini che credono d'essere ciechi. Un grande salto accadrà quando gli uomini scopriranno di non esser nati ciechi, ma d'esserlo divenuti con il tempo, grazie a mille condizionamenti e violenze subite, ecco che forse allora gli adulti diranno ai loro piccoli: non fidatevi troppo di noi perché abbiamo perso la capacità di vedere da molto tempo ormai. Guardate con i vostri occhi, non credete a nulla che non sia frutto della vostra stessa sensibilità e percezione interiore. Abbiate fiducia nella vostra consapevolezza e per favore guidateci, aiutateci voi a ritrovare il modo per poter vedere nuovamente.

Ti rendi conto di che mondo sarebbe? I vecchi che chiedono ai bambini di essere guidati! Sembra follia pura, ma non è più folle il mondo in cui viviamo, che altro non è che il prodotto della “grande saggezza” di noi adulti?

Tornando alla tua amica, a me non sembra in una fase molto razionale. Una persona che vuole scoprire attraverso internet e andando da vari medici se c'era la possibilità di salvare suo padre, quale scopo vuole ottenere? Se è quello di fare causa al medico curante allora ok, mi pare cosa razionale, ma se è quello di capire se le era possibile fare qualcosa, la razionalità si è persa nell'incapacità di accettare un evento così grande come la morte di un padre.

La razionalità le farebbe dire: per le conoscenze e le intuizioni che avevo sino al momento della morte di mio padre non mi era possibile fare più di quel che ho fatto. L'unico modo in cui ora posso affrontare questa situazione è accettare il mio dolore e lasciarlo sfogare, poiché il riflettere su quel che si sarebbe potuto fare è unicamente un modo per fuggire la sofferenza di quel che ora è irreversibile e reale: la morte di mio padre.

Caro Gianfranco credo che la tua amica stia semplicemente cercando dei modi per non affrontare tutto d'un tratto un dolore troppo grande, e in questo non v'è nulla di male se lentamente riuscirà a guardare la realtà del destino che accomuna noi tutti. Credo che una delle strade più utili per aiutarla sia quella di portarla, con estrema sensibilità e pazienza, rispettando i suoi tempi e modi, a confrontarsi con il dolore della perdita. Veder morire un genitore significa veder morire la realtà esterna di una presenza che sin dalla nostra infanzia si è radicata in noi. Per questo è spesso utile, per sciogliere la nostra sofferenza, parlare al nostro genitore interno come se questo fosse ancora in vita, e dirgli tutto quel che sentiamo, quanto ci manca e quanto è stato importante per noi. Quel che una persona è stata per noi non si perde con la sua scomparsa. Sicuramente si perde la possibilità di fare altre esperienze assieme, ma quel che ci ha dato rimane per sempre nostro inesauribile patrimonio o pesante fardello. Starà poi a noi decidere cosa fare di questa nostra presenza interiore: ne terremo o getteremo una parte, la terremo o la getteremo tutta? Il più delle volte però queste presenze interiori agiscono in noi inconsciamente per il semplice motivo che ci conosciamo così poco da non renderci nemmeno conto che tutto quel che incontriamo nella nostra vita si riflette e imprime nel nostro spazio coscienziale determinando la nostra struttura di personalità. Se siamo consapevoli di quel che è impresso nella nostra coscienza, a tutti i suoi livelli, siamo padroni di noi stessi e possiamo agire liberamente, se non siamo consapevoli del nostro bagaglio interiore, pensiamo d'essere liberi e di conoscerci quando in realtà siamo solo schiavi ignoranti di noi stessi.

In noi agiscono mille fantasmi, ombre provenienti dal mondo esterno; più che individui siamo una sorta di case infestate da una moltitudine di presenze che ci governano, terrorizzano e rare volte guidano saggiamente. Tutto dipende dalla fortuna dei nostri incontri e dalla consapevolezza con cui entriamo in relazione con le persone che troviamo lungo il nostro cammino. Ovviamente gli incontri più importanti sono quelli che facciamo nei primi anni della nostra vita poiché la nostra coscienza, essendo ancora una pagina bianca, verrà segnata profondamente da ogni più piccola pennellata che i vari artisti o imbrattatori che ci circondano faranno.

Una persona svanisce dal mondo esterno, ma lascia per sempre la sua eredità, in misura più o meno importante, nelle persone che l'hanno incontrata, amata o odiata. Come possiamo superare la sofferenza della morte di una persona a noi cara? Guardando dentro di noi, fra le stanze della nostra casa interiore, dove i fantasmi tornano a vivere non appena gli illuminiamo con la luce della nostra amorevole consapevolezza.

Patiamo così tanto la scomparsa delle persone a noi care perché viviamo in superficie, perché siamo principalmente focalizzati sulla dimensione fisica della nostra esistenza, non riuscendo, così, a vedere come ogni cosa si conservi intatta negli spazi del nostro mondo interiore.

Soffriamo, in oltre, perché ogni morte ci ricorda la nostra morte e l'immensa fetta di realtà che questo fenomeno occupa in questo universo, una realtà che continuamente estromettiamo dal nostro spazio di consapevolezza. La vita e la morte sono le due ali che reggono in volo quel misterioso uccello che chiamiamo esistenza. Tutto costantemente termina e si rigenera, attraverso nuove forme, senza resistenza, senza recriminazioni. Tutto tranne l'uomo che accetta la vita e nega la morte. Per questo tutto nella natura sembra armonico ed estatico, in un perfetto volo esistenziale, escluso l'uomo che si trascina al suolo in perenne conflitto e tormento.

Ma chi è l'uomo? Chi siamo noi? Se abbiamo questa risposta abbiamo anche la risposta sulla vita e la morte. Cos'è la morte, cos'è la vita? Dobbiamo accettare qualche dogma di fede o qualche teoria scientifica per poterci rispondere? La vita non ci accade in ogni singolo istante? Direi di si! E allora perché non investigare totalmente cos'è quel fenomeno che chiamiamo vita, osservando direttamente con i nostri stessi occhi? Colui che osserva e fa esperienza delle cose chi è? Siamo noi? Noi siamo l'osservatore, la cosa osservata o la memoria delle esperienze che abbiamo vissuto? Cos'è l'esperienza, cos'è il nostro passato, cos'è il futuro, cos'è quel che chiamiamo tempo? Il tempo esiste? Mi sembrano domande importanti, mi sembrano questioni che meritano la nostra attenzione visto che stanno alla base del significato stesso del nostro esistere, soffrire e gioire. Ma quanti di noi spendono un po' del loro tempo per scoprire? Quanti di noi voglio veramente entrare nel mistero della vita e della morte? Quanti?

Quando muore una persona a noi cara diciamo che soffriamo, ma abbiamo mai cercato di osservare cosa soffre in noi? Chi è colui che soffre? Noi diveniamo sofferenza o sentiamo una sofferenza? Se diveniamo sofferenza chi è che soffre? La sofferenza? La sofferenza soffre? Mi pare un po' difficile. E allora chi è che soffre? Cosa determina la sofferenza? Mio padre muore, io non accetto questo fatto perché penso di non poter vivere senza di lui, perché la sua presenza mi rassicurava, perché avrei voluto dirgli e vivere ancora mille cose e penso che senza di lui queste cose non potranno mai più accadere. Quel che non ho fatto in vita la morte lo svela nella sua irrimediabilità, ma noi non agiamo mai come se ogni singolo istante fosse una perla insostituibile, noi rimandiamo perché pensiamo di avere sempre tempo, poi il tempo si mostra nella sua finitudine e soffriamo. Creiamo un sogno mentale che nel momento in cui viene a contatto con la realtà genera in noi un conflitto, una resistenza, da ciò la sofferenza. La sofferenza non è altro che questo: il non esser pronti ad accettare l'irrealtà del nostro modo di stare al mondo. Viviamo una vita di sogni che costantemente vengono spezzati dalla realtà, è solo perché non sappiamo come vivere realmente che siamo spaventati dalla morte. La morte è un qualcosa di ignoto, che si riversa sul nostro mondo di fiabe come l'idea della fine di ogni nostro progetto, come la fine della nostra possibilità di avere ancora del tempo per portare avanti i nostri piani. La morte rappresenta la natura instabile dei nostri sogni. Noi non temiamo veramente la morte poiché la morte è un mistero, non possiamo sapere cosa accadrà dopo. Quel che noi temiamo è l'ombra che questo mistero proietta sulle nostre esistenze, è l'idea che senza questo corpo non mi sarà più possibile continuare ad esperire quell'unica forma di vita che ora conosco. Ma questa è un'idea che rivela unicamente quanto noi uomini in realtà pensiamo d'essere il nostro corpo e tutto ciò che attraverso di esso possiamo fare. Se vediamo e comprendiamo tutto ciò sarebbe ora più giusto dire che noi siamo l'idea di essere un corpo. Siamo un'idea di corpo più che un corpo. Ma questo è reale? Se fossimo l'idea di avere un corpo, questa idea dovrebbe essere sempre presente in noi, eppure nessuno di noi direbbe d'essere un'idea. Nella nostra mente le idee, cioè i pensieri, si rincorrono a milioni, miliardi, sono in continua mutazione e se ci osserviamo con un po' più di attenzione vediamo che in noi v'è un qualcosa che diviene consapevole di tutte queste idee al di là della loro natura. In me esiste l'idea che senza un corpo non posso più esistere, ma in me v'è anche qualcosa che diviene consapevole di questa idea. Chi sono io allora? L'idea o la consapevolezza che si cela dietro le idee. Se non mi attacco a questa idea e lascio che come è venuta se ne vada, se lascio che anche l'idea successiva come viene se ne vada, se lascio che questo fiume di idee scorra senza che io mi getti dentro, mi coinvolga, cosa accade?

Caro Gianfranco, ho colto lo spunto della tua domanda per rispondere un po' a te per quanto riguarda la tua amica e un po' a “noi” per quanto riguarda il nostro viaggio in questo mondo. Pertanto auguro a tutti noi di riuscire a scoprire la sorgente di tutte le cose, chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo, cose che sento appartenere tutte a un unico “luogo” e a un'unica risposta.

Un caro saluto,

Dadrim

 
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Sulla spiritualità
Venerdì 12 Marzo 2010 22:58

Marco a scritto: Salve, sono Marco di Bologna e a breve inizierò un corso di meditazione nella mia città. Ho letto dei tanti vantaggi di tale metodo, ma vi chiedo come potrò valutare il mio insegnante in una pratica per me tanto
sconosciuta. Ho scelto un corso con persone qualificate ma purtroppo di tali qualifiche poco comprendo. E quali saranno i segnali che mi indicheranno che sono sulla strada corretta? Insomma vi è un modo per capire che il sentiero è quello giusto? Un sentire, un cambiamento, qualcosa che mi avverta...

Grazie e cordiali saluti,
Marco

Dadrim ha risposto: Dal mio punto di vista nella dimensione della ricerca spirituale le qualifiche sono irrilevanti, possono esserci o non esserci, non è questo il cuore della faccenda. La spiritualità è una questione di consapevolezza, di abbandono, di fiducia, di libertà dai nostri condizionamenti. Un individuo può essere pieno di titoli, di diplomi e riconoscimenti, ma questo non garantisce nulla rispetto alla condizione della sua “anima”. Non v'è nessun certificato o scuola al mondo in grado di valutare la consapevolezza e la libertà di un essere umano. E per fortuna, dico io, altrimenti saremmo sempre alle solite: chi è più bravo, chi meno, chi più efficiente e chi più deficiente. Vi sarebbero degli insegnanti, dei voti, degli esami, delle commissioni, dei ripetenti, dei privilegiati e degli emarginati. No, per me non v'è nulla di tutto ciò nella dimensione interiore dell'uomo. Questo spazio misterioso è avvolto dal profumo della bellezza, dell'amore, delle libertà e dell'inspiegabile decisione. Perché qualcuno ritiene Osho il maestro dei maestri, mentre qualcun altro lo considera un mascalzone, perché qualcuno ha dedicato l'intera sua vita alla comprensione delle parole di Krishnamurti, mentre qualcun altro in quelle stesse parole non vi percepisce nulla di speciale, perché qualcuno ha trovato in un monaco buddista la sua guida, mentre qualcun altro in un frate francescano? La mia risposta è solo una: il mistero. Perché ci innamoriamo di qualcuno? Se vi troviamo delle ragioni stiamo pur certi che non è amore, forse è un buon compromesso fra il nostro condizionamento interno e la realtà, è un buon affare, ma non è amore.

Tutto ciò che di veramente bello e importante ci può accadere nella vita è sempre qualcosa di inaspettato e, nella sua essenza, incomprensibile. Esattamente così sono anche le relazioni trasformative, quegli incontri che deviano irrimediabilmente il corso della nostra esistenza verso orizzonti più ampi e sconosciuti. Questi incontri, queste relazioni, non possono essere determinate da certificati o etichette, ma nascono unicamente grazie alla forza attrattiva del nostro desiderio. Potremmo riassumere la faccenda così: Dimmi cosa desideri e ti dirò cosa troverai. Mi spiego meglio:”Mi hanno detto che la meditazione aiuta a stare meglio, allora vado su internet e cerco il centro più rinomato della mia città. Per un po' di mesi pratico, poi inizio a sentire un po' di sollievo e ritorno alla mia solita vita raccontando che la meditazione fa bene e che quel centro è qualificato”. Bello, tutto facile, tutto pronto come tutte le cose del nostro tempo. Una sorta di “fast food” della meditazione, un “fast meditation”.

Altra prospettiva: “Supponiamo di sentirci persi, di non trovare più alcun significato alle cose di tutti i giorni, alle ambizioni che muovono le persone, alle mete tanto ambite della nostra società. Supponiamo d'iniziare a comprendere che fra non molto dovremo morire e che in questo evento risiede l'evidenza dell'insignificanza dei nostri bisogni. Lavoro tutto il tempo per comprare una casa, una macchina, dei vestiti e delle cose che perderò, sono gelose di persone che perderò, cerco una fama e un successo che, se otterrò, perderò, ricerco ossessivamente una prestanza fisica e un'immagine che perderò. Tutto questo senza essermi mai fermato un momento per chiedermi il motivo di tutto questo e se proprio devo cercare qualcosa di duraturo cosa effettivamente è imperituro.

Supponiamo che da questa consapevolezza nasca in me un tormento così grande da spingermi a mettere ogni cosa in secondo piano siano a quando non sarò riuscito a darmi delle risposte. Ecco allora che il mio desidero diviene immenso, tanto da non accontentarmi del ricevere un po' di sollievo e relax da una qualche forma di meditazione. Cosa me ne faccio del sollievo? Ora voglio solo la verità su me stesso e su questa mia esistenza, voglio entrare nel cuore stesso della vita. Con questi occhi brucianti ora vago per il mondo, scruto e interrogo l'anima delle persone, vaglio e setaccio i miei desideri, le mie segrete ambizioni, i miei comodi amori, le mie abitudinarie amicizie e conoscenze. Con quest'anima incandescente vado alla ricerca di tutti coloro che parlano di verità, e senza bisogno di garanzie e certificati son capace di vedere nei loro occhi quanto il mio stesso desiderio di vita ha scavato in profondità. Ecco, adesso sono pronto, adesso sono maestro di me stesso, perché da ogni cosa e da ogni persona sono capace d'imparare, di farmi toccare e cambiare. Con gli occhi di un bambino scruto il mondo alla ricerca del mistero, ma nulla sembra vero, nulla e nessuno mi appaiono sinceri. Poi un bel giorno accade, senza più speranza alcuna, ma con ancora un desiderio sconfinato, mentre passeggio in un bel mattino di primavera e i raggi del sole si riflettono fra le pozzanghere di un temporale passato da poco, alzo gli occhi e mi fondo in un viso, un fiore, una donna e il suo bambino. In quell'essere lì senza motivo, ma vivo più di ogni cosa, sento una presenza in ogni dove, una profumo senza vestito. Questo mistero non ha soluzione, ma ora in lui io vivo, e per tutti quelli che mi chiedono... non so come altro chiamarlo se non amore.

Morale: dimmi cosa desideri e ti dirò cosa troverai.

Non esistono titoli o certificati. So unicamente che il nostro desiderio incontra solo ciò che è a lui affine, pertanto non mi preoccupo mai di chi trovo lungo la mia via, ma unicamente della consapevolezza con cui incedo lungo il sentiero. Incontriamo unicamente le persone che siamo pronti ad incontrare, incontriamo buoni maestri tanto quanto siamo disposti ad imparare. Sappiamo discernere tanto quanto sappiamo volere.

Caro Marco, l'unica cosa che posso dirti è che dal mio punto di vista non esiste un sentiero giusto e uno sbagliato, ma solo una volontà incrollabile o un capriccio del momento.

Il giusto e lo sbagliato sono concetti sotto il dominio del mondo esterno, la volontà o il capriccio sono gradi d'intensità del nostro mondo interiore.

Se siamo mossi da una volontà di ricerca incrollabile non perderemo mai troppo tempo in cose di poco conto. Chiediti cosa desideri e quanto lo desideri e saprai a cosa sei destinato.

Un abbraccio,

Dadrim

 
Desiderio di maternità PDF Stampa E-mail
Sull'amore e le relazioni
Martedì 09 Marzo 2010 12:20

Katia ha scritto: Caro Dadrim, il mio compagno, con il quale sto da 10 mesi, e' separato e ha già due figli dal precedente matrimonio, e se in un primo momento, esattamente fino ad un mese fa, mi ha detto di volermi dare un figlio (anche se specificava che lo faceva solo per rendere felice me), adesso ci ha ripensato...! Io ho 42 anni e so di essere in dirittura d'arrivo e questa cosa mi fa impazzire! Da qualche giorno ho "calato le corna", dandogli la prova d'amore che, so, desiderava, dato che, in tutto questo, Lui, a causa di alcune insicurezze che gli ho creato durante i primi mesi di rapporto, dice di avere dei dubbi sull'autenticità del mio amore. Vorrei aspettare un po' che si rassicuri (vista la mia prova d'amore) e poi ritornare alla carica, ma nel frattempo, per il mio compromesso e la mia rinuncia (anche se momentanea) provo già rabbia e rancore nei suoi confronti. Vorrei sentire il tuo parere in merito. Katia

Dadrim ha risposto: Cara Katia, far nascere un figlio con un papà che non lo vuole a partire dal suo stesso desiderio di paternità e di piena condivisione di un desiderio comune, ma che semplicemente cerca di realizzare un tuo desiderio credo non sia uno dei migliori presupposti. Se una donna desidera fare un viaggio in Egitto e il suo compagno asseconda questa volontà anche se non la condivide, il viaggio potrebbe trascorrere pesantemente, ma per fortuna avrà una breve durata o si potrà sempre tornare indietro prima del dovuto. La stessa cosa non vale per i figli; questi durano una vita e non si possono mandare indietro. Detto ciò, se sin dal principio metti consapevolmente in preventivo che v'è la possibilità di ritrovarti mamma con un compagno più o meno distante o insofferente, e che qualora ciò dovesse accadere, più o meno serenamente riuscirai a vivere i necessari cambiamenti e/o allontanamenti, bene... perlomeno ne sei consapevole.

Altro problema sono i dubbi sull'autenticità del tuo amore e il bisogno di prove. Nella mia visione delle cose l'amore non può avere dubbi e non necessita di prove. L'amore nasce dal nostro cuore e si riversa sulle persone che ci stanno accanto incondizionatamente. L'amore sente: “Io ti amo per quella che sei, qualunque cosa tu sia stata, vorrai essere o diverrai”. L'amore non entra in crisi, non teme e non cambia idea, perché non è un fatto di pensieri ma di totale “abbandono” del sentimento. L'amore ci può rendere estremamente preoccupati se pensiamo che la persona che amiamo si stia mettendo in situazioni pericolose o stia perdendo la strada che lo conduce alla SUA felicità, ma questa preoccupazione è unicamente centrata sulla percezione di sofferenza o gioia dell'altro e non di noi stessi. L'amore non è il risultato di certi comportamenti o azioni che l'altro deve dimostrare, questi aspetti riguardano più un progetto di vita assieme, ma non sempre un amore si tramuta in un progetto condiviso. Cara Katia, tu, al massimo, puoi aver creato nel tuo compagno delle insicurezze su un'idea di progetto di vita assieme che lui portava con se, ora il punto è capire quanto i vostri progetti siano affini o dissimili e se il vostro amore sia il grembo dei vostri sogni o i vostri sogni abbiano generato l'illusione di un amore.

Capisci cosa intendo? Se prima viene l'amore e poi nascono i sogni, i nostri piedi sono ben radicati a terra, ma se prima arrivano i sogni e poi da questi si genera l'illusione di un amore, possiamo unicamente cadere nel vuoto. L'amore non muore mai, per questo può essere un fertile terreno su cui piantare i nostri sogni e progetti. Ma se in noi vive un'idea di amore unicamente prodotta dal desiderio di realizzare i nostri sogni, cosa ne sarà di noi qualora questi non dovessero concretizzarsi?

Se i nostri sogni e progetti sono semi piantati nei campi dell'amore, alcuni cresceranno e diverranno meravigliosi fiori, altri moriranno e concimeranno il terreno. Ma se i nostri sogni e progetti sono fiori comprati in un negozio, non è detto che riusciremo a trovare il terreno adatto ad accoglierli, inoltre, quando i fiori moriranno non sapremo cosa farcene della terra che li nutriva.

Solo se troveremo il nostro campo interiore potremo piantare tutti i semi che vorremo senza la paura di non vederli spuntare, perché la terra non muore mai mentre i suoi frutti mutano costantemente in un eterno girotondo di colori e forme.

Cara Katia, cerca di comprendere se questa vostra relazione nasce dalla terra o è il risultato di due persone che vogliono piantare l'una nel vaso dell'altra i propri diversi fiori. Cerca infine di comprendere se vuoi una relazione da cui può nascere un figlio o se vuoi un figlio.

Più siamo consapevoli di ciò che vogliamo e di ciò che possiamo ottenere meno sofferenze viviamo.

Un immenso augurio di maternità, ma ancor di più, un immenso augurio di trovare il tuo campo interiore eternamente fertile.

Dadrim

 
Sulla paura di sbagliare e il sentirsi inadeguati PDF Stampa E-mail
Crisi interiori
Domenica 28 Febbraio 2010 22:59

Alessia ha scritto: Ciao caro Dadrim, sono Alessia, quella che aveva terribili problemi di insonnia e depressione, intanto ti voglio ringraziare perché le tue parole sono sempre un balsamo per le mie ferite interiori e trovo moltissime indicazioni utili su come cercare di curarle. Ora sto molto meglio e ho capito che non bisogna fuggire la sofferenza, ma usarla per capire meglio noi stessi ed apprezzare maggiormente la vita. D'altra parte l'estate non sarebbe altrettanto bella se non ci fosse l'inverno.

Il mio umore è molto migliorato e vivo più serenamente anche i momenti di crisi. E' un pò come nello yoga, quando devi tenere delle posizioni difficili alla fine impari a rilassarti per soffrire meno e poi con l'abitudine diventano addirittura piacevoli e così penso sia nella vita, se nei momenti difficili aggiungi anche la tensione e l'agitazione stai male due volte e non arrivi a capirne l'intrinseca bellezza.

Con l'insonnia va molto meglio, da che quando non dormivo mi agitavo e mi innervosivo ed ero preda di ansia e paura, piano piano ho imparato a rilassarmi anche se non riuscivo a prendere sonno e così via via fino a che riuscivo a crollare finalmente grazie al fatto che comunque bene o male la vivevo senza angoscia.

Ho notato però che quando mi capita per esempio di stare a casa in malattia o in ferie o nei fine settimana dormo molto meglio e profondo, quando invece so che devo andare al lavoro mi prende una sottile inquietudine e non capisco perché, ma ho come la sensazione che debba sempre succedere qualcosa di terribile...Ora in effetti c'è da dire che mi trovo in una situazione lavorativa non ottimale per me, in quanto devo occuparmi di vendita e consulenza di prodotti e servizi finanziari e io personalmente non sono tanto portata per le relazioni con il pubblico, né tanto meno sono un'abile venditrice...inoltre non ho avuto una sufficiente formazione per potermi sentire preparata, tranquilla e sicura di me. Perché non cambi lavoro dirai tu, ma a parte il fatto che oggi non è una cosa tanto facile, diciamo che insisto perché mi metto alla prova e cerco così di superare alcuni miei limiti e paure.

Mi capita di sentirmi sempre inadeguata e anche quando magari riesco bene a fare qualcosa e sento un po' più di sicurezza in me stessa e di soddisfazione personale,il giorno dopo tutto torna come prima ( come se la carrozza si ritrasformasse in zucca di Cenerentola!) e riaffiorano nuovamente le mie angosce e paure di qualcosa di indefinito e terrificante. Ho sempre paura di fare tutto, di sbagliare, di non essere all'altezza anche se magari ho colleghi che sono pure meno preparati di me, ma che vivono il lavoro con molta più serenità. Quando poi mi trovo a fare le cose e ad affrontarle mi accorgo che in fondo non era così terribile come avevo pensato, ma poi zac! ecco che il giorno dopo , o meglio durante la notte, ricompaiono scenari terrificanti...potrebbe secondo me forse essere collegato al fatto che la morte di mio padre e di mia nonna quando ero piccola sono state da me vissute in modo estremamente tragico perché tenuta all'oscuro dei fatti reali, ho vissuto un clima di paura e incertezza perché non capivo cosa stesse succedendo. E' l'unica spiegazione che mi viene in mente, tu cosa ne pensi? Grazie e un caro saluto

Dadrim ha risposto: Ciao Alessia, bentornata!

Per quanto riguarda la spiegazione che ti sei data ai tuoi problemi non ho alcun modo per sapere se sia corretta o meno, ma quel che so è che le spiegazioni non sono mai risolutive. Non è attraverso la ricostruzione dei nostri eventi passati e la loro connessione, più o meno corretta, che possiamo dissolvere le sofferenze che abitano il nostro presente. Perché il nostro presente è inquieto? Per risolvere questa domanda, se usiamo il pensiero, possiamo unicamente iniziare a scandagliare il nostro passato per cercare di cogliere eventi traumatici da poter ipotizzare come causa dei nostri incubi presenti. Ma qualora dovessimo cogliere, nelle soffitte della memoria, alcuni episodi, cosa ce ne faremo poi? Quando iniziamo a pensare di aver capito, il nostro presente si modifica? Solitamente no! Il presente può modificarsi unicamente grazie ad azioni che fondano la loro realtà e forza nel presente stesso.

Immaginiamo una vera e propria ferita presente sulla nostra mano, qui ed ora, che ci provoca un immenso dolore ogni volta che la muoviamo. Stranamente, immediatamente non ricordiamo la sua causa, ma dopo un po' di sforzi mentali, eccola, qualche ora prima pulendo i piatti ci siamo feriti rompendo un bicchiere nel lavello. Ora che sappiamo iniziamo a chiederci come sia potuto succedere, cosa ha determinato tale distrazione, iniziamo a chiederci come sia possibile evitare che questo dolore continui, ci chiediamo cosa possiamo fare per non sentirlo più, forse dobbiamo tornare sul lavello e rivedere la scena. Forse rivedendo il luogo del trauma il dolore della nostra ferita verrà superato. Ecco cosa succede di solito quando tentiamo di risolvere i nostri problemi. Cadiamo in un vortice di parole, di spiegazioni, di domande, di ipotesi e di tentativi astratti, speculativi senza fine e senza senso. Il guaio è che vogliamo unicamente eliminare il dolore della ferita, non vogliamo curarla veramente. Ma l'unica cosa che ci può salvare non è eliminare il dolore, ma fermare l'emorragia, magari dovendo dare anche dei punti di sutura, cosa che può ovviamente implicare altro dolore.

Con queste parole voglio semplicemente dire che più ci focalizziamo sulla nostra percezione di disagio più non riusciamo a vedere ciò che effettivamente genera il disagio. Il nostro malessere è unicamente un sano segnale di allarme che il nostro organismo ci sta inviando. Il nostro malessere ci sta dicendo: “ti prego presta massima attenzione perché qualcosa è fuori posto”.

Dobbiamo imparare a guardare cosa ci vuole comunicare il nostro dolore smettendo d'interpretarlo come un problema da eliminare. Se troviamo il modo di eliminare il dolore senza aver visto il messaggio che si nasconde in lui, finiremo per morire dissanguati, magari senza sentire alcun male, ma quando si è morti si è solo morti.

Cosa possiamo fare allora per curare la nostra ferita alla mano? Il dolore ci avvisa che qualcosa non va... guardiamo nel presente, nel qui ed ora, cos'è e dov'è questo qualcosa che non va... poi prendiamo ago e filo e cuciamo la ferita. Il dolore rimarrà ancora per un po', ma il vero guaio è stato risolto.

Solo l'azione immediata e diretta sul fatto è risolutiva, mai le speculazioni sul fatto.

Trasportando tutta questa metafora nella nostra dimensione interiore, i fatti che osservi e senti sono: percezione d'inadeguatezza... angosce e paure per qualcosa d'indefinito... pura di fare tutto sbagliato, di non essere all'altezza.

Questi sono i sintomi, questo è il dolore della ferita alla mano, ma la ferita qual'è, dov'è? Posso avere paura di qualcosa che non conosco? Se cade un coppo da un tetto e mi sfiora poi frantumandosi in mille pezzi quando impatta con il suolo, ho paura prima che il coppo cada o la paura nasce quando tutto è accaduto ed io inizio ad immaginare cosa poteva accadermi? Ovviamente la paura nasce solo dopo, quando il mio pensiero può proiettare qualcosa, mai prima, mai quando il mio pensiero è assente, privo della possibilità di proiezione.

Le cose possono essere fatte bene o male, se vengono bene non c'è problema, se vengono male dall'errore impariamo a migliorarci. Senza errori non c'è crescita, non c'è evoluzione. Perché quando il nostro pensiero ipotizza la non riuscita di qualcosa in noi affiora la paura. Di cosa abbiamo paura? Di sbagliare? Ma perché abbiamo paura di sbagliare? Se ci osserviamo con estrema attenzione nell'esatto istante in cui tutto questo processo di proiezioni mentali ed emotive viene in essere riusciamo a scoprire sempre più cose, riusciamo a conoscerci sempre più. Ma per fare ciò non dobbiamo avere paura di guardare le nostre paure, non dobbiamo desiderare di evitare il dolore, di metterci in situazioni che ci creano disagio. Con questo non dico nemmeno che dobbiamo desiderare il dolore, ma dovremmo semplicemente provare a rimanere in disparte, leggermente distanziati dall'accadere dei fatti. In fin dei conti per poter osservare qualcosa è sempre necessaria una certa distanza.

Detto questo, ciò che ci può liberare è la nostra diretta osservazione di quel che accade dentro di noi. Se ti osserverai con attenzione probabilmente inizierai a vedere che dietro la paura che crea l'idea di sbagliare hai un pensiero di te come di una persona che non si può mai permettere alcun errore, che deve sempre essere adeguata, che deve sempre essere all'altezza. Ecco allora che non hai paura di sbagliare, ma hai paura di non rispecchiarti più in quell'immagine di te che ti sei costruita o che ti hanno aiutato a costruire (ma il come e il perché sia nata non ci interessa poi tanto), e che ora subisci proprio perché non vi poni una distanza.

Devi poterti rispecchiare nelle relazioni e nelle tua azioni sempre attraverso quell'immagine che vive dentro di te, ma ovviamente la realtà non è fatta per corrispondere alle nostre fantasie su noi stessi, e più comprendiamo ciò più in noi crescono ansie e paure, almeno sino a quando non troviamo il coraggio di affrontare la vita nudi, senza idee aprioristiche.

Forse le cose stanno così, ma forse stanno in maniera diversa, l'unica cosa che conta è il tuo entrare sempre più in profondità nel tuo essere. Lì incontrerai faccia a faccia quel che si nasconde.

Più entrerai dentro di te e inizierai a vedere direttamente i pensieri che danno origine al vortice delle tue angosce, più capirai che non v'è alcun motivo per continuare a dare energia a questi pensieri. A quel punto inizierai a distanziartene siano a quando questi perderanno la loro influenza.

Noi in realtà non abbiamo mai paura del giudizio delle persone, ma abbiamo paura del giudizio che noi diamo al giudizio delle persone.

Datti la possibilità di essere quella che sei, né capace né incapace, né adeguata né inadeguata, semplicemente una persona che in ogni istante vive pienamente e liberamente tutto quel che accade, con tutte le sue capacità, senza voler essere di più o di meno, senza alcune idea di come dovrebbe essere o non essere.

Quando poi ti trovi a fare le cose e ad affrontarle ti accorgi che in fondo non era così terribile come avevi pensato, ma poi zac! Il giorno dopo, o meglio durante la notte, ricompaiono scenari terrificanti.

Per quanto riguarda la notte sono certo che più inizierai a vedere i pensieri profondi che ti controllano durante il giorno e a distanziartene, più inizierai a dormire serenamente. Perché sogniamo? Semplicemente perché durante il giorno non ci possiamo permettere di vivere, sentire ed affrontare tutte le spinte che si muovono in noi. Più lascerai affiorare alla tua consapevolezza il meccanismo del tuo conflitto interiore e più questo svanirà dal tuo mondo onirico.

Così potrai essere finalmente quella che sei smettendo di dover essere qualcosa o qualcuno. Essere se stessi significa non avere alcuna idea su chi siamo poiché di momento in momento rispondiamo alla vita unicamente grazie alla nostra sensibilità.

L'essere non ha confini, la personalità è una prigione dalle mille stanze!

Sono certo che con ancora un po' di fiducia e coraggio anche queste ultime antiche paure si dissolveranno.

Un abbraccio,

Dadrim

 
L'importanza del respiro nella meditazione PDF Stampa E-mail
Meditazione e pratica
Domenica 28 Febbraio 2010 19:12

Qualcuno ha chiesto: Ciao Dadrim, volevo chiederti cosa si intende quando si dice che anche una corsa o una nuotata possono essere trasformate in meditazione. A me piace correre e per far divenire questo piacere una pratica meditativa che dovrei fare?

Dadrim ha risposto: Il punto centrale di ogni cosa, l'essenza di ogni pratica è sempre il risveglio della consapevolezza attraverso l'osservazione, l'ascolto, il divenire sempre più aperti, sensibili e recettivi. Le attività fisiche, se praticate con una certa disposizione interiore possono divenire dei potenti strumenti di trasformazione. Possiamo andare a correre con una amico e chiacchierare delle solite cose per tutto il tempo, perdendo la consapevolezza globale di quel che ci sta accadendo, ma possiamo anche andare a correre in solitudine, in percorsi immersi nella natura, lontani dal caos del traffico e dal suo inquinamento ottenendo enormi risultati. Possiamo nuotare per ore, ogni giorno, con una mente tutta intenta a raggiungere l'obbiettivo di vincere delle gare, ma possiamo, anche in questo caso, nuotare unicamente per il piacere dell'azione in sé e per darci la possibilità di ascoltare noi stessi in un momento di estrema apertura dato dall'agire totale che l'attività comporta.

Ogni attività fisica, infatti, se praticata con una corretta disposizione d'animo, è un mezzo di trasformazione e purificazione interiore estremamente potente proprio grazie al suo accadere unicamente attraverso un coinvolgimento totale della persona nel presente. Mente, corpo, emozioni e consapevolezza agiscono contemporaneamente all'interno di un processo che destruttura il nostro usuale funzionamento, principalmente grazie alla modificazione del nostro respiro.

La modificazione del nostro respiro è un potente mezzo di rottura del nostro solito e ridondante flusso di pensieri ed emozioni. Per constatare la realtà di questo aspetto ci basta fare un semplice esperimento. Quando stiamo passando un momento di tensione mentale o di disagio emotivo, se alteriamo volontariamente il nostro flusso respiratorio, vedremo che la nostra condizione varierà in pochi minuti. Questo perché ogni nostra onda di pensiero è portatrice di un certo tipo di emozione, e questa, a sua volta, si manifesta entro un certo tipo di respirazione, più o meno corta, più o meno veloce.

Possiamo anche agire partendo dalla modificazione dei nostri pensieri attraverso processi di autocondizionamento e vedremo ugualmente modificarsi le nostre emozioni ed infine il nostro respiro. Questa azione è però da evitare poiché si basa unicamente sulla sostituzione di un certo tipo di condizionamento con un altro. Mi spiego meglio.

Siamo stati educati a pensarci brutti, incapaci e stupidi, questo flusso di pensieri in noi scorre profondo creando un certo tipo di emozioni, queste creano un certo respiro e questo infine si ripercuote anche sul nostro organismo. Incontriamo poi un giorno uno di quei tanti personaggi che propagandano un cambiamento interiore grazie alla modificazione dei nostri pensieri. Ecco allora che iniziamo a ripeterci dalla mattina alla sera che siamo belle persone, che meritiamo l'amore delle persone, che la vita è bella, che il fallimento è solo l'anticamera del successo e altre balle del genere. In sostanza iniziamo a creare una struttura mentale ed emotiva che ci rassicura e soddisfa a cui poi aderiamo con tutta la nostra energia. Questo è un processo condizionante pari al primo, forse anche più pericoloso poiché dal primo è molto più facile desiderare la libertà.

Chi si è autoconvinto di essere una persona bella, di successo, ecc., sino a quando è solo con se stesso può stare più o meno bene nel crogiolarsi fra le sue fantasie mentali, quando trova qualcuno che lo conferma va in estasi, ma quando trova qualcosa o qualcuno che contraddice i sui pensieri diviene aggressivo o cade in depressione.

Sostituire dei condizionamenti mentali con altri non è mai risolutivo poiché quel che pensiamo è sempre e solo un qualcosa che ci isola dalla dimensione dell'essere. Colui che semplicemente è, non ha idee su di sé, sugli altri o sul successo e il fallimento, poiché vive fuori dai confini della mente, guidato unicamente dalla sua sensibilità interna. Cos'è il bello, cos'è il brutto, chi decide qual'è una vita di successo o una vita di fallimento? Tutte queste cose sono solo astrazioni della mente a cui aderiamo, sono le allucinazioni della nostra società, del pensiero di massa.

Le nostre prigioni interiori devono essere distrutte e non sostituite con prigioni un po' più comode e belle, ma per fare questo non dobbiamo modificare in nostri pensieri con altri pensieri, non possiamo sottoporci ad un processo di autocondizionamento, dobbiamo semplicemente prendere consapevolezza dell'intera forma e sostanza dei nostri condizionamenti. Dobbiamo lasciare che le nostre prigioni interiori si riflettano completamente sul limpido specchio della nostra consapevolezza interiore, riuscendo così a vedere e spezzare quell'inganno, in cui siamo caduti, fatto di pensieri che interferiscono con il naturale flusso della vita.

Non partiamo quindi dal tentativo di modificare i nostri pensieri, ma partiamo dalla possibilità di spezzare il nostro ormai consolidato flusso di pensieri ed emozioni attraverso la modificazione del nostro respiro. Se modifichiamo il nostro flusso respiratorio e ci poniamo in uno stato di consapevolezza attenta e passiva, vedremo progressivamente emergere una quantità notevole di esperienze passate rimosse, pensieri ed emozioni inconsci. Vedremo progressivamente emergere tutto il peso del nostro passato, tutte quelle forze sotterranee da cui siamo solitamente comandati e guidati.

Mentre corriamo in solitudine, se teniamo un atteggiamento interiore di estrema sensibilità a tutto quel che ci sta accadendo, mantenendo una consapevolezza vigile ma non focalizzata su nulla, vedremo che la nostra consapevolezza a volte sarà coinvolta nell'ascolto del battito cardiaco, del respiro, delle tensioni muscolari, altre volte vedrà affiorare pensieri ed emozioni. Praticando con costanza e pazienza in questo modo, tutto il nostro pus interiore verrà espulso sino a quando torneremo ad avere una limpida percezione di noi stessi e del mondo.

Le attività fisiche possono quindi essere degli ottimi mezzi di purificazione e trasformazione poiché permettono d'essere consapevoli durante un'azione totale e destrutturante.

Lo stesso risultato si può comunque ottenere anche grazie a pratiche totalmente incentrate sul respiro e che quindi non necessitano di uno sforzo fisico troppo intenso. Una di queste è il Rebirthing o molti esercizi di Yoga che lavorano proprio sulla respirazione.

Concludendo, l'essenza di ogni cosa sta nel trovare mezzi, sentieri e stratagemmi capaci di destrutturare la nostra gabbia mentale ed emotiva per permettere alla nostra consapevolezza di penetrarla e dissolverla. Il respiro è un potente strumento che può essere utilizzato partendo dal corpo, con attività fisiche più o meno intense, o agendo direttamente su questo.

Se ami la corsa cerca di farla lasciandoti totalmente trasportare dalla totalità dell'azione, lascia che la tua consapevolezza senta, veda e osservi fluidamente tutto quel che accade. Come lentamente i muscoli si sciolgono nello sforzo, così lascia che il tuo centro di controllo interiore, esercitato dal pensiero, divenga fluido, libero, non gestito. Le cose accadranno da sole...

Un caro saluto,

Dadrim

 
Separazione, conflitti, tensioni del corpo e della mente PDF Stampa E-mail
Crisi interiori
Mercoledì 24 Febbraio 2010 19:48

S. ha scritto: Ciao Dadrim, ho deciso di contattarti perché è da un po' che ho dei problemi interiori. Quando sono in mezzo alla gente non mi sento più a mio agio, infatti, mi capita di sudare notevolmente sotto le ascelle e quando inizio un discorso a volte mi trema perfino la voce. E' cominciato tutto un anno e mezzo fa circa, anche se forse mi era già capitato leggermente in precedenza ma non intensamente come ora. Ho 19 anni e non riesco a capire cosa abbia scaturito in me questa sensazione di inadeguatezza. Un anno fa oltre a prepararmi per la maturità e scegliere l'università da fare, che sono certo che alla mia età può essere un cambiamento non da poco, ho realizzato che mia madre, già separata da mio padre 10 anni fa, si sta riseparando dal suo nuovo marito con il quale a una bambina di 5 anni (dico realizzato perché mi ero già accorto che non andavano troppo d'accordo ma non avevo capito la gravità della cosa). Questo ha generato notevoli conflitti in famiglia, che già di suo è molto incasinata (ho anche i nonni separati), con anche alcuni problemi economici: quindi è circa un anno che in casa si respira un clima pesante e sembra che nessuno si voglia bene. Io, dopo molti tentativi di riappacificare le cose, di cercare di risolvere la situazione, mi sono chiuso in me stesso. In un certo senso ho odiato la mia famiglia, sopratutto mia madre, perché non è come le altre e mi metteva in una situazione troppo grande per me. Per risolvere questo mio malessere ho cominciato a leggere vari libri che potessero aiutarmi (per es. Antony De Mello, Dalai Lama e cose simili) e a provare tecniche di rilassamento come la meditazione, ma ho ottenuto risultati quasi nulli. Ora sto cercando di cominciare a ritrovarmi con mia madre (sembra strano ma mi ero isolato realmente in casa cioè non parlavo con nessuno al di fuori del dire ciao e poco altro), anche se non posso convivere con tutta la mia famiglia in quanto è divisa in fazioni in lite che ho rinunciato a riunire. Potresti darmi qualche consiglio su come io posso liberare la mia mente da questa tensione, da questo mio non sentirmi a mio agio. Non riesco a distrarmi con gli amici, anzi, sono nervoso anche mentre sono con loro. Ho perso la mia naturale capacità di stare in mezzo alla gente e quindi sono a disagio e finisco anche per rattristarmi. Quando vado in discoteca e bevo qualche drink questa tensione mi passa, ma non posso bere sempre per togliermi questa tensione. Spero che tu riesca a darmi qualche consiglio su come risolvere questa situazione, su come io possa tornare ad essere a mio agio in mezzo alla gente e magari ad esserlo anche più di quanto lo sia mai stato.
Ti saluto.

Dadrim ha risposto: Caro S., la difficile situazione che stai passando non può fare altro che creare quelli che tu chiami problemi interiori. Da quel che mi racconti sembra tu sia cresciuto all'interno di una storia famigliare che ti ha insegnato che i problemi nelle relazioni non si risolvono, non si superano, non danno la possibilità di crescere in armonia e consapevolezza, ma spezzano, dividono, allontanano e isolano le persone. Sembra inoltre che tu ti sia fatto carico di tutto questo dolore e di tutta questa incapacità di comunicare e ascoltarsi. “...dopo molti tentativi di riappacificare le cose, di cercare di risolvere la situazione, mi sono chiuso in me stesso... la mia famiglia in quanto è divisa in fazioni in lite che ho rinunciato a riunire.” Quel che mi sento di dirti è che tu in tutta questa faccenda non hai nessuna responsabilità e men che meno la possibilità o il dovere di sistemare le cose. Ma è inevitabile, i figli, ognuno a modo suo, si fanno sempre carico della sofferenza dei propri genitori, finendo unicamente per gravare le loro giovani spalle di pesi antichi.

A volte separarsi è un atto di saggezza, ma unicamente se questo nasce dalla comprensione delle dinamiche che determinano un'incompatibilità. Il più delle volte le relazioni non terminano veramente ma divengono un campo di battaglia su cui scaricarsi reciprocamente tutti i nostri guai interiori irrisolti. La tua famiglia non è strana, non è molto diversa da moltissime altre, anche di quelle tante che rimangono insieme unicamente per reggere una facciata che nasconde paure profonde, abitudini insormontabili o miseri interessi e opportunità. Come credi che vivano i figli di queste famiglie apparentemente “giuste”? Forse anche peggio di coloro che hanno genitori apertamente in conflitto, poiché là dove una guerra è esplicitata perlomeno ci si può attrezzare per sopravvivervi, e nessuno fa finta che nonostante quotidianamente ci si torturi a vicenda vi sia comunque una sorta di amore perché legittimato dalle carte di un comune o di una qualche chiesa.

Il problema non sta nello stare assieme o nel separarsi ma nel come si sta assieme o ci si separa, da quel che si impara nell'attraversare un dolore. Vi sono persone che trovano un nuovo equilibrio e riscoprono un vero amore proprio dalla distanza che una separazione può generare, vi sono individui che nella vicinanza scoprono modi e forme per vincere i propri egoismi e le proprie difficoltà di comunicazione, vi sono poi persone che si torturano sempre e comunque unicamente perché non hanno ancora capito che amarsi non significa pretendere dall'altro quel che vogliamo, ma aiutarsi reciprocamente a scoprire in noi stessi quel che ancora non conosciamo.

Guarda la tua famiglia per quello che è, non volerla cambiare non condannarla per quel che non è riuscita a superare. Permettiti di sentire dentro di te tutta la rabbia, l'odio e la solitudine che possono, più o meno involontariamente, averti procurato. Lascia che questa ferita sia esposta al sole e al vento, solo così potrà cicatrizzarsi. Cerca di condividere i tuoi sentimenti e i tuoi pensieri, permettiti di esprimere la tua voce, fallo con chi ritieni più adatto, ma fallo. Ciò che teniamo rinchiuso nelle cantine del nostro cuore continuerà ad urlare e a tormentare la nostra quiete interiore sino a quando non gli daremo ascolto.

Come puoi liberare la tua mente da questa tensione?

Il tornare a parlare con tua madre può già essere il primo passo. Se riesci cerca di condividere con lei quel che hai vissuto e che stai vivendo, trova il coraggio e la forza di condividere il tuo punto di vista, le tue emozioni, e con altrettanta apertura cerca di comprendere il suo dolore, come e quando sono nati i conflitti. Cerca di fare questo con l'unico intento di trovare una comunione fra anime, lascia perdere le colpe e le responsabilità, sono solo inganni della mente. Cerca unicamente di comprendere e di farti comprendere. È solo grazie alla comprensione che possiamo bruciare le scorie del passato e trovare così la forza per vivere pienamente il presente.

Anni di relazioni difficili irrigidiscono e intossicano il nostro corpo, pertanto, una buona cosa da fare è praticare uno sport con intensità e assiduità. La pratica fisica aiuta a sciogliere quelle tensioni muscolari che a causa del loro essersi generate con lentezza non siamo nemmeno coscienti di avere.

Non so se ti sei mai accorto ma quando siamo vicino a delle persone che litigano inconsapevolmente iniziamo a contrarre alcune parti del nostro corpo, forse quelle che sentiamo più vulnerabili alla carica emotiva negativa cui siamo esposti. La continua esposizione a situazioni di stress emotivo crea un'abitudine, un modo di stare nel nostro corpo fisso, non più fluido e capace di variare in base alla diverse condizioni ambientali. Ecco allora che ci può succedere che quando siamo in relazione con altre persone iniziamo a sentirci tesi anche se non v'è alcun motivo. Da questa condizione facilmente entra poi in gioco il pensiero, con tutte le sue valutazioni, ansie e desideri. La mente inizia a chiedersi: cosa succede, come posso uscire da questa condizione, guarda come sono ridotto, ecco che non riesco più a stare nemmeno in un semplice relazione fra amici... Così viene in essere un circolo vizioso di tensione dal quel ci pare di non uscire più, la voce trema, sudiamo, siamo sempre più irritati e scontenti... Ma le cose come sempre accade sono ben più semplici di quel che pensiamo.

Lascia perdere il pensiero, non ti risolverà proprio nulla, lavora più sul tuo corpo, sulle tue emozioni e sulle tue abitudini. Esprimiti, lasciati andare, cerca luoghi e relazioni dove ti puoi sentire il più possibile libero, accettato e sereno. Danza, canta, corri, nuota, ama, cammina nell'erba a piedi scalzi, rimani ad osservare la corrente di un fiume quando viene il tramonto! Tieni la mano di un'amica mentre passeggiate senza alcun motivo se non quello di sentire il calore di questa vita che scorre fra di voi! Se poi nascono altri motivi meglio...

Crea un'abitudine inversa a quel che sino ad oggi hai passato, se per anni sei vissuto nel conflitto, nel silenzio e nella tensione, ora, consapevolmente vivi dimensioni armoniche, di dialogo, rilassate.

All'inizio forse ti sarà un po' difficile, ti sentirai un po' goffo, ma è normale, è solo questione di tempo, di prendere confidenza con una dimensione di vita che sino ad ora ti è sfuggita.

Lentamente vedrai che questo tuo nuovo modo di stare al mondo e nelle relazioni inizierà a seguirti come un ombra anche nelle situazioni più difficili.

Un'ultima cosa, quando passi delle buone giornate e dei bei momenti, alla sera prima di dormire, rilassati completamente e abbandonati al sentire la bellezza che porti in te (nel sentire, non nel frullare con la mente!). Quando poi ti svegli al mattino, dopo esserti lavato la faccia, rimani due minuti di fronte allo specchio a fissare il tuo volto, non fare smorfie, non lasciarti andare a commenti tipo: sono pazzo ad ascoltare quello scemo del blog, ma guardo cosa mi metto a fare, ecc.. Se qualcosa ti passa per la mente lasciala passare, fregatene, tu rimani lì per i tuoi buoni due minuti. Questo è un semplice trucchetto che ci può aiutare a rimanere più consapevoli di noi durante la giornata.

Con un po' di pazienza, fiducia, costanza e coraggio la tua naturale capacità di stare al mondo e nelle relazioni rinascerà, non ho alcun dubbio. Fra un po' di tempo fammi sapere come vanno le cose.

Dadrim

 
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