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Storie e racconti
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Giovedì 23 Ottobre 2008 14:49 |
Mi hanno raccontato una bellissima storia, non so se sia accaduta realmente, ma per quanto riguarda la ricerca spirituale è certo che accade sempre così:
<<Agli inizi della guerra in Iraq v’era un soldato che di continuo abbandonava la sua postazione per corre fra le dune del deserto o fra i vicoli di Baghdad alla ricerca di qualunque resto di carta che riusciva a intravedere fra la polvere, i proiettili e le bombe. Quando ne trovava uno, si fermava immobile sul posto e iniziava ad esaminarlo con molta attenzione, poi scuoteva il capo con disappunto lasciandolo cadere. Sconsolato, tornava poi lentamente al suo posto di combattimento.
I suoi superiori, constatando che questo comportamento tendeva a ripetersi sempre più di frequente e in qualsiasi situazione, lo fecero ricoverare all’ospedale militare del campo base.
Interpellato dai medici, in merito a questo suo comportamento estremamente pericoloso e insensato, il giovane soldato non seppe dare alcuna risposta. Dopo pochi giorni ricominciò a raccogliere carte di ogni tipo anche fra le corsie del reparto psichiatrico. Guardava ovunque: nei cestini dell’immondizia, sotto i letti, nelle tasche dei medici, fra le lenzuola dei letti. Vagava sempre più ansioso e disperato, ed ogni volta che raccoglieva un foglietto, immobile, lo osservava, poi iniziavano a scendergli copiose lacrime dalle guance, mentre lentamente ritornava al suo letto per rannicchiarsi sotto le coperte e ripetere ossessivamente: “Perchè non riesco a trovarti, ho fatto di tutto, ho rischiato la mia vita per te, ora non ho più nulla, tu sei il mio unico desiderio, il mio primo pensiero all’alba e il mio ultimo al tramonto. Non so più dove cercare, non so più dove andare”.
Venne poi un giorno in cui smise definitivamente di parlare e di vagabondare per l’ospedale. Con lo sguardo fisso nel vuoto rimaneva seduto per ore e ore sulla poltrona accanto al suo letto.
Tutto ciò continuò per delle settimane, sino a quando, una mattina d’ottobre, andò da lui un militare che, fissandolo attentamente in viso per cercare d’intuire se fosse ancora in grado di comprendere qualcosa, gli disse : “Sei stato dichiarato inabile al servizio militare, questo è il tuo foglio di congedo”. A quel punto il giovane, ormai considerato completamente pazzo, mosse lentamente una mano… prese la busta… la scartò… e dopo averla fissata attentamente per diversi istanti, scoppio in lacrime e potentissime grida di gioia. Iniziò a ballare e a baciare tutti i medici del reparto, i pazienti, il militare che era venuto per dargli il congedo, e senza più voltarsi si precipitò come un fulmine verso la porta d’uscita dell’ospedale esclamando: “Ti ho cercata in ogni luogo, ti ho sognata in mille forme, ti ho desiderata più della mia stessa vita, ma solo ora capisco che non era in mio potere scovarti fra le cose e le persone. E proprio quando non ti cercavo nemmeno più, e nulla era rimasto nel mio cuore, eccoti qui, sei tu stessa a venire da me senza tamburi ne fanfare, ma con la voce di un semplice soldato. Mia dolce e amata libertà, ora posso tornare alla mia vera casa, nella mia patria, dove mi aspetta l’amore e la pace che sempre ho sognato!!!”>>.
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Dadrim
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Dio e religioni
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Mercoledì 22 Ottobre 2008 14:20 |
La verità non può essere una teoria, non può essere un sillogismo o un dogma. La verità non può appartenere a una religione, a un uomo o a una setta. La verità non può essere provata o confutata, la verità non può essere discussa, ma unicamente vissuta.
Assurdo vero? Eppure per me è così! "Per me la verità è vera solo quando si vive veramente", e la vita è un sentire, mai un pensare, un dibattere, un provare o confutare, un credere o non credere. O sei vivo o sei morto! Non puoi pensare alla vita e poi decidere cosa sei e cos’è!!
È talmente ovvio!!, ma le cose ovvie sono le più difficili da accettare perché non ci lasciano lo spazio per esitare, per difenderci, per demandare, rimandare, e continuare a fuggire, pertanto l’ovvio è stato rimosso e sostituito con il banale e il falso.
Riflettiamo un po’, e vi prego di avere pazienza, perché l’argomento è semplice, ma noi ormai siamo così complicati e contorti che per vedere le cose come stanno dobbiamo fare mille giri di parole. Quindi pazienza, voglia di guardare e scoprire, e niente paura.
Su cosa si basa la pretesa che una certa religione sia vera, mentre un’altra non lo sia? Assunto che per altro è alla base d’ogni conflitto religioso! Quali prove ci sono a sostegno di un’unica religione? Le religioni si fondano su un assunto di fede, non si basano su prove scientifiche inconfutabili. L’acqua bolle a cento gradi, e se ripeto l’esperimento miliardi di volte, l’acqua bollirà sempre a centro gradi. Questo e un fenomeno evidente per chiunque. La terra gira in torno al sole. Per accettare questa realtà c’è voluto del tempo, ma i fatti vincono sempre sulle supposizioni. Ma per quanto riguarda la fede, come è possibile arrogarsi il diritto di dichiarare unica depositaria della verità una certa religione? La religione, per come è stata concepita sino ad ora, è unicamente un fenomeno mentale soggettivo. La religione si sottrae sempre al vaglio della ragione e pertanto diviene un fenomeno sociale irrazionale ed emotivo.
Ogni volta che trovo qualcuno che afferma la veridicità della propria religione e la falsità d’ogni altro credo, non posso fare a meno di sottoporgli alcune domande estremamente semplici, ma alle quali non ho mai ricevuto risposta.
Solitamente queste domande suscitano reazioni d’ira o disagio. In alcuni rari casi noto anche una qualche forma di riflessione, in altri casi, noto solo la fuga! Ma la reazione più comune è l’ira e l’aggressività. Interessante questo fatto. Più una persona si ritiene devota ad una fede, e più diviene violenta nel momento in cui si mette in discussione la solidità di questa sua fede.
Ma la fede non doveva portare alla pace e all’amore fra i popoli e le persone?
Comunque, la domanda delle domande è una: “Su cosa si basa la pretesa di verità e unicità della tua religione?”
Le risposte più comuni a questa domanda sono sempre le stesse:
La verità della mia religione è confermata dalle parole del mio messia, del profeta, del mio Guru, ecc.
La mi religione si basa sulla verità rivelata che sta scritta nei testi sacri.
La mia religione è quella giusta perché è la più antica, perdura nei secoli
Ora…, di messia, guru e profeti ve ne sono stati a milioni e sempre ve ne saranno. Dire che la verità di un credo si basa sulle parole di un certo individuo non mi sembra avere alcun senso. Perché le sue parole sono vere e quelle di un altro sono false? Qual è il metro di giudizio? Questo solitamente non viene mai chiarito. In cosa consiste la verità di queste parole? Si potrebbe al massimo dire che le parole di una certa persona sono conformi al mio modo di pensare alla vita, ma non certo che le parole di quel qualcuno possano essere assunte come verità per ogni uomo!
I Cristiano credono che Gesù sia l’unico figlio di Dio, il salvatore dell’umanità, il redentore. Gli Ebrei stanno ancora aspettando il loro “redentore”. Per gli Islamici Gesù è un profeta come altri, nulla di più e nulla di meno. Per i Buddisti il problema nemmeno si pone, e altrettanto vale per gli Induisti. Per gli Ebrei il testo sacro per antonomasia, ma non l'unico nella religione Ebraica, è la Torah, corrispondente ai 5 libri del Pentateuco, per i Cristiani è il Nuovo Testamento, per i Musulmani è il Corano, per i Buddisti è il Canone Buddista ( Canone Pāli o Pāli Tipitaka, il Canone cinese 大藏經, Dàzàng jīng, e il Canone Tibetano, composto dal Kanjyur e dal Tenjyur) e per gli Induisti vi sono i Veda.
Per gli Ebrei, i Cristiani e i Mussulmani esiste un solo Dio, salvo poi, che questo Dio, a seconda delle razze e delle aree geografiche, desideri cose diverse e mandi suoi rappresentanti in “leggera” contraddizione uno con l’altro. Per i Buddisti non v’è alcun Dio, ma il Samsara e il Nirvana, e per gli Induisti v’è Brahma, la matrice metafisica del Tutto.
V’è poi da dire che la religione più antica pare essere l’Induismo, quindi per quanto riguarda l’affermazione “la mia religione è vera perché è la più antica”, questo varrebbe unicamente per gli Induisti, ma ho scoperto che la maggior parte della gente non conosce minimamente le altre religioni e spesso non conosce un gran che nemmeno della propria, quindi tendono tutti a ritenere che la più antica religione sia sempre quella in cui credono loro. In oltre non posso esimermi dal far notare che non v’è alcuna relazione logica, razionale, intuitiva, e nemmeno di comunissimo buon senso nel ritenere che ciò che è antico è vero. Se tutti avessero pensato sempre così, è molto probabile ritenere che nessuno avrebbe mai attraversato l’oceano per scoprire nuovi continenti, considerando che un’antica credenza (Grecia del periodo arcaico, popoli mesopotamici…) riteneva che la terra fosse piatta e pertanto non circumnavigabile.
Non mi pare il caso di entra nei dettagli delle varie religioni, altrimenti perderemmo anni, forse vite, e credo che non ne uscirebbe nessuno sano di mente, tali e tante sono le divergenze, le sfumature e le possibili interpretazioni. V’è da dire inoltre che non ho citato religioni antiche e degne d’ogni rispetto come lo Zoroastrismo, il Jainismo, il Taoismo, il Confucianesimo, lo Scintoismo, e nemmeno ho menzionato la tradizione Sciamanica, l’Animista e molte altre.
Ma vi rendete conto? Differenze su differenze su differenze! Questa è una giungla vera e propria, e chi vi vuole entrare non sempre è in grado di venirne fuori. Per questo, forse, la maggior parte della gente si trincera in un unico pensiero, escludendo automaticamente il confronto e il dialogo con tutto ciò che v’è intorno.
Da parte della maggior parte delle persone questo atteggiamento non è giustificabile, ma è comprensibile, considerando che il tempo per riflettere, studiare e ricercare è spesso soffocato da una miriade d’impegni caratterizzati da un’urgenza immediata ben maggiore rispetto alla ricerca spirituale, come il mantenere la famiglia, la casa e la salute.
<<È un’ovvietà far notare che il bisogno di spiritualità nasce sempre dopo aver assolto i bisogni primari. Altra cosa, anche se non è questo il momento di parlarne, è far notare che oggi, nonostante molti abbiano una discreta condizione d’appagamento dei bisogni primari, il desiderio di spiritualità sembra non affiorare ugualmente, ma anzi, sembra continuamente aumentare la brama per il superfluo>>.
Tornando a noi, questo atteggiamento di cecità, sordità e generale chiusura non è ammissibile in coloro che, grazie ai soldi di chi lavora, possono vivere esclusivamente per comprendere, studiare, ricercare e ampliare il sapere spirituale e l’unita dei popoli.
Non è ammissibile che le maggiori religioni del pianeta siano sorde al messaggio che ognuna di esse racchiude in potenza o dice di voler diffondere. Non è ammissibile vedere che millenni di evoluzione spirituale vengono gettati in idioti conflitti, figli di vergognosi interessi di parte, nati in seno a quelle istituzioni che proclamano l’amore universale e la realizzazione del divino.
È come se durante una cena di famiglia scoppiasse una violenta rissa per affermare chi è il più capace di amare. Ma vi rendete conto!
Anni fa mi sono preso la briga d’approfondire un po’ lo studio delle varie religioni, e dopo qualche tempo ho avuto la certezza che ogni tradizione sacra, in forme e modi leggermente diversi, tentasse di comunicare la stessa cosa, l’identico messaggio, la medesima direzione verso cui incamminarsi per poter scoprire una dimensione più profonda e della vita e dell’animo umano.
Le parole cambiano, ma se non siamo stupidi capiamo come sia lo stesso linguaggio degli uomini a cambiare negli anni: figuriamoci nei secoli.
Alcuni precetti cambiano, ma se non siamo stupidi capiamo come nei secoli i bisogni fisici delle persone cambino e, pertanto, i messaggi di buon senso mutino con il mutare dei tempi, dei luoghi e delle tradizioni. Ma tutte queste cose sono solo aspetti di superficie.
Le dita che indicano la luna sono tutte diverse. L’idiota lotta per affermare l’unicità del dito, mentre la persona sveglia alza gli occhi al cielo e smette ogni forma di discussione.
<<Io non mangio la carne di maiale, tu invece si. Io festeggio il natale tu il ramadan, lui il Kumbh Mela. Io mi inginocchio a sud, tu a est e lui a nord – ovest. Il mio Dio ha un figlio, il tuo miliardi, il suo non c’è. Tutti predicano l’amore, ma poi operano per la divisione>>.
Tutto ciò e demenziale!!!
Se proprio volete passare attraverso la giungla delle religioni leggete direttamente i testi sacri e lasciate stare le interpretazioni degli altri. Abbandonate le istituzioni, sono solo circoli di potere e d’interessi privati. Cercate poi nel silenzio dei vostri cuori e dimenticate anche i testi sacri. Lasciate cadere le definizioni, le teorie, le ipotesi, le prove e le parole, e fate in modo che la vostra vita sia colma d’amore, che la vostra mente sia in pace, e che la vostra anima faccia esperienza di Dio in se stessa. Cos’altro serve? Che chiacchiere volete sentire ancora? Quanti morti dobbiamo ancora contare prima che l’illusione venga frantumata dalla realtà?
La verità, è un mistero!
Se guardiamo nel vocabolario, verità significa ciò che è conforma alla realtà: questo è il significato esatto della parola. Verità = realtà, e la realtà nella sua essenza è ciò che non è soggetto a interpretazioni, a valutazioni soggettive. Reale è ciò che è, e non ciò che sembra essere. Infatti, ogni vota che noi uomini iniziamo a tessere le nostre interpretazione del mondo, e scambiamo il soggettivo per l’oggettivo, il relativo per l’assoluto, ecco che ciò che ne ricaviamo è inevitabilmente il conflitto, il caos, l’incomprensione. La verità non può essere espressa in parole ma può solo essere vissuta. La verità è lo stato essenziale dell’essere. Può essere condivisa attraverso azioni che nascono dall’amore, dal silenzio, dalla pace interiore. Può essere riflessa negli occhi di chi ne è stato inebriato, ma non può essere comunicata attraverso le parole.
Chi parla della verità è un idiota! Chi afferma l’unicità della propria verità, e la impone e difende con il proprio potere, è una persona o un’istituzione pericolosa. Chi indica la strada che conduce alla porta della verità, senza pretendere d’essere creduto, seguito, idolatrato o d’essere il depositario di qualcosa d’assoluto è semplicemente un buon amico, un folle artista che celebra la sua poesia, ed io amo immensamente la compagnia di questi uomini!
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Dadrim
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Crisi interiori
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Martedì 21 Ottobre 2008 12:01 |
Qualcuno ha chiesto: Caro Dadrim,
ti scrivo per chiederti consigli su come superare i momenti brutti della mia vita, tipo,quando i miei genitori si sono separati, oppure quando è morto mio nonno. Sono una bambina di 10 anni e non è stato facile per me accettare queste brutte cose.
Dadrim ha risposto: Ci sono persone che mi scrivono: “Caro Dadrim, ho aspettato tanto prima di inviarti questa domanda….”. Oppure: “…ho pensato tanto prima di…”. Oppure: “…non sono ancora sicuro che…ma vorrei…”. O ancora: “…ti mando questa domanda, ma per favore non pubblicarla nel blog, perché forse si capirebbe chi sono, e io…”. Quante difese, quante paure, quanti giri contorti.
Ma questa domanda si vede e si sente che è diversa. Questa domanda è diretta, semplice, priva di sovrastrutture. Una domanda così la può fare solo una mente ancora pulita, leggera, sincera, insomma, la mente di una bambina.
Tu, per qualche motivo, devi essere passata su questo blog e aver visto che c’è qualcuno a cui puoi porre una domanda e dal quale puoi ricevere una risposta, un consiglio, un punto di vista, un parere disinteressato. Allora devi aver detto: “Ecco! io ho una domanda… perchè non farla?”.
Quanta bellezza!!
Cara E., rimani sempre così, non permettere a nessuno di corrompere la tua spontaneità, la tua semplicità, la tua chiarezza, perché queste cose sono il tesoro più grande che hai… che tutti noi avevamo quando eravamo bambini, ma che con il tempo siamo riusciti a contaminare.
Mi chiedi: “Come superare i momenti brutti della mia vita?”.
I momenti brutti non vanno superati, ma compresi! Quando in te nasce un dolore, non aver paura di questa sofferenza. Rimani in sua compagnia, ascoltala, trattala come una triste amica che desidera essere ascoltata. Se così farai, lentamente scoprirai che dietro ad ogni dolore si nasconde un segreto, una lezione che la vita vuole farti capire.
Tu dici: “Sono una bambina di 10 anni e non è stato facile per me accettare queste brutte cose”.
Cara E., nella vita non esistono brutte cose!! Chi ti ha insegnato che la morte e la separazione sono brutte cose? Tutto ciò che ci accade non è né bello né brutto, ma semplicemente reale! Bello e brutto sono pensieri e sentimenti che aggiungiamo noi alla vita quando non la vogliamo vivere per quel che è, quando non l'accettiamo per come si manifesta. Non aggiungere mai nulla alla vita, non contaminarla con giudizi che hai sentito pronunciare da chi ti circonda. Guarda sempre e solo attraverso i tuoi occhi! Il dolore non è bello né butto. Il dolore è dolore, e se tu avrai la pazienza e il coraggio di ascoltarlo sino in fondo, vedrai che lentamente si trasformerà in qualcos’altro, in qualcosa di profondo e amichevole, in una specie di chiave capace di aprirti nuove meravigliose porte di questa nostra misteriosa vita. Non aver mai paura di guardare nel cuore delle cose, ma soprattutto di guardare nel tuo cuore, per scoprire cosa vi si nasconde. E se sentirai nascere in te la pura, non aver paura della paura, questo sarebbe l’errore più grande che tu possa fare. Quando hai paura procedi comunque per la tua strada, attenta, consapevole e fiduciosa. Solo così vedrai che tu sei più grande di qualunque dolore e di qualunque paura. Forse le gambe ti tremeranno, forse sentirai lo stomaco stringersi, forse ti suderanno le mani, ma tutto questo non può durare, nessun dolore e nessuna paura possono durare se noi, indifferenti, procediamo verso la via che ci indica la nostra coscienza. Impara, pertanto, a distinguere quelle sane paure che vengono per farci capire che stiamo andando verso un sentiero sbagliato, da quelle stupide paure che nascono dalle nostre illusioni, dai nostri limiti e dai nostri condizionamenti.
So che forse queste mie parole non ti saranno pienamente comprensibili adesso, ma se avrai la pazienza e il desiderio di rileggere ogni tanto, vedrai che con il passare del tempo troveranno nuovi significati e dimensioni.
Quando vorrai mi troverai sempre qui!
Un abbraccio
Dadrim |
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Sulla spiritualità
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Domenica 12 Ottobre 2008 15:37 |
Qualcuno ha chiesto: ...da qualche anno cerco di calarmi nel mio centro interiore... questo mio viaggio è basato soprattutto sull’osservare tutto ciò che accade nella mia mente. Ogni volta che sono presente sento un senso di apertura., di spazio, d’aria...di tutto dentro. Ma dopo un po’, sento che la mente ricomincia a prendere il sopravvento, inizia un turbinio di pensieri di qualunque tipo, sia positivo che negativo. Che consiglio mi potresti dare per aiutarmi in questo viaggio interiore?
Dadrim ha risposto: Nelle mia visione delle cose, calarsi nel proprio centro interiore significa realizzare la dimensione dell’essere, e cioè uno stato di coscienza in cui la nostra consapevolezza vive ogni cosa senza distorsione alcuna, senza essere manipolata, limitata, diretta e distorta da alcuna forma di giudizio, emozione o pensiero.
Questo non significa che sullo “schermo” della nostra mente non debbano più passare pensieri, emozioni, giudizi, o altro, ma significa unicamente che il legame che vincola la nostra consapevolezza a tutti qui fenomeni mutevoli e periferici, che fanno inevitabilmente parte della nostra esistenza, è stata spezzato. A volte possono esservi momenti in cui nulla si muove dentro di noi, dove tutto è silenzio e quiete, altre volte possono esservi momenti in cui v’è chiacchierio e agitazione, ma questo è irrilevante.
Il vero ostacolo che ci impedisce di esperire il potenziale stato di naturale libertà e serenità che risiede in noi, non è la presenza di pensieri ed emozioni che scorrono nella nostra mente, ma il coinvolgimento emotivo che ci incolla a essi.
Facciamo un esempio per chiarire meglio questo punto. Vi sono persone che guardando un film si identificano totalmente nelle situazione che vivono i personaggi nello schermo. Vi sono invece persone che non si identificano quasi per niente. L’immedesimarsi è un fenomeno soggettivo che va dalla totale immedesimazione, sino alla totale disidentificazione, dal totale contatto al totale distacco.
Il problema vero non sono le immagini che scorrono nel televisore, ma che tipo di relazione instauriamo nei confronti dello scorrere di queste immagini. Cos’è che permette ad una persona di guardare un film senza cadere nel film, e cosa, invece, fa si che qualcuno pianga, si terrorizzi, o si esalti guardando una pellicola? Chi guarda un film conservando una costante consapevolezza che ciò che sta vedendo è unicamente un fenomeno esterno a sé, periferico, transitorio, ininfluente rispetto alla propria realtà interiore, mantiene una condizione di imperturbabilità. Ciò significa che potrà godersi la storia senza subire gli eventi. Ciò significa che la consapevolezza di sé non viene mai dimenticata e perduta. Chi invece si identifica totalmente con ciò che accade dentro lo schermo, dimostra semplicemente d’avere uno scarso radicamento in sé, una scarsa capacità di rimanere presente alla percezione della totalità che lo avvolge e compenetra.
Cerco di approfondire ulteriormente. Quando guardo un film, se la mia consapevolezza non si focalizza mai unicamente sullo schermo, rimango sempre cosciente che io sono fuori dalla storia, che io sono su un divano, che oltre la finestra il sole brilla, gli uccelli cantano, i miei amici mi sono seduti accanto, e li di fronte a me scorre una storia fatti di immaginazione. Questo significa che la mia consapevolezza mantiene una costante apertura alla percezione della totalità che mi circonda, avvolge e compenetra. Infatti, quando vogliamo che un film, magari un horror, ci facci maggiore effetto, dobbiamo chiudere tutte le finestre, spegnere le luci, e non avere persone chiassose intorno. Questo è lo stesso motivo per cui amiamo andare a vedere i film al cinema. Al cinema, lo schermo è molto più grande di noi, sembra che ci inghiotta. È buio, la gente rimane in silenzio, nessun telefono suona, nessuno in cucina sta lavando i piatti, nessun vicino di casa inizia a tagliare l’erba. Il cinema è fatto apposta per aiutarci a immedesimarci totalmente agli eventi del film.
Questo mostra che quando la nostra consapevolezza si fissa su qualcosa, perde la percezione della relatività e della transitorietà di quel qualcosa, poiché non ha più uno sfondo che faccia da paragone, da metro di giudizio, iniziando, così, a percepire quel qualcosa come assoluto, totalizzante, inglobante, e quando una parte diviene il tutto, ecco che la sofferenza affiora. Andare al cinema e immergersi in una storia è bello, ma quell’immergersi non diviene mai un totale dimenticare che siamo di fronte ad un film, altrimenti diverrebbe un incubo. Proviamo ad immaginare se mentre guardiamo un film ci dovessimo calare totalmente nei panni del personaggio. Saremmo inevitabilmente condannati alla sofferenza, qualunque sia la trama del film. Se stiamo vivendo un dramma, il dolore risiede nello stesso svolgersi della storia, ma ciò non cambierebbe nemmeno se stessimo vivendo una fantastica storia d’amore o di successo, per il semplice motivo che prima o poi la storia finirà, il proiettore si spegnerà, e noi ci ritroveremo nuovamente seduti sulla poltroncina di un piccolo cinema di periferia.
Tutto questo è esattamente quel che accade anche nelle proiezioni che costantemente vanno in onda sullo schermo della nostra coscienza. I nostri pensieri, interpretando la realtà in base ai nostri desideri, generano un film, ed ogni persona si immedesima più o meno in questo film.
Pensiamo a chi si suicida perché un rapporto è finito. Cosa è successo nella mente di questa persona? La storia che la sua mente stava proiettando sullo schermo della sua coscienza è divenuta così assoluta e totalizzante, che quando le luci si sono riaccese e il proiettore ha smesso di andare, lo shock è stato tale da non poter essere sopportato.
Se questa persona avesse conservato un costante contatto con se stesso, avrebbe sicuramente mantenuto la costante consapevolezza che nonostante le storie che scorrono di fronte ai nostri occhi possono mutare, colui che vede questo flusso dimora in uno stato di libertà e serenità inviolabile.
Tutto ciò mi serve unicamente per farti capire che non è necessario che i tuoi pensieri si arrestino per poter esperire uno stato di serenità, libertà e di realtà. Il fulcro di tutto è riuscire a porsi nei confronti di ogni cosa come un osservatore silente e distaccato, che non giudica, non rifiuta e non privilegia nulla. Tu sei sulla poltrona della tua casa interiore, e da lì osservi il film delle tue emozioni, dei tuoi pensieri, degli eventi quotidiani. Ne puoi anche godere, ma rimani sempre cosciente che il tuo essere interiore è sempre e solo colui che vede tutto e che non subisce alcunché.
Tu dici: da qualche anno cerco di calarmi nel mio centro interiore... questo mio viaggio è basato sopratutto sull’osservare tutto ciò che accade nella mia mente.
Io ti consiglierei di non privilegiare l’osservazione di ciò che accade nella tua mente, ma di mantenere una costante consapevolezza del tutto, di ciò che è dentro di te, quanto di quel che è fuori di te. Quando chiudi gli occhi, guarda e ascolta. Guarda i tuoi pensieri, ascolta le tue emozioni, ascolta i suoni che provengono dall’ambiente esterno, ascolta il tuo corpo, il suo battito cardiaco, il tuo respiro. Ascolta ogni cosa, lasciandola venire naturalmente, perché tu non puoi certo costringerti ad ascoltare tutto contemporaneamente. Lascia che la tua consapevolezza colga quel che vuole cogliere, senza imporle nulla, senza pretendere nulla, perché nell’osservazione nulla va escluso, nulla va giudicato, nulla è sbagliato. L’unica cosa a cui devi stare attento è di ritornare immediatamente ad osservare e ad ascoltare, tutte le volte che ti accorgerai d’esserti immedesimato con le proiezioni del tuo film interiore, e questo probabilmente accadrà molte volte. Ma nemmeno questo è un fatto da giudicare o per cui lasciarsi turbare. Quando la tua consapevolezza si focalizza su qualcosa di specifico, ricadendo così nella tela dei pensieri e delle emozioni, positive o negative, non c’è nulla di male, è naturale che sia così, lo ha fatto per una vita intera, e ora non può mutare in un momento. Quando questo accade vuole solo dire che ti sei immedesimato nuovamente al film. Bene! Appena te ne accorgi, “ritorna sul divano del tuo essere” e ricomincia ad ascoltare e osservare tutto. Come dicevo prima, il problema non sono i nostri pensieri o le nostre emozioni. Il problema non è il loro esser presenti in noi, in forma negativa o positiva, ma il rapporto che abbiamo con questi fenomeni. Se manteniamo una relazione oggettiva e distaccata, tutto inizierà lentamente a rientrare in un equilibrio naturale. Se manteniamo un rapporto di dipendenza e collaborazione, il caos e la sofferenza aumenteranno progressivamente.
Tu dici: quando sono presente sento un senso di apertura, …ma dopo un po’, sento che la mente ricomincia a prendere il sopravvento, inizia un turbinio di pensieri…" Il problema non è il turbinio di pensieri, ma il fatto che tu vieni coinvolto da questo turbinio di pensieri. Tu, in qualche modo, collabori al sostentamento di questo turbinio, forse anche solo preoccupandoti del fatto che sono nuovamente affiorati dei pensieri, e questa opposizione rinforza sicuramente il loro flusso. Sembra che tu abbia un’idea che ti fa dire: solo quando la mia mente è silenziosa è possibile esperire uno stato di libertà e realtà. Ma non è così! Il cambiamento inizia nel momento in cui, nonostante in te vi siano diverse correnti che si muovono, la tua consapevolezza rimane in uno stato di osservazione attenta e passiva. Quando iniziamo a radicarci in questo stato dell’essere, è probabile che vedremo lentamente diminuire il flusso dei nostri pensieri e delle nostre emozioni, ma questa sarà solo una conseguenza secondaria. Non certa però, poichè ogni uomo e un fenomeno unico e misterioso. Il vero nocciolo delle questione sta nello spezzare il rapporto di dipendenza che ci lega ai fenomeni transitori del mondo esterno ed interno a noi. Forse un giorno non vi saranno più pensieri o forse vi sarà sempre una trasmissione in onda sul tuo schermo, ma quando sarai radicato nel tuo centro interiore, tutto ciò sarà irrilevante. Capisci?
Anthony De Mello ha detto: “Prima del risveglio, ero depresso; dopo il risveglio continuo ad essere depresso, ma c’è una differenza: non mi identifico più con la depressione.
È come se tagliassimo le radici di un albero. L’albero non morirà immediatamente, prima inizierà a perdere le sue foglie, e così è il nostro mondo interiore. Quando lo si osserva attentamente, dopo un certo periodo, potrebbe iniziare addirittura ad aumentare la quantità di confusione, ma anche questo non è affare che ci riguarda. Come l’albero prima di morire farà inevitabilmente cadere migliaia di foglie, così la nostra coscienza, prima di stabilirsi in uno stato di quiete, ci farà vedere tutte le cose che nascondeva nelle sue profondità, ma non temere nulla, rimani in silenzio, aperto all’ascolto e all’osservazione. Tutto passerà!
Riporto nuovamente quel che scrissi in una precedente riflessione: “ Vivo seduto sulla sponda del torrente.
Questo torrente è il nostro mondo interiore.
Immobile e distaccato osservo la corrente impetuosa, i potenti vortici d’acqua che trascinano sul fondo tronchi d’alberi, carcasse d’animali, oggetti smarriti e mille altre cose strappate lungo i tortuosi sentieri scavati nei secoli.
I vortici e le correnti sono i nostri pensieri che vivono e si nutrono dei detriti del nostro passato.
Immobile e distaccato lascio che la piena del torrente faccia il suo corso.
A volte sento affiorare tremende paure.
Immobile e distaccato, tengo gli occhi chiusi mentre lascio che tutto il caos della mia mente si rifletta nello spazio limpido della mia coscienza.
A volte cado nel torrente e vengo trascinato per metri, a volte chilometri, verso valle.
A volte vengo trascinato sul fondo da enormi mulinelli d’acqua, ma poi, come sempre, tutto d’un tratto mi ritrovo nuovamente immobile e distaccato, seduto sulla riva.
Noi non siamo i nostri pensieri, non siamo le nostre angosce, le nostre paure, le nostre bramosie.
Quando smettiamo di voler dominare le correnti del nostro mondo interiore, e semplicemente rimaniamo silenti ed immobili al loro cospetto, pazienti e fiduciosi, scopriamo meravigliati come la violenta piena del nostro torrente interiore si plachi da sola”.
Siediti, pertanto, lungo le rive del torrente, mentre lasci che la superficie dell’acqua torni a riflettere le nuvole e le stelle del cielo.
Quando vorrai mi troverai sempre qui, seduto sulla sponda del torrente!
Un abbraccio,
Darim |
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Sulla spiritualità
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Sabato 11 Ottobre 2008 01:39 |
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di Maurizio Pierpaolo) in cui si conclude che la filosofia in oggetto non è altro che semplice tendenza al conformismo. A tal riguardo cito testualmente ciò che appare sulla retrocopertina del testo : "Se le vostre scelte sono condizionate dal dilemma di dover appartenere ad un sistema di pensiero "convenzionale" o "non convenzionale" e nonostante abbiate cercato di seguire scrupolosamente i dettami di uno dei prescelti sistemi e ne avete abbastanza dei consigli di maestri,guru,tecnocrati,capiscuola e quant'altro, questo è il libro che fa per voi. Nella storia dell'umanità, infatti, non esiste regola che non sia stata violata per un qualsiasi motivo, almeno una volta, mostrando che le modalità di interpretazione degli eventi sono sempre transitorie e, spesso, sono dettate da ragioni opportunistiche o da ragioni dogmatiche. Seguendo scrupolosamente le suddette ragioni si può correre il rischio di perdere di vista la qualità del nostro progresso cognitivo, orientandolo verso un ruolo d'asservimento nei confronti dei "centri di potere dogmatico" che tutelano i canoni della "scienza normale" o della "scienza istituzionale". Il contesto postmoderno che viviamo,non smentisce questa regola della storia, anzi la riassume nell'attuale esigenza da parte della società, di sviluppare forme di "cultura non convenzionale" meglio identificabili come "cultura emergente", spesso alimentate da forze di compromesso fra vecchio e nuovo sapere. Il nuovo sapere si trasforma così in un qualcosa di latente oppure in un qualcosa di utilizzabile per trattare solamente evenienze particolari o, addirittura, eccezionali. Questo atteggiamento di difesa è molto resistente ma non impedisce tuttavia ad ognuno di noi di restare disponibili a modificare il proprio sistema di interpretazione in relazione a ciò che è reputato utile o inutile, in relazione a ciò che, in definitiva, non è altro che semplice conformismo" .
Cosa ne pensate, potete darmi qualche risposta, sono un insegnante di filosofia e credo che l'autore abbia colto alcuni spunti di grande attualità.
Grazie
Dadrim ha risposto:
Egr. Professore,
Come Lei ben sa, Ludwig Wittgenstein scrisse: "Il compito della filosofia è insegnare alla mosca a uscire dalla bottiglia".
Assolutamente vero!!
Il problema, però, è che non esiste "una" filosofia, ma tante filosofie, e alcune Filosofie portano la mosca alla libertà, mentre altre "filosofie" spingono la mosca ad arrovellarsi sino alla follia.
Rimettiamo pertanto alla nostra coscienza la capacità di saper discernere!
Mi permetto poi di farLe notare quanto segue.
Mi pone un quesito copiando la retrocopertina di un libro e ponendovi un punto di domanda alla fine. Da questa Sua azione deduco che Le deve esser sembrato un testo non molto chiaro e interessante. Solitamente nel retrocopertina è riportato il tema centrale trattato da un testo, e se Lei ora si sente spinto a chiedere un mio parere, presupponendo che io possa offrirLe una interessante riflessione partendo dalla semplice lettura di una retrocopertina, figuriamoci cosa devono averLe lasciato centinaia di pagine che giustificano quel retrocopertina.
Ma se così non fosse, mi sorge spontanea una domanda: ma Lei l’ha letto questo libro?
Lei dice inoltre che l’autore ha colto alcuni spunti di grande attualità, ma se, come pare Lei sostenga, l’autore ha unicamente colto questi punti, non le bastava andare al bar e leggere il giornale, invece di spendere denaro per un libro? Anche se forse sarebbe meglio parlare con il barista e con qualche cliente: sono certamente più solari e franchi delle solite quattro cose stampate su deprimente carta grigia.
Aaah no, mi scuso!! Per un attimo avevo dimenticato che, per la maggioranza di coloro che si ritengono filosofi o professori di tale disciplina, il concetto comune di attualità non coincide con quello della maggioranza delle persone. In merito a questa discrepanza di vedute ricordo la frase, che Lei certamente ben conosce, pronunciata da Platone nel Teeteto: “Come anche di Talete si racconta che mentre mirava gli astri e guardava in su, cadde nel pozzo, e una servetta di Tracia, piuttosto in gamba e carina, prendendolo in giro gli disse che lui desiderava conoscere i fenomeni celesti, ma si lasciava sfuggire quelli che aveva davanti a sé e sotto ai suoi piedi".
Lei, Professore, conclude poi la Sua domanda affermando: “Sono un insegnante di filosofia”. Ora io mi chiedo che rilevanza ha questa puntualizzazione all’interno della Sua ultima proposizione? È un’informazione assolutamente irrilevante se la valutiamo unicamente considerando l’aspetto logico e semantico della frase, ma se la valutiamo da un punto di vista psicologico può sicuramente offrire molti spunti di riflessione, questi sì, di “grande attualità”.
Ciò che maggiormente mi interessa, però, è il punto di vista spirituale, partendo dal quale Le posso dire con certezza che la Sua affermazione è errata. Lei non è un professore di filosofia, ma fa il professore di filosofia, e questa distinzione non è da sottovalutare, perchè il Suo essere non è soggetto a mutamento, mentre il Suo stato di professore è un fenomeno contingente, e chi identifica il proprio essere con eventi transitori è una persona che soffre o che soffrirà.
Vorrei concludere questa mia banale risposta rievocando “Ananke”.
Il termine Ananke o Ananche, (in greco Ἀνάγκη), come altrettanto Lei ben sa Professore, nella mitologia greca significava destino, ma anche necessità. Che bellezza! Una parola sola per indicare una duplice realtà: ogni necessità è un destino, ogni destino è una necessità.
Qual è la necessità da cui nasce questa Sua domanda, Egr. Professore, tale è il suo destino.
Con il più profondo augurio di ricevere una Sua domanda, che affiora da necessità più reali e personali, Le porgo distinti saluti.
Dadrim. |
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Sulla spiritualità
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Martedì 07 Ottobre 2008 01:26 |
Qualcuno ha chiesto: non sopporto gli orologi, mi illudo sempre che ci sia ancora tanto tempo per fare tante cose e poi, tutto ad un tratto, mi accorgo che è trascorso un altro giorno, un altro mese, un altro anno, ed io ho ancora tutto da fare... Basta con questa inflazione del tempo! Propongo di bruciare tutti gli orologi in una piazza pubblica! Poi portiamo la sabbia dal deserto, così il tempo non si esaurirà mai. Pensi anche tu che si andrebbe meglio con le clessidre?
Dadrim ha risposto: Mi chiedi se si andrebbe meglio con le clessidre. No, io credo che sarebbe la nostra fine!!
Dici di avere dei problemi con gli orologi perché ti ricordano che il tempo sta passando quando tu hai ancora tutto da fare, e per questo vorresti avere un tempo inesauribile. Detta in parole povere: il passare del tempo ti ricorda di continuo che prima o poi dovrai morire e tu non hai ancora trovato quella dimensione della vita capace di farti sentire e vedere anche la morte entro un quadro di bellezza e immensità. Dici, poi, d’illuderti sempre che ci sia ancora tanto tempo per
fare tante cose, e per questo vorresti avere la possibilità di vivere in un tempo infinito. Detto in parole povere: tu stai vivendo di sogni che proietti nel futuro e che pertanto necessitano di tempo per poter essere realizzati, da ciò nasce il desiderio di poter essere immortale.
Vivi di sogni, e per non dover smettere di sognare sei costretta a desiderare il sogno dei sogni: essere immortale! Ma sai anche che questo non ti sarà mai possibile, e così in te nasce un senso di angoscia e paura. Hai la sensazione che la vita ti stia sfuggendo di mano senza che tu l’abbia vissuta e compresa sino alla sue radici.
Ma non ti sei ancora accorta che anche se tu avessi l’eternità per poter continuare a “fare tante cose”,come tu dici, la tua vita non troverebbe mai un reale appagamento? Desideri fare sempre nuove cose per il semplice motivo che tutte le cose che sino ad ora hai fatto e in cui hai investito tante energie e tempo, non ti hanno mai dato una risposta definitiva, non ti hanno mai condotto al cuore della tua stessa esistenza. Ciò che per poter essere realizzato necessita di un domani è unicamente un’azione che vive entro i confini del tempo, pertanto è un fenomeno limitato, poiché è il tempo stesso ad essere un fenomeno delimitante, confinante.
Mi spiego meglio. Il tempo, per esistere, ha bisogno di una realtà che muta. Il tempo è la trasposizione, in forma mentale, dell’accadere del mutamento. Questo oggetto x ora esiste come x, ma tra un certo periodo di tempo non sarà più x ma sarà divenuto y. Questo individuo oggi è un bambino, fra 70 anni sarà un vecchio e fra 80 anni sarà ossa e polvere. Il tempo è mutamento. Se nulla mutasse da dove nascerebbe in noi l’idea di tempo? Da nulla! L’idea di tempo è pertanto legata all’idea di mutamento, che è, a sua volta, legata all’idea di fine, all’idea d’impermanenza, all’idea di morte. Il tempo scandisce il mutamento, quindi, quando vivo per cose che necessitano di tempo per poter essere realizzate, vivo per cose che oggi sono e domani non saranno più!
Supponiamo che viva per fare carriera. Spendo 20 anni per raggiungere l’obbiettivo, altri 40 anni di lotte e tensioni per poter mantenere l’obbiettivo (sempre che ci riesca, poiché le cose non dipendono solo dal mio volere), e poi…? Fine!
Sono morto come uno scemo, per il semplice fatto d’aver sprecato una vita intera per non far mutare la realtà che mi circondava, nonostante il mutamento del mio corpo, ciò la sua fine, è sempre rimasto ingovernabile.
Quando basiamo la nostra vita su cose che necessitano di un domani per poter essere realizzate, ottenendo così una qualche forma di remunerazione, poniamo le basi della nostra esistenza sulle sabbie mobili, e quando arriverà la morte saremo inevitabilmente terrorizzati perché la morte è la fine del tempo per antonomasia.
Chiediti quali sono queste cose che devi realizzare per poterti sentire appagata, e scopri se potranno mai darti la gioia che cerchi. Io credo di no, per il semplice fatto che l’unica cosa che ci può dare vera serenità e pace non vive entro le logiche del tempo, del divenire e del mutamento, ma dimora nel regno dell’Essere. Tu non devi divenire nulla o fare nulla per poter entrare nella dimensione dell’Essere, della realtà e della verità. Devi solo smettere di sognare, di credere che qualcosa ti possa appagare più di quanto tu non lo sia già. L’essere è, e non ha mai smesso di pulsare dentro di te. La tua pace interiore è sempre qui e ora, nell’eterno presente, e non potrai mai perderla. Stai semplicemente guardando nella direzione sbagliata, stai semplicemente credendo in idee errate.
Tu non devi ricercare la tua pace e la tua verità. Dove potrebbero mai essere? In cosa potrebbero mai risiedere? La tua pace, la tua verità, la tua gioia, il mistero stesso della vita sei tu quando smetti di cercare te stessa e di porre condizioni alla tua possibilità d’esser felice. Come è possibile cercare se stessi? È assurdo!!! Tu sei qui, adesso, sei quella che sei, libera dal bisogno di dover dimostrare qualcosa a qualcuno, libera dal bisogno di essere apprezzata ed elogiata da qualcuno, libera dal pensiero che la tua vita dovrebbe andare diversamente da come tu ora la puoi far andare. Sei libera da tutto questo per il semplice motivo che stando con te stessa, qui nel presente, comprendi d’essere, al di la d’ogni condizione, un fenomeno misterioso e meraviglioso.
Il sole brilla nel cielo, l’aria d’ottobre è fresca, le foglie cadono dagli alberi stendendo sui marciapiedi tappeti dai colori meravigliosi. Tu sei in silenzio, la tua mente è in silenzio perché non è più schiava delle logiche di valore e paragone. Per meritare amore non devi dimostrare niente a nessuno, non devi diventare qualcuno, perché tu sei sempre stata ciò che l’esistenza attraverso di te voleva essere. La pioggia, per cadere sul tuo viso, e il vento, per accarezzarti i capelli, non hanno mai preteso nulla, come il giorno in cui nascesti nessuno ti chiese se lo tu lo volessi. Allo stesso modo, ora e per sempre, l’essere che vive in te e in ogni cosa, non ti ha mai posto alcuna condizione per poter ricevere la sua pace e il suo amore. Siamo solo noi uomini che misuriamo tutto entro i confini del merito, del valore, del dover divenire e, pertanto, del tempo.
Ed io ora vorrei sapere chi può arrogarsi il diritto di giudicare qualcuno, compreso se stesso? Vorrei sapere chi può affermare di conoscere i meriti e gli attributi che si dovrebbero avere per potersi meritare il proprio stesso amore quando i doni più grandi di questa vita, come la pioggia, il sole, l’aria e i profumi della natura, cadono su tutti, senza distinzione alcuna. Un raggio di sole non chiede mai ad un uomo: tu cosa hai realizzato nella tua vita, quanti soldi hai, quanto importante sei perché devo decidere se riscaldarti o meno?!
Se l’esistenza stessa non pone condizioni per diffondere il suo amore, quale uomo può permettersi di sentenziare?
Nessuno!!!!!!!!!!!
Tanto meno noi, nei nostri stessi confronti, perché non v’è giudice più spietato e inumano della nostra stessa coscienza quando pone delle condizioni alla nostra innata possibilità di vivere appagati per il semplice motivo d’esser vivi!!
Vivi il presente, osserva il presente, godi il presente, e dal presente vedrai affiorare un mondo fatto di mistero e meraviglia. Un mondo che dimora fuori dai confini del tempo e che non conosce morte alcuna!!
Un abbraccio,
Dadrim |
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Sulla spiritualità
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Sabato 04 Ottobre 2008 18:59 |
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...la morte, per l'uomo, simboleggia l'ignoto, la rottura totale con tutto ciò che è il passato, quindi con tutti i nostri possessi e ricordi, di guisa, anche con i nostri desideri inappagati. Per affrontare l'ignoto senza paure o resistenze è pertanto fondamentale avere una mente e un cuore sereni, colmi di fiducia, privi d'ogni forma di timore rispetto al “domani” e altrettanto liberi da recriminazioni o rimpianti verso il passato.
Ma quanti di noi vivono senza trascinare continuamente con sé pezzi del proprio passato? Quante volte abbiamo affermato: “Che stupido sono stato, se tornassi indietro adesso farei tutto diversamente”. Il passato non vissuto pienamente ci segue come un’ombra, non lasciandoci mai in pace, privandoci, così, della possibilità di vivere pienamente il presente. La morte ci terrorizza perché porta con sé il "conto"! Viene chiedendoci cosa abbiamo fatto, cosa abbiamo compreso, vissuto, quanti momenti di gioia abbiamo sprecato, quanti possibili amori abbiamo gettato o rifiutato per stupide paure o con inutili egoismi.
L’ignoto ci terrorizza perchè il nostro passato è tutto ciò che pensiamo d'avere e di essere, e quel che ieri non siamo riusciti a ottenere, speriamo di raggiungerlo domani, ma se un domani non ci dovesse esser più? Ecco allora la paura che ci assale. Teme maggiormente la morte chi non sa cosa sia la vita o chi sa di averla ormai gettata al vento.
La morte è unicamente la personificazione per antonomasia dell'estinzione d'ogni forma di legame con il passato. Non è pertanto la morte in sé a spaventarci, ma il rapporto che abbiamo con il nostro passato, quanto siamo attaccati a quel che è stato ieri. Quel che accade nel giorno della nostra fine è qualcosa di sconosciuto. Religioni e varie filosofie suppongono molte cose, ma il fatto concreto è che nessuno sa quel che veramente accade, per il semplice motivo che nessuno è mai tornato “dall’al di là” per dirci cosa v’è dopo, e noi non possiamo darvi una sbirciatina veloce per poi tornare alle nostre faccende. Quindi, per un istante, lasciamo da parte i credo e le filosofie, anche perché sono convinto che ciò che si crede non è mai ciò che si sa, e quel che si suppone ci consola solo sino a quando non viene il giorno della prova. È come andare all’esame di maturità avendo fede che nessuno della commissione ci chiederà qualcosa su Dante per il semplice fatto che qualcuno in cui abbiamo fiducia ci ha detto di sapere per certo che Dante non rientra fra le domande previste. Questo ci può tenere relativamente sereni solo sino al giorno in cui non saremo seduti di fronte a dieci esaminatori.
Tornando a noi, dicevamo che quel che accade con la morte ci è ignoto, e non è assolutamente possibile temere l’ignoto, ciò che non conosciamo. Per esempio, in ogni istante ci può accadere qualcosa di imprevisto, positivo o negativo, ma non per questo viviamo nel terrore o nella gioia continui. Se la nostra mente non ha dati, informazioni, esperienze pregresse di un determinato evento o fenomeno, è empiricamente impossibile che in noi sorgano delle paure o delle aspettative.
Ma allora perché temiamo la morte? Temiamo il trapasso non in relazione a quel che potrà essere dopo la morte, ma per quel che sappiamo che la morte implica in relazione a ciò che conosciamo.
Quel che temiamo è la fine della vita per come noi l’abbiamo sempre conosciuta, per questo ci risulta tanto difficile comprendere cosa spinga una persona a suicidarsi. Il suicida, agli occhi dei più, compie un gesto folle, ma questo giudizio nasce dal semplice fatto che per la maggioranza delle persone la vita non prende mai sembianze così mostruose da desiderarne l’estinzione. Va considerato inoltre che ogni individuo ha una soglia di sensibilità differente. Si può esser delusi dal proprio passato, certo, ma sino a quando c’è la speranza di poterlo modificare, l’idea del proprio annullamento non può affiorare in modo radicale. V’è da dire comunque che anche il suicida compie ugualmente un ultimo, se vogliamo estremo, gesto di speranza, perchè dalla distruzione del proprio corpo spera di ottenere la cessazione delle proprie angustie. Pertanto, anche in questo caso, la lotta dell’individuo è in relazione a quel che conosce come vita, al proprio passato. C’è chi teme la morte perché lo priva dell’idea di vita che si è fatto e alla quale si è abituato, v’è poi chi agogna la morte perché non tollera più l’immagine dell’esistenza che vive in lui. In ogni caso il fulcro di ogni timore sta nell’esperienza che abbiamo fatto della vita, nel modo in cui concepiamo la nostra esistenza e quella del mondo che ci circonda.
Osservando la morte di altri uomini e constatando la conseguente dissoluzione del loro corpo, associamo l’idea della morte all’idea del nostro annientamento assoluto poiché tutto ciò che conosciamo di noi e della vita in generale, spesso, si limita alle funzionalità del nostro corpo fisico. Ipso facto, no body no party!
La morte in ultima analisi ci spaventa perché ci priva del tempo per realizzare quel che non siamo riusciti a compiere sino ad ora, o perché ci toglie la speranza di poter continuare a fare quelle cose che ci danno una qualche forma di soddisfazione.
Ma perché viviamo la maggior parte delle nostre vite abbarbicati a delle abitudini, a ricordi o proiezioni future?
Il passato è un’entità fittizia, rimane unicamente nelle nostre menti sotto forma di pensieri, immagini scolorite o vaghe sensazioni. Più il nostro mondo interiore conserva entro di sé, non come semplici ricordi inattivi, ma come eventi irrisolti ancora influenti, degli accadimenti passati, più la nostra mente non è in grado di vivere libera e serena le possibilità che continuamente il presente dischiude. Chi vive nel passato utilizza il futuro unicamente per evitare i dolori che lo ieri gli ha arrecato o per cercare di rivivere quei piaceri che ha conosciuto un tempo. Ma se osserviamo attentamente gli avvenimenti che caratterizzano l’esistenza, senza cercare di sovrapporvi desideri, opinioni, ideologie o altre forme interpretative, e pertanto distorcenti, constatiamo che nulla intorno a noi sembra conciliarsi con un atteggiamento mentale volto al passato o alla proiezione del medesimo nel futuro.
Progettare il futuro è una delle peculiarità più squisite dell’intelletto umano, ma trova la sua piena espressione unicamente quando la nostra capacità di pianificare e gettare il nostro sguardo oltre l’immediato presente affiora da una mente libera da statiche concezione, rigidi confini, ferite mai risanate o altri mostri del tempo.
Durante l’arco di un’intera vita accadono in continuazione dei piccoli o grandi eventi non molto dissimili al morire, dei piccoli o grandi distacchi: la fine di una relazione affettiva, la perdita di un lavoro, l'estinzione di un caro. Nella realtà dei fatti viviamo costantemente esposti alla possibilità di perdere parti, più o meno consistenti, di quel mondo che ci circonda e a cui, purtroppo, così facilmente ci aggrappiamo. La morte, osservata da questo punto di vista, non è un qualcosa che accade unicamente alla fine dei nostri giorni su questa terra, ma è un evento che accade in continuazione durante tutta la nostra esistenza. La morte ci circonda, è sempre accanto a noi. Non la vediamo mai per il semplice fatto che il doverla affrontare onestamente e apertamente implicherebbe uno stravolgimento della concezione che abbiamo di noi stessi, dei nostri legami e del modo in cui interpretiamo il vivere quotidiano.
Ma se la morte è costantemente accanto a noi, anzi, è parte integrante di quel fenomeno che chiamiamo vita, il nostro temere metà del "corpo" attraverso cui si manifesta la vita ci rende impossibile comprendere il significato ultimo del perché siamo qui. Temere la realtà delle cose ci costringe a trincerarci in noi stessi, divenendo, così, delle cittadelle fortificate inoppugnabili, individui chiusi in se stessi e timorosi di aprirsi alla relazione. Per vivere pienamente una relazione con un individuo, con la natura o con la vita stessa, non si può aver paura della sua possibile fine, altrimenti il nostro unico intento sarà quello di cercare di controllare, manipolare, gestire e dirigere i nostri rapporti in base alle nostre paure ed esigenze. In questo modo la relazione muore veramente ancor prima di fiorire, per il semplice motivo che, se quel che sto vivendo è un legame da me controllato, quel che sperimenterò sarà in realtà unicamente un’ennesima estensione di me stesso, del mio volere. Così non potrò mai entrare in contatto con l'essere di un altro individuo, con la sua diversità, novità, freschezza e spontaneità, tanto meno con la vita che mi circonda e compenetra.
Incontrare l'altro, dal mio punto di vista, significa rendersi capaci di accogliere la libertà che costituisce l'essenza stessa dell'individualità di un essere umano e, nella sua massima espressione, dell’esistenza stessa. Incontrare l’altro significa esser capaci di accogliere un individuo per quel che è, e non per quel che vorremmo che fosse. Per incontrare l’altro devo quindi “morire” a me stesso e giungere così a conoscere l’amore. Ma quanto è raro trovare una mente e un cuore così disposti!
Temiamo la morte perché rappresenta la sintesi suprema del cambiamento, della perdita di tutto quel che è abitudine, certezza, sicurezza, ma, paradossalmente, se nulla cambia nelle nostre esistenza lentamente iniziamo a sentire un’opprimente sensazione di stagnazione e di morte interiore. Ecco allora che sembrano trovare senso quelle enigmatiche frasi, pronunciate da mistici, poeti o filosofi, come: “Chi teme la morte muore per davvero - Chi avrà trovato la sua vita, la perderà. Chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà - Tutti coloro che praticano la filosofia in modo retto… la loro autentica occupazione non è altra se non quella di morire...”
Il vero amore non ha un oggetto specifico verso cui indirizzarsi, per il semplice fatto che nasce quando l’animo di un uomo non è più ossessionato da orizzonti parziali. L’amore non conosce personalismi, ma si estende su tutto ciò che lo circonda, indistintamente, disinteressatamente. Non può patire gelosie perché non è un fatto di possesso e di esclusività, ma un fenomeno di condivisione totale senza riserve. Da un siffatto amore non si può venir mai traditi perché non promette di corrispondere i nostri futili bisogni o di lenire le nostre egoistiche ferite attraverso la sua presenza, ma ci insegna unicamente come scoprire in noi la sorgente dalla quale esso stesso affiora.
L’acqua che scorre nel sottosuolo, rare volte, riesce ad aprirsi un varco fra le rocce del terreno e sgorgare fresca da una sorgente, e noi, sorgenti a nostra volta, ma ormai inaridite da tempo, vedendo questo miracolo, cominciamo a godere e gioire dell’umidità e degli spruzzi che fuoriescono da questa feconda falda, ma subito cerchiamo poi, in ogni modo, di possederla e depredarla per non dover tornare a fare i confronti con la nostra sterilità.
Ma chi è divenuto una vera sorgente di vita non può esser ingannato ne consumato dai nostri cechi bisogni o inutili scopi. Paziente e instancabile ci esorterà in continuazione a scavare un po’ più a fondo dentro noi stessi per poterci così ricongiungere a nostra volta a quella medesima fonte da cui ogni goccia proviene, sino al giorno in cui non temeremo più alcuna morte e non costruiremo più pensieri d’odio o discriminazione.
Quando si sentono e si vedono chiaramente scorrere le stesse limpide acque attraverso tutte quelle sorgenti che sono gli uomini di questa terra, come è possibile discriminarli, emarginarli, o sfruttarli, per depauperarli di qualche piccola goccia che fuoriesce dalle loro labbra. Come è possibile sprecare la propria vita nella violenza, nell’odio, nel sotterfugio e nella paura quando si giunge a capire d’esser seduti tutti su un’inesauribile fonte di vita?
"Temere l'amore è temere la vita, e chi teme la vita è già morto per tre quarti". (Bertrand Russell)
Dadrim
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Sulla spiritualità
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Sabato 04 Ottobre 2008 00:59 |
Qualcuno ha chiesto: Come posso fidarmi di te? Chi mi assicura che tu non sia uno dei tanti venditori di “fumo spirituale” che si trovano in giro?
Dadrim ha risposto: Ma chi ti ha chiesto di fidarti di me? Chi ti ha chiesto nulla? Io scrivo e parlo perché amo farlo, perché amo condividere quel che vedo e che penso. Non ho nessun altro fine. Non mi interessa fare soldi, non mi interessa la fama e meno ancora l'approvazione o qualche forma di appagamento intellettuale! Mi sento molto più vicino alla figura del poeta che a quella dello psicologo, del filosofo, dello scrittore o altro, e questo semplicemente perchè sento che è la vita stessa a parlare, in ogni sua manifestazione, il linguaggio della poesia! La vita non è scientifica, non è logica, non è psicologica, filosofica o matematica. Io "leggo" l'essenza di questo mondo come la massima espressione concepibile dell'arte, della poesia, dell'amore, e questa sua poesia non è barattabile nemmeno per tutto il denaro o il successo del mondo!!!
Inoltre ho gia detto, in più di un’occasione, che il mio intento non è quello di comunicare verità assolute, ma di condividere unicamente esperienze e riflessioni discutibili! La libertà della tua ragione e del tuo giudizio sono la cosa più preziosa che hai, ed è meglio che tu non segua e ascolti mai nessuno, piuttosto di fidarti ciecamente di qualcuno. È meglio, per ognuno di noi, commettere mille errori frutto delle nostre scelte, piuttosto che fare anche un solo errore frutto della cieca osservanza dei dettami di qualcuno. Ma tu mi chiedi come puoi fidarti di me? Chiediti invece come avere fiducia di te stesso!!
Sono certo che se tu osservassi con attenzione la tua mente, scopriresti che il seme della dipendenza sta solo aspettando di trovare il terreno giusto su cui gettarsi. Con questa tua domanda vuoi solo ottenere qualche rassicurazione e qualche argomento convincente per mettere in soffitta la tua responsabilità individuale e la tua intelligenza. Gli imbonitori spirituali esistono proprio perché ci sono persone come te che hanno paura di camminare con le proprie gambe. Ma non disperare, perchè di fessi, disposti a dirti che ti puoi fidare ciecamente di loro , il mondo è pieno. Così, il giorno che ne avrai trovato uno, quando le cose inizieranno a mettersi male, immediatamente potrai scaricare ogni responsabilità sul tuo amato leader, maestro o come lo vuoi chiamare.
Cosa credi che ci guadagno a dire e scrivere quel che penso, se non la bellezza di poter condividere un po’ di libertà e verità con persone che, come me, sentono il desiderio di ritornare a se stesse?
Mi chiedi: “Chi mi assicura che tu non sia uno dei tanti venditori di fumo spirituale che si trovano in giro?”
Ed io allora ti chiedo: ma tu, sai leggere?
Quello che penso è quel che scrivo e quel che scrivo è quello che penso. Quello che penso nasce da quello che sento e quello che sento viene da quello penso, fine, tutto qui.
Io apprezzo molto chi mi dice: Dadrim, tu asserisci un mucchio di fesserie. Oppure chi, dopo aver letto e ascoltato, rimane in silenzio perché ha compreso e visto quel che ho visto anch’io.
Chi è in disaccordo con il nostro modo di vedere e sentire è sempre un elemento di arricchimento e di verifica, poiché la confutazione presuppone inevitabilmente un’argomentazione, una dimostrazione, un confronto, e chi ricerca la verità non può mai temere una verifica, perché il suo fine non sta nel voler avere ragione, ma unicamente nello scoprire il reale, il vero.
Se tu mi dicessi di ritenere dannoso e falso quel che dico, io allora ti chiederei delle spiegazione , e solo poi, dopo averti ascoltato e aver riflettuto, ti risponderei. A quel punto potrei dirti grazie per avermi fatto uscire dal mio errore e dalla mia ignoranza, oppure, se il mio sentire e il mio pensare non fossero stati minimamente intaccati dal tuo parlare, ti evidenzierei i limiti e le ombre del tuo ragionare.
È solo così che possiamo crescere e curare le ottusità del nostro vivere. Quando le nostre relazioni non hanno fini personali, ma sono unicamente mosse dal desiderio di bene comune e di verità, iniziamo a desiderare e sperare che l’altro non si faccia mai scrupoli nell’indicarci il nostro limite e il nostro inganno, e altrettanto, noi non possiamo fare a meno d'indicare, a chi ci sta a fianco, dove riteniamo che la sua intelligenza rimanga impigliata.
Ma tu non vuoi vedere le catene che ti procurano dolore. Tu non vuoi fare i conti con la tua oscurità. Tu vuoi qualcuno che ti guidi, che ti porti per mano, che ti diriga, ma questo non è possibile. Nessuno può conoscere la verità che riposa in te al posto tuo. Nessuno può darti la libertà, altrimenti che libertà sarebbe? Ciò che ci viene dagli altri, dagli altri ci può esser tolto. Lo capisci?
Se tu iniziassi ad ascoltare la tua coscienza, non potresti mai fare una domanda così: “Chi mi assicura che tu non sia uno dei tanti venditori di fumo spirituale che si trovano in giro?”
Se tu usassi la tua intelligenza, quel che dico ti suonerebbe vero o falso, e la fiducia non centrerebbe più nulla? Capisci? La fiducia ti serve quando cammini ad occhi chiusi aggrappato a qualcuno che dice di vedere benissimo e di sapere dove andare. Ma questo è folle. Chi dice così è un folle egocentrico, bisognoso della dipendenza di qualcuno.
Io dico solo questo: se ascolti la tua intelligenza inizierai a non dipendere più da nessuno e a non temere più nulla. Non c’è nulla per cui fidarsi in questo, c’è solo da provare. Se va bene, bene!, e se non va pazienza, anche se so per certo che della propria intelligenza non si può mai rimanere delusi!!
Mi ritornano alla mente le parole che J. Krishnamuti pronunciò durante uno dei suo incontri:
“Non voglio che accettiate nulla di ciò che dico. Non voglio nulla da nessuno di voi, non desidero la popolarità, non voglio la vostra adulazione, non voglio che mi seguiate. Dato che sono innamorato della vita, non voglio nulla. Queste cose non hanno molta importanza; ha importanza il fatto che voi siete schiavi e che permettete al vostro giudizio di essere pervertito dall’autorità. Il vostro giudizio, la vostra mente, il vostro affetto, la vostra vita, sono pervertiti da cose che non hanno valore, e proprio in questo risiede il vostro dolore”.
Tu sei innamorato della vita? Ti sei mai chiesto come poter incontrare l’esistenza faccia a faccia, solo e libero da ogni pregiudizio?
Non credo! Tu brancoli nel buio andando in giro a chiedere, a chi punta un dito verso la luna, “come posso sapere se questo dito mi reggerà quando proverò ad aggrapparmi?”.
Sai cosa ti dico? Ti puoi fidare solo di una cosa, e cioè che nessun dito ti potrà mai reggere. Si spezzerà di sicuro, e tu cadrai! Per questo non ti permetterò mai di aggrapparti al mio!!! La luna rimarrà sempre in cielo, mentre io già non sono più qui!
Un abbraccio
Dadrim |
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Sull'amore e le relazioni
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Mercoledì 01 Ottobre 2008 16:20 |
Qualcuno ha posto la seguente domanda: Caro Dadrim, c’è un pensiero che mi passa per la testa di continuo. Io e mio fratello siamo cresciuti in una famiglia che ci ha impartito un’educazione molto rigida, solo che io ho sempre seguito i consigli e la strada che i nostri genitori ci hanno indicato, mentre mio fratello ha sempre fatto tutto il contrario. Ora è come se fra noi ci fosse una sorta di attesa e di sfida. Ogni volta che ci vediamo, ho l’impressione che l’uno dica all’altro, solo con lo sguardo degli occhi: “vedrai chi alla fine avrà fatto una vita da miserabile”. Tu cosa mi puoi dire. Sono io che sono sempre stato un codardo e un debole o è mio fratello che finirà solo e pentito?
Risposta di Dadrim: Ricordo una storiella curiosa.
“ Due barboni sono seduti sotto un albero a chiacchierare quando il primo dice: Mi sono ridotto in questo stato perchè non ho mai voluto seguire i consigli di qualcun altro. A quel punto l'altro replica: Fratello mio, io mi sono ridotto così per aver sempre seguito i consigli di tutti".
Cosa vuoi che ti dica? La vostra sfida l’avete entrambi persa in partenza. Tu fai esattamente quel che ti viene detto, senza mai ascoltare un tuo pensiero, la tua intelligenza, i tuoi desideri di libertà e serenità. Saresti potuto essere un perfetto soldato nazista, oppure oggi potresti essere un bravo kamikaze! Mi dispiace tanto per te, ma la tua infanzia deve esser stata molto difficile, devi aver avuto una gran paura di esprimere te stesso, di dire la tua, di far sentire la tua voce. Quella che tu chiami “educazione molto rigida”, deve essere stata una banale e misera dittatura.
Per quanto riguarda tuo fratello, vale esattamente lo stesso discorso. Quando una persona fa esattamente il contrario di quel che le viene detto, sta semplicemente agendo in forma negativa allo stesso comando a cui tu reagisci in forma positiva, ma anche in questo caso non v’è alcuna traccia d’intelligenza e libertà.
La libertà e l’intelligenza nascono quando la nostra coscienza ascolta in silenzio, aperta e recettiva, tutto quel che le sta intorno e che le viene detto e, solo dopo aver agito in questo modo, valuta in base alla propria sensibilità. La libertà e l’intelligenza sono il frutto di un cammino dialettico, di confronto, di dialogo, di ricerca, di scavo profondo in se stessi per trovare le vere risposte della nostra consapevolezza.
Libero e sereno non è colui che fa tutto quel che gli viene detto, né colui che fa l’esatto opposto!
Libero e sereno è solo colui che agisce in base ai dettami della propria "anima".
Ripensa alla frase platonica: “L’anima ci comanda di conoscere colui che ci ammonisce ‘Conosci te stesso’ “. (Alcibiade Maggiore, 130 E)
Capisci quel che vorrei comunicarti?
Tu e tuo fratello provate a riscoprire quello sguardo limpido e quell’intelligenza aperta che portavate con voi, in potenza, quando siete venuti in questo mondo, solo così potrete guardarvi negli occhi e dire: hai visto, che splendido inizio è ogni nuovo giorno delle nostre vite!!!
Uscite subito da queste folli logiche di competizione, d'antagonismo e invidia, altrimenti, fra non molto, verrete entrambi calpestati da questi cavalli impazziti.
Con un immenso augurio di serenità,
Dadrim
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Sulla spiritualità
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Martedì 30 Settembre 2008 01:19 |
Domanda tratta da un incontro di Dadrim con alcuni amici e ricercatori: Volevo solo chiederti se puoi parlare un po' di te, della tua storia, per cercare di capire meglio chi sei? Vengo spesso a questi incontri e non ti ho mai sentito parlare del tuo passato.
Risposta: Chi sono, mi chiedi? Ma che importanza ha? Non stiamo mica facendo affari insieme. In quel caso capisco che la gente si preoccupi di sapere con chi ha a che fare, con chi sta mettendo in comune i propri soldi. Nonostante, anche in questo caso, la storia passata di un uomo non credo certo possa essere la garanzia assoluta di nulla.
Sai come dice il detto: sono le occasioni che fanno l'uomo ladro. E se quell'uomo in passato non ha mai avuto occasioni? La sua fedina penale è pulita, certo, ma come fai a sapere se anche il suo cuore è limpido e sincero usando come unico metro di giudizio le sue azioni passate.
Dobbiamo imparare a vedere dentro gli sguardi delle persone. Dobbiamo ritrovare il coraggio di guardarci dritti negli occhi. Gli occhi sono lo specchio dell'anima dicevano i vecchi, vero?
Ma noi oggi i vecchi li mettiamo nelle case di riposo o con le badanti straniere. Cosa ce ne facciamo di gente che non è più produttiva! Tutta roba da buttare! Che tristezza, vero? Come è più che vero che la gente non si guarda più negli occhi, perchè è più intenta a valutare una persona dalla macchina che guida, dai vestiti che porta o da altre sciocchezze del genere. Che tristezza, ancora, dico io!
Vuoi sapere chi sono io? Guardami negli occhi. Scopri che non ho alcun secondo fine nelle mie parole. Qui non si fanno affari! Qui stiamo solo condividendo dei pensieri, delle esperienze, senza alcuna meta al di là del tentativo di crescere assieme e di scoprire se possa esistere un modo diverso di vivere. Almeno per me è così. Per te com'è la faccenda?
Domanda: ma io intendevo chiederti se sei un illuminato o roba del genere.
Risposta: Illuminato, santo, maestro, guida, sono tutti paroloni altisonanti che generano, solo a dirli, dipendenza, riverenza, gigantismi vari, limitazione del proprio libero giudizio. Sai, se sono al cospetto di un illuminato io posso anche non pensare più! Se poi questo mi dice pure che io sbaglio, ecco che allora è finita davvero. No, niente illuminati, solo donne e uomini che possono essere sereni e vivere in pace come sino ad ora non lo si era mai immaginato. Se poi questo significa essere illuminati a me sta bene. Sono illuminato!!! Ma come la mettiamo poi con tutti quei momenti in cui mi sento da buttare e non ho nemmeno voglia di scendere dal letto. No, no, non sono un illuminato e neanche una santo. E allora cosa sono. Mio dio non lo so! Chi sono?
E se non avessi una risposta? Tu cosa ne penseresti? Se non lo sapessi? Ma poi, tu vieni qui e mi chiedi chi sono, mi chiedi se sono illuminato, vuoi saper del mio passato, ma tu lo sai chi sei?.... Salti fuori con queste domande, all'improvviso, mi metti in confusione e poi magari tu sei la prima a non sapere chi sei! Allora... chi sei... forza! (Non viene data alcuna risposta)
Non lo sai? E pretendi di scoprirlo venendo a chiedere a me chi sono io? E' come se uno andasse dal suo vicino di casa per chiedergli se sa dove sono finite le sue mutande. E certe domande è sempre meglio non farle perchè magari quello risponde: "No, mi dispiace. Dove tu metti le mutande non te lo so dire, ma posso dirti dove le mette tua moglie se vuoi?" (risate nella stanza)
(Ora il tono della conversazione torna serio)
L'unico modo che hai per scoprire chi sono io veramente suppongo sia comprendere prima chi sei tu. Allora saprai chi sono io, chi sono tutte queste persone che ci circondano e, infine, cos'è questa misteriosa esistenza di cui facciamo parte, perchè sono certo che l'anima che fa battere il tuo cuore è la stessa anima che muove l'universo intero.
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Dadrim |
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