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Siamo esseri spirituali PDF Stampa E-mail
Sulla spiritualità
Martedì 06 Gennaio 2009 23:23
fogliaMario ha scritto: Ciao Dadrim,
ho trovato il tuo sito e ho deciso di scriverti, perchè anch'io come te ho intrapreso il mio personale percorso spirituale. Vorrei pertanto sottoporti alcuni miei pensieri. Sarei felice se vorrai dire la tua.
Secondo te innamorarsi dell'amore che qualcuno prova per te equivale ad innamorarsi di chi produce questo amore ?
Per esempio Noi vediamo l'amore di Gesù riflesso sulle pagine dei libri sacri e ce ne innamoriamo a nostra volta ,ma penso che la sua figura, la sua vita siano frutto di una elaborazione teologica, perciò probabilmente noi non ci innamoriamo di Lui, ma del suo amore riflesso e questo mi fa riflettere.
Allo stesso modo, quando una persona che ti vuole bene ti regala un oggetto come portafortuna, non è l'oggetto che ti porterà fortuna, ma lo farà lo stesso perchè è il simbolo dei pensieri positivi e dell'affetto che questa persona prova per te e che ha cercato di trasmetterti attraverso di esso, quindi sono il bene e i pensieri positivi di questa persona che ti aiuteranno ad "avere fortuna", quindi a "vivere bene" e l'oggetto è solo il simbolo materiale di questo scambio di affetto. Allo stesso modo, il pupazzo preferito di un bambino, ad esempio, è ricolmo dell'amore di questo bimbo per quell'oggetto e secondo me certe emozioni sono così forti che possono "lasciare ombre" che persone sensibili possono a volte percepire. L'oggetto è la spugna e quando si imbeve dopo un po’ l'acqua esce.
Questo mi fa pensare al simbolismo rappresentato da Gesù Cristo inchiodato sulla croce e alla manifestazione di segni sulle mani che rispecchiano tale simbologia.
Siamo infatti abituati a vedere le stigmate come un fenomeno estatico che si localizza anatomicamente sui palmi e/o dorsi delle mani dei soggetti portatori. Tale posizione anatomica è storicamente scorretta perchè nelle crocifissioni eseguite nell'antichità i soggetti non venivano inchiodati attraverso i palmi e i dorsi delle mani per non vederli cadere dalla croce entro pochi minuti, con una grande lacerazione nonchè frammentazione delle ossa della mano: i tessuti molli e le ossa interessate infatti non sono in grado di reggere il peso del corpo umano. Si è osservato invece che sul polso, nella parte finale dell'ulna e del radio, in quella intercapedine che si collega alla mano, esiste un piccolo spazio, definito di Destot, attraverso il quale sarebbe estremamente semplice poter inserire un chiodo. Queste due ossa, che formano i nostri avambracci, sono infatti disposte in modo da creare una intercapedine naturale attraverso la quale venivano conficcati i chiodi per le crocifissioni.
I reperti storici ci dimostrano come nella Palestina romana tale locazione fosse l'unica attraverso la quale venivano fatti passare i chiodi di questa atroce condanna a morte. Ogni resto umano ritrovato di persona sottoposta al supplizio presenta infatti delle lesioni e delle scheggiature proprio in corrispondenza di tali ossa e mai nelle mani. Verosimilmente (vera o falsa che sia) anche nella Santa Sindone custodita a Torino, il soggetto crocifisso è stato trafitto poco sotto i polsi, tra l'ulna e il radio. La stimolazione meccanica effettuata sul nervo posto nello spazio di Destot porterebbe inoltre ad una flessione del dito pollice sul palmo della mano e infatti anche nell'immagine impressa nella Sindone il pollice non è visibile. Esiste anche il riscontro biblico: all'agnello sacrificale "non doveva essere rotto alcun osso" - Esodo cap.12 ; Giovanni 19:36. Questi dati confliggono con l'immagine tradizionale sia della Passione sia degli altri stigmatizzati. L'iconografia
cristriana ed affine ha sempre mostrato,per un semplice errore storico-iconografico, le ferite inferte a Gesù in una posizione sbagliata. Si pone pertanto il problema di capire perchè le "stigmatizzazioni" si localizzano invece nella sede immaginata dall'iconografia tradizionale e non in quella riconosciuta dall'indagine storica.
Gesù sulla croce è l'immagine ricolma dell'amore e della sofferenza che Lui ha provato per Noi e di conseguenza dell'amore che Noi proviamo per Lui e quindi anche per il simbolo che lo rappresenta.
Io penso che certe emozioni possono essere così forti da lasciare segni addirittura sul corpo che persone sensibili possono non solo percepire ,ma sentire e vivere realmente.
La croce è la spugna e dopo un po' il sangue esce veramente. Questo dimostrerebbe anche che non importa in cosa si crede, l'importante è credere in qualcosa, meglio se questo qualcosa è qualcosa di materiale, di concreto, non qualcosa di astratto e indefinibile.
Allora mi chiedo: "perchè la mente ha bisogno di assolutizzare, antropomorfizzare, idealizzare, razionalizzare, deizzare, oggettivizzare, cioè in qualche modo cercare di definire tutto con delle regole, spiegare e avere tutto sotto controllo (cosa gli viene facile assegnando dei significati a degli oggetti o a dei simboli)" ?
Sono i simboli e i significati che sono stati attribuiti loro a condizionare la nostra capacità critica di analizzare obbiettivamente i fatti? e non parlo di un simbolo specifico.
Questi condizionamenti avvengono per ogni tipo di simbolo e di significato verso il quale noi nutriamo aspettative e verso il quale affidiamo le nostre paure e le nostre speranze.
Si crea un legame, una relazione tramite la preghiera, la venerazione e gli atti della fede e questo provoca degli effetti benefici e a volte anche esagerati, fino ad arrivare a manifestazioni estreme, come apparizioni o segni sul corpo. Io penso che questo avvenga perchè la meditazione, la preghiera, l'ascetismo permettono di costruire un legame tra la nostra volontà e le funzioni/capacità che giaccono latenti dentro di Noi e riescono a riportarle a galla.
In conclusione penso che non sia tanto importante il fare, quanto l'essere. Lo scopo finale della nostra esistenza è riuscire ad essere se stessi. Le risposte a tutte le domande sono già dentro di Noi.
Potremmo fare anche milioni di esperienze, ma alla fine ci renderemo sempre conto che sono state inutili, perchè ritorneremo sempre a casa, perchè è solo qui che possiamo trovare la pace che tanto cerchiamo. Io penso che tra una persona e l'altra ci siano sia delle differenze culturali sia delle differenze nella capacità di riuscire a tirare fuori quello che è dentro di Noi, ma tali differenze sono poco importanti. Se ci fermassimo un attimo a riflettere scopriremmo subito che siamo tutti portatori di verità e tutti capaci di tirarle fuori, cambia solo la forma delle idee, ma non la loro sostanza.

Grazie dell' interessamento.

Mario
Dadrim ha risposto: Caro Mario,
grazie per la tua bella lettera!
Allora..., la mia visione delle cose mi dice questo…
L’amore non è un prodotto, non è un’emanazione che deriva da qualcuno, ma è quel qualcuno stesso. Quando realizziamo l’amore noi siamo amore, e non è più una questione di dare amore a qualcuno o meno. Ciò che sei non può più non essere, e ciò che sei non puoi evitare di condividerlo con tutto ciò che ti circonda, cose o persone che siano.
Tu chiedi: “Secondo te innamorarsi dell'amore che qualcuno prova per te equivale ad innamorarsi di chi produce questo amore?”
La mia esperienza mi dice che non ti puoi innamorare dell’amore che qualcuno prova per te, ma puoi unicamente iniziare ad amare qualcuno, e quando ami veramente qualcuno o qualcosa non puoi iniziare a fare a meno d’amare ogni cosa che ti circonda, bella o brutta che sia.
Se ti “innamori” dell’amore che qualcuno prova per te significa unicamente che riconosci che quel qualcuno è distinto da ciò che prova, o che tu senti che l’amore che nasce in te, per quel qualcuno, è cosa parziale, distinta rispetto a te. Ma sino a quando un individuo rimane distinto dal sentimento che nasce in lui, quel sentimento è manovrato, è una sorta di recita, perchè plasmato dalle dinamiche del pensiero parziale e autodifensiovo. Così sono la quasi totalità delle relazioni umane. Ci innamoriamo della recita che gli atri fanno per apparire quel che non sono e che ritengono che gli altri vogliano da loro, e noi di rimando facciamo altrettanto. Ma una recita non può mai durare per molto tempo, e così, tutto d’un tratto, la nostra realtà interiore emerge manifestando tutta la sua pochezza. A quel punto, solitamente ci si inizia a scaricare la colpa dell’inganno vissuto uno sull’altro, senza rendersi conto che una recita non è una cosa a cui si è condotti per costrizione, ma qualcosa a cui si va per desiderio personale, un desiderio finalizzato al fuggire dalla propria ignoranza e povertà interiore.
Tutt’altra cosa vale per chi ha realizzato quella dimensione d’amore che è connaturata alla realtà del nostro essere. Con ciò voglio dire che chi realizza se stesso, il proprio essere, la propria vera natura spirituale, il divino che dimora in noi (lo si chiami come si preferisce), realizza anche l’amore, poiché l’essere è amore, l’amore è dio, dio è l’essenza della nostra natura spirituale, e ogni onesta e accurata ricerca spirituale alla fine del suo percorso si dimostra unicamente un’esperienza d’amore. Ma come ormai sappiamo le parole sono solo segnali stradali, totalmente privi di significato se non decidiamo di seguire la via che ci indicano. Non sono, infatti, le parole, i cartelli segnaletici, a generare in noi la realizzazione del nostro pellegrinaggio, ma è unicamente il nostro faticoso e coraggioso camminare verso l’orizzonte che ci indicano i segnali che troviamo lungo la via a condurci alla fine del viaggio. La parola amore, anche se concettualmente ed emotivamente può rievocarci qualcosa, non porta a nulla se non cerchiamo di leggerla inserita in tutte le sfumature che un discorso articolato porta con sé, e se di quel discorso non ne facciamo poi la nostra mappa del tesoro.
Anzi!, le parole, spesso, se lette e comprese singolarmente possono generare grandi equivoci e portarci totalmente fuori strada. Pensiamo per esempio a quante rievocazioni diverse la parola “amore” può generare in menti diverse. Per un poeta, “amore” rimanderà, il più delle volte, al sentimento che nasce fra un uomo e una donna. Per un erotomane rievocherà unicamente attività sessuali. Per un ricercatore spirituale rimanderà a una dimensione trascendente, divina… Ecco pertanto che ancora una volta sottolineo l’importanza di cercare di comprendere profondamente come vengono usate le parole all’interno di un contesto di significati generato da un autore o da un oratore. Dobbiamo sempre cercare d’intuire il significato che vuole comunicarci chi ci parla, ed evitare assolutamente di contaminarlo con il nostro retaggio culturale. So, però, che tutto ciò è estremamente difficile per chi non ha mai osservato le cose del mondo e della vita con un atteggiamento di ricerca incondizionata e disinteressata. Per questo, ancora una volta sottolineo l’assoluta importanza che sta alla basa del praticare un atteggiamento attento e passivo nei confronti delle nostre esistenze, sia a livello esteriore che interiore.
Caro Mario, perdona l’approfondimento non necessariamente pertinente alla tua domanda, ma è sempre buona cosa risottolineare l’importanza di non cadere mai nella trappola delle parole e di ricercare sempre l’esperienza reale, totale e personale che vive dietro le lettere.
Tornando a noi, dicevo che tutt’altra cosa vale per chi ha realizzato quella dimensione d’amore che è connaturata alla realtà del nostro essere. Quando veniamo in contatto con un amore che non è frutto di una recita, ma che è pura espressione dell’essere di un individuo realizzato, tutto può succedere come nulla può accadere: dipende solo da noi. Se siamo in una condizione di sufficiente recettività spirituale, quella presenza d’amore incondizionato agirà su di noi come uno specchio capace di riflettere e di far germogliare quella stessa presenza d’amore che vive anche in noi. Se siamo invece in una condizione di chiusura e d’ottusità d’animo non subiremo alcuna modificazione. È come se a un cieco venisse puntata una lampada dritta in mezzo alla fronte: per lui non cambierebbe nulla. Cosa diversa accadrebbe per chi sta semplicemente dormendo. Esistono infatti due principali stati di coscienza. Il primo lo potremmo definire di cecità o sonno profondo, mentre il secondo lo potremmo definire di pre-veglia o sonno leggero.
Il risveglio del nostro essere, però, non è cosa che deve necessariamente passare attraverso il contatto con un individuo realizzato, ma può accadere in qualsiasi modo e momento. Tutto dipende unicamente dal grado di sensibilità del nostro cuore, anima, coscienza o come lo si vuole definire…
Anche la visione di un fiore, del sorriso di un bambino, del cadere di una foglia o del morire di una persona può essere la scintilla capace di far divampare il nostro fuoco interiore, per il semplice motivo che tutto questo universo è pura manifestazione del “divino”, e, pertanto, ogni cosa può divenire uno specchio su cui si può riflettere il nostro essere. Ma ribadisco ancora una volta che tutto ciò dipende sempre e solo dalla nostra capacità di vedere, dalla profondità del sonno in cui sono immersi i nostri occhi.
Continui poi la tua lettera dicendo: “Per esempio Noi vediamo l'amore di Gesù riflesso sulle pagine dei libri sacri e ce ne innamoriamo a nostra volta, ma penso che la sua figura, la sua vita siano frutto di una elaborazione teologica, perciò probabilmente noi non ci innamoriamo di Lui, ma del suo amore riflesso e questo mi fa riflettere”.
Proseguendo con la mia lettura delle cose, quel che troviamo nei testi sacri, ma non solo, è l’opportunità di incontrare parole che rimandano a quel mondo nascosto che vive in noi, è l’opportunità di far scorrere il nostro pensiero lungo discorsi, parole e parabole che fungono da specchio, da tizzone ardente capace di riappiccare l’incendio del nostro cuore.
Concordo pienamente con te sul fatto che molto degli scritti relativi al messaggio e alla vita del Cristo (come peraltro di tutte le altre grandi figure spirituali dell’umanità) sia una manipolazione teologica o una deformazione mitologica o metaforica, ma questo non è particolarmente rilevante se concordi con me sul fatto che ogni coscienza, a seconda del grado di consapevolezza che porta con sé, è capace di discernere diversi gradi di realtà.
Come dicevo prima, per chi è pronto, leggere le prime due righe del “Sermone della Montagna” o vedere il primo raggio di sole del mattino, sarà sufficiente a risvegliare in lui la percezione del “divino” che permea tutta questa nostra esistenza. Per chi non è pronto o proprio non vuole sentire e vedere, nemmeno Gesù in persona che gli grida nelle orecchie servirebbe a spostarlo di un millimetro dal luogo in cui si trova la sua coscienza.
Anzi, spesso, come diceva Socrate, avere un tafano che tenta di spezzare il tuo sonno profondo può spingere gli uomini alla rabbia e alla vendetta, non per altro, infatti, il Cristo, come lo stesso Socrate e molti altri “messaggeri o testimoni d’amore e verità”, è stato ucciso!
Ecco che allora mi aggancio alla tua interessante quanto condivisibile riflessione sui fenomeni stigmatici e sulla capacità d’assorbenza delle energie emotive da parte degli oggetti e delle persone.
Di fenomeni inusuali ne accadono di continuo, anche se la maggior parte di noi non vuole prenderli in considerazione, per il semplice motivo che la nostra mente si sente al sicuro entro le mura di conoscenze assolute, ben determinate e calcolate. La nostra mente è incapace di convivere con l’ignoto, il misterioso e l’imprevedibile, poiché, là dove non può avere il controllo, si sente impotente e impaurita, ma solo un sciocco può negare l’immenso mistero che ci circonda e compenetra, solo un cieco (spirituale) può negare che fra i fenomeni più misteriosi e imprevedibili dell’universo proprio noi uomini siamo la cosa più oscura e imprevedibile.
Per questo chi non si apre alla spiritualità e al mistero della vita odia l’umanità intera, proprio perché vede come egli stesso e i suoi fratelli siano ciò che di più misterioso abita questo mondo e ciò che un uomo teme è sempre ciò che più di ogni altra cosa vuole distruggere, imprigionare, domare, confinare e deformare.
Chi teme l’ignoto teme prima di tutto l’uomo, e chi teme l’uomo teme ancor prima se stesso!
Per esempio, la vera scienza è una delle prove più belle e concrete dell’incommensurabile esistenza dell’ignoto e dell’infinito, per il semplice e ovvio motivo che, se da quando esiste l’uomo v’è stato un continuo progresso, questo può voler solo dire che la dimensione del mistero, in millenni e millenni di evoluzione, non è mai giunta alla sua fine. Non capisco pertanto su quali basi certi pseudo scienziati possano fondare l’idea d’avere le leggi dell’universo nel palmo delle loro mani, visto che in ogni epoca si è sempre pensato in moto assoluto solo per venire smentiti qualche tempo dopo. Oggi poi, i tempi della confutazione delle idee assolute e certe sono sempre più brevi!! Come non capisco come certi pseudo religiosi abbiano la presunzione di credere d’avere le radiografie del corpo e dell’anima di Dio chiuse nel cassetto della loro chiesa, parrocchia, sinagoga o altro...
Caro Mario, prosegui poi la tua lettera dicendo: "perchè la mente ha bisogno di assolutizzare, antropomorfizzare, idealizzare, razionalizzare, deizzare, oggettivizzare, cioè in qualche modo cercare di definire tutto con delle regole, spiegare e avere tutto sotto controllo (cosa gli viene facile assegnando dei significati a degli oggetti o a dei simboli)" ?
Sono i simboli e i significati che sono stati attribuiti loro a condizionare la nostra capacità critica di analizzare obbiettivamente i fatti?
La mente oggettivizza perché è la sua stessa natura ad essere oggettività. La mente equivale a dire pensiero, e il pensiero e un fenomeno oggettivizzante.
Cerca di seguirmi, leggi oltre le singole parole e prova a coglierne il significato globale.
Quando vedi una cosa il tuo pensiero dice cane, uccello, cielo, sole o altro. Questo significa che ogni volta che facciamo un esperienza noi prima percepiamo attraverso i sensi, poi la mente applica al fenomeno sensibile un termine che fa da contenitore delimitante e oggettivizante, a quel punto entra in campo tutto il bagaglio della memoria. Questo processo accade di continuo, 24 ore su 24, durante tutte le nostre giornate.
Ma questo processo è un processo che abbiamo appreso e che ora è divenuto un meccanismo più potente di noi, dal quale dobbiamo riuscire ad affrancarci se vogliamo riuscire ad accedere a quella dimensione di vastità che dimora oltre le dinamiche oggettivanti e confinanti del pensiero e della memoria.
Perché dico che questo è un meccanismo appreso e da cui ci dobbiamo affrancarci?
Caro Mario, prova a pensare cosa accade ogni volta che vedendo un tramonto diciamo: “che bel sole!”.
Il fenomeno “tramonto”, in sé e per sè, è vasto, misterioso, divino e indefinibile.
L’aria fresca della sera che accarezza ogni poro scoperto della nostra pelle, gli infiniti suoni del mondo che si muovono tutt’intorno a noi, le mille sfumature del cielo, i riflessi del sole sulla superficie della terra, le voci della gente, le nostre emozioni che si rincorrono in noi, pensieri che come onde si accavallano uno sull’altro… tutto scorre come l’acqua di un torrente, tutto è vivo e cambia di continuo… poi ad un tratto si fissa nella nostra mente l’idea: “che bel tramonto!”. E magari aggiungiamo: “mi ricordo quando stavo con la mia ragazza…”. Ecco che la dicotomia fra l’io e il tutto è entrata in gioco, ecco che il passato in un solo istante ha spazzato via la musica e la danza del presente.
Queste mie parole sembrano cosa da poco, ma è in questo che si nasconde la chiave per entrare nel mistero!!
Se osserviamo continuamente, in modo attento e passivo, ciò che accade in noi, come reagiamo e ci relazioniamo ai fenomeni della vita, sia interni che esterni, lentamente non potremo fare a meno di vedere come il pensiero definitorio operi come il tendone nero che cala quando al cinema finisce il film.
La vita scorre in noi e fuori di noi, continua, straripante, sempre nuova, e noi ininterrottamente ripetiamo nella nostra mente: “guarda un fiore…, un gatto…, che caldo…, come è stupido questo…, come è intelligente quello…”.
I nostri processi di pensiero, se applicati alla definizione scientifica del mondo materiale risultano indispensabili, ma se applicati alla dimensione essenziale e spirituale della vita divengono unicamente dei limiti e dei confini invalicabili.
Perché una persona viene definita stupida? Su che basi definiamo? Perché definiamo? Chi è il metro di giudizio e di paragone delle nostre valutazioni? Noi ovviamente! E chi siamo noi? Niente e nessuno, se non un semplice pensiero impresso in una memoria, che nasce da un passato dimenticato e che si ripresenta continuamente nel presente per offuscarlo, deviarlo, confonderlo e limitarlo.
Un tramonto va vissuto non definito, ma la mente funziona così!
La nostra mente si è addestrata per millenni a divenire sempre più analitica, ciarlona, invadente, sino al punto che ora, dire ad un uomo: “il tuo problema è smettere di pensare alla vita e ritornare a sentire la vita”, sembra cosa impossibile.
Tutti rispondono sempre: “ma come è possibile non pensare, io sono i miei pensieri!”.
Ma è assurdo affermare di essere i propri pensieri. Se osserviamo con attenzione, i nostri pensieri cambiano mille volte nell’arco di poco tempo, vanno, vengono, li perdiamo, poi ritornano, poi scompaiono e non riappaiono più. Come è possibile che noi siamo i nostri pensieri. I nostri pensieri sono tutte cose acquisite, che ci hanno insegnato. Un uomo è comunista, uno induista, uno capitalista, uno cristiano, uno ateo, uno nazionalista, uno è medico, un altro è meccanico…
Tutte queste distinzioni, se riusciamo a vedere con semplicità e chiarezza sono unicamente frutto di educazioni diverse. Se un bambino lo “educhi” (sarebbe più giusto dire dis-educhi) in un certo modo diverrà una cosa, se lo “dis-educhi” in un altro modo diverrà tutt’altra cosa.
Noi non siamo i nostri condizionamenti, ma drammaticamente questi condizionamenti formano la nostra mente personale (per mente personale intendo tutte le nostre concezioni su noi stessi e sul mondo) e quando la mente è formata diviene cosa estremamente difficile e dolorosa trascenderla vedendone totalmente l’inganno e la parzialità che la sorreggono.
Ecco perché la mente cerca di attribuire significati ad ogni cosa, ma è intrinsecamente incapace di cogliere il significato ultimo delle cose! Il significato ultimo dell’esistenza non può essere una definizione mentale poiché riguarda il fenomeno del “tutto”, e come si diceva, il pensiero può unicamente cogliere aspetti, frammenti di realtà.
Di un tramonto, quando dico che bello, la mia mente fa una sintesi di quel poco che vede e la “inscatola” in una parola: “bello”.
Ma come sarebbe possibile per il pensiero fare esperienza del tutto?
Riesci a comprendere cosa intendo Mario?
Il “tutto”, il divino, ciò che va oltre le anguste definizioni ed esperienze del nostro pensiero, vive in una dimensione che per l’uomo è esperibile unicamente attraverso altre forme di conoscenza.
Queste altre forme di conoscenza si manifestano autonomamente, proprio quando il meccanismo logorante e prismatico della mente viene disinnescato. Quando l’io non opera più come un prisma che spacca il raggio di luce in mille colori, ma diviene come un vetro limpido di una finestra che lasci entrare il sole senza distorcerne il chiarore, ecco che il nostro essere si dischiude e la nostra vita diviene una fusine nell’amore.
Se ci pensiamo bene, cos’altro è la fede di cui tanto parlava il Cristo, se non un balzo dalla dimensione conoscitiva oggettiva alla dimensione conoscitiva non analitica - spirituale!?
Tu dici: “Sono i simboli e i significati che sono stati attribuiti loro a condizionare la nostra capacità critica di analizzare obbiettivamente i fatti? e non parlo di un simbolo specifico.”
Io dico di lasciare perdere l’analisi dei fatti, non siamo storici. Cosa ci importa se Cristo era alto, basso, ebreo, mulatto o altro. Non siamo nemmeno seguaci di una chiesa e cechi credenti (almeno parlo per me), pertanto come facciamo a sostenere tesi quali la trinità, la verginità di Maria, l’unico figli di dio, il peccato originale o le mille altre convinzioni delle varie religioni?
Noi siamo esseri spirituali, e come tali, là dove la nostra coscienza vede riflesso l’amore e il mistero, là andremo a rispecchiarci per conoscere la nostra vera immagine ed essenza interiore!!
Grazie per la tua condivisione,
Dadrim
 
Madre e figlia: dipendenza e libertà PDF Stampa E-mail
Sull'amore e le relazioni
Venerdì 02 Gennaio 2009 01:38
fioreQualcuno ha scritto: Mia madre,
mia madre è completamente diversa da me,
come madre le si potrebbero trovare mille difetti,
ma solo dal mio o dal tuo punto si vista, perché lei ha fatto quello che poteva, entro i suoi limiti, ed io l’ho capito da tanto tempo, infatti, "andavamo e andiamo d'accordo". Meschinità, ipocrisia, invadenza, isteria, falsità, piccole miserie di vario tipo, mia madre è capace di tutto questo, ho sempre visto tutto, forse più e prima degli altri, ma ho giustificato tutto e continuo farlo, adesso più che mai, visto che ha problemi di salute.
Faccio questo, perché ho sempre visto mia madre come una vittima, perché era figlia di un tempo, forse meno amata dai suoi fratelli perché femmina, perché si è sposata molto giovane e ha fatto una vita di sacrifici, perché ha sposato un uomo piacente e basta, perché non ha mai lavorato fuori casa e non mi ha mai lasciato senza un pasto caldo, perché mio padre non le ha mai regalato quei tanto amati fiori, perché è andata sotto la pioggia battente a raccogliere per me le ciliege,
perché è ammalata e sempre più indifesa?
Mi sento sempre in debito con mia madre, nonostante io fossi la figlia "buona" che ha sempre cercato di non darle troppi grattacapi, in qualche modo sento di averla lo stesso delusa e ferita, (compresa la mancanza di un figlio mio).
Mi rendo conto che tutto questo da l’idea di un rapporto patologico, ma secondo me lo è solo in quanto tutti rapporti, se vengono analizzati bene, possono sembrare tali.
Ma allora, di che cosa si tratta? Forse è semplicemente un amore incondizionato verso chi ti ha dato la vita, oppure un senso di dovere e rispetto innato che io ho, o magari il cordone ombelicale tra mia madre e me c'è ancora...
Questa è una cosa mia, sono io che mi domando sulla normalità di tutto questo, quindi il "difetto" è mio, ma dove sta?
Intendiamoci, io vivo normalmente, cerco di non trascurare nessuno dei miei ruoli , ma devo ammettere che quando so che mia madre non sta bene o ha bisogno di qualcosa, vengo avvolta in una leggera depressione che mi toglie interesse per tutto il resto, mia madre diventa il centro dei miei pensieri e delle mie azioni.
Ma un giorno quando lei non ci sarà più, che cosa succederà? Diventerò un’orfana o una madre inconsolabile?
Con affetto
SM
Dadrim ha risposto: Tua madre è completamente diversa da te? Ne sei certa? Quando qualcuno mi dice d’essere completamente diverso dai suoi genitori, mi viene sempre in mente l’immagine di una clessidra: anche se la rovesci misura sempre lo stesso tempo.
La maggior parte dei genitori semina nei campi dell’anima dei loro figli una quantità di fiori malati che nemmeno riusciamo ad immaginare. È raro trovare dei genitori che cercano unicamente di far crescere, sani e forti, quei fiori e quei frutti che già si nascondono nel giardino dell’anima di un individuo.
I nostri genitori, o chi ci ha cresciuti, troppo spesso agiscono come degli stampi che danno una forma alla nostra struttura caratteriale, mentale, emotiva, a tutto ciò che siamo, e nonostante, spesso, si abbia il desiderio di essere o divenire diversi da loro, la realtà è che quello “stampo” che viene impresso in noi non può essere rinnegato, cancellato o modificato, ma unicamente trasceso.
“Trascendere i nostri genitori” significa vivere, comprendere e superare totalmente quei condizionamenti che vivono in noi e che ci sono stati trasmessi nell’infanzia.
Cosa totalmente diversa riguarda invece la vera educazione.
Educare significa “portare fuori”, far emergere quel qualcosa di misterioso, unico e immortale che dimora in ogni individuo. Quel che spesso fanno i genitori, invece, è condizionare, plasmare, costringere l’intelligenza creativa del bambino entro i confini di una tradizione culturale vecchia e spesso malata.
La maggior parte dei genitori sa solo condizionare i propri figli, rara cosa è, infatti, trovare genitori che sanno educare! Per poter educare bisogna essere individui educati, e per essere individui educati, o si è stati educati o ci si è educati con grande fatica, sofferenza e volontà da soli. Essere educati non centra nulla con le buone maniere, il galateo o idiozie simili.
Essere educati significa vivere avendo scoperto quel tesoro che si nasconde in noi. Educata è la persona che ha condotto fuori da sé, che ha estratto dalle profondità e dalle oscurità dell’anima la propria coscienza. Il termine “educare” deriva infatti dal latino “e-ducere”, che significa portare fuori, liberare, e se iniziamo a vedere le cose da questa prospettiva, fa veramente schifo vedere le forme e i modi in cui oggi intendiamo l’atto educativo!! La vera educazione nasce solo da un naturale, spontaneo e amorevole rapporto fra un individuo libero (educato) e un individuo disposto a mettersi in gioco completamente. I bambini sono per eccellenza anime educabili per il semplice fatto che il loro modo d’esistere è un’assoluta e totale apertura alla vita. I problemi nascono sempre e solo quando un bambino viene condizionato. Un bambino condizionato diverrà inevitabilmente un individuo chiuso alla vita e pieno di autodifese, sino al punto in cui, divenuto adulto, non sarà più capace di reperire autonomamente la via che conduce alla sorgente da cui zampilla la sua luce interiore.
Ecco che allora diverranno necessari molti sforzi e sofferenze, molti pellegrinaggi e molti maestri, tutto unicamente per poter riscoprire quella limpida coscienza che è maestra di se stessa.
La nostra società ci inietta un virus che poi tenta di curare attraverso quel che chiama “educazione”, ma che della vera Educazione non ha proprio nulla.
Cara SM, dici d’essere totalmente diversa da tua madre. Se così fosse, questo vorrebbe dire che sei riuscita a trascendere il tuo passato, i tuoi condizionamenti, e che sei riuscita a divenire una persona educata, cioè una persona che è stata in grado di far emergere la luce che si nasconde in lei.
Ma da quel che scrivi nella tua lettera, credo che questo tuo ritenerti totalmente diversa da tua madre sia soprattutto un desiderio di rimuovere e cancellare tutte quelle ombre che la figura materna che vive in te ancora nasconde.
Tu scrivi: “Meschinità, ipocrisia, invadenza, isteria, falsità, piccole miserie di vario tipo, mia madre è capace di tutto questo, ho sempre visto tutto, forse più e prima degli altri, ma ho giustificato tutto e continuo a farlo, adesso più che mai, visto che ha problemi di salute”.
Perché giustifichi tutto questo? Noi giustifichiamo qualcosa solo quando non abbiamo la capacità d’accettare la realtà di quel qualcosa. Giustificare è un’operazione razionale atta a lenire la sofferenza che nasce dal contatto con una realtà che non riusciamo a comprendere e che ci genere sofferenza. Giustifichiamo l’esistenza della morte con l’esistenza di dio, l’esistenza del male con l’idea di una colpa originaria dell’uomo… Per ogni cosa la nostra mente può trovare una qualche giustificazione, ma giustificare qualcosa non ci permette di comprendere veramente la natura di quel qualcosa, e quando non possiamo penetrare la reale consistenza di un fenomeno, non possiamo nemmeno trascendere quel fenomeno.
Dici di aver giustificato tutto e di continuare a farlo, adesso più che mai, visto che ha problemi di salute. Ma le meschinità e le varie ombre di tua madre c’erano anche prima che la malattia venisse, pertanto come potrebbe la malattia fungere da giustificazione dei suoi limiti.
Quel che cerco di dirti è che non è attraverso la giustificazione che possiamo risolvere una relazione complicata, ma unicamente grazie alla disidentificazione da quella relazione. Osserva in maniera attenta e passiva tutto ciò che accade in te e in tua madre quando vi incontrate. Ascolta tutte le emozioni e i pensieri che ti passano per la mente e per il cuore quando siete l’una accanto all’altra, e lentamente vedrai che fra voi si genererà una distanza che vi permetterà una nuova forma di dialogo e di comprensione, perlomeno in te. Se fra noi e un oggetto non v’è alcuna distanza, come ci sarà possibile vedere cos’è di fronte ai nostri occhi? Stessa cosa vale per le nostre relazioni. Quando siamo troppo coinvolti in una relazione, non siamo più capaci di vedere le dinamiche che governano e dirigono quel rapporto, divenendo così prigionieri di un treno che corre impazzito verso il capolinea.
Spesso, inoltre, giustifichiamo i nostri genitori per il semplice motivo che il vedere e l’accettare i loro limiti e i loro difetti, significherebbe per noi dover accettare il fatto che non v’è più qualcuno di superiore a noi a cui potersi abbandonare totalmente e ciecamente. Ma tutti noi in realtà, per l’intero arco della nostra esistenza, conserviamo il desiderio di voler avere dei genitori perfetti, capaci di capirci sempre, di accudirci e di consolarci nel momento del bisogno.
Uno dei nostri primi risentimenti nei loro confronti nasce, infatti, al primo sorgere della consapevolezza dell’esistenza della morte. Quando diveniamo consapevoli del fatto che tutti dobbiamo morire, diveniamo anche consapevoli del fatto che in questo mondo non esiste nessuno capace di proteggerci dalle sfide che l’esistenza ci impone, ed è per questo che tutti coloro che vivono negando il pensiero della morte vivono anche negando i limiti e le fragilità dei propri genitori.
Chi affronta l’idea della propria fine, comprende anche che la vita è un mistero che si può indagare unicamente da soli, e che durante questa indagine ogni individuo fa tutto quel che gli è possibile per aprirsi un varco verso la luce, nonostante, spesso, finisca per preferire e imboccare le caverne più buie e gelide dell’anima.
Ma quando si comprende chiaramente l’inevitabile solitudine, libertà e responsabilità a cui è chiamata la nostra anima, ogni limite e difetto che vediamo in chi ci sta accanto non fa più sorgere in noi alcuna giustificazioni o alcun risentimenti, ma genera unicamente una naturale e spontanea empatia e compassione per il dolore che prova chi vive nell’ignoranza e nella stupidità. E qualora, colui che vive nell’ignoranza e nell’oscurità, fosse così cieco e avviluppato in sé da non provare ancora alcun dolore e ripensamento, ancor più grande sarà la nostra compassione, comprendendo, infatti, quanto lontano ancora si muova quest’anima dalla pace e dalla serenità, e quanti dolori e fatiche ancora l’attendono.
Vedi tua madre come una vittima? Cara SM, basta giustificare, vittima è solo colui che vuole vivere come tale!!
Tua madre ha trascorso più di sessant’anni di vita, e vuoi dirmi che v’è sempre stato un colpevole, qualcuno o qualcosa che le ha impedito di trovare un po’ di fiducia e di serenità?
Sei in debito con tua madre? In debito è solo chi non ha trovato la ricchezza che si nasconde in lui!!
Sei sempre stata la figlia buona? Ma chi ha deciso ciò che è buono e ciò che non lo è? Tua madre? Sempre quella persona che, si certo ha sofferto, ma che di tutta la sofferenza che ha vissuto ha ricavato solo meschinità, ipocrisia, invadenza, isteria, falsità e piccole miserie di vario tipo?
Che idea di buono deve avere dentro di sé? Buono è averti dato la possibilità di sentire tutto questo suo soffrire come un sacrificio fatto per te? Ma sai quanto pesa l’insoddisfazione di una vita non vissuta posta sulle spalle di un altro? Credo proprio di sì! Buono è averti dato la possibilità di sentirti sempre in debito?
Buono è averti fatto sentire anche il peso del desiderio mancato di avere dei nipoti, per dei figli che ancora non hai, ma non certo per tua scelta?
Tu sei la figlia buona, vivi normalmente, senza trascurare nessuno dei ruoli che hai, poi ti chiedi se è amore incondizionato o un senso di dovere innato quello che provi nei confronti di tua madre.
La mia risposta è semplice: ogni bambino nasce con un amore incondizionato nei confronti dei suoi genitori. Il bambino non viene al mondo dicendo: “papà, tu non sei laureato, non guadagni bene, non hai sposato la donna giusta per me, non mi hai dato i fratellini che volevo… papà mi hai deluso!”.
Il bambino viene al mondo con una promessa di amore assoluto e incondizionato verso i propri genitori, sono solo e sempre i genitori che nel tempo mettono una serie di condizioni a questo amore, e quando l’amore incondizionato viene imbrigliato a dei desideri personali ecco allora che si trasforma in un senso di dovere innato.
Il senso del dovere che proviamo verso i nostri genitori è la prova tangibile che il nostro amore incondizionato è stato manipolato, negato, incompreso e non ricambiato.
Tutto questo, se mi hai capito, non lo dico per accusare tua madre, ma per spingerti a vedere l’enorme dolore che questa donna porta con sé, e l’enorme errore che tu continueresti a commettere se dovessi proseguire la tua esistenza entro queste logiche d’amore negato.
Non v’’è nulla di patologico, nessun cordone ombelicale da tagliare, ma v’è solo un enorme cuore che vuole vivere, esplodere e uscire allo scoperto.
Questa è la storia di un amore che non è mai riuscito a cantare la sua canzone, ma che ha sempre e solo dovuto usare il linguaggio dei sordomuti!
Quando sai che tua madre non sta bene vieni avvolta da una “leggera depressione” che ti toglie interesse per tutto il resto, così tua madre diviene il centro di tutti i tutti pensieri e di tutte le tue azioni. Non mi sembra poi così leggera questa depressione. Se fosse pesante cosa accadrebbe?
L’amore che si nasconde in te è stato risucchiato nel vuoto che logora l’anima della tua povera mamma, e a sua volta, tua madre a riversato il suo amore nel vuoto dell’anima di qualcun altro…
ma le leggi dell’esistenza non permettono che qualcuno viva la vita al posto nostro. Quando spendiamo tutte le nostre energie per colmare le mancanze di chi ci sta accanto o per corrispondere ai loro desideri, compiamo un duplice errore. Da un lato sosteniamo il comportamento dipendente, parassitario e tiranno di chi ci vive accanto, dall’altro lato consumiamo la nostra linfa vitale gettandola in un pozzo di disperazione che non vedremo mai colmo.
L’unica cosa assennata che possiamo fare se veramente iniziamo a volerci incamminare verso la vera realizzazione dell’amore e della libertà è iniziare a preoccuparci di più per noi stessi senza pretendere che siano gli altri un mezzo per il raggiungimento dei nostri fini. Se iniziassimo a ricercare una felicità che non dipende dal corrispettivo che ci può venire da chi ci è affianco, riesci a immaginare quanta forza, libertà e amore saremmo capaci di generare in noi e attorno a noi?
Se riuscirai a rimanere in un’osservazione attenta e passiva anche quando sarai colta dal senso di colpa e dalla depressione che senti quando comprendi che nonostante tutto quel che hai fatto, mai e poi mai, riuscirai a rendere felice una persona che non sa cosa sia la vera felicità;
se riuscirai a vivere senza asservirti al desiderio di assecondare i bisogni egoistici di chi ti sta accanto e se, così radicata in te stessa, riuscirai ad accompagnare tua madre verso la fine continuando a donarle quell’amore incondizionato che sempre le hai dato, ma finalmente purificato dal senso del dovere, ecco che quel poco che per lei puoi fare tu l’avrai fatto, e quel molto che per te puoi ancora fare l’avrai continuato a portare avanti!!
Dadrim
 
Una pecora illusa alla ricerca del suo vero sè PDF Stampa E-mail
Lettere e messaggi
Domenica 28 Dicembre 2008 15:43
PecoreAntonella ha scritto: Buongiorno Dadrim, leggere ciò che scrivi è come leggere dentro di me, è come se entrassi con una grande lampada per meglio farmi vedere ciò che da tempo cerco per vie traverse.

Ti riporto la metafora della "mia" vita.

Questa è la storia di una pecora illusa, non è definibile il suo ruolo tra gli ovini, visto che a differenza del gruppo si  riveste un ruolo..

Era cresciuta nella "consapevolezza" che la vita non è proprio una fesseria, anzi, erano molti, troppi i sacrifici che avevano finito per renderla ancora più illusa. Questi  sacrifici le avevano fatto credere che da grande tutte quelle privazioni (non materiali) le sarebbero state restituite per giunta con gli interessi....tutto, intorno a sé, glielo faceva credere, dalle pecore educatrici che nelle varie praterie aveva incontrato, alle amiche pecore, al capo gregge..

Cresceva quindi con l'auspicio che un domani si sarebbe riscattata dalle "mancanze"a cui il "FATO" l'aveva costretta.

Nel corso delle sue passeggiate nelle verdi praterie incontrò una pecora con carenze molto più marcate delle sue, era una pecora che aveva bisogno di molti specchi per darsi un valore, per nascondere le grandi mancanze, tant'è che fece della protagonista della storia, vera carne da "macello" La metamorfosi della prima pecora iniziò gradualmente quando seppe che era in arrivo un'agnellino..

Quell'evento responsabilizzò molto la giovane mamma pecora, tanto che cominciò ad aprire gli occhi sui "disturbi " che il babbo pecora manifestava sempre più dopo essere diventato padre.

La situazione andava peggiorando giorno per giorno, fino a quando la "puerpera" si decise (daccordo con un'altra pecora istruita) ad abbandonare la pecora malata per tentare di salvare il salvabile.

Cominciò piano piano a cercare prima di tutto quali erano stati i motivi che avevano ridotto così la pecora padre, da lì iniziò a leggere libri , voleva risposte, la sofferenza era troppa,  ma non le avevano detto che un giorno avrebbe riavuto tutto quello che le era mancato con gli interessi? Perchè doveva rinunciare a quel sogno? Non ce la faceva a crescere l'agnellino senza le sue illusioni, le sue "certezze"... aveva vere e proprie crisi d’identità, tutto sotto i suoi piedi barcollava, era come un terremoto catastrofico...

Iniziò a leggere con avidità, aveva bisogno di capire, cercava la "VERITA'", adesso per il bene suo e dell'agnellino, doveva aprire gli occhi..

Divorava libri di psicologia, psichiatria, di saggistica, ne acquistò centinaia, ma non le bastava mai... dopo anni di ricerche, approdò in una prateria bellissima, luminosa, che mai avrebbe immaginato di poter percepire con i suoi numerosi limiti...

"LA PRATERIA SPIRITUALE"

Iniziò a brucare l'erba in  quel sentiero, cominciò a capire che tutto quello che aveva "appreso" fino a quel momento era da valutare in maniera diversa, doveva leggerlo con un'altra chiave di lettura, anzi si doveva "resettare"...

Piano piano riuscì a provare  "COMPASSIONE" per la povera pecora padre e per tutti gli ovini, partì allora alla ricerca del suo vero sè....

Dadrim ha risposto:  Cara Antonella,
grazie per la tua bella lettera e complimenti per il tuo blog "Il vero sè"!

Che la pace e l'amore trovino per sempre rifugio
nei vostri cuori (te e tua figlia),
e che da lì si possano diffondere
ad ogni persona che incontrerete!


Dadrim

 
Ciò che è fuori è solo un riflesso di quel che è dentro PDF Stampa E-mail
Sulla spiritualità
Mercoledì 24 Dicembre 2008 16:47
AlbaniaQualcuno ha scritto: Ogni volta che rientro nel mio paese d'origine mi sento fortemente sedotto, pervaso da una sensazione profonda di rispetto e d’appartenenza. È come se qualcosa, in profondità, legato alla mia infanzia vissuta in quei luoghi, si risvegliasse, tornasse a pulsare, rinascesse. Lo stato meditativo mi accade più naturalmente, percependo semplicemente gli odori, l'atmosfera che permea quella realtà.
Il cercare lì non mi serve, basta che rimanga spogliato da tutto... e mi ritrovo.
L'Albania è il paese delle aquile, è una terra ben diversa dall'Italia, di civiltà non ce n’è molta, ed è questa la bellezza: più selvaggità, più imprevedibilità. Tutto in questo paese è precario, la gente ha ancora negli occhi qualcosa di viscerale, che se centrato sulla consapevolezza, vi puoi scorgere il mondo senza bisogno di migrare altrove.
Ma è strano, quando mi trovavo lì, tempo fa, feci di tutto per andare in cerca della mia posizione nella società migrando, adesso, invece, tornando, sento emergere di nuovo gli occhi denudati dal resto. È un misto che mi turba, piacere e attenzione estrema. La gente è abbastanza intransigente lì,...legata ai bisogni primordiali, ma ciò mi rende più vivo.
Infine, la gioia è di casa, vado a rincontrare un caro amico, lasciato lì tempo addietro: la mia Essenza!
A presto...
 
Dadrim ha risposto: V’è molta bellezza e profondità in questa tua lettera. Si sente che nasce dal cuore e che non ha nulla a che fare con il pensiero. In risposta, vorrei solo sottolineare alcune cose che possono aiutarci a comprendere meglio come si muove il nostro pensiero.
 
Sono certo che ora, tornando al tuo paese, tu percepisca una visceralità e una naturalezza che paesi più industrializzati e “capitalizzati” come l’Italia non possono più offrire (questo però non vale per tutta la penisola), ma questa percezione la puoi avere proprio e unicamente perché hai fatto esperienza della diversità, della scintilla che si genera quando viviamo il contrasto fra due dimensioni differenti.
Chi è sempre vissuto in una sola dimensione non può comprendere le bellezze che quella dimensione nasconde, come un pesce non può capire l’importanza dell’acqua sino a quando non cade in una rete e viene gettato sotto il sole cocente.
Conosco il giorno solo perché v’è la notte, conosco la gioia solo perché v’è il dolore, conosco la vita solo perché v’è la morte. La realtà in cui è immersa e interagisce la nostra coscienza è un fenomeno d’alternanza perpetua di contrari.    
In questa realtà, la nostra mente è come un pendolo che oscilla continuamente da un opposto all’altro, e questo spesso può risultare piacevole per un certo periodo, ma alla lunga porta unicamente al logorio dei sensi e allo smarrimento di sè, poiché diveniamo incapaci d’elaborare una sintesi fra le molteplici forme  che si intrecciano e compenetrano questa nostra complessa esistenza.
 
Quel che tu riporti, in essenza, è l’apparente opposizione che sussiste fra conscio e inconscio, fra introverso ed estroverso, fra antico e nuovo, fra istintuale e razionale, ma questa distinzione è sempre frutto di una percezione soggettiva che si muove lungo quell’infinita scala di tonalità che compone l’arcobaleno delle nostre percezioni.
Per un italiano, infatti, vivere per un periodo in una qualche metropoli americana, creerebbe in lui lo stesso effetto che tu hai vissuto esperendo il contrasto fra Italia e Albania. Questo vale anche per un abitante di un piccolo borgo della Sardegna che si trasferisce a Verona e che poi torna al suo paesino. Tutto dipende dalle condizioni in cui ci siamo abituati a vivere.
Una persona vissuta per degli anni al buio, fissando la fiamma di una candela percepirà una luce intensa, per chi ha posto il proprio sguardo nel cuore del sole, un vasto fuoco non è nulla di speciale.
Resta comunque il fatto che l’effettivo rapporto di paragone fra le nostre differenti forme di società si gioca sempre all’interno di uno schema di maggiore o minore complessità. Questo non significa che una cultura più complessa sia anche una cultura più realizzata a livello spirituale, anzi!!
 
I paesi più industrializzati e tecnologicizzati portano sicuramente una maggiore consapevolezza delle dinamiche fenomeniche che compongono il mondo materiale, questo, però spesso, a discapito di una consapevolezza della dimensione naturale ed essenziale della vita.
 
I paesi più arretrati a livello economico e industriale trattengono invece un maggiore legame con i ritmi della natura e con gli elementi più istintuali e semplici della psiche umana. Questa dimensione ha sicuramente un suo fascino per chi viene da realtà complesse, burocraticizzata e cerebrotiche. Pensiamo al fatto che le malattie mentali sono quasi esclusivamente un fenomeno connaturato ai paesi più “sviluppati”, questo per il semplice motivo che lo “sviluppo” che noi oggi sosteniamo è basato principalmente su una strutturazione e complessificazione dei processi cognitivi tale da non poter essere metabolizzata e governata da un gran numero di persone. Consiglio sempre, infatti, a tutti coloro che vivono forti tensioni psichiche ed emotive, un viaggio in paesi ancora legati a ritmi di vita più vicini alla natura e alla dimensione primaria dei bisogni umani.
 
Espongo queste brevi osservazioni unicamente per far riflettere sul fatto che, sicuramente l’esperienza del contrasto fra complessità e semplicità, bisogni primari e bisogni secondari (se non superficiali), può aiutare la ricerca della verità e dell’equilibrio interiore, ma unicamente se non ci limitiamo a saltare continuamente da una dimensione all’altra.
 
Spesso, purtroppo, quando siamo stanchi della complessità ci tuffiamo in un ambiente esterno semplice e primario, poi ci stanchiamo anche di questo, tornando al bisogno di complessità e superficialità.
Se ci muoviamo in questo modo non approdiamo mai a nulla, per il semplice motivo che il cambiamento che otteniamo è unicamente raggiunto attraverso una modificazione delle condizioni esterne, ambientali. Il vero cambiamento avviene unicamente quando scopriamo “l’Albania che vive dentro di noi”, riuscendo ad armonizzare questa scoperta con la complessità che la modernità ci offre. È solo nella sintesi e nell’equilibro fra interno ed esterno, fra semplice e complesso, fra razionale e istintuale, che possiamo giungere a uno stato di autonomia, sanità e imperturbabilità d’animo.
 
Trovare lo stato atavico e naturale del nostro essere è un processo di scoperta consapevole. Immergersi in un ambiente che rievoca quello stato può divenire unicamente una fuga dalla fatica che comporta la ricerca di un reale e duraturo equilibrio interiore.
I paesi e le culture più legate ai ritmi della terra e alle dinamiche ancestrali sono permeate  da un profumo di mistero e di quiete, ma non possiamo nasconderci la violenza e la bestialità che racchiudono in sè. Questo accade perché la loro innocenza è simile all’innocenza del bambino: meravigliosa, ma inconsapevole. L’innocenza del saggio, invece, non nasce da uno stato di inconsapevolezza del bene e del male, ma da uno stato di trascendenza di tutti quei bisogni che determinano l’agire gruppale, di branco, bestiale e legato a logiche di sopravvivenza.
 
Pertanto credo che non sarà la cultura “contadina” o un ritorno ai ritmi primevi dell’esistenza umana, a determinare una svolta nell’evoluzione della nostra coscienza,  ne tanto meno un incremento della complessità e della “tecnicità” del nostro pensiero. Dal mio punto di vista, solo uno sforzo consapevole e totale, volto a penetra e svelare quella dimensione di libertà e amore incondizionato che connatura la nostra vera essenza individuale, potrà determinare un definitivo e radicale mutamento.
 
Dadrim          
 
Come migliorarsi e vivere la vita con pienezza PDF Stampa E-mail
Crisi interiori
Mercoledì 17 Dicembre 2008 19:13
GattoGiuliana ha scritto: Ciao sono Giuliana ed ho letto qualcosa di te, per la prima volta, tramite Riflessioni.it. Proprio in questo periodo mi sto facendo molte domande, sulla vita, su me stessa e trovo interessante il tuo pensiero. Le domande che ti sei posto sembrano l'eco di quelle che mi faccio. Vorrei vivere la vita con pienezza. Non certo rifiutando le responsabilità, ma cercando di fare di più per me e gli altri.
Come fare per migliorarsi?
Grazie per l'attenzione che potrai dedicarmi.
Saluti
Giuliana
Dadrim ha risposto: Cara Giuliana,
Vivere la vita con pienezza, nella mia visione delle cose, non centra nulla con l’idea di migliorarsi o di fare di più. Il “pieno” della vita è un qualcosa che possiamo scoprire, ma non raggiungere attraverso una modificazione volontaria di noi stessi, per il semplice motivo che la dimensione della verità e della serenità è già in noi. E ciò che è già non può essere raggiunto attraverso la modificazione di un qualcosa che non è ancora ciò che dovrebbe essere. Ciò che non è come dovrebbe essere rimarrà sempre incompleto e deludente. Ciò che è quel che è deve solo essere lasciato affiorare. Non dobbiamo migliorare nulla, ne fare di più! Migliorarsi significa non accettare quello che si è ora, desiderare qualcosa di diverso, ma cos’è qual qualcosa di diverso che vorresti diventare? Perché non sei soddisfatta di quel che sei ora? Ciò che ti circonda può sempre essere modificato entro certi limiti, ma ciò che si nasconde in te, la tua vera essenza, è già ciò che dovrebbe essere. Il problema è che tu non sei mai entrata in te stessa per scoprire cosa si nasconde nei vasti cieli del tuo mondo interiore. Il problema è che per una vita intera ti hanno insegnato che devi migliorarti, che così come sei non vai bene, che devi sempre cercare di essere di più, di fare di più, di lavorare di più, di capire di più… Io dico che così come sei, sei perfetta e che nulla in te deve migliorarsi o divenire qualcosa. Ogni nostra idea di divenire nasce sempre da vecchie idee che abbiamo su noi stessi e sul mondo. Le vecchie idee nascono sempre e solo da esperienze passata che ci hanno lasciato l’amaro in bocca o che ci hanno dato una qualche forma di soddisfazione. La nostra mente, poi, il più delle volte, inizia ad usare il passato come base di appoggio per dirigere il futuro. Tutto ciò che nel passato ci ha dato una qualche forma di appagamento, cerchiamo di riviverlo nel domani, mentre tutto ciò che ci ha delusi, cerchiamo di evitarlo. Questo tipo di comportamento nei confronti della vita è condizionato, sempre uguale e destinato a deluderci e a lasciarci sterili e spenti nel cuore.
Cara Giuliana, la vedi l’evidenza della ripetitività e della limitatezza di questo modo di agire?
Noi non potremo mai ripetere l’esperienze passate, per il semplice motivo che l’esistenza non è mai uguale, non si ripete mai, ci continua a offrire dimensioni diverse e imprevedibili. È sempre e solo la nostra mente a trattenere gli eventi passati e a proiettarli sul presente o sul futuro. Questo atteggiamento impedisce alla nostra coscienza di vedere “la luce sempre” nuova che risplende perpetua sul nostro presente!!! È come se anni fa tu avessi visto il sole, e da quel momento non avessi più riaperto gli occhi, ma fossi andata in giro per il mondo rievocando nella memoria l’immagine della luce e delle forme presenti quel giorno.
Così vive la maggior parte della gente: continuano a camminare ad occhi chiusi, ricordando una luce vista molti anni prima, quando erano bambini e ancora sapevano guardare, dimentichi del fatto che il fresco sole primaverile nascosto nelle loro anime, non ha mai smesso di diffondere il suo calore e la sua magnificenza!
Migliorarsi significa cercare di prendere il nostro bagaglio passato per provare a smussarlo un po’ qua e un po’ là, ma questo è solo un misero tentativo di rianimare un qualcosa di morto, finito, sepolto, e un cadavere, per quanto tu lo possa truccare e rivestire per bene, resterà sempre un cadavere!
Tu non puoi migliorare la tua vita o fare di più per qualcuno. L’unica cosa che possiamo fare è iniziare a vivere veramente, perchè quando scopriamo quella dimensione di verità e serenità che giace nascosta nei nostri cuori, allora e solo allora, tutto inizia a sembrarci un’esplosione di abbondanza e meraviglia. Allora non chiederai più come “fare di più”, ma sentirai di “Essere” così appagata e colma di gioia da dover sempre e comunque condividere questa tua condizione con chi ti circonda, ma tutto ciò non sarà un fare, ma un semplice e naturale modo di esprimersi del tuo cuore. Noi dobbiamo ritornare ad "Essere" e smettere di voler divenire qualcosa o qualcuno. Dobbiamo scoprire la dimensione del vivere sereni e paghi, e non cercare il “come fare di più” per noi o per gli altri.
Infatti, l’unico modo attraverso cui possiamo aiutare gli altri è grazie alla realizzazione di noi stessi. Quando iniziamo a vivere in pace, questa nostra pace interiore traspare da ogni nostro gesto e da ogni nostra parola. A questo punto, il semplice starci accanto diviene per tutti un invito alla riscoperta di se stessi.
Ho sempre cercato di evitare tutti coloro che erano disposti a darmi una mano per migliorarmi, forse perché ho sempre sentito che gran parte del mio vivere male nasceva proprio dal condizionamento al divenire “meglio” che avevo subito!
Noi abbiamo già tutto quel che ci serve per essere individui pienamente felici e realizzati, è solo una questione di consapevolezza, di riflessione, di osservazione attenta e passiva del reale stato delle cose, dentro e fuori di noi.
Cara Giuliana, tu sei perfetta così come sei, perché tutto è sempre e solo un problema di occhi chiusi o aperti! Non puoi dire a una donna che cammina ad occhi chiusi di migliorarsi, ma puoi dirle: “Hei!!! Svegliati!!! Apri gli occhi e guarda che spettacolo!!!”.
Pertanto, entra dentro di te, fai silenzio e ascolta la poesia della vita che ti attraversa: è cosa sempre nuova e travolgente!
Un abbraccio,
Dadrim
 
L'uomo: un essere divinamente sessuato PDF Stampa E-mail
Sul sesso
Domenica 14 Dicembre 2008 21:55
LeonardoQualcuno ha scritto: Succede a volte di consumare il vino pur sapendo che probabilmente è pieno di conservanti e coloranti, le caramelle e cose del genere quali in comune hanno la non genuinità. Allo stesso modo succede spesso, tramite immagini pornografiche, che mi masturbi, scaricando così la tensione che il vecchio ego accumula. Noto che durante tutto ciò sento il piacere effimero che ricavo pur rimanendo conscio durante il processo… senza smarrirmi nel processo.
È questa una via reale verso la salute, mi domando? Qual'è il tuo punto di vista?
In attesa,
un immenso abbraccio.
 
Dadrim ha risposto: come ogni cosa, è sempre una questione di equilibrio e consapevolezza.
La sessualità è parte di questa esistenza, come la pioggia, le stelle, il cielo e i nostri sorrisi, e non è nulla da condannare o reprimere, ma nemmeno qualcosa da osannare o in cui indulgere. V’è da dire, infatti, che quando piove per giorni il nostro umore non è mai dei migliori, allo stesso modo, quando il sesso inizia a occupare spazi sempre più ampi della nostra vita, il nostro equilibro interiore si deteriora.
 
Ora, la soluzione del problema non sta nel cercare di bloccare gli impulsi sessuali, ma nel cercare di capire perché questi prendano il dominio di aree del nostro mondo interiore, che dovrebbero essere sotto il controllo di ben altre forze.
Il sesso, quando vive in armonia con i sentimenti e i pensieri, trova la sua giusta collocazione e realizzazione.
L’atto sessuale ha un immenso potere liberatorio, trasformativo e rigenerante solo quando è sorretto da uno stato d'armonia delle tre dimensioni che compongono l’essere umano: il corpo, la mente e la coscienza. Quando invece il desiderio sessuale diviene una sorta di droga utile all’assopimento delle tensioni e delle sofferenze che provengono da una delle tre dimensioni che ci costituiscono, l’atto erotico muta in un gretto mezzo di fuga e di dimenticanza di sé.
Fuggire da sé aumenta poi progressivamente la paura di ritornare a sé, e più la paura aumenta, più è facile cadere in un circolo vizioso nel quale la sessualità diviene il fulcro di ogni nostra attività.    
 
Quando viviamo una condizione di equilibro interiore, l’impulso amoroso nasce unicamente se qualcosa di esterno colpisce il nostro centro sessuale. Sino a quando la presenza attivante persiste, il nostro organismo risponde naturalmente e liberamente, ma quando la presenza cessa di essere sotto il nostro spazio di percezione, la nostra coscienza ritorna al suo stato di quiete originale.
 
Un individuo equilibrato e sereno agisce pertanto come uno specchio. Sino a quando qualcosa si riflette sulla sua superficie, lo specchio la riflette, quando però l’oggetto svanisce, anche l’immagine riflessa scompare. Allo stesso modo, quando vediamo una persona che ci attrae, la nostra coscienza riflette questa eccitazione e noi vi reagiamo di conseguenza attivando tutti i consueti giochi d’amore, ma quando la persona non è più con noi, il gioco si interrompe.
 
Questo sarebbe un vivere pienamente e liberamente i nostri rapporti d’amore, ma le cose per molti non vanno in questa direzione.
La nostra mente, con i suoi numerosi pensieri, è sempre colma di sollecitazioni sessuali. La nostra coscienza smette così di riflettere la realtà, divenendo una sorta di lastra fotografica dove tutto si imprime e non svanisce più.
 
Questo accade per diversi motivi.
Uno risiede sicuramente nella patetica e ipocrita cultura in cui siamo immersi. La nostra società ci impone sin da piccoli la repressione sessuale, ma contemporaneamente ci bombarda di sollecitazioni visive erotiche e pornografiche, ecco allora che l’energia sessuale non fluisce più nei suoi naturali canali e con il suo giusto equilibrio, ma si sposta totalmente nella sfera del pensiero e dell’immaginazione.
È per questo che la pornografia dilaga e l’amore vero e autentico sta progressivamente sparendo.
Le persone non fanno più del sano e naturale sesso, non si amano più a livello totale, coinvolgendo le tre dimensioni predominanti del nostro organismo, perché vivono unicamente in un mondo di immagini patinate, pixel e cartelloni pubblicitari.
 
Caro G., non noti anche tu come questi quattro manovratori delle coscienze umane abbiano tessuto bene la loro ragnatela? Da un lato v’è una morale sociale e religiosa repressiva, giudicante e colpevolizzante, dall’altro lato v’è un mondo fatto di pubblicità, marketing e business che sussiste proprio grazie allo sfruttamento della nostra mente ipocrita e repressa.
Chi perderebbe il proprio tempo e i propri soldi in locali per lo strip, siti porno o altro se le nostre relazioni fossero fatte di amicizie profonde, amorevolezza, voglia di sperimentarsi con sensibilità e dolcezza in ogni dimensione che l’essere umano manifesta in sè?        
Chi baratterebbe un amore vero, in carne e ossa, per qualche misero secondo di piacere di fronte a un giornale o nella solitudine del proprio bagno.
 
Un secondo motivo per cui la nostra energia sessuale non scorre più come e dove dovrebbe, è la totale dimenticanza, in cui siamo caduti, del nostro essere.
La maggior parte delle persone nemmeno immagina la possibilità dell’esistenza di una dimensione più profonda e reale di quella in cui vive. Per noi tutto quel che esiste, cresce e muore unicamente di fronte ai nostri occhi, quindi, macchine, case di lusso, ristoranti, potere economico e politico sono divenuti gli unici parametri su cui basare il valore e il senso delle nostre esistenze. Ma questi parametri ci impongono una continua lotta e una continua tensione emotiva e mentale che progressivamente non sappiamo più sciogliere e risolvere, ecco allora che lo sfogo sessuale diviene l’unico mezzo capace di farci cadere per qualche istante in uno stato di abbandono e di rilassamento.
È per questo che sempre più vecchietti cercano pozioni magiche per poter far funzionare oltre il suo tempo massimo un apparato che la natura aveva tarato su altri ritmi, significati e bisogni.
 
Se l’uomo vivesse liberamente e naturalmente la propria sessualità, privo di folli sensi di colpa, vergogne, giudizi e impulsi alla repressione, tutto seguirebbe l’armonioso e saggio corso che l’esistenza ha disegnato in millenni di evoluzione.
 
Caro G. spostati più verso la dimensione del corpo, del sentire, del concreto vedere e toccare. Coinvolgi tutte le dimensioni che la vita ci ha donato, fondi insieme e porta ad unità la tua mente, la tua anima e il tuo corpo, perché solo da questa alchimia possiamo sperimentare e attraversare quell’amore umano che è, peraltro, l’unica porta capace di condurci alla sconfinata dimensione dell’essere.
 
Osserva, attento e passivo i giochi della tua mente, ma non bloccarti e reprimerti mai quando senti che l’energia che scorre in te nasce da un movimento armonico di tutta la tua anima.
Se siamo totali, tutto quel che facciamo è sano e liberatorio, se siamo parziali e remissivi, tutto si tramuta in un atto suicida contro natura.    
Effimero è unicamente il desiderio sessuale che nasce dal continuo stuzzicarsi del pensiero, effimero è il continuo giudizio e la continua condanna che la mente impone a se stessa, per poi dover sempre infrangere e trasgredire i sui stessi dettami, e ancora tornare a pentirsi e punirsi e infrangere e condannarsi e indulgere....
Com'è banale il nostro pensiero morale, che falsa la nostra pretesa d’avere un corpo che deve stare sotto il giogo di una pulce pensante.
Ascolta, medita, osserva in modo attento e passivo, salta, ridi, divora le paure, consuma e scarica le tensioni dell’ego, siano a quando potrai sentire chiaramente come fra una preghiera e un abbraccio di corpi nudi e sudati scorra sempre e unicamente lo stesso divino splendore.
L'uomo è un essere divinamente sessuato!
 
 
Proseguendo il nostro cammino verso casa…
Un abbraccio
Dadrim
 
In attesa del tuo primo concerto PDF Stampa E-mail
Crisi interiori
Sabato 13 Dicembre 2008 21:35
strumentoPaola ha scritto: Ciao Dadrim,
sono entrata nel tuo blog per caso ed anch'io come tanti altri sono rimasta colpita dalle tue parole che danno una marcia in più per vivere.
Ti scrivo perchè da moltissimi anni vivo un'esistenza grama e avvolta da difficoltà economiche ed esistenziali. Ti chiedo come può accadere che una persona a cui la vita aveva dato tutto improvvisamente le viene negato e tolto quello che aveva? E' quello che è accaduto a me...sposata con un imprenditore, due figli, una famiglia invidiata da tutti e in particolare dalle famiglie di provenienza. E poi la catastrofe...l'indigenza più totale e per di più la totale assenza di tutte le persone care che facevano finta di ignorare quanto accaduto. Mi sono rimboccata le maniche ed ho ricominciato tutto daccapo:lavori i più disparati( e i miei figli con me), non riuscire con quello che guadagnavo a fare la spesa, la separazione da mio marito e tante altre cose. Insomma il disastro più totale mentre gli altri stavano a guardare...i miei genitori, i miei fratelli, gli amici. La situazione, oggi, è ancora la stessa, mi sento sfiduciata, fallita, inutile e arrabbiata con chi non ha voluto capire...la mia famiglia d'origine. I miei genitori sono morti da poco ed ora devo combattere con i miei due fratelli per avere quello che mi spetta di diritto e che loro, in maniera amorale, non vogliono darmi. Ho una causa per la divisione dei beni dalla quale, spero tanto che la ragione abbia il sopravvento sulla disonestà e possa vivere per quello che mi resta, in maniera tranquilla. Mi sento molto sola e stanca, cerco di leggere di tenermi aggiornata(sono laureata in Pedagogia e Lettere moderne)per dare ancora un senso alla mia vita. Mi chiedo quale senso se non sono riuscita, non solo a trovare un lavoro, ma neanche a dare delle risposte ai miei figli. La fede mi ha sostenuta in tutti questi anni, ma ora comincio a dubitarne. Spero che tu mi possa dare la speranza per andare avanti perchè, a volte, ho la voglia di chiudere con il mondo intero.
Grazie
 
Dadrim ha risposto:  Cara Paola,
del difficile momento che stai attraversando puoi farne solo due cose: trasformarlo nella chiave di volta che darà forza e stabilità all’arco della tua intera esistenza o lasciare che divenga unicamente una pietra pesante sotto cui farti schiacciare.
A te la scelta, perché una scelta v’è sempre!!
Confido nella presenza in te di un sincero e totale desiderio di rinascita, pertanto  proviamo a fare alcuni passi assieme verso l’alba che ci attende, consapevoli fin d’ora che potrebbero anche essere difficili e dolorosi. Ma se il nostro unico intento è la verità e la libertà, anche il dolore più grande ci apparirà unicamente come un amaro farmaco indispensabile per la guarigione.
 
Come disse Platone nel Fedro (274 A-B): “Per chi intraprende cose belle è bello anche soffrire”.
 
 
Mi chiedi: “come può accadere che una persona a cui la vita aveva dato tutto improvvisamente le viene negato e tolto quello che aveva?”
La risposta è semplice quanto difficile da accettare per chi, come te, ha riposto l’intero valore e significato della propria esistenza entro i confini di un “tutto” che poi s’è rivelato un niente.
 
La vita non dà e non toglie mai nulla, siamo sempre e solo noi uomini ad aggiungere cose al valore intrinseco che hanno le nostre esistenze, ma quando aggiungiamo qualcosa, spesso, scordiamo che quel qualcosa ci può esser tolto in qualsiasi momento, e così, oltre ad aver aggiunto qualcosa, abbiamo anche messo le basi per una sicura futura sofferenza.
 
La vera vita, per l’anima, è come l’aria per i nostri polmoni: una cosa sempre presente, invisibile, silenziosa e terribilmente essenziale.
Questa vera vita è fatta di silenzio, amore, semplicità e contentezza. Contentezza nel senso di non volere mai più di quel che si ha, perché si è sempre paghi di quel che si è e si fa giorno dopo giorno!!
La vera vita è fatta di “Essere”, come prima cosa, e di “Fare” come seconda, ma mai d’avere. L’avere viene e va, ma non è cosa di cui preoccuparsi troppo.
È come per il corpo. L’essenziale per il nostro organismo è l’acqua, che metaforicamente rappresenta l’Essere e il Fare, poi, se vogliamo, a volte, possiamo anche bere del vino, che raffigura l’avere, ma se iniziamo a vivere per il vino mettendo in secondo piano l’acqua, credo che qualche problemino verrà fuori di sicuro.
 
Usiamo un’altra metafora.
 
Prova a immagina che l’olfatto di una persona entri in contatto con un dolce e suadente profumo. Che meraviglia, che atmosfera misteriosa e travolgente si crea tutt’intorno a lui quando si sente avvolto da questo aroma capace di toccargli le corde più profonde della fantasia e dei sensi!!
 
Ora immagina che questa persona si cosparga il corpo, ogni giorno e ogni notte, per anni, di questo profumo intenso e inebriante, sino a quando, un giorno, la boccia che contiene l’essenza, per qualche sfortunato evento, cade a terra e si rompe. Come reagirà questa povera persona, abituata a vivere ogni singolo istante della sua vita immersa in quel profumo? Inizierà a pensare: “Mio dio!, è la fine, mi manca l’aria, non ho più nulla da inalare, non ho più nulla che entri ed esca dai miei polmoni,  è finita!!”
 
Questo potrebbe pensare, e così pensando potrebbe sentirsi davvero morire, potrebbe soffrire terribilmente, anche se noi sappiamo bene che le cose non stanno andando davvero così!
 
L’aria è sempre tutt’intorno a lui, l’aria non gli è mai stata sottratta, ma la sua mente, il suo corpo, i suoi sensi si sono assuefatti ad una particolare condizione, una condizione impermanente per sua stessa natura.
 
Questo è solo un esempio per cercare di farti capire come spesso cadiamo negli inganni del nostro pensiero e dei nostri sensi.
 
Paola, cos’era quel “tutto” che credevi la vita ti avesse donato?
Un ricco uomo, del denaro, una posizione sociale, una grande casa.
Erano queste le cose di cui era composto quel “tutto” di cui parli?
Questo “tutto” è fatto solo di aromi, odori sensuali e seducenti, ma non vi vedo alcuna traccia della brezza portata dal primo raggio del mattino! Se guardo in questo tuo “tutto”, non vedo minimamente la presenza delle impetuose e travolgenti correnti d’aria che sferzano fra le onde del tuo oceano interiore.
In questo tutto, Tu Paola, hai dimenticato completamente quell’unica cosa che non ti potrà mai abbandonare e tradire: il tuo stesso essere, quell’essere che è fatto di libertà, serenità, forza inesauribile, fiducia e amore. Il tuo essere è la pura aria che respira la tua anima, e quest’aria non potrà mai esserti sottratta o negata. L’unica cosa che può accadere è proprio quel che ti è successo: ti sei persa fra i miraggi di quel deserto che in realtà è la vita in cui crediamo.
 
Noi tutti abbiamo iniziato a trasformare le nostre esistenze in un deserto.
Abbiamo sradicato gli alberi della vera amicizia, abbiamo prosciugato i fiumi dell’amore incondizionato, abbiamo sterminato gli elefanti della solidarietà per venderne le zanne d’avorio, abbiamo ucciso i leoni che danzavano nel nostro cuore perché ci spaventavano troppo i ruggiti delle nostre vere e potenti emozioni, abbiamo ucciso e imbalsamato le giocose e ridenti scimmiette che saltavano fra gli alberi della nostra fantasia perché l’ilarità e il giubilo che trasmettevano ci sembravano cose troppo infantili.
 Ed ora, vagabondando in questo desolante deserto, veniamo colti da allucinazioni, siamo vittima dei nostri stessi desideri.
 
Ma non temere nulla Paola!, perché basterà un’abbondante pioggia per far rifiorire quel meraviglioso giardino che si nasconde in te!
Smetti di rimpiangere quel che avevi e lascia che inizi ad affiorare quel che sei sempre stata, ma che non hai mai saputo o potuto vedere!
La luce del nostro essere può manifestarsi solo quando iniziamo a gettare tutte quelle inutili cose che ne impediscono la diffusione. Tu non le hai gettate, ma ti sono state sottratte. Bene, fa lo stesso, cerca soltanto di comprendere che da questo male, se saprai guardare in una nuova direzione, potrà derivarti un grande bene. Ora sei libera da molti strati di menzogna e superficialità.
Se il tuo matrimonio è finito, vorrà dire che qualcosa non andava più.
Se eri circondata da persone che, invece d’esser felici per la tua vita “realizzata”, erano invidiose di questa tua condizione, bene, ora che non hai più nulla ti sei anche liberata dei falsi sorrisi, delle frasi di rito e della falsa vicinanza.
 
Tu mi chiedi di darti la speranza di poter andare avanti, ma io non ho alcuna intenzione di darti altre vane speranze, l’unica cosa che vorrei è riuscire ad indirizzarti verso quel luogo, che esiste in ogni individuo, dal qual potrai osservare ogni cosa da una giusta prospettiva, dove ogni cosa riprende il suo giusto valore.
 
Le speranze non ci servono a nulla: è la verità che ci trasforma!! Non voglio che tu viva sperando di riuscire ad uscire da questa situazione, io vorrei che tu vedessi e sentissi con tutta te stessa la realtà e la verità della forza, del coraggio e della fiducia che vivono in te. Quando entrerai in contatto con questa tua dimensione interiore, allora, non chiederai più alcuna speranza, alcuna consolazione, ma passerai immediatamente all’azione, ad un fare nuovo e creativo, quell’unico fare ed essere che può mutare definitivamente la tua vita.
 
 
Ma come puoi ora,  che ti senti “sfiduciata, fallita, inutile e arrabbiata con chi non ha voluto capirti”, saltare fuori dalle sabbie mobili in cui ti trovi per iniziare a danzare e cantare libera e serena?
La prima cosa che puoi fare è smettere di rimescolare il calderone del tuo passato. Perché ti senti fallita? Perché avevi una certa idea di come la tua vita sarebbe dovuta andare. Abbandona ogni idea e segui le anse e le profondità che il fiume della tua esistenza sta disegnando per te. Se noi non abbiamo nessuna idea sul come dovrebbero essere le cose, ma semplicemente riversiamo tutte le nostre energie, con fiducia e coraggio, nel momento presente, in un domani molto vicino rimarremo esterrefatti dai doni e dalle sorprese che la vita ci porterà.
Lotta con tutta te stessa, smuovi mari e monti per trovare un lavoro adatto alla tua personalità e alla tua creatività, e capace di darti quel minimo benessere che serve per tirare il fiato. Vedrai che se non pretendi e pianifichi nulla, ma semplicemente ti getti a capofitto nell’istante, la tua intelligenza ed energia ti aprirà delle porte e delle strade che nemmeno saresti riuscita ad immaginare dopo giorni e giorni di pianificazioni ed elucubrazioni. Non sarà il tuo pensiero calcolatorio a farti uscire dallo stagno in cui sei finita, ma la luce penetrante e veggente della tua coscienza.
 
Mi chiedo poi come tu possa pensare d’essere inutile?
 
Inutile può divenirlo unicamente un oggetto. Sono solo gli oggetti che nascono per uno scopo a divenire inutili una volta assolto il loro compito, ma tu non sei un oggetto e non sei nata per uno scopo che possa esaurirsi nel tempo.
Tu sei nata per scoprire l’amore e la forza che vivono in te e per poi riversarli incondizionatamente a chi ti sta vicina. Tutto ciò vive oltre il tempo e pertanto non può finire.
Pensa ai tuoi figli: come puoi deluderli?
Loro da te non pretendono l’assolvimento di nessuna funzione se non il dono della libertà di pensiero, dell’amore e della serenità dell’animo, non certo dell’opulenza economica.
Ma se dovessero già esser grandi ed essere stati educati entro le logiche del denaro e del divenire, invertite la vostra rotta fin che siete in tempo e dona loro la ricchezza di comprensione che questo tuo duro periodo ti sta dando.
Spiega loro come non sia il denaro e il plauso della gente a poter dare la forza e la serenità d’animo, ma come solo un cuore e una mente limpidi e liberi da ogni giudizio e bisogno superfluo possano attraversare la tempesta senza patire il minimo tormento.
Hai ancora un intero universo da scoprire e sperimentare che si espande di fronte ai tuoi occhi.
Getta i tuoi pesi dietro le spalle e corri leggera verso le misteriose avventure che il domani ti riserba.
Abbandona ogni idea rispetto a come dovrà o sarebbe dovuta essere la tua vita, perché così tenteresti unicamente di plasmare e confinare l’immensità dell’esistenza entro le mura del tuo desiderio e del tuo risentimento,  e questo è il male più grande che io conosca.
Vivi come se tu fossi una fiamma che brucia correndo lungo una corda tesa verso l’infinito: il passato viene ridotto in cenere e il futuro è sempre e solo un fuoco che divampa!
 
Sei laureata in Pedagogia e Lettere moderne, bene, metti in gioco le tue competenze e ridipingi il capolavoro della tua esistenza.
Se inizi a vivere per quello che sei e a fare quello per cui sei portata, i risultati verranno e il denaro sarà sempre sufficiente per i tuoi bisogni. Non lo dico per consolarti, lo dico unicamente perché questa è stata la mia stessa esperienza.
Come ultima cosa vorrei dirti che tu non potrai mai chiudere con il mondo intero perché il mondo sei sempre e solo tu, e tu non puoi chiudere con te stessa per il semplice fatto che tu sari sempre!
L’unica cosa che ti rimane da fare è trasformare la tua vita, accordare le note del tuo strumento e comporre la tua melodia!
 
Rimango al tuo fianco
in attesa d’essere invitato al tuo primo concerto!!               
 
Dadrim
 
Sull'educazione, la maturità e l'innocenza del bambino PDF Stampa E-mail
Sull'educazione e i figli
Sabato 13 Dicembre 2008 00:12
Sull'educazioneQualcuno ha chiesto: Caro Dadrim, potresti dire qualcosa sulla maturità, sull’essere adulti e responsabili? Ho appena avuto un figlio e mi sto facendo molte domande!  

 

Dadrim ha risposto: Osservando la crescita di un individuo, dall’infanzia sino alla cosiddetta maturità, possiamo notare, nella quasi totalità dei casi, come durante questo tempo accada qualcosa, una sorta di mutazione anomala del modo di pensare e di reagire agli eventi della vita… L’innocenza si tramuta in astuzia, la serenità in preoccupazione, il gioco in serietà, la scoperta del nuovo in paura dell’ignoto, e molto altro ancora. Una così radicale metamorfosi non può esimerci dal bisogno di tentare di capirne le cause e i molteplici risvolti. Dal mio punto di vista la frattura che separa l'adulto dal bambino non è il prodotto di un progressivo aumento della complessità e, spesso, drammaticità dei fenomeni sociali, né tanto meno il risultato dell’accumularsi dell’esperienza. Ciò che determina la “morte” del bambino e consente la nascita di ciò che chiamiamo erroneamente “individuo adulto”, è il lavaggio del cervello a cui quotidianamente sottoponiamo le nuove generazioni, e a cui noi stessi siamo stati sottoposti. A mio modesto avviso la maturità è qualcosa a cui la nostra società non è ancora pervenuta, e ciò che ne ostacola maggiormente la realizzazione è proprio l’arroganza con cui perseveriamo nel pensarci forma e misura di tutte le cose.  Questa ottusa arroganza ci permette di stare comodamente seduti sulle nostre poltrone a sentenziare e legiferare, inconsapevoli del fatto che l’unica persona che possiamo imparare a governare siamo solo noi stessi. Questa dimenticanza di sé produce una totale incapacità di rispondere in modo lucido, ragionevole e sensibile alle sfide che la vita costantemente ci sottopone. La frattura che impedisce il nostro naturale ed equilibrato sviluppo è unicamente il frutto di una nostra debole e pigra coscienza. Siamo solo noi ad esser divenuti ostili a noi stessi, ma ciò si può comprendere solo quando si ha chiaramente visto come le radici di ogni nostro problema risiedano nelle coscienze individuali, e non nei fenomeni del mondo, o in un comodo nemico nascosto dietro ad ogni angolo. Cos’altro sono il mondo e le nostre stesse vite, se non il frutto del nostro modo d’essere, di pensare, di sognare, di desiderare, di sperare? A mio parere non è l’aumento della complessità, certamente presente nelle nostre società, a cancellare la speranza e la meraviglia dai volti dei bambini, ma è piuttosto un mutato modo di guardare, pensare e rispondere alle sfide del mondo, da imputarsi esclusivamente alla forma di diseducazione e mostruosa cultura imperante.  

La mente giovane è caratterizzata da qualità che non sono più riscontrabili nel pensiero invecchiato, quali la fiducia, la meraviglia, la spontaneità, l’accoglienza. Se osserviamo attentamente quelle persone che solitamente definiamo cresciute, noteremo facilmente un'allarmante sclerosi delle loro funzioni mentali ed emotive. L'uomo adulto è colmo di “informazioni”, d’idee a priori su se stesso, sul mondo, sulle persone, la politica, la religione. Abbiamo ricevuto un particolare tipo di condizionamento famigliare e sociale, siamo stati imbottiti di desideri e d’aspettative che non ci appartengono. Ci sono state date così tante risposte prima ancora che avessimo posto anche solo una piccola semplice domanda, che ora non ricordiamo nemmeno più cosa voglia dire dubitare, interrogarsi, ricercare e scoprire in prima persona. Il risultato evidente è un assopimento della capacità critica individuale a favore di un pensiero collettivo, che mortifica e vincola le reali capacità espressive e conoscitive che ogni individuo, venendo al mondo, porta con sé in potenza. Il Singolo, l’Unico, inimitabile perché non è copia di niente e nessuno, viene così assorbito e annullato in un pensiero di massa, rendendosi simulacro d’ideologie defunte, mero meccanismo biologico. Dico questo perché credo che oggi, più che mai, sia chiaro come le nostre società promuovano ogni tipo di sforzo per assopire e mortificare i bambini e i giovani al fine di creare delle personalità docili, condizionabili, efficienti e produttiva, utili unicamente al mantenimento della struttura sociale, delle forze di potere in campo. È proprio grazie a questo processo di indottrinamento che concetti astratti come quello di società, o appartenenza politica, vengono posti al di sopra d’ogni altra cosa, rendendoci persino capaci di distruggere ciò che v’è di più vero e reale: l’individuo e la nostra stessa possibilità di sopravvivere come specie. Il bene delle nazioni e delle corporazioni ha sempre priorità sul bene dei singoli individui, ma sfortunatamente nella mia vita non sono mai riuscito a parlare con una nazione o una multinazionale, ma solo con singoli individui, donne, uomini, bambini, giovani, bianchi, neri, poveri, ricchi, disperati, felici, insomma: semplici e soli esseri umani. Questo circolo vizioso è da sempre la causa prima d’ogni lucida, fredda e spietata giustificazione degli atti disumani che governi, istituzioni, uomini di potere e comuni disgraziati, compiono sui più deboli, o su quelle masse ben indottrinate a non alzare mai la testa. 

Il nostro sistema “educativo” istiga alla prevaricazione, crea differenze e fratture ad ogni livello, indottrina i cervelli freschi e curiosi dei bambini, praticando l'annullamento programmatico delle menti libere e creative delle giovani generazioni, dando così vita a nuovi infelici, che a loro volta creeranno altri infelici, solo per non dover fare i conti con una tradizione e una cultura che va ridiscussa sin dalle fondamenta, e non certo per uno sterile piacere di distruggere, ma per il fondamentale bisogno di rigenerarsi che contraddistingue ogni forma vivente (se vivente vuole rimanere). Trasformiamo la vita in un problema da risolvere, vogliamo rendere i rapporti d'amore fenomeni controllabili e standardizzati, senza aver capito che forse l’amore è l'evento umano più ingovernabile e imprevedibile proprio perché scevro dai capricci della nostra cultura, così intrisa dal desiderio di dominare e controllare ogni cosa. Siamo accecati da desiderio di perseguire fini e obbiettivi, come se ogni nostra azione dovesse sempre avere uno scopo e raggiungere un profitto, ma poi, malinconicamente, ci chiediamo perché ci facevano tanto felici quei giochi che facevamo da bambini. I bambini appaiono ingenui all'occhio dell'adulto perchè non pianificano e non aspirano a diventare qualcuno, ma siamo sicuri di voler diventare qualcuno? Come chi dovremmo essere? Chi dovremmo diventare? Chi?, se non noi stessi!

La scienza e le tecnologie hanno fatto grandi passi in avanti, e continueranno a farne, ma quel povero uomo che fa uso di tali strumenti ha fatto ormai il suo tempo. Non si conosce minimamente, non sa chi è, non sa dove sta andando, eppure continua a sentenziare, a nascondere la sua ignoranza, a celarsi dietro ideologie, teorie, credi, leggi morte e sepolte. Che l'acqua bolle a cento gradi è un fatto, nessuno andrà a promuovere una guerra per convincere altri popoli di ciò, ma questo principio non vale certo per tutto quel che riguarda il sapere dell’uomo sulla sua interiorità.  Non è forse evidente come le guerre vengono fatte sfruttando gli spazi d’ignoranza della gente, da parte di uomini che conoscono bene le frottole che dicono, o che sono essi stessi in balia dalle paure che li tormentano? Credo in questo, in quello, nel comunismo, nel fascismo, credo…credo… e ancora credo. Solo chi è vittima di menzogne può essere sfruttato, non certo chi dubita, riflette e investiga con la propria ragione. Ma credo proprio di poter dire che tutto ciò stia ormai per giungere alla fine. La nascita di un uomo nuovo, libero, che pone sopra ogni altra cosa un amore e una fiducia inesauribili per l’Uomo stesso e la Vita nella sua interezza, è ormai imminente. Se posiamo l’orecchio sul ventre delle nostre ormai esauste coscienze possiamo già sentire i suoi primi calci, possiamo quasi sentire i suoi primi vagiti, preludio di un tempo in cui l’umanità vivrà senza distinzioni o frontiere, perchè le donne e gli uomini proveranno grande meraviglia per la bellezza di tutto ciò che è da loro diverso, abbattendo così per sempre quelle antiche mura fatte d’ideologie, settarismi e ottusità teologiche dietro cui per millenni si sono nascosti i loro primitivi genitori. Quasi stenteranno a credere a quanta follia li abbia preceduti, ma con gratitudine penseranno: è proprio vero che dal fango nascono i fori. Quest’uomo è vicino!  Qualcuno forse starà pensando che queste parole sono scritte da un folle, ed io cos'altro potrei rispondere se non: si, certo,  è vero! Ma quanto è leggera questa follia, così leggera che riesco quasi a volare dove l'aria è così rarefatta da non permettere all'idiozia di raggiungermi. Il condizionamento che imponiamo ai bambini è un crimine, il condizionamento che abbiamo ricevuto è stato un crimine; ma oggi il sonno e più leggero e qualche grido di una nuova coscienza giunge alle nostre orecchie.

L’universo sta celebrando la potenza della vita, meravigliandosi di se stesso! Gli uccelli cantano, le nuvole e i fiumi scorrono, le stagioni si susseguono senza memoria del passato. Tutto quest’immenso movimento scorre eterno, senza un fine, per il puro desiderio di giocare, di danzare. Il gioco è vita, la vita è gioco (non un gioco). V'è solo un essere sulla terra a non averlo ancora capito. Mi chiedevo all’inizio di queste poche righe: "Cosa è andato perduto dall'occhio del bambino, e cosa ha distorto lo sguardo dell'adulto?" Credo che abbiamo perso l'amore ed allevato inconsapevolmente la paura, unica vera ragione d’ogni forma d’odio e violenza.  

 

Impariamo di più dai nostri bambini e iniziamo a smettere di ritenere sempre di sapere tutto! Non ho altro consiglio da darti.  

 

Un benvenuto a tuo figlio!!!

La canzone di oggi è per Lui!!!  

Un abbraccio

Dadrim
 
Sul metodo, la tecnica, la pratica, la meditazione: un'osservazione attenta e passiva PDF Stampa E-mail
Meditazione e pratica
Mercoledì 10 Dicembre 2008 20:17
Pescatori di uominiFederico ha chiesto: Caro Dadrim, tu sostieni di non avere una tecnica o un metodo per camminare verso la realizzazione spirituale. Sostieni anche che ogni tecnica è  una stupidaggine, ma in più occasioni hai parlato di un “giusto atteggiamento alla vita”. Potresti chiarire meglio questo punto, credo sia di enorme rilevanza, per me, ma non solo.
Un grande abbraccio,
Federico.
 
Dadrim ha risposto: Credo proprio tu abbia capito bene. Dal mio punto di vista non v’è una tecnica, ma unicamente un “giusto atteggiamento” nei confronti dell’esistenza: uno stato mentale che ci permette di penetrare nella dimensione più intima e profonda dell’esistenza, attraverso una disposizione di totale apertura del “sentire”.
Infatti, quando desideriamo comprendere veramente qualcosa, la nostra mente diviene silenziosa, i nostri pensieri si acquietano e, in questo modo, la realtà delle cose lentamente inizia a manifestarsi.
 
Quando ci diviene chiaro che ogni forma di preconcetto, di desiderio selettivo, di bisogno d'essere rassicurati o compiaciuti, opera come una lente che distorce e confonde la nostra percezione della vita,  la nostra coscienza entra spontaneamente in uno stato che potremmo definire d’osservazione “attenta e passiva”.
Hai ragione, Federico, questa domanda è molto rilevante per molti nostri amici. Non sei il primo a chiedere chiarimenti su questo punto. Cercherò quindi di approfondire nel miglior modo possibile questo aspetto. Spero che tutti abbiano la pazienza e la voglia di arrivare sino alla fine di queste parole, anche se per qualcuno potrebbero suonare un po’ troppo “didattiche”. La forma espressiva poetica è sicuramente più empatica e coinvolgente, ma pecca di precisione, e a volte la precisione è necessaria. Procediamo pertanto adagio e con la massima attenzione…  
 
  
La ricerca spirituale nasce dall’esigenza di comprendere e rispondere pienamente ai due principali fenomeni che costituiscono l’umana esistenza.
 
•        Il primo fenomeno è la “sofferenza”. Sofferenza interiore, mentale, emotiva, esistenziale...
 
•        Il secondo fenomeno è il desiderio. Desiderio di ricercare e scoprire uno stato interiore solitamente detto felicità, appagamento, serenità, pace, realizzazione, piacere…
 
Le domande che più frequentemente nascono spontanee dall’inconfutabile veridicità di questi due assunti base sono:
 
•        Esiste la felicità, la pace, la realizzazione o quant’altro?
 
•        Cosa sono e come nascono la sofferenza e il dolore?
 
•        Sofferenza e dolore possono essere eliminati, superati, evasi, o sono parte costitutiva dell’esistenza umana?
   
 
1. Premessa
 
Un antico detto popolare afferma: "Se a un uomo sì dà un pesce lo si nutre per una notte, ma se gli si insegna a pescare lo si avrà sfamato per il resto della vita".
Nel peculiare mondo della “coscienza umana” potrebbe valere il detto: “Se ad un uomo parli d’amore e libertà lo avrai sfamato per il tempo delle tue parole, ma se lo aiuterai a scoprire  l’amore e la libertà che vivono in lui l’avrai saziato per l’eternità”. 
       
Per affrontare liberamente e serenamente il viaggio della vita, ciò che veramente conta è occuparsi del problema riguardante il “conoscere”. Com'è possibile conoscere veramente se stessi, penetrando e dissolvendo cose come il dolore, la sofferenza, la paura, l’odio, la rabbia, la morte. Come è possibile scoprire veramente se esiste in noi qualcosa come la pace e la serenità, evitando di operare attraverso autosuggestioni? Quando comprendiamo veramente qualcosa? Quando possiamo affermare che quanto stiamo sperimentando sia effettivamente realtà e non pura allucinazione?
 
Quando tentiamo di comprendere qualcosa, il problema inerente l’attività conoscitiva dell’individuo è basilare. Per comprendere veramente qualcosa, come ci si deve atteggiare, avvicinare, predisporre nei confronti di ciò che si sta per osservare? Se giungiamo a comprendere pienamente e definitivamente attraverso quali modi e forme la nostra coscienza è in grado di penetrare ed esperire liberamente l'esistenza, avremo trovato la chiave capace di aprire ogni porta che incontreremo lungo il nostro cammino.
Solitamente, però, noi uomini siamo più interessati alle risposte, anziché cercare di sviscerare i segreti che si celano nelle domande. Quando abbiamo un problema o attraversiamo un momento di confusione, il più delle volte, desideriamo qualcuno che sia in grado di darci delle soluzioni immediate, qualcuno che abbia ricercato, faticato e compreso al posto nostro. È per questo che, nella migliore delle ipotesi, ci rivolgiamo a degli “esperti”. Perché quel che ci preme di più è il cercare di evitare la fatica e il dolore che comporterebbe l’incedere con le proprie forze e la propria intelligenza. Questo atteggiamento, dal mio punto di vista, è frutto di “un’educazione” basta sulla dipendenza e la sfiducia nelle capacità e nelle risorse dell'individuo. Abituarsi a dipendere dalle parole e dalle esperienze altrui, con il tempo, ci rende profondamente insicuri, timorosi di commettere errori e di guisa ottusi nel pensiero e privi di coraggio. Ottusità di pensiero, sfiducia, paura, insicurezza e dipendenza, sono l’humus su cui cresce ogni forma di sofferenza. Ma cosa caratterizza il dolore più di ogni altra cosa? A mio avviso, la perdita, da parte del soggetto, della sua capacità d’autodeterminarsi, di affrontare e risolvere le sfide della vita autonomamente, e, in ultima, la perdita della capacità di realizzare una vita interiore piena. Il nostro sistema "educativo" induce alla dipendenza, la dipendenza a sua volta genera sofferenza, la quale, a sua volta, progressivamente diviene un disagio interiore così radicato da costringerci a doverci rivolgere ai cosidetti "esperti", perché alla fine di questo processo di deperimento interiore siamo divenuti effettivamente incapaci di risolvere autonomamente i nostri conflitti. Questo è il paradosso della profezia che si autoavvera. 
 
La psicologia e la psichiatria si occupano di quegli stati mentali definiti “patologici”, ma perchè nessuno si occupa seriamente delle radici del disagio? Perché trattiamo il disagio solo quando questo si manifesta e ci costringe ad operare con un individuo ampiamente compromesso nelle sue risorse interiori? Forse perchè ciò comporterebbe il dover criticare e demolire buona parte dei presupposti su cui si fonda la nostra società? Forse perchè questo scomodo lavoro non è molto remunerativo e non ci mette in buona luce?
 
Solo un’educazione fondata sull’autonomia, la responsabilità individuale, la fiducia nelle proprie capacità e la libertà di coscienza, può spezzare questo processo educativo malato, ma una siffatta educazione non è certo in linea con le logiche d'interesse di coloro che detengono posizioni di controllo reggendosi unicamente sulla psicologia della dipendenza. Dobbiamo smettere di condizionare persone sane e intelligenti dicendo loro cosa devono fare, come devono pensare, a chi devono credere, a cosa devono aderire e a chi devono ubbidire. Soprattutto dobbiamo smettere di far subire tutto ciò ai nostri bambini per il semplice motivo che essi  sono gli individui più indifesi e meno tutelati. Bambini condizionati diverranno genitori condizionanti, e così la catena non si spezzerà mai. Per fermare questa spirale di dolore è indispensabile che gli adulti comprendano le logiche del condizionamento che hanno subito e che stanno perpetrando, riacquisendo, così, finalmente, quell'innata capacità di sperimentare e comprendere la vita, senza filtri o barriere.
 
Se il mondo adulto continuerà ad essere sottoposto al giogo dell’autorità e dell'ignoranza di sé, non v’è alcuna speranza per le generazioni future. Il nostro compito non è quello di dare risposte, ma unicamente quello di sollecitare e stimolare l’osservazione e la sperimentazione diretta e personale dell’esistenza.
Per occuparci del sano ed equilibrato sviluppo del bambino e dell’adulto dobbiamo unicamente comprendere come l’essere umano possa autonomamente penetrare il fenomeno “vita”. Dobbiamo iniziare ad occuparci, gli uni degli altri, come fratelli, e non erigere alcuni a maestri e confinare altri allo stadio di alunni perennemente ripetenti.      
               
2. Le forme della ricerca
 
Tutti cercano qualcosa: piacere, fama, gloria, potere, sicurezza, felicità, amore. Tutti noi, almeno in una cosa, siamo uguali: desideriamo e vogliamo ottenere qualcosa. Detto ciò, possiamo facilmente distinguere tre fondamentali approcci di ricerca che l’uomo assume nei confronti di se stesso e del mondo che lo circonda.
 
  • Il primo è un approccio di “ricerca motivata a priori”, vale a dire una ricerca che scaturisce da una particolare necessità, da un bisogno che è causa, direzione e fine della ricerca stessa. Se vogliamo vivere nel lusso cercheremo di guadagnare molti soldi. Se vogliamo diventare genitori cercheremo di generare dei figli.  Se vogliamo trovare dio inizieremo ad abbracciare qualche fede o a seguire qualche pratica o setta  strana. Questo atteggiamento non si interroga mai sulle ragioni del desiderio che sta alla base della ricerca, ma muove la persona unicamente a reperire quel che ritiene più utile per raggiungere l’oggetto desiderato. Questa forma di ricerca è profondamente sbagliata per guanto riguarda la possibilità di comprendere veramente qualcosa poiché non è minimamente interessata alla comprensione di ciò che veramente è quel qualcosa, ma unicamente alla soddisfazione dei contenuti emotivi e mentali che l’hanno generata.
 
  • Il secondo tipo d’approccio lo potremmo definire come “un’azione d’adeguamento” da parte dell’individuo all’ambiente circostante e, quindi, anche a ciò che a priori gli viene offerto. L’uomo che si muove nella vita assumendo questo approccio è unicamente interessato a reperire mezzi noti, per raggiungere fini altrettanto noti. Questo atteggiamento spinge la persona a giustificare le proprie azioni ed il proprio vivere sulla base di quel che la società ritiene buono e giusto. Il desiderio di fondo dominante è la sicurezza, che a ben vedere è il riflesso della paura prodotta dalla percezione di insicurezza, ma di tutto questo, il nostro uomo, non ne è certo cosciente, perché chi fugge dalla paura nulla teme di più che ammettere di fuggire dalle sue stesse paure.  
 
  • Infine v’è quell’approccio all’esistenza che ritengo indispensabile per poter comprendere realmente e risolvere i nostri problemi. Questo approccio lo possiamo definire “un atteggiamento d’indagine attenta e passiva”.
 
3. L’osservazione attenta e passiva.
 
E’ importante sottolineare la grande differenza che sussiste fra l’azione d’indagine e quella di ricerca. Compiere un’indagine su un determinato oggetto, su noi stessi, le nostre relazioni o qualunque altra cosa, significa cercare di osservare la realtà mossi unicamente dall’intento di voler comprendere ciò che c’è di fronte. Svolgere una ricerca, spesso invece, significa scrutare qualcosa al fine di individuarne particolari caratteristiche utili all’assolvimento di un fine predeterminato. Ricercare significa manipolare, osservare principalmente quelle cose ritenute utili, escludendo poi tutto il resto. La ricerca è pertanto un’azione escludente, delimitante e manipolante, tutte cose, queste, assolutamente dannose per una reale e piena comprensione di un fenomeno, qualunque esso sia.
Per comprendere il nostro mondo interiore e tutti i suoi misteriosi avvenimenti è quindi fondamentale capire l’importanza capitale che gioca il modo in cui noi osserviamo.
 
Non si potrà sottolineare e far riflettere mai abbastanza sull’assoluta, immane e basilare importanza che esercitano i presupposti da cui muoviamo per comprendere l’esistenza.
 
Quando sentiamo che qualcosa, in noi o fuori di noi, non va, la prima cosa che facciamo è cercare delle risposte, un aiuto, una via d’uscita. Tutta la nostra attenzione ed energia si sposta e focalizza immediatamente sulle possibili risposte. Tutta la nostra cultura inerente la cura della persona è stata completamente inglobata nel paradigma medico scientifico classico “sintomo – farmaco/stimolo – risposta”, e ormai allo stesso modo rispondiamo alle sfide della vita e del nostro mondo interiore. Questo non vuole assolutamente essere un attacco al sapere medico, ma è doveroso far riflettere sul fatto che quel che vale per una cosa non necessariamente vale per tutte le altre cose. Un sintomo, spesso, per quanto riguarda il nostro mondo interiore, è prevalentemente un segnale da comprendere e non da eliminare o soffocare! Ma chi lo deve comprendere? Unicamente chi lo vive, e non lo specialista o l’analista. Specialista, analista, figure religiose e quant’altro, assolvono alla loro funzione solo quando operano da agevolatori, stimolatori di un processo di auto - osservazione e comprensione dell’individuo. La paura, il dolore per la perdita di un caro, l’angoscia per un futuro che ci appare sempre più incerto o l’inquietudine che sentiamo quando affiora in noi l’idea della morte, non sono sintomi di un male da curare, inteso come patologia, sempre che non si sia giunti al punto di ritenere la vita stessa una sorta di malattia da combattere, anche se temo che ormai per molti sia così.
Se ci osserviamo “attentamente e in modo passivo”, quando in noi affiora della sofferenza o qualcosa di sgradito, possiamo notare come questo evento faccia scattare immediatamente la necessità di trovare una soluzione capace di eliminare in modo subitaneo il disagio. Reagiamo cercando una via di fuga, una strada che ci porti il più rapidamente possibile a una modificazione dello stato interiore che ci turba. Ma fuggire non ci porterà mai a scoprire. Per risolvere un problema è necessario comprendere la natura del problema. Farmaci, ideologie consolanti, fanatismi, ossessioni, droghe, continue ricerche della distrazione e dello svago, nella maggior parte dei casi fungono da anestetici, da momentanee evasioni, sino a poter divenire vere e proprie prigioni della mente dalle quali non si è più in grado di ascoltare pienamente il significato che le sfide della vita cercano di comunicarci. Spesso, infatti, il rimedio sbagliato è la causa principale dell’aggravarsi di un problema.   
È solo a questo punto che il concetto di patologia psichica trova la sua più chiara declinazione, cioè quando l’individuo si avviluppa all’interno di una struttura di pensiero reiterante, entro la quale non può giungervi più alcuna voce dissonante dal perpetuo e sempre uguale suo pensare e sentire.
Pertanto è un grave errore definire malattia, e trattare di conseguenza, quel disagio, quel segnale, quello stimolo che in origine è unicamente la peculiare forma che l’organismo adotta per dialogare con la coscienza, al fine di dirigerla e consigliarla entro gli argini del naturale e spontaneo divenire. Potremmo dire che la sofferenza ed il disagio sono la bussola della nostra esistenza, servono per segnalarci le rotte sbagliate o per indicarci l’orizzonte da seguire. Ma tutto dipende da noi, la bussola è solo uno strumento meccanico, che senza un capitano, capace di trarne i corretti insegnamenti, risulta totalmente inutile. È indispensabile cominciare ad ascoltare e vedere ciò che ci sta di fronte, ciò che ci punzecchia continuamente, che ci irrita e ci ferisce, perché il nostro mondo interiore non risponde alle leggi della meccanica, ma unicamente alle leggi dell’intelligenza, leggi, queste, che non abbiamo ancora ben compreso. E per comprendere l’intelligenza è necessaria l’intelligenza, null’altro. 
 
L’unica strada possibile è, quindi, intraprendere una seria indagine, divenendo scienziati di noi stessi, del nostro mondo interiore. Quando riconosciamo l’esistenza di un problema, fuori o dentro di noi, quale sarà la nostra esigenza primaria? Prima cercheremo di ascoltare e vedere il problema, solo così avremo poi la comprensione sufficiente per agire correttamente. Non possiamo agire d’impeto, alla ceca, spinti dalla paura di rimanere almeno per un po’ di tempo con ciò che ci confonde e spaventa! Il primo passo di un’indagine determina tutto il suo futuro percorso. Se le prime mosse sono fallaci, ed erroneamente vengono date per valide o per già sufficientemente fondate, molte forze e tempo saranno persi nell’invano tentativo di cercare teorie che vadano a loro sostegno. E’ però comprensibile che l’uomo sia più interessato ad avere delle soluzioni immediate, piuttosto che intraprendere un, a volte doloroso, percorso di comprensione. La sofferenza, infatti, è un fenomeno che agisce direttamente sulla “pelle” di chi la osserva. È, quindi, relativamente facile divenire degli scienziati del mondo che vive fuori di noi, ma è una cosa straordinaria essere degli scienziati del nostro mondo interiore. 
Se l’individuo si lascia trasportare dalla necessità di scovare un’immediata soluzione alla sua condizione di disagio, è facile che trovi rimedi più dannosi che utili o che si lasci condurre da persone che non sanno nemmeno loro dove stanno andando, e ahimé si sa che più una persona soffre, più è disposta a credere in qualsiasi cosa possa darle una minima speranza.
 
Per comprendere le leggi del nostro mondo interiore si devono osservare tutti i fenomeni che compongono le nostre complesse, quanto meravigliose, esistenze, come un astronomo osserva il cosmo, pieni di stupore e meraviglia per l’infinito e misterioso spazio che ci sta di fronte. Ma per fare ciò dobbiamo come prima cosa smettere di aver paura delle nostre paure, iniziando così ad affrontare la realtà di quel che si nasconde in noi. Osserviamo attenti e fiduciosi l’impenetrabile oscurità dei nostri cieli interiori, e lasciamo che siano le comete e i pianeti, che lì si muovono, a parlarci del loro mistero.
 
4. Conclusione
 
Da quanto detto finora risulta che l’osservazione attenta e passiva è il fondamento stesso del fenomeno della consapevolezza, e comprendere come lasciare operare la consapevolezza è l’inizio e la fine di ogni vera indagine.
Lo stato mentale “attento e passivo”, inizialmente si percepisce come uno sforzo, una sorta di esercizio. Questo avviene per il semplice motivo che siamo ormai assuefatti ad una continua attività caotica del pensiero, ma perseverando con fiducia, lentamente lo stato “attento e passivo” può ridivenire quella condizione naturale che portavamo con noi, in potenza, sin dal nostro primo respiro.
 
Approfondirò, per chi lo volesse, in un’altra occasione, alcuni aspetti pratici utili alla corretta sperimentazione di questo stato d’osservazione.
Per ora credo che quando detto sino ad ora sia più che sufficiente.
 
Un abbraccio a te caro Federico,
Dadrim
 
Una scarpa n°48 è grande, ma stretta per chi porta il 52! PDF Stampa E-mail
Sulla spiritualità
Giovedì 04 Dicembre 2008 22:43
scarpaRoberto ha scritto: Ciao Dadrim, sono Roberto e sono inciampato per caso nel tuo blog; leggo sempre con particolare curiosità trattazioni di carattere spirituale per vedere dove sono arrivati i "compagni di corso". Io sono stato obbligato dalle circostanze a fare i conti(disastrosi) con la mia esistenza alcuni anni fa,perciò comprendo il tuo linguaggio e condivido molti pareri. Pure io stavo apparentemente bene, avevo molto, ma è sempre un problema di esigenze soggettive; una scarpa numero 48 è grande ma è stretta per chi porta il 52! Personalmente ho imparato a stare molto attento a dare consigli,specialmente a chi non ha nessuna intenzione di affrontare dispiaceri addormentati, e ho notato il tatto con cui hai dato alcune risposte a persone in situazioni abbastanza delicate. Non sarei stato capace di essere altrettanto diplomatico,ed è per questo che spesso evito di proporre soluzioni. La mia domanda è:sei sincero o cerchi di addolcire la pillola temendo un rifiuto secco al giusto rimedio? Si sa che certi dolori vanno vissuti e pianti fino all'ultima lacrima affinché si manifesti il "miracoloso" effetto di accettazione della realtà,e a volte sembra tu voglia far credere che si possa evitare questo obbligo: forse non ritieni che ad ognuno venga affidato un compito alla sua portata?
Non voglio essere critico,solo non ho capito la tua tecnica. Intanto ti faccio i complimenti per come scrivi e ti saluto. Roberto.
 
Dadrim ha risposto:
Caro Roberto,
io non ho nessuna tecnica o strategia, non valuto nulla e non elaboro calcolo alcuno, per il semplice motivo che non ho nessun fine, scopo o obbiettivo. Gli obbiettivi nascono quando si proietta un’immagine di ciò che si ritiene dovrebbe  essere il futuro. Per avere uno scopo devi avere un desiderio da realizzare, ma io non ho alcun desiderio da raggiungere quando rispondo ad una domanda. La mia risposta è unicamente la condivisione immediata della mia percezione del problema. Se poi qualcuno, ascoltando le mie parole, riesce a dissolvere il suo problema, bene, questo è solo merito suo. Un fuoco illumina perché è nella sua natura fare luce, ma non arde mai con lo scopo di illuminare qualcosa. Allo stesso modo, quando condividiamo la nostra visione delle cose per il puro piacere di vivere la relazione, il nostro significato è intrinseco all’azione che compiamo, quando, però, agiamo con uno scopo estrinseco, temporale e predeterminato, ecco che il nostro relazionarci non è più libero, ma manipolativo e vincolante. Un fine, per me, esiste sempre e solo in chi pone una domanda. È chi chiede che desidera una risposta, e quando la risposta rientra nel suo specchio di consapevolezza, questa viene accettata, altrimenti viene rifiutata. Tutto qua! Io non ho una tecnica, non sono uno psicologo o uno psichiatra, non ho una profilassi, un diagnosi e una prassi. Se proprio devo cercare di definire quel che accade qui, la parola più adatta mi sembra essere “poesia”. Si!, per me l’essenza della vita è pura bellezza e poesia. Una tecnica è utile solo per chi crede che gli individui siano tutti uguali o perlomeno sottoponibili allo stesso processo di trasformazione, ma per me non è così: ogni essere umano è un fenomeno indefinibile e imprevedibile. L’unica via percorribile, pertanto, è la via dell’intuizione immediata e diretta: uno scambio da cuore a cuore.
 
Perché credi che alcune mie risposte siano diplomatiche e addolcite? Sembra che in te sia radicata la convinzione che il contatto con la realtà debba necessariamente essere un fenomeno doloroso, devastante, distruttivo, ma non è per nulla così! La strada che ci riporta a noi stessi è dolorosa quanto riteniamo che debba esserlo, e questo dipende solo da noi. Chi è colui che riscopre se stesso? E chi è quel se stesso da riscoprire? Siamo sempre e solo noi! Tu sei la via, il viandante e la meta!  Affermi che una scarpa numero 48 è grande, ma è stretta per chi porta il numero 52. Sono pienamente d’accordo. Infatti, allo stesso modo, una risposta che per alcuni è dolce, per altri è amara, e una risposta che per qualcuno è amare, per altri è dolce, e così sembra essere per te. Quando rispondo a qualcuno, l’unica cosa che cerco di fare è percepire il grado di equilibrio, sensibilità e penetrabilità della coscienza di colui che pone la domanda. Un problema di cemento necessita l’utilizzo di un martello, mentre un problema fatto di bolle di sapone necessita l’uso di uno spillo. Vi sono, però, a volte, anche problemi così sanguinanti e sofferenti che l’unica cosa che ci si dovrebbe permettere è l’ascolto, il silenzio, una garza sterile e del disinfettante. Se esiste un fine, il mio fine è la persona stessa, non certo la verità, dio o quel che vogliamo, per il semplice motivo che non ritengo nulla più divino o elevato della necessità d’amore e accoglienza che l’uomo manifesta.
Aggiungo poi che queste parole, come tutte le parole che affiorano da un profondo desiderio di condivisione, non possono essere comprese attraverso la curiosità, ma unicamente attraverso la sete che la vita ha di se stessa (come credo affermi Gibran in un passaggio del suo magnifico libro “Il Profeta”). Questo nostro dialogo non è per dei “compagni di corso”. Noi siamo artisti d’un capolavoro in continuo divenire, la scuola è finita da un pezzo.
Einstein diceva  che "Imparare è un'esperienza; tutto il resto è solo informazione", e così, io, per imparare ho bisogno delle tue esperienze, ma tu mi chiedi solo delle informazioni.
Io rispondo volentieri alla tua richiesta d’informazioni, ma rimango altrettanto disponibile per la condivisione di un’esperienza, per quanto disastrosa possa essere, come tu affermi.
 
Infine, Roberto, sono certo che a tutti noi venga sempre affidato un compito alla nostra portata, il fatto è che non tutti desiderano portare a termine quel compito.
 
Un saluto,
Dadrim
 
La confusione della mente PDF Stampa E-mail
Crisi interiori
Lunedì 01 Dicembre 2008 20:38
nuvoleRita ha scritto: “Ciao Dadrim,
eccomi  nel tuo blog, ho letto e riletto la tua esperienza spirituale, e mi sono decisamente rivista nelle tue parole!! Il caso ha voluto che anch’io mi ritrovassi a vivere, proprio da sei mesi a questa parte, momenti di solitudine, dalla quale ho sempre voluto scappare, ma eccomi qua ora a vivere questi momenti  di libertà, per così dire, dal mio mondo lavorativo e non solo. Provo tutto ciò che hai provato tu, inutile scrivere e ripetere parole che hai già descritto. Incomincio a rendermi conto che c’è qualcosa che non va intorno e dentro di me! Nella mia testa sto vivendo un’assoluta confusione, mi sento oppressa, soffocata da tutto, anche da me stessa. Non voglio fuggire, vorrei solo capire chi sono, cosa voglio, ma poi mi chiedo: è giusto andare fino in fondo? Sono alla continua ricerca di me stessa, perché ho la sensazione di essermi persa!
Dici che è giusto se faccio scorrere tutti questi pensieri? Mi porteranno ad una risposta? Tu come hai fatto? Cosa ti è servito? Hai un consiglio, un confronto da darmi? Ti ringrazio per l’attenzione, ciao Rita”.
 
 
Dadrim ha risposto: Cara Rita, non puoi nemmeno immaginare quanto sia un bene per te aver iniziato a sentire che v’è qualcosa che non va. L’esatto istante in cui inizi a sentire d’esserti persa e d’essere terribilmente confusa è anche l’esatto istante dell’inizio della tua riscoperta e dell’affiorare della chiarezza. La vita è paradossale! Chi non ha dubbi non può nemmeno porsi delle domande, e chi non conosce la confusione non può nemmeno desiderare la chiarezza. Tutti coloro che lottano per evitare le difficoltà dimostrano semplicemente di non comprendere la natura delle cose.
Chi fugge dalla propria solitudine, fugge da se stesso, e fuggire da se stessi significa fuggire dalla possibilità di realizzare la propria vita.
 
Quando diviene confusa la nostra mente? Quando non è più in grado di far rientrare all’interno dei suoi schemi la realtà che le sta di fronte. Ma una cosa va chiarita: la realtà non è mai stata dentro i confini della nostra mente. Le nostre definizioni della vita, i nostri desideri, i nostri schemi di pensiero sono sempre e solo delle illusioni che possono durare solo sino a quando qualcosa, di quel mondo infinito che vive oltre le nostre finzioni, non entra in collisione con esse. Se ora ti senti confusa significa che prima non lo eri, ma se quel che avevi prima fosse stato  qualcosa di reale, ora non potresti trovarti in questa situazione perché il reale non può divenire irreale, il vero non può divenire falso, come la chiarezza non può divenire confusione. Quel che avevi prima erano unicamente delle comode credenze, illusioni, sogni, nulla di più, e non vedo quale male possa venire dall’aver perso un inganno.
 
Solo gli stupidi riescono a vivere nell’inganno per lungo tempo, ma mai per una vita intera, poiché, anche se la nostra coscienza non sente il desiderio, per l’arco di un’intera esistenza, di ricercare la verità e il bene ultimo, l’avvento della morte costringe tutti a porsi la medesima domanda: ora che non ho più futuro, cosa ho trovato in questa vita capace di andare oltre le logiche del tempo e del finire?
 
La tua coscienza non è più in grado di riporre il significato della tua vita all’interno del vecchio pensiero, questo significa che la tua consapevolezza si sta risvegliando. Gioisci e abbi fiducia in questa fase di cambiamento e d’inevitabile confusione. Non temere nulla e non lasciarti riportare indietro dalle vecchie abitudini. Ora è normale che tu ti possa sentire smarrita, ma anche questo è solo un ennesimo inganno della tua mente. Tu non ti sei mai smarrita per il semplice motivo che la tua vera identità non è ancora nata. Quel che stai smarrendo sono solo le maschere e le difese che ti porti appreso da una vita. Bene, fantastico. Rimani in silenzio, ascolta più che puoi tutto ciò che accade dentro di te e fuori di te. Vivi rilassata anche la tua confusione, la tensione, le paure; accetta tutto questo come un dono, come una grande possibilità di svolta.
 
Mi chiedi se è giusto che tu faccia scorrere tutti questi pensieri. Credo che tu debba comprendere con più attenzione quel che ti sta accadendo. Non è una questione di giusto o sbagliato, ma piuttosto di naturale o costruito. Parli come se tu potessi decidere di fermare i tuoi pensieri, ma questa è ancora una menzogna che la nostra piccola volontà si vuole raccontare. La tua mente si dice: “guarda che pensieri che sto facendo, vedi, sto cambiando”. Si racconta questo unicamente perché vuole credere di avere la situazione sotto controllo, altrimenti si sentirebbe impotente, passiva, pertanto spaventata.  Ma leggere quel che ti accade in questo modo non è assolutamente vero, la tua mente non può fermare, rinnovare o attivare il flusso dei pensieri poiché la tua mente è quello stesso flusso. L’idea di poter fermare la confusione del nostro pensiero attraverso il pensiero equivale all’idea di volersi alzare dal suolo sollevandosi per i lacci delle scarpe. Ci hai mai pensato? Chi sei tu? Sei i tuoi pensieri? La maggior parte delle persone crede di si, ma si sbaglia di grosso.
 
I nostri pensieri sono come le nuvole che vagano per il cielo, mentre il nostro vero essere è sempre e solo come lo specchio azzurro e limpido del cielo. Il vero guaio che è connaturato alla nostra forma umana è che la nostra coscienza, il nostro cielo interiore, può iniziare a credere d’essere ciò che sta guardando. Quando il cielo inizia a credere d’essere una nuvola, cioè un fenomeno transitorio, ecco che mille angosce iniziano a crescere, ma è solo "un'illusione ottica", un inganno che la coscienza gioca a se stessa. I tuoi pensieri non ti porteranno mai da nessuna parte!! Sarà il tuo Essere a guidarti al di là della giungle della mente!
 
Tu non puoi dirigere i tuoi pensieri, non puoi fermarli con un atto di volontà diretto, pertanto non ha alcun senso che tu ti preoccupi per il loro scorrere confuso. La tua destinazione non è in un nuovo modo di pensare, che sarebbe solo un’ennesima forma di definizione e limitazione della vita, ma in una nuova dimensione e forma d’esistenza: la dimensione dell’essere. Essere significa sentire totalmente, direttamente e chiaramente ogni manifestazione della vita, significa fondersi e iniziare a far parte della vita. Essere non è pensare. Quando sarai, il pensiero diverrà unicamente uno strumento, un mezzo di comunicazione, di condivisione, ma la sostanza da cui attingerai sarà sempre e solo radicata nella dimensione dell’essere.
 
Come fare, ti starai chiedendo ora? Non devi fare nulla direttamente, devi agire unicamente in modo indiretto, passivo. La mente è un meccanismo, e come ogni meccanismo funziona solo sino a quando v’è un’energia che l’alimenta. Questa energia le viene dall’attenzione che noi le prestiamo, dal grado di coinvolgimento emotivo che noi veicoliamo all’interno dei suoi processi d’ideazione. Non coinvolgerti più, non aver paura di nulla, soprattutto della paura stessa.
 
Ci hai mai pensato? Il nostro problema più grande non è la paura. Una persona può avere paura e andare avanti ugualmente, fare le sue cose, accorgendosi poi, d’un tratto, che la paura non v’è più, che la paura era semplicemente una bolla di sapone del pensiero. I grossi problemi nascono quando non si vuole avere paura, quando, prima, si vuole vincere la paura e poi iniziare a fare le cose. I guai iniziano quando, prima, si vuole avere la chiarezza e poi compiere delle scelte. Agire in questo modo è la fine d’ogni possibilità di crescita e d’equilibrio. Agire in questo modo equivale alla totale paralisi dell’anima. Agire in questo modo significa aver iniziato ad avere paura della paura!! No!! Non è così che si può fare un salto oltre l’ignoranza, il dolore e la paura.
 
Vivi usando totalmente il tuoi sensi. Ascolta, odora, gusta, osserva tutto, sia dentro che fuori di te. Convoglia tutte le tue energie nella dimensione del sentire e lascia il tuo pensiero scorrere indifferentemente. Non coinvolgerti, e anche quando ti coinvolgi, cioè quando il pensiero riesce a manipolare il tuo spazio emotivo, osserva e ascolta anche questo fatto. Vivi la paura, la confusione, il dolore, l’eccitazione, la bramosia e ogni altra cosa come fossero semplici nuvole che passano nel tuo cielo interiore. Praticando questo atteggiamento alla vita con fiducia, costanza e totale intensità, vedrai che tutto rientrerà in un suo dolce e delicato equilibrio dal quale non potrai più essere rimossa.  
 
Mi chiedi: è giusto andare sino in fondo? Credi d‘avere ancora qualche possibilità di scelta? Se così pensi, ti sbagli! Non hai più alcuna scelta! Che altro potresti fare adesso? Ci si può ingannare solo sino a quando non si sa di vivere in un inganno, ma quando si inizia a sentire il suono della sveglia è difficile tornare a credere che la notte non sia già finita!
 
Un abbraccio.
Dadrim
 
Un saluto equilibrato a chi ama il disequilibrio PDF Stampa E-mail
Sulla spiritualità
Lunedì 01 Dicembre 2008 18:58
ViaggiatoreQualcuno ha scritto: Ciao Dadrim, non ti avevo mai sentito prima d' ora e questa è una di quelle piacevoli scoperte che la vita riserva a chi si ama e ha ancora voglia di stupirsi e imparare, o meglio di sperimentare direttamente e senza freni l' imprevedibilità di ciò che non esiste.
Paroloni a parte, ho letto con piacere che non sei mosso da nessun intento individuale e che vai predicando l'unica cosa effettivamente predicabile, ovvero il motto della vodafone (life is now) e non hai idea (fortunatamente) di quanto mi trovi d' accordo. In fondo poi.... vabbè, volevo semplicemente mandarti un saluto, purtroppo quello che scrivo, una volta scritto non rispecchia più nulla di reale,motivo per cui non riesco più ad interagire se non sotto altre modalità espressive, prevalentemente basate sul linguaggio verbale. Ma scrivere... che caos. Una foto comunque sarebbe peggio (o no?). Mi farebbe piacere incontrarti. Dio che bella l'impermanenza, l'instabilità nonchè il disequilibrio. Ciao Ragazzo. Auguri.
 
Dadrim ha risposto:
Caro R.,
ciò che non esiste non è imprevedibile ma semplicemente inesistente, pertanto ti auguro “di stupirti e d'imparare, o meglio, sperimentare senza freni” unicamente l'imprevedibilità della realtà, diversamente camminerai dritto verso la follia.
Sottolineo poi che le mie parole non sono una predicazione ma un semplice invito alla sperimentazione: non cerco di convincere nessuno ma invito chiunque a osservare con occhi limpidi la vita. Per quanto riguarda poi il tuo riferimento al motto della vodafone, colgo l’occasione per condividere la profonda tristezza che provo nel vedere come le parole più belle e vere vengano spesso utilizzate unicamente come mezzi per fini commerciali. Ricordi la pubblicità della telecom che usava Ghandi come oggetto veicolante del messaggio pubblicitario? Che falsità! Come se oggi non ci fossero persone della levatura spirituale del Mahatma. Celebriamo sempre i morti perché non possono più nuocere a nessuno, mentre i vivi li lapidiamo, emarginiamo, denigriamo, calunniamo…
Perché queste potenti compagnie non usano un po’ dei loro soldi per diffondere i messaggi spirituali di quei tanti grandi uomini che ancora popolano questa terra? Forse perché le loro parole farebbero diminuire il business dell’inutile e del superfluo!!
 
Per quanto concerne la tua domanda di poterci incontrare, attualmente incontro individualmente solo le persone con cui lavoro orami da molto tempo, ma forse un giorno le cose cambieranno.
 
P.S. Una foto?! E perché no? A volte un’immagine vale più di mille parole, soprattutto se v’è il nostro volto impresso!
 
Un saluto equilibrato a te, ragazzo che ama il disequilibrio!
Dadrim
 
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