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Disturbi alimentari: ombre nell'anima PDF Stampa E-mail
Crisi interiori
Domenica 30 Maggio 2010 11:13

Qualcuno ha scritto: Ho 29 anni e una vita che mi ha reso difficile. Ho iniziato ad avere disturbi alimentari a 14 anni, quando mia nonna stava per lasciarci e mio padre, da sempre disoccupato, diventava sempre più alcolizzato e violento. Mia madre, che ha sempre amato noi 3 figli, ha sempre lavorato e cercava di mascherare le colpe di mio padre e le sue. Mia sorella quando io ho 17 anni va via di casa per sempre. Mio fratello viene castrato da mio padre tutti i giorni ed è come se non ci fosse. Non c'è. Quando ho 20 anni mio padre muore di cancro. Per me significa diventare donna (anche se non sono mai uscita dai miei problemi alimentari). Mi metto insieme, a 21 anni, al grande amore della mia vita. 5 anni insieme. 5 anni di pianti. Io mi ero aggrappata a lui, un bambino più grande di me di 2 anni dedito ai vizi (alcool e droghe), allo stadio e alla violenza da stadio. Nel 2007 tra di noi finisce definitivamente, PER FORTUNA (ma ancora oggi sento il male che mi ha fatto). Io continuo a nascondere al mondo i miei disturbi. Resto in Italia un altro anno fatto di insuccessi professionali, uscite con una cara amica e difficoltà con l'altro sesso. Maggio 2008: Parto x Londra. Il periodo più bello e più duro della mia vita. Ingrasso. Sono indipendente. Ma sono sola, nonostante i bei rapporti di amicizia nati. Anche il mio ex storico viene a trovarmi, dicendomi prima di aver fatto il più grande errore della sua vita lasciandomi, poi rimangiandosi tutto e sparendo definitivamente. Inizio ad inviarmi email con un ragazzo di Roma, che sapevo quanto tenesse a me e che in passato io avevo rifiutato. Lui non aveva nulla di sbagliato e ricordo che insieme a lui ero serena e sorridente.... Riallacciamo i rapporti. Vengo in vacanza a Roma, lo vedo e ci faccio l'amore. Lui riparte con me per Londra per una vacanza di 10 giorni. È fine giugno quando va via... lo rivedo per 4 giorni il 20 luglio.... continuiamo a sentirci per telefono.... Mi da il coraggio di licenziarmi e di tornare in Italia... Ma a 2 settimane dalla mia partenza (metà agosto 2009) io non voglio più tutto questo....non voglio tornare a casa mia...lo tradisco e taglio i rapporti con lui.
Torno comunque in Italia. Dopo una settimana decidiamo di rivederci. Parliamo. Gli dico tutto, del tradimento e dei miei problemi alimentari. Di mio padre e della mia famiglia. Torniamo insieme. Lui è sempre preoccupato e per me fa tutto. Io dalla mia mente non ho mai levato del tutto il desiderio di tornare a Londra, pur sapendo che qui c'è mia madre che invecchia, i miei fratelli e nipoti.... Quella città mi appartiene.. Ero felice pur con poco o nulla....
Oggi lui e il lavoro (precario) sono gli unici elementi che danno equilibrio alla mia vita. Se sto sola in casa mia è sicuro che ci sarà l'abbuffata e la vomitata...
Ma mi trovo davanti a un bivio: o una vita con lui e una famiglia (bambino incluso) o a settembre me ne vado. Piango spesso quando penso che non ho un bimbo. Qualcosa mi dice che non ne avrò....
Cosa c'è di sbagliato in me? Cosa dovrei fare? A causa della mia lunga storia precedente in amore sono diventata egoista....eppure per lui avrei dato l'anima....

Dadrim ha risposto: In te non c'è nulla di sbagliato, in nessun essere umano v'è qualcosa di sbagliato! Quando iniziamo a pensare che qualcosa sia sbagliato o non ci debba essere significa solo che abbiamo paura di quel qualcosa, e la paura è il peggior nemico della nostra possibilità di essere liberi. Con questo non intendo dire che la paura sia qualcosa di sbagliato, altrimenti cadremmo in un vortice senza fine. La paura come ogni altra cosa va osservata, accettata, compresa e trasformata. Come ripeto sempre: non dobbiamo avere paura delle nostre paure! In te non v'è nulla di sbagliato, ma v'è sicuramente il fardello del passato che pesa e che continua a proiettare la sua ombra nel tuo presente e futuro. Le ombre del passato vagano, più o meno intensamente, nella coscienza di tutti noi. La nostra unica possibilità per riuscire a creare una dimensione di vita equilibrata e serena consiste nel far crescere sempre più la nostra luce interiore, quell'unica luce che è capace di dissolvere le nostre ombre.

La domanda fondamentale è quindi: come accendere la nostra luce interiore? Per me la risposta è sempre e solo una: consapevolezza! Continuo e intenso esercizio di consapevolezza. Imparare a vedere pienamente i pensieri e le emozioni generati dalle esperienze del passato, quelle esperienze che continuamente si proiettano nel nostro presente e che distorcono la nostra possibilità di percepire e vivere liberamente quel che accade nel qui ed ora. Quando iniziamo a prendere consapevolezza di quali meccanismi di pensiero e di emozioni reiteranti ci chiudono all'interno di uno schema sempre uguale e isolante, senza sforzo alcuno saltiamo fuori dalla trappola del passato, da quell'idea di noi che continuamente ci costringe a doverci difendere o attaccare e fuggire.

I disturbi alimentari, come molte altre nostre problematiche, sono il risultato di un tentativo di dare risposta a delle profonde ferite che ci tormentano. Il nostro corpo è la parte più grossolana e visibile del nostro intero essere. È la prima parte attraverso cui entriamo in relazione con il mondo. Se nel nostro mondo interiore scorrono pensieri ed emozioni di inadeguatezza, magari prodotti da canoni estetici a cui pensiamo di dover rispondere per poter essere accolti, accettati e stimanti, il nostro corpo può facilmente divenire il mezzo attraverso cui pensiamo di poter dare risposta a tutte le nostre paure. In una società che ha mutilato l'essere umano, riducendolo a mero fenomeno di apparenza, di forma e adeguamento di questa ad un pensiero omologante e banale di bellezza, l'ossessione del corpo non è poi così difficile da comprendere. Dal mio punto di vista però, l'unica soluzione possibile a questa mortificazione dell'individuo consiste in una riappropriazione dell'intera dimensione del nostro essere. Nelle nostre relazioni bellezza, amore e accettazione reali derivano unicamente da una condizione di libertà e creatività interiore. Vivono veramente solo coloro che fondano i loro piaceri, sentimenti e pensieri su di un incondizionato desiderio di incontrare e vedere se stessi e l'altro in assoluta nudità e pienezza. Tutti coloro che sono imprigionati nelle logiche dell'apparire e del “dover essere” sono condannati alla sofferenza proprio perché dimenticano il loro innato e meraviglioso “Essere” nel tentativo di realizzare un “essere ipotetico”, ideale, costruito da altri per alimentare quella ruota di insoddisfazione che tanto nutre le tasche di pochi astuti illusionisti.

Ti immagini quanto poco durerebbe l'idea di successo e di fama se ogni individuo fosse sereno e appagato per quello che è? Questa società genera una moltitudine di falliti unicamente per continuare a reggere il teatrino di quei pochi che si ritengono degli arrivati.

I disturbi alimentari però non sempre e necessariamente sono il prodotto di un bisogno di apparire mosso dal desiderio di essere accettati. Sempre e comunque sono il prodotto di un dolore profondo che l'anima crede di poter lenire o negare attraverso un'azione di controllo e/o stimolazione della sua dimensione corporea alimentare.

Il piacere di un'abbuffata per qualche istante compensa la percezione di un insostenibile vuoto interiore, come il vomitare ci libera da una percezione di pesantezza e paralisi. Come un palloncino che continuamente viene gonfiato e sgonfiato, il nostro corpo può essere riempito e svuotato generando così un reiterante piacere prodotto da un continuo tendere e rilasciare, colmare e svuotare, espandersi e restringersi. Attraverso il corpo troviamo una risposta surrogato al nostro desiderio di colmare i nostri vuoti interiore e di liberarci da tutti quei pesi del passato che ci fanno sentire prigionieri di noi stessi.

Quando questo meccanismo di fuga e dimenticanza di noi viene compreso, la dimensione del corpo e del controllo alimentare perde significato, permettendo così alle dimensioni più profonde del nostro essere di venire a galla e di essere conosciute, svelate e trasformate.

Quando la mente smette di focalizzarsi su di un finto problema, la nostra realtà interiore viene a galla, mostrandoci tutta la solitudine, la vergogna, la paura e l'angoscia che ci tormentano. E quando le nostre ombre interiori vengono esposte alla luce della consapevolezza, queste svaniscono come neve al sole.

Tu dici: “Lui è sempre preoccupato e per me fa tutto”.

Ma perché vuoi qualcuno che ti sta accanto nella preoccupazione e che da ciò è mosso a fare tutto? Perché non ti concedi e gli concedi la serenità e la libertà?

Dici che Londra ti appartiene, che eri felice pur con poco o nulla, mentre qui, pur con molto o troppo, affermi che lui e il lavoro (precario) sono gli unici elementi che danno equilibrio alla tua vita.

Se a Londra eri felice con nulla e qui, nonostante lui, il lavoro, tua madre, i tuoi fratelli e nipoti senti un equilibrio appeso ad un filo, forse stai agendo più per dovere che per piacere, forse ti stai adattando ad una vita socialmente più condivisibile, a scapito di una vita interiormente più consapevole.

Non so, sono solo ipotesi, ma quel che non è un'ipotesi è che se sei sola in casa è sicuro che ci sarà l'abbuffata e la vomitata, come è sicuro che se scopri la tua casa interiore, e da lì poi esci sola verso il mondo, ci sarà l'amore e la libertà!

Un abbraccio,

Dadrim

 
Nuovo ordine mondiale PDF Stampa E-mail
Società e condizionamenti
Giovedì 27 Maggio 2010 21:44

M. ha scritto: Caro Dadrim. Ti scrivo perché ultimamente ho visitato dei siti particolari, riguardanti gli illuminati e il governo del nuovo ordine mondiale. Qui sotto poi, ti allego dei link dove vedere alcuni filmati in questione. Dopo che li avrai visionati vorrei che rispondessi ad alcune domande.

Prima domanda: Secondo te può essere che tutta questa spiritualità che ormai gira sia un modo per distogliere l'attenzione sui reali problemi e rendere irresponsabili le persone? Infatti una volta c'era la religione che si occupava di noi, ora ogni individuo riesce ad ingabbiarsi da solo.

Seconda domanda: l'esperienza spirituale a cosa serve? A vivere meglio qui o a preparare un posto per quando moriremo? Se tu hai avuto esperienza riguardo queste ipotesi, puoi dirmi se sei riuscito a preparare un posto nell'aldilà ecc...?

Terza domanda: Se dopo aver visionato i video quello che si prefigge da parte dell'elite si realizzerà, a cosa mi serviranno le mie meditazioni?

Io sono un ricercatore della verità e le mie domande sono serie e per me molto importanti. Ho praticato varie discipline spirituali, l'ultima che da un anno ho intrapreso è il falun gong. Ti garantisco che ho sperimentato anche altre tecniche tipo le meditazioni di Billy Meier e i Pleiadiani, ho fatto Pranic Healing e altre che non sto ad elencare. Queste cose le ho iniziate sempre dopo aver ricevuto un messaggio spirituale, ma terminavano con delle cose abbastanza negative. Ho ancora molti dubbi che non mi fanno trovare una risposta definitiva. Più pratico e più si presentano problemi estremi nella dualità della mia esistenza. Esempio, cerco di diventare più buono e tollerante, e trovo persone che non mi pagano per 4 mesi di lavoro. Ti prego se puoi aiutami a fare luce. Non vivo più serenamente. Ho una rabbia dentro che distruggerei il mondo, ma solo perché non trovo una via d'uscita a un futuro incerto.

Un abbraccio
M.

Questi i link

http://www.youtube.com/watch?v=pP4s8wOCw9g&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=Xgc1iLdZ7Gk

http://www.youtube.com/watch?v=EWxFCH0ygmQ&feature=related

Dadrim ha risposto:

Prima risposta: ricercare per me significa osservare con estrema attenzione, comprendere completamente, non smettere mai di dubitare, di rivedere, di vagliare e mettere alla prova ogni nuova scoperta, ogni nuova situazione. Se un uomo compie una vera ricerca spirituale prima o poi uscirà dalle paludi dell'ignoranza e dei suoi condizionamenti. Se quel che muove un individuo, invece, è unicamente l'adeguamento ad una nuova “moda” sociale, per quanto questa possa avere nomi esoterici e spirituali, l'unica cosa che otterrà sarà un ennesimo giocattolo con cui fuggire dalla realtà. La domanda fondamentale pertanto non riguarda la bontà o meno della spiritualità che gira là fuori, ma la bontà o meno della volontà di ricerca che gira dentro di noi. Se la tua ricerca è onesta e totale nulla e nessuno potrà impedirti di affrontare i problemi reali. Dal mio punto di vista, per esempio, preoccuparsi della spiritualità che “gira” non è un problema reale poiché io non lo posso modificare, e ciò che non posso modificare non è mai un problema reale ma unicamente un dato di fatto da comprendere ed accettare.

Poi dici: “...una volta c'era la religione che si occupava di noi, ora ogni individuo riesce ad ingabbiarsi da solo.” A questa affermazione ti posso rispondere che dal mio personalissimo punto di vista preferisco sempre ingarbugliarmi da solo piuttosto che avere qualcuno che si occupa di me. Se mi ingarbuglio da solo da solo mi posso liberare, se dipendo da qualcuno quel qualcuno diviene il mio padrone, e per quanto mi riguarda: meglio ingarbugliati che schiavi!

Seconda risposta: l'esperienza spirituale serve unicamente a sé stessa. Per me “esperienza spirituale” significa vivere in armonia, con sé stessi, gli altri e il mondo, ogni singolo istante. L' esperienza spirituale per me è esperienza di totale sensibilità, unità, bellezza, empatia, amore, mistero. In una sola definizione: perdita di preoccupazione per sé stessi. Quando in noi svanisce quell'entità che di continuo si preoccupa per se stessa, che è la radice di ogni nostro tormento, comprendiamo come inevitabilmente non abbia più alcun significato l'interrogarsi sulla morte e sull'utilità dell'esperienza spirituale. Ci interroghiamo sul nostro destino e sull'utilità delle cose unicamente sino a quando spendiamo la nostra energia nel preoccuparci di noi stessi. Ma chi siamo noi? La ricerca spirituale inizia cercando risposta a questa domanda siano a quando giunge a comprendere che in noi non v'è nulla per cui ci si debba preoccupare. A quel punto affiora l'esperienza spirituale.

Per quanto riguarda la mia esperienza, sto lentamente perdendo le mie preoccupazioni, sto lentamente perdendo me stesso, un qualcosa che più osservo e più svanisce.

Terza risposta: nella testa di molte persone esiste l'idea che un manipolo di persone stia dirigendo il mondo verso una dittatura globale detta “nuovo ordine mondiale”. Questa idea è fallace, priva di ogni cognizione psicologica e spirituale.

Il male non è in grado di progettare e realizzare cose a lungo termine poiché la sua natura si basa sul conflitto, la scissione e la distruzione, mentre la natura di un progetto necessita unità e continuità. Non esisterà mai un gruppo di persone che in armonia potrà portare avanti progetti di dominio e quindi di disarmonia globale. Chi pensa al dominio, al controllo degli altri, come potrà mai trovare qualcuno di cui fidarsi con cui portare avanti dei progetti? Siamo sempre stati condizionati a pensare al male come ad un'entità coesa che opera a discapito del bene, ma le cose non stanno così. Alcune interessanti rappresentazioni dell'inferno lo raccontano: i demoni si torturano e combattono fra loro, ma prima di ogni altra cosa sono torturati e combattuti in se stessi.

Le basi di una politica del conflitto trovano unicamente spazio fra le fratture della coscienza degli uomini. Là dove gli uomini sono divisi fra loro il male inizia a manifestarsi, pertanto non è sostenibile lo scenario di un manipolo di uomini fra loro coesi nel male che tiene in scacco una popolazione mondiale libera dalle logiche del potere.

Quel che la storia ci insegna è un manipolo di uomini potenti, in continuo conflitto fra loro, unicamente uniti dall'intento di mantenere le masse nel loro peculiare stato di divisione e conflitto.

Una dittatura può durare solo sino a quando il popolo non è unito da un'ideale comune. Peccato però che il popolo, il più delle volte, trova come ideale comune unicamente quello di abbattere una dittatura, e quando l'ideale che accomuna una moltitudine si fonda unicamente su un pensiero di distruzione, senza contemplare anche un desiderio di creazione, una nuova dittatura è già alle porte.

Il futuro non ci riserba nulla di nuovo, forse i giochi saranno su scala sempre più vasta, più complicati e raffinati, ma nella loro essenza saranno sempre gli stessi. Il futuro non ci riserberà nulla di nuovo se sempre più individui non inizieranno ad uscire dal loro stato di frammentazione e ignoranza interiore. Solo quando le masse saranno composte da una maggioranza di individui consapevoli e liberi dalla preoccupazione per se stessi il mondo inizierà a vivere una nuova era. Per il momento ritengo che la cosa migliore da fare sia iniziare da sé e dalle persone che ci stanno accanto.

Non capisco poi perché ti preoccupi tanto del “nuovo ordine mondiale” quando, in fin dei conti, fra non molto saremo comunque tutti morti. Se ci pensi bene ogni cento anni circa l'intera popolazione mondiale viene sostituita da una nuova generazione. La morte mi sembra un tema molto più reale e rilevante considerando che è un qualcosa di inevitabile e universale. Ci preoccupiamo sempre molto del futuro senza pensare che se esiste un motivo per cui il futuro dovrebbe preoccuparci, quel motivo dovrebbero essere i nostri bambini. Ma se effettivamente ci preoccupassimo dei nostri bambini non credo che agiremmo come stiamo facendo. Il fatto reale è che il futuro ci preoccupa unicamente per il tempo in cui riteniamo di poterlo vivere, è per questo che abusiamo e devastiamo ogni centimetro quadrato di questo pianeta come se dopo di noi non dovesse rimanere più nulla. Peccato che qualcosa rimarrà, e quel qualcosa è proprio ciò che di continuo diciamo di amare più di ogni altra cosa al mondo: i nostri figli. Quanto siamo inconsapevoli!!

Oggi come oggi non v'è nulla che mi preoccupi più della mia consapevolezza, tutto il resto viene dopo. Se vivo consapevole e libero nella mente e nel cuore, sono certo che anche se dovessi trovarmi al cospetto del peggior tribunale di un qualsiasi fantomatico “nuovo rodine mondiale” o semplicemente al cospetto della mia inevitabile morte due sagge parole e un sorriso li saprò esprimere.

Infine tu dici: “Ho una rabbia dentro che distruggerei il mondo, ma solo perché non trovo una via d'uscita a un futuro incerto.”

Non v'è via d'uscita ad un futuro incerto poiché la natura del futuro e di questa stessa esistenza è incerta. Più cerchiamo la certezza e più soffriamo, più cerchiamo la pace e più troviamo la disperazione. Solo il presente è sempre certo poiché accade nel qui ed ora: l'unico posto in cui noi realmente siamo e su cui possiamo realmente agire. Meno pensiamo al futuro e più agiamo nel presente, più troviamo fiducia per immaginare un domani in cui sapremo cosa fare, perché il domani si manifesterà sempre e solo come un presente. È solo la nostra mente che può viaggiare negli spazi di un futuro immaginario dove proietta tutte le sue angosce e le sue incertezze. Se impariamo ad uscire dal meccanismo di proiezione del pensiero scopriamo che quel che c'è qui è tutto quello di cui abbiamo bisogno per vivere serenamente e per mettere le basi di un domani ancor più sereno.

Iniziamo allora a creare un nuovo ordine interiore!

Un grande abbraccio,

Dadrim

 
Sopravvivere alla morte di una figlia: i tre volti dell'esistenza PDF Stampa E-mail
Crisi interiori
Domenica 23 Maggio 2010 19:52

Gianpietro ha scritto: Girando in internet ho scoperto casualmente il tuo blog, ho letto la tua biografia dove specifica la tua laurea in filosofia, la tua specializzazione e il tuo lavoro nel sociale, esperienze in continuo confronto con i mille problemi di persone nel quotidiano, che comportano saper trovare risposte a domande nell'immediato. Premetto che il mio intento nel porgerti quello che scriverò non ha nessun intento appunto se non trovare qualche appiglio filosofico nelle tue parole di risposta. Ho 53 anni, inutile star a dire che ho cominciato presto a fare i conti con la vita che mi ha sempre presentato il conto con esperienze drammatiche sin da piccolo. La malattia e la morte di mio padre nel 68 (avevo 11 anni), mia madre che ha sofferto fino alla fine dei suoi giorni per questo, oltre al fatto che questa sofferenza le ha causato un ischemia che l'ha ridotta su una sedia a rotelle per ben 11 anni umiliandola fino alla fine, nella sofferenza fisica e morale, coinvolgendo me e la mia famiglia (all'epoca ero da poco sposato)... quando si accudisce un genitore in quelle condizioni puoi immaginare! Nonostante tutto, poco dopo, è nata la mia prima bambina che si è trovata a vivere in una situazione che l'ha privata di giornate serene anche se sia io che mia moglie abbiamo cercato di superare i brutti momenti e la fatica nel convivere in una situazione drammatica... nel 97 mia madre muore, nel 98 nasce un altra bella bambina... potrebbe sembrare l'inizio di una semplice vita un po' serena, di alcuni anni tranquilli senza grandi pretese, poter fare semplici passeggiate, organizzare una vacanza, vivere come tanti altri una famiglia felice, serenamente... cosi non è stato. Arrivo però all'atto finale, a luglio del 2009 all'età di 11 anni è successo quello che mai auguro a nessuno al mondo, la mia bambina Alessia inspiegabilmente nella notte è morta: "attacco respiratorio irreversibile acuto"... la mia bambina, ho provato a rianimarla, ho provato anche l'impotenza in questo, l'umiliazione di non poter far niente, di vederla morire sotto i miei occhi. Ora chiedo quale dolore più atroce di questo dovevo provare, quale umiliazione, quale frustrazione di un genitore sopravvivere ad un figlio... cosa dover sopportare di più di questo? Quando muore un figlio dentro te nasce il deserto, tutto è arido, è come se dopo l'esplosione di una bomba atomica riesci a sopravvivere tu in mezzo al niente, in mezzo alle macerie senza acqua, cibo, aria, nulla. Come potrò per il resto dei miei giorni continuare a vivere? Siamo una famiglia distrutta, come potrò, potremo, continuare per l'altra mia figlia di 18 anni, che oltre al suo dolore vede e vive continuamente il mio e quello di sua madre. Scusa la confusione ma ho scritto di getto. Grazie, Giampiero

Dadrim ha risposto: Caro Gianpietro, all'inizio della tua lettera affermi di avere l'intento di trovare qualche appiglio filosofico nelle mie parole di risposta. Bene, ecco il mio appiglio... il mio appiglio è un disappiglio, cioè un “filosofia” che consiste nel cercare di aiutarti a vedere e mollare tutti gli appigli ai quali ti stai aggrappando. Dico questo perché ritengo che la sofferenza aumenti tanto quanto aumenta la forza con cui cerchiamo di trovare degli appigli. Cosa significa cercare un appiglio? Per me significa cercare qualcosa che mi da la speranza di poter evadere da una realtà ritenuta intollerabile. Il problema consiste però nel fatto che nulla e nessuno possono farci evadere da una realtà interiore. Un appiglio può farmi saltare il muro di un carcere, permettendomi così di evadere dalla realtà di quel luogo. Ma quale appiglio può farmi evadere dalla realtà della morte di mia figlia? Nessuno, poiché un evento del genere tocca ogni spazio del mondo interiore di una persona. Fare l'esperienza della morte di una persona che amiamo, tanto più se riguarda un figlio, ci costringe a vedere contemporaneamente i tre volti dell'esistenza umana: il volto della nascita, quello dell'amore e quello della morte. Se inizio a vedere come questi siano i tre volti inscindibili dell'intera esistenza umana, la mia domanda deve cambiare. Se comprendo che è la natura stessa dell'esistenza ad esprimersi attraverso l'esperienza della nascita, dell'amore e della morte e se comprendo che questo destino accomuna ogni essere umano, comprendo che l'unica possibilità che ho consiste nel trovare il modo di fondere insieme, dentro il mio cuore, i tre volti dell'esistenza, riuscendo così a scoprire la sua realtà unitaria e armonica. La sofferenza di noi uomini è generata dalla nostra incapacità di armonizzare e unire quegli aspetti della vita che ci appaiono in contraddizione. O forse sarebbe meglio dire che la sofferenza di noi uomini nasce a causa del nostro continuo dividere e mettere in contrapposizione cose che in realtà sono totalmente complementari e funzionali l'una all'altra.

Ci hanno insegnato a temere ed evitare alcune dimensioni della vita, quando l'unica possibilità che abbiamo per vivere veramente consiste nel vivere totalmente. La vita è totalità. La non vita, la sofferenza, il rimpianto e il tormento sono sempre il prodotto di un agire frammentato, parziale, incompleto. Ci hanno insegnato a vivere scissi, monchi, per paura di quella potenza d'intensità che è connaturata alla vita, ma non è possibile fuggire alla continua intrusione che la vita, nella sua totalità, compie incessantemente. Non ci è possibile fuggire poiché noi siamo la vita, facciamo pienamente parte della vita, non ci siamo mai separati o allontanati di un capello dall'incessante accadere della vita. Come potremmo essere separati dalla vita? Come potremmo non essere anche noi sintesi e manifestazione dell'accadere della nascita, dell'amore e della morte? I tre volti dell'esistenza si manifestano massimamente nell'uomo, peccato che l'uomo sembra colui che teme di più la sua stessa completezza. L'animale nasce ma non lo sa, ama ma non lo sa, muore ma non lo sa. L'uomo sa di essere nato ma non se ne preoccupa poi molto, sa di poter vivere in amore ma lo teme così tanto da preferire l'odio o il niente, sa di dover morire ma non se lo vuole mai dire.

Un uomo di siffatta specie è destinato alla sofferenza perché continua a mancare il suo destino. È come un aquila caduto dal nido della madre e finito nella tana di una talpa. Non riconoscendo le sue potenzialità si accontenta di quel che gli hanno insegnato: scava buchi nella terra!

Vivere incompleti ci mette in uno stato di non sopportazione delle realtà che sono rimaste confinate entro l'ombra delle nostre paure.

Ma se comprendo che non esiste alcuna possibilità di fuggire da una realtà che non sopporto, ma che anzi, più fuggo più soffro, l'unica cosa che posso fare è cercare di capire da dove nasce la mia non sopportazione. Solo quando comprendo le cause della mia incapacità di accogliere determinate fette di realtà, posso sperare di vivere in armonia con l'intero fenomeno dell'esistenza.

In cosa consistono le cause della nostra non sopportazione? Perché non accettiamo la morte di una persona che amiamo?

Perché in quella persona riversavamo il nostro amore, le nostre attenzioni, i nostri sogni futuri, i nostri ricordi passati. Perché quella persona era lo specchio su cui proiettavamo tutta la creazione delle nostre immagini e fantasie interiori. Oltre al fatto che noi stessi eravamo per lei la medesima cosa. Solo amando riusciamo a conoscere noi stessi, l'altro e la vita, solo amando realizziamo il nostro destino, pertanto, nella morte di chi amiamo sentiamo annientata l'intera nostra motivazione alla vita, di conseguenza assistere alla morte del nostro amore ci diviene cosa insopportabile. Ma ciò è vero? Il nostro amore può essere annientato dalla morte? Io credo che la morte sia solo un setaccio attraverso cui deve passare la nostra anima per poter perdere tutto ciò che non le serve e l'appesantisce.

La morte di una figlia è un setaccio estremamente stretto e severo, ma, proprio perché tale, dalle immense possibilità. Cosa trattiene questo setaccio? Tutti i miei sogni. Lei non c'è più pertanto tutti i sogni che facevo per lei, con lei e su di lei non ci sono più. Questo mi insegna che i sogni vengono cancellati dalla morte, pertanto vivere dando troppa importanza ai sogni significa vivere parzialmente, vivere un'esistenza che non tiene a mente il fenomeno della morte.

Che altro trattiene il setaccio della morte? Il ricordi passati? No, se la morte non è la mia. Pertanto, sino a quando non dovrò affrontare la mia fine so che ciò che ieri “noi siamo stati” in me continua a vivere e crescere senza alcuna fine.

La morte di una persona cancella l'amore che ci ha donato quella persona? No, anzi, la morte di una persona ci fa vedere d'un tratto tutto l'amore che ci è stato donato, poiché, non essendo più distratti da un possibile domani, scrutiamo con attenzione ogni singolo istante dello ieri, comprendendo esattamente quanta importanza abbiano avuto tutti quei momenti per generare quella persona che oggi noi siamo. L'amore ci trasforma, ci possiede ed eleva perché fa sì che due persone fondano una nell'altra la loro identità, per questo anche qualora la nostra controparte nella relazione d'amore dovesse morire sul piano fisico, la relazione continua dentro di noi su quel piano che potremmo definire spirituale, interiore. Che l'anima torni alla sua “sorgente divina” o che prosegue il suo viaggio in un nuovo corpo, in una nuova forma, son certo che le nostre parole d'amore la nutrano ed elevino ovunque essa sia, oltre ad elevare e nutrire la nostra stessa anima, permettendole di rimanere in una relazione di profondo affetto e riverenza. Ma anche per coloro che credono che con la morte termini ogni cosa, un dialogo d'amore con chi si ha amato serve a mantenere viva la sua presenza in noi, una presenza che ora esiste ineliminabile nei nostri cuori, e che pertanto possiamo unicamente scegliere di curare o negare. Ovviamente la scelta dovrebbe ricadere nella cura, poiché negando una parte di noi stessi perdiamo ogni possibilità di continuare ad amare chi ci sta accanto.

Ancora, la morte cancella ogni idea di tempo, di futuro, rendendoci consapevoli che si possono rimandare a domani solo quelle cose che sono di poco valore, e che l'amore, il gioco e la risata sono le cose prime nella vita di ogni uomo.

Troppe volte rimandiamo a domani cose fondamentali per fare nel presente cose superficiali, convinti che tanto domani avremo tempo e modo per rimediare o compensare. Veder morire qualcuno che amiamo ci dovrebbe insegnare che il domani deve esistere unicamente per quel che oggi non è vitale per ciò che riguarda la dimensione dell'amore. Il presente è l'unico tempo in cui l'esperienza reale del vivere si dà, pertanto il presente è il tempo in cui si deve scegliere sempre ciò che ha maggior valore sotto ogni aspetto.

Inoltre l'assistere alla morte di chi amiamo dovrebbe non essere mai disgiunto dalla rimembranza che la nostra stessa vita si sta dirigendo verso il medesimo destino. Forse ci vorrà un po' di più, forse avremo modo di comprendere e vivere ancora qualche altra giornata, ma anche il nostro tempo sta scivolando via veloce verso il medesimo destino.

La morte ci ricorda anche che le cose più importanti della vita di un uomo sono sempre e solo fuori dal suo controllo, accadono e basta, sono come dei doni o delle magie. La nascita accade, l'amore accade, la morte accade. Vi sono cose più importanti di queste? No. Ecco allora che la morte ci ricorda che l'uomo deve imparare ad accettare e ad avere fiducia considerando che non può nemmeno determinare le cose più importanti che lo riguardano.

Caro Gianpietro, questa esistenza ti ha portato molte sofferenze, ma come da ogni cosa, si può uscire arricchiti o impoveriti, tutto dipende da cosa ne facciamo. Questa esistenza ti ha donato anche grandi cose, ma come per ogni cosa dipende da come la vediamo. La bambina che poco meno di un anno fa hai visto partire per un nuovo viaggio, con il dolore di questa partenza ti ha anche lasciato tutto il dono della sua presenza, dei sui undici anni di sorrisi, pianti, pensieri e sogni. La bambina che ora è ancora al tuo fianco, la donna che hai scelto di sposare e con cui hai condiviso molti giorni difficili e molte gioie, sono ciò che ora vive nel presente.

Sta solo a noi scegliere cosa ci può insegnare un dolore grande come la perdita di una figlia... sta solo a noi comprendere che non v'è nulla di nostro, che ogni istante di gioia è un dono, proprio perché non v'è nessuna garanzia di continuità.

La vita ci da tanto quanto ci toglie, ma se noi rimaniamo aggrappati a quel che ci ha tolto non possiamo vedere i doni che in questo istante ci sta riversando. V'è da dire poi che in realtà nulla ci è mai veramente tolto se lo abbiamo saputo amare e vivere totalmente, poiché quando si ama e si vive totalmente una relazione, quella relazione diviene più grande di noi, trascendendo l'io e il tu, rivelando che al di là dei nostri corpi e delle nostre menti qualcosa vive senza tempo, senza turbamenti. Ecco allora che la morte di chi abbiamo amato, in un ultimo potente messaggio d'amore ci richiama alla nostra possibilità più grande, al nostro significato più sublime: amare e vivere totalmente, perdendo noi stessi, perdendo ogni senso di possesso, di ritorno, di rivendicazione e di preoccupazione per il proprio sé!

Caro Gianpietro, io credo che il significato del nostro tempo in questo mondo stia unicamente nella possibilità di apprendere ogni giorno come vivere quel qualcosa che non nasce da noi e che non torna a noi, quel qualcosa che è sintesi di nascita, amore e morte, quel qualcosa che continuamente accade, e che nel suo accadere ci stupisce, ci spiazza e destruttura.

Paradossalmente noi uomini veniamo al mondo per imparare a vivere come se dovessimo morire ad ogni istante, quando invece vorremmo vivere come se potessimo congelare per sempre ogni cosa. Vorremmo rendere ogni cosa che ci da gioia eterna, senza comprendere, però, che non è dall'idea di eternità che nasce la gioia, ma sempre e solo dalla possibilità di cambiamento, di rigenerazione, di farsi stupire da ciò che non è pensabile, immaginabile e controllabile.

Questa vita non è nelle nostre mani, non è controllabile, non è circoscrivibile, ma proprio per questo è pienamente sperimentabile e godibile. Dobbiamo però prima comprendere che siamo noi ad essere una sua piccola parte e non lei ad essere un nostro strumento.

Con l'immenso augurio che tu e la tua famiglia possiate tornare a vivere pienamente e unitamente il presente, scoprendo come ogni morte è sempre e solo un nuovo inizio per tutti!!!!

Con grande affetto,

Dadrim

 
Come realizzare i nostri desideri PDF Stampa E-mail
Meditazione e pratica
Domenica 16 Maggio 2010 15:34

Riccardo ha scritto: Vorrei rivedere con te alcuni frammenti di una tua risposta di qualche giorno fa. (Sulla scarsa memoria e volontà lungo il sentiero di ricerca)

Primo frammento: "..ma quel che io sono non lo posso gettare e sostituire: è la mia stessa sostanza, è quel con cui ogni giorno devo andare in giro, volente o nolente. L’unica possibilità che ho per quanto riguarda liberarmi da quel che di me non mi “piace” è osservarlo e comprenderlo siano all’ultima goccia...

Secondo frammento: “...Quante volte nella vita abbiamo desiderato ardentemente qualcosa? Spero molte… e in quelle occasione non ci siamo mai dovuti interrogare sul come trovare la volontà per raggiungere ciò che volevamo."

Ora cerco di mettere insieme le due frasi: se c'è qualcosa che non mi piace di me, a quanto pare ci sono due modi per raggiungere lo scopo.

Primo: osservarlo e comprenderlo fino all'ultima goccia, volente o nolente non mi posso cambiare perché sono così, allora cerco con il cuore di osservare e comprendere il perché sono così.

Secondo: desidero ardentemente cambiare, ma ecco che qui mi appare una contraddizione. Cerco di esaudire uno dei miei molti desideri con la volontà propria della voglia di cambiare o, volente o nolente, rimarrò cosi perché non mi posso cambiare, e mi accetterò per quello che sono?

Cioè, non capisco perché il "desiderio di cambiare" si scontri con "volente o nolente, l'unico modo è osservarlo e comprenderlo". Il primo sembra deleterio perché potrebbe portare ad intestardirsi, il secondo perché assomiglierebbe ad una rinuncia (non riesco a soddisfare il mio desiderio, allora cerco di comprendermi ed accettarmi).

Ti ringrazio.

Ciao, Riccardo

Dadrim ha risposto: Ciò che accomuna queste due affermazioni è il desiderio totale. Se desidero totalmente qualcosa non nasce in me la domanda sul come trovare la volontà per raggiungere quel qualcosa. Forse mi chiederò come raggiungerlo ma non come posso trovare la volontà di raggiungerlo.

Se mi chiedo come trovare la volontà per raggiungere qualcosa significa unicamente che non desidero totalmente quel qualcosa, pertanto in me non esiste ancora un essere integro ma una pluralità di desideri e pensieri contraddittori.

Se desidero comprendere e superare i miei condizionamenti interiori dovrò osservarli con totale consapevolezza e volontà di conoscenza, al di la dei miei desideri contraddittori e superficiali. Se desidero conoscere me stesso, ad un certo punto del cammino, vedrò come non vi sia altra scelta se non quella di affrontare la realtà del mio mondo interiore. Posso sognare di essere una persona libera, ma sino a quando non guarderò effettivamente i pensieri e le emozioni che scorrono in me e che mi portano ad agire, il mio ritenere di essere libero non avrà basi di realtà. Ecco allora che “volente o nolente” mi scontrerò con la realtà della mia personalità.

Il mio totale desiderio di verità e realtà mi porta, “volente o nolente”, a conoscere la mia personalità, e solo quando questa è esposta alla luce della mia consapevolezza la trasformazione diviene possibile.

Dal mio punto di vista “il desiderio di cambiare” non si scontra in alcun modo con la frase “volente o nolente, l'unico modo è osservarlo e comprenderlo”. Se desidero totalmente una cosa cerco di comprendere i modi più adatti per raggiungerla. Se desidero totalmente comprendere me stesso e trasformarmi, un po' alla volta comprenderò che l'unica via per cambiare veramente consiste nell'osservarmi per quello che sono. L'osservazione di sé non è frutto di una rinuncia passiva ad un desiderio di cambiare se stessi, ma è il culmine di un profondo e totale desiderio di verità, libertà e comprensione. È solo dalla reale comprensione di sé che può scaturire una vera trasformazione interiore. Per esempio, è solo vedendo la presenza e l'azione della gelosia e della rabbia che dimorano nel mio animo che posso comprenderne l'insensatezza e la devastazione, ecco allora che comprendendo e sentendo pienamente il male connaturato a queste cose, esse svaniscono come fiocchi di neve al sole. Questa è una legge del mondo interiore che ovviamente non vale per il mondo “materiale”. Se un cane mi sta mordendo la gamba non serve a nulla comprenderlo e osservare passivamente il dolore che mi sta provocando: l'unica cosa che posso fare è dargli un bel calcio e correre a gambe levate! Per quanto riguarda, invece, i nostri rabbiosi cani interiori l'osservazione, il distacco e la comprensione sono azioni che producono una trasformazione nel loro stesso accadere.

Se dovessero esservi altri quesiti, sempre disponibile per un confronto, attendo le tue parole!

Un caro saluto,

Dadrim

 
Studiare o sentire PDF Stampa E-mail
Società e condizionamenti
Lunedì 10 Maggio 2010 22:58

Qualcuno ha scritto: "quello che senti, pensi sia dovuto maggiormente a quello che hai studiato, a come i libri, senza volerlo hanno influenzato ed accresciuto il tuo modo di pensare, o credi che in ogni caso, anche senza aver letto tutti quei libri, sentiresti le stesse cose, con la stessa forza, con la stessa intensità? Come se delle volte il volume del tuo sentire fosse troppo alto e non fossi in grado di incamerare tutto."

Dadrim ha risposto: Fra le mille cose che studiamo e leggiamo durante l'arco di una vita vi sono quelle che facciamo nostre e quelle che rifiutiamo. La scelta dipende sempre da noi, dalla nostra consapevolezza. Ciò che studiamo, in sé, non può fare nulla, tutto dipende da ciò che ne vogliamo fare, da ciò che ne vogliamo trarre. V'è chi si immedesima nella lettura di trattati antisemiti e chi dalle medesime letture rimane inorridito. La comprensione è sempre soggettiva, personale. Dal mio punto di vista la conoscenza e lo studio possono semplicemente ampliare e raffinare quel che già noi siamo, e quel che noi siamo è in parte patrimoni esclusivamente nostro, in parte patrimonio acquisito nei primissimi anni di età.

Ciò di cui oggi parlo, in un certo modo, è sempre stato in me, lo studio mi ha solo dato maggiori strumenti per comprenderlo comunicarlo e spiegarlo.

Il sentimento è più potente dell'emozione, l'emozione è più potente del pensiero. Lo studio, essendo prevalentemente esercizio del pensiero, è estremamente più debole della lezione che ci impartisce la vita nei nostri primi anni di vita quando in noi sono unicamente e totalmente aperti i canali del sentimento e dell'emozione. È per questo che una cattiva infanzia condiziona pesantemente molti anni della nostra vita. È per questo che una cattiva natura determina un lunghissimo e travagliato percorso fra le pieghe del tempo e dell'inganno.

Un caro saluto,

Dadrim

 
Il dolore dell'ego nell'amore PDF Stampa E-mail
Sull'amore e le relazioni
Domenica 09 Maggio 2010 17:11

Flavio ha scritto: Ciao, mi chiamo Flavio.Ti scrivo per confrontarmi riguardo un aspetto di me che mi è stato "sbattuto in faccia" di recente: Mi hanno attribuito l'appellativo di "maestro" o "guida spirituale". Quando la prima persona si è rivolta a me con quest'appellativo mi è venuto quasi da ridere. Alla terza ho iniziato a pormi qualche domanda. Queste persone sono state avvicinate da me in maniera quasi casuale (ma che casuale non può essere visto i risvolti). I tre casi che vado a citare sono 3 ragazze, capitate in momenti diversi della mia vita. Le tre storie sono iniziate e finite in maniera analoga. Nel mucchio, una suscita il mio interesse: non la più bella, non la più simpatica o la più facile, semplicemente una tra le tante. Io mi butto a capofitto in una storia che inizia ancor prima che me ne renda conto.
Standoci assieme, risento del malessere di questa persona e tento di aiutarla.
Dedico anima e corpo nell'aiutarla a risolvere i suoi problemi (raramente materiali e sempre causati da genitori o ex compagni). Mentre lei acquista sempre più consapevolezza e intraprende un'altra strada io mi rendo conto che la storia è destinata a finire ma continuo imperterrito con la mia linea iniziale. In un modo o nell'altro le storie si sono concluse, tutte e 3 in modi completamente diversi con un elemento in comune: Tutte e tre nutrono moltissima stima nei miei confronti, gratitudine e l'appellativo di cui sopra, asserendo che con me hanno avuto una svolta, sono cresciute, hanno trovato la loro strada e, naturalmente, stanno con un altro. Ho avuto la prova che nutro su di loro un'ascendente tale da potermi permettere di scavalcare il loro "compagno" ma mi astengo perché reputo quasi "sacrilego" turbare un equilibrio che si è andato a formare con il tempo e l'esperienza.

Dopo il terzo deja-vou ho iniziato a nutrire seri dubbi verso il mio futuro.
Io evidentemente me le "cerco" con problemi, sarò masochista ma è quello che mi capita, il più banale dubbio, al quale mi son rassegnato a non trovar risposta soddisfacente (se sarò mai io realizzato) è la causa dei quesiti che più mi turbano.
- Se io non posseggo un equilibrio, se non sono "realizzato" se non ho una "strada" come posso portare equilibrio in altre vite? come posso indirizzare gli altri verso la giusta strada?
- Ad ognuna di quelle tre donne ho dedicato una buona parte di me, e la posseggono ancora. Continuando così resterà qualcosa di me a me? ho paura un giorno di impazzire, che venga fuori il mio "lato oscura" e che voglia riprendermi quella "Parte di me" che hanno ancora loro, e di rompere il loro equilibrio.

Riguardo quest'ultimo dilemma, chi sono io per giudicare la situazione attuale? Come faccio a dire che è reale equilibrio? Mi scuso in anticipo se sarò particolarmente ingarbugliato ma faccio una certa fatica a riordinare fatti e idee. Per spiegarmi: l'amore che provo per queste persone a volte mi spinge a volerle riconquistare, e sono anche abbastanza sicuro (nella mia modestia) di riuscirci, ma non lo faccio (forse per paura della dimostrazione del contrario) perché le vedo felici e non voglio turbare le loro vite.
Ma le loro turbano me. Vedere loro felici senza di me rende me infelice, le conosco, conosco la loro forza e mi mancano. Sono spesso combattuto tra il "riprendermi quello che è mio" anche se è assurdo parlare di proprietà e lasciarmi tutto indietro sperando che la prossima porterà equilibrio in me.
Io continuo a confidare nel futuro, una volta ho preso l'impegno di intraprendere questa strada e non me ne distoglierò. Però la tentazione è grande. La zittisco con la convinzione che non sarebbe reale equilibrio qualcosa di deciso da me. Ma non è sufficiente a convincermi, il libero arbitrio è ciò che modifica le nostre vite, io potrei modificare la mia in meglio, ma non lo faccio per non provocare dolore.

Avrebbe qualche lettura da consigliarmi che mi aiuti a considerare le cose sotto un altro aspetto? Un altro punto di vista sulla questione mi sarebbe molto d'aiuto...

Grazie.
Flavio

Dadrim ha risposto: Caro Flavio, tu dici: “Nel mucchio, una suscita il mio interesse: non la più bella, non la più simpatica o la più facile, semplicemente una tra le tante”. Se ha suscitato il tuo interesse, però, non è semplicemente una fra le tante, ma è la tua unica fra alcune. Hai scelto non la più bella, non la più simpatica, non la più facile, hai scelto una ragazza piena di “non” e questo non mi sembra essere “una fra le tante”. Il “non” esclude, porta l'immagine di una porta chiusa, di una possibilità inespressa, forse per questo, in alcune persone, provoca il desiderio di includere, di trovare la chiave della serratura, di aprire quel varco che genera la possibilità. Il “non” è una sfida, e al nostro ego le sfide piacciono tremendamente, soprattutto quelle sfide che non ci costringono a mettere in gioco le nostre fragilità, le nostre paure e i nostri limiti. Aprire alcune porte chiuse del mondo interiore di una persona non è mai facile, ma con un po' di volontà e sensibilità a volte è possibile.

Dal mio punto di vista assumersi il ruolo di chiave apri porte dell'anima di un individuo è una cosa parziale e pericolosa poiché in una siffatta relazione non accade un reale incontro di anime, ma una sorta di egocentrica gratificazione reciproca. Io sono la chiave delle tue prigioni, quindi io mi sento e per te divengo una specie di eroe liberatore. Tu non devi fare alcuno sforzo autonomo di consapevolezza per imparare ad uscire dai tuoi confini. L'accento di questa storia cade sempre sull'io, mai sul “noi”. Quando “io” non ci sono la tua porta è chiusa o rimane sempre aperta. Se “io” sono la chiave di qualcuno, “io” esercito un potere enorme, un potere che genera dipendenza nell'altro e auto celebrazione in me stesso. Queste non sono le condizioni né di una relazione paritaria e consapevole, né di una relazione fra discepolo e maestro. In una relazione d'amore paritaria non v'è nessuno che esercita un ruolo di maggiore potere nei confronti dell'altro, poiché entrambi usano le loro energie per aumentare la consapevolezza e l'armonia della coppia e del singolo in se stesso. Per quanto riguarda la relazione fra maestro e discepolo, il maestro, se tale è, non compie mai azioni che generano dipendenza e mai riceve alcuna forma di gratificazione per il proprio ego.

Tu dici: “se io non posseggo un equilibrio, se non sono "realizzato" se non ho una "strada" come posso portare equilibrio in altre vite? Come posso indirizzare gli altri verso la giusta strada?”

Non puoi.

Tu dici: “Ad ognuna di quelle tre donne ho dedicato una buona parte di me, e la posseggono ancora. Continuando così resterà qualcosa di me a me? ho paura un giorno di impazzire, che venga fuori il mio "lato oscuro" e che voglia riprendermi quella "Parte di me" che hanno ancora loro, e di rompere il loro equilibrio”.

Io credo che tu non abbia donato nulla del tuo vero sé, della tua anima. Queste dimensioni ti sono ancora ignote. Credo tu abbia dedicato unicamente una buona parte del tuo tempo e della tua energia egocentrica. Infatti solo ciò che nasce dal bisogno di autocelebrazione e di dipendenza può essere poi posseduto e richiesto indietro. L'incontro fra due anime non è mai una questione di possesso ma unicamente una faccenda di bellezza e mistero. Due nuvole si scontrano nel cielo e divengono pioggia. Dove sono andate a finire? Chi può chiedere indietro cosa in questo incontro d'amore?

Capisci cosa intendo? Un incontro d'amore è simile all'incontro fra due nuvole. Non ha motivo, non ha pretese, ma genera il miracolo della pioggia.

Perché dovresti impazzire? L'unica paura che ho per il tuo futuro e che tu non voglia mettere veramente in gioco le tue stanze chiuse. Smetti di fare la "chiave" e cerca qualcuno disposto ad aiutarti a scoprire come aprire autonomamente le tue porte interiori e disposto, a sua volta, ad essere aiutato ad aprire autonomamente le sue porte. Non v'è nessun lato oscuro da temere, v'è unicamente quella grande fetta della tua anima che ancora non conosci che desidera disperatamente uscire dal buio.

Smetti di fare la chiave! Nel mucchio scegli quella che ritieni la più bella, la più simpatica, la più dolce, quella che più ti fa palpitare il cuore e tremare le gambe. Non scegliere ciò che senti di poter controllare o a cui puoi dare qualcosa. Abbandonati a ciò che senti incontrollabile e misterioso. Dona la tua presenza, pura e semplice, non ritagliarti mai un ruolo. Non fare la guida, non fare il maestro, prova ad essere semplicemente una nuvola bianca che vaga nel cielo.

La gioia e l'amore nascono solo quando due anime generano un'intimità e una fiducia tali da potersi permettere di rimanere nude, una di fronte all'altra, con tutte le loro cose buone e con tutte le loro cose brutte, senza vergogna, in piena e totale accettazione. Se nelle tue relazioni continuerai a fare la “chiave” quello che chiami il tuo lato oscuro non potrà mai esporsi al sole, pertanto una parte di te ti rimarrà sempre inconscia e angosciante. Non temere il tuo lato oscuro, mettilo in gioco in una relazione paritaria e amorevole, vedrai che con il tempo diverrà il tuo lato più luminoso.

“L'amore non da nulla fuorché sé stesso e non attinge che da se stesso.
L'amore non possiede né vorrebbe essere posseduto;
Poiché l'amore basta all'amore.”

Kahlil Gibran

 

Come lettura ti vorrei consigliare “Ali spezzate” di Kahlil Gibran

Un caro saluto,

Dadrim

 
Inganni della mente PDF Stampa E-mail
Meditazione e pratica
Domenica 02 Maggio 2010 18:30

Manuel ha scritto: Ciao Dadrim, ...sono convinto che non eseguo correttamente l'osservazione passiva.... non avendo nessuna guida e nessun chiarimento ho sempre cercato di essere consapevole del mio corpo, della mia mente e delle mie sensazioni compiendo uno sforzo per vederle chiaramente... adesso mi trovo in un caos totale ogni volta che cerco di osservarmi. Adesso anche se provo a essere consapevole in modo rilassato del mio corpo soltanto, sono fuori strada perché inizia un'ondata di pensieri che mi porta subito fuori rotta e subito inizia una serie di pensieri ossessivi che non riesco proprio ad osservare. Sento che la mente è padrona e mi comanda... mi sento molto fuori di me....ho riflettuto su questo e mi chiedevo se ciò mi succede perché ho sbagliato sin dall'inizio o è una cosa normale. A me capita quasi sempre di iniziare con l'osservazione mentre lavoro o eseguo delle particolari azioni anche semplici e dopo un po' di essere invaso da pensieri e distrazioni così forti che la mente subito si agita e decide lei e anche se voglio rilassarmi e farle fare ciò che vuole non me lo permette....

Come posso ritornare a quella capacità di essere consapevole in modo semplice senza farmi però attrarre anche dalla volontà di essere consapevole...i pensieri che mi assalgono sono tipo: sto eseguendo bene, sono consapevole ecc. Derivano tutti da un forte desiderio di essere consapevole per uscire dai problemi... Il tuo consiglio è di abbandonare per un po' la pratica per calmare le acque? Anche se questa tecnica dovrebbe essere in se stessa una pulizia, in me fa il contrario, è per questo che penso di sbagliare, di essere troppo volenteroso ad essere consapevole...troppo sforzo per essere consapevole...questa non è consapevolezza per quello che mi sembra...adesso anche se provo a essere in modo rilassato consapevole scatta, come ti ripeto, il meccanismo che mi porta a sforzarmi per essere consapevole. Grazie....

Dadrim ha risposto: Ciao Manuel, vedo che le cose procedono e cambiano rapidamente, bene! Nella tua domanda vi sono tutte le risposte.

Se pratichi l'osservazione per ottenere un risultato, per vincere le tue paure, per rilassarti o per altri motivi non stai osservando ma stai proiettando i tuoi desideri sullo schermo della mente.

Se ami guardare con un cannocchiale l'orizzonte non osservi con l'intenzione di vedere qualcosa di specifico ma accetti tutto quel che c'è. Questo è osservare! La meditazione dell'osservazione attenta e passiva è la stessa cosa: ti siedi in silenzio e senti, vedi... quello che c'è, c'è! Possono scorrere pensieri ossessivi, paure, ricordi, idiozie di ogni genere, angosce profonde, può arrivare qualunque cosa, ma tu rimani lì in osservazione. Ciò che scorre non sei tu, tu sei sempre e solo colui che osserva.

Sicuramente si genera un problema se inizi ad osservare con l'idea che questo voglia dire ottenere la pace interiore, il silenzio della mente o chissà quale estasi, quando invece quel che ora è nascosto dentro di noi è solo caos, paure e qualche ricordo più o meno felice.

Tu scrivi: “Adesso anche se provo a essere consapevole in modo rilassato del mio corpo soltanto, sono fuori strada perché inizia un'ondata di pensieri e mi porta subito fuori rotta..”

Dire “essere consapevoli in modo rilassato” è un non senso. Essere consapevoli significa vedere, accettare, fare i conti con quel che c'è, con la realtà, qualunque essa sia. Non puoi essere consapevole in modo rilassato. Se in te ora v'è tensione e tu vuoi essere consapevole in modo rilassato di che razza di consapevolezza stai parlando? Capisci cosa dico? Capisci dove ti stai perdendo?

Se in te c'è tensione, la consapevolezza prende atto della tensione, se in te scorrono pensieri ossessivi, la consapevolezza ne prende atto, li osserva indifferente, stando in disparte. Praticando l'osservazione, lentamente, con il tempo, dopo aver attraversato mille tempeste della mente e delle emozioni, il rilassamento verrà.

Il viaggio interiore, la scoperta di noi stessi non è una questione di desiderio di pace e serenità, ma una questione di realtà, verità, coraggio, determinazione nello stare a contatto con quel che c'è dentro di noi, bello e brutto, orrendo e meraviglioso, caotico e armonico. Spesso il viaggio inizia da un desiderio di pace, ma più la consapevolezza avanza, più si comprende che la pace reale non è un'assenza di conflitto ma una totale accettazione della nostra guerra interiore.

Tu dici inoltre: “come posso ritornare a quella capacità di essere consapevole in modo semplice senza farmi però attrarre anche dalla volontà di essere consapevole”. La volontà di essere consapevole, come tu stesso ora ti stai accorgendo, e anch'essa un inganno della mente, un oggetto come tanti che lascerai scorrere sullo specchio della tua consapevolezza reale.

Osserva senza aspettarti nulla, se la pace viene, bene, se non viene, bene ugualmente, evidentemente non è ancora il suo momento. Abbandonati, lascia crescere in te la fiducia e pratica l'osservazione come un gioco. Così facendo vedrai accadere qualcosa di paradossale: lentamente vedrai che in te v'è confusione e turbamento ma stranamente tu non sarai confuso e turbato. Lentamente inizierai a comprendere che la tua essenza vive oltre ogni fenomeno della mente.

Non avere paura della paura, non desiderare una pace che fugge dal conflitto, non volere una gioia che teme il dolore, non rifugiarti nel sogno di una vita che nega la morte.

Tra non molto fammi sapere come vanno le cose. Se hai compreso queste mie parole vedrai che la tua osservazione raggiungerà nuove dimensioni.

Un abbraccio,

Dadrim

 
Come compiere una scelta PDF Stampa E-mail
Crisi interiori
Giovedì 29 Aprile 2010 20:36

Fabio ha scritto: Ciao Dadrim, ti scrissi tempo fa, sono Fabio il ragazzo di Milano; le tue risposte mi fecero riflettere ed ora ho deciso di scriverti perché in questo periodo mi trovo a pensare alla vita in generale. Credo che le persone diventino ciò che sono per le scelte che fanno e per la pazienza e la determinazione di queste scelte. Mi accorgo che ho fatto una scelta che mi costerà sacrifici e pazienza e spesso mi trovo a guardare gli altri che sono più attivi ed in movimento mentre io devo ancora attendere lo scorrere degli avvenimenti, bene, vorrei sapere tu cosa ne pensi delle scelte, della pazienza e della fede nella vita.

Un grande abbraccio Dadrim.

Dadrim ha risposto: Ciao Fabio, mi fa piacere risentirti! Spero che le cose vadano meglio, anche se pare proprio di sì considerando che hai fatto una scelta.

Cosa penso delle scelte, della pazienza e della fiducia nella vita?

Credo vi siano due tipi di scelte, quelle che nascono dal dubbio e dall'impotenza e quelle che nascono dalla fiducia e dalla forza. La vita è una scelta continua: cosa dire, cosa fare, cosa creare, cosa distruggere, quando partire, quando rimanere... Più siamo consapevoli di chi siamo e di cosa ci circonda, più agiamo liberamente e serenamente. Più siamo inconsapevoli, più compiamo azioni che ci portano sofferenza e di cui poi ci pentiamo.

La consapevolezza è il discrimine fra il primo e il secondo tipo di scelte. Se ogni giorno lavoriamo per essere sempre più consapevoli e sensibili, lentamente le nostre scelte diverranno più chiare e fruttuose, sino al giorno in cui sentiremo di agire senza dover compiere alcuna scelta poiché ciò che faremo sarà il prodotto della totalità del nostro essere. Quando raggiungiamo l'integrità interiore la scelta non può più esistere poiché a quel punto non v'è più alcuna frattura fra ciò che siamo, sentiamo, pensiamo e facciamo.

La scelta è sempre una realtà che sussiste sin tanto che in noi permane una frammentazione, un conflitto fra parti, dove una dice vai a destra e un'altra dice vai a sinistra. Ma se in noi non v'è più frammentazione, chi può essere in conflitto con che cosa?

Questo non significa che ciò che si fa partendo da un'integrità interiore sia qualcosa di sempre valido, ma partendo da questa condizione, qualora dovessimo accorgerci di aver fatto un errore, immediatamente modificheremmo la nostra posizione. Essere integri significa semplicemente non vivere più quel continuo stato di angoscia e dubbio che ora ben conosciamo.

Per poter giungere ad uno stato di assenza di scelta è però indispensabile aver fatto un lungo viaggio esistenziale tracciato da mille scelte fatte di dubbi, preoccupazioni e dolori. Chi teme le scelte inganna solo se stesso, poiché alla scelta non si può mai fuggire. Chi non vuole scegliere spesso non comprende che anche la non scelta è comunque una scelta, forse la più stupida, ma sempre una scelta.

Le azioni che nascono da un essere integro sono sempre colme di fiducia e pazienza poiché prive dell'esitazione, del dubbio e della fretta connaturati a tutto ciò che partorisce un'anima in conflitto con se stessa.

Con l'augurio che tu possa raggiungere al più presto l'integrità dell'essere,

un abbraccio,

Dadrim

 
Contadini dell'anima PDF Stampa E-mail
Lettere e messaggi
Mercoledì 28 Aprile 2010 23:13

Haly ha scritto: Vi spiego io come stanno le cose! Non c'è nessuna quiete interiore. Decidiamo noi della nostra vita e tanto non serve nemmeno che ci sforziamo perché prima o poi moriremo tuttiiiiiii!!!! con tutto ciò che abbiamo costruito.. puf.. svanirà nel nulla.. e le persone... care che ci lasceremo dietro prenderanno ciò che era nostro, magari distruggendolo. Evviva la sincerità. Il mondo è una merda e bisogna imparare a conviverci diventando anche furbi, altrimenti veniamo schiacciati dalla società come insetti!! E non c'è tempo di pensare a cose infungibili perché perdiamo solo tempo. Questa è la mia filosofia di vita e a quanto pare funziona alla grande..

Dadrim ha risposto: Se in vita abbiamo saputo creare e amare, non distruggere ed odiare, in morte, le persone care che ci lasceremo dietro continueranno il nostro disegno con i loro colori e talenti. Per me il mondo è un campo dove alcune persone fanno da merda, altre da semi, grazie a ciò la vita continua a piantare e far sbocciare i suoi fiori. La persona completa, però, trova dentro di sé i campi, la merda e i semi. Da buon contadino dell'anima li utilizza, poi, nel modo migliore per creare un giardino stupendo. Per il momento mi pare che tu veda solo la merda degli altri e non la tua, pertanto il tuo giardino interiore è poco fertile perché privo di concime....

Un caro abbraccio,

Dadrim

 
Rimuovere un tatuaggio: meditazione o chirurgia plastica PDF Stampa E-mail
Società e condizionamenti
Martedì 20 Aprile 2010 00:11

Qualcuno ha scritto: Lo so che la mia è una domanda stupida, ho un tatuaggio fatto 2 mesi fa sul piede che purtroppo non mi convince, non mi ci vedo!!! Tutti dicono che è bello, fine ed elegante... ma io riesco solo a trovarlo brutto... Per colpa di questo fatto sono andata un po' in depressione, ora non mi vedo più come prima, mi sento stupida per aver rovinato una parte del mio corpo, non l'accetto ed è diventata un'ossessione... vorrei poter accettarlo per tornare ad essere felice come lo ero prima, ma non ci riesco, non riesco a trovare un appiglio! Cosa mi consigli di fare? Come si possono accettare cose che non si vogliono?

Grazie anticipatamente

Dadrim ha risposto: Dal mio punto di vista sono sempre più stupide le risposte delle domande. Premesso questo, la soluzione più semplice e banale al tuo problema è il laser di un chirurgo plastico, ma forse non stai cercando questa risposta altrimenti non avresti depositato la tua domanda in questo luogo.

Cerchiamo allora di guardare nella tua domanda senza dare una delle tante stupide risposte possibili...

Mi chiedi: “Come si possono accettare cose che non si vogliono?” Esistono diverse cose che non si vogliono. Quelle che non dipendono da noi ma che si possono cambiare. Quelle che non dipendono da noi e che non si possono cambiare. Questi primi due tipi di cose non costituiscono problema in sé, semmai il problema sta nell'avere la capacità di saperle riconoscere. Infine vi sono tutte quelle cose che nascono dalla nostra volontà e che sempre la stessa volontà, pochi momenti dopo averle create, vorrebbe non averle mai partorite: questo è il tuo caso ed il caso della maggior parte delle persone nella maggior parte delle loro giornate. Compiamo di continuo cose di cui poi ci pentiamo. Perché accade ciò? Perché in noi non esiste una consapevolezza unitaria ma una folla di pensieri e desideri contraddittori. Sino a quando vivremo manovrati dai nostri condizionamenti, il nostro tempo e le nostre energie verranno sperperati nel tentativo di mettere ordine al caos che di continuo generiamo attorno a noi.

È inutile cercare di ordinare il caos! Se in casa abbiamo una perdita a un rubinetto è sciocco pensare di risolvere il problema continuando a raccogliere l'acqua che scorre sul pavimento. L'unica soluzione è riparare la perdita, trovare la falla e chiuderla. Stessa cosa vale anche nel nostro mondo interiore. Oggi asciughi il problema del tatuaggio, domani un nuovo problema e cosi ad nauseam. Il punto non sta nell'asciugare i singoli problemi ma nel trovare la falla da cui si generano tutti i problemi.

Qual'è la radice di ogni nostro problema? La perdita della nostra natura interiore unitaria e cristallina. Non sappiamo chi siamo veramente e pertanto andiamo in giro mossi da quel che ci sembra più opportuno ed allettante nel momento. Seguiamo le voci del mondo che vive fuori di noi totalmente inconsapevoli dell'unica voce che merita il nostro ascolto: la voce della nostra consapevolezza. Il dramma è che la maggior parte delle persone è convinta di agire volontariamente e consapevolmente. La nostra consapevolezza, nel tempo, è stata sepolta sotto cumuli di condizionamenti, ed ora tutto il nostro sforzo deve consistere unicamente nel rimuovere questi pesi. Come fare? Osservando! Trovando sempre più momenti per rimanere soli con noi stessi in ascolto e osservazione di tutto quel che si muove e scorre sulla lavagna della nostra coscienza. Quando diveniamo sempre più centrati nella dimensione osservativa, le diverse spinte contraddittorie che si muovono in noi perdono la loro forza attrattiva svanendo progressivamente.

Il nostro pensiero può torturarsi unicamente con ciò che non è pienamente esposto alla luce della nostra consapevolezza. Il tuo tatuaggio può rimanere oggetto di conflitto solo sino a quando è qualcosa di amministrato dal pensiero. Il pensiero vive nella dualità, il pensiero è dualità e conflitto; se non vi fossero problemi da risolvere quanto avremmo da pensare durante il giorno? Poco, pochissimo. Il pensiero prima genera il problema e poi si arrovella per trovarvi la soluzione. Il pensiero è il problema, per questo dicevo all'inizio di questa risposta che sono sempre più stupide le risposte delle domande. Quando nasce una domanda subito partiamo alla ricerca della risposta, mai ci fermiamo a guardare da dove nasce la domanda e perché.

Facciamo un esempio... Nasciamo sentendoci dire che dio esiste e si preoccupa di noi. Questa è un'affermazione del pensiero, non è un dato dell'esperienza. Dio non è un'esperienza per il bambino, ma è unicamente un pensiero. Tutte le affermazioni che vengono da fuori di noi, se le accogliamo partendo unicamente dal pensiero divengono un problema da risolvere per lo stesso pensiero. Dio esiste, dicono, ma io non l'ho mai visto, non ho nemmeno la minima idea di cosa sia e dove si trovi. Ecco allora che inizia la ricerca, l'arrovellarsi della mente nel tentativo di decodificare la parola “dio”. Questo è l'usuale processo che innesca un condizionamento: un'insensata ricerca di un qualcosa che è imposto dall'esterno. Altra possibilità è la cieca accettazione dell'affermazione. Questo atteggiamento è alla base di ogni fanatismo.

Da quanto detto comprendiamo come nella sua essenza un condizionamento sia l'accettazione di un qualcosa che viene dall'esterno e che non ha nessuna attinenza con il nostro sentire interno. Hai mai sentito un bambino chiedere di dio prima di averne sentito parlare? Hai mai visto un bambino vergognarsi della sua sessualità prima di essere stato condannato per questa? Hai mai visto un bambino amare il fumo della sigaretta prima che i “grandi” gli dicano che il fumo è una cosa per adulti? Hai mai visto un individuo amare il dolore di un ago prima che la massa gli dica che farsi un tatuaggio è una questione estetica e di partecipazione alla massa stessa? I tatuaggi in passato hanno sempre avuto un profondo significato esoterico o esistenziale; ora, per esempio, mi sfugge il significa di quei tatuaggi, tutti uguali, d'ispirazione tribale, che si vedono sui fondo schiena di molte ragazzine o donne. L'unico significa sta nel dire e nel dirsi: sono alla moda, faccio anch'io parte di quel branco che ha autodecodificato i parametri del concetto di “glamour”. Peccato che la moda cambia con il tempo mentre i tatuaggi rimangono per sempre. Questo era il significato originario del tatuaggio: trovare un significato o una dimensione esistenziale così importanti da ritenerli validi per l'eternità. Glamour ed eternità non credo vadano molto in simbiosi.

L'estetica moderna non ha riferimenti alla dimensione dell'essere per questo ogni volta che cambia la moda tutto ciò che ieri era ritenuto valido domani non ha più alcun valore.

Se nel tuo tatuaggio riuscirai a scorgere, oltre ad una valenza decorativa, una trasposizione esteriore dell'estetica dell'anima, un simbolismo profondo ed eterno che ti rimanda alla dimensione dell'essere, vedrai che il problema dell'impermanenza della tua volontà si risolverà facilmente.

Prendi questo tatuaggio come un simbolo della necessità di trascendere ogni tuo condizionamento e conflitto interiore. Prendilo come lo sprone a sviluppare una consapevolezza unitaria e cristallina.

Ogni sera prima di andare a dormire osserva il tuo tatuaggio per dieci minuti, con estrema attenzione, accarezzalo delicatamente e rilassati il più possibile. Usalo per iniziare una meditazione, rendilo una porta utile al risveglio della tua consapevolezza. In breve tempo vedrai che inizierai ad amarlo per sempre!

O meditazione o chirurgia plastica, non vedo altre soluzioni.

Fammi sapere qual'è la tua decisione.

Un caro saluto,

Dadrim

 

 
Meditazione come gioia in sé PDF Stampa E-mail
Meditazione e pratica
Mercoledì 14 Aprile 2010 11:04

Manuel ha scritto: Ciao Dadrim, ho riflettuto su ciò che mi hai scritto sul gioire e l'osservazione attenta e passiva e ho provato a darmi da solo delle risposte... Ho capito che con l'osservazione attenta e passiva ho la sensazione, a volte, che stia facendo un lavoro per ottenere il benessere interiore in futuro mentre sappiamo che la meditazione è qualcosa che si svolge nel presente. Ho capito quindi che il gioire è la base da cui poi si sviluppa anche l'osservazione attenta e passiva. Quindi anche l'osservazione di se stessi, per esempio mentre cammino o svolgo qualche attività o nel sedersi in meditazione, si svolge con gioia ed entusiasmo. Ho capito che devo cogliere a pieno il momento con allegria, in modo che, quando mi osservo, anche questo si svolga con gioia e non come un lavoro che devo fare per guadagnarmi qualcosa. Riassumo quindi che la mia via sarà quella di gioire il più possibile del momento, e quando si presentano i vari momenti nella giornata, quasi spontanei, mi osservo ma sempre con quella certa gioia... Dadrim, questo è un po' ciò che ho compreso, anche se non ho nessuna certezza che sia un giusto svolgersi... Ho capito però che un metodo, se praticato come un lavoro, non porta da nessuna parte, o forse porterà con più difficoltà, mentre se praticato con gioia e non come un lavoro sarà più naturale. Un altra cosa: un metodo va cambiato oppure no....per esempio l''osservazione del mio corpo e di tutto ciò che scorre nella mente è quel che ora pratico e non so se arriverà un giorno in cui dovrò cambiare....
Grazie,
un saluto

Dadrim ha risposto: Se cerchi di gioire nel presente, ma questa gioia non nasce da sé, ma è voluta, è sempre qualcosa che fai partendo dal tuo ego, è sempre qualcosa che nasce da un'idea e viene proiettata sul presente. La vera libertà accade dall'accettazione di quel che siamo, non dalla proiezione di quel che vorremmo che fosse. Hai ragione!, ora mediti partendo dall'idea che otterrai un benessere interiore futuro, ma dove sta il problema? Anche questa idea è un pensiero come tanti, anche questo pensiero lo tratterai come gli altri, lo osserverai passivamente e lentamente ti abbandonerà. Quando ogni pensiero sarà abbandonato ecco che la porta sul presente si aprirà spontaneamente e la serenità affiorerà naturalmente, senza che tu debba esercitare alcuna proiezione o sforzo. La meditazione inizia sempre con una scusa: trovare la pace, risolvere dei conflitti interiori... ma più entriamo nell'osservazione, nell'abbandono e nella fiducia, più ogni proiezione di un'ipotetica pace e serenità si dissolve, lasciando affiorare quello stato interiore di quiete reale non autoprodotto, non condizionato. Gioisci pienamente quando la gioia viene spontanea, ma non generare un'idea di felicità da proiettare sul presente, poiché anche questo è un atto manipolativo del pensiero, e il pensiero è l'ostacolo più grande nella scoperta di sé!

Le domande che ti poni sull'eventualità di dover cambiare in futuro il metodo sono forvianti per due aspetti. Primo: l'osservazione passiva non è un metodo ma l'essenza stessa del processo di cambiamento. L'osservazione è il principio del dissolvimento dei nostri limiti, è la fine dei nostri condizionamenti ed è anche la realizzazione stessa del nostro essere. L'osservazione è il principio e la fine di ogni cosa!

Ora quando osservi vedi un caos, ma lentamente il caos diminuirà e l'osservazione sarà sempre più limpida e vasta, sino a divenire la realizzazione di un cosmo interiore. L'osservazione non ha mai fine poiché è l'essenza stessa della natura del nostro essere: pura consapevolezza e presenza! Ora osservi le mille cose che sono presenti in te, quindi esiste ancora un soggetto e un oggetto: tu che osservi e le cose che vengono osservate. Il giorno in cui gli oggetti del tuo mondo interiore, pensieri ed emozioni, si saranno dissolti, chi osserverà chi? Capisci la domanda? Chi osserverà chi quando la tua consapevolezza rimarrà unicamente alla sua stessa presenza? Osservare non è una tecnica, pertanto non finirà mai, anzi, diverrà sempre più vasta. Ora è solo un piccolo ruscellino di montagna, ma con il tempo diverrà un maestoso fiume, sino al giorno in cui si getterà nell'oceano e perderà ogni confine.

Il secondo aspetto relativo alla forvianza del tuo chiedere sul futuro è insito nell'atto stesso del domandare. Mi spiego meglio: ciò che impedisce il contatto con il presente è l'attività proiettiva del pensiero. Il pensiero usa il presente unicamente come trampolino di lancio dei suoi piani futuri. Ecco allora che il dare energie ad un domandare sul futuro alimenta unicamente l'attività proiettiva del pensiero, attività che nasconde la percezione del qui ed ora. Il futuro non esiste, la vita è sempre e solo “presente”, questo è l'unico tempo che conosce la dimensione del reale!

Concludo dicendo che concordo con te: la meditazione non è un lavoro, non è un obbiettivo da raggiungere, è un'azione che trova il suo significato e il suo compimento nel suo stesso esercizio. Più comprenderemo questo aspetto e più comprenderemo la gioia intrinseca all'azione cancellando ogni percezione di sforzo, desiderio di raggiungimento e realizzazione. Quando in noi non vi sarà più nessuno che vorrà realizzarsi, modificarsi o appagarsi, cosa impedirà alla nostra innata quiete interiore di manifestarsi? Nulla! Noi siamo il prigioniero e la nostra stessa prigione. Quando smetteremo di voler salvare il condannato la condanna svanirà e la prigione crollerà. È lo stesso desiderio di salvezza che genera il tormento, ma per comprendere e dissolvere completamente questa azione circolare e viziosa è necessario un grande lavoro di comprensione, è necessaria una profonda, costante e totale azione di osservazione, fiducia e abbandono.

Un caro saluto,

Dadrim

 
Sulla paura di morire PDF Stampa E-mail
Crisi interiori
Martedì 13 Aprile 2010 00:35

A. ha scritto: Ciao Dadrim, per puro caso sono capitata sul tuo blog, visto che come spesso mi succede da un bel po' di tempo, sono quasi sempre giù di morale.. e quindi andavo alla ricerca di una spiegazione al mio stato d'animo! Anche se mi rendo conto che non troverò mai delle risposte se non dentro me stessa! Comunque lo faccio più che altro per confrontarmi... Il "problema" è il seguente: un anno fa ho sofferto di attacchi di panico nonché di piccole crisi, dovuti ad una mia paura, ovvero quella della morte! Non c'è stata una motivazione determinante, è successo così, all'improvviso! Quella sera avevo litigato con il mio ragazzo, e ho avuto la sensazione di oppressione alla testa e al petto! Nei mesi a susseguirsi non è cambiato nulla, vivevo sempre questo senso d'angoscia, nonché questa continua e onnipresente paura di morire o comunque che capitasse qualcosa di brutto a me e alle persone a me più care!(Soprattutto a mia mamma, che è la persona che amo di più al mondo, e che probabilmente questo mio senso di protezione verso di lei è legato al fatto che ho vissuto un'adolescenza a dir poco traumatizzante; un padre un po' violento nei suoi confronti, un clima sempre cupo ad angoscioso! Per fortuna che mamma ha avuto la forza di lasciarlo, dopo aver scoperto l'ennesimo tradimento! Lei è stata la mia guida in tutto e per tutto!) Mesi più tardi mi sono recata da una psicologa, e sono stata in cura per un paio di mesi! Per fortuna le cose, a distanza di tempo sono cambiate, infatti, per esempio, la notte non mi sveglio piangendo con la paura che mi possa venire un infarto, certo ancora non tutto è passato perché la paura che ho è sempre dietro l'angolo! Comunque da lì la mia vita è in un certo senso cambiata! Ho smesso di credere un po' in tutto, nel vero amore, visto che nonostante stia ancora con quel ragazzo non sono di certo sicura che sia lui l'uomo della mia vita, infatti me la vivo come viene; ho smesso anche di credere nelle amicizie, tutto ciò dopo aver rotto con la mia migliore amica dopo tanti anni! Credo oramai che le amicizie esistono solo per convenienza, per uscire insieme, e poi ognuno per i fatti propri. Mi rendo conto che la gente non ha più tempo per niente, si vede solo i propri interessi e stop! Mi sento inadeguata ad alcune situazioni, spesse volte anche inferiore perché mi rendo conto di non avere tutta questa gran cultura, gli altri sembra che ne sappiano più di me! Non riesco più ad essere felice come un tempo, la causa non la so o forse ce ne sono un po' troppe: Università, ragazzo, amicizie, un padre che non mi cerca mai, neanche per sapere se sono viva o morta! Avrei voluto avere una famiglia diversa, un padre presente! Non so' perché ma tendo a vivere attraverso i miei ricordi, del mio primo amore, delle mie amicizie passate! Perché non riesco a dare un taglio netto con il mio passato, infondo se è passato un motivo debba pur esserci! Doveva andar così, eppure io non me ne faccio una ragione! Spesse volte rimugino su cose vecchissime: ma a cosa mi serva tutto questo? Perché non riesco più ad essere felice e a dare un senso alla mia vita??

Mi scuso se mi sono dilungata, ti ringrazio della risposta!

Dadrim ha risposto: Cara A. io credo che la paura di morire nasca dalla paura di vivere. Solo chi teme la vita teme la morte, per il semplice fatto che più passa il tempo più ci accorgiamo di mancare il bersaglio e più iniziamo a temere di arrivare a mani vuote alla fine del nostro viaggio. Solo un albero con deboli radici teme la forza del vento. Una quercia ben radicata al suolo attende con gioia e trepidazione i primi venti autunnali, perché sa che questi la libereranno unicamente dal peso di cose morte, dandole la possibilità di rifiorire al primo tepore primaverile. La morte non è altro che un lieto vento autunnale per chi ha ben radicato il proprio essere nei campi della vita, e questi campi dimorano eternamente fertili oltre le nebbie del tempo, oltre i muri del nostro passato. I dolori non compresi e superati che accumuliamo lungo il nostro cammino di vita possono farci cadere nell'illusione d'essere anime sole, perse in un mondo fatto di convenienze, competizioni, sterilità e oblio. Non v'è dubbio che molti individui agiscano mossi prevalentemente da miseri bisogni e condizionamenti, ma per esperienza posso dirti con certezza che esistono anche persone che vivono mosse prevalentemente da desideri di bellezza e condivisione. Comprendere che il mondo non è un luogo popolato da angioletti è un triste passo della crescita, intuire che non tutti gli uomini sono demoni è un felice passo verso la maturazione, saper distinguere fra angeli e demoni è una questione di saggezza, riuscire a portare ad unità l'angelo e il demone che vivono in noi è una questione di piena realizzazione.

Quando dentro di noi non vi sono più conflitti e divisioni diveniamo immuni dai danni che inevitabilmente provoca l'ignoranza altrui, e, come calamite, ci uniamo e accompagniamo a tutti coloro che come noi perseguono la bellezza e la libertà.

Cara A., questa esistenza è piena di bellezza e sento che nella sua essenza sussiste in uno stato di profonda pace e armonia, siamo solo noi uomini che, principalmente a causa della nostra possibilità di sognare, abbiamo iniziato a vagare fra i mille sentieri dei nostri pensieri. Quando il sogno si spezza e la nostra consapevolezza inizia a percepire il “volto originale delle cose” la pace interiore viene raggiunta.

Mi chiedi: “Perché non riesco più ad essere felice e a dare un senso alla mia vita?” Forse perché investi le tue energie più nel rimestare il calderone del tuo passato, con tutti i suoi dolori e le sue brevi gioie, che nel creare un radioso presente. Il passato, per quanto possa essere stato doloroso o scialbo di serenità, per noi è sempre e comunque un qualcosa di rassicurante. Hai mai notato che quando ricordiamo il nostro passato percepiamo quasi sempre una strana e sottile forma di piacevole nostalgia, nonostante sappiamo benissimo che nel reale suo accadere eravamo unicamente tristi e sofferenti? Il passato è morto e come tale non ci può più fare nulla, né in bene né in male, il presente invece è sempre un rischio, un'avventura che ci espone costantemente al dolore, ma è proprio dalla continua esposizione a questo rischio che in noi scopriamo una sempre nuova e più dirompente energia. Ed anche qualora dovessimo incontrare il dolore, quando questo è il frutto di un'avventura, il suo volto per noi non è nulla più che il sorriso di un amico che ci insegna qualcosa di nuovo, qualcosa di sempre utile da mettere nella valigia che useremo per la nostra prossima avventura.

Crogiolarsi nel passato è rassicurante perché il passato è morto, ma chi vive nei ricordi teme sempre più la vera morte, perché questa viene proprio per cancellare ogni traccia del nostro passato, della nostra memoria, di quel che usiamo per fuggire dal rischio di vivere.

Dici: “Ho smesso di credere un po' in tutto, nel vero amore, visto che nonostante stia ancora con quel ragazzo non sono di certo sicura che sia lui l'uomo della mia vita.” Ma se non è l'uomo della tua vita allora cos'è? Un'avventura? Non credo, perché un avventura non dura più di un anno. Ma se non è un'avventura e non è l'uomo della tua vita perché sei ancora lì? Forse perché anche lui è una memoria, un qualcosa di conosciuto e rassicurante? Forse perché una meravigliosa e rinfrescante avventura, un uomo con cui desideri condividere un'intera vita o un'onesta e rigenerante solitudine sono qualcosa di troppo rischioso?

Ti prego di perdonarmi, ma dalla ricerca di sicurezza si ottiene solo un funerale anticipato, un sacco di ansie all'idea di perdere le proprie sicurezze e un sacco di paura di morire senza esser riusciti a vivere veramente. Dalla ricerca di sicurezza nasce la più grande incertezza, dalla ricerca di pace nasce la più grande irrequietudine, dalla ricerca d'amore nasce la più grande aridità del cuore. Pace, amore e sicurezza vengono a noi autonomamente e liberamente quando ci siamo completamente sgravati dal peso del nostro passato, dei nostri ricordi e dei nostri infelici desideri di felicità.

La vera felicità nasce dalla capacità di vivere fedeli a questo istante, unico vero momento in cui l'esistenza si manifesta!

Se da ora vivrai ogni tuo momento mettendoti in gioco completamente, da oggi non avrai più nulla da perdere, e chi non ha nulla da perdere è sempre pronto ad afferrare ogni cosa. Ma cosa abbiamo noi, in fondo, di così importante da non poter essere messo in gioco, se a ben vedere il destino ha già decretato che la nostra stessa vita, sin dal suo primo giorno, è messa in gioco sul banco dell'ineluttabile fine?

“Una quercia ben radicata al suolo attende con gioia e trepidazione i primi venti autunnali, perché sa che questi la libereranno unicamente dal peso di cose morte, dandole la possibilità di rifiorire al primo tepore primaverile”.

Un grande abbraccio,

Dadirm

 
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