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Sull'educazione, la maturità e l'innocenza del bambino PDF Stampa E-mail
Sull'educazione e i figli
Sabato 13 Dicembre 2008 00:12
Sull'educazioneQualcuno ha chiesto: Caro Dadrim, potresti dire qualcosa sulla maturità, sull’essere adulti e responsabili? Ho appena avuto un figlio e mi sto facendo molte domande!  

 

Dadrim ha risposto: Osservando la crescita di un individuo, dall’infanzia sino alla cosiddetta maturità, possiamo notare, nella quasi totalità dei casi, come durante questo tempo accada qualcosa, una sorta di mutazione anomala del modo di pensare e di reagire agli eventi della vita… L’innocenza si tramuta in astuzia, la serenità in preoccupazione, il gioco in serietà, la scoperta del nuovo in paura dell’ignoto, e molto altro ancora. Una così radicale metamorfosi non può esimerci dal bisogno di tentare di capirne le cause e i molteplici risvolti. Dal mio punto di vista la frattura che separa l'adulto dal bambino non è il prodotto di un progressivo aumento della complessità e, spesso, drammaticità dei fenomeni sociali, né tanto meno il risultato dell’accumularsi dell’esperienza. Ciò che determina la “morte” del bambino e consente la nascita di ciò che chiamiamo erroneamente “individuo adulto”, è il lavaggio del cervello a cui quotidianamente sottoponiamo le nuove generazioni, e a cui noi stessi siamo stati sottoposti. A mio modesto avviso la maturità è qualcosa a cui la nostra società non è ancora pervenuta, e ciò che ne ostacola maggiormente la realizzazione è proprio l’arroganza con cui perseveriamo nel pensarci forma e misura di tutte le cose.  Questa ottusa arroganza ci permette di stare comodamente seduti sulle nostre poltrone a sentenziare e legiferare, inconsapevoli del fatto che l’unica persona che possiamo imparare a governare siamo solo noi stessi. Questa dimenticanza di sé produce una totale incapacità di rispondere in modo lucido, ragionevole e sensibile alle sfide che la vita costantemente ci sottopone. La frattura che impedisce il nostro naturale ed equilibrato sviluppo è unicamente il frutto di una nostra debole e pigra coscienza. Siamo solo noi ad esser divenuti ostili a noi stessi, ma ciò si può comprendere solo quando si ha chiaramente visto come le radici di ogni nostro problema risiedano nelle coscienze individuali, e non nei fenomeni del mondo, o in un comodo nemico nascosto dietro ad ogni angolo. Cos’altro sono il mondo e le nostre stesse vite, se non il frutto del nostro modo d’essere, di pensare, di sognare, di desiderare, di sperare? A mio parere non è l’aumento della complessità, certamente presente nelle nostre società, a cancellare la speranza e la meraviglia dai volti dei bambini, ma è piuttosto un mutato modo di guardare, pensare e rispondere alle sfide del mondo, da imputarsi esclusivamente alla forma di diseducazione e mostruosa cultura imperante.  

La mente giovane è caratterizzata da qualità che non sono più riscontrabili nel pensiero invecchiato, quali la fiducia, la meraviglia, la spontaneità, l’accoglienza. Se osserviamo attentamente quelle persone che solitamente definiamo cresciute, noteremo facilmente un'allarmante sclerosi delle loro funzioni mentali ed emotive. L'uomo adulto è colmo di “informazioni”, d’idee a priori su se stesso, sul mondo, sulle persone, la politica, la religione. Abbiamo ricevuto un particolare tipo di condizionamento famigliare e sociale, siamo stati imbottiti di desideri e d’aspettative che non ci appartengono. Ci sono state date così tante risposte prima ancora che avessimo posto anche solo una piccola semplice domanda, che ora non ricordiamo nemmeno più cosa voglia dire dubitare, interrogarsi, ricercare e scoprire in prima persona. Il risultato evidente è un assopimento della capacità critica individuale a favore di un pensiero collettivo, che mortifica e vincola le reali capacità espressive e conoscitive che ogni individuo, venendo al mondo, porta con sé in potenza. Il Singolo, l’Unico, inimitabile perché non è copia di niente e nessuno, viene così assorbito e annullato in un pensiero di massa, rendendosi simulacro d’ideologie defunte, mero meccanismo biologico. Dico questo perché credo che oggi, più che mai, sia chiaro come le nostre società promuovano ogni tipo di sforzo per assopire e mortificare i bambini e i giovani al fine di creare delle personalità docili, condizionabili, efficienti e produttiva, utili unicamente al mantenimento della struttura sociale, delle forze di potere in campo. È proprio grazie a questo processo di indottrinamento che concetti astratti come quello di società, o appartenenza politica, vengono posti al di sopra d’ogni altra cosa, rendendoci persino capaci di distruggere ciò che v’è di più vero e reale: l’individuo e la nostra stessa possibilità di sopravvivere come specie. Il bene delle nazioni e delle corporazioni ha sempre priorità sul bene dei singoli individui, ma sfortunatamente nella mia vita non sono mai riuscito a parlare con una nazione o una multinazionale, ma solo con singoli individui, donne, uomini, bambini, giovani, bianchi, neri, poveri, ricchi, disperati, felici, insomma: semplici e soli esseri umani. Questo circolo vizioso è da sempre la causa prima d’ogni lucida, fredda e spietata giustificazione degli atti disumani che governi, istituzioni, uomini di potere e comuni disgraziati, compiono sui più deboli, o su quelle masse ben indottrinate a non alzare mai la testa. 

Il nostro sistema “educativo” istiga alla prevaricazione, crea differenze e fratture ad ogni livello, indottrina i cervelli freschi e curiosi dei bambini, praticando l'annullamento programmatico delle menti libere e creative delle giovani generazioni, dando così vita a nuovi infelici, che a loro volta creeranno altri infelici, solo per non dover fare i conti con una tradizione e una cultura che va ridiscussa sin dalle fondamenta, e non certo per uno sterile piacere di distruggere, ma per il fondamentale bisogno di rigenerarsi che contraddistingue ogni forma vivente (se vivente vuole rimanere). Trasformiamo la vita in un problema da risolvere, vogliamo rendere i rapporti d'amore fenomeni controllabili e standardizzati, senza aver capito che forse l’amore è l'evento umano più ingovernabile e imprevedibile proprio perché scevro dai capricci della nostra cultura, così intrisa dal desiderio di dominare e controllare ogni cosa. Siamo accecati da desiderio di perseguire fini e obbiettivi, come se ogni nostra azione dovesse sempre avere uno scopo e raggiungere un profitto, ma poi, malinconicamente, ci chiediamo perché ci facevano tanto felici quei giochi che facevamo da bambini. I bambini appaiono ingenui all'occhio dell'adulto perchè non pianificano e non aspirano a diventare qualcuno, ma siamo sicuri di voler diventare qualcuno? Come chi dovremmo essere? Chi dovremmo diventare? Chi?, se non noi stessi!

La scienza e le tecnologie hanno fatto grandi passi in avanti, e continueranno a farne, ma quel povero uomo che fa uso di tali strumenti ha fatto ormai il suo tempo. Non si conosce minimamente, non sa chi è, non sa dove sta andando, eppure continua a sentenziare, a nascondere la sua ignoranza, a celarsi dietro ideologie, teorie, credi, leggi morte e sepolte. Che l'acqua bolle a cento gradi è un fatto, nessuno andrà a promuovere una guerra per convincere altri popoli di ciò, ma questo principio non vale certo per tutto quel che riguarda il sapere dell’uomo sulla sua interiorità.  Non è forse evidente come le guerre vengono fatte sfruttando gli spazi d’ignoranza della gente, da parte di uomini che conoscono bene le frottole che dicono, o che sono essi stessi in balia dalle paure che li tormentano? Credo in questo, in quello, nel comunismo, nel fascismo, credo…credo… e ancora credo. Solo chi è vittima di menzogne può essere sfruttato, non certo chi dubita, riflette e investiga con la propria ragione. Ma credo proprio di poter dire che tutto ciò stia ormai per giungere alla fine. La nascita di un uomo nuovo, libero, che pone sopra ogni altra cosa un amore e una fiducia inesauribili per l’Uomo stesso e la Vita nella sua interezza, è ormai imminente. Se posiamo l’orecchio sul ventre delle nostre ormai esauste coscienze possiamo già sentire i suoi primi calci, possiamo quasi sentire i suoi primi vagiti, preludio di un tempo in cui l’umanità vivrà senza distinzioni o frontiere, perchè le donne e gli uomini proveranno grande meraviglia per la bellezza di tutto ciò che è da loro diverso, abbattendo così per sempre quelle antiche mura fatte d’ideologie, settarismi e ottusità teologiche dietro cui per millenni si sono nascosti i loro primitivi genitori. Quasi stenteranno a credere a quanta follia li abbia preceduti, ma con gratitudine penseranno: è proprio vero che dal fango nascono i fori. Quest’uomo è vicino!  Qualcuno forse starà pensando che queste parole sono scritte da un folle, ed io cos'altro potrei rispondere se non: si, certo,  è vero! Ma quanto è leggera questa follia, così leggera che riesco quasi a volare dove l'aria è così rarefatta da non permettere all'idiozia di raggiungermi. Il condizionamento che imponiamo ai bambini è un crimine, il condizionamento che abbiamo ricevuto è stato un crimine; ma oggi il sonno e più leggero e qualche grido di una nuova coscienza giunge alle nostre orecchie.

L’universo sta celebrando la potenza della vita, meravigliandosi di se stesso! Gli uccelli cantano, le nuvole e i fiumi scorrono, le stagioni si susseguono senza memoria del passato. Tutto quest’immenso movimento scorre eterno, senza un fine, per il puro desiderio di giocare, di danzare. Il gioco è vita, la vita è gioco (non un gioco). V'è solo un essere sulla terra a non averlo ancora capito. Mi chiedevo all’inizio di queste poche righe: "Cosa è andato perduto dall'occhio del bambino, e cosa ha distorto lo sguardo dell'adulto?" Credo che abbiamo perso l'amore ed allevato inconsapevolmente la paura, unica vera ragione d’ogni forma d’odio e violenza.  

 

Impariamo di più dai nostri bambini e iniziamo a smettere di ritenere sempre di sapere tutto! Non ho altro consiglio da darti.  

 

Un benvenuto a tuo figlio!!!

La canzone di oggi è per Lui!!!  

Un abbraccio

Dadrim
 
Sul metodo, la tecnica, la pratica, la meditazione: un'osservazione attenta e passiva PDF Stampa E-mail
Meditazione e pratica
Mercoledì 10 Dicembre 2008 20:17
Pescatori di uominiFederico ha chiesto: Caro Dadrim, tu sostieni di non avere una tecnica o un metodo per camminare verso la realizzazione spirituale. Sostieni anche che ogni tecnica è  una stupidaggine, ma in più occasioni hai parlato di un “giusto atteggiamento alla vita”. Potresti chiarire meglio questo punto, credo sia di enorme rilevanza, per me, ma non solo.
Un grande abbraccio,
Federico.
 
Dadrim ha risposto: Credo proprio tu abbia capito bene. Dal mio punto di vista non v’è una tecnica, ma unicamente un “giusto atteggiamento” nei confronti dell’esistenza: uno stato mentale che ci permette di penetrare nella dimensione più intima e profonda dell’esistenza, attraverso una disposizione di totale apertura del “sentire”.
Infatti, quando desideriamo comprendere veramente qualcosa, la nostra mente diviene silenziosa, i nostri pensieri si acquietano e, in questo modo, la realtà delle cose lentamente inizia a manifestarsi.
 
Quando ci diviene chiaro che ogni forma di preconcetto, di desiderio selettivo, di bisogno d'essere rassicurati o compiaciuti, opera come una lente che distorce e confonde la nostra percezione della vita,  la nostra coscienza entra spontaneamente in uno stato che potremmo definire d’osservazione “attenta e passiva”.
Hai ragione, Federico, questa domanda è molto rilevante per molti nostri amici. Non sei il primo a chiedere chiarimenti su questo punto. Cercherò quindi di approfondire nel miglior modo possibile questo aspetto. Spero che tutti abbiano la pazienza e la voglia di arrivare sino alla fine di queste parole, anche se per qualcuno potrebbero suonare un po’ troppo “didattiche”. La forma espressiva poetica è sicuramente più empatica e coinvolgente, ma pecca di precisione, e a volte la precisione è necessaria. Procediamo pertanto adagio e con la massima attenzione…  
 
  
La ricerca spirituale nasce dall’esigenza di comprendere e rispondere pienamente ai due principali fenomeni che costituiscono l’umana esistenza.
 
•        Il primo fenomeno è la “sofferenza”. Sofferenza interiore, mentale, emotiva, esistenziale...
 
•        Il secondo fenomeno è il desiderio. Desiderio di ricercare e scoprire uno stato interiore solitamente detto felicità, appagamento, serenità, pace, realizzazione, piacere…
 
Le domande che più frequentemente nascono spontanee dall’inconfutabile veridicità di questi due assunti base sono:
 
•        Esiste la felicità, la pace, la realizzazione o quant’altro?
 
•        Cosa sono e come nascono la sofferenza e il dolore?
 
•        Sofferenza e dolore possono essere eliminati, superati, evasi, o sono parte costitutiva dell’esistenza umana?
   
 
1. Premessa
 
Un antico detto popolare afferma: "Se a un uomo sì dà un pesce lo si nutre per una notte, ma se gli si insegna a pescare lo si avrà sfamato per il resto della vita".
Nel peculiare mondo della “coscienza umana” potrebbe valere il detto: “Se ad un uomo parli d’amore e libertà lo avrai sfamato per il tempo delle tue parole, ma se lo aiuterai a scoprire  l’amore e la libertà che vivono in lui l’avrai saziato per l’eternità”. 
       
Per affrontare liberamente e serenamente il viaggio della vita, ciò che veramente conta è occuparsi del problema riguardante il “conoscere”. Com'è possibile conoscere veramente se stessi, penetrando e dissolvendo cose come il dolore, la sofferenza, la paura, l’odio, la rabbia, la morte. Come è possibile scoprire veramente se esiste in noi qualcosa come la pace e la serenità, evitando di operare attraverso autosuggestioni? Quando comprendiamo veramente qualcosa? Quando possiamo affermare che quanto stiamo sperimentando sia effettivamente realtà e non pura allucinazione?
 
Quando tentiamo di comprendere qualcosa, il problema inerente l’attività conoscitiva dell’individuo è basilare. Per comprendere veramente qualcosa, come ci si deve atteggiare, avvicinare, predisporre nei confronti di ciò che si sta per osservare? Se giungiamo a comprendere pienamente e definitivamente attraverso quali modi e forme la nostra coscienza è in grado di penetrare ed esperire liberamente l'esistenza, avremo trovato la chiave capace di aprire ogni porta che incontreremo lungo il nostro cammino.
Solitamente, però, noi uomini siamo più interessati alle risposte, anziché cercare di sviscerare i segreti che si celano nelle domande. Quando abbiamo un problema o attraversiamo un momento di confusione, il più delle volte, desideriamo qualcuno che sia in grado di darci delle soluzioni immediate, qualcuno che abbia ricercato, faticato e compreso al posto nostro. È per questo che, nella migliore delle ipotesi, ci rivolgiamo a degli “esperti”. Perché quel che ci preme di più è il cercare di evitare la fatica e il dolore che comporterebbe l’incedere con le proprie forze e la propria intelligenza. Questo atteggiamento, dal mio punto di vista, è frutto di “un’educazione” basta sulla dipendenza e la sfiducia nelle capacità e nelle risorse dell'individuo. Abituarsi a dipendere dalle parole e dalle esperienze altrui, con il tempo, ci rende profondamente insicuri, timorosi di commettere errori e di guisa ottusi nel pensiero e privi di coraggio. Ottusità di pensiero, sfiducia, paura, insicurezza e dipendenza, sono l’humus su cui cresce ogni forma di sofferenza. Ma cosa caratterizza il dolore più di ogni altra cosa? A mio avviso, la perdita, da parte del soggetto, della sua capacità d’autodeterminarsi, di affrontare e risolvere le sfide della vita autonomamente, e, in ultima, la perdita della capacità di realizzare una vita interiore piena. Il nostro sistema "educativo" induce alla dipendenza, la dipendenza a sua volta genera sofferenza, la quale, a sua volta, progressivamente diviene un disagio interiore così radicato da costringerci a doverci rivolgere ai cosidetti "esperti", perché alla fine di questo processo di deperimento interiore siamo divenuti effettivamente incapaci di risolvere autonomamente i nostri conflitti. Questo è il paradosso della profezia che si autoavvera. 
 
La psicologia e la psichiatria si occupano di quegli stati mentali definiti “patologici”, ma perchè nessuno si occupa seriamente delle radici del disagio? Perché trattiamo il disagio solo quando questo si manifesta e ci costringe ad operare con un individuo ampiamente compromesso nelle sue risorse interiori? Forse perchè ciò comporterebbe il dover criticare e demolire buona parte dei presupposti su cui si fonda la nostra società? Forse perchè questo scomodo lavoro non è molto remunerativo e non ci mette in buona luce?
 
Solo un’educazione fondata sull’autonomia, la responsabilità individuale, la fiducia nelle proprie capacità e la libertà di coscienza, può spezzare questo processo educativo malato, ma una siffatta educazione non è certo in linea con le logiche d'interesse di coloro che detengono posizioni di controllo reggendosi unicamente sulla psicologia della dipendenza. Dobbiamo smettere di condizionare persone sane e intelligenti dicendo loro cosa devono fare, come devono pensare, a chi devono credere, a cosa devono aderire e a chi devono ubbidire. Soprattutto dobbiamo smettere di far subire tutto ciò ai nostri bambini per il semplice motivo che essi  sono gli individui più indifesi e meno tutelati. Bambini condizionati diverranno genitori condizionanti, e così la catena non si spezzerà mai. Per fermare questa spirale di dolore è indispensabile che gli adulti comprendano le logiche del condizionamento che hanno subito e che stanno perpetrando, riacquisendo, così, finalmente, quell'innata capacità di sperimentare e comprendere la vita, senza filtri o barriere.
 
Se il mondo adulto continuerà ad essere sottoposto al giogo dell’autorità e dell'ignoranza di sé, non v’è alcuna speranza per le generazioni future. Il nostro compito non è quello di dare risposte, ma unicamente quello di sollecitare e stimolare l’osservazione e la sperimentazione diretta e personale dell’esistenza.
Per occuparci del sano ed equilibrato sviluppo del bambino e dell’adulto dobbiamo unicamente comprendere come l’essere umano possa autonomamente penetrare il fenomeno “vita”. Dobbiamo iniziare ad occuparci, gli uni degli altri, come fratelli, e non erigere alcuni a maestri e confinare altri allo stadio di alunni perennemente ripetenti.      
               
2. Le forme della ricerca
 
Tutti cercano qualcosa: piacere, fama, gloria, potere, sicurezza, felicità, amore. Tutti noi, almeno in una cosa, siamo uguali: desideriamo e vogliamo ottenere qualcosa. Detto ciò, possiamo facilmente distinguere tre fondamentali approcci di ricerca che l’uomo assume nei confronti di se stesso e del mondo che lo circonda.
 
  • Il primo è un approccio di “ricerca motivata a priori”, vale a dire una ricerca che scaturisce da una particolare necessità, da un bisogno che è causa, direzione e fine della ricerca stessa. Se vogliamo vivere nel lusso cercheremo di guadagnare molti soldi. Se vogliamo diventare genitori cercheremo di generare dei figli.  Se vogliamo trovare dio inizieremo ad abbracciare qualche fede o a seguire qualche pratica o setta  strana. Questo atteggiamento non si interroga mai sulle ragioni del desiderio che sta alla base della ricerca, ma muove la persona unicamente a reperire quel che ritiene più utile per raggiungere l’oggetto desiderato. Questa forma di ricerca è profondamente sbagliata per guanto riguarda la possibilità di comprendere veramente qualcosa poiché non è minimamente interessata alla comprensione di ciò che veramente è quel qualcosa, ma unicamente alla soddisfazione dei contenuti emotivi e mentali che l’hanno generata.
 
  • Il secondo tipo d’approccio lo potremmo definire come “un’azione d’adeguamento” da parte dell’individuo all’ambiente circostante e, quindi, anche a ciò che a priori gli viene offerto. L’uomo che si muove nella vita assumendo questo approccio è unicamente interessato a reperire mezzi noti, per raggiungere fini altrettanto noti. Questo atteggiamento spinge la persona a giustificare le proprie azioni ed il proprio vivere sulla base di quel che la società ritiene buono e giusto. Il desiderio di fondo dominante è la sicurezza, che a ben vedere è il riflesso della paura prodotta dalla percezione di insicurezza, ma di tutto questo, il nostro uomo, non ne è certo cosciente, perché chi fugge dalla paura nulla teme di più che ammettere di fuggire dalle sue stesse paure.  
 
  • Infine v’è quell’approccio all’esistenza che ritengo indispensabile per poter comprendere realmente e risolvere i nostri problemi. Questo approccio lo possiamo definire “un atteggiamento d’indagine attenta e passiva”.
 
3. L’osservazione attenta e passiva.
 
E’ importante sottolineare la grande differenza che sussiste fra l’azione d’indagine e quella di ricerca. Compiere un’indagine su un determinato oggetto, su noi stessi, le nostre relazioni o qualunque altra cosa, significa cercare di osservare la realtà mossi unicamente dall’intento di voler comprendere ciò che c’è di fronte. Svolgere una ricerca, spesso invece, significa scrutare qualcosa al fine di individuarne particolari caratteristiche utili all’assolvimento di un fine predeterminato. Ricercare significa manipolare, osservare principalmente quelle cose ritenute utili, escludendo poi tutto il resto. La ricerca è pertanto un’azione escludente, delimitante e manipolante, tutte cose, queste, assolutamente dannose per una reale e piena comprensione di un fenomeno, qualunque esso sia.
Per comprendere il nostro mondo interiore e tutti i suoi misteriosi avvenimenti è quindi fondamentale capire l’importanza capitale che gioca il modo in cui noi osserviamo.
 
Non si potrà sottolineare e far riflettere mai abbastanza sull’assoluta, immane e basilare importanza che esercitano i presupposti da cui muoviamo per comprendere l’esistenza.
 
Quando sentiamo che qualcosa, in noi o fuori di noi, non va, la prima cosa che facciamo è cercare delle risposte, un aiuto, una via d’uscita. Tutta la nostra attenzione ed energia si sposta e focalizza immediatamente sulle possibili risposte. Tutta la nostra cultura inerente la cura della persona è stata completamente inglobata nel paradigma medico scientifico classico “sintomo – farmaco/stimolo – risposta”, e ormai allo stesso modo rispondiamo alle sfide della vita e del nostro mondo interiore. Questo non vuole assolutamente essere un attacco al sapere medico, ma è doveroso far riflettere sul fatto che quel che vale per una cosa non necessariamente vale per tutte le altre cose. Un sintomo, spesso, per quanto riguarda il nostro mondo interiore, è prevalentemente un segnale da comprendere e non da eliminare o soffocare! Ma chi lo deve comprendere? Unicamente chi lo vive, e non lo specialista o l’analista. Specialista, analista, figure religiose e quant’altro, assolvono alla loro funzione solo quando operano da agevolatori, stimolatori di un processo di auto - osservazione e comprensione dell’individuo. La paura, il dolore per la perdita di un caro, l’angoscia per un futuro che ci appare sempre più incerto o l’inquietudine che sentiamo quando affiora in noi l’idea della morte, non sono sintomi di un male da curare, inteso come patologia, sempre che non si sia giunti al punto di ritenere la vita stessa una sorta di malattia da combattere, anche se temo che ormai per molti sia così.
Se ci osserviamo “attentamente e in modo passivo”, quando in noi affiora della sofferenza o qualcosa di sgradito, possiamo notare come questo evento faccia scattare immediatamente la necessità di trovare una soluzione capace di eliminare in modo subitaneo il disagio. Reagiamo cercando una via di fuga, una strada che ci porti il più rapidamente possibile a una modificazione dello stato interiore che ci turba. Ma fuggire non ci porterà mai a scoprire. Per risolvere un problema è necessario comprendere la natura del problema. Farmaci, ideologie consolanti, fanatismi, ossessioni, droghe, continue ricerche della distrazione e dello svago, nella maggior parte dei casi fungono da anestetici, da momentanee evasioni, sino a poter divenire vere e proprie prigioni della mente dalle quali non si è più in grado di ascoltare pienamente il significato che le sfide della vita cercano di comunicarci. Spesso, infatti, il rimedio sbagliato è la causa principale dell’aggravarsi di un problema.   
È solo a questo punto che il concetto di patologia psichica trova la sua più chiara declinazione, cioè quando l’individuo si avviluppa all’interno di una struttura di pensiero reiterante, entro la quale non può giungervi più alcuna voce dissonante dal perpetuo e sempre uguale suo pensare e sentire.
Pertanto è un grave errore definire malattia, e trattare di conseguenza, quel disagio, quel segnale, quello stimolo che in origine è unicamente la peculiare forma che l’organismo adotta per dialogare con la coscienza, al fine di dirigerla e consigliarla entro gli argini del naturale e spontaneo divenire. Potremmo dire che la sofferenza ed il disagio sono la bussola della nostra esistenza, servono per segnalarci le rotte sbagliate o per indicarci l’orizzonte da seguire. Ma tutto dipende da noi, la bussola è solo uno strumento meccanico, che senza un capitano, capace di trarne i corretti insegnamenti, risulta totalmente inutile. È indispensabile cominciare ad ascoltare e vedere ciò che ci sta di fronte, ciò che ci punzecchia continuamente, che ci irrita e ci ferisce, perché il nostro mondo interiore non risponde alle leggi della meccanica, ma unicamente alle leggi dell’intelligenza, leggi, queste, che non abbiamo ancora ben compreso. E per comprendere l’intelligenza è necessaria l’intelligenza, null’altro. 
 
L’unica strada possibile è, quindi, intraprendere una seria indagine, divenendo scienziati di noi stessi, del nostro mondo interiore. Quando riconosciamo l’esistenza di un problema, fuori o dentro di noi, quale sarà la nostra esigenza primaria? Prima cercheremo di ascoltare e vedere il problema, solo così avremo poi la comprensione sufficiente per agire correttamente. Non possiamo agire d’impeto, alla ceca, spinti dalla paura di rimanere almeno per un po’ di tempo con ciò che ci confonde e spaventa! Il primo passo di un’indagine determina tutto il suo futuro percorso. Se le prime mosse sono fallaci, ed erroneamente vengono date per valide o per già sufficientemente fondate, molte forze e tempo saranno persi nell’invano tentativo di cercare teorie che vadano a loro sostegno. E’ però comprensibile che l’uomo sia più interessato ad avere delle soluzioni immediate, piuttosto che intraprendere un, a volte doloroso, percorso di comprensione. La sofferenza, infatti, è un fenomeno che agisce direttamente sulla “pelle” di chi la osserva. È, quindi, relativamente facile divenire degli scienziati del mondo che vive fuori di noi, ma è una cosa straordinaria essere degli scienziati del nostro mondo interiore. 
Se l’individuo si lascia trasportare dalla necessità di scovare un’immediata soluzione alla sua condizione di disagio, è facile che trovi rimedi più dannosi che utili o che si lasci condurre da persone che non sanno nemmeno loro dove stanno andando, e ahimé si sa che più una persona soffre, più è disposta a credere in qualsiasi cosa possa darle una minima speranza.
 
Per comprendere le leggi del nostro mondo interiore si devono osservare tutti i fenomeni che compongono le nostre complesse, quanto meravigliose, esistenze, come un astronomo osserva il cosmo, pieni di stupore e meraviglia per l’infinito e misterioso spazio che ci sta di fronte. Ma per fare ciò dobbiamo come prima cosa smettere di aver paura delle nostre paure, iniziando così ad affrontare la realtà di quel che si nasconde in noi. Osserviamo attenti e fiduciosi l’impenetrabile oscurità dei nostri cieli interiori, e lasciamo che siano le comete e i pianeti, che lì si muovono, a parlarci del loro mistero.
 
4. Conclusione
 
Da quanto detto finora risulta che l’osservazione attenta e passiva è il fondamento stesso del fenomeno della consapevolezza, e comprendere come lasciare operare la consapevolezza è l’inizio e la fine di ogni vera indagine.
Lo stato mentale “attento e passivo”, inizialmente si percepisce come uno sforzo, una sorta di esercizio. Questo avviene per il semplice motivo che siamo ormai assuefatti ad una continua attività caotica del pensiero, ma perseverando con fiducia, lentamente lo stato “attento e passivo” può ridivenire quella condizione naturale che portavamo con noi, in potenza, sin dal nostro primo respiro.
 
Approfondirò, per chi lo volesse, in un’altra occasione, alcuni aspetti pratici utili alla corretta sperimentazione di questo stato d’osservazione.
Per ora credo che quando detto sino ad ora sia più che sufficiente.
 
Un abbraccio a te caro Federico,
Dadrim
 
Una scarpa n°48 è grande, ma stretta per chi porta il 52! PDF Stampa E-mail
Sulla spiritualità
Giovedì 04 Dicembre 2008 22:43
scarpaRoberto ha scritto: Ciao Dadrim, sono Roberto e sono inciampato per caso nel tuo blog; leggo sempre con particolare curiosità trattazioni di carattere spirituale per vedere dove sono arrivati i "compagni di corso". Io sono stato obbligato dalle circostanze a fare i conti(disastrosi) con la mia esistenza alcuni anni fa,perciò comprendo il tuo linguaggio e condivido molti pareri. Pure io stavo apparentemente bene, avevo molto, ma è sempre un problema di esigenze soggettive; una scarpa numero 48 è grande ma è stretta per chi porta il 52! Personalmente ho imparato a stare molto attento a dare consigli,specialmente a chi non ha nessuna intenzione di affrontare dispiaceri addormentati, e ho notato il tatto con cui hai dato alcune risposte a persone in situazioni abbastanza delicate. Non sarei stato capace di essere altrettanto diplomatico,ed è per questo che spesso evito di proporre soluzioni. La mia domanda è:sei sincero o cerchi di addolcire la pillola temendo un rifiuto secco al giusto rimedio? Si sa che certi dolori vanno vissuti e pianti fino all'ultima lacrima affinché si manifesti il "miracoloso" effetto di accettazione della realtà,e a volte sembra tu voglia far credere che si possa evitare questo obbligo: forse non ritieni che ad ognuno venga affidato un compito alla sua portata?
Non voglio essere critico,solo non ho capito la tua tecnica. Intanto ti faccio i complimenti per come scrivi e ti saluto. Roberto.
 
Dadrim ha risposto:
Caro Roberto,
io non ho nessuna tecnica o strategia, non valuto nulla e non elaboro calcolo alcuno, per il semplice motivo che non ho nessun fine, scopo o obbiettivo. Gli obbiettivi nascono quando si proietta un’immagine di ciò che si ritiene dovrebbe  essere il futuro. Per avere uno scopo devi avere un desiderio da realizzare, ma io non ho alcun desiderio da raggiungere quando rispondo ad una domanda. La mia risposta è unicamente la condivisione immediata della mia percezione del problema. Se poi qualcuno, ascoltando le mie parole, riesce a dissolvere il suo problema, bene, questo è solo merito suo. Un fuoco illumina perché è nella sua natura fare luce, ma non arde mai con lo scopo di illuminare qualcosa. Allo stesso modo, quando condividiamo la nostra visione delle cose per il puro piacere di vivere la relazione, il nostro significato è intrinseco all’azione che compiamo, quando, però, agiamo con uno scopo estrinseco, temporale e predeterminato, ecco che il nostro relazionarci non è più libero, ma manipolativo e vincolante. Un fine, per me, esiste sempre e solo in chi pone una domanda. È chi chiede che desidera una risposta, e quando la risposta rientra nel suo specchio di consapevolezza, questa viene accettata, altrimenti viene rifiutata. Tutto qua! Io non ho una tecnica, non sono uno psicologo o uno psichiatra, non ho una profilassi, un diagnosi e una prassi. Se proprio devo cercare di definire quel che accade qui, la parola più adatta mi sembra essere “poesia”. Si!, per me l’essenza della vita è pura bellezza e poesia. Una tecnica è utile solo per chi crede che gli individui siano tutti uguali o perlomeno sottoponibili allo stesso processo di trasformazione, ma per me non è così: ogni essere umano è un fenomeno indefinibile e imprevedibile. L’unica via percorribile, pertanto, è la via dell’intuizione immediata e diretta: uno scambio da cuore a cuore.
 
Perché credi che alcune mie risposte siano diplomatiche e addolcite? Sembra che in te sia radicata la convinzione che il contatto con la realtà debba necessariamente essere un fenomeno doloroso, devastante, distruttivo, ma non è per nulla così! La strada che ci riporta a noi stessi è dolorosa quanto riteniamo che debba esserlo, e questo dipende solo da noi. Chi è colui che riscopre se stesso? E chi è quel se stesso da riscoprire? Siamo sempre e solo noi! Tu sei la via, il viandante e la meta!  Affermi che una scarpa numero 48 è grande, ma è stretta per chi porta il numero 52. Sono pienamente d’accordo. Infatti, allo stesso modo, una risposta che per alcuni è dolce, per altri è amara, e una risposta che per qualcuno è amare, per altri è dolce, e così sembra essere per te. Quando rispondo a qualcuno, l’unica cosa che cerco di fare è percepire il grado di equilibrio, sensibilità e penetrabilità della coscienza di colui che pone la domanda. Un problema di cemento necessita l’utilizzo di un martello, mentre un problema fatto di bolle di sapone necessita l’uso di uno spillo. Vi sono, però, a volte, anche problemi così sanguinanti e sofferenti che l’unica cosa che ci si dovrebbe permettere è l’ascolto, il silenzio, una garza sterile e del disinfettante. Se esiste un fine, il mio fine è la persona stessa, non certo la verità, dio o quel che vogliamo, per il semplice motivo che non ritengo nulla più divino o elevato della necessità d’amore e accoglienza che l’uomo manifesta.
Aggiungo poi che queste parole, come tutte le parole che affiorano da un profondo desiderio di condivisione, non possono essere comprese attraverso la curiosità, ma unicamente attraverso la sete che la vita ha di se stessa (come credo affermi Gibran in un passaggio del suo magnifico libro “Il Profeta”). Questo nostro dialogo non è per dei “compagni di corso”. Noi siamo artisti d’un capolavoro in continuo divenire, la scuola è finita da un pezzo.
Einstein diceva  che "Imparare è un'esperienza; tutto il resto è solo informazione", e così, io, per imparare ho bisogno delle tue esperienze, ma tu mi chiedi solo delle informazioni.
Io rispondo volentieri alla tua richiesta d’informazioni, ma rimango altrettanto disponibile per la condivisione di un’esperienza, per quanto disastrosa possa essere, come tu affermi.
 
Infine, Roberto, sono certo che a tutti noi venga sempre affidato un compito alla nostra portata, il fatto è che non tutti desiderano portare a termine quel compito.
 
Un saluto,
Dadrim
 
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Crisi interiori
Lunedì 01 Dicembre 2008 20:38
nuvoleRita ha scritto: “Ciao Dadrim,
eccomi  nel tuo blog, ho letto e riletto la tua esperienza spirituale, e mi sono decisamente rivista nelle tue parole!! Il caso ha voluto che anch’io mi ritrovassi a vivere, proprio da sei mesi a questa parte, momenti di solitudine, dalla quale ho sempre voluto scappare, ma eccomi qua ora a vivere questi momenti  di libertà, per così dire, dal mio mondo lavorativo e non solo. Provo tutto ciò che hai provato tu, inutile scrivere e ripetere parole che hai già descritto. Incomincio a rendermi conto che c’è qualcosa che non va intorno e dentro di me! Nella mia testa sto vivendo un’assoluta confusione, mi sento oppressa, soffocata da tutto, anche da me stessa. Non voglio fuggire, vorrei solo capire chi sono, cosa voglio, ma poi mi chiedo: è giusto andare fino in fondo? Sono alla continua ricerca di me stessa, perché ho la sensazione di essermi persa!
Dici che è giusto se faccio scorrere tutti questi pensieri? Mi porteranno ad una risposta? Tu come hai fatto? Cosa ti è servito? Hai un consiglio, un confronto da darmi? Ti ringrazio per l’attenzione, ciao Rita”.
 
 
Dadrim ha risposto: Cara Rita, non puoi nemmeno immaginare quanto sia un bene per te aver iniziato a sentire che v’è qualcosa che non va. L’esatto istante in cui inizi a sentire d’esserti persa e d’essere terribilmente confusa è anche l’esatto istante dell’inizio della tua riscoperta e dell’affiorare della chiarezza. La vita è paradossale! Chi non ha dubbi non può nemmeno porsi delle domande, e chi non conosce la confusione non può nemmeno desiderare la chiarezza. Tutti coloro che lottano per evitare le difficoltà dimostrano semplicemente di non comprendere la natura delle cose.
Chi fugge dalla propria solitudine, fugge da se stesso, e fuggire da se stessi significa fuggire dalla possibilità di realizzare la propria vita.
 
Quando diviene confusa la nostra mente? Quando non è più in grado di far rientrare all’interno dei suoi schemi la realtà che le sta di fronte. Ma una cosa va chiarita: la realtà non è mai stata dentro i confini della nostra mente. Le nostre definizioni della vita, i nostri desideri, i nostri schemi di pensiero sono sempre e solo delle illusioni che possono durare solo sino a quando qualcosa, di quel mondo infinito che vive oltre le nostre finzioni, non entra in collisione con esse. Se ora ti senti confusa significa che prima non lo eri, ma se quel che avevi prima fosse stato  qualcosa di reale, ora non potresti trovarti in questa situazione perché il reale non può divenire irreale, il vero non può divenire falso, come la chiarezza non può divenire confusione. Quel che avevi prima erano unicamente delle comode credenze, illusioni, sogni, nulla di più, e non vedo quale male possa venire dall’aver perso un inganno.
 
Solo gli stupidi riescono a vivere nell’inganno per lungo tempo, ma mai per una vita intera, poiché, anche se la nostra coscienza non sente il desiderio, per l’arco di un’intera esistenza, di ricercare la verità e il bene ultimo, l’avvento della morte costringe tutti a porsi la medesima domanda: ora che non ho più futuro, cosa ho trovato in questa vita capace di andare oltre le logiche del tempo e del finire?
 
La tua coscienza non è più in grado di riporre il significato della tua vita all’interno del vecchio pensiero, questo significa che la tua consapevolezza si sta risvegliando. Gioisci e abbi fiducia in questa fase di cambiamento e d’inevitabile confusione. Non temere nulla e non lasciarti riportare indietro dalle vecchie abitudini. Ora è normale che tu ti possa sentire smarrita, ma anche questo è solo un ennesimo inganno della tua mente. Tu non ti sei mai smarrita per il semplice motivo che la tua vera identità non è ancora nata. Quel che stai smarrendo sono solo le maschere e le difese che ti porti appreso da una vita. Bene, fantastico. Rimani in silenzio, ascolta più che puoi tutto ciò che accade dentro di te e fuori di te. Vivi rilassata anche la tua confusione, la tensione, le paure; accetta tutto questo come un dono, come una grande possibilità di svolta.
 
Mi chiedi se è giusto che tu faccia scorrere tutti questi pensieri. Credo che tu debba comprendere con più attenzione quel che ti sta accadendo. Non è una questione di giusto o sbagliato, ma piuttosto di naturale o costruito. Parli come se tu potessi decidere di fermare i tuoi pensieri, ma questa è ancora una menzogna che la nostra piccola volontà si vuole raccontare. La tua mente si dice: “guarda che pensieri che sto facendo, vedi, sto cambiando”. Si racconta questo unicamente perché vuole credere di avere la situazione sotto controllo, altrimenti si sentirebbe impotente, passiva, pertanto spaventata.  Ma leggere quel che ti accade in questo modo non è assolutamente vero, la tua mente non può fermare, rinnovare o attivare il flusso dei pensieri poiché la tua mente è quello stesso flusso. L’idea di poter fermare la confusione del nostro pensiero attraverso il pensiero equivale all’idea di volersi alzare dal suolo sollevandosi per i lacci delle scarpe. Ci hai mai pensato? Chi sei tu? Sei i tuoi pensieri? La maggior parte delle persone crede di si, ma si sbaglia di grosso.
 
I nostri pensieri sono come le nuvole che vagano per il cielo, mentre il nostro vero essere è sempre e solo come lo specchio azzurro e limpido del cielo. Il vero guaio che è connaturato alla nostra forma umana è che la nostra coscienza, il nostro cielo interiore, può iniziare a credere d’essere ciò che sta guardando. Quando il cielo inizia a credere d’essere una nuvola, cioè un fenomeno transitorio, ecco che mille angosce iniziano a crescere, ma è solo "un'illusione ottica", un inganno che la coscienza gioca a se stessa. I tuoi pensieri non ti porteranno mai da nessuna parte!! Sarà il tuo Essere a guidarti al di là della giungle della mente!
 
Tu non puoi dirigere i tuoi pensieri, non puoi fermarli con un atto di volontà diretto, pertanto non ha alcun senso che tu ti preoccupi per il loro scorrere confuso. La tua destinazione non è in un nuovo modo di pensare, che sarebbe solo un’ennesima forma di definizione e limitazione della vita, ma in una nuova dimensione e forma d’esistenza: la dimensione dell’essere. Essere significa sentire totalmente, direttamente e chiaramente ogni manifestazione della vita, significa fondersi e iniziare a far parte della vita. Essere non è pensare. Quando sarai, il pensiero diverrà unicamente uno strumento, un mezzo di comunicazione, di condivisione, ma la sostanza da cui attingerai sarà sempre e solo radicata nella dimensione dell’essere.
 
Come fare, ti starai chiedendo ora? Non devi fare nulla direttamente, devi agire unicamente in modo indiretto, passivo. La mente è un meccanismo, e come ogni meccanismo funziona solo sino a quando v’è un’energia che l’alimenta. Questa energia le viene dall’attenzione che noi le prestiamo, dal grado di coinvolgimento emotivo che noi veicoliamo all’interno dei suoi processi d’ideazione. Non coinvolgerti più, non aver paura di nulla, soprattutto della paura stessa.
 
Ci hai mai pensato? Il nostro problema più grande non è la paura. Una persona può avere paura e andare avanti ugualmente, fare le sue cose, accorgendosi poi, d’un tratto, che la paura non v’è più, che la paura era semplicemente una bolla di sapone del pensiero. I grossi problemi nascono quando non si vuole avere paura, quando, prima, si vuole vincere la paura e poi iniziare a fare le cose. I guai iniziano quando, prima, si vuole avere la chiarezza e poi compiere delle scelte. Agire in questo modo è la fine d’ogni possibilità di crescita e d’equilibrio. Agire in questo modo equivale alla totale paralisi dell’anima. Agire in questo modo significa aver iniziato ad avere paura della paura!! No!! Non è così che si può fare un salto oltre l’ignoranza, il dolore e la paura.
 
Vivi usando totalmente il tuoi sensi. Ascolta, odora, gusta, osserva tutto, sia dentro che fuori di te. Convoglia tutte le tue energie nella dimensione del sentire e lascia il tuo pensiero scorrere indifferentemente. Non coinvolgerti, e anche quando ti coinvolgi, cioè quando il pensiero riesce a manipolare il tuo spazio emotivo, osserva e ascolta anche questo fatto. Vivi la paura, la confusione, il dolore, l’eccitazione, la bramosia e ogni altra cosa come fossero semplici nuvole che passano nel tuo cielo interiore. Praticando questo atteggiamento alla vita con fiducia, costanza e totale intensità, vedrai che tutto rientrerà in un suo dolce e delicato equilibrio dal quale non potrai più essere rimossa.  
 
Mi chiedi: è giusto andare sino in fondo? Credi d‘avere ancora qualche possibilità di scelta? Se così pensi, ti sbagli! Non hai più alcuna scelta! Che altro potresti fare adesso? Ci si può ingannare solo sino a quando non si sa di vivere in un inganno, ma quando si inizia a sentire il suono della sveglia è difficile tornare a credere che la notte non sia già finita!
 
Un abbraccio.
Dadrim
 
Un saluto equilibrato a chi ama il disequilibrio PDF Stampa E-mail
Sulla spiritualità
Lunedì 01 Dicembre 2008 18:58
ViaggiatoreQualcuno ha scritto: Ciao Dadrim, non ti avevo mai sentito prima d' ora e questa è una di quelle piacevoli scoperte che la vita riserva a chi si ama e ha ancora voglia di stupirsi e imparare, o meglio di sperimentare direttamente e senza freni l' imprevedibilità di ciò che non esiste.
Paroloni a parte, ho letto con piacere che non sei mosso da nessun intento individuale e che vai predicando l'unica cosa effettivamente predicabile, ovvero il motto della vodafone (life is now) e non hai idea (fortunatamente) di quanto mi trovi d' accordo. In fondo poi.... vabbè, volevo semplicemente mandarti un saluto, purtroppo quello che scrivo, una volta scritto non rispecchia più nulla di reale,motivo per cui non riesco più ad interagire se non sotto altre modalità espressive, prevalentemente basate sul linguaggio verbale. Ma scrivere... che caos. Una foto comunque sarebbe peggio (o no?). Mi farebbe piacere incontrarti. Dio che bella l'impermanenza, l'instabilità nonchè il disequilibrio. Ciao Ragazzo. Auguri.
 
Dadrim ha risposto:
Caro R.,
ciò che non esiste non è imprevedibile ma semplicemente inesistente, pertanto ti auguro “di stupirti e d'imparare, o meglio, sperimentare senza freni” unicamente l'imprevedibilità della realtà, diversamente camminerai dritto verso la follia.
Sottolineo poi che le mie parole non sono una predicazione ma un semplice invito alla sperimentazione: non cerco di convincere nessuno ma invito chiunque a osservare con occhi limpidi la vita. Per quanto riguarda poi il tuo riferimento al motto della vodafone, colgo l’occasione per condividere la profonda tristezza che provo nel vedere come le parole più belle e vere vengano spesso utilizzate unicamente come mezzi per fini commerciali. Ricordi la pubblicità della telecom che usava Ghandi come oggetto veicolante del messaggio pubblicitario? Che falsità! Come se oggi non ci fossero persone della levatura spirituale del Mahatma. Celebriamo sempre i morti perché non possono più nuocere a nessuno, mentre i vivi li lapidiamo, emarginiamo, denigriamo, calunniamo…
Perché queste potenti compagnie non usano un po’ dei loro soldi per diffondere i messaggi spirituali di quei tanti grandi uomini che ancora popolano questa terra? Forse perché le loro parole farebbero diminuire il business dell’inutile e del superfluo!!
 
Per quanto concerne la tua domanda di poterci incontrare, attualmente incontro individualmente solo le persone con cui lavoro orami da molto tempo, ma forse un giorno le cose cambieranno.
 
P.S. Una foto?! E perché no? A volte un’immagine vale più di mille parole, soprattutto se v’è il nostro volto impresso!
 
Un saluto equilibrato a te, ragazzo che ama il disequilibrio!
Dadrim
 
Comunicazione, incomprensione e ignoranza PDF Stampa E-mail
Sull'amore e le relazioni
Sabato 22 Novembre 2008 20:48
ImageQuando noi uomini comunichiamo, in realtà non ci comprendiamo mai esattamente, anzi, il più delle volte ci fraintendiamo completamente. Proprio nel dirvi questo, per essere il più chiaro possibile ed evitare, così, fraintendimenti, cercherò di spiegare nel modo migliore ogni mia affermazione. Altrimenti queste stesse mie parole diverrebbero paradossale affermazione di quell’errore e inganno che vorrei eliminare.  
 
 
Ogni parola che usiamo, se riflettiamo bene, non può mai avere un significato identico per chi l'esprime e chi l'ascolta. Ad esempio, la parola “cane” nella mia mente fa riaffiorare delle particolari immagini, nella vostra sicuramente  altre. La parola cane, a livello logico, è un categoria universale. Il termine “cane” racchiude in sé l’idea astratta di tutti i cani esistenti al mondo. Pertanto se dico che vorrei comprare un cane, tutti comprenderebbero esattamente il senso della mia affermazione. Quando però uso un termine generico per definire qualcosa di specifico nascono mille problemi, sia per quanto riguarda la mia personale comprensione degli eventi che mi accadono, sia per quanto riguarda la possibilità di comunicare efficacemente con le persone che mi circondano.
 
Per esempio, quando dico di odiare i cani è molto probabile che stia creando un pensiero ingannevole capace di paralizzare il naturale processo di crescita e comprensione della mia consapevolezza. Perché odio i cani? Probabilmente perché, in passato, ho avuto delle esperienze poco piacevoli con alcuni cani. Questo però non significa che ogni cane sia uguale ai cani di cui ho fatto esperienza in passato. È quindi corretto affermare: io odio quei cani con cui sono entrato in contatto nel mio passato. Definire in modo corretto le nostre esperienze ci permette di comprendere meglio la realtà che ci circonda. Da questo esempio, infatti, si capisce facilmente come il dire “odio i cani” generi in me un atteggiamento di rifiuto verso ogni essere vivente che, a livello concettuale, rientra nella mia definizione di cane. Dire, invece, “odio quel cane che mi ha morso l’anno scorso”, mi pone nella condizione di fare nuove esperienze con tutti gli altri esseri viventi appartenenti alla specie dei cani.
 
Da quanto detto sinora dovrebbe risultare chiaro il danno enorme che portano le generalizzazione e tutte le definizioni affrettate e superficiali delle cose che spesso appiccichiamo alla realtà dei fatti.
Sostituiamo, ora, alla parola cane la parola musulmano, italiano, nomade, negro, slavo, ebreo, cattolico, ortodosso, comunista o altre simili per rilevanza. Credo risulti immediatamente comprensibile la pericolosità che si nascondono in un tale ignorante modo d’interpretare la vita che ci circonda.
 
I concetti, usati nel tentativo di comunicare e comprendere esperienze vissute, risultano mezzi poveri e inadeguati poiché empiricamente, esitenzialmente, realmente e umanamente non esiste nulla che possa essere racchiuso in una categoria di pensiero,  ma unicamente una serie infinita di esperienze diverse che ognuno di noi fa in continuazione.
 
Esiste pertanto una realtà empirica soggettiva (diversa per ogni individuo) e una realtà concettuale oggettiva (uguale per ogni persona). L’errore più grande nasce dal fatto che la realtà oggettiva del linguaggio viene superficialmente e stupidamente utilizzata per comunicare esperienze soggettive empiriche.
 
Immaginiamo quale difficoltà di comprensione è connaturata a termini come “mondo”, amore, fratellanza, libertà, verità, dio, democrazia, società, umanità, coscienza, anima, spiritualità: tutti nomi che racchiudono un’immane vastità di definizioni divergenti nel pensiero d’ogni uomo.

Potremmo perderci in una lunghissima disquisizione sull'imprecisione del linguaggio e sulle difficoltà che troviamo noi uomini nel cercare di comprenderci veramente, ma quanto detto credo possa bastare per rendere evidente l'importanza di chiarire il più precisamente possibile, a noi stessi e agli altri, la dimensione empirica soggettiva che risiede dietro il superficiale strato linguistico. Infine, altrettanto fondamentale è prestare totale attenzione a ciò che troppo facilmente diamo per scontato, compreso e certo.

Dadrim  
 
Tributo allo "Zarathustra" di F. Nietzsche PDF Stampa E-mail
Sulla spiritualità
Venerdì 21 Novembre 2008 01:36

Nietzsche"Così parlò Zarathustra" è un libro che ho amato moltissimo e che ritengo pregno di intuizioni illuminanti, per questo desidero condividere con voi, amici, compagni di viaggio e semplici passanti alcune brevi parole in proposito.

“Ma ditemi, fratelli, che cosa sa fare il bambino, che neppure il leone era in grado di fare? Perché il leone rapace deve diventare anche bambino? Il bambino è innocenza e oblio, un nuovo inizio, un gioco, una ruota ruotante da sola, un primo moto, un sacro dire sì. Sì, per il gioco della creazione, fratelli, occorre un sacro sì: ora lo spirito vuole la ‘sua’ volontà, lo spirito perduto per il mondo ora conquista per sé il ‘suo’ mondo.” 

Il bambino sa dire sì al gioco della creazione, afferma Zarathustra, ma qual è questo gioco, quali sono le sue regole, cosa spinge l’uomo ad attraversare il ponte che unisce l’animale al superuomo vivendo le tre metamorfosi? E’ la volontà di potenza, il desiderio di superare in continuazione se stesso.
  
“E questo segreto mi confidò la vita stessa: “Vedi, disse, io sono quella che sempre deve superare se stessa. Certo, voi chiamate ciò volontà di generare o istinto dello scopo, di ciò che è superiore, ulteriore, più vario: ma tutte queste cose sono una sola e un solo mistero. Preferisco perire che rinunciare a qust’una cosa; e veramente, dove si perisce e cadono le foglie, guarda, lì si sacrifica vita: per la potenza!(…) E anche tu, che segui la conoscenza, sei solo un sentiero e un orma della mia volontà: in verità, la mia volontà di potenza cammina anche con i piedi della tua volontà di verità!(…).”
(Dal libro "Così parlò Zarathustra", di F. Nietzsche)
   
Per rendere chiaro il ruolo che gioca, dal mio punto di vista, la volontà di potenza nello “Zarathustra”, vanno approfonditi alcuni punti. Zarathustra non concepisce l’esistenza come una totalità composta da infinite parti interconnesse, ma come un'unica, eterna, energia creativa. E’solo attraverso la mente, nello spettacolo del mondo fenomenico, che questa energia si mostra agli occhi dell’uomo sotto milioni di forme; solo all’interno delle dinamiche del mondo oggettivo si può parlare di parti e totalità reciprocamente interconnesse. Nella dimensione dell’essere, dove l’energia si mostra nella sua essenza, ogni forma di distinzione cade. E’ quindi fondamentale comprendere che il mondo dei fenomeni appare ingannevole agli occhi della consapevolezza mediata dai sensi e dalla mente, ma non lo è in sé. Tutto ciò che esiste fuori dal soggetto è sorretto  e composto dalla stessa energia che mantiene in vita il soggetto stesso. Portando un esempio si potrebbe dire che come il mare è salato in ogni suo punto, così l’esistenza pulsa della stessa energia in ogni luogo. Ma l’uomo, attraverso la mente, può solo vedere il moto ondoso delle acque; per comprenderne l’unità di base dovrebbe immergervisi. Il pensiero in questo caso è totalmente impotente. Il problema risiede quindi nel come l’uomo conosce, e non in cosa conosce. Per rendere ancor più chiara questa cosa, proviamo ad immaginare un individuo che sta osservando con un cannocchiale, da pochi metri di distanza, un enorme parete di specchio mentre alle sue spalle scorrono continuamente oggetti e persone.
Cosa potrà mai capire, di quel che realmente accade, se non  si volta guardando direttamente con i propri occhi? L’energia creativa, quindi, è l’unica realtà esistente, e si manifesta attraverso un continuo atto creativo, un eterno gioco senza fine, quel che Nietzsche chiama volontà di potenza.
Ora la figura del bambino acquisisce un maggiore significato, poiché l’esistenza, da quanto detto sin ora, sembra che non parli il linguaggio dell’uomo, ma sia molto più vicina all’animo di un fanciullo. Chi si pone domande come, perché la vita esiste o qual è il fine dell’esistenza, sta semplicemente dimostrando di essere ignorante sulla vita stessa. Solo per amor di discussione, si può osservare che nella domanda, perché la vita esiste, il verbo esistere potrebbe essere equiparato al verbo vivere, quindi si può riformulare la frase come: perché la vita vive. Già a questo punto, senza chiamare in gioco la dimensione dell’essere, ma rimanendo all’interno di un quadro concettuale puramente logico, si è al cospetto di una tautologia, che per sua natura è incapace di trasmettere alcun significato. Questo è un banale esempio che mostra come la mente possa facilmente cadere nella rete del linguaggio, perdendosi in un mondo astratto, inconsistente.
 - Volontà di verità - chiamate voi, saggissimi, ciò che vi spinge e vi appassiona? Volontà di rendere pensabile tutto ciò che è: così chiamo io la vostra volontà!(…) Questa è tutta la vostra volontà, saggissimi, come volontà di potenza; e anche quando parlate del bene e del male e dei giudizi di valore. Voi volete ancora creare il mondo davanti al quale potervi inginocchiare: questa è la vostra ultima speranza ed ebbrezza.”
(Dal libro "Così parlò Zarathustra", di F. Nietzsche)
Teorie, concetti, speculazioni metafisiche, sono tutti prodotti dell’intelletto umano che è solo una delle tante forme che l’energia creativa assume nel suo continuo gioco di trasformazione. Contraddizioni, tautologie, aporie, conflitti ad ogni livello, queste sono le conclusioni a cui perviene chi osserva, attraverso il ‘cannocchiale della mente’, le immagini che si proiettano sullo specchio, ignaro che alle sue spalle tutto scorre in perfetta armonia. E’ così che la vita si trasforma in un enigma da risolvere, e la volontà di potenza dell’individuo viene prosciugata in una ricerca detta verità. Ma non è forse anche questa stessa verità parte integrante di un colossale fraintendimento? E’ proprio il desiderio di risolvere la sciarada del mondo dei fenomeni che spinge gli esseri umani a erigere simulacri a cui potersi prostrare. È la transitorietà che domina il mondo della creazione che fa nascere nell’uomo il bisogno di valori assoluti, ma questi assoluti sono unicamente la prova tangibile di uno stato mentale confuso dell’individuo.
‘L’occhio della consapevolezza’, per poter penetrare il mistero della creazione, deve dirigersi verso la fonte da cui tutto affiora, deve osservare nell’uomo stesso, per ricongiungersi al punto in cui la suprema volontà di potenza si disperde lungo i molteplici sentieri della mente umana. Non è il desiderio di conoscere e sperimentare che deve essere annullato, ma è la rotta che percorre che va abbandonata, per iniziare una seconda navigazione, un viaggio alla riscoperta della sorgente da cui esso stesso proviene.
Rivoltarsi contro il proprio desiderio è un atto suicida, poiché è la vita stessa che attraverso l’uomo crea nuovi spettacoli di forme e colori sul palcoscenico del mondo.
“(…)io sono quella che sempre deve superare se stessa. Certo, voi chiamate ciò volontà di generare o istinto dello scopo, di ciò che è superiore, ulteriore, più vario: ma tutte queste cose sono una sola e un solo mistero.”
(Dal libro "Così parlò Zarathustra", di F. Nietzsche)
Scopo, meta, fine, sono tutti termini che fanno parte della dimensione della mente. L’esistenza non parla questo linguaggio, la vita è più simile al mondo della poesia, dell’arte. E’ solo l’uomo che, sradicato dall’esistenza, continua ad oscillare tra i fantasmi del passato e del futuro. Scrutando attraverso il suo cannocchiale vede le forme sorgere e poi svanire, in lui nasce così l’idea della morte, del tempo che scorre inesorabile, e tutto ciò che ha sperimentato ‘ieri’ lo chiama “io”, un groviglio di ricordi confusi ed evanescenti, mentre tutto ciò che sarà domani lo chiama speranza, desiderio, scopo. Ma l’energia che pulsa e vibra nell’universo non conosce nient’altro che l’istante, l’eterno presente, l’attimo fuori dal tempo e lo spazio in cui l’infinito converge manifestando la sua enorme potenza creativa, generando ciò che è sempre nuovo.
Dadrim
 
L'amore incondizionato: il miracolo più grande PDF Stampa E-mail
Sull'amore e le relazioni
Mercoledì 19 Novembre 2008 14:22
L'amore incondizionatoL'ego nasce quando la coscienza inizia a muoversi verso il mondo della creazione, perpetrando le spinte istintuali dettate dalla volontà di sopravvivenza.
L'ego è una struttura auto-difensiva eretta nei confronti del mondo esterno, generata durante il primo stadio evolutivo.
L'individuo per conoscersi deve inevitabilmente perdersi nelle forme della creazione, patire la sofferenza della perdita di se stesso, sino ad anelare successivamente la riscoperta di se stesso.
Così stanno le cose per loro stessa natura: il gioco della vita si fonda sulla necessità di perdersi per poi ritrovarsi. L'estasi si può volere solo dopo aver sperimentato la sofferenza.
Dio può gioire di se stesso solo dopo aver dimenticato e rievocato la sua natura divina.
V’è, pertanto, un dolore necessario al ricordo di sè e un dolore reiterante, malato, connaturato alla struttura dell'ego.
La mente cerca di capire, cambiare, manipolare la realtà.
Quanto sono superflui i nostri perché, quanto sono infantili le nostre domande.
Ora c'è dolore, sofferenza, paura: desistiamo da ogni tentativo di capirli e spiegarli.
Tutto ciò serve solo a distorcere la reale comprensione dei fenomeni per tentare di controllarli e manipolarli secondo il nostro desiderio di sicurezza. Queste sono solo le dinamiche auto-protettive dell'ego.
Immobili, restiamo nel presente, seduti nel cuore del nostro dolore, e lasciamo che da solo si racconti.
Stando alla sua presenza, senza manipolarlo, come ghiaccio al sole si dissolve svelando la sua origine inconsistente e svelandoci il silenzio che nasconde al suo interno.
Voler capire equivale a fuggire.
Vedere è tutt'altra cosa: vedere è comprendere istantaneamente oltre il tempo.
Usiamo il pensiero perché non riusciamo a reggere la realtà di ciò che accade.
In ogni evento i vecchi schemi della mente s'insinuano come un virus, deformando la visione totale e chiara delle cose.
La visione giunge come un lampo che squarcia le tenebre, non si può causare, può solamente accadere, e noi possiamo unicamente preparare lo spazio dove questo fenomeno può avvenire.
Tutto ciò che è volontariamente causato è vincolato alle dinamiche di causa ed effetto.
Tutto ciò che è sotto il dominio di tale legge non conosce libertà alcuna e ruota all'interno di meccanismi prestabiliti, ordinati nel mondo temporale.
La mente ordinaria lavora applicando tali dinamiche. Si può forse affermare che senza la mente comune quest'universo non conoscerebbe nulla come il tempo e i processi consequenziali.
La sofferenza sotto una certa prospettiva è, pertanto, una sorta di benedizione.
L'intelligenza creativa, imbrigliata nelle anguste celle del pensiero reiterante, soffre e si contorce. La sofferenza diviene così un potente richiamo ad una dimensione di libertà e creatività ora dimenticata.
L'intelligenza non sta nel pensiero logico, discorsivo, sillogistico, causale, mnemonico, temporale, ma vive oltre tutto questo.
L'intelligenza creativa è intuitiva, esplosiva, diretta, non causata, auto-generata, a-temporale, a-spaziale, vivifica e vivificante.
Il pensiero logico, se si esplica nella sua massima estensione, può unicamente giungere a un’auto-sospensione.
Un pensiero perfetto può unicamente auto-terminarsi, come tutto ciò che giunge a perfezione, perchè tutto ciò che è limitato, prima o poi, giungerà al suo apogeo, alla sua morte e dissoluzione.
Ciò che è illimitato non conosce il senso del termine perfezione, o forse, l'illimitato è imperfezione perfetta, continua trascendenza, ma queste rimangono solo vuote parole se il nostro desiderio di verità e libertà non si sposta dal piano del pensiero al piano dell’azione totale. Sediamo quindi in silenzio e in attenta e passiva osservazione del mondo che ci circonda e compenetra. Diveniamo scienziati di noi stessi. Trasformiamo la nostra stessa vita in un laboratorio di ricerca!!
Il dolore viene neutrale, può distruggere o rigenerare, può condurre alla fioritura dell'intelligenza creativa o spingere in un ancor più profondo sepolcro di memorie.
La comprensione può determinare la modificazione dei nostri stati emotivi e comportamentali unicamente se è esercizio della totalità del nostro Essere.
Una cosa, anche se capita, non vuol dire che sia stata compresa e assimilata.( Quante persone capiscono che il fumo uccide, ma non per questo smettono. Comprendere che il fumo uccide significa vedere istantaneamente e totalmente, nell’azione di fumare, l’idiozia di un fatto mortale in atto e non in potenza)
La comprensione è contemporanea al mutamento. Il mutamento è l’ombra della comprensione, ma la comprensione, ripeto, non è un azione dell’intelletto, ma un fenomeno di percezione totale della nostra coscienza!
Comprendo e immediatamente agisco di conseguenza.
La comprensione parte dal centro e ordina la periferia con un atto totale.
Il pensiero, che equivale al capire, parte dalla periferia per giungere al centro, ed e sempre un movimento limitato, ponderato, causale, temporale, incapace di penetrare nei recessi dell’animo umano.
Il pensiero discorsivo, nella sua migliore espressione, può unicamente riflettere se stesso e disquisire su se stesso, giungendo così ad intuire la propria intrinseca finitudine, lasciando, di conseguenza, spazio all’espansione della comprensione, dove, finalmente, l'Essere, non più ostacolato dalle barriere dei processi temporali del pensiero, può diffondere la propria luce nel mondo interiore del soggetto.
Questo è il punto in cui muore il vecchio uomo e nasce l’uomo nuovo.
Per questo in oriente si dice che una persona realizzata è un uomo nato due volte.
I discorsi sulla realtà ultima non vanno solo capiti, ma bevuti, mangiati, digeriti, letti e riletti, sino a quando, oltre le parole, s'inizia a sentire e intravedere uno spazio vivifico non più semplicemente intellettuale.
Il pensiero discorsivo si dissolve lungo il suo stesso tragitto verso la comprensione, sino ad auto sospendersi, o meglio, sino a svincolarsi dalle pastoie delle spinte fallaci del desiderio.
L'essere umano nasce con cinque sensi rivolti unicamente verso il mondo esterno e la peculiare caratteristica di non poter sopravvivere autonomamente.
Con tali premesse l'infante sviluppa, sin dai primissimi momenti di vita, un bisogno nei confronti degli elementi esterni a sé pari alla percezione della possibilità di perire per la mancata saturazione e risposta alle necessità primarie.
Vi sono necessità fisiche e La Necessità Esserica.
Le necessita fisiche riguardano la protezione dell'organismo: la nutrizione, la protezione dai pericoli esterni...
La necessità Esserica riguarda il bisogno d’attenzione incondizionata per la totalità dell'individuo.
Attenzione incondizionata per la totalità di un individuo è, a mio avviso, la definizione più corretta della parola amore!
Le necessità fisiche sono subordinate all'Esserica.
La mancata risposta a tali condizioni s'imprime nella memoria del soggetto divenendo un dato stabile nel suo spazio coscienziale.
Tale dato sarà fatto riemergere dal soggetto in ogni situazione anche solo vagamente simile alle circostanze della prima impressione.
I vecchi elementi esperienziali acquisiti vengono, così, continuamente sovrapposti alle nuove situazioni esistenziali: questa è la continua reiterazione del passato a discapito del presente, effetto dell'unione d'istinto di conservazione e della possibilità di immagazzinare eventi nella memoria e combinarli, poi, tramite la facoltà associativa dell’intelletto.
Tutto ciò determina uno squilibrato sviluppo della personalità all’interno d’un sistema autodifensivo, reiterante, per nulla adeguato alle reali condizioni e sfide ambientali.
L'identificazione tra il soggetto e i fenomeni a lui esterni (oggetti, persone, comportamenti, pensieri, reazioni emotive di chi lo circonda)  sorge quando l'energia dell'individuo si muove verso il mondo esterno prendendo le forme del desiderio.
Il desiderio è sempre in relazione a qualcosa. Quando questo qualcosa assume maggior valore del soggetto desiderante, si ha il fenomeno dell'identificazione.
Un desiderio assume maggior valore del soggetto quando la mancata soddisfazione di quel desiderio viene percepita dall’individuo come potenzialmente mortale.
Ciò significa che, se durante l’infanzia e la preadolescenza, il bambino non trova adeguate risposte ai suoi due principali bisogni vitali (l’amore incondizionato e i bisogni primari dell’organismo), molto probabilmente, quando diverrà adulto sarà spinto da una paura inconscia a procurarsi in modo ossessivo e compulsivo quei bisogni che non sono stati adeguatamente corrisposti in precedenza.
Va sottolineata una cosa d’importanza capitale: i bisogni dell’organismo dovranno sempre essere appagati dal mondo esterno, per il semplice fatto che il corpo umano è un fenomeno che vive in una dimensione d’interdipendenza organica con l’ambiente esterno (il cielo mi da l’acqua e il sole, la terra mi da i sui frutti, ed io partecipo, nelle forme e i modi connaturati alla mia specie, all’equilibrio della natura), ma il bisogno d’amore incondizionato, che il bambino necessita sin dal primo istante, se appagato, muta in una capacità d’amare, a sua volta, incondizionatamente.
Questo credo sia il miracolo più grande della vita, la massima libertà e grandezza che l’esistenza ci ha concesso, pertanto tengo a ribadire questa mia assoluta certezza. Se un bambino cresce in una dimensione relazionale d’amore incondizionato, il suo bisogno di ricevere amore, quanto viene appagato, tanto si trasforma in una capacità attiva d’amare incondizionatamente. L’animo umano nasce bisognoso di scoprire la dimensione dell’amore, ma quando ne vive la realtà, esso stesso ne diviene incorruttibile portatore, custode e testimone!!
Coloro che non crescono in una dimensione d’amore, vagano spesso per tutta la vita alla ricerca di qualcuno che possa appagare questo loro bisogno negato, ma veramente poche sono le persone che hanno visto corrisposto questo loro bisogno, pertanto le relazioni fra gli uomini si tramutano in un’elemosina fra mendicanti.
Vi sono solo due vie d’uscita da questa triste condizione che sembra affliggere la maggior parte dell’umanità. Una è la più rare, trovare cioè qualcuno che sia capace di donarci quel che non abbiamo mai ricevuto, e cioè uno specchio limpido ove la nostra natura più segreta possa essere riflessa e finalmente svelata a noi stessi.
L’altra è la via della ricerca personale, dove autonomamente cerchiamo di ripulire la nostra coscienza dalle ferite di un amore mancato, sino a farla divenire essa stessa quello specchio limpido capace di svelarci la nostra vera identità.
Dadrim  
 
Essere genitore è la prova più grande! PDF Stampa E-mail
Sull'educazione e i figli
Mercoledì 19 Novembre 2008 12:22
GenitoreQualcuno ha chiesto: “Mia figlia sta passando un periodo di tremenda crisi, ed io e mio marito, invece di avvicinarci sempre più ed essere forti, litighiamo in continuazione. Non so più che fare. A volte mi sento così sola e impotente, che l’unica cosa che riesco a fare è piangere per delle ore.
Caro Dadrim, potresti darmi un consiglio per uscire da questa situazione orribile. Grazie mille”.
 
Dadrim ha risposto: “Vorrei riportarti, a grandi linee, un dialogo che ebbi il piacere di sentire qualche anno fa, in una particolare situazione, fra due persone che reputo molto speciali.
Le loro parole furono più o meno queste…
 
<<Lei: “Come sta nostra figlia Lisa?”
 
Lui: “La vedo molto confusa, sta passando un periodo veramente difficile! Amore mio, perché le cose vanno così? Abbiamo speso tutta la nostra vita per trovare uno spiraglio di luce che non potesse essere spento dal dolore e dalla paura, e proprio quando mi sembra d’averlo trovato mi accorgo di non poterlo donare alle persone che più amo: i nostri figli! Ti ricordi quanto ne parlammo prima che Lisa nascesse? Passavamo notti intere a immaginare cosa avremmo fatto per i nostri bambini, come ci saremmo comportati, tutto ciò che non avremmo mai dovuto fare e ciò che invece avremmo dovuto fare. Abbiamo provato a dargli tutto l’amore possibile per farli crescere sereni e forti nell’anima. Ma già allora sapevamo che nulla e nessuno avrebbero potuto vivere il dolore e gli errori al posto loro. Ci ripetevamo che ogni creatura viene al mondo per scoprire e sperimentare il mistero che si nasconde in questa meravigliosa e difficile esistenza, ma che in questo suo viaggio è costantemente esposta alla morte e al dolore, e chiunque tenti di proteggerla dalle insidie di questa avventura, la protegge anche dalla stessa vita, privandola, così, della possibilità di crescere libera e di sviluppare la propria forza e intelligenza.
 
Queste parole sono assolutamente vere, ma siano a quando non ami profondamente qualcuno non puoi comprendere quale immensa prova sia farle divenire realtà! Per me essere genitore è la prova più grande che la vita mi abbia riservato, ed io non ho mai pensato di poterne essere all’altezza”.
 
Lei: “È proprio per questo che sei un padre meraviglioso. Non farti prendere dallo sconforto proprio quando non v’è alcun motivo. Lisa supererà benissimo anche questa fase. Quante volte ti ho sentito dire che il valore di una persona non sta nel sentiero sul quale cammina, ma nella lezione che apprende durante il viaggio che la vita gli riserba. Lascia quindi che la vita faccia il suo corso e smettila di tormentarti inutilmente!
 
Alla fine del breve dialogo la donna si alzo dalla sedia e andò a chinarsi di fronte al suo uomo. Lo guardò per dei lunghi secondi, immobile, senza batter ciglio, quasi severa, poi strinse la sua mano e gli sussurrò all’orecchio: “Lo vedi ancora?”.  “Si!”, rispose lui. “È dove è sempre stato. Dove l’ho visto per la prima volta: riflesso nei tuoi occhi”. “Allora non abbiamo nulla da temere”, concluse lei.>>
 
Tornando alla tua domanda, tu e tuo marito riuscite a guardarvi per dei lunghi secondi negli occhi?
Se la risposta dovesse esser no, come credo, riesci almeno a guardare tua figlia in questo modo? Se anche questa risposta dovesse essere no, riesci a guardare te stessa?
 

Quando impariamo a guardare, ad ascoltare e comprendere, senza giudicare e pretendere, le cose cambiano da sole! Ma per fare questo dobbiamo trovare il coraggio e la forza di stare uno di fronte all'altro, "nudi" e senza difese.

 

"Per me essere genitore è la prova più grande che la vita mi abbia riservato, ed io non ho mai pensato di poterne essere all’altezza...  È proprio per questo che sei un padre meraviglioso!".

 
Non ho altro consiglio.
 
 
Dadrim
 
L'unico luogo del cambiamento è dentro di te PDF Stampa E-mail
Sulla spiritualità
Venerdì 14 Novembre 2008 13:35
(Frammento di dialogo fra amici)
ViaggioFrancesco: “È un po’ di tempo che le cose non vanno più bene. Non mi sento sereno, sono sempre nervoso, perennemente insoddisfatto di quel che faccio, del mio lavoro, della mia vita sentimentale, di tutto. E la cosa peggiore è che non so nemmeno il perché. Guadagno bene, ho una donna che dice di amarmi, che mi vorrebbe sposare, ho buoni amici, eppure mi sembra di non essere minimamente interessato a tutto questo, mi sembra di essere spento dentro. Sempre le stesse giornate, gli stessi gesti, gli stessi pensieri, la stessa banca in cui lavoro. Ho trent’anni, e da qui alla fine dei miei giorni vedo tutto uguale, tutto identico. Vorrei partire per un viaggio in America forse potrebbe cambiare qualcosa.”
 
Dadrim: “E cosa c’è in America che potrebbe tirarti fuori da questa situazione?”
 
Francesco: “Non lo so bene, ma credo che se mi scrollassi di dosso questa città, la sua gente, il suo modo di vivere banale e inutile, forse ritroverei energie, voglia di vivere.”
 
Dadrim: “Perché? Pensi che gli altri possano toglierti la voglia di vivere? Se la tua felicità nascesse da le persone che ti circondano, in ogni momento potresti perderla, perché le persone che ti circondano possono in ogni momento morire, partire, rifiutarti, lasciarti; non credi sia così?”
 
Francesco: “Hai ragione, lo so. Ma guarda cosa abbiamo qui attorno. Alla sera, quando sono le nove, la città è deserta, gli unici viali che non dormono mai sono quelli della statale per Verona dove abbiamo papponi, prostitute, lap-dance ad ogni angolo, club per scambi di coppie. Sembra una città per maniaci sessuali, altro che la città del Palladio, tra un po’ trasformeranno anche la Rotonda in un locale notturno.
 
Dadrim: “Hei Frà, se continui così ti verrà un brutto male. Liberati da questa rabbia e da questa insoddisfazione, ti prego. Cosa ti è successo? La terra ha sempre un lato in ombra e un lato illuminato. Ma la tua terra sembra non giri più, e tu sembri aver deciso di vivere dove la luce non arriva.  Non dico che ciò che mi racconti non sia vero, ma questa è solo una parte della realtà, e poi cosa credi che succeda se vai a New York? Credi che sia diverso là? Forse è anche peggio. Pensi che nel mondo ci siano delle oasi felici dove puoi andare a rifugiarti? L’oriente magari? L’india? Vuoi andare a trovare te stesso da qualche santone? Vai pure se vuoi, ma ricordati di farti tutti i vaccini se non vuoi morire bevendo un tè, e di non uscire dai tragitti per turisti, altrimenti potresti sentirti molto peggio di quando esci qui per andare in centro, dove ti irriti perché tutti sono a letto aspettando un’altra dura giornata di lavoro. Cerca di capire quel che voglio dirti: per me puoi andare in giro per tutto il mondo, non è questo il problema, ma se parti per sfuggire dalla tua povertà interiore, non esiste posto al mondo che possa colmare il tuo vuoto. La tua casa sei tu e nessun altro, tanto meno una città, una nazione o una vallata. Ma dire le cose serve a poco, e so che ognuno deve comprenderle di persona, quindi, forse, dovresti partire e vedere con i tuoi occhi. Io non voglio fare l’uccello del malaugurio, ma se parti con questi presupposti ha ragione Cristina: prima parti e prima torni. Spero che a quel punto tornerai avendo capito almeno una cosa: ovunque tu vada la tua miseria verrà con te perché non sono i posti a cambiarci, ma siamo noi che, quando cambiamo, vediamo ogni luogo differente, fossimo anche all’inferno!”
 
Vicenza e la questione No Dal Molin PDF Stampa E-mail
Pubblicazioni varie
Giovedì 13 Novembre 2008 12:24
Vicenza è la città dove sono nato e cresciuto. Vicenza è una città che si sta lentamente degradando. La maggior parte dei suoi cittadini rimane in silenzio, dando così il suo tacito consenso, perchè ancora troppo gonfie sono le loro tasche. Non si rendono minimamente conto di quale fardello stiamo lasciando sulle spalle dei nostri figli. Ma il giorno in cui i bambini di oggi, con volti maturi, chiederanno ai loro padri e alle loro madri: "a cosa pensavate quando ci stavate preparando il terreno del nostro domani", quanti di noi avranno il coraggio di dire la verità? Quanti di noi avranno il coraggio di dire:"pensavamo solo ai nostri interessi personali e non sapevamo distinguere l'amore dall'odio, il vero dal falso?  Franca Rame e Dario Fò     
 
Libertà, democrazia, politica, ideologie e follia PDF Stampa E-mail
Storie e racconti
Venerdì 07 Novembre 2008 23:27
PrigioneVorrei raccontarvi una storia, la storia di una società che si crede libera nonostante viva in una prigione.
Questa è la storia di un vecchio e di una bambina che si incontrano in una prigione.
 
Questa storia inizia così…
 
Dei giovani si risvegliano misteriosamente fra le mura di un carcere, completamente privi di memoria. Inizialmente tutto gli appare strano, confuso, ma dopo poco tempo capiscono che l’unica possibilità che hanno per sopravvivere è cercare di adattarsi alla situazione per tentare, solo poi, di capire quel che è successo. Dopo aver preso un po’ di confidenza con il luogo e le persone, vengono a sapere che fra i detenuti si tramandano storie su alcuni prigionieri evasi grazie alla scoperta di una via di fuga. I prigionieri più anziani sostengono però che queste storie sono solo leggende che passano di bocca in bocca da tempi immemori. Prova né è il fatto, dicono, che da quando loro sono rinchiusi lì dentro nessuno è mai evaso, e nemmeno i vecchi prigionieri, ormai morti da tempo, dissero di aver conosciuto personalmente un solo uomo riuscito a fuggire.
Dopo aver ascoltato queste parole, fra i nuovi arrivati nascono differenti opinioni in proposito. Per qualcuno i vecchi devono aver ragione: queste storie sono solo dei miti creati per sopportare meglio una condizione difficile. Per altri, il fatto che i detenuti più anziani non abbiano mai conosciuto nessun evaso non significa che effettivamente nessuno sia mai riuscito a fuggire, pertanto potrebbe anche esistere una via di fuga.
Nel frattempo i mesi trascorrono e, vivendo fra le mura della prigione, i nostri giovani iniziano ad accorgersi delle spaventose disuguaglianze e violenze che i detenuti sono costretti a subire o che essi stessi si infliggono. Un giorno, mandati a risistemare delle stanze del terzo piano dell’edificio carcerario, sentono delle grida terrificanti provenire dal fondo di un corridoio. Accorrono immediatamente per vedere cosa stia accadendo, e attraverso le strette inferiate della porta blindata riescono ad intravedere una moltitudine di prigionieri ammassati in un’immensa celle maleodorante. Un uomo emaciato e sudicio si avvicina alla feritoia e con un filo di voce racconta: “Veniamo lasciati senza cibo e con pochissima acqua per giorni, veniamo costretti a lavorare anche diciotto ore al giorno per produrre cose che serviranno poi ad altri, e se non ubbidiamo ci lasciano qui a morire di stenti”.
Indignati e allo stesso tempo impauriti, i giovani decidono che qualcosa deve essere fatto, qualcuno deve fermare questa follia: serve una rivoluzione. Ma non sanno da dove iniziare e non conoscono ancora bene le cause e i meccanismi di tutto ciò.  Dopo questo primo sconvolgente incontro, il gruppo  viene mandato a svolgere altri lavori al primo piano del penitenziario, dove scoprono, con immenso stupore, che lì i prigionieri hanno a disposizione immense stanze sfarzose, oggetti di lusso, beni d’ogni sorta, e per di più sono liberi di muoversi quasi ovunque all’interno della struttura. Scoprono poi che questi uomini consumano tutto ciò che i prigionieri del secondo e del terzo piano  producono, ma nonostante ciò sono costantemente in lotta fra loro per cercare di accaparrarsi ogni cosa.  In tutta questa follia i secondini svolgono la funzione di controllori facendo in modo che tutto ciò si svolga entro i limiti e nei modi che i direttori hanno stabilito. Anche i secondini hanno grande libertà di movimento e un certo potere, ma i nostri malcapitati vengono a sapere che nemmeno questi sono mai usciti dalla prigione. Infine scoprono che il carcere non è governato da una sola persona, ma da più individui che esercitano il loro potere rispettivamente in diversi settori del penitenziario. Ogni direttore comanda un gruppo fedele di guardie che risponde unicamente ai sui comandi, e un altrettanto folto gruppo di prigionieri. Alcuni direttori raggiungono la loro posizione per autoproclamazione, grazie a gruppi di detenuti istigati a ribellarsi all’ordine precostituito e/o con l’appoggio di guardie persuase e ispirate dalla loro arte retorica. Altri accedono alla loro carica tramite elezioni, dette libere, nelle quali un discreto numero di prigionieri e guardie sceglie fra una rosa di nomi che vengono loro imposti dal precedente direttore e dai suo collaboratori più vicini. I nostri giovani scoprono in fine, con sommo sgomento, che nemmeno i direttori sono mai usciti dalla prigione, anzi, sono fra quelli più inconsapevoli del fatto che tutto ciò che avviene accade fra delle alte e spesse mura. 
Dopo aver visto e compreso tutto ciò, il pensiero della necessità di agire in qualche modo cresce sempre più fra i giovani, iniziano così ad aprirsi accesi dibattiti. Sono tutti d’accordo sul fatto che la situazione sia insostenibile, ma ognuno crede che si possa risolvere in un modo differente.
Qualcuno vuole attuare una rivolta e sovvertire l’ordine precostituito per portare benessere e uguaglianza a tutti. Chi sostiene questa tesi afferma: “Dobbiamo avere il controllo più totale su ogni cosa e persona. Quando avremo il comando assoluto potremo dividere equamente tutto, in modo che nessuno abbia di più o di meno. Solo così potremo fermare questa vergognosa disparità di trattamento, solo così potremo domare la folle logica di dominio e sfruttamento che regna in questo luogo”.
Qualcun’altro suggerisce che potrebbero semplicemente cercare di fare in modo che le regole della produzione e dello scambio delle merci  e dei beni prodotti divengano libere, consentendo così pari opportunità d’iniziativa per tutti.
Qualcuno infine sostiene di voler eliminare tutti i vertici del potere per potersi porre personalmente alla guida e al comando. Afferma che solo quando un uomo forte e carismatico ottiene l’assoluto controllo della situazione, la giustizia e la libertà possono divenire il bene di tutti.
 
Quando ormai questi discorsi stanno per degenerare in una zuffa collettiva, un vecchio detenuto, da tutti chiamato “Il Matto”, interviene dicendo: “Siete qui da così poco tempo e già vi siete lasciati ingannare dalle ombre del potere. Vi siete già perduti fra le mille lotte che accadono in questo pollaio. Avete già assimilato il comportamento e il pensiero di tutti coloro che vivono qui da sempre, dimenticando che l’unico sforzo per cui valga la pena spendere energie consiste nel tentare di scoprire se esista o meno una via di fuga. Vi rendete conto che dopo un così breve tempo vi siete già scordati d’essere in una prigione, e che per quanto tentiate di sistemare le cose qui dentro rimarrete ugualmente confinati fra quattro mura? Ormai ho visto accadere milioni di rivolte, ho ascoltato migliaia d’ideologie, filosofie, teorie, e non sono mai servite a nulla. Ho visto
salire al potere spietati dittatori, volenterosi riformatori, ipocriti presidenti, illuminati legislatori, pagliacci e giullari, ma non è mai servito a nulla.
Ho sentito qualcuno di voi dire che si potrebbe sovvertire l’ordine attuale per instaurare una sorta di totale condivisione dei beni e dei valori. Ma questo stato sociale com'è attuabile se tutt’intorno a voi vivono e crescono uomini desiderosi di potere e controllo? Ci vorrebbe un governo capace di controllare in continuazione che nessun ricominci ad accaparrarsi potere e privilegi più di altri. Per fare ciò un governante dovrebbe quindi tenere costantemente sotto controllo tutto e tutti, reprimendo nel sangue, immediatamente, ogni forma di ribellione. Ma a chi affidereste serenamente un potere così grande? Credete forse che vi siano uomini migliori di altri, capaci di non abusare mai dell’immenso potere che avrebbero fra le mani? Ho sentito dire molte volte, poi, che il potere corrompe, ma vi assicuro che non è così. Credo, più che altro, che il potere corrompa chi porta già in sé i semi della corruzione. Spesso, però, scopriamo l’animo di un uomo solo quando questo può esercitare una qualche forma di potere. Il potere è, pertanto, solo una specie di riflettore che mette in evidenza ciò che persino a noi stessi è sconosciuto. Il potere è energia, e come ogni forma d’energia non è ne buono ne cattivo, tutto sta in ciò che noi ne facciamo, in come la utilizziamo. Ma voi credete che vi siano uomini coscienti di quali semi stiano silenti nei loro cuori pronti per sbocciare? Siete così illusi da ritenere di conoscervi abbastanza e di potervi fidare di voi stessi?
 
Ho sentito poi qualcuno sostenere che basterebbe offrire a tutti una qualche possibilità d’iniziativa. Ma non credete che anche in questo caso avremmo una serie di disuguaglianze sociali che facilmente sfocerebbero in un conflitto? Non credete che i più astuti e forti tenterebbero sempre e comunque di dominare i più deboli e ingenui? Voi potreste anche dirmi che se tutti partecipassero con il loro voto all’elezione di coloro che poi dovrebbero regolamentare il gioco all’interno dei criteri più diffusi di giusto e sbagliato, morale e immorale, legale e illegale, potremmo ottenere un discreto equilibrio sociale. Mio dio, forse, ora come ora, non possiamo aspettarci di più, ed è anche quello che in una discreta parte di questa prigione sta avvenendo. Ma non vedete come ben poco sia cambiato, e come si sia solo ottenuto che il gioco vada, via via, complicandosi ed esasperandosi?
 
I poteri che cercano di avere il controllo e il dominio non sono svaniti ma si sono solo fatti più sofisticati e occulti, e quando un potere agisce sotterraneo può divenire ben più pericoloso di una vecchia, quanto ormai banale, dittatura. Le dittature d’un tempo esercitavano un controllo grezzo attraverso la repressione fisica, grazie alla maggiore potenza che gli apparati di polizia e militari avevano nei confronti dei vari gruppi antagonisti al potere, ma ora non è più così. Dietro a paroloni roboanti si nascondono ben più delicate e perfezionate forme di controllo. Dietro tutto questo cianciare di libertà ed uguaglianza si nasconde un controllo della mente, esercitato grazie alla pressione emotiva, alla distorsione dei fatti e allo stravolgimento del significato delle parole. Amici miei, siamo al cospetto di una ben più pericolosa dittatura mascherata dietro le sembianze di un agnellino. Non capite che gli uomini sono sempre gli stessi, e che se non cambia l’animo umano, la sua educazione e le forme della sua cultura, non cambierà mai nulla?
L’unico modo che ha il potere per governare e limitare la libertà dell’individuo e riuscire a paralizzare il libero pensiero e l’autonomo giudizio. Chi agisce solo, libero nel cuore e nella mente, privo di paura, non può essere manipolato, controllato, spinto a procurare il male d’altri per l’interesse di qualcuno. L’uomo che cammina sicuro e solitario è una forza che contagia del suo spirito tutti coloro che incontra, ma non per imposizione, ne per persuasione, ma semplicemente grazie a quell’innata e spontanea capacità di riconoscere il Vero che in ognuno di noi riposa. Questa è la più potente e sconcertante ribellione che sta per accadere. I tempi sono maturi, gli uomini sono ormai sufficientemente disillusi e nauseati da tutto il falso che si sono costruiti attorno.
Quando non vedrete più nessuno salire su di un palco e gridare a folle osannanti, ma troverete solo individui seduti in cerchio conversare acutamente, prendendosi lunghe pause di riflessione per ogni dubbia questione, allora potremmo dire d’esser degni di quella parola così impunemente pronunciata, perché solo allora potremo dire che il tempo dell’Essere Umano è venuto.
      
A questo punto, uno dei giovani prigioniere interrompe bruscamente il vecchio  affermando: “Quel che tu stai dicendo non ha alcun senso. Non esiste nessun fuori da qui e nessuna libertà, se non quella che possiamo conquistarci qui dentro. Nessuno ha mai visto cosa c’è oltre queste mura, nessuno è mai uscito da qui, nemmeno i direttori e i secondini. Sono ormai convinto che questa storia della libertà sia tutta una menzogna inventata da coloro che non sanno come sopravvivere a questo gioco”. Dopo aver ascoltato attentamente queste parole il vecchio Matto risponde: “So che molti di quelli che sono qui dentro da più tempo hanno addirittura eretto statue con i volti di quei pochi che si dice siano stati capaci di evadere. Hanno anche eretto dei templi in loro onore, ove predicano e profetizzano che un giorno torneranno per liberarci tutti. Ma se ora ti dicessi che io esco e rientro da qui quando e come voglio, tu cosa mi risponderesti? Se ti dicessi che tutto ciò che vedi non è come tu ora lo credi?”. Il giovane ridendo a crepapelle risponde: “Ora capisco perché ti chiamano il matto: vecchio rimbambito che non sei altro!”. Il vecchietto, senza un’ombra di risentimento sul volto replica: “Posso anche dirti di più. Io parlo con voi solo per vedere se v’è qualcuno pronto a seguirmi, non ho altri fini”. Il giovane, spiazzato da tanta risolutezza, riprende il dialogo con parole nuove: “Ma dov’è questa uscita di cui parli, e cosa m’attende otre i cancelli? Io non ne posso più di quel che accade qui dentro, ma se ciò che esiste fuori fosse anche peggio di quel che ho conosciuto qui? Chi mi assicura che tu non stai solo cercando di ingannarmi?”. A questo punto una ragazzina spunta dal fondo del gruppo e guardando dritta negli occhi del vecchio, con voce esile e dolce dice: “Io ti credo perché non vedo alcun senso in tutto ciò che questi uomini combinano qui. Nessuno vuole giocare con me, nessuno ride più. Sino a poco tempo fa trascorrevo le mia giornate in compagnia di alcuni bambini, ed eravamo sereni, ma ormai anche loro hanno iniziando a parlare delle stesse cose di cui parlano questi noiosi signori qui. Da allora non ridono più, non giocano più, non scherzano più. Dimmi sola una cosa, nonnino matto. Si può giocare in quel posto da cui tu dici di venire? E la gente ride o è triste come qua?”. Il vecchio, a questo punto, con le lacrime agli occhi risponde: “Piccola mia, nel posto in cui ora noi andremo l’unica cosa  che si farà per tutto il tempo sarà ridere e giocare, perché in quel luogo la gente non ha mai smesso di amare”. A questo punto la ragazzina, con un enorme sorriso e con occhi colmi di meraviglia, chiede: “Nonnino mostrami come si fa ad andare in questo luogo, perché qui non v’è più nulla che mi trattenga”.
I vecchietto ora prende un pennarello nero dalla sua tasca e scrive delle parole sulla maglietta bianca della piccina, poi dice: “Bambina mia, per arrivare in questo luogo non devi fare nemmeno un passo perché ci sei già, devi solo rispondere ad una domanda”.
“Dimmi pure nonnino”, afferma la bimba, e il vecchio riprende: “Come può un passero fuggire da una gabbia che non esiste?”. La bambina risponde: “Basta che provi a volare”. Il vecchietto: “Ma se è convinto che la gabbia sia vera e ormai non tenta nemmeno più di volare, cosa si può fare?”. La bambina riflette per qualche istante e poi dice: “Basta fargli prendere paura, magari con un colpo simile a quello di un fucile, così il suo vecchio istinto lo spingerà a volare nonostante l’inganno in cui è caduto il suo pensiero”.
A questo punto il vecchietto, con un gesto fulmineo, estrae una pistola dal suo giaccone e spara alla bambina in piena fronte.
 

Tutta sudata e tremante dal terrore, Sara salta in piedi dal suo letto, apre velocemente la finestra della sua camera e, stupendi, i primi raggi del sole le illuminano il viso. Si rincuora poi vedendo le maestose querce del parcogiochi di fianco alla sua casa, dove va sempre con i suoi fratellini dopo la scuola. L’odore del caffé e dei biscotti appena fatti ora sale dalla cucina da dove sente le voci della sua mamma e del suo papà che stanno parlando. È una stupenda domenica di primavera, tutto è silenzioso e in pace. “Che terribile incubo ho avuto”, pensa fra sé. Si, perché è stato tutto solo un sogno, ed ora, tornata alla realtà va in bagno per lavarsi il viso, ma appena getta un rapido sguardo allo specchio compie un balzo all’indietro vedendo sulla sua camicetta da notte bianca una scritta fatta con un pennarello nero: “Prova sempre a volare perché i limiti sono solo illusioni della tua mente! Con amore, il tuo Nonnino Matto”.

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