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Steve Jobs: tecnologia, spiritualità e saggi consigli PDF Stampa E-mail
Pubblicazioni varie
Mercoledì 04 Marzo 2009 11:14

Steve Jobs

Ho trovato veramente meritevole di pubblicazione questo discorso pronunciato da Steve Jobs all' Università di Stanford, USA, il 12 giugno 2005 in occasione della consegna delle lauree. IL testo integrale, qui sotto, è stato tradotto da Antonio Dini

Testo integrale:

Sono onorato di essere qui con voi oggi alle vostre lauree in una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. Anzi, per dire la verità, questa è la cosa più vicina a una laurea che mi sia mai capitata. Oggi voglio raccontarvi tre storie della mia vita. Tutto qui, niente di eccezionale: solo tre storie...

La prima storia è sull'unire i puntini.

Ho lasciato il Reed College dopo il primo semestre, ma poi ho continuato a frequentare in maniera ufficiosa per altri 18 mesi circa prima di lasciare veramente. Allora, perché ho mollato?

E' cominciato tutto prima che nascessi. Mia madre biologica era una giovane studentessa di college non sposata, e decise di lasciarmi in adozione. Riteneva con determinazione che avrei dovuto essere adottato da laureati, e fece in modo che tutto fosse organizzato per farmi adottare fin dalla nascita da un avvocato e sua moglie. Però quando arrivai io loro decisero all'ultimo minuto che avrebbero voluto adottare una bambina. Così quelli che poi sono diventati i miei genitori adottivi e che erano in lista d'attesa, ricevettero una chiamata nel bel mezzo della notte che gli diceva: "C'è un bambino, un maschietto, non previsto. Lo volete voi?" Loro risposero: "Certamente". Più tardi mia madre biologica scoprì che mia madre non si era mai laureata al college e che mio padre non aveva neanche finito il liceo. Rifiutò di firmare le ultime carte per l'adozione. Poi accetto di farlo, mesi dopo, solo quando i miei genitori adottivi promisero formalmente che un giorno io sarei andato al college.

Diciassette anni dopo andai al college. Ma ingenuamente ne scelsi uno altrettanto costoso di Stanford, e tutti i risparmi dei miei genitori finirono per pagarmi l'ammissione e i corsi. Dopo sei mesi, non riuscivo a vederci nessuna vera opportunità. Non avevo idea di quello che avrei voluto fare della mia vita e non vedevo come il college potesse aiutarmi a capirlo. Eppure ero là, che spendevo tutti quei soldi che i miei genitori avevano messo da parte lavorando per tutta la loro vita. Così decisi di mollare e avere fiducia che tutto sarebbe andato bene lo stesso. Era molto difficile all'epoca, ma guardandomi indietro ritengo che sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso. Nell'attimo che mollai il college, potei anche smettere di seguire i corsi che non mi interessavano e cominciai invece a capitare nelle classi che trovavo più interessanti.

Non è stato tutto rose e fiori, però. Non avevo più una camera nel dormitorio, ed ero costretto a dormire sul pavimento delle camere dei miei amici. Guadagnavo soldi riportando al venditore le bottiglie di Coca cola vuote per avere i cinque centesimi di deposito e poter comprare da mangiare. Una volta la settimana, alla domenica sera, camminavo per sette miglia attraverso la città per avere finalmente un buon pasto al tempio Hare Krishna: l'unico della settimana. Ma tutto quel che ho trovato seguendo la mia curiosità e la mia intuizione è risultato essere senza prezzo, dopo. Vi faccio subito un esempio.

Il Reed College all'epoca offriva probabilmente la miglior formazione del Paese relativamente alla calligrafia. Attraverso tutto il campus ogni poster, ogni etichetta, ogni cartello era scritto a mano con calligrafie meravigliose. Dato che avevo mollato i corsi ufficiali, decisi che avrei seguito la classe di calligrafia per imparare a scrivere così. Fu lì che imparai dei caratteri serif e san serif, della differenza tra gli spazi che dividono le differenti combinazioni di lettere, di che cosa rende grande una stampa tipografica del testo. Fu meraviglioso, in un modo che la scienza non è in grado di offrire, perché era artistico, bello, storico e io ne fui assolutamente affascinato.

Nessuna di queste cose però aveva alcuna speranza di trovare una applicazione pratica nella mia vita. Ma poi, dieci anni dopo, quando ci trovammo a progettare il primo Macintosh, mi tornò tutto utile. E lo utilizzammo tutto per il Mac. E' stato il primo computer dotato di una meravigliosa capacità tipografica. Se non avessi mai lasciato il college e non avessi poi partecipato a quel singolo corso, il Mac non avrebbe probabilmente mai avuto la possibilità di gestire caratteri differenti o font spaziati in maniera proporzionale. E dato che Windows ha copiato il Mac, è probabile che non ci sarebbe stato nessun personal computer con quelle capacità. Se non avessi mollato il college, non sarei mai riuscito a frequentare quel corso di calligrafia e i persona computer potrebbero non avere quelle stupende capacità di tipografia che invece hanno. Certamente all'epoca in cui ero al college era impossibile unire i puntini guardando il futuro. Ma è diventato molto, molto chiaro dieci anni dopo, quando ho potuto guardare all'indietro.

Di nuovo, non è possibile unire i puntini guardando avanti; potete solo unirli guardandovi all'indietro. Così, dovete aver fiducia che in qualche modo, nel futuro, i puntini si potranno unire. Dovete credere in qualcosa - il vostro ombelico, il destino, la vita, il karma, qualsiasi cosa. Questo tipo di approccio non mi ha mai lasciato a piedi e invece ha sempre fatto la differenza nella mia vita.

La mia seconda storia è a proposito dell'amore e della perdita

Sono stato fortunato: ho trovato molto presto che cosa amo fare nella mia vita. Woz e io abbiamo fondato Apple nel garage della casa dei miei genitori quando avevo appena 20 anni. Abbiamo lavorato duramente e in 10 anni Apple è cresciuta da un'azienda con noi due e un garage in una compagnia da due miliardi di dollari con oltre quattromila dipendenti.

L'anno prima avevamo appena realizzato la nostra migliore creazione - il Macintosh - e io avevo appena compiuto 30 anni, e in quel momento sono stato licenziato. Come si fa a venir licenziati dall'azienda che hai creato? Beh, quando Apple era cresciuta avevamo assunto qualcuno che ritenevo avesse molto talento e capacità per guidare l'azienda insieme a me, e per il primo anno le cose sono andate molto bene. Ma poi le nostre visioni del futuro hanno cominciato a divergere e alla fine abbiamo avuto uno scontro. Quando questo successe, il Board dei direttori si schierò dalla sua parte. Quindi, a 30 anni io ero fuori. E in maniera plateale. Quello che era stato il principale scopo della mia vita adulta era andato e io ero devastato da questa cosa.

Non ho saputo davvero cosa fare per alcun imesi. Mi sentivo come se avessi tradito la generazione di imprenditori prima di me - come se avessi lasciato cadere la fiaccola che mi era stata passata. Incontrai David Packard e Bob Noyce e tentai di scusarmi per aver rovinato tutto così malamente. Era stato un fallimento pubblico e io presi anche in considerazione l'ipotesi di scappare via dalla Silicon Valley. Ma qualcosa lentamente cominciò a crescere in me: ancora amavo quello che avevo fatto. L'evolvere degli eventi con Apple non avevano cambiato di un bit questa cosa. Ero stato respinto, ma ero sempre innamorato. E per questo decisi di ricominciare da capo.

Non me ne accorsi allora, ma il fatto di essere stato licenziato da Apple era stata la miglior cosa che mi potesse succedere. La pesantezza del successo era stata rimpiazzata dalla leggerezza di essere di nuovo un debuttante, senza più certezze su niente. Mi liberò dagli impedimenti consentendomi di entrare in uno dei periodi più creatvi della mia vita.

Durante i cinque anni successivi fondai un'azienda chiamata NeXT e poi un'altra azienda, chiamata Pixar, e mi innamorai di una donna meravigliosa che sarebbe diventata mia moglie. Pixar si è rivelata in grado di creare il primo film in animazione digitale, Toy Story, e adesso è lo studio di animazione più di successo al mondo. In un significativo susseguirsi degli eventi, Apple ha comprato NeXT, io sono ritornato ad Apple e la tecnologia sviluppata da NeXT è nel cuore dell'attuale rinascimento di Apple. E Laurene e io abbiamo una meravigliosa famiglia.

Sono sicuro che niente di tutto questo sarebbe successo se non fossi stato licenziato da Apple. E' stata una medicina molto amara, ma ritengo che fosse necessaria per il paziente. Qualche volta la vita ti colpisce come un mattone in testa. Non perdete la fede, però. Sono convinto che l'unica cosa che mi ha trattenuto dal mollare tutto sia stato l'amore per quello che ho fatto. Dovete trovare quel che amate. E questo vale sia per il vostro lavoro che per i vostri affetti. Il vostro lavoro riempirà una buona parte della vostra vita, e l'unico modo per essere realimente soddisfatti è fare quello che riterrete un buon lavoro. E l'unico modo per fare un buon lavoro è amare quello che fate. Se ancora non l'avete trovato, continuate a cercare. Non accontentatevi. Con tutto il cuore, sono sicuro che capirete quando lo troverete. E, come in tutte le grandi storie, diventerà sempre migliore mano a mano che gli anni passano. Perciò, continuate a cercare sino a che non lo avrete trovato. Non vi accontentate

La mia terza storia è a proposto della morte

Quando avevo 17 anni lessi una citazione che suonava più o meno così: "Se vivrai ogni giorno come se fosse l'ultimo, sicuramente una volta avrai ragione". Mi colpì molto e da allora, per gli ultimi 33 anni, mi sono guardato ogni mattina allo specchio chiedendomi: "Se oggi fosse l'ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?". E ogni qualvolta la risposta è "no" per troppi giorni di fila, capisco che c'è qualcosa che deve essere cambiato.

Ricordarsi che morirò presto è il più importante strumento che io abbia mai incontrato per fare le grandi scelte della vita. Perché quasi tutte le cose - tutte le aspettative di eternità, tutto l'orgoglio, tutti i timori di essere imbarazzati o di fallire - semplicemente svaniscono di fronte all'idea della morte, lasciando solo quello che c'è di realmente importante.

Ricordarsi che dobbiamo morire è il modo migliore che io conosca per evitare di cadere nella trappola di chi pensa che avete qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c'è ragione per non seguire il vostro cuore.

Più o meno un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. Ho fatto la scansione alle sette e mezzo del mattino e questa ha mostrato chiaramente un tumore nel mio pancreas. Non sapevo neanche che cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che si trattava di un cancro che era quasi sicuramente di tipo incurabile e che sarebbe stato meglio se avessi messo ordine nei miei affari (che è il codice dei dottori per dirti di prepararti a morire). Questo significa prepararsi a dire ai tuoi figli in pochi mesi tutto quello che pensavi avresti avuto ancora dieci anni di tempo per dirglielo. Questo significa essere sicuri che tutto sia stato organizzato in modo tale che per la tua famiglia sia il più semplice possibile. Questo significa prepararsi a dire i tuoi "addio".

Ho vissuto con il responso di quella diagnosi tutto il giorno. La sera tardi è arrivata la biopsia, cioè il risultato dell'analisi effettuata infilando un endoscopio giù per la mia gola, attraverso lo stomaco sino agli intestini per inserire un ago nel mio pancreas e catturare poche cellule del mio tumore. Ero sotto anestesia ma mia moglie - che era là - mi ha detto che quando i medici hanno visto le cellule sotto il microscopio hanno cominciato a gridare, perché è saltato fuori che si trattava di un cancro al pancreas molto raro e curabile con un intervento chirurgico. Ho fatto l'intervento chirurgico e adesso sto bene.

Questa è stata la volta in cui sono andato più vicino alla morte e spero che sia anche la più vicina per qualche decennio. Essendoci passato attraverso posso parlarvi adesso con un po' più di cognizione di causa di quando la morte era per me solo un concetto astratto e dirvi:

Nessuno vuole morire. Anche le persone che vogliono andare in paradiso non vogliono morire per andarci. E anche che la morte è la destinazione ultima che tutti abbiamo in comune. Nessuno gli è mai sfuggito. Ed è così come deve essere, perché la Morte è con tutta probabilità la più grande invenzione della Vita. E' l'agente di cambiamento della Vita. Spazza via il vecchio per far posto al nuovo. Adesso il nuovo siete voi, ma un giorno non troppo lontano diventerete gradualmente il vecchio e sarete spazzati via. Mi dispiace essere così drammatico ma è la pura verità.

Il vostro tempo è limitato, per cui non lo sprecate vivendo la vita di qualcun altro. Non fatevi intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschi la vostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione. In qualche modo loro sanno che cosa volete realmente diventare. Tutto il resto è secondario.

Quando ero un ragazzo c'era una incredibile rivista che si chiamava The Whole Earth Catalog, praticamente una delle bibbie della mia generazione. E' stata creata da Stewart Brand non molto lontano da qui, a Menlo Park, e Stewart ci ha messo dentro tutto il suo tocco poetico. E' stato alla fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer e del desktop publishing, quando tutto era fato con macchine da scrivere, forbici e foto polaroid. E' stata una specie di Google in formato cartaceo tascabile, 35 anni prima che ci fosse Google: era idealistica e sconvolgente, traboccante di concetti chiari e fantastiche nozioni.

Stewart e il suo gruppo pubblicarono vari numeri di The Whole Earth Catalog e quando arrivarono alla fine del loro percorso, pubblicarono il numero finale. Era più o meno la metà degli anni Settanta e io avevo la vostra età. Nell'ultima pagina del numero finale c'era una fotografia di una strada di campagna di prima mattina, il tipo di strada dove potreste trovarvi a fare l'autostop se siete dei tipi abbastanza avventurosi. Sotto la foto c'erano le parole: "Stay Hungry. Stay Foolish.", siate affamati, siate folli. Era il loro messaggio di addio. Stay Hungry. Stay Foolish. Io me lo sono sempre augurato per me stesso. E adesso che vi laureate per cominciare una nuova vita, lo auguro a voi.

Stay Hungry. Stay Foolish.Grazie a tutti.
 
Moglie e figli sono un ostacolo per la ricerca spirituale? PDF Stampa E-mail
Meditazione e pratica
Martedì 03 Marzo 2009 23:00

BimboAdriano ha chiesto: Scrivi di te: “In quegli anni avevo praticamente tutto: amici, famiglia, interessi, svaghi, divertimenti.”(Citazione da: L'inizio della ricerca spirituale) Mi chiedo come mai le persone “spirituali”, in genere non hanno moglie e figli? Pensi siano di ostacolo alla ricerca interiore?

Dadrim ha risposto: Caro Adriano, la mia ricerca “spirituale” è stata un processo lento, cresciuto per gradi, tuttora in corso, e che sento non potrà mai giungere a fine alcuna. Vivevo immerso in un certo grado di oscurità, ma quando cominciai a pulire la “lanterna” della mia coscienza, il buio che mi circondava iniziò a diminuire progressivamente, lasciandomi intravedere sempre più cose su me stesso, sul mondo che avevo attorno e sulla vita in generale. Ora non so se giungerà un giorno in cui non vi sarà più nemmeno una piccola ombra sul mio cammino, ma sento che anche se dovesse giungere questo momento, il viaggio della mia vita non perverrà certo a un capolinea, ma approderà semplicemente a un nuovo inizio, poiché là dove dovesse splendere sempre il sole, tutti i sentieri e gli orizzonti diverranno possibili, proprio perché totalmente visibili. Questo vale per ogni individuo, ognuno di noi, infatti, vive avvolto da un certo grado di tenebra, più o meno fitta a seconda della sua storia personale. Quando iniziamo a percepire i limiti e le sofferenze che provengono dal camminare con occhi semi chiusi, iniziamo anche a lavorare per riuscire a vedere sempre più chiaramente la verità delle cose che sono in noi e fuori di noi. Molte persone, però, nonostante vivano nella sofferenza non riescono mai a fare il salto necessario per spiccare il volo, e cioè comprendere che il male che ci colpisce è prodotto unicamente da noi stessi e mai da chi ci sta accanto o da ciò che ci circonda. Se continuiamo a pensare che siano gli altri o il mondo a dover cambiare stiamo semplicemente dimostrando di temere la fatica e il dolore che comporta mutare il nostro modo di relazionarci con l’esistenza.

Quando comprendiamo che l’unica persona che deve cambiare siamo noi stessi e che se qualcosa ci fa soffrire la causa sta unicamente nel nostro errato modo di porci in relazione con quel qualcosa o qualcuno, ecco che in noi cala una serenità imperturbabile. Questo non significa che tutto ci andrà bene e che accetteremo qualsiasi condizione di vita, anzi, tutto ciò significa che sapremo vedere con chiarezza dove sta l’errore e il male, e che pertanto saremo in grado di porci, nei confronti di questi, in quella giusta relazione capace di eliminarli quando sarà possibile o di tenerli a debita distanza quando non potremo fare nulla per modificarli.

Dico tutto ciò per sottolineare come i nostri rapporti con chi ci sta accanto siano costantemente esposti alla possibilità di un mutamento qualora dovesse modificarsi il nostro stato di coscienza. Se due ciechi si incontrano e iniziano a giocare a tennis, la partita che ne nascerà sarà di un certo tipo, ma se improvvisamente uno dei due dovesse riacquisire un po’ di vista, il livello del gioco precedente alla guarigione non sarebbe più sostenibile. Allo stesso modo mutano le nostre relazioni quando cambia il livello di consapevolezza della nostra coscienza. V’è però da dire che la maggior pare delle nostre relazioni si interrompe o muta, non perché noi diveniamo più consapevoli e liberi, ma unicamente perché i sogni che facciamo, vivendo nel nostro sonno, si dissolvono quando giungono a contatto con la realtà. Nel buio è infatti facile scambiare un porcospino per un pallone e magari dargli un bel calcio. Sono poche quelle relazioni che si trasformano o finiscono perché qualcuno ha iniziato a guardare la vita con occhi più limpidi.

Tornando alla mia frase che citi nella tua domanda, “In quegli anni avevo praticamente tutto: amici, famiglia, interessi, svaghi, divertimenti”, non intendevo certo dire che dopo aver iniziato a guardare con più attenzione le forme e i modi in cui si stava svolgendo la mia vita, ho anche gettato alle mie spalle ogni tipo di relazione che stavo vivendo. Attraverso quella specifica frase, se la rileggi nel suo contesto, intendevo dire che nonostante avessi praticamente tutto ciò che è comunemente ritenuto indispensabile per vivere una vita felice, io non lo ero affatto. In un certo periodo della mia vita ho iniziato a comprendere che per quanto un uomo possa essere circondato da amici, familiari, benessere economico e possibilità di svago, sino a quando non pone la sua attenzione sulla ricerca del significato ultimo del suo essere qui in questo mondo e in questo modo, nulla e nessuno potranno colmare quel senso di inappagamento e irrequietudine che vive in lui. Se non si vuole rimanere adolescenti per sempre è possibile continuare a negare la realtà della nostra morte, del dolore e della tremenda sete di significato che tormenta le nostre coscienze solo per un certo tempo.

Detto ciò v’è anche da sottolineare come sia vero che, nel momento in cui una persona inizia a relazionarsi con l’esistenza entro dimensioni sempre più vaste e profonde di significato e realtà, molte cose iniziano a cambiare, prime fra tutte le relazioni con le persone che ci stanno più vicine. Questo non vuol dire che le nostre relazioni devono inevitabilmente finire nel momento in cui noi diveniamo più consapevoli. Se consideriamo, però, che più consapevolezza significa principalmente più capacità di vivere serenamente e liberamente, sarà inevitabile che tutte quelle relazioni che oggi ci portano dolore e staticità dovranno mutare. Qualora, però, le persone che ci stanno accanto non fossero disposte a salire con noi lungo la scala della consapevolezza, queste spontaneamente fuggiranno, poiché stare accanto a chi porta con se anche solo una piccola luce ci costringe comunque a vedere di più, e chi non è pronto a questo sarà inevitabilmente costretto a fuggirvi lontano. Pertanto non credo che “spiritualità” significhi: niente famiglia, niente figli, isolamento o altre stramberie da fachiro indiano. Credo però che una sincera ricerca del proprio vero bene ed equilibrio interiore ci porti lungo una via dove non sono concessi compromessi e menzogne di nessun tipo, e quando una persona vive in questo modo è inevitabile che molte altre persone non siano disposte a starle accanto, meno che meno a seguirla.

Caro Adriano, ti posso assicurare, anche se forse tu già lo sai, che il solo parlare della morte o dell’assurdità insita in una vita spesa alla rincorsa di fama e ricchezze, può far perdere un non esiguo numero di amici e parenti. Ma, alla fine dei conti, tutto ciò lo si può davvero chiamare perdita o sarebbe forse meglio definirlo come un alleggerirsi da inutili pesi che rallentano il nostro lungo viaggio verso la libertà?

Un abbraccio,

Dadrim

 
Significato delle coincidenze PDF Stampa E-mail
Sulla spiritualità
Venerdì 27 Febbraio 2009 12:21

CoincidenzeVanna ha chiesto: Ciao Dadrim, puoi per favore dare una spiegazione alle coincidenze significative.

Grazie, tanti abbracci, Vanna.

Dadrim ha risposto: Cara Vanna,

nel dizionario la parola coincidenza è definita come: “il casuale accadere di due fatti nello stesso tempo o in circostanze analoghe”. Se ci pensiamo bene, di coincidenze ce ne capitano milioni ogni giorno, la vita stessa è una continua coincidenza, ma noi ne cogliamo solo alcune, quelle che per l’appunto tu definisci significative. Ogni giorno vediamo degli alberi molto simili fra loro, lungo le nostre strade o nei giardini delle nostre case, che perdono foglie, aghi, rami, che vengono abbattuti, ma difficilmente parliamo di coincidenze. Ogni giorno ridiamo, litighiamo o beviamo un caffé sotto lo stesso cielo, accarezzati dallo stesso vento o bagnati dalla stessa pioggia, ma difficilmente definiamo tutto ciò coincidenza. Allora cos’è che ci fa dire “guarda che coincidenza”? L’accadere di due eventi rari, simili, a breve distanza di tempo o contemporaneamente. Cos’è che invece ci fa dire, “guarda che coincidenza significativa?”.

Ogni evento a noi esterno permette alla nostra coscienza di proiettare i suoi contenuti fuori da sé, permettendoci così di fare la nostra stessa conoscenza. La maggior parte delle persone però non comprende questo fenomeno. Non comprende che in realtà il mondo rimane solo uno schermo su cui noi proiettiamo i nostri vissuti, sino a quando la nostra coscienza non viene liberata (purificata) dai condizionamenti del suo passato. Ecco perché un fatto ha tante interpretazioni quante sono le persone che vi assistono. Ora, quando due fatti simili permettono alla nostra coscienza di proiettare vissuti personali di particolare rilevanza, ecco che nascono le coincidenze significative. I fatti coincidenti sono sempre milioni, ma la nostra coscienza, in base alla fase esistenziale che sta attraversando, legge come rilevanti unicamente quegli eventi che per qualche aspetto simbolico vanno a colpire la nostra dimensione significativa ed emotiva. Da questa lettura risulta pertanto che le coincidenze significative sono il prodotto di una peculiare “correlazione” fra il naturale e perpetuo manifestarsi del mondo fenomenico e l’altrettanto naturale e perpetuo divenire del nostro mondo coscienziale, dove quest’ultimo, rispecchiarsi fuori di sé, rimane meravigliato, non sapendo di stare facendo conoscenza di se stesso.

Più la nostra coscienza diviene attenta, sensibile e profonda, e più ci accorgiamo come ogni evento sia potenzialmente portatore di significati sempre nuovi e più ampi, sino a quando i confini cadono e la coscienza esperisce sé stessa, non proiettando più nulla sul mondo delle cose, e pervenendo così alla comprensione del natura indivisibile dell’esistenza. Questo mondo non è altro che una scuola dove ci è permesso di apprendere la lezione più significativa di tutte, la lezione sul significato delle nostre stesse vite. Vedi come tutto coincide meravigliosamente?

Dadrim

 
Eutanasia, testamento biologico e diritto alla vita PDF Stampa E-mail
Dio e religioni
Giovedì 26 Febbraio 2009 12:55

Pomodoro a forma di cuoreTemi trattati e discussi in modo veramente assurdo quelli del testamento biologico, dell’eutanasia e del diritto alla vita. Sembra proprio che gli uomini che abbiamo al potere pensino sempre e solo in bianco o in nero, con loro o contro di loro, o forse si sentano un po’ tutti Gesù: “io sono la via, la verità e la vita”. Peccato che di Gesù ricordino solo questa affermazione, interpretandola a proprio piacere, e mai la sua infinita compassione e il suo immenso rispetto per la libertà spirituale di ogni individuo. Che i politici non facciano caso a tutto ciò ormai può anche non stupire più di tanto, ma per chi veste l’abito religioso mi sembra un’ingiustificabile comportamento, predicare amore e compassione per poi agire con durezza di cuore e dogmaticità ritenendosi unici legittimi depositari di una verità ed eticità universale, fatta però valere principalmente sul suolo nazionale italiano. Si dice che siamo in un paese democratico e non teocratico, pertanto le scelte della politica dovrebbero partire da un ascolto delle reali necessità degli individui e non dai dettami d’apparati di potere. Ma le cose non sembrano andare così. Quelli che dovrebbero essere i nostri rappresentanti nell’amministrazione della cosa pubblica sono, a tutti gli effetti, i nostri giudici e controllori. Chi oggi è al potere vorrebbe un mondo fatto di automi e di copie, mostrando, anche in questo caso, tutti i sintomi di una sindrome di megalomania al quadrato, visto che, per il caso, vestono i panni di Dio stesso. Nel libro della Genesi v’è scritto, “Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza”, per costoro vale il detto, “e il potente di turno condizionò il cittadino a sua immagine e somiglianza”. Un certo numero di individui, quando giunge al potere, sembra non distinguere più gli uomini dagli scarichi delle automobili: “tutte cose da omologare, per una questione d’ordine, di salute e morale, ovviamente!”.

Molti politici, intellettuali e sedicenti religiosi, parlano in continuazione di libertà, democrazia, responsabilità individuale e libertà di culto, ma quando un povero e semplice cittadino alza anche un solo dito per esprimere un suo profondo desiderio in merito alla sua stessa vita, ecco che tutti quei paroloni si rivelano per quello che realmente sono: strumenti di raccolta voti e fedeli. La cosa strana è, però, che oggi, Anno Domini 2009, la maggioranza degli italiani pare condividere l’idea che un essere umano abbia il diritto di decidere di poter mettere fine alla propria vita, quando questa, dal suo punto di vista, superi i limiti di un’esistenza minimamente degna d’esser chiamata tale.

Ora vorrei citare e commentare brevemente alcune delle più grandi assurdità che in questi ultimi anni ho sentito pronunciare ogni volta che si parla di quel tema che dovremmo iniziare a definire “buona morte”, perché questa è la reale traduzione di “eutanasia” dal greco. Anche su questo vi sarebbe da scrivere all’infinito, e cioè sullo stravolgimento del reale significato delle parole. Oggi infatti, grazie ad un’ottima azione mediatica di condizionamento, si è iniziato ad associare il termine eutanasia ad una sorta di omicidio medico. Tenere un moribondo in vita per anni invece non lo si definisce tortura di stato, ma accanimento terapeutico. Ora, vi rendete conto dell’assurdità del termine accanimento terapeutico? Terapia deriva dal greco e significa propriamente “guarire”, "accanimento" invece, nel dizionario etimologico è definito come: ira ostinata dei cani. Qualcuno mi sa spiegare la connessione che esiste fra l’azione di guarire una persona e l’azione irosa ostinata di un cane? Se qualcuno si accanisce non sta facendo terapia ma tortura! Tortura infatti deriva dal latino torcere, piegare, che può significare anche volgere a proprio favore. Ecco che v’è più senso. Mi accanisco su un moribondo per volgere a mio favore la situazione, per imporre a un morente il mio bisogno di non rimanere solo, di non voler accettare la fine, la morte e la solitudine. Letto così, l’accanimento terapeutico non sembra più un atto di eccessivo altruismo, ma pare più un’azione egoistica, non vi pare? Ognuno lo legga come più gli piace, l'iportante è sempre e comunque che lo legga per sè e non per gli altri.

Torniamo alle assurdità che ho sentito in questi anni altrimenti non la finiamo più.

Una è questa: “Se lo Stato acconsente l’eutanasia (la buona morte), in poco tempo avremo uno spaventoso aumento dei suicidi”.

Ma io dico, solo un demente può affermare una cosa simile. Secondo questo grande pensatore la gente ora non si suicida solo perché la legge non lo consente! Allora dovrebbe valere anche l’idea che, qualora vi fosse una legge che acconsente alla depressione, un gran numero di persone sprofonderebbe immediatamente in depressione. Sembra venir fuori che la nostra vita emotiva è una cosa che possiamo comandare attraverso la promulgazione di leggi. Fantastico!!!, niente più farmaci, niente più psicologi, niente più mistici, niente più religioni, niente più filosofia: solo e soltanto comandi, ordini, leggi, perché la vita è bianca o nera, e per quei soggetti che arrivano a dire cose del genere, meglio se è bianca, ma di quel bianco che dicono loro!!!

Ovviamente il “grande psicologo” che ha affermato ciò, probabilmente non sa nemmeno che molti altri paesi hanno già approvato delle leggi che permettono una buona morte, e che l’ecatombe preannunciata non s’è verificata. Ma so già cosa mi direbbe “l’emerito scienziato filosofo” dell’assurdo: “Questa non è una prova scientifica”. Ed io sono già pronto a riconoscere la sua sapienza, perché ha perfettamente ragione: per l’Italia valgono sempre e solo altre leggi, quelle delle persone come costui ovviamente!

Ho sentito dire poi che Papa Giovanni Paolo II è stato un esempio di cosa significhi vivere e morire nel dolore da veri cristiani. Ora, prima cosa non capisco perché codesti cristiani non possono morire come meglio credono rispettando le idee altrui. Seconda cosa, è sempre facile scaricare significati e simboli sulla vita dei morti, visto che fino a prova contraria l’ultimo caso di resurrezione di cui si sia discusso seriamente è stato quello di Gesù, e sino ad ora nessun Papa pare esser stato in gradi di emularlo in questo. Terza cosa, mi sembra come minimo inopportuno paragonare il cammino verso la morte di Giovanni Paolo II, sicuramente grande anima e grande uomo, ma non certo indigente e poco assistito, con la fine che stanno facendo tante persone sole, povere e male assistite in uno dei tanti nostri, altrettanto poveri, ospedali. Mi sembra poi ancor più inopportuno costringere altri esseri umani a leggere un certo tipo di dolore entro le logiche di emulazione della vita del Cristo. Logiche, peraltro, derivanti da un certo tipo di esegesi, che come tutte le interpretazioni è cosa puramente soggettiva. Ma la vita si sa, o è bianca o è nera, meglio se bianca e di quel bianco che dicono loro!

Vi sarebbero troppe altre assurdità su cui discutere, ma credo sia meglio parlare del buon senso che alberga in ogni uomo. Per me è buon senso permettere ad ogni individuo di decidere quando la sua vita sia ormai giunta al suo apogeo. Uso volontariamente la parola apogeo, poiché credo che un essere umano che ha saputo cogliere la bellezza di questa esistenza quando era in salute, sappia anche cogliere la grandezza dell’ultimo passo che si compie prima di voltare pagina. Non comprendo infatti quel lugubre pensiero che caratterizza proprio la visione di quelli che dovrebbero esser più sereni al cospetto della morte, dato che in questa vedono un ritorno al Padre, ma forse di questo ritorno non ne sono molto convinti!?

Credo pertanto sia saggezza smettere di leggere la morte come un evento nefasto, come la sconfitta della vita, un’offesa al creatore o altre stramberie, e iniziare a comprendere la complementarità che sussiste fra la vita e la morte, l’essere e il non essere, il creatore e il distruttore. Per quanto riguarda poi proprio coloro che dovrebbero avere un’esperienza o un’intuizione del divino, leggo unicamente come prova d’un fallimento spirituale l’eccessiva resistenza al morire. Trovo poi incomprensibile sostenere che l’eutanasia sia un atto umano contro le leggi divine, quando un paziente, per esser mantenuto in vita, deve rimanere collegato a decine di macchine massimamente umane e minimamente divine. Non ricordo infatti di aver mai sentito che nel giardino dell’Eden vi fosse anche un rivenditore di tecnologia biomeccaniche. Vedete l’assurdità, queste persone dividono la vita in umana e divina, così nascono tutti questi stupidi ragionamenti. La vita è una, l’unica cosa rilevante è saperla vivere con intelligenza e sensibilità. Dio è tanto nella macchina quanto nell’uomo e nella natura, infatti se l’uomo è un essere divino, la macchina che deriva dall’uomo sarà altrettanto prodotto divino: il vero problema sta unicamente nell’avere o meno l’intelligenza per saperla usare ugualmente divinamente.

Per me è inoltre buon senso lasciare che un genitore decida di porre fina alla vita della sua figliola, dopo averla vista deperire in maniera irreversibile per anni ed essersi sentito dire che non v’è più alcuna speranza. Chi ha sofferto e sperato per anni al capezzale di quell’anima? I nostri legislatori o suo padre, sua madre, suo marito, il suo compagno e i suoi amici?

Perché le leggi non le discutono mai i diretti interessati?

Concludo consigliando, a tutti quegli uomini che devono assumersi il peso di scelte che influiscono sulla vita di milioni di persone, di non trasformarsi mai negli esecutori dei sentimenti e delle esistenze altrui quando non ci si può anche prendere l’onere di portare il peso delle nostre azioni. Infatti, quando un pensiero diviene azione, ma le conseguenze di tale azione non ricadono anche sul pensatore stesso, un tale pensiero non diviene mai un esperienza di chi l’ha partorito, ma diviene unicamente un’azione irriflessa che ricade su altri esseri umani, usati in questo modo come cavie per esperimenti di ingegneria sociale! Ma la società non è composta da topi, meno che meno da mattoni e putrelle, pertanto, prima o poi le cavie escono dalla gabbia e si accaniscono, questa volta sì “terapeuticamente”, contro gli l’esecutori degli esperimenti.

Questo è l’eterno male che genera il potere quando si manifesta attraverso “geometrie sociali piramidali”. Chi detiene il potere fa le leggi, la base le deve rispettare, i vertici le possono dimenticare. Ma la base è sempre più grande del vertice, quindi, il giorno in cui la base non sopporta più l’eccessivo peso esercitato dalle pulci parassite che siedono sopra di lei, con un leggero colpo di reni, tutto quel che è sopra finisce sotto terra. Peccato che nel giro di poco tempo dalla base spuntino nuove pulci desiderose di sedere ai vertici, e così il girotondo riprende senza sosta. Quando ci stuferemo di tutto questo triste spettacolo? Forse il giorno in cui inizieremo ad avere più rispetto per la dignità e la libertà di ogni singolo individuo, a prescindere dal suo conto in banca e dal suo potere politico. Forse quel giorno smetteremo di riversare nelle mani di pochi le responsabilità e le scelte che spettano a ciascuno.

Dadrim

 
Sentirsi inferiori PDF Stampa E-mail
Crisi interiori
Martedì 24 Febbraio 2009 13:45

montagneM. ha chiesto: Secondo te sono una persona inferiore ad altre? Perché sono così?

Dadrim ha risposto: Cara M., per quanto riguarda le cose più importanti della vita non v’è nulla di superiore o inferiore, di migliore o peggiore, di più bello o più brutto. Il paragone esiste solo nella mente di quegli individui che non sono ancora sufficientemente sensibili e consapevoli per riuscire a percepire quel filo sottile e invisibile che accomuna l’intera esistenza. Ormai camminiamo assieme da quasi un anno, e ti ho visto fare dei passi da gigante! Ce ne hai fatte passare di cotte e di crude, ma non ci siamo mai scoraggiati, meno che meno tu, e questa è la cosa più importante! Hai saputo credere in noi e in te stessa, hai saputo lottare, attendere, e guarda ora che sorriso riesci a far nascere in te! All’incontro di sabato, due settimane fa, eri la persona più viva e attenta di tutto il gruppo, ma in te nascono ancora domande come quella che ora mi poni. Eppure è sempre così, l’ultimo ad accorgersi di un cambiamento e sempre chi lo vive: sembra proprio che la farfalla non conservi mai memoria della sua vita da bruco. Ma non preoccuparti, io sono qui proprio per ricordarti il tempo in cui strisciavi e per mostrarti le ali che ti stanno spuntando.

Mi chiedi, “perché sono così?”. “E come dovresti essere?”, ti chiedo io. Non paragonarti mai a nessuno, perché sarebbe come voler conoscere la propria immagine specchiandosi in un vetro rotto: viene fuori sempre mostruosa! Abbandona ogni idea di come dovresti essere e abbandona ancor di più l’idea che hai in merito a come ti vorrebbero vederti gli atri. Tu sei quella che sei e tutto è come dovrebbe essere. Preoccupati piuttosto di non smettere mai di vedere la bellezza della vita, e di comprendere come il male e il dolore siano solo il concime dell’albero della nostra vita, bisogna solo spargerlo sul terreno giusto e smettere di spalmarselo addosso come fanno molti. Hai il dono di saper dipingere, trasformalo nella tua via per la realizzazione: la pittura può essere magica se la si usa come via di autoconoscenza e liberazione.

Nonostante tu ed io ci parliamo spesso, questa volta ho voluto risponderti attraverso uno scritto perché molte volte il vecchio detto latino ha ragione: “le parole volano, gli scritti rimangono” (Verba volant, scripta manent). Le parole si dimenticano facilmente, si confondono, e proprio quando se ne ha più bisogno sembrano non voler fare più ritorno, ma una lettera, se conservata con cura, rimane, e spesso, rileggendo qualcosa più volte nel tempo, scopriamo come quel che oggi comprendiamo non è mai uguale a quel che domani impariamo.

Un abbraccio,

Dadrim

 
Ama e cura la bambina che è in te PDF Stampa E-mail
Crisi interiori
Lunedì 23 Febbraio 2009 10:40

Alba sul Lago di GardaAlessia ha scritto: Pur sforzandomi di avere un atteggiamento osservativo e distaccato oscillo sempre tra ansia, preoccupazione e tristezza...ma se queste emozioni sono parte di me perchè mi vengono da un vissuto traumatico dell'infanzia come posso trascenderle? Non possiamo cambiare il passato ed è inevitabile che tutto ciò che abbiamo vissuto emotivamente condizioni le nostre reazioni nel presente.
Mia nonna è morta davanti a me d’infarto, avevo 6 anni, ma io lì per lì non lo avevo capito, sono stata spedita a dormire da un conoscente e nessuno mi ha spiegato niente. Dopo 6 mesi, era il giorno del mio compleanno, mio padre, che era fuori città come sempre per lavoro, ha avuto un edema della glottide ed è entrato in coma. Sono stata parcheggiata dall'altra nonna nel frattempo che mia madre assisteva mio padre in ospedale, e anche qui l'unica cosa che sapevo era che lui era fuori per lavoro. Continuamente chiedevo a mia nonna quando sarebbe tornato mio padre, un bel giorno lei ha avuto la splendida idea di rispondermi con rabbia : "Ma che!, non lo hai ancora capito che è morto? Non tornerà più!". Dopo, come sempre, nessuno mi ha più detto niente e non mi hanno neanche portata al funerale. Per me è semplicemente partito e mai tornato: credo di non aver mai elaborato il lutto. A seguito di tutto ciò mia madre, poveretta, ha dovuto pensare ai figli e a tutto il resto da sola e quindi, da brava figlia di madre anaffettiva lei stessa, si è concentrata soltanto su quelli che erano i bisogni primari fisici e ha tralasciato completamente quelli che tu chiami i bisogni esserici.
Ora il mio psicoterapeuta dice che la bambina che è in me ha delle domande alle quali nessuno ha mai risposto e che solo io posso farlo, forse è per questo che non mi fa dormire.

Quello che so per certo è che non posso ignorarla come ho fatto finora facendo finta che non sia mai successo niente. Tanto meno riesco a non farmi coinvolgere in tutto questo....Ho paura che le mie ferite interiori non possano spurgare da sole.... Alessia

Dadrim ha risposto: Cara Alessia, il tuo psicoterapeuta ha perfettamente ragione, quella bambina che sei stata e che tuttora vive in te è alla ricerca di risposte, e dal mio punto di vista queste risposte possono venire unicamente dall’Alessia adulta e matura che sei tu ora. Quella bambina chiede da te tutta quell’attenzione, quell’amore, quell’affetto e quell’ascolto che nessuno è riuscito a darle in passato. Le persone solitamente attendo che sia qualcuno a dare loro tutto ciò, ma il vero salto verso la libertà lo facciamo unicamente nel momento in cui diveniamo genitori, amici ed amanti di noi stessi, non attraverso un atteggiamento egoistico, ma attraverso una relazione personale interiore d’amorevole e attento ascolto. Dici di oscillare ancora tra ansia preoccupazione e tristezza, ma cos’altro puoi aspettarti? Per quanto tempo la piccola Alessia ha vissuto sola e inascoltata dentro di te, forse perché sino ad ora la grande Alessia non ha mai potuto permettersi di accogliere le fragilità e le paure di quella piccina? Se dal tuo mare interiore sta affiorando questa tempesta, significa unicamente che la tua coscienza oggi è abbastanza forte e pronta per prendersi cura del dolore e dell’abbandono che vengono dal tuo passato. Non leggere questi eventi come un male, faresti un grande errore, tutto ciò accade unicamente perché la tua anima sente d’esser pronta ad affrontare le ombre della sua infanzia. La nostra coscienza non ci sottopone mai a delle prove che non sente di poter superare!!! Ora, pur sforzandoti di rimanere in un’osservazione e in un ascolto attenti e passivi, non riesci a non farti coinvolgere nel turbine dei tuoi pensieri e delle tue emozioni. È normale, tutto ciò fa parte di un sano e profondo processo di liberazione. Non darti un tempo, non attendere una soluzione, non cercare di far finire tutto ciò nel più breve tempo possibile. Se osservi qualcosa con l’intenzione che questo se ne vada il prima possibile, in realtà non stai prestando piena attenzione a quel qualcosa. Immagina di avere una bambina sofferente nella tua casa; non le staresti mai vicina, con il desiderio di aiutarla, pensano: “speriamo che se ne vada il prima possibile perché non riesco più a sopportare la sua presenza”. Cosa puoi fare per aiutarla a trascendere il suo dolore? La devi lasciar parlare completamente, la devi ascoltare sino alla fine del suo pianto e del suo sfogo, altrimenti tornerà a chiudersi e lentamente morirà nel cuore. Abbi un’infinita pazienza e un infinito amore per quella bambina ferita che vive dentro di te e vedrai che tutto questo dolore si trasformerà lentamente in un grande sorriso. Non temerla, non reprimerla, non allontanarla, ma abbracciala con tutta te stessa e vedrai che rinascerà. Amore, pazienza e fiducia: non ti serve null’altro. Ciò che stai passando è l’inevitabile cammino che ogni uomo e donna devono fare per poter divenire maestri di se stessi. Alcune persone passano attraverso prove leggere, altre persone vengono forgiate attraverso il fuoco, ma nessuno viene posto al cospetto di prove che non sono alla sua altezza. Tutto ciò che ti dico non è mera psicologia o vaniloquio filosofico, ma è frutto della mia stessa esperienza. Quando ho attraversato i momenti più bui mi sono sempre ripetuto che l’ora più fredda della notte precede l’alba, e così è sempre stato. Abbi fiducia in te stessa e non temere il dolore di una bambina!

A te vicino, rimango in silenziosa attesa della tua prossima lettera.

Un immenso abbraccio,

Dadrim

Link al precedente articolo connesso: Malessere profondo, insonnia e incendi vari

 
Cause, significati e motivi di una morte PDF Stampa E-mail
Sulla spiritualità
Domenica 22 Febbraio 2009 17:37

RomaMirko ha scritto: Buongiorno a tutti sono Mirko Morgante è vorrei sapere da voi se c'è un significato ad un fatto accaduto questa mattina 21 febbraio 2009 a Roma. Questa mattina la mia compagna al suo risveglio ha trovato sul terrazzino della nostra abitazione un piccolo uccellino morto ( non sono un esperto pertanto non so indicare la razza) al mio rientro a casa mi ha raccontato quanto accaduto e ciò ha fatto nascere in me il desiderio di trovare un significato a tale evento. La domanda che Vi pongo è la seguente? Per quale motivo un piccolo esemplare ha deciso di venire a morire nel balconcino della nostra casa? In attesa di una Vostra risposta invio i miei più calorosi saluti

Dadrim ha risposto: Caro Mirko, che splendida domanda!! Nella sua semplicità racchiude l’universo intero. Immagino questo: “Siamo nella stupenda capitale d'Italia, sul terrazzino di un appartamento, in un fredda e limpida mattina di fine febbraio. Un nuovo giorno sta iniziando, con tutto il suo trambusto, la sua frenesia, i sui mille impegni, desideri e pensieri. Tutto sembra passare senza un attimo di sosta, senza tempo per riflettere, ma ad un tratto eccola lì, immobile, muta, solenne e apparentemente inconciliabile con tutto ciò che v’è intorno. La morte è venuta a posarsi sul terrazzo della vostra casa, dolce, leggera e morbida, vestita con ali d’uccello colorate”.

Dopo aver visto tutto ciò dici d’esserti chiesto il “significato” di tale evento, ma poi formuli la tua domanda asserendo di voler sapere per quale “motivo” un piccolo esemplare di volatile ha deciso di venire a morire nel balconcino della tua casa.

Dal mio punto di vista la tua domanda tocca più aspetti: “significati, cause motivi ed esoterismo” Un significato, un motivo e una causa non sono la stessa cosa. V’è poi la possibilità che qualcuno, da un fatto del genere, tiri fuori anche aspetti esoterici, magici o altri deliri.

Per quale causa quell’uccellino è morto? Forse un veterinario potrebbe fare un’autopsia. Per quale motivo è morto proprio lì? Ed io mi chiedo perché non doveva morire proprio lì? Una serie di eventi che lo hanno portato su quel balcone vi sono sicuramente, ma che importanza hanno? Forse se riuscissimo a trovare dei testimoni dell’accaduto potremmo scoprire se quel piccolo esserino ha subito un incidente o è stato ucciso. Forse amava venire a posarsi sul tuo balcone per cantare una canzone a te e alla tua ragazza per farvi svegliare, e ormai affezionatosi a voi, ha deciso di darvi l’ultimo saluto prima di andarsene?

Non saprei, ma so che v’è molta gente che è vittima di strane superstizioni, condizionamenti, credenze e paure, e che da un tale evento può iniziare a fantasticare assurdità d’ogni tipo: “Questa morte è il preannuncio di un evento nefasto che fra breve mi colpirà o colpirà la mia famiglia. Preannuncia la morte di un bambino. La fine della mia relazione sentimentale, l’inizio di una malattia….”. Le scemenze che la gente si inventa sono infinite, perché infinita è la fantasia umana e la paura che l’uomo nutre nei confronti della morte. A tutte queste persone vorrei ricordare che l’universo non ha tempo da sprecare per venire a recapitare strani ed esoterici messaggi nelle nostre “buche delle lettere”. La vita ogni giorno, attraverso il suo naturale e semplice accadere, ci offre sempre l’opportunità di penetrare e comprendere i suoi segreti, le sue leggi, i suoi significati e il suo amore: la vita scorre costantemente fuori di noi e attraverso di noi. Per chi la vuole osservare, ogni singolo istante è un momento di possibili grandi rivelazioni, ma tutto ciò non ha nulla a che fare con strambe idee di messaggi premonitori, avvertimenti o altro, inviatici da entità soprannaturali, divine, fosse anche dio in persona il feticcio attraverso cui la nostra paura desidera nascondersi. Caro Mirko, credo tu voglia concordare con me nell’osservare che le persone inventano le storie più fantasiose e roboanti per giustificare tutti quegli eventi della vita che non rientrano in una consolante visione delle cose. V’è la morte, e la morte ci terrorizza perché rappresenta la fine d’ogni nostro scopo, sogno e ideale da perseguire. Ecco che allora iniziamo ad inventarci mille e un'interpretazione. Paradisi, reincarnazioni, nirvana, estinzione totale di ogni forma di coscienza (pensiero ateo materialista)… Ma cosa ne sappiamo in realtà? Nulla!, sono tutte credenze, superstizioni, meccanismi di autoprotezione che attiviamo per non dover fare i conti con la nostra ignoranza. Fa troppa paura doversi dire: io non so perché sono qui, dove sto andando e da dove vengo. Pertanto è molto più comodo raccogliere qualche storiella religiosa raccattata qua e là.

Non sto dicendo che il paradiso, la reincarnazione o il nirvana non esistono, sto solo dicendo che sino a quando non riusciamo ad avere una reale esperienza spirituale, tutte queste parole per noi saranno irrilevanti, per questo sostengo che anche l’ateo e il materialista sono dei pappagalli, credenti cocciuti e cechi. Che prova hanno questi individui dell’unica esistenza della materia? Come possono sostenere che dopo la morte non v’è più nulla? Anche l’ateismo e il materialismo sono dei fanatismi, delle cieche credenze. Come si può affermare che qualcosa non esiste solo perché io non l’ho mai sperimentata? È stupido fare ciò, come è stupido asserire di credere in dio o nella vita dopo la morte senza aver “assaggiato” personalmente qualcosa del trascendente, del divino. Tutti i credo sono solo consolazioni!! Vedi anche tu, Mirko, come gli stessi atei, a modo loro trovino consolazione nell’idea che dopo la morte non v’è più nulla? Immaginiamo una persona che per tutta la vita non ha mai meditato, riflettuto, osservato dentro di sé, ma che si è solo dedicata ad azioni egoistiche, meschine e violente, cosa ne può sapere del divino e della morte? Nulla!!! Ora, è facile capire che una siffatta persona non gradisca tanto la concezione cristiana dell’esistenza. Se dovesse esistere un inferno sarebbero guai seri per lui, quindi fra due credo, uno ateo e uno cristiano, quale gli converrà scegliere prima di morire? Con questo non sto dicendo che gli atei sono persone egoiste, è solo un esempio, anzi, a volte sono più egoisti i sedicenti religiosi.

Con tutto ciò voglio solo mescolare tutte le carte della nostra cultura per far vedere che in fondo sono tutte bianche, non hanno alcun contenuto se noi personalmente non desideriamo guardare la realtà che ci circonda. Chi non sa dovrebbe tacere o perlomeno dire “ancora non so, non sono ancora giunto a nulla”. Queste persone invece blaterano dalla mattina alla sera, cambiano credo come le mutande, forse anche di più. Oggi sono atee e comuniste, domani sono cattolici e capitalisti, dopo domani sono catto-comunisti-capitalisti-budddisti-induisti-social-democratici, perché chi più ne ha, di credo, più pensa d’essere al sicuro.

L’uccellino sul tuo davanzale, come il sale che ho versato ieri sul pavimento della mia cucina, non porta alcun segno premonitore, alcun preannuncio di fortuna o sventura, ma sono semplici accadimenti determinati da mille possibili cause.

Quindi, tornando alla tua domanda, le cause sono varie, i messaggi esoterici sono solo fantasmi delle nostre povere menti, mentre i significati sono tutt’altra cosa. Ogni avvenimento ha infatti sempre una causa e sempre un significato. I significati nascono dalla comprensione che affiora in noi quando osserviamo attentamente e liberamente un fenomeno, e portano alla scoperta del nostro mondo coscienziale, interiore, spirituale. Quando osserviamo senza paure, preconcetti e ottuse superstizioni il naturale e quotidiano accadere della vita, dentro di noi, lo specchio della nostra coscienza penetra totalmente tutte le dimensioni e le relazioni degli eventi, cogliendo i reali significati di ogni cosa, in sintonia con le nostre effettive capacità. Cerco di spiegarmi meglio. Se c’è un uccellino morto sul selciato e passa un uomo che pensa principalmente alla caccia e alle cene con gli amici, è probabile che alla vista del piccolo volatile costui inizi a fantasticare sulla prossima battuta di caccia e sulla prossima bottiglia di “lambrusco”. Questa persona non sta riflettendo un bel niente di ciò che vede ma sta unicamente proiettando i propri desideri sul mondo che lo circonda. L’azione riflessiva avviene unicamente quando la nostra mente è silente e pertanto rispecchia il significato intrinseco alla realtà con cui entra in contatto. La parola riflettere deriva infatti dal fenomeno che si genera quando un qualcosa si pone di fronte ad uno specchio, è solo la nostra mente confusa e contorta che ha trasformato l’azione riflessiva in un atto di analisi e comparazione del pensiero, ma la vera riflessione accade unicamente quando la nostra mente non auto-produce i sui stessi pensieri.

Supponiamo ora che, sempre lo stesso uccellino morto sul selciato, venga visto da un passante che vive in uno stato di profonda riflessione, meditazione, preghiera o come la vogliamo chiamare. Ecco che in questo caso, quel corpo senza più vita, verrà riflesso limpidamente nello “specchio” della sua coscienza, e da tale riflesso tutti i significati che la coscienza racchiude in sé affioreranno limpidi e cristallini, portando una più vasta, sensibile e attenta esperienza della vita. Forse dalla visione di quel corpo potrà affiorare la percezione dell’impermanenza della vita, della sua tremenda fragilità e forza, della sua infinita giustizia e indifferenza, come al grande, così al piccolo, come all’alto, così al basso. Ecco che forse quell’uomo, silente e sereno, troverà un significato così sconfinato che lo porterà a pensare: “Come è morto questo piccolo essere così morirò anch’io, come lui ha vissuto, così ora vivo io, come ora queste piume non tremano più sferzate dai venti, ne questo piccolo cuore batte più nel petto, sopra la mia testa vedo decine d’altri uccelli giocare fra le nuvole, e se scendo ancor più nella mia riflessione, ecco che trovo quel fiume che scorre in mille letti diversi, ma è formato da un’unica acqua indivisibile, perché anche quando la separi, essa, prima o poi, evapora per tornare sempre e comunque, sotto forma di pioggia, in un altro greto o bacino d’acqua.

Quell’uccellino è venuto, come ogni giorno vengono mille altre cose, per ricordarci di scendere, sempre più in profondità, nel significato ultimo delle nostre esistenze. Ciò che conta è che tu oggi hai colto questo evento senza lasciarlo passare come i mille altri che ogni giorno ci sfuggono stupidamente. Che non sia il segno premonitore di un risveglio interiore? Non saprei, ma una cosa so per certo: solo noi siamo profeti di noi stessi, solo noi possiamo determinare il nostro futuro!

Un saluto,

Dadrim

 
Che cosa è la meditazione PDF Stampa E-mail
Meditazione e pratica
Venerdì 20 Febbraio 2009 23:20

Tramonto sulla cittàAntonella ha scritto: Salve Dadrim, mi piacerebbe sapere che cosa è per te la meditazione.
Un abbraccio amorevole

Dadrim ha risposto: Cara Antonella, la parola meditare deriva dal latino “meditari”, derivato di “mederi”, che significa curare. Ciò ci fa capire come nell’antichità la meditazione coincidesse con un’azione curativa, che poteva riguardare sia il corpo che l’anima. La cultura occidentale ha poi lentamente abbinato questo termine unicamente all’attività del pensiero, perdendo così il collegamento con il ben più importante significato che sta nell’azione globale di cura della persona. Oggi la parola meditazione ha migliaia di sfaccettature, e ripercorrerle è cosa alquanto difficile quanto credo inutile. Vi sono però due insiemi principali e ben distinti in cui si può inscrivere il significato di meditazione. Uno è l’insieme formato, come dicevo, dall’interpretazione occidentale, dove la meditazione è un’azione del pensiero focalizzata su di un oggetto o più, atta a sviscerarne i segreti attraverso la riflessione. L’altro insieme è formato dalla concezione orientale. In questo caso il termine italiano meditazione traduce la parola d’origine sanscrita Dhyāna (jhāna in lingua pāli) che letteralmente significa “visione”. Dalla traslitterazione della parola dhyāna derivano i termini Chan, in cinese, e Zen, in giapponese. Da ciò si comprende come in oriente la parola dhyana sia la radice stessa del pensiero mistico, spirituale d’intere tradizioni. Evitiamo ora di parlare delle molteplici concezioni di “dhyana” in oriente poiché anche queste sono infinite e non credo che si trovino facilmente due persone concordi su di una medesima definizione. L’unica cosa che accomuna tutte queste letture del fenomeno “dhyana” è l’idea che questa parola indichi uno stato mentale, dell’essere, o come lo vogliamo dire, di limpida riflessione del reale. “Dhyana” indica uno stato dove i pensieri e le emozioni non interferiscono più con l’umana percezione dei fenomeni sia interni che esterni alla persona. È da qui, infatti, che nasce l’idea di una consapevolezza simile a uno specchio, cioè capace di riflettere le cose senza distorcerle. Se prendiamo per buona questa mia sommaria e rozza definizione di meditazione, vista all’interno di due paradigmi totalmente opposti, ci rimane da definire quale delle due letture sia corretta. Dal mio punto di vista sono entrambe corrette, importante è però capire a cosa porta una e a cosa porta l’altra. Se per meditazione intendo qualcosa di finalizzato alla cura dell’anima, ecco che la concezione occidentale non è pertinente. Se invece intendo qualcosa di finalizzato alla cura del corpo fisico o alla risoluzione di tutti quei problemi d’ordine pratico che la dimensione fisica umana comporta, ecco che l’utilizzo della parola “meditazione” occidentale è più che corretto. La meditazione occidentale esprime l’azione analitica del pensiero che si concretizza nella comprensione delle leggi fisiche del mondo fenomenico. L’idea di meditazione orientale, invece, è un’azione che parte sempre dal pensiero, ma unicamente per spingersi sino al punto in cui l’attività analitica del pensiero giunge ad estinzione. Questa azione si concretizza con la sperimentazione di uno stato interiore di fusione con la vita, col divino, con l’essere o come lo si preferisce chiamare.

Alla base di entrambi questi due fenomeni v’è l’azione della consapevolezza individuale, pertanto ciò che è rilevante è comprendere come funziona e si manifesta la nostra consapevolezza. Come ho già detto in altri momenti, la nostra consapevolezza è ciò che ci permette di conoscere qualsiasi cosa. È come la luce di una lampada che quando viene puntata verso un oggetto lo illumina permettendoci di farne esperienza. La nostra consapevolezza può concentrarsi su spazi sempre più ridotti del mondo fenomenico o del nostro mondo interiore. Quando si concentra sul mondo fenomenico da vita alle conoscenze scientifiche, quando si concentra sul nostro mondo interiore da vita alle conoscenze umanistiche. La nostra consapevolezza, però, può anche non concentrarsi su di un oggetto specifico e lasciarsi espandere indefinitamente sino a giungere a uno stato di autoconoscenza, o sarebbe meglio dire di “essenza”, là dove giunge a sperimentare la sua stessa natura, libera da concetti, emozioni, giudizi, spinte e turbamenti. Questa è la dimensione della vera religione, questa è l’esperienza del misticismo. Abbiamo quindi: le scienze oggettive (fisica, chimica, biologia, matematica, geometria…), le scienze umanistiche (psicologia, filosofia, antropologia…) e l’esperienza mistica, la vera dimensione religiosa. Tutte queste tre dimensioni del sapere umano hanno come fondamento il fenomeno della consapevolezza. Quando la consapevolezza si muove verso il mondo delle cose da origine alla prima forma di sapere, quando si muove entro gli spazi della psiche umana da vita alla seconda forma di sapere, quando questa smette di muoversi sperimenta la sua stessa natura, quella che gli orientali chiamano sat-chit-ananda, termini i cui significati sono rispettivamente: "essenza", "consapevolezza" e "beatitudine". La meditazione intesa in questo ultimo modo rende giustizia al termine latino mederi (cura), poiché in questo stato ogni nostra sofferenza interiore trova la sua estinzione, la sua cura. V’è un’altra cosa da dire. Molti intendono la meditazione come una tecnica necessaria per giungere allo stato di “sat” e “ananda”. Le tecniche sono una cosa che molti amano tantissimo, forse per il fatto che il semplice parlare di rimanere in uno stato mentale attento e passivo sembra cosa alquanto improponibile, eppure la mia esperienza mi dice che proprio nell’osservazione vigile e passiva risieda la via maestra, ciò non significa in alcun modo che questa sia l’unica via. Esistono sicuramente una serie di attività che ci possono aiutare a entrare con più facilità in uno stato di recettiva passività della consapevolezza, ma queste cose non vanno confuse con lo stato stesso di abbandono interiore. Queste pratiche sono dei mezzi di purificazione, di catarsi, di scioglimento ed eliminazione delle mille tensioni che quotidianamente accumuliamo, ma se poi non passiamo dei lunghi e intensi periodi in quello che è lo stato proprio al termine dhyana, e cioè in un’attenzione vigile e passiva, tutto si rivela inutile. Sarebbe come svuotare un secchio che rimane sempre sotto una cascata. La cosa saggia è prima svuotare il secchio, cioè praticare delle attività liberatorie, ma poi portarlo al coperto per evitare che si riempia di continuo, e questo lo può fare solo un’osservazione passiva e vigile di tutti quei fenomeni che costantemente si agitano in noi e di cui non siamo per nulla coscienti.

Per me la meditazione intesa come “dhyana” è l’unica cura possibile a tutti i nostri mali interiori, e questa cura consiste nell’iniziare ad essere liberi dal nostro intero passato, per finire con l’essere semplicemente ciò che si è. Questa cura inizia con un’osservazione costante e passiva di tutto ciò che facciamo, pensiamo, vediamo e sentiamo, e termina con un’esperienza di essenza, consapevolezza e beatitudine (sat, chit, ananda).Le pratiche catartiche all’inizio possono essere molto importanti, ma non v’è nulla di esoterico in tutto ciò. Una bella corsa mattutina, una nuotata in piscina, o una corsa in bicicletta, ripetute per un certo periodo, possono essere più che sufficienti. A volte bastano anche delle semplici passeggiate o una relazione sessuale profonda e travolgente. Le vie del signore sono infinite, siamo sempre e solo noi che cerchiamo i sentieri più assurdi e impervi!

Da quanto ho detto sino ad ora non vorrei però che qualcuno giungesse all’affrettata conclusione che io sia una sorta di buddista o induista non dichiarato. Ho parlato di “dhyana”, “sat”, “chit”, “ananda”, ecc.., unicamente perché la domanda che mi hai posto si riferisce al concetto di meditazione, e tale concetto è inevitabilmente legato alla tradizione orientale. La mia visione delle cose mi porta a dire che ogni religione, nella sue essenza, esprime i medesimi messaggi, indica il medesimo orizzonte, parla della stessa realizzazione, pertanto non sarebbe per nulla cosa difficile prendere i vangeli e far notare che anche il “nostro” Gesù non fa altro che ripetere alla gente: svegliatevi, abbandonatevi, abbiate fede, non pregate balbettando mille richieste, ma rimanete in silenzio, in ascolto, in un’attenzione attenta e passiva. La vera preghiera è dhyana e la vera dhyana è vera preghiera, non v’è alcuna differenza. Le persone pensano mai a tutto ciò? Nella nostra religione quali sono le forme e i modi per raggiungere il divino o il Padre, dio o come più vi piace chiamarlo? La chiesa cattolica pare esserselo dimenticato dato che sta sempre a ficcare il naso nelle buche delle talpe invece di occuparsi del volo delle aquile. La chiesa se non avesse i peccatori e i peccati non avrebbe più motivo alcuno d’esistere, per il semplice motivo che non si occupa più ormai da secoli di come realizzare effettivamente il divino. Cosa me ne può fregare di qualcuno che mi dice unicamente cosa non devo fare? Io voglio sapere cosa devo fare, come posso crescere, come posso vivere l’esperienza diretta e concreta della pace interiore. Se passi il tempo unicamente ad ammonire le persone, l’unica cosa che ottieni è la loro mortificazione. Se lasciamo perdere le nostre chiese e ci andiamo a prendere i vangeli per leggerli per conto nostro, scopriamo che il bon Gesù passava la maggior parte del suo tempo spronando la gente affinché abbandonasse ogni cosa, lasciasse che fosse la vita a prendersi cura di loro e vedesse la meraviglia e la grandezza della vita sotto ogni suo aspetto. Ma la nostra mentalità ottusa ha trasformato l’idea di abbandonare ogni cosa nell’idea di povertà, cosa che viene ormai solo predicata, visto che proprio chi predica è il primo a mostrare più che evidentemente di non credere alla validità di questo assunto. Se smettesse di predicare una tale fesseria si farebbe certamente un favore. La povertà è un male da combattere e non va confuso con la sobrietà e l’essenzialità che sono dei beni da diffondere. Chi è sobrio ed essenziale non perde la propria mente in inutili e infiniti desideri. “Abbandonate ogni cosa”, non è un riferimento al mondo materiale, ma è un evidente riferimento al mondo spirituale. Non attaccatevi alle cose futili, superflue, inutili, siate sobri, essenziali, soddisfate i vostri bisogni e abbandonate le vostre avidità. Sarò forse un folle ma dai vangeli traggo queste conclusioni, altrimenti non riesco a spiegarmi un Gesù che va a feste, a cene, che balla e canta la bellezza della vita.

Vi sarebbero poi da scrivere pagine e pagine sul concetto di preghiera. Sempre grazie alla nostra ottusità e alla nostra chiesa abbiamo trasformata la preghiera in una lagnosa supplica finalizzata alla realizzazione dei nostri più infantili desideri. Sono stati eretti, in giro per il mondo, centinaia di luoghi ove la gente va in pellegrinaggio per chiedere le cose più strane, per poi andare pure in giro a dire d’essere stati esauditi. Ma è cosa incredibile. Questo dio è un folle scriteriato, esaudisce i capricci di chi lo invoca piagnucolando, mentre lascia morire di fame e violenze inaudite, bambini innocenti, donne e vecchi. Se dovesse esistere un dio del genere io non lo voglio nemmeno vedere, anzi, posso affermare in piena tranquillità d’essere più divino io d’una simile divinità. Ora mi chiedo che razza di cose siano queste preghiere? Prego per guarire da un tumore? E anche se vengo esaudito che ci guadagno, tanto qualche anno dopo devo morire ugualmente. L’unica preghiera che abbia un senso è quella che nasce dal silenzio e dall’abbandono di ogni nostro vano desiderio, quella che nasce quando non pretendiamo più nulla oltre quel che già abbiamo e ci rimane unicamente un senso di vastità e gratitudine per essere parte di un qualcosa di misterioso e meraviglioso. La vera preghiera è pura e semplice dissolvenza, la vera preghiera è la concreta manifestazione della fede nella vita, della fiducia in quel seme divino che fa crescere, morire e rinascere ogni cosa. La vera preghiera è uno stato attento e passivo della coscienza, uno stato che ci può far sentire in diritto di dire: noi siamo i figli prediletti di questa esistenza. Non dico “i figli di dio padre” perché mi sembra cosa un tantino superata a livello di sviluppo intellettuale, oltre ad essere un tantino maschilista e infantile. Nel nome del padre del figlio e dello spirito santo… ma la madre in tutta questa storia che fina ha fatto? A no, dimenticavo, le donne non possono ancora confessare e dire messa, figuriamoci far parte della trinità….

La meditazione per me è preghiera, intelligenza, libertà e risate a crepapelle, quindi: “Nel nome della Madre, del Padre, della Figlia, del Figlio e del gatto di casa: AMEN….AUM….AMIN”

Altro articolo dove parlo della meditazione: “Sul metodo, la tecnica, la pratica, la meditazione: un'osservazione attenta e passiva”.

Ciao cara Antonella,

un abbraccio,

Dadrim

 
Essere donna PDF Stampa E-mail
Lettere e messaggi
Mercoledì 18 Febbraio 2009 12:39

Colombe Francesca ha scritto: Parlo da donna giovane, arrabbiata e disorientata, o meglio, scrivo..

Mi ha appena chiamata mia madre e ha scatenato tutta una serie di emozioni e ricordi, potrei aggiungere anche rancori.

Sappiamo tutti che viviamo in una società ancora tanto maschilista. Ieri ho parlato con una persona molto saggia, di cui mi fido ciecamente e con cui mi confronto su vari temi che spesso centrano con la mia storia personale. Abbiamo parlato delle ragazze di sedici anni che fanno le prime esperienze sessuali, delle loro paure, rimorsi, sensi di colpa. Appunto, abbiamo parlato delle ragazze, non dei ragazzi. I ragazzi non hanno problemi di sentirsi poco di buono se fanno sesso con dieci persone diverse, le ragazze ancora sì, sempre meno per fortuna. Le ragazze sono quelle più represse, quelle che sognano il principe azzurro, che si devono comportare a modo. La vittima dei miei sfoghi mi ha risposto che non è proprie così, che le ragazze di oggi sono più naturali, istintuali. Mah!! Io vorrei che fosse così, ma i fatti sociali di ogni giorno mi ricordano sempre che viviamo in un paese ancora tanto maschilista, e di conseguenza tutta questa libertà femminile non può avere poi così tanto spazio nelle relazioni.

Tutto questo cosa c’entra con mia madre?! Mia madre è stata il mio idolo, la donna forte, intraprendente, che ha detto al marito possessivo e geloso: “Io faccio la patente, mi compro la macchina , faccio pure la carriera per quel che mi è possibile per le mie capacità e tu non rompere!!!” Solo che ha fatto tutto questo, ma non ha capito che era comunque dipendente da lui psicologicamente, e nonostante lui la trattasse anche spesso molto male lei gli è rimasta sempre accanto. Non è mai stata una casalinga tutta pranzi e lavatrici, ha sempre lavorato, e adesso guadagna anche più di lui. Non ha mai visto la possibilità di vivere serena, più rispettata, più amata, più valorizzata. Ma questa è la sua vita, mi dico io, se non accadesse che ogni tanto trasbordi anche nella mia vita con queste concezioni della donna dipendente da un uomo che si prende cura di lei, che le dà da mangiare e una casa. Lei in pratica non è mai stata una donna del genere, ma non lo ha mai capito e non le è mai venuto in mente che la figlia potesse essere felice in modo diverso, più libero, più sano. Non si è mai scansata dall’idea della famiglia tradizionale, cioè il modello della famiglia in cui è cresciuta, pur lamentandosi da sempre dell’insensibilità, l’ignoranza e la freddezza dei gesti dei suoi genitori. Mai una volta mi ha consigliato di lavorare da sola per il mio futuro, di essere libera e autonoma, di pensare prima a me, imparare a volermi bene, per poi trovare un giorno un uomo che mi ama per quello che sono e non perché ha bisogno di avere una persona accanto a sé fragile e dipendente.

Io non sono una femminista, però sono stufa di vedere le donne con tanto potenziale, tante capacità e tanta forza, soffocate da questi uomini deboli, bambinoni viziati, che non possono farsi neanche un caffé, perché solo così possono sentirsi forti e più maschi. Della loro debolezza fanno la loro forza, la loro incapacità di vivere soli la trasformano in “maschio forte che ha potere su una donna che senza di lui sarebbe persa”, perché ha un lavoro poco pagato, perchè la casa è intestata solo a lui, perché sa che per la madre di lei sarebbe la fine del mondo se la figlia si separasse… Così la donna passa dalla dipendenza dalla madre che l’ha cresciuta alla dipendenza di un uomo, senza avere la possibilità di riflettere, di fermarsi a respirare, di sentire, di vedere il mondo intorno a sé, di osservare la vita degli altri, capire se la vita va vissuta così o bisogna rivoluzionare tutti gli schemi familiari preimpostati sviluppatisi nei secoli, da quando la chiesa ha preso le redini della società. E’ stata dura per me sconfinare i cerchi della famiglia, della società con le sue regole ancora tanto bigotte, della chiesa tanto maschilista, e non lo sono riuscita a fare ancora del tutto, direi molto poco. E’ tanto difficile rinnegare tutto quello che ti hanno insegnato i genitori, che da quando sei nata sono il tuo mondo, il tuo primo contatto con la vita. E’ stato difficile capire in quante menzogne viviamo, cose mai dette, mai approfondite, mai indagate, apprese perchè qualcuno le ha dette senza mai chiederci chi è quel qualcuno. Quando si tratta della chiesa e dei potenti , le loro parole, tantissime volte, non si discutono. Eppure non ci vuole tanto. Un esame di storia medievale, un po’ di filosofia, e capisci che l’ unica religione è sempre stata ed è ancora il potere di comandare, vendere e comprare; che fossero pezzi di terreno, castelli, scomunicare gli imperatori o pretendere l’obolo nel medioevo, oppure trafficare con i più potenti, creare catene di alberghi e vivere lussi sfrenati, cercare di ostacolare le innovazioni scientifiche e denigrare i diversi pensieri spirituali, oggi.

E’ vero che sono arrabbiata. Sono alla soglia dei trent’anni e non mi sento libera nelle scelte che faccio, mi sento legata ancora alle cose a cui intellettualmente non credo più, mi sento soffocata in un paese in cui le donne guadagnano meno degli uomini solo perché donne.

E la cosa che mi fa imbestialire di più è che non vedo forza e motivazione nei giovani per cambiare qualcosa. I genitori che fine hanno fatto? Perché i figli hanno l’unico obiettivo di sballarsi e mettersi in mostra? Forse perché i figli si educano con i fatti, comportamenti e gesta che vedono dagli adulti? Gli adulti di oggi sono adulti? E perché io all’età di diciotto anni non volevo perdere un attimo di lucidità perché volevo vedere e sentire tutto intorno a me? Sono una pazza?

Ditemi che mi sto sbagliando, che sto esagerando! Fatemi capire che la realtà non è questa!

Dadrim ha risposto: Non è questione di giusto o sbagliato, reale o irreale. L’unica cosa rilevante è riuscire o meno a trascendere e bruciare le scorie del tuo passato, dell'intero passato di questa nostra ottusa società, che tu senti roderti l'anima, per divenire quella donna forte e libera che senti di voler essere.

Un immenso in bocca al lupo!!!!!!!!!!!

Dadrim

 
Grazie a Voi tutti! PDF Stampa E-mail
Avvisi. notizie ed eventi del blog
Lunedì 16 Febbraio 2009 19:22

Dadrim e SlaIeri sera, mi sono trovato con i miei amici più vicini per festeggiare i primi sei mesi di vita di questo blog. L’unica cosa che mi hanno fortemente consigliato, argomentando convincentemente, è stata quella di inserire qualche notizia aggiuntiva nella pagina “Chi è Dadrim”, di “metterci la faccia” e un po’ di immagini personali e/o d’incontri nella “galleria d’immagini”. Detto fatto. Così non mi potranno più dire di voler fare l’enigmatico eccentrico.

A parte queste chiacchiere da camerini, attraverso questo breve articolo vorrei cogliere l’occasione per condividere con tutti Voi la mia gioia e gratitudine per un’avventura che nessuno sa dove ci porterà, ma che certamente da qualche parte sta andando, fosse anche solo nel mio cuore, ma che altro potrei volere di più?

Vorrei partire salutando Gentian, il nostro primo iscritto alla Newsletters e sincero ricercatore, e passare a Emanuela, la nostra ultima iscritta.

Un saluto va poi a tutti coloro che hanno lasciato un pensiero nel libro degli ospiti e/o un commento agli articoli.

Saluto poi con affetto:

Paola, ricordandole che attendo di sapere come procedono le sue “prove”;

Ancalagon, il nostro drago;

Enrichetta;

Vale;

Vanna;

Alessia, nella speranza che ora dorma serenamente;

Marietto il filosofo;

Domenico; Namastè,

Giuliana, con la speranza che stia gustando il pieno della vita;

Rita, augurandole che ora la sua mente rifletta la vita limpida come un lago di montagna.

Vorrei inoltre ringraziare il Dott. Dario T. e Sladjana M. per le lunghe e sentite “discussioni filosofiche”, per la sempre utilissima e sapiente lezione medico scientifica e per la loro calorosa e sincera amicizia.

A J.Z., mia luce e ombra, un bacio senza tempo!

Infine, ma non certo per importanza, un abbraccio a tutti i miei “compagni di viaggio”, vicini e lontani, persi e ritrovati.

Grazie a Voi tutti e a chi deve ancora arrivare,

Dadrim

 
La Festa delle Bandiere PDF Stampa E-mail
Avvisi. notizie ed eventi del blog
Venerdì 13 Febbraio 2009 00:00

Con un sentimento di grande affetto e riconoscenza, per chi un tempo seppe sostenere e guidare i miei deboli e incerti passi verso la libertà, oggi vorrei condividere con Voi tutti, miei compagni di viaggio, la “Bandiera di Preghiera” che scrissi nel Natale del 2000, mentre mi trovavo nella comunità di ricerca spirituale che diede una svolta definitiva al mio percorso di vita.

Cosa sono le bandiere di preghiera.

Le “Bandiere di Preghiera” solitamente sono dei pezzi di stoffa colorati, con impresse parole sacre e immagini di divinità. Vengono usate dai buddisti tibetani, che le appendono all'aria aperta, per fare in modo che il vento possa soffiare le loro parole verso il cielo.

Nel Natale del 2000, i miei compagni ed io, appendemmo a un grande albero delle bandiere con scritte le preghiere che avremmo voluto far arrivare sino al cielo, dove avrebbero potuto essere viste da ogni uomo sulla terra. Ci fu infatti detto che solo una preghiera che si sente di poter condividere con ogni persona merita anche d’essere esaudita.

Bandiera di preghiera di Dadrim Natale del 2000Immagine: Bandiera di Dadrim, Natale 2000

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Partendo da questo dolce ricordo vorrei proporre a tutti Voi, miei compagni di viaggio, due momenti di preghiera, riflessione e incontro, che vorrei potessero divenire eventi fissi annuali, da far cadere negli equinozi di primavera e d'autunno. Questi due momenti li potremmo chiamare “La Festa delle Bandiere”.

(La parola "equinozio" deriva dal latino e significa "notte uguale". Gli equinozi di marzo e settembre sono i due giorni di ogni anno in cui il dì e la notte hanno la stessa durata. Per definire esattamente la lunghezza del giorno, l'alba comincia quando il Sole ha superato di metà l'orizzonte e il tramonto finisce quando il Sole è di metà sotto l'orizzonte. Usando questa definizione, la lunghezza del dì è esattamente 12 ore. Agli equinozi, il Sole sorge all'esatto est e tramonta all'esatto ovest. Nell'emisfero settentrionale, l'equinozio di marzo - che cade il 20 o 21 Marzo- è l'equinozio di primavera, e l'equinozio di settembre - che cade il 22 o il 23 settembre - è l'equinozio d'autunno; nell'emisfero meridionale, questi termini sono invertiti).

In cosa consistono questi due momenti d'incontro che dovrebbero avvenire nei giorni d'equinozio?

Ognuno di noi inviti nella sua casa, o in qualsiasi luogo senta più adatto per l’occasione, le persone a lui più vicine. Un volta giunti, tutti i presenti prenderanno un pezzo di stoffa colorata, che noi avremo precedentemente preparato, di superficie rettangolare di circa 40 x 30 cm (le stoffe dovranno essere di colori diversi, una per ogni presente, inoltre dovremo far trovare dei pennerelli indelebili di vari colori).

A questo punto ognuno inizierà a disegnare e scrivere con i diversi colori sul suo pezzo di stoffa, rimanendo con gli altri o stando da solo. Attraverso disegni e/o parole esprimeremo una preghiera che vorremmo far salire sino al cielo. Quando tutti avranno terminato di scrivere e/o disegnare, assieme si cercherà un luogo all'aperto dove poter appendere le bandiere, una vicina all’altra, per lasciarle muovere dal vento per sette giorni completi. Dopo aver appeso le bandiere ognuno rimarrà per il tempo desiderato in silenzio osservando il movimento delle stoffe accarezzate dal vento e rievocando dentro di sè il significato impresso nella bandiera. Tutto dovrebbe svolgersi in un clima di serenità e introspezione. Il momento migliore della giornata per svolgere tutto ciò è il tramonto.

Al tramonto del settimo giorno, poi, il padrone di casa andrà a togliere le bandiere, le lascerà asciugare se bagnate, per poi conservarle sino all’equinozio successivo, quando la “Festa delle Bandiere di Preghiera” verrà ripetuta, e solo allora le riconsegnerà ai rispettivi creatori, arrotolate e legate con uno spago di corda grezza.

Create bandiere coloratissime, appendetele nei vostri giardini, ai fili della biancheria dei condomini, lungo le cancellate delle nostre, spesso tristi, vie di periferia. Per due settimane all’anno facciamo in modo che ogni passante, vicino di casa o semplice turista possa fermarsi fra le strade delle nostre città attratto da parole di profondi desideri, preghiere, colori e gioia. Se non amate esporvi troppo o vivete isolati, lasciate pure che sia solo il cielo ad ascoltare le vostre parole portate dal vento, perché le preghiere non hanno bisogno di pubblico, semmai è il pubblico ad avere bisogno di pregare e meditare. Ricordate inoltre che tutto ciò non ha nulla accheffare con riti religiosi, sette, culti strani o altro. Tutto ciò è solo una festa, un momento di incontro, riflessione e presa di consapevolezza dei propri desideri più profondi. La Festa delle Bandiere vuole essere solo un momento in cui, anche attraverso un fare simbolico, si rafforza la memoria e il desiderio di portare a compimento il nostro viaggio interiore! Ho scelto come date l'equinozio di primavera e d'autunno per due ragione.

La prima è che in questi due momenti l'intero nostro pianeta attraversa una condizione di grande equilibrio considerando che il giorno e la notte si equivalgono temporalmente.

La seconda è che questi due momenti rappresentano e manifestano, a vari livelli d'intensità e profondità, l'essenza stessa dei due momenti più rilevanti nella vita di ogni creatura: la nascita, con l'equinozio di primavera, e la morte con l'equinozio d'autunno. Immensamente significativo è anche il fatto che mentre metà del nostro pianeta si sta risvegliando dal sonno invernale, l'altra metà si sta preparando ad entrarvi, e viceversa.

Scattate delle foto alle vostre "catene di bandiere", inviatele poi all’indirizzo e-mail del blog con il vostro nome e quello della provincia dove avete esposto le bandiere. Le più belle immagini verranno pubblicate nella home page del blog e archiviate nella galleria fotografica. Il vostro nome e quello della vostra città serviranno a creare una mappa geografica con indicati i punti dove si è svolta la Festa.

Riportiamo il calendario dei prossimi equinozi, sino all’anno 2020
Date degli equinozi per la "Festa delle Bandiere"
AnnoEquinozio di
primavera
(Marzo)
Equinozio
d'autunno
(Settembre)
200920 Mar 22 Set
201020 Mar 23 Set
201120 Mar 23 Set
201220 Mar 22 Set
201320 Mar 22 Set
201420 Mar 23 Set
201520 Mar23 Set
201620 Mar 22 Set
201720 Mar 22 Set
201820 Mar 23 Set
201920 Mar 23 Set
202020 Mar 22 Set

Riportiamo una foto di come la terra viene illuminata nei giorni d’equinozio:

 

Luce della terra nell'equinozio

 

Un abbraccio a tutti Voi,

Dadrim

 

 
Colpe e responsabilità non sono mai affari nostri! PDF Stampa E-mail
Società e condizionamenti
Mercoledì 11 Febbraio 2009 00:23

cartello stradaleNegli ultimi cent’anni abbiamo combattuto le guerre più devastanti che l’intera storia umana ricordi. Siamo giunti al punto di possedere un arsenale bellico capace di distruggere l’intero pianeta più e più volte, ma nulla sembra cambiare. Il fondamentalismo religioso ci ha riportati, in soli pochi anni, indietro di secoli; il progresso tecnologico, mal impiegato, sta devastando la natura, per non parlare poi del completo e folle sacrificio d’ogni valore, compiuto in nome di un'antica, quanto bestiale, trinità: potere, denaro e piacere. Mentre tutto questo accade sentiamo, ad ogni ora del giorno, religiosi, politici, capi di stato, economisti, intellettuali ripetere ossessivamente che l’unico loro obbiettivo è la pace, la serenità, l’armonia e il benessere di tutti i popoli, le nazioni e le genti. Ma come è possibile?

Come è possibile che ciò sia vero se più dei tre quarti della popolazione mondiale vive solo dolore, morte, distruzione, iniquità e paure. Come è possibile? Tra le nostre parole e le nostre azioni v’è una tale discrepanza e contraddittorietà, che non possiamo esimerci dal chiederci se cose come l’armonia, la pace o l’amore siano solo illusione, allucinazioni prodotte da una mente che soffre e che per questo si lascia fuggire in pensieri rassicuranti, mentre la realtà si consuma nell’idiozia! Temo che ancora troppi fra noi preferiscano le menzogne e le fantasie ad una realtà che contrariamente pretende un enorme impegno, lucido e coraggioso. Temo che nella migliore delle ipotesi, molti di questi nostri leader partano da buone intenzioni, senza aver mai speso, però, un solo giorno per comprendere la reale natura dei problemi umani.

Va sottolineato, comunque, che non ci si può certo aspettare qualcosa di molto diverso da una società come la nostra, basata su una cultura che propaganda la notorietà e il culto dell'immagine a discapito d’ogni forma di collaborazione e attenta riflessione. V’è da dire, inoltre, che spesso le persone sono abilissime a trovare capri espiatori, colpevoli e responsabili, ed e proprio per questo che ancora oggi la figura del leader carismatico è capace di infiammare le piazze o i telespettatori. Quanto è rasserenante sapere che v’è chi fa i lavori scomodi e pesanti per noi, quanto ci tranquillizza sapere che non abbiamo nessuna responsabilità per ciò che sta avvenendo, e che qualora le cose dovessero mettersi davvero male noi siamo sempre quelli dalla parte del giusto, di chi ha subito un torto o un sopruso. Questa è una logica dell’irresponsabilità, e questa logica continuerà sino a quando esisterà una cultura che educa al comando e all’ubbidienza. La logica della cooperazione e della responsabilità condivisa non è cosa ancora molto diffusa e sentita.

Vedendo tutto ciò, se veramente ne percepiamo la realtà e l'urgenza, credo non ci rimanga altro da fare che cercare di riprenderci le nostre responsabilità, smettendo di demandare ad altri ciò che invero spetta solo a noi. È tempo di smetterla con il riempirsi la bocca di parole di pace, amore, speranza, quanto di quelle di disprezzo, di disfattismo e sudditanza. La realtà è l’unica cosa su cui possiamo operare, e alla realtà non importa nulla delle nostre suppliche o delle nostre imprecazioni. La realtà rimane sempre lì di fronte a noi, aperta e disponibile, in attesa che noi ne facciamo qualcosa. Assistiamo a scontri terribili, sia microscopici, fra i singoli individui, sia macroscopici, fra gruppi o nazioni, dettati esclusivamente dal desiderio di potere, di controllo e di soddisfacimento di desideri personali, perpetrati attraverso lo sfruttamento e l’annientamento dell’altro, del diverso, del più debole. Religioni che credono nello stesso dio in conflitto da millenni, uomini divisi e ostili fra loro a causa del diverso nome del loro redentore, per colpa dei colori di una bandiera, per la diversità di una lingua, delle tradizioni o solamente perché un fiume divide le terre in cui sono nati. Pare proprio che quando noi uomini sosteniamo qualcosa, o tutto il mondo è con noi o è contro di noi. Idee, fedi, opinioni, tradizioni, bandiere, messia, ideologie politico-economiche, religioni, lingue, dialetti, nazioni, regioni, città, quartieri, strade, case, famiglie, tutto è motivo di divisione, frammentazione, scontro, e a tutto ciò, ogni volta, riusciamo a trovarvi qualche interessante giustificazione o evasione dalla nostra responsabilità.

Ora, se siamo sufficientemente pronti ad affrontare la realtà, dovremmo, come prima cosa, attraversare e superare il timore che si prova nel momento in cui si inizia a intuire come tutta la sofferenza e l’immane incomprensione che ci circondano e attraversano non vivano in qualche luogo ameno e sconosciuto, ma sono cose che crescono e si nutrono proprio dentro i nostri cuori e le nostre menti. Le multinazionali non vendono prodotti malsani se non v’è chi li compra, le televisioni e i giornali non diffondono notizie spazzatura se v’è chi smette di ascoltarle e inizia a spendere un po’ di tempo per informarsi e riflettere da solo. Il mondo del lavoro non sarebbe così opprimente e precario se ognuno di noi esprimesse tutta la creatività che nasconde in sé, impegnandosi, con altri, a sviluppare idee nuove e di reale interesse per la collettività, anziché deambulare da un’agenzia interinale all’altra sperando di trovare chi gli dica cosa e come deve fare.

È tempo d’inoltrarci, audaci e fiduciosi, dentro noi stessi e fra le vie del mondo, come avventurieri che esplorano un sepolcro antico alla ricerca di un tesoro perduto, e quando lo avremo trovato potremo finalmente tornare alla luce del sole, consapevoli che solo noi siamo gli artefici della nostra esistenza.

Poche cose so per certo e una è questa: ciò che siamo diviene ciò che pensiamo, ciò che pensiamo diviene ciò che facciamo, e ciò che facciamo diviene la realtà in cui viviamo, pertanto, chi scopre in sé creatività, fiducia e collaborazione, porterà nel mondo una realtà fatta di creatività, fiducia e collaborazione. Chi, invece, attende che sia il mondo a divenire creativo, fiducioso e collaborativo, ovunque andrà porterà con se una realtà fatta di sterilità, sfiducia e frammentazione.

Dadrim

 
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