| Sentirsi fragili, deboli e vulnerabili come una barca in mezzo al mare in tempesta |
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Un saluto, Francesco. Dadrim ha risposto: Caro Francesco, le nostre fragilità e le nostre vulnerabilità sono dei tesori incommensurabili. Più aumenta la nostra forza e più aumenta la nostra capacità di vedere e accogliere le nostre debolezze, più aumenta la nostra chiusura e la nostra ignoranza e più diminuisce la nostra capacità di sentire e comprendere i nostri limiti. Viviamo in una società ottusa dove l’idea imperante è che l’uomo forte non conosce fragilità e vulnerabilità, ma se ben osserviamo lo stato di fatto delle cose, facilmente comprendiamo quanto questa concezione della vita renda le persone unicamente insensibili, superficiali ed egoiste. La vera forza nasce dalla capacità di accettare e vedere tutta la nostra debolezza, solo da una siffatta condizione possiamo sperare di giungere ad un maggiore livello di apertura e fusione con il mondo e le persone, ma per poter incontrare e conoscere veramente quel che ci circonda dobbiamo essere in grado di sentire completamente tutto quel che vive dentro e fuori di noi. La strada che conduce alla libertà è fatta di una sempre più grande capacità di riconoscere, accettare e amare le debolezze, le fragilità e i limiti che vivono in noi e nelle persone che ci circondano. La trasformazione della nostra coscienza risiede, infatti, nell’atto stesso di accettare e accogliere pienamente, senza alcun giudizio o resistenza, quel che in principio sentiamo e ci appare come un limite. I limiti si superano includendoli in una consapevolezza sempre più vasta, non certo restringendo sempre più la nostra intelligenza entro i confini di una prigione, siano al punto di averla resa così piccola e insignificante da farle apparire un angusto spazio come una vasta prateria. La strada che conduce alla vera morte è fatta di una sempre più grande resistenza alla sensibilità e, quindi, alle paure e alle fragilità che inevitabilmente comporta il coraggio di esperire pienamente questa esistenza. Chi procede lungo questa via si spegne ancora prima di perire, chi segue, invece, la via che porta alla libertà si mette in gioco così intensamente e costantemente da ardere nell’anima sino al punto di poter far evaporare in un istante lo stesso fenomeno del morire. Caro Francesco, ascolta, ama e accogli le tue fragilità, perché sono i sassolini che ci indicano la via per la libertà; non cercare mai di negarle o gettarle vie, perderesti unicamente la tua sensibilità, e colui che più non sente più non vive. Dal mio punto di vista, la meta del nostro viaggio non sta nell’approdare in un porto sicuro, ma nel divenire capitani così esperti e fiduciosi da potersi permettere di sfidare anche le tempeste più paurose. Sai, forse la nostra nave interiore non è nata per fermarsi definitivamente in un porto, ma per navigare senza riposo in un oceano sconfinato nel quale possiamo trovare pace unicamente quando scopriamo che il piacere più grande risiede proprio nello scoprire d’esser nati con la stoffa degli avventurieri. Se così stanno le cose, il punto della questione non sta nel ricercare la pace, ma nello scoprire quella dote interiore che ci rende capaci d’essere avventurieri. Dopo aver fatto ciò la pace verrà, ma sarà unicamente una conseguenza del vivere come avventurieri in uno sconfinato oceano fatto di giorni di calma e di giorni di tempesta. Sfortunatamente, però, la maggior parte delle persone prima cerca la pace e poi tutto il resto, finendo così per rintanarsi nella prima triste e puzzolente locanda che trovano a due passi dal molo da cui sarebbe dovuta salpare la loro nave. Un caro abbraccio, Dadrim
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