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Filippo ha scritto: Ciao Dadrim, vorrei un consiglio per riuscire a sentire la voce interiore, non quella mascherata dalla coscienza o ciò che c'è in memoria: che altro non sono che concetti acquisiti con l'esperienza e da cui ci ri-specchiamo; cosa bisogna fare? Ma soprattutto come la riconosciamo? Io mi trovo in una situazione di perenne incertezza sulle decisioni da prendere (scelgo questo o quello, nero o bianco) che puntualmente mi portano ad allungare i tempi di realizzazione e difficoltà a concentrarmi e, in aggiunta, sensi di colpa. Una sensazione che mi porto dietro da ragazzino è il sentirmi prigioniero: ogni mia scelta non è mai mia, è sempre una re-azione a qualcosa, mio padre, amici, forse, comunque è sempre in funzione dell'opinione degli altri o un modello a cui conformarsi. Allontanarmi da questo modello è come perdere credibilità e sicurezza; esiste un attimo nella percezione dei fatti che è piacevole e poi subentra la razionalizzazione, i pro e i contro, in funzione dei miei modi di pensare, dettata, credo almeno, da come quel comportamento potrebbe essere valutato e a cosa arriverei. Questo arriva in automatico in situazioni che riguardano i sentimenti, il lavoro, l'amicizia, tutto in genere. Quindi ogni volta mi trovo sempre poco coinvolto e soprattutto con la paura di non riuscire ad affrontare le nuove situazioni. Riesco pure a trovare giustificazioni: sono vecchio, potrei sbagliare, non è quello che fa per me: qui parlo soprattutto della mia situazione attuale, cioè laurea, tirocinio, lavori come cameriere, età 34 anni, senza ragazza e con la sfiducia nel futuro e pochissima indipendenza. Vorrei buttar via tutto e stare ad ascoltare ciò che voglio, è che quando lo faccio mi si presentano gli stessi dilemmi: Sono capace? Che prospettive ho se faccio questo? Vorrei credere e avere la forza interiore che ti porta lontano con la consapevolezza e la fiducia che ciò che faccio è giusto dal solo fatto che lo sento mio a prescindere da tutto il resto.
La difficoltà è estraniarsi da tutto ciò, rientro negli stessi schemi, anzi è come se mi sia costruito dei surrogati della realtà, che tendono ad allontanarmi dalle intenzioni, iniziative, facendomi allungare i tempi di decisione o realizzazione di qualcosa; e gli stessi dolori che compaiono ormai di frequente (gastrite) tendono a bloccarmi nel fare, avendo così paradossalmente la giustificazione nel non fare: un bel casino. Io vorrei ascoltarmi per dare un taglio, ma poi eccomi da capo. Questo specchio si può lavare?? Come il ri-flettere?? Dadrim ha risposto: Caro Filippo, stai vivendo una situazione di paralisi esistenziale data da una struttura mentale che imbriglia ogni tua situazione o azione entro categorie ben definite. Ma vivere entro categorie mentali equivale a non vivere e tu lo stai sentendo sempre di più. “...mi trovo in una situazione di perenne incertezza sulle decisioni da prendere... mi sento prigioniero... mi trovo sempre poco coinvolto e soprattutto con la paura di non riuscire ad affrontare le nuove situazioni...” Come spesso ripeto, ritengo che ogni qualvolta la nostra sofferenza e il nostro disagio arrivano a punti di grande intensità, sino a farsi percepire insopportabili, le cose per noi si stanno mettendo bene poiché la nostra consapevolezza è cresciuta sino al punto da non poter più vivere confinata entro quattro mura. Il problema però è cosa ne facciamo di questo messaggio che ci viene sotto forma di dolore: lo cavalcheremo per volare alti nel cielo o ne prenderemo paura e ci raggomitoleremo in un angolo della solita vecchia stanza? Dalla tua lettera mi sembra di capire che i muri della tua stanza sono retti dalla paura del giudizio altrui, una paura che ti spinge a ricercare sempre l'azione giusta, la cosa buona da fare, la meno avventata e irrazionale, la più lodevole e condivisa. Ma in tutto questo macchinare della tua ragione le tue emozioni, i tuoi sentimenti e i tuoi bisogni finiscono sempre in secondo piano, in un piano così lontano che ora non sai più come contattarle e realizzarle. Per uscire da questa impasse ora dici: “...vorrei credere e avere la forza interiore che ti porta lontano con la consapevolezza e fiducia che ciò che faccio è giusto dal solo fatto che lo sento mio a prescindere da tutto il resto”. Vorresti uscire da una vita condizionata dal modello di giusto e sbagliato che gli altri ti hanno dato per seguire il tuo giusto e sbagliato, ma non vedi che non v'è differenza fra il tuo giusto e quello che la società ti ha introdotto. Il “male” è sempre lo stesso, il “male” è proprio il ritenere che esista un qualcosa di giusto da fare, da essere, da vivere. La società ci educa a vivere entro quello che essa ritiene giusto e sbagliato, poi noi cresciamo e comprendiamo quanto sia doloroso vivere entro i dogmi che altri ci hanno imposto. Iniziamo allora a mediare fra quel che sentiamo muoversi nel nostro mondo interiore e quel che riteniamo ci chieda il mondo fuori. Ma il mondo fuori esiste veramente? No, non v'è nessun mondo fisso, reale, “giusto” là fuori. Il bambino cresce ricevendo una serie di condizionamenti provenienti da un certo numero di agenti condizionanti (insegnanti, genitori, mass media...), questi condizionamenti si cristallizzano nella sua coscienza divenendo una sorta di controllore interno delle sue azioni, emozioni e pensieri. Gli anni passano e gli usi e i costumi della società cambiano, ma quel controllore interno, che il bambino ha fatto suo, solitamente non muore mai (perché pochi lo vogliono eliminare). Per questo vediamo sempre vecchi che si scontrano con i giovani in un eterno girotondo di regole e costumi sociali. In questo girotondo ogni generazione vive entro certi confini e determinati valori che non hanno nessun significato, non per la loro intrinseca valenza, ma per il semplice fatto che non nascono da una necessità interna dell'individuo ma da un adeguamento a delle logiche di appartenenza sociale. Nella mia visione delle cose, ogni volta che l'individuo depone la sua “sensibilità” in nome di una condotta collettiva, l'intelligenza muore schiacciata dal peso della banalità. L'intelligenza e la creatività sono sempre un fatto individuale, mentre la stupidità e la volgarità sono sempre la manifestazione di un'intelligenza potenziale che si è sottomessa all'altrui comportamento, all'appartenenza ad un gruppo o all'insignificanza dell'idea di massa. Per esempio, pregare è un atto intelligente se una persona sente nascere in lei un profondo bisogno di rivolgersi ad una qualche entità, ma è un atto insignificante se un individuo prega perché la cultura in cui è nato gli ha insegnato che prima di andare a dormire bisogno recitare una qualche formula. Il giusto e lo sbagliato sono concetti che hanno senso unicamente all'interno di un paradigma di pensiero condizionato. Il giusto e lo sbagliato, il buono e il cattivo, il lodevole o lo spregevole sono valutazione che si possono fare unicamente quando si ha un metro di paragone fisso. Ma dov'è questo metro di paragone fisso? Tutto cambia, tutto è in perenne ridefinizione. Questo metro di paragone fisso è un'illusione in cui l'uomo è caduto nel giorno in cui ha smesso di comprendere come ogni sua azione sia sempre e unicamente determinata e valutata dalla sua stessa consapevolezza e sensibilità. Se un divino esiste si manifesta proprio nella possibilità umana di autodiscernimento. Solo il singolo può valutare il valore e il significato di una sua azione, di un suo pensiero o di un suo sentimento. Solo l'individuo ha la possibilità di sentirsi responsabile delle sue azioni, e per questo di modificarsi e crescere, ma non perché qualcuno, al di fuori di lui, gli ha posto dei codici, dogmi, comandamenti o altro, ma semplicemente perché la sua coscienza è un'entità sensibile, intelligente e autodeterminantesi per sua stessa natura. Il divino è il potenziale racchiuso nella nostra stessa coscienza. L'autodeterminazione di un individuo non ha nulla a che fare con i concetti di giusto e sbagliato o buono e cattivo che la società propina. La società cerca di costruire dei modelli statici di comportamento perché ha paura della natura mutevole, creativa e imprevedibile del singolo essere umano. Questa società è ancora troppo popolata da una coscienza collettiva paurosa di se stessa. Quando ogni individuo smetterà di creare astrazioni mentali che tenta poi di far valere per tutti, e inizierà ad aver fiducia nella sua stessa intelligenza e sensibilità e nella possibilità di autodeterminazione del singolo, vedremo nascere un mondo nuovo, un mondo ora inimmaginabile. In questo mio discorso ovviamente non centrano niente le norme del codice civile e penale. Caro Filippo, uscirai dalla tua paralisi non quando avrai la consapevolezza e la fiducia che ciò che fai è giusto dal solo fatto che lo senti tuo a prescindere da tutto il resto, ma quando inizierai a fare, sentire e pensare senza più chiederti se è giusto o sbagliato a prescindere anche da te stesso, poiché è proprio quel te stesso il luogo in cui si è cristallizzato il tuo controllore interiore. Dimenticati di te e degli altri e senti semplicemente quel che vive al di là delle pretese delle nostre relazioni. Quel che più ti serve ora è gettarti nel fare e nello sperimentare il più possibile, fossero anche cose che poi ti si riveleranno insensate e inutili. Perché è proprio dal fare e dal provare mille strade che lentamente comincerai a percepire qual'è la strada che vuole la tua limpida natura interiore, al di là di ogni condizionamento. Sperimentati, mettiti in gioco, permettiti di essere infantile, banale, stupido e illogico, fatti poi una bella risata e ricomincia sempre e nuovamente da capo. Credo che in questa tua situazione la pratica spirituale che più ti può essere utile consiste nel gettarti totalmente nell'azione, nel fare quotidiano, da qualunque punto parta e verso qualunque direzione vada. Se lavori lavora totalmente senza pensare al futuro, al guadagno, alla carriera. Se ami ama totalmente senza pensare al perché, al percome, al principio o alla possibile fine. Se vai a correre corri, se vai a dormire dormi, se i tuoi pensieri ti travolgono in un turbinio di dubbi e domande lasciati travolgere completamente, poi sorridi e inizia una nuova azione. Ricordati inoltre che il nostro tempo in questa vita è molto limitato e spenderlo chiedendoci troppo se quel che facciamo è giusto o sbagliato, se lo facciamo per noi o per altri, se verrà bene o male è un lusso che non ci compete. Un'altro utile esercizio è immaginare di avere ancora un anno di vita. Prova a fare questo esercizio d'immaginazione, immergiti totalmente in questo pensiero, convincitene; sono certo che molte cose inizieranno a sembrarti uno spreco di tempo e molte altre inizieranno a nascere in te con tutta la loro bellezza e forza. Lo specchio si può lavare, basta iniziare ad agire. Usa qualunque cosa tanto non puoi sbagliare poiché quello specchio è la tua natura interiore e per questo non lo puoi rompere né perdere. Non è mai questione di giusto o sbagliato, di buono o cattivo, ma sempre e solo un fatto di esperienza e consapevolezza, e l'esperienza consapevole nasce dall'azione totale. Il giudizio e la speculazione derivano invece dall'agire parziale che parte dalla sola mente, dal nostro piccolo pensiero. Un caro abbraccio, Dadrim
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Il mio motto è stato sempre: Aiutati che il ciel ti aiuta , ossia se non lo fai tu nessuno lo farà. Conta sulle tue capacità e la tua forza . La vita è capricciosa ma se gli metti la tua afflizione srarà solo un disastro. Svegliati e cammina che la vita
è tua!