| Karma e pastoie esistenziali |
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Ho fatto del male ad altri, ho subito grande male da altri; in un'interpretazione pagana, direi che ho un karma fortemente negativo, da scontare in questa e forse anche nelle altre vite. Dimmi: posso farcela in una esistenza? Posso liberarmi dalle pastoie nelle quali mi sono invischiata e raggiungere almeno un moderato stato di serena tranquillità se non proprio di gioia assoluta? Troppo ermetica? Troppo criptica? Forse, ma la confusione è tanta. Sto pianificando un viaggio in Terra Santa a brevissimo: ho bisogno di spirito, del MIO spirito prima possibile! Devo centrare di nuovo, o per la prima volta, me stessa. Ti ringrazio Fai buona vita Natalie Dadrim ha risposto: Cara Natalie, la tua lettera è estremamente ermetica, oserei dire blindata, non spiega praticamente nulla della situazione che stai attraversando, ma proprio in questo sta la chiave di lettura di quel che vivi e senti. Sei isolata, chiusa in te stessa e in costante atteggiamento di difesa, hai paura di dare e altrettanta paura di ricevere, forse perché non ti è mai stato insegnato il linguaggio della fiducia e dell’amore, forse perché non ti è mai stato donato amore o forse, quando questo è accaduto, ormai era troppo tardi e tu stavi gia con i pugni chiusi e la guardia alta. Se le cose dovessero stare così, e credo proprio che stiano così, in questo sta la causa del tuo male e della tua confusione. Affermi: “Ti scrivo perché, se la tua missione è quella di donare, forse faccio un favore più grande a te che a me chiedendoti un parere”. Ma chi ti ha detto queste cose? Da dove hai raccolto questi pensieri? Io non ho alcuna missione e tanto meno vivo per donare. Le missioni sono solo per i preti, i messia e i kamikaze, ed io non sono un prete né un messia e tanto meno un kamikaze. Ho sempre e solo sostenuto che questa vita è un fenomeno di condivisione e dono reciproco. Non è possibile donare senza ricevere e non è possibile ricevere senza donare. Questo è un fatto, che lo si voglia accettare oppure no. Sfortunatamente però, la nostra piccola mente legge la realtà delle cose sempre a metà o a piccoli pezzi, senza comprendere la reale portate degli eventi. Se si è vivi si è costantemente esposti all’incontro con l’altro, ed ogni volta che accade un incontro avviene anche un dono, perché l’incontro in sé è un dono. Non è possibile sottrarsi all’incontro con la vita, che è sempre dono immotivato e gratuito. Beviamo la pioggia che cade dal cielo, respiriamo l’aria che portano i venti, veniamo scaldati dai raggi del sole, veniamo nutriti dai frutti della terra, veniamo rallegrati dal canto degli uccelli e dai giochi di colori dipinti nel cielo, e tutto ciò, anche se la maggior parte delle persone non lo vede, è un dono. Ogni giorno, da quando ci alziamo sino a quando ritorniamo a letto, incontriamo persone, situazioni e luoghi che riteniamo scontati, ma non lo sono affatto: domani potrebbe terminare ogni cosa, domani potrebbe essere il nostro ultimo giorno di vita, e sfortunatamente solo allora, forse, tutto questo ci apparirebbe come qualcosa di tremendamente speciale ed eccezionale. Non sappiamo perché siamo qui, non sappiamo per quanto vi rimarremo, ma per non dover fare i conti con il mistero della vita e la sua tremenda fragilità e forza, dimentichiamo di continuo che il nostro tempo è limitato, che il nostro esser vivi è un dono e che le cose più importanti e preziose, necessarie per essere sereni, ci vengono di continuo regalate a mani aperte. È proprio a causa di questo nostro continuo dimenticare la brevità delle nostre esistenze che possiamo così facilmente lasciarci andare alla rincorsa di cose sciocche e all’inutile lotta con rancori e ferite del passato! Ogni giorno, entrando in un bar, in un negozio, nel posto di lavoro, nella casa di un amico o in un qualsiasi altro luogo, qualcuno ci incontra con un sorriso, con una parola cortese, con uno sguardo sensuale o magari con una smorfia di fatica e dolore sul viso, con una parola dura o indifferente, ma comunque accada l’incontro, questo è sempre e solo un dono, un qualcosa che ci cambia, che ci arricchisce, che ci da la possibilità di scoprire nuove cose su noi stessi e sul mondo che ci circonda. Sfortunatamente l’idea imperante è che un dono è solo quel che ci fa piacere, quel che ci aspettiamo e desideriamo, ma se così fosse come potremmo crescere, arricchirci e cambiare? Se ottenessimo sempre e solo quel che desideriamo la vita sarebbe unicamente il sordo eco delle nostre stesse voci, dei nostri sempre uguali e monotoni desideri: che vita orrenda sarebbe! Fortunatamente, però, questa vita è un implacabile fenomeno di condivisione, incontro e dono reciproco. Vivendo doniamo continuamente quel che siamo, belli o brutti, buoni o cattivi, e altrettanto riceviamo cose belle e cose brutte, cose buone e cose cattive. L’importante non sta in cosa riceviamo, ma nell’essere aperti al dono, perché se siamo aperti al dono, all’incontro e all’ascolto, qualsiasi evento può divenire fonte di crescita, arricchimento e saggezza. Se invece viviamo chiusi, blindati in noi stessi, nelle nostre solite quattro idee, sordi alla vita, tutto viene continuamente sprecato e i nostri anni passano senza alcun significato. Colui che vive aperto e sensibile al mondo che lo circonda, anche dall’incontro con una persona chiusa e sofferente viene arricchito, fosse anche solo dal riconoscere la miseria che nasce dall’essere morti dentro. Ma chi è morto dentro, invece, non è più in grado di riconoscere quella realtà di condivisione e collaborazione che, nonostante la sua condizione, comunque, continua ad accadergli tutto attorno. Chi vive chiuso in se stesso è come un uomo che siede su di una spiaggia ad occhi chiusi: il sole abbronza la sua pelle, illumina l’orizzonte, crea miliardi di scintillii riflettendosi sulle onde, ma lui non sa nulla di tutto ciò, anche se vive totalmente immerso in questa realtà! Questa nostra esistenza è un fenomeno di totale interdipendenza e prima lo capiremo prima inizieremo a vivere serenamente e con fiducia questa condizione. Senza l’altro, il diverso e il fuori non possiamo vivere, ma altrettanto vale per l’altro il diverso ed il fuori: senza di noi non potrebbero esistere. Affermi: “Ti scrivo perchè se la tua missione è quella di donare, forse faccio un favore più grande a te che a me chiedendoti un parere”. Con questa frase stai comunicando una grande paura di ricevere qualcosa, perché ricevere qualcosa significa anche doversi rendere disponibili all’altro, significa dover aprire le nostre braccia e il nostro cuore per ricevere quel che ci viene donato, ma se così facessimo, saremmo esposti al rischio d’essere modificati, cambiati nel nostro essere e magari feriti, ecco allora la pura e la chiusura. Ma vivere chiusi significa non vivere, ed ecco allora affiorare il nostro malessere, il nostro mal contento. Questo è un circolo vizioso dal quale si esce unicamente quando si è così stanchi e nauseati dalla propria condizione da comprendere finalmente che non v’è nulla in noi di così importante da dover essere difeso. Questo circolo vizioso si spezza quando sentiamo con tutti noi stessi che anche il dolore più grande, che può provenire dall’aprirsi alla vita, è migliore della solita nauseante puzza di stagno che proviene dal nostro vivere blindati e confinati in paure e resistenze. Scrivendomi non fai un favore né a me né a te, ma dimostri unicamente la tua voglia d’incontrare l’altro, di incontrare la vita e di uscire dalla tua prigione, dalla tua confusione, ma per fare ciò devi essere totale, devi essere completamente aperta all’ascolto e all’incontro, altrimenti anche questo tentativo cadrà nel nulla, e allora ti serviranno mille altri tentativi e forse non basteranno nemmeno mille viaggi in mille terre sante. Non è chi incontri, ciò che fai o dove vai che importa, ma come incontri qualcuno, come fai qualcosa e come vai in un luogo! Ciò che importa è la disposizione del tuo essere. Scrivi ancora: “Sono sufficientemente presuntuosa da valutare molto attentamente le parole che mi vengono rivolte, eppure non ho ancora trovato le risposte che cerco e continuo a chiedere agli altri”. Se parti da queste premesse non troverai mai alcuna risposta. Se vai verso l’incontro e l’ascolto con presunzione, cosa potrà scaturirne? Nulla! Sempre e solo il tuo vecchio e logoro passato. Valuta molto attentamente le parole e il modo di essere di chiunque, ma fallo sempre e comunque totalmente aperta all’ascolto, alla comprensione. Cerca di divenire il più sensibile e ricettiva possibile, solo così riuscirai a raccogliere ciò che è di nutrimento per il tuo essere e a scartare ciò che è nocivo. Ma se filtri la realtà attraverso il tuo orgoglio non riuscirai mai ad andare oltre i tuoi stessi pensieri, sentimenti e convincimenti, non andrai mai fuori dalla gabbia del tuo stesso “io”. Dici di non riuscire a trovare le risposte che cerchi, ma forse, per cambiare veramente, non necessiti delle risposte che tu vorresti. Quel che ora vivi è solo confusione, e le risposte che ritieni di dover avere sono ovviamente frutto di quella stessa tua mente che ora vive confusa, pertanto saranno risposte altrettanto confuse e poco risolutive. Ecco allora che ancora una volta torno a dirti di abbandonare le tue convinzioni, i tuo credo, i tuoi confini, le tue possenti difese, per invitarti ad ascoltare, a sentire, a toccare e gustare quella realtà che vive tutto intorno a te, ma che ora tu non vedi e che non puoi nemmeno immaginare. Tu dici: “…eppure non ho ancora trovato le risposte che cerco e continuo a chiedere agli altri”. Ma cosa vuoi che ne sappiano gli altri delle risposte che tu cerchi?! Se stai cercando qualcosa, e questo qualcosa è nel tuo essere, cosa vuoi che sappiano gli altri?! Perché chiedi di te stessa a chi vive fuori da te stessa?! È inutile! L’unica vera risposta che ti può dare qualcuno che si preoccupa disinteressatamente del tuo bene è un netto rifiuto al tuo domandare, è un invito a ritornare a sentire e guardare nel profondo del tuo cuore, oltre i rottami del passato e i limiti della paura. Tu dici: “Ho fatto del male ad altri, ho subito grande male da altri...” Bene!, quel che è stato è stato, ora è tempo di chiudere con il passato e di raccogliere la lezione. Se smetti di vivere entro gli automatismi e gli schemi della tua mente, quel che qui hai chiamato “karma” verrà bruciato in un istante. Il karma si perpetua unicamente quando non apprendiamo nulla dagli eventi che ci accadono, ma quando la nostra consapevolezza penetra totalmente, momento per momento, gli eventi che ci accadono, non esiste karma, sfortuna o destino che ci possa influenzare. Scrivi ancora: “Dimmi: posso farcela in una esistenza? Posso liberarmi dalle pastoie nelle quali mi sono invischiata e raggiungere almeno un moderato stato di serena tranquillità se non proprio di gioia assoluta?” Potresti liberarti dalle pastoie in cui ti sei invischiata anche in questo istante se lo volessi veramente, ma il problema è che tu non vuoi solo liberati dalle tue pastoie, ma vuoi anche raggiungere uno stato di “serena tranquillità, se non proprio di gioia assoluta”. Lascia perdere la tranquillità, moderata o scellerata che sia. Quando la nostra mente è infelice inizia a sognare la felicità, ma quel che sogna è sempre e solo il sogno di una mente infelice, e spesso gran parte della nostra infelicità viene proprio dalle nostre bizzarre idee di serenità. Spesso cadiamo in grandi guai proprio perché immaginiamo la felicità come uno stato privo di conflitti e dolori, quando invece la vera serenità nasce da una totale accettazione di ogni conflitto e dolore. La felicità non è qualcosa che possiamo immaginare, sognare o desiderare, ma è qualcosa che nasce unicamente quando viviamo totalmente aperti e fiduciosi quel che effettivamente siamo e abbiamo. La felicità nasce dal pieno contatto con la realtà, qualunque essa sia. Ora ti lascio in compagnia delle splendide parole di Michael Adam. Sempre a tua disposizione per qualunque chiarimento o domanda... Un grande abbraccio, Dadrim
"Forse il tentare porta persino all’infelicità. Forse tutto il rumore del mio desiderare ha tenuto lontano lo strano uccello dalle mie spalle.
Ho inseguito la felicità così a lungo e così fortemente. Ho cercato nei luoghi più remoti, in lungo e in largo. Ho sempre immaginato che la felicità fosse un’isola nel fiume. Forse essa è il fiume. Pensavo che la felicità fosse il nome di una taverna in fondo alla strada. Forse essa è la strada. Credevo che la felicità fosse sempre domani, e poi domani, domani ancora. Forse essa è qui. Forse essa è ora. E io ho guardato in qualsiasi altro luogo. Ma qui e ora, chiaramente, c’è infelicità. Forse, allora, non esiste una cosa come la felicità, forse la felicità non esiste. È solo un sogno creato da una mente infelice. Certamente, non può essere come io infelicemente la immagino. Qui e ora non c’è felicità. Quindi la felicità non esiste. Dunque non ho bisogno di sprecare ulteriormente me stesso in qualcosa che non esiste. Posso dimenticarmi della felicità; posso smetterla di preoccuparmi e interessarmi invece a qualcosa che conosco, che sono in grado di sentire e sperimentare pienamente. La felicità è un sogno vano: e adesso è mattina. Mi posso svegliare in compagnia dell’infelicità, di ciò che è realmente sotto il sole in questo momento.
Ma ora vedo quanto della mia infelicità viene dal cercare di essere felice; sono in grado persino di vedere che il cercare è infelicità. La felicità non cerca…Finalmente sono qui e ora. Finalmente sono quello che sono. Non pretendo nulla, sono a mio agio. Sono infelice – e allora?... Ma è questo ciò da cui scappo? È davvero infelicità?... e quando smetto di provare ad essere felice, o qualunque altra cosa, quando non cerco più, quando non mi preoccupo di andare da qualche parte, di ottenere qualcosa, allora si direbbe che sono già arrivato in uno strano luogo: sono qui e ora. Quando mi rendo conto che non c’è niente che io possa fare, che tutto il mio fare è lo stesso sogno, nel momento in cui mi accorgo di ciò, la mia mente vecchia sognatrice e girovaga, in quel momento è immobile e presente. In quel momento, qui e ora, appare il mondo reale; vedi: qui e ora è già e sempre tutto ciò che avevo visto e che ho cercato di conseguire in qualunque posto lontano da me.
E ancora di più: sono andato a caccia di ombre; la realtà è qui, in questo luogo soleggiato, in questo canto di uccelli, adesso. Era il mio inseguire la realtà che mi ha allontanato da essa, il desiderio mi assordava. L’uccello stava cantando qui, per tutto il tempo… se io sono immobile e non mi preoccupo di trovare la felicità, allora si direbbe che la felicità sia in grado di trovare me.
Essa esiste se io sono davvero immobile, come morto – se io sono completamente morto, qui e ora".
Michael Adam
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