| L'esperienza del Tunnel |
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Credo che all’inizio della tua lettera tu ti voglia riferire all’articolo “Chi sono, mi chiedi?”, e precisamente nel passaggio in cui affermo: “Gli occhi sono lo specchio dell'anima dicevano i vecchi, vero? Ma noi oggi i vecchi li mettiamo nelle case di riposo o con le badanti straniere. Cosa ce ne facciamo di gente che non è più produttiva! Tutta roba da buttare! Che tristezza, vero? Come è più che vero che la gente non si guarda più negli occhi, perchè è più intenta a valutare una persona dalla macchina che guida, dai vestiti che porta o da altre sciocchezze del genere. Che tristezza, ancora, dico io!”. Credo sia questo uno dei punti che ti trovano in disaccordo, ma se vorrai penetrare sempre più a fondo nella comprensione della mia visione delle cose scoprirai che l’accordo e il disaccordo possono esistere solo quando ci relazioniamo partendo da un punto di vista limitato, partendo da una definizione, da una percezione della vita filtrata dal pensiero. La mente, con i suoi pensieri lavorano sempre alla periferia della nostra coscienza, poiché intrinsecamente incapace d’entrare in contatto con il nostro centro interiore dove dimora l’essere, ciò che “è” e che vive sempre e solo in uno stato d’imperturbabilità. Sfortunatamente noi abbiamo progressivamente perso il contatto con la nostra dimensione più profonda iniziando a muoverci unicamente alla periferia, attraverso il pensiero e le emozioni (che sono la stessa cosa: i pensieri formano le emozioni e le emozioni formano i pensieri).Quando la nostra coscienza si muove unicamente alla periferia, la nostra lettura della realtà non può che essere frammentaria perché non riusciamo più a scorgere il “sostrato”, la dimensione indivisa che sostiene e alimenta il mondo delle forme, quel mondo che i nostri sensi, filtrati dalla mente, percepiscono come mutevole e impermanente. Cercando d’essere il più pratico e concreto possibile ritorno al problema dell’essere o non essere d’accordo. Se dico: “Ma noi oggi i vecchi li mettiamo nelle case di riposo o con le badanti straniere. Cosa ce ne facciamo di gente che non è più produttiva! Tutta roba da buttare!”, ecco che subito la mente tende a interpreta questa affermazione partendo dalla sua dimensione periferica, semantica, pragmatica e assolutista.Perché l’accento viene messo su fatti marginali, e cioè le case di riposo e le badanti? Questi sono fatti periferici, contingenti. Ciò che è rilevante è sempre e solo la dimensione profonda, la disposizione d’animo che ci spinge a fare qualcosa. Come ho ricordato in più di un’occasione, una delle frasi più significative che siano mai state dette è “Ama e fa ciò che vuoi” (Sant'Agostino).Le situazioni periferiche, fenomeniche, sia della mente che del mondo materiale, possono prendere forme e circostanze persino paradossali, l’unica cosa che ne fa da discrimine è lo stato interiore dell’individuo che agisce. Se viviamo in uno stato d’amore, se agiamo senza interessi personali, ma unicamente mossi da una coscienza cristallina, penetrante e intuitiva, tutto quel che faremo rispecchierà la libertà e il “calore” che vivono in noi. Ciò non significa che qualche volta non commetteremo stupidaggini, ma è certo che anche se queste dovessero accadere, non esiteremmo un istante a vedere, riconoscere e aggiustare l’errore, senza alcuna paura d’ammettere i propri sbagli.Dalla mia affermazione presa in esame, l’accento va posto sul bisogno della nostra società di allontanare e zittire tutte quelle persone che non rientrano più nelle logiche di produttività e d’efficienza capitalistica (cioè atta a sviluppare i capitali). Si può mettere un genitore in una casa di riposo per amore, perché a casa si sente solo, perché non può essere seguito a dovere, perché vuole stare con i suoi amici che alloggiano tutti lì. Ma si può anche mettere un genitore in una casa di riposo perché si ha la mente concentrata unicamente sulla carriera, su interessi personali, e il dover spendere qualche mezzora al giorno per chi pensiamo non ci possa servire più a nulla, per noi è solo un intralcio (v’è da dire poi che spesso il detto “tale padre tale figlio” è vero, perciò sovente abbiamo quel che ci meritiamo, ma questo è un altro discorso). Cara Vanna, capisci cosa intendo? Quando parlo cerca sempre di intuire lo sfondo da cui nascono le mie parole e cerca sempre di ricordare le parole di Sant’Agostino: “Ama e fa ciò che vuoi!” Questo non significa certo che spesso io non dica delle benemerite sciocchezze, ma spero che l’umiltà e l’intelligenza per correggermi mi seguano sempre come un’ombra. Ora andiamo pure al nocciolo della tua lettera. Hai avuto l’esperienza del tunnel… bene… ma di tunnel nella vita se ne aprono tanti, non serve andare in coma. Il problema è sempre avere il coraggio d’imboccarli!! V’è poi da dire che un tunnel aperto da un coma non credo possa essere quel tunnel che una volta attraversato ci conduce alla sorgente stessa della luce, ma molto più probabilmente è un’apertura fra un’esperienza discretamente serena di vita ad un’altra esperienza in cui ti sarà nuovamente chiesto di guadagnarti personalmente e consapevolmente la tua luce interiore. Tu dici: “Devo dire che ho tanta fede e pazienza .. comunque ho detto a mio marito che alla prossima chiamata non ritorno ... forse dovrei fare meditazione, ma non ci riesco, allora continuo a far tacere la mente e osservare ... riuscirò a ritrovare il mio Divino?”. Se hai tanta fede e pazienza usale per penetrare sempre più a fondo nel tuo animo, sino a quando scorgerai consapevolmente la fiamma che alimenta la tua stessa vita. Se le stai usando unicamente per attendere il giorno in cui te ne andrai da questo mondo, è solo uno spreco. Sarebbe solo una fuga e non l’inizio di quell’avventura spirituale che è indispensabile per accedere consciamente alla nostra vera natura. Cogli l’esperienza che hai vissuto come un invito a scendere in te, come una piccola intuizione dell’effettiva esistenza di una dimensione altra, da noi purtroppo dimenticata. Ma non trasformare quell’esperienza in una via di fuga dalle fatiche del camminare qui e ora. Non spostare la tua realizzazione nel domani o nell’aldilà, perché il domani non viene mai e l’aldilà è sempre e solo “al di qua”! Tu dici: “Forse dovrei fare meditazione, ma non ci riesco”. La meditazione non è una cosa può riuscire o non riuscire. La meditazione, per come la intendo io, è una cosa che si vuole o non si vuole, ma non centra nulla con abilità particolari o difficoltà di sorta, perché riguarda semplicemente la decisione d’iniziare a relazionarsi con il mondo e noi stessi partendo da un differente punto d’osservazione. Ecco allora che osservare è la chiave di volta, ma bisogna prestare attenzione e comprendere se stiamo effettivamente osservando o se stiamo manipolando e proiettando le solite difese. Se osservi non puoi far tacere la tua mente. Osservare la mente e far tacere la mente sono cose totalmente opposte. Se fai tacere la tua mente impieghi le tue energie in un’azione coercitiva, repressiva e pertanto incapace di penetrare il fenomeno mente per trascenderlo e accedere alla dimensione dell’essere che vive oltre. Se osservi veramente, impieghi tutte le tue energie unicamente per lasciare che la mente consumi il suo vorticoso movimento, sino a quando cadrà da sola. Se osservi veramente, tu non ti immischi più con nessuna attività del tuo pensiero e delle tue emozioni, ma rimani in disparte, senza far più girare i pedali della tua bicicletta mentale. Se riusciamo a vivere, con pazienza e fiducia, in questa disposizione d’animo, lentamente la nostra bici interiore terminerà la sua corsa non avendo più nessun motorino d’alimentazione. La mente è come una bici senza freni. Se smetti di pedalare ci vorrà un po’ di tempo prima che si fermi, ma si fermerà. Osserva con tutta la tua pazienza e fiducia, perché sono certo che se così farai, ritroverai ben più del divino che hai perduto, e a quel punto non dovrai più comunicare a tuo marito l’intenzione di lasciarti andare alla prossima chiamata, ma diverrai tu stessa, per lui e per tutti coloro che ti circondano, una chiamata al risveglio e alla luce!! Un abbraccio, Dadrim
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Commenti (3)
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Risposta
scritto da Vanna, gennaio 28, 2009
Grazie Dadrim, sei troppo forte, come al solito hai ragione su tutto. La mia coscienza non mi ha ancora permesso di portare mia madre in un ospizio. Lei mi ha soffocato di amore nell'infanzia ed ora tenta di rubarmi tutta l'energia ma io capisco e le voglio molto bene, anch'io spero che l’umiltà e l'intelligenza siano sempre con me. Non voglio andare via da questo mondo, scherzo con mio marito, è che non lo so ..è difficile camminare nel qui e ora e prestare attenzione allo stesso tempo, la chiave ce l'ho e sono sicura che ci riesco. Grazie di nuovo Vanna
Una comunità spirituale
scritto da Carlo, gennaio 22, 2009
Un caloroso saluto a tutti gli amici di questo meraviglioso blog, mi sembra di vivere in una comunità spirituale.... perchè non apri un centro di ricerca, caro Dadrim, io sarei il primo a partecipare!!!
... scritto da Franco, gennaio 22, 2009
Anch'io ho avuto la stessa esperienza di Vanna, qualche anno fa, ed è bello vedere con quanta semplicità e lucidità hai risposto ad un fenomeno spesso deriso. Grazie Dadrim per avermi dato un modo per collocare quel che ho vissuto nel mio quotidiano vivere,senza sentirmi uno "strano" o convincermi di chissà che!!
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Vanna ha scritto: Ciao Dadrim, complimenti per i tuoi scritti, solo su un paio di cose non sono d'accordo ma del resto ognuno ha il suo punto di vista. Riguardo per esempio a tenere gli anziani negli ospizi, dipende da tante cose, io per esempio ancora non sono arrivata a ciò ma devo dire che ci ho pensato. Comunque scrivo per altre cose, vorrei raccontare la mia crescita ed avere da te alcuni consigli. Ho 53 anni, inizio però da quando ne avevo 20: dopo una banale operazione, riportata in camera operatoria per un'emorragia, ho avuto l'esperienza del Tunnel, ho visto una parte di me uscire dal corpo e con una sensazione di solitudine mi sono allontanata, si è aperto questo tunnel e in fondo ad esso questa luce bianca che mi attraeva come una calamita, una gioia indescrivibile, in un attimo ho capito tutto, comunicavo con la luce, ma ricordo solo che volevo rimanere, stavo troppo bene in quel luogo, ma uno sguardo al di sotto (vedevo i miei genitori e mio marito) mi ha fatto capire quanto avrebbero


