10 tori zen

Italian (Italy)English (United Kingdom)
Sei in: Home Spiritualità Siamo esseri spirituali

Siamo esseri spirituali

Attenzione: apre in una nuova finestra. PDFStampaE-mail
fogliaMario ha scritto: Ciao Dadrim, ho trovato il tuo sito e ho deciso di scriverti, perchè anch'io come te ho intrapreso il mio personale percorso spirituale. Vorrei pertanto sottoporti alcuni miei pensieri. Sarei felice se vorrai dire la tua.
Secondo te innamorarsi dell'amore che qualcuno prova per te equivale ad innamorarsi di chi produce questo amore ?
Per esempio Noi vediamo l'amore di Gesù riflesso sulle pagine dei libri sacri e ce ne innamoriamo a nostra volta ,ma penso che la sua figura, la sua vita siano frutto di una elaborazione teologica, perciò probabilmente noi non ci innamoriamo di Lui, ma del suo amore riflesso e questo mi fa riflettere.
Allo stesso modo, quando una persona che ti vuole bene ti regala un oggetto come portafortuna, non è l'oggetto che ti porterà fortuna, ma lo farà lo stesso perchè è il simbolo dei pensieri positivi e dell'affetto che questa persona prova per te e che ha cercato di trasmetterti attraverso di esso, quindi sono il bene e i pensieri positivi di questa persona che ti aiuteranno ad "avere fortuna", quindi a "vivere bene" e l'oggetto è solo il simbolo materiale di questo scambio di affetto. Allo stesso modo, il pupazzo preferito di un bambino, ad esempio, è ricolmo dell'amore di questo bimbo per quell'oggetto e secondo me certe emozioni sono così forti che possono "lasciare ombre" che persone sensibili possono a volte percepire. L'oggetto è la spugna e quando si imbeve dopo un po’ l'acqua esce.
Questo mi fa pensare al simbolismo rappresentato da Gesù Cristo inchiodato sulla croce e alla manifestazione di segni sulle mani che rispecchiano tale simbologia.
Siamo infatti abituati a vedere le stigmate come un fenomeno estatico che si localizza anatomicamente sui palmi e/o dorsi delle mani dei soggetti portatori. Tale posizione anatomica è storicamente scorretta perchè nelle crocifissioni eseguite nell'antichità i soggetti non venivano inchiodati attraverso i palmi e i dorsi delle mani per non vederli cadere dalla croce entro pochi minuti, con una grande lacerazione nonchè frammentazione delle ossa della mano: i tessuti molli e le ossa interessate infatti non sono in grado di reggere il peso del corpo umano. Si è osservato invece che sul polso, nella parte finale dell'ulna e del radio, in quella intercapedine che si collega alla mano, esiste un piccolo spazio, definito di Destot, attraverso il quale sarebbe estremamente semplice poter inserire un chiodo. Queste due ossa, che formano i nostri avambracci, sono infatti disposte in modo da creare una intercapedine naturale attraverso la quale venivano conficcati i chiodi per le crocifissioni.
I reperti storici ci dimostrano come nella Palestina romana tale locazione fosse l'unica attraverso la quale venivano fatti passare i chiodi di questa atroce condanna a morte. Ogni resto umano ritrovato di persona sottoposta al supplizio presenta infatti delle lesioni e delle scheggiature proprio in corrispondenza di tali ossa e mai nelle mani. Verosimilmente (vera o falsa che sia) anche nella Santa Sindone custodita a Torino, il soggetto crocifisso è stato trafitto poco sotto i polsi, tra l'ulna e il radio. La stimolazione meccanica effettuata sul nervo posto nello spazio di Destot porterebbe inoltre ad una flessione del dito pollice sul palmo della mano e infatti anche nell'immagine impressa nella Sindone il pollice non è visibile. Esiste anche il riscontro biblico: all'agnello sacrificale "non doveva essere rotto alcun osso" - Esodo cap.12 ; Giovanni 19:36. Questi dati confliggono con l'immagine tradizionale sia della Passione sia degli altri stigmatizzati. L'iconografia
cristriana ed affine ha sempre mostrato,per un semplice errore storico-iconografico, le ferite inferte a Gesù in una posizione sbagliata. Si pone pertanto il problema di capire perchè le "stigmatizzazioni" si localizzano invece nella sede immaginata dall'iconografia tradizionale e non in quella riconosciuta dall'indagine storica.
Gesù sulla croce è l'immagine ricolma dell'amore e della sofferenza che Lui ha provato per Noi e di conseguenza dell'amore che Noi proviamo per Lui e quindi anche per il simbolo che lo rappresenta.
Io penso che certe emozioni possono essere così forti da lasciare segni addirittura sul corpo che persone sensibili possono non solo percepire ,ma sentire e vivere realmente.
La croce è la spugna e dopo un po' il sangue esce veramente. Questo dimostrerebbe anche che non importa in cosa si crede, l'importante è credere in qualcosa, meglio se questo qualcosa è qualcosa di materiale, di concreto, non qualcosa di astratto e indefinibile.
Allora mi chiedo: "perchè la mente ha bisogno di assolutizzare, antropomorfizzare, idealizzare, razionalizzare, deizzare, oggettivizzare, cioè in qualche modo cercare di definire tutto con delle regole, spiegare e avere tutto sotto controllo (cosa gli viene facile assegnando dei significati a degli oggetti o a dei simboli)" ?
Sono i simboli e i significati che sono stati attribuiti loro a condizionare la nostra capacità critica di analizzare obbiettivamente i fatti? e non parlo di un simbolo specifico.
Questi condizionamenti avvengono per ogni tipo di simbolo e di significato verso il quale noi nutriamo aspettative e verso il quale affidiamo le nostre paure e le nostre speranze.
Si crea un legame, una relazione tramite la preghiera, la venerazione e gli atti della fede e questo provoca degli effetti benefici e a volte anche esagerati, fino ad arrivare a manifestazioni estreme, come apparizioni o segni sul corpo. Io penso che questo avvenga perchè la meditazione, la preghiera, l'ascetismo permettono di costruire un legame tra la nostra volontà e le funzioni/capacità che giaccono latenti dentro di Noi e riescono a riportarle a galla.
In conclusione penso che non sia tanto importante il fare, quanto l'essere. Lo scopo finale della nostra esistenza è riuscire ad essere se stessi. Le risposte a tutte le domande sono già dentro di Noi.
Potremmo fare anche milioni di esperienze, ma alla fine ci renderemo sempre conto che sono state inutili, perchè ritorneremo sempre a casa, perchè è solo qui che possiamo trovare la pace che tanto cerchiamo. Io penso che tra una persona e l'altra ci siano sia delle differenze culturali sia delle differenze nella capacità di riuscire a tirare fuori quello che è dentro di Noi, ma tali differenze sono poco importanti. Se ci fermassimo un attimo a riflettere scopriremmo subito che siamo tutti portatori di verità e tutti capaci di tirarle fuori, cambia solo la forma delle idee, ma non la loro sostanza.

Grazie dell' interessamento. Mario
 
 
Dadrim ha risposto: Caro Mario, grazie per la tua bella lettera!
Allora..., la mia visione delle cose mi dice questo… L’amore non è un prodotto, non è un’emanazione che deriva da qualcuno, ma è quel qualcuno stesso. Quando realizziamo l’amore noi siamo amore, e non è più una questione di dare amore a qualcuno o meno. Ciò che sei non può più non essere, e ciò che sei non puoi evitare di condividerlo con tutto ciò che ti circonda, cose o persone che siano.
 
Tu chiedi: “Secondo te innamorarsi dell'amore che qualcuno prova per te equivale ad innamorarsi di chi produce questo amore?”
La mia esperienza mi dice che non ti puoi innamorare dell’amore che qualcuno prova per te, ma puoi unicamente iniziare ad amare qualcuno, e quando ami veramente qualcuno o qualcosa non puoi iniziare a fare a meno d’amare ogni cosa che ti circonda, bella o brutta che sia.
 
Se ti “innamori” dell’amore che qualcuno prova per te significa unicamente che riconosci che quel qualcuno è distinto da ciò che prova, o che tu senti che l’amore che nasce in te, per quel qualcuno, è cosa parziale, distinta rispetto a te. Ma sino a quando un individuo rimane distinto dal sentimento che nasce in lui, quel sentimento è manovrato, è una sorta di recita, perchè plasmato dalle dinamiche del pensiero parziale e autodifensiovo. Così sono la quasi totalità delle relazioni umane. Ci innamoriamo della recita che gli atri fanno per apparire quel che non sono e che ritengono che gli altri vogliano da loro, e noi di rimando facciamo altrettanto. Ma una recita non può mai durare per molto tempo, e così, tutto d’un tratto, la nostra realtà interiore emerge manifestando tutta la sua pochezza. A quel punto, solitamente ci si inizia a scaricare la colpa dell’inganno vissuto uno sull’altro, senza rendersi conto che una recita non è una cosa a cui si è condotti per costrizione, ma qualcosa a cui si va per desiderio personale, un desiderio finalizzato al fuggire dalla propria ignoranza e povertà interiore.
 
Tutt’altra cosa vale per chi ha realizzato quella dimensione d’amore che è connaturata alla realtà del nostro essere. Con ciò voglio dire che chi realizza se stesso, il proprio essere, la propria vera natura spirituale, il divino che dimora in noi (lo si chiami come si preferisce), realizza anche l’amore, poiché l’essere è amore, l’amore è dio, dio è l’essenza della nostra natura spirituale, e ogni onesta e accurata ricerca spirituale alla fine del suo percorso si dimostra unicamente un’esperienza d’amore. Ma come ormai sappiamo le parole sono solo segnali stradali, totalmente privi di significato se non decidiamo di seguire la via che ci indicano. Non sono, infatti, le parole, i cartelli segnaletici, a generare in noi la realizzazione del nostro pellegrinaggio, ma è unicamente il nostro faticoso e coraggioso camminare verso l’orizzonte che ci indicano i segnali che troviamo lungo la via a condurci alla fine del viaggio. La parola amore, anche se concettualmente ed emotivamente può rievocarci qualcosa, non porta a nulla se non cerchiamo di leggerla inserita in tutte le sfumature che un discorso articolato porta con sé, e se di quel discorso non ne facciamo poi la nostra mappa del tesoro.
Anzi!, le parole, spesso, se lette e comprese singolarmente possono generare grandi equivoci e portarci totalmente fuori strada. Pensiamo per esempio a quante rievocazioni diverse la parola “amore” può generare in menti diverse. Per un poeta, “amore” rimanderà, il più delle volte, al sentimento che nasce fra un uomo e una donna. Per un erotomane rievocherà unicamente attività sessuali. Per un ricercatore spirituale rimanderà a una dimensione trascendente, divina… Ecco pertanto che ancora una volta sottolineo l’importanza di cercare di comprendere profondamente come vengono usate le parole all’interno di un contesto di significati generato da un autore o da un oratore. Dobbiamo sempre cercare d’intuire il significato che vuole comunicarci chi ci parla, ed evitare assolutamente di contaminarlo con il nostro retaggio culturale. So, però, che tutto ciò è estremamente difficile per chi non ha mai osservato le cose del mondo e della vita con un atteggiamento di ricerca incondizionata e disinteressata. Per questo, ancora una volta sottolineo l’assoluta importanza che sta alla basa del praticare un atteggiamento attento e passivo nei confronti delle nostre esistenze, sia a livello esteriore che interiore.
 
Caro Mario, perdona l’approfondimento non necessariamente pertinente alla tua domanda, ma è sempre buona cosa risottolineare l’importanza di non cadere mai nella trappola delle parole e di ricercare sempre l’esperienza reale, totale e personale che vive dietro le lettere.
 
Tornando a noi, dicevo che tutt’altra cosa vale per chi ha realizzato quella dimensione d’amore che è connaturata alla realtà del nostro essere. Quando veniamo in contatto con un amore che non è frutto di una recita, ma che è pura espressione dell’essere di un individuo realizzato, tutto può succedere come nulla può accadere: dipende solo da noi. Se siamo in una condizione di sufficiente recettività spirituale, quella presenza d’amore incondizionato agirà su di noi come uno specchio capace di riflettere e di far germogliare quella stessa presenza d’amore che vive anche in noi. Se siamo invece in una condizione di chiusura e d’ottusità d’animo non subiremo alcuna modificazione. È come se a un cieco venisse puntata una lampada dritta in mezzo alla fronte: per lui non cambierebbe nulla. Cosa diversa accadrebbe per chi sta semplicemente dormendo. Esistono infatti due principali stati di coscienza. Il primo lo potremmo definire di cecità o sonno profondo, mentre il secondo lo potremmo definire di pre-veglia o sonno leggero.
 
Il risveglio del nostro essere, però, non è cosa che deve necessariamente passare attraverso il contatto con un individuo realizzato, ma può accadere in qualsiasi modo e momento. Tutto dipende unicamente dal grado di sensibilità del nostro cuore, anima, coscienza o come lo si vuole definire…
Anche la visione di un fiore, del sorriso di un bambino, del cadere di una foglia o del morire di una persona può essere la scintilla capace di far divampare il nostro fuoco interiore, per il semplice motivo che tutto questo universo è pura manifestazione del “divino”, e, pertanto, ogni cosa può divenire uno specchio su cui si può riflettere il nostro essere. Ma ribadisco ancora una volta che tutto ciò dipende sempre e solo dalla nostra capacità di vedere, dalla profondità del sonno in cui sono immersi i nostri occhi.
 
Continui poi la tua lettera dicendo: “Per esempio Noi vediamo l'amore di Gesù riflesso sulle pagine dei libri sacri e ce ne innamoriamo a nostra volta, ma penso che la sua figura, la sua vita siano frutto di una elaborazione teologica, perciò probabilmente noi non ci innamoriamo di Lui, ma del suo amore riflesso e questo mi fa riflettere”.
 
Proseguendo con la mia lettura delle cose, quel che troviamo nei testi sacri, ma non solo, è l’opportunità di incontrare parole che rimandano a quel mondo nascosto che vive in noi, è l’opportunità di far scorrere il nostro pensiero lungo discorsi, parole e parabole che fungono da specchio, da tizzone ardente capace di riappiccare l’incendio del nostro cuore.
Concordo pienamente con te sul fatto che molto degli scritti relativi al messaggio e alla vita del Cristo (come peraltro di tutte le altre grandi figure spirituali dell’umanità) sia una manipolazione teologica o una deformazione mitologica o metaforica, ma questo non è particolarmente rilevante se concordi con me sul fatto che ogni coscienza, a seconda del grado di consapevolezza che porta con sé, è capace di discernere diversi gradi di realtà.
 
Come dicevo prima, per chi è pronto, leggere le prime due righe del “Sermone della Montagna” o vedere il primo raggio di sole del mattino, sarà sufficiente a risvegliare in lui la percezione del “divino” che permea tutta questa nostra esistenza. Per chi non è pronto o proprio non vuole sentire e vedere, nemmeno Gesù in persona che gli grida nelle orecchie servirebbe a spostarlo di un millimetro dal luogo in cui si trova la sua coscienza.
Anzi, spesso, come diceva Socrate, avere un tafano che tenta di spezzare il tuo sonno profondo può spingere gli uomini alla rabbia e alla vendetta, non per altro, infatti, il Cristo, come lo stesso Socrate e molti altri “messaggeri o testimoni d’amore e verità”, è stato ucciso!
 
Ecco che allora mi aggancio alla tua interessante quanto condivisibile riflessione sui fenomeni stigmatici e sulla capacità d’assorbenza delle energie emotive da parte degli oggetti e delle persone.
Di fenomeni inusuali ne accadono di continuo, anche se la maggior parte di noi non vuole prenderli in considerazione, per il semplice motivo che la nostra mente si sente al sicuro entro le mura di conoscenze assolute, ben determinate e calcolate. La nostra mente è incapace di convivere con l’ignoto, il misterioso e l’imprevedibile, poiché, là dove non può avere il controllo, si sente impotente e impaurita, ma solo un sciocco può negare l’immenso mistero che ci circonda e compenetra, solo un cieco (spirituale) può negare che fra i fenomeni più misteriosi e imprevedibili dell’universo proprio noi uomini siamo la cosa più oscura e imprevedibile.
Per questo chi non si apre alla spiritualità e al mistero della vita odia l’umanità intera, proprio perché vede come egli stesso e i suoi fratelli siano ciò che di più misterioso abita questo mondo e ciò che un uomo teme è sempre ciò che più di ogni altra cosa vuole distruggere, imprigionare, domare, confinare e deformare.
Chi teme l’ignoto teme prima di tutto l’uomo, e chi teme l’uomo teme ancor prima se stesso!
 
Per esempio, la vera scienza è una delle prove più belle e concrete dell’incommensurabile esistenza dell’ignoto e dell’infinito, per il semplice e ovvio motivo che, se da quando esiste l’uomo v’è stato un continuo progresso, questo può voler solo dire che la dimensione del mistero, in millenni e millenni di evoluzione, non è mai giunta alla sua fine. Non capisco pertanto su quali basi certi pseudo scienziati possano fondare l’idea d’avere le leggi dell’universo nel palmo delle loro mani, visto che in ogni epoca si è sempre pensato in moto assoluto solo per venire smentiti qualche tempo dopo. Oggi poi, i tempi della confutazione delle idee assolute e certe sono sempre più brevi!! Come non capisco come certi pseudo religiosi abbiano la presunzione di credere d’avere le radiografie del corpo e dell’anima di Dio chiuse nel cassetto della loro chiesa, parrocchia, sinagoga o altro...
 
Caro Mario, prosegui poi la tua lettera dicendo: "perchè la mente ha bisogno di assolutizzare, antropomorfizzare, idealizzare, razionalizzare, deizzare, oggettivizzare, cioè in qualche modo cercare di definire tutto con delle regole, spiegare e avere tutto sotto controllo (cosa gli viene facile assegnando dei significati a degli oggetti o a dei simboli)" ?
Sono i simboli e i significati che sono stati attribuiti loro a condizionare la nostra capacità critica di analizzare obbiettivamente i fatti?
 
La mente oggettivizza perché è la sua stessa natura ad essere oggettività. La mente equivale a dire pensiero, e il pensiero e un fenomeno oggettivizzante.
Cerca di seguirmi, leggi oltre le singole parole e prova a coglierne il significato globale.
Quando vedi una cosa il tuo pensiero dice cane, uccello, cielo, sole o altro. Questo significa che ogni volta che facciamo un esperienza noi prima percepiamo attraverso i sensi, poi la mente applica al fenomeno sensibile un termine che fa da contenitore delimitante e oggettivizante, a quel punto entra in campo tutto il bagaglio della memoria. Questo processo accade di continuo, 24 ore su 24, durante tutte le nostre giornate.
Ma questo processo è un processo che abbiamo appreso e che ora è divenuto un meccanismo più potente di noi, dal quale dobbiamo riuscire ad affrancarci se vogliamo riuscire ad accedere a quella dimensione di vastità che dimora oltre le dinamiche oggettivanti e confinanti del pensiero e della memoria.
Perché dico che questo è un meccanismo appreso e da cui ci dobbiamo affrancarci?
Caro Mario, prova a pensare cosa accade ogni volta che vedendo un tramonto diciamo: “che bel sole!”.
 
Il fenomeno “tramonto”, in sé e per sè, è vasto, misterioso, divino e indefinibile.
L’aria fresca della sera che accarezza ogni poro scoperto della nostra pelle, gli infiniti suoni del mondo che si muovono tutt’intorno a noi, le mille sfumature del cielo, i riflessi del sole sulla superficie della terra, le voci della gente, le nostre emozioni che si rincorrono in noi, pensieri che come onde si accavallano uno sull’altro… tutto scorre come l’acqua di un torrente, tutto è vivo e cambia di continuo… poi ad un tratto si fissa nella nostra mente l’idea: “che bel tramonto!”. E magari aggiungiamo: “mi ricordo quando stavo con la mia ragazza…”. Ecco che la dicotomia fra l’io e il tutto è entrata in gioco, ecco che il passato in un solo istante ha spazzato via la musica e la danza del presente.
 
Queste mie parole sembrano cosa da poco, ma è in questo che si nasconde la chiave per entrare nel mistero!!
Se osserviamo continuamente, in modo attento e passivo, ciò che accade in noi, come reagiamo e ci relazioniamo ai fenomeni della vita, sia interni che esterni, lentamente non potremo fare a meno di vedere come il pensiero definitorio operi come il tendone nero che cala quando al cinema finisce il film.
La vita scorre in noi e fuori di noi, continua, straripante, sempre nuova, e noi ininterrottamente ripetiamo nella nostra mente: “guarda un fiore…, un gatto…, che caldo…, come è stupido questo…, come è intelligente quello…”.
I nostri processi di pensiero, se applicati alla definizione scientifica del mondo materiale risultano indispensabili, ma se applicati alla dimensione essenziale e spirituale della vita divengono unicamente dei limiti e dei confini invalicabili.
Perché una persona viene definita stupida? Su che basi definiamo? Perché definiamo? Chi è il metro di giudizio e di paragone delle nostre valutazioni? Noi ovviamente! E chi siamo noi? Niente e nessuno, se non un semplice pensiero impresso in una memoria, che nasce da un passato dimenticato e che si ripresenta continuamente nel presente per offuscarlo, deviarlo, confonderlo e limitarlo.
 
Un tramonto va vissuto non definito, ma la mente funziona così!
La nostra mente si è addestrata per millenni a divenire sempre più analitica, ciarlona, invadente, sino al punto che ora, dire ad un uomo: “il tuo problema è smettere di pensare alla vita e ritornare a sentire la vita”, sembra cosa impossibile.
Tutti rispondono sempre: “ma come è possibile non pensare, io sono i miei pensieri!”.
Ma è assurdo affermare di essere i propri pensieri. Se osserviamo con attenzione, i nostri pensieri cambiano mille volte nell’arco di poco tempo, vanno, vengono, li perdiamo, poi ritornano, poi scompaiono e non riappaiono più. Come è possibile che noi siamo i nostri pensieri. I nostri pensieri sono tutte cose acquisite, che ci hanno insegnato. Un uomo è comunista, uno induista, uno capitalista, uno cristiano, uno ateo, uno nazionalista, uno è medico, un altro è meccanico…
Tutte queste distinzioni, se riusciamo a vedere con semplicità e chiarezza sono unicamente frutto di educazioni diverse. Se un bambino lo “educhi” (sarebbe più giusto dire dis-educhi) in un certo modo diverrà una cosa, se lo “dis-educhi” in un altro modo diverrà tutt’altra cosa.
Noi non siamo i nostri condizionamenti, ma drammaticamente questi condizionamenti formano la nostra mente personale (per mente personale intendo tutte le nostre concezioni su noi stessi e sul mondo) e quando la mente è formata diviene cosa estremamente difficile e dolorosa trascenderla vedendone totalmente l’inganno e la parzialità che la sorreggono.
 
Ecco perché la mente cerca di attribuire significati ad ogni cosa, ma è intrinsecamente incapace di cogliere il significato ultimo delle cose! Il significato ultimo dell’esistenza non può essere una definizione mentale poiché riguarda il fenomeno del “tutto”, e come si diceva, il pensiero può unicamente cogliere aspetti, frammenti di realtà.
Di un tramonto, quando dico che bello, la mia mente fa una sintesi di quel poco che vede e la “inscatola” in una parola: “bello”.
Ma come sarebbe possibile per il pensiero fare esperienza del tutto?
Riesci a comprendere cosa intendo Mario?
Il “tutto”, il divino, ciò che va oltre le anguste definizioni ed esperienze del nostro pensiero, vive in una dimensione che per l’uomo è esperibile unicamente attraverso altre forme di conoscenza.
Queste altre forme di conoscenza si manifestano autonomamente, proprio quando il meccanismo logorante e prismatico della mente viene disinnescato. Quando l’io non opera più come un prisma che spacca il raggio di luce in mille colori, ma diviene come un vetro limpido di una finestra che lasci entrare il sole senza distorcerne il chiarore, ecco che il nostro essere si dischiude e la nostra vita diviene una fusine nell’amore.
 
Se ci pensiamo bene, cos’altro è la fede di cui tanto parlava il Cristo, se non un balzo dalla dimensione conoscitiva oggettiva alla dimensione conoscitiva non analitica - spirituale!?
 
Tu dici: “Sono i simboli e i significati che sono stati attribuiti loro a condizionare la nostra capacità critica di analizzare obbiettivamente i fatti? e non parlo di un simbolo specifico.”
 
Io dico di lasciare perdere l’analisi dei fatti, non siamo storici. Cosa ci importa se Cristo era alto, basso, ebreo, mulatto o altro. Non siamo nemmeno seguaci di una chiesa e cechi credenti (almeno parlo per me), pertanto come facciamo a sostenere tesi quali la trinità, la verginità di Maria, l’unico figli di dio, il peccato originale o le mille altre convinzioni delle varie religioni?
 
Noi siamo esseri spirituali, e come tali, là dove la nostra coscienza vede riflesso l’amore e il mistero, là andremo a rispecchiarci per conoscere la nostra vera immagine ed essenza interiore!!
 
Grazie per la tua condivisione,
Dadrim

Share this post

Per inserire i commenti vai a fondo pagina

Commenti  

 
0 # Roberto 2009-01-07 18:36
Ho sempre pensato che tutti i fenomeni miracolosi come stigmate e altri fosse il prodotto di una foza interiore che esiste in ogno uomo, ma che solo pochi individui riescono ad usare... oltretutto nemmeno molto coscentemente!!
 

I commenti possono essere inseriti solo dagli utenti registrati.
Effettua il Login


o clicca qui per registrarti

......................................................Ultime notizie

del blog di Dadrim..........................................