Continuazione al dialogo "L’incarnazione della consapevolezza: l’esistenza dell’anima"...
Andrea ha scritto: Ciao Dadrim, sono Andrea, scusa anche me per il ritardo della mia risposta, ma hai messo parecchia roba sul fuoco dandomi molto da pensare, riporto qui alcune considerazioni che mi sono venute riguardo al tuo pensiero: sto tuttora riflettendo se Jiddu Krishnamurti. poteva dirci di più per aiutarci ad uscire dal nostro impasse, ma credo che il nostro problema di non capirlo fino in fondo sta nel fatto che noi pretendiamo da lui un "come fare" traducendo il suo messaggio in termini di tempo e quindi usando la nostra conoscenza o esperienza passata. Oppure non siamo abbastanza onesti nel far finire le nostre abitudini, attaccamenti o pretese di sicurezza, insomma credo che la colpa sia più da parte nostra che da parte sua perchè noi alla fine vogliamo sempre adattare a modo nostro quello che ci viene detto, travisandolo, cerchiamo sempre una scappatoia, una giustificazione per poter continuare allo stesso modo. La nostra mente non è in grado di risolvere i problemi, visto che è proprio lei che li crea, il "come" viene recepito da un ego che lo tradurrebbe subito in un divenire introducendo così dualismo e perciò conflitto, sarebbe come un cane che cerca di mordersi la coda. L'unica cosa che la nostra mente può fare è quella di riconoscere i propri limiti, da qui molte cose dovrebbero mettersi in ordine e da quest'ordine l'intelligenza o l'intuizione opererebbe il cambiamento. k. dice sempre di usare lui stesso come specchio, per questo non dà spiegazioni ma parla dei fatti, dà una traccia che ciascuno di noi dovrebbe proseguire con le sue forze senza contare su altri.
Sono fondamentalmente d'accordo con il tuo pensiero ma colleghi alla consapevolezza parole come identificazione e dipendenza che le attribuirei soltanto al pensiero,forse consapevolezza e pensiero sono due cose separate ed è il pensiero che frammenta la consapevolezza usando il passato, il conosciuto, invece la consapevolezza la riterrei più quell'intelligenza che appartiene a tutti e che farebbe vedere il vero come vero, etc. quindi la consapevolezza rimane sempre integra (altrimenti non si tratterebbe più di consapevolezza), ma il pensiero vuole farla sua. In effetti K. dice anche di osservare un albero, il mare, etc. con tutti e cinque i sensi (non spiegando però come naturalmente) e io penso che poiché nella consapevolezza non è ancora sorta l'identificazione, si può osservare quel qualcosa in modo olistico, nella sua interezza, ma qui non posso andare oltre per miei limiti.
Nell'osservazione passiva in effetti l'attenzione è implicita, in quanto rimane sottintesa nella parola "passiva", dove non c'è un osservatore che controlla, giudica, condanna, vi è quindi solo osservazione e in questo modo la consapevolezza può agire indisturbata dall'ego.
Vedo che tu trai molto da K. ma in certi punti ti discosti sopratutto in questa frase: "Da quel che ho detto si comprende quindi come “l’idea di io”sia la prima entità dalla quale si generano poi tutte le altre identificazione, ma, poiché è anche l’idea più semplice, essa può anche divenire il traghetto che ci permette di fare il viaggio a ritroso, dall’identificazione alla pura consapevolezza." Questa frase mi riporta a tutto quello che è stato la tradizione come anche la tecnica che eseguivo dove utilizzando un mantra il pensiero veniva trasceso, ma il mantra è esso stesso pensiero, e quindi il pensiero è incapace di trascendere se stesso.
Se in certi punti ho frainteso le tue parole scusami, ma vedo che è molto difficile fare uscire quello che si ha dentro e metterlo su carta.
Andrea
Dadrim ha risposto: Ciao Andrea, non credo tu abbia frainteso nulla di quel che ho detto, noto unicamente una divergenza in alcuni punti, sempre che non sia io, ora, a fraintendere, ma ogni divergenza è un arricchimento per chi vive in uno stato osservativo.
Dal mio punto di vista non è assolutamente possibile attribuire al pensiero una capacità attiva d'identificazione, questa va unicamente alla consapevolezza. E' la consapevolezza che s’identifica al pensiero e al corpo, altrimenti in noi non nascerebbe alcun problema. Seguendo la mia visione delle cose, se il pensiero e il corpo sono puramente dei mezzi, questi non possono identificarsi a nulla proprio perchè si attivano unicamente quando vengono attraversati dalla consapevolezza.
L’esempio più calzante è quello di una macchina che senza pilota non può andare da nessuna parte,meno che meno fare incidenti, che, nella metafora con la consapevolezza, consisterebbero nell’identificazione con “l’io”.
Sul problema del "come" e del "tempo" concordo con te nel ritenere che Krishnamurti. abbia pienamente ragione, ma come ho già detto, la ragione spesso non è sufficiente a spezzare il nostro sonno. Citando ancora l'esempio del bambino che non vuole scendere dall'albero (esempio presente in "La meditazione: osservazioni sulla mente e sulla tecnica"), a volte è necessaria una bugia per far uscire dai guai una persona. Ogni forma di tecnica o metodo è sostanzialmente una piccola o grande bugia, ma, per il più delle persone, è necessaria, altrimenti sarebbe sufficiente la lettura o l'ascolto delle parole di K. e tutto sarebbe finito, ma quante volte le cose vanno così facilmente?
La critica che faccio a K., può anche, giustamente, essere girata, sostenendo che siamo noi, con le nostre menti, a non riuscire a percepire direttamente il contenuto del suo messaggio, ma comunque si metta questo fatto, quel che per me conta, ancora una volta, non è comprendere chi ha torto e chi ha ragione, ma trovare la via più efficace per aiutare la consapevolezza nel suo viaggio di liberazione. Forse per qualcuno K. può essere la risposta, per altri no. Il mio accento va sempre e unicamente sul rischio, insito nell'attività cerebrotica della nostra mente, di trasformare le parole di K. in un ennesimo strumento di vana disquisizione, evitando ancora una volta l'accadere delle pura e semplice osservazione.
Credo che mille altre cose potrebbero essere dette, discusse, corrette, approfondite, ma credo anche che, al punto in cui siamo, sarebbe superfluo. Ciò che più di ogni altra cosa permette alla consapevolezza di ritornare a se stessa è l'osservazione, e la pura osservazione accade unicamente quando si guarda dentro e fuori di noi rimanendo immobili, silenti e fiduciosi, senza continuare a disquisire su ciò che non può essere compreso con il pensiero, ma unicamente attraverso un atto di pura consapevolezza.
Parlare è qualcosa di fondamentale quando qualcuno è totalmente immerso nel sonno dell'identificazione e non potrebbe minimamente capire indicazioni quali il silenzio, l'osservazione, l'abbandono. Diversamente, continuare a parlare, per chi vive sulla soglia del cambiamento, potrebbe divenire unicamente un ultimo inganno per continuare a rimandare e fuggire l'incontro con l'Ignoto.
Pertanto, se le cose stanno così, o anche non stessero in questo modo, l'unica cosa che conta è l'ascolto, l'osservazione, la percezione diretta, lo sviluppo della nostra sensibilità, sempre, comunque e ovunque.
Grazie per la condivisione,
un caro saluto,
Dadrim
Andrea ha risposto: Ciao Dadrim, si è vero , rimangono sempre delle differenze di visione ma il confronto è sempre utile per rifletterci sopra, perchè si possono sempre cogliere delle sfumature a cui non si è fatto caso e magari riuscire a unire i vari pezzi, oppure può essere che diamo a certe parole un significato diverso. In effetti il mio cruccio è di cercare di capire al meglio k. per poter operare su me stesso, ma finora sono ancora al nastro di partenza, ora mi dirai che non c'è solo lui da ascoltare ma in lui ho colto qualcosa di "nuovo" e dopo l'esperienza passata preferisco non cercare più. Grazie per la tua attenzione e per le risposte che mi hai dato, naturalmente se ci saranno sviluppi ti informerò.
Andrea
I commenti possono essere inseriti solo dagli utenti registrati.
Effettua il Login
o clicca qui per registrarti