Cesare ha scritto: Ciao Dadrim, ti capita mai di provare la sensazione di incapacità comunicativa con la maggior parte degli esseri umani? Non mi riferisco a sensazioni emotive, frustrazione o via dicendo, ma ad una percezione oggettiva di questa impossibilità di comunicare ad un livello più profondo della mera comunicazione verbale. Al contrario quando tu scrivi certe risposte, trovo incredibile come la formulazione di alcuni tuoi pensieri, delle realizzazioni di determinate esperienze deduttive, mi sembrino come se le avessi scritte io. E' una cosa bellissima che avviene, poiché al contrario, la "comunicazione" che mi coinvolge giornalmente tende periodicamente a farmi convincere che non esistano esseri con i quali possa esprimere l'immensità esperienziale e concettuale a cui ho avuto accesso, e ciò rende la "compagnia" totalmente inutile e superflua, il che credo sia un peccato, dato che la possibilità di interazione tra due esseri viventi racchiude un potenziale "comunicativo" enorme. Ogni volta che mi ri-accorgo di ciò, mi vengono in mente le parole di Don Juan, quando dice che un guerriero-viaggiatore può sfiorare il sociale solo dall'esterno, non per paura o per orgoglio, ma perché tra egli e "la gente" non è possibile una comunicazione profonda, perciò una relazione non comunicativa è, quando va bene superflua, di norma dannosa. Mi piacerebbe sapere la tua esperienza al riguardo.
Grazie
Dadrim ha risposto: Caro Cesare, intanto grazie per le tue parole. Con la tua domanda tocchi uno dei problemi più vasti e rilevanti dell'esistenza umana: la comunicazione, il linguaggio e la comprensione! La mia esperienza a riguardo è tremenda quanto fondamentale, in perenne divenire e, paradossalmente, mi spinge sempre più alla percezione dell'inutilità delle parole. Cosa intendo? Tu hai perfettamente ragione! Noi uomini quando le cose vanno bene ci comprendiamo superficialmente, di norma ci fraintendiamo totalmente. Noi esseri umani per quanto possiamo apparire simili e vicini in realtà non abbiamo la benché minima idea di quanto siamo lontani e diversi nonostante nel profondo di ognuno di noi vibri la stessa coscienza. È un paradosso immenso che deve essere compreso e superato altrimenti il dolore e la violenza che permeano questo mondo non finiranno mai.
Il paradosso consiste nell'essere radicati tutti nella stessa esistenza, nel far parte della medesima e indivisa vita, nel portare in cuore l'uguale desiderio d'amore e felicità, nonostante nel fare e nel pensare quotidiano realizziamo esattamente l'opposto. La vita che conosciamo è conflitto a tutti i livelli: mondiale, nazionale, locale, famigliare, personale. È divisione, paura dell'altro e ignoranza di noi stessi e dell'esistenza in generale. Ma perché tutto ciò? Per me la risposta sta proprio nel linguaggio, nella parola. La parola divide per sua stessa natura, nasce come mezzo per definire e isolare qualcosa per poterlo poi manipolare, usare e comunicare. Mi spiego meglio. L'essere umano ha sviluppato il linguaggio per poter sopravvivere meglio probabilmente in concomitanza all'evoluzione del pollice opponibile. Ciò che ci contraddistingue dal resto degli animali è l'enorme capacità manuale di cui disponiamo, infatti, non a caso, la scienza ritiene le scimmie i nostri più prossimi progenitori nella catena evolutiva. Non mi interessa se ciò sia vero o meno e nemmeno se la teoria darwiniana sia corretta. Interessante è notare la manualità che posseggono questi animali.
Più riesco a manipolare l'ambiente esterno e più sono spinto a relazionarmici, a interagire con i miei simili e a provare a comunicare con loro. Il pollice opponibile, cioè la possibilità di afferrare oggetti, lavorare con le cose e modificare ciò che mi circonda, dal mio punto di vista è stata la conquista evolutiva che più a determinato in noi il desiderio di implementare le capacità di comunicazione. Immaginiamo un uomo primitivo, il suo linguaggio è minimo, ma lentamente, più lotta per sopravvivere nell'ambiente che lo circonda più è spinto a trovare modi di comunicare con i suoi simili per avvertirli di un pericolo, per chiedere aiuto... Il linguaggio nasce come mezzo atto ad una più veloce e pratica gestione della materia e del mondo circostante. Il linguaggio è modulazione di suoni specifici abbinati a cose particolari. In origine le parole devono essere state poche e fondamentali, finalizzate alla sopravvivenza: pericolo, aiuto, bestia, fame, bastone, pietra, attacco... Lentamente devono essere aumentate con l'aumentare della sicurezza e dei desideri che l'essere umano conquistava nel mondo esterno.
Tutto ciò per dire che il linguaggio è un miracolo meraviglioso ed è il nostro principale strumento di evoluzione e autocoscienza, ma come tutto ciò che è tremendamente potente, se impiegato male diviene immensamente dannoso.
Perché la tecnologia è progredita immensamente mentre l'etica individuale e sociale sembrano esser rimaste ai tempi delle caverne? Per me una delle cause principale sta nel linguaggio, nelle immense difficoltà che troviamo ad utilizzare questo strumento per accedere a nuove dimensioni del nostro mondo interiore. Nel mondo esteriore il linguaggio sembra essere potentissimo. Quando chiamiamo qualcosa con un nome tutti sanno bene a cosa ci riferiamo. “Casa” indica il luogo dove abitiamo senza ombra di dubbio. Cielo, acqua, atomo, velocità, correre, sono tutti nomi o verbi chiari. Per quanto riguarda il mondo della materia ciò che diciamo indica ciò che è. Il mondo esterno, il mondo delle cose per noi umani sembra essere facilmente conoscibile, utilizzabile e sperimentabile. Ma per quanto riguarda il nostro mondo interiore? Parole come pace, amore, sofferenza, angoscia, gioia, condivisione, giustizia, equanimità, sono chiare a tutti? Per tutti indicano la medesima cosa? Assolutamente no! Questo perché siano ad oggi sono veramente poche le persone che si sono spese nella conoscenza dell'animo umano. Siamo sommersi di università d'economia, legge, ingegneria, facciamo studiare ai bambini storia, geografia, matematica, lingue, ma nulla si fa per spingere le persone a divenire più consapevoli di loro stesse, delle loro emozioni e dei loro pensieri. Sembra che tutto sia più importante dell'animo umano, infatti i risultati si vedono!
Ecco allora che per tutto quel che riguarda la spiritualità e l'etica impariamo una marea di parole vuote! Usiamo parole che non conosciamo come dei pappagalli, attribuendovi unicamente un valore immaginifico. Cosa intendo? Se qualcuno ci dice “mangiate tutti da questo piatto”, ma poi nel piatto non v'è nulla, ovviamente ci chiederemo se questo tizio è cretino, poiché alla parola “mangiate” deve conseguire la presenza del cibo. Al suono “mangia” corrisponde una realtà che è il cibo poiché non mi posso mangiare la parola “mangia”, non mi posso nutrire di un suono. Per assurdo, nel nostro mondo interiore, valoriale e spirituale ci nutriamo di parole, mangiamo suoni, ci esaltiamo per immagini che rievocano le parole. Quando un prete o un politico fa il suo sermone siamo appagati dalle parole e non andiamo mai a ricercare veramente cosa indichino in concreto. Ecco allora che le nazioni e i presidenti possono fare guerre per la pace, guerre preventive, possono fare leggi per il bene comune quando nei fatti applicano politiche che aumentano unicamente il conflitto, il dolore, la disuguaglianza, la povertà e l'ingiustizia.
Siamo caduti nel tremendo inganno che ci fa ritenere che la parola sia la cosa, così chiamiamo amore ciò che nei fatti diviene possesso, chiamiamo libertà ciò che nei fatti è schiavitù, chiamiamo vita quel che nei fatti è morte.
Caro Cesare, questa tue parole portano in superficie uno dei problemi più pesanti del nostro tempo, se non della nostra stessa evoluzione. Parliamo tutto il giorno di mille cose che non conosciamo, anzi, peggio, chiamiamo con nomi virtuosi e sublimi cose che in realtà sono raccapriccianti.
Dove sta la soluzione di tutta questa tremenda mistificazione? Iniziare a dubitare, ad ascoltare con estrema attenzione, a pensare che forse quel che riteniamo di sapere nei fatti non è reale sapere. Dobbiamo iniziare a comprendere d'essere dei benemeriti ignoranti per quanto riguarda tutto quel che siamo interiormente e per quanto riguarda le relazioni che fra noi instauriamo. Più in noi cresce la consapevolezza d'essere inconsapevoli e più v'è speranza di divenire realmente consapevoli.
Paradossalmente cominciamo a mettere le parole giuste al posto giusto quando in noi iniziamo a fare silenzio, poiché sono solo una mente e un cuore silenziosi che riescono a vedere la realtà di quel mondo sottile e delicato che vive dentro di noi e in ogni individuo.
L'anima che muove questo universo è una e indivisa ma le parole e le menti che la raccontano sono tante quanti sono gli individui che popolano questa terra, e sino a quando continueremo a ritenere le parole più importanti della silenziosa realtà che dovrebbero indicare, il nostro destino sarà inevitabilmente dolore e morte.
Le cose più belle nascono solo dal silenzio, pertanto non fanno rumore!
Grazie per questa tua domanda!
Un caro saluto,
Dadrim
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