Mario ha chiesto: Ciao Dadrim,
eccomi di nuovo con le mie riflessioni, spero che anche questa volta vorrai dirmi cosa ne pensi.
Heisenberg, diceva :
"La realtà di cui Noi parliamo non è mai una realtà "a priori", ma una
realtà conosciuta e creata da Noi".
Se, in riferimento a quest'ultima formulazione, si obietta che, dopo tutto, esiste un mondo oggettivo, indipendente da Noi e dal nostro pensiero, che funziona o può funzionare indipendentemente dal nostro agire, e che è quello che Noi effettivamente intendiamo quando facciamo ricerca, a questa obiezione, così convincente a prima vista, si deve ribattere sottolineando che anche l'espressione "esiste" ha origine nel linguaggio umano e non può quindi avere un significato non legato alla nostra comprensione. Per Noi "esiste" solo il mondo in cui l'espressione "esiste" ha un significato. Se ne deduce che se "esiste" solo il mondo in cui l'espressione "esiste" ha un significato prettamente umano, esiste un altro sotto-mondo dove l'espressione "Dio esiste" assume un significato ancora più umano. Secondo me Noi divinizziamo noi stessi, in quanto l'espressione "il nostro Creatore" ha un significato umano. Io penso che siamo Noi ad aver bisogno di essere divinizzati, in quanto fragili creature. Per fragili creature io intendo creature facilmente istigabili dalla legge.
Per esempio nella teologia paolina, la legge non è solo un freno posto al peccato, ma anche la sua istigatrice. Tanto perverso è il cuore umano che le stesse proibizioni della legge, intese per essere un deterrente per il peccato, servono per suscitare gli stessi desideri
peccaminosi (Romani 7:7,8). Io sono d'accordo con questo, anche se il mio concetto di peccato è diverso da quello della teologia Paolina, infatti per me le leggi ce le
facciamo Noi, è solo che sapendo che non riusciremo a rispettarle, cerchiamo di convincerci che vengano da un autorità superiore alla nostra, per cui la non adempienza di esse ci porterà pesanti conseguenze. E' curioso pensare di avere fiducia in un essere che non abbiamo mai visto, rispetto che averla in Noi stessi, ed e' ancora più curioso continuare a crederci nonostante vediamo sotto ai nostri occhi che anche in questo modo non riusciamo a rispettare le suddette leggi. E' per questo che ci costruiamo dei modelli di "Creatore" diversi in base al periodo storico in cui viviamo. Io penso che se Dio dovesse esistere, non dovrebbe aver bisogno di trovare un "equilibrio", perchè basterebbe a se stesso. Il significato che si da alla parola "Dio" è diverso in base a chi si pone nel ruolo di osservatore. Non dovrei nemmeno chiedermi quale sia questo significato, in quanto attualmente non posso darmi una risposta certa, ma posso fare delle ipotesi. Nel momento in cui scrivo ne ho tre che sto valutando :
1) un "essere" che per me e' impossibile persino immaginare
2) Noi stessi
3) un ordine naturale delle cose che funziona in base a regole
proprie, che e' sempre esistito, ma che non possiede una capacità di
ragionare simile alla nostra.
Siamo quindi Noi, secondo la mia opinione a creare Lui a nostra immagine e somiglianza, ma non siamo Lui, anche se è evidente che vorremmo esserlo. Ed è dall'origine dei tempi che ci proviamo. Ci sentiamo imperfetti e Lui, inteso come il nostro personale modello ideale di perfezione, ovvero l'idealizzazione di Noi stessi, ci ha sempre attratto, anche perchè abbiamo sempre avuto bisogno di credere in qualcosa, dato che la nostra vita si basa veramente su poche certezze.
Vorrei infine citare Kant,che dice : "la radice di ogni errore consiste nell'intendere il modo in cui Noi determiniamo, cataloghiamo o deduciamo i concetti per qualità delle cose in se stesse" e Schopenhauer, che in Sulla volontà nella natura (1836) ha scritto: "Questo è il significato della grande dottrina di Kant, che la teleologia (lo studio delle prove di un disegno e di uno scopo nella natura) è portata nella natura dall'intelletto, che in questo modo si meraviglia di fronte a un miracolo che ha creato lui stesso".
Infatti il sapere viene costruito dall'organismo vivente per ordinare nella misura del possibile il flusso dell'esperienza di per sé informe in esperienze ripetibili e in rapporti relativamente attendibili tra di esse. Le possibilità di costruire un tale ordine vengono sempre determinate dai passi precedenti nella costruzione. Ciò significa che il mondo "reale" si manifesta esclusivamente laddove le nostre costruzioni falliscono. Poiché, tuttavia, possiamo ogni volta descrivere e spiegare il fallimento soltanto con quei concetti che abbiamo utilizzato per la costruzione delle strutture poi fallite, questo processo non potrà mai fornirci un'immagine del mondo che potremmo rendere responsabile del loro fallimento. Ma sono questi insuccessi, questi fallimenti con cui ci scontriamo nel nostro lavoro, gli stati di ansia, disperazione e pazzia, che ci assalgono quando ci scopriamo in un mondo che, gradualmente o improvvisamente, è divenuto privo di significato. E, se accettiamo la possibilità che del mondo reale si possa sapere con certezza soltanto che cosa non è, allora possiamo dedurre che la pace interiore si potrà raggiungere solamente riuscendo a sostituire una costruzione di una realtà che non è più "adatta" con un'altra che si adatta meglio. Questa nuova costruzione è fittizia come la precedente, ma ci permette la comoda illusione di vedere le cose come sono "realmente" e di essere, quindi,
più in sintonia con il significato della vita, concetto a cui al giorno d'oggi ancora non siamo arrivati.
Saluti.
Dadrim ha risposto: Caro Mario, queste tue riflessioni, come le precedenti, si mostrano profonde, lavorate e sentite. Solitamente non rispondo alle domande o alle lettere che manifestano "voli" del pensiero, o se rispondo seguo la via del paradosso, per il semplice motivo che, cercare di liberare chi è caduto nel labirinto dei propri pensieri usando la logica e la ragione, è come cercare di liberare un uomo legato con delle corde usando ago e filo. Ciò che serve in questi casi è unicamente il coltello!
Ma vi sono anche condizioni mediane dove la lama non è necessaria e qualche semplice e diretta indicazione può essere più utile e comprensibile. Spero che questo sia il tuo caso e che le mie parole non divengano unicamente un bel lavoro di cucito, per rimanere nella metafora dell’ago e del filo.
Sembra che tu ti stia prodigando nella riflessione filosofica, nella ricerca della verità, della realtà, del significato della vita, o come lo vogliamo chiamare, attraverso il pensiero. Tutto ciò è cosa magnifica, a patto che tu lentamente riesca a vedere i limiti entro cui si muove il pensiero. La più grande scoperta che il pensiero può fare sulla realtà umana è comprendere che esso stesso non è la porta attraverso cui possiamo passare per giungere alla “radura dell’essere” (come diceva il buon Haidegger). Il pensiero può essere solo un veicolo che utilizziamo per una certa parte del tragitto, sino a quando comprendiamo che è esso stesso a creare e alimentare la prigione entro cui vive la nostra coscienza, il nostro essere o come vogliamo chiamarlo (come ripeto sempre, le parole non sono mai la cosa, ma solo etichette che indicano una realtà). È paradossale, lo so, ma le cose stanno così: l’uomo indaga il mondo e se stesso attraverso il pensiero, ma è proprio il pensiero che gli impedisce di entrare in contatto con la propria realtà interiore, allo stesso tempo, però, è anche sempre e solo il pensiero che lo può incamminare verso quella realtà.
Per vedere la verità di quel che dico dobbiamo solo comprendere come opera il nostro pensiero, dobbiamo osservarci in continuazione per cogliere tutti i fenomeni che accadono quando la nostra mente elabora, interpreta e legge l’esistenza. Come dice, infatti, la citazione di Haiddeger che riporti all’inizio della tua lettera: "La realtà di cui Noi parliamo non è mai una realtà "a priori", ma una realtà conosciuta e creata da Noi". Questo è assolutamente vero! Noi non conosciamo nulla per quello che è, ma unicamente per come noi lo percepiamo e pensiamo. Ora, chiedersi come sia realmente ciò che esiste, al di là del nostro modo di conoscere, è una di quelle tipiche “domande vuote” che può partorire unicamente il nostro intelletto, per il semplice motivo che esso si muove slegato da un sostrato unitario e organico. Cerco di spiegarmi meglio. Il pensiero opera attraverso la frammentazione del corpo unitario e organico dell’esistenza. Il pensiero divide il tutto attraverso la registrazione, in forma verbale e di pensiero, degli stimoli che il nostro organismo subisce quando entra in relazione con l’accadere dei fenomeni quotidiani. Ecco però che già dire "l’accadere dei fenomeni quotidiani" è una frammentazione bella e buona del nostro pensiero. Se ci pensi, infatti, caro Mario, tutto ciò che viviamo ogni giorno della nostra vita, non è mai l’accadere di vari eventi e fenomeni, ma un continuo accadere dell’evento "vita", del fenomeno "esistenza". Siamo solo noi, attraverso il nostro pensiero, a fermare alcuni eventi, a registrare unicamente certe esperienze, a cogliere sempre singoli frammenti, ma se, per un istante dovessimo osservare l’effettivo accadere delle cose, vedremmo che il nostro organismo, ma ancor più la nostra coscienza, esistono in una continua relazione unitaria con l’esistenza. Il nostro respiro accade fluido, indivisibile, come il nostro battito cardiaco, il nostro vedere, il nostro ascoltare, il nostro toccare e, cosa più importante, il nostro essere sempre colui che sperimenta tutto ciò che avviene. Il nostro corpo è totalmente coinvolto nell’accadere di quel “tutto organico” che è la vita. È sempre e solo il nostro pensiero che può muoversi slegato da ciò che sempre esiste e accade nel “qui e ora”. Solo il pensiero, che altro non è se non memoria, può attardarsi sullo ieri, può volare verso un domani che mai sarà come pensato, può generare scienza, può scrivere leggi che collimano con segmenti di realtà . Capisci ciò che intendo? È solo la mente, attraverso il pensiero, che può chiedersi come esiste il mondo che vive al di là della mente, proprio perché la mente è uno strumento finito che percepisce la propria finitudine.
Ma se esiste un qualche cosa di divino, come ti chiedi tu, quel qualcosa non potrà certo rientrare entro gli schemi di un fenomeno limitato e limitante come il nostro pensiero. Ecco allora che chi cerca di comprendere il divino compie un’azione fallimentare a priori. Sarebbe come cercare di raccogliere l’oceano con le mani.
Il divino non è un qualcosa che possa essere conosciuto, proprio perché la sua realtà comprende e si estende oltre l’attività conoscitiva del pensiero. L’unica cosa che il pensiero può fare è comprendere come esso stesso opera, e quando giunge alla comprensione della propria finitudine e impotenza nei confronti dell’immensità della vita, può auto-sospendersi, arrendersi. Quando il pensiero cade, ecco che allora la nostra coscienza è in grado di riconnettersi al flusso costante degli eventi, esperendo così un senso di appartenenza viscerale e totale alla vita. Tale esperienza però non ha nulla a che vedere con le logiche del pensiero, ne con le percezioni derivanti dal nostro organismo, ma è un accadimento profondo, tutto interno al nucleo più segreto dell’uomo, quel nucleo che racchiude l’essenza stessa della vita, quel nucleo che è la reale identità che si nasconde dietro ogni nostro sentire, agire e pensare.
Il divino può unicamente essere un qualcosa che si può sperimentare, vivere, sentire, gioire, celebrare, ma mai e poi mai capire! Ecco perché dico spesso che la via della spiritualità per me è pura poesia, arte e amore.
Ho studiato le varie scuole psicologiche e filosofiche per anni, mi sono pure laureato in filosofia, ma ogni giorno che passava sentivo che invece di avvicinarmi alla pace e all’equilibrio, mi allontanavo sempre più da me stesso, diventavo sempre più nervoso, più rigido, più arrogante e saccente, e nel vedere tutto ciò lentamente ho compreso i limiti e i pericoli del fenomeno “pensiero”. Ora non voglio più capire nulla, non voglio più dominare la vita o ricercare un dio che sarebbe sicuramente e unicamente il parto della mia piccola e impaurita mente, e in questo lento abbandono sento che è la vita stessa a venirmi a cercare, a volermi parlare e volersi raccontare. Ma questo suo confidarsi non avviene mai attraverso le parole, ma sempre e solo attraverso il silenzio.
V’è però da dire che chi non ricerca senza sosta, consumando la propria ragione e il proprio dubbio sino all'ultima goccia, non giunge mai a nulla se non a cechi fideismi e a fanatiche convinzioni!
Grazie per aver voluto condividere i tuoi pensieri,
rimango sempre in attesa di altre tue sentite quanto utili riflessioni, sia per me che per gli amici del blog!
Dadrim
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