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Sopravvivere alla morte di una figlia: i tre volti dell'esistenza

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Gianpietro ha scritto: Girando in internet ho scoperto casualmente il tuo blog, ho letto la tua biografia dove specifica la tua laurea in filosofia, la tua specializzazione e il tuo lavoro nel sociale, esperienze in continuo confronto con i mille problemi di persone nel quotidiano, che comportano saper trovare risposte a domande nell'immediato. Premetto che il mio intento nel porgerti quello che scriverò non ha nessun intento appunto se non trovare qualche appiglio filosofico nelle tue parole di risposta. Ho 53 anni, inutile star a dire che ho cominciato presto a fare i conti con la vita che mi ha sempre presentato il conto con esperienze drammatiche sin da piccolo. La malattia e la morte di mio padre nel 68 (avevo 11 anni), mia madre che ha sofferto fino alla fine dei suoi giorni per questo, oltre al fatto che questa sofferenza le ha causato un ischemia che l'ha ridotta su una sedia a rotelle per ben 11 anni umiliandola fino alla fine, nella sofferenza fisica e morale, coinvolgendo me e la mia famiglia (all'epoca ero da poco sposato)... quando si accudisce un genitore in quelle condizioni puoi immaginare! Nonostante tutto, poco dopo, è nata la mia prima bambina che si è trovata a vivere in una situazione che l'ha privata di giornate serene anche se sia io che mia moglie abbiamo cercato di superare i brutti momenti e la fatica nel convivere in una situazione drammatica... nel 97 mia madre muore, nel 98 nasce un altra bella bambina... potrebbe sembrare l'inizio di una semplice vita un po' serena, di alcuni anni tranquilli senza grandi pretese, poter fare semplici passeggiate, organizzare una vacanza, vivere come tanti altri una famiglia felice, serenamente... cosi non è stato. Arrivo però all'atto finale, a luglio del 2009 all'età di 11 anni è successo quello che mai auguro a nessuno al mondo, la mia bambina Alessia inspiegabilmente nella notte è morta: "attacco respiratorio irreversibile acuto"... la mia bambina, ho provato a rianimarla, ho provato anche l'impotenza in questo, l'umiliazione di non poter far niente, di vederla morire sotto i miei occhi. Ora chiedo quale dolore più atroce di questo dovevo provare, quale umiliazione, quale frustrazione di un genitore sopravvivere ad un figlio... cosa dover sopportare di più di questo? Quando muore un figlio dentro te nasce il deserto, tutto è arido, è come se dopo l'esplosione di una bomba atomica riesci a sopravvivere tu in mezzo al niente, in mezzo alle macerie senza acqua, cibo, aria, nulla. Come potrò per il resto dei miei giorni continuare a vivere? Siamo una famiglia distrutta, come potrò, potremo, continuare per l'altra mia figlia di 18 anni, che oltre al suo dolore vede e vive continuamente il mio e quello di sua madre. Scusa la confusione ma ho scritto di getto. Grazie, Giampiero

Dadrim ha risposto: Caro Gianpietro, all'inizio della tua lettera affermi di avere l'intento di trovare qualche appiglio filosofico nelle mie parole di risposta. Bene, ecco il mio appiglio... il mio appiglio è un disappiglio, cioè un “filosofia” che consiste nel cercare di aiutarti a vedere e mollare tutti gli appigli ai quali ti stai aggrappando. Dico questo perché ritengo che la sofferenza aumenti tanto quanto aumenta la forza con cui cerchiamo di trovare degli appigli. Cosa significa cercare un appiglio? Per me significa cercare qualcosa che mi da la speranza di poter evadere da una realtà ritenuta intollerabile. Il problema consiste però nel fatto che nulla e nessuno possono farci evadere da una realtà interiore. Un appiglio può farmi saltare il muro di un carcere, permettendomi così di evadere dalla realtà di quel luogo. Ma quale appiglio può farmi evadere dalla realtà della morte di mia figlia? Nessuno, poiché un evento del genere tocca ogni spazio del mondo interiore di una persona. Fare l'esperienza della morte di una persona che amiamo, tanto più se riguarda un figlio, ci costringe a vedere contemporaneamente i tre volti dell'esistenza umana: il volto della nascita, quello dell'amore e quello della morte. Se inizio a vedere come questi siano i tre volti inscindibili dell'intera esistenza umana, la mia domanda deve cambiare. Se comprendo che è la natura stessa dell'esistenza ad esprimersi attraverso l'esperienza della nascita, dell'amore e della morte e se comprendo che questo destino accomuna ogni essere umano, comprendo che l'unica possibilità che ho consiste nel trovare il modo di fondere insieme, dentro il mio cuore, i tre volti dell'esistenza, riuscendo così a scoprire la sua realtà unitaria e armonica. La sofferenza di noi uomini è generata dalla nostra incapacità di armonizzare e unire quegli aspetti della vita che ci appaiono in contraddizione. O forse sarebbe meglio dire che la sofferenza di noi uomini nasce a causa del nostro continuo dividere e mettere in contrapposizione cose che in realtà sono totalmente complementari e funzionali l'una all'altra.

Ci hanno insegnato a temere ed evitare alcune dimensioni della vita, quando l'unica possibilità che abbiamo per vivere veramente consiste nel vivere totalmente. La vita è totalità. La non vita, la sofferenza, il rimpianto e il tormento sono sempre il prodotto di un agire frammentato, parziale, incompleto. Ci hanno insegnato a vivere scissi, monchi, per paura di quella potenza d'intensità che è connaturata alla vita, ma non è possibile fuggire alla continua intrusione che la vita, nella sua totalità, compie incessantemente. Non ci è possibile fuggire poiché noi siamo la vita, facciamo pienamente parte della vita, non ci siamo mai separati o allontanati di un capello dall'incessante accadere della vita. Come potremmo essere separati dalla vita? Come potremmo non essere anche noi sintesi e manifestazione dell'accadere della nascita, dell'amore e della morte? I tre volti dell'esistenza si manifestano massimamente nell'uomo, peccato che l'uomo sembra colui che teme di più la sua stessa completezza. L'animale nasce ma non lo sa, ama ma non lo sa, muore ma non lo sa. L'uomo sa di essere nato ma non se ne preoccupa poi molto, sa di poter vivere in amore ma lo teme così tanto da preferire l'odio o il niente, sa di dover morire ma non se lo vuole mai dire.

Un uomo di siffatta specie è destinato alla sofferenza perché continua a mancare il suo destino. È come un aquila caduto dal nido della madre e finito nella tana di una talpa. Non riconoscendo le sue potenzialità si accontenta di quel che gli hanno insegnato: scava buchi nella terra!

Vivere incompleti ci mette in uno stato di non sopportazione delle realtà che sono rimaste confinate entro l'ombra delle nostre paure.

Ma se comprendo che non esiste alcuna possibilità di fuggire da una realtà che non sopporto, ma che anzi, più fuggo più soffro, l'unica cosa che posso fare è cercare di capire da dove nasce la mia non sopportazione. Solo quando comprendo le cause della mia incapacità di accogliere determinate fette di realtà, posso sperare di vivere in armonia con l'intero fenomeno dell'esistenza.

In cosa consistono le cause della nostra non sopportazione? Perché non accettiamo la morte di una persona che amiamo?

Perché in quella persona riversavamo il nostro amore, le nostre attenzioni, i nostri sogni futuri, i nostri ricordi passati. Perché quella persona era lo specchio su cui proiettavamo tutta la creazione delle nostre immagini e fantasie interiori. Oltre al fatto che noi stessi eravamo per lei la medesima cosa. Solo amando riusciamo a conoscere noi stessi, l'altro e la vita, solo amando realizziamo il nostro destino, pertanto, nella morte di chi amiamo sentiamo annientata l'intera nostra motivazione alla vita, di conseguenza assistere alla morte del nostro amore ci diviene cosa insopportabile. Ma ciò è vero? Il nostro amore può essere annientato dalla morte? Io credo che la morte sia solo un setaccio attraverso cui deve passare la nostra anima per poter perdere tutto ciò che non le serve e l'appesantisce.

La morte di una figlia è un setaccio estremamente stretto e severo, ma, proprio perché tale, dalle immense possibilità. Cosa trattiene questo setaccio? Tutti i miei sogni. Lei non c'è più pertanto tutti i sogni che facevo per lei, con lei e su di lei non ci sono più. Questo mi insegna che i sogni vengono cancellati dalla morte, pertanto vivere dando troppa importanza ai sogni significa vivere parzialmente, vivere un'esistenza che non tiene a mente il fenomeno della morte.

Che altro trattiene il setaccio della morte? Il ricordi passati? No, se la morte non è la mia. Pertanto, sino a quando non dovrò affrontare la mia fine so che ciò che ieri “noi siamo stati” in me continua a vivere e crescere senza alcuna fine.

La morte di una persona cancella l'amore che ci ha donato quella persona? No, anzi, la morte di una persona ci fa vedere d'un tratto tutto l'amore che ci è stato donato, poiché, non essendo più distratti da un possibile domani, scrutiamo con attenzione ogni singolo istante dello ieri, comprendendo esattamente quanta importanza abbiano avuto tutti quei momenti per generare quella persona che oggi noi siamo. L'amore ci trasforma, ci possiede ed eleva perché fa sì che due persone fondano una nell'altra la loro identità, per questo anche qualora la nostra controparte nella relazione d'amore dovesse morire sul piano fisico, la relazione continua dentro di noi su quel piano che potremmo definire spirituale, interiore. Che l'anima torni alla sua “sorgente divina” o che prosegue il suo viaggio in un nuovo corpo, in una nuova forma, son certo che le nostre parole d'amore la nutrano ed elevino ovunque essa sia, oltre ad elevare e nutrire la nostra stessa anima, permettendole di rimanere in una relazione di profondo affetto e riverenza. Ma anche per coloro che credono che con la morte termini ogni cosa, un dialogo d'amore con chi si ha amato serve a mantenere viva la sua presenza in noi, una presenza che ora esiste ineliminabile nei nostri cuori, e che pertanto possiamo unicamente scegliere di curare o negare. Ovviamente la scelta dovrebbe ricadere nella cura, poiché negando una parte di noi stessi perdiamo ogni possibilità di continuare ad amare chi ci sta accanto.

Ancora, la morte cancella ogni idea di tempo, di futuro, rendendoci consapevoli che si possono rimandare a domani solo quelle cose che sono di poco valore, e che l'amore, il gioco e la risata sono le cose prime nella vita di ogni uomo.

Troppe volte rimandiamo a domani cose fondamentali per fare nel presente cose superficiali, convinti che tanto domani avremo tempo e modo per rimediare o compensare. Veder morire qualcuno che amiamo ci dovrebbe insegnare che il domani deve esistere unicamente per quel che oggi non è vitale per ciò che riguarda la dimensione dell'amore. Il presente è l'unico tempo in cui l'esperienza reale del vivere si dà, pertanto il presente è il tempo in cui si deve scegliere sempre ciò che ha maggior valore sotto ogni aspetto.

Inoltre l'assistere alla morte di chi amiamo dovrebbe non essere mai disgiunto dalla rimembranza che la nostra stessa vita si sta dirigendo verso il medesimo destino. Forse ci vorrà un po' di più, forse avremo modo di comprendere e vivere ancora qualche altra giornata, ma anche il nostro tempo sta scivolando via veloce verso il medesimo destino.

La morte ci ricorda anche che le cose più importanti della vita di un uomo sono sempre e solo fuori dal suo controllo, accadono e basta, sono come dei doni o delle magie. La nascita accade, l'amore accade, la morte accade. Vi sono cose più importanti di queste? No. Ecco allora che la morte ci ricorda che l'uomo deve imparare ad accettare e ad avere fiducia considerando che non può nemmeno determinare le cose più importanti che lo riguardano.

Caro Gianpietro, questa esistenza ti ha portato molte sofferenze, ma come da ogni cosa, si può uscire arricchiti o impoveriti, tutto dipende da cosa ne facciamo. Questa esistenza ti ha donato anche grandi cose, ma come per ogni cosa dipende da come la vediamo. La bambina che poco meno di un anno fa hai visto partire per un nuovo viaggio, con il dolore di questa partenza ti ha anche lasciato tutto il dono della sua presenza, dei sui undici anni di sorrisi, pianti, pensieri e sogni. La bambina che ora è ancora al tuo fianco, la donna che hai scelto di sposare e con cui hai condiviso molti giorni difficili e molte gioie, sono ciò che ora vive nel presente.

Sta solo a noi scegliere cosa ci può insegnare un dolore grande come la perdita di una figlia... sta solo a noi comprendere che non v'è nulla di nostro, che ogni istante di gioia è un dono, proprio perché non v'è nessuna garanzia di continuità.

La vita ci da tanto quanto ci toglie, ma se noi rimaniamo aggrappati a quel che ci ha tolto non possiamo vedere i doni che in questo istante ci sta riversando. V'è da dire poi che in realtà nulla ci è mai veramente tolto se lo abbiamo saputo amare e vivere totalmente, poiché quando si ama e si vive totalmente una relazione, quella relazione diviene più grande di noi, trascendendo l'io e il tu, rivelando che al di là dei nostri corpi e delle nostre menti qualcosa vive senza tempo, senza turbamenti. Ecco allora che la morte di chi abbiamo amato, in un ultimo potente messaggio d'amore ci richiama alla nostra possibilità più grande, al nostro significato più sublime: amare e vivere totalmente, perdendo noi stessi, perdendo ogni senso di possesso, di ritorno, di rivendicazione e di preoccupazione per il proprio sé!

Caro Gianpietro, io credo che il significato del nostro tempo in questo mondo stia unicamente nella possibilità di apprendere ogni giorno come vivere quel qualcosa che non nasce da noi e che non torna a noi, quel qualcosa che è sintesi di nascita, amore e morte, quel qualcosa che continuamente accade, e che nel suo accadere ci stupisce, ci spiazza e destruttura.

Paradossalmente noi uomini veniamo al mondo per imparare a vivere come se dovessimo morire ad ogni istante, quando invece vorremmo vivere come se potessimo congelare per sempre ogni cosa. Vorremmo rendere ogni cosa che ci da gioia eterna, senza comprendere, però, che non è dall'idea di eternità che nasce la gioia, ma sempre e solo dalla possibilità di cambiamento, di rigenerazione, di farsi stupire da ciò che non è pensabile, immaginabile e controllabile.

Questa vita non è nelle nostre mani, non è controllabile, non è circoscrivibile, ma proprio per questo è pienamente sperimentabile e godibile. Dobbiamo però prima comprendere che siamo noi ad essere una sua piccola parte e non lei ad essere un nostro strumento.

Con l'immenso augurio che tu e la tua famiglia possiate tornare a vivere pienamente e unitamente il presente, scoprendo come ogni morte è sempre e solo un nuovo inizio per tutti!!!!

Con grande affetto,

Dadrim

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Commenti  

 
+1 # Vanna 2010-05-24 00:20
....casualmente ho scoperto il tuo blog... Caro Gianpietro scusa se mi permetto ma per me nulla è un caso, leggi tutto del blog ti aiuterà molto .. tua figlia sta bene, siamo noi che dobbiamo imparare a vivere. Un forte abbraccio Vanna
 

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