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Come superare un lutto: morte di un padre

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 Gianfranco ha scritto: Carissimo Dadrim, non so più come far uscire una mia amica che avendo improvvisamente perso il padre circa un mese fa non sa darsi pace. Nonostante le abbia detto più volte che dopo la morte inizia la vera vita lei non accetta niente, anzi, è entrata in depressione perché vuole dare tutta una spiegazione logica all'evento e si fa un cruccio perché insistentemente, ricercando attraverso internet o consultando vari medici, cerca di capire se le sarebbe stato possibile salvare suo padre. Spero che tu possa indicarmi qualche strada per aiutarla anche se è molto razionale. Qualche volta mi riferisce che si era accorta che il padre stava male, ma il dottore non è stato capace di niente.

Grazie, Gianfranco

Dadrim ha risposto: Se a una persona razionale si cerca di giustificare il fenomeno morte attraverso dogmi di fede inevitabilmente non si otterrà alcun risultato. Stessa cosa vale comunque anche per coloro che razionali non sono. Se non conosco realmente cosa siano la vita e la morte, se non ho mai avuto alcuna esperienza personale di qualcosa che trascende la nostra usuale limitata percezione del mondo, a cosa mi può servire credere in qualcosa? Gli uomini credono solo quando hanno paura di vivere nell'incertezza e di accettare il rischio di quella ricerca che inevitabilmente nasce quando si prende consapevolezza della nostra più totale ignoranza rispetto alle nostre stesse esistenze. Chi siamo, da dove veniamo, cosa sarà di noi dopo quell'accadimento che tanto superficialmente chiamiamo morte, qual è il senso del nostro essere qui, ora, vivi e più o meno consapevoli? Queste domande riguardano tutti noi, ma solo a pochi interessano delle vere risposte. I più, per paura, non le vogliono nemmeno sentire, molti altri reprimono le loro paure sotto il peso dei più disparati credo: religiosi, scientifici, fantascientifici...

Caro Gianfranco, sappiamo per nostra esperienza che dopo la morte inizia la vera vita? Lo speriamo? Ci crediamo perché ce l'hanno detto? Partendo da quali basi possiamo sperare che una tale affermazione possa aiutare qualcuno? E poi, mi chiedo perché dopo la morte inizi la vera vita? Questa nostra vita non è vera? Se non è vera allora cos'è? Viviamo una falsità? Ma se ora noi siamo in una falsità, per quale motivo, in base a quale alchimia il falso diviene vero? La morte è un'alchimia che trasforma una vita falsa in una vita vera? E in cosa consiste una vita falsa e una vita vera?
La mente non può trovare pace in un'affermazione dogmatica. Un dogma per una mente che dubita diviene unicamente un generatore di mille domande. La mente trova pace solo quando, attraverso l'esperienza, penetriamo la realtà di un fenomeno. È vero, si può assopire la facoltà investigativa e dubitativa della mente attraverso un'adesione emotiva a un dogma, un credo, ma questo non significa scoprire la verità di qualcosa, non significa liberare il nostro cuore dal tormento del dubbio, significa unicamente fuggire in un qualche sogno rassicurante. Ma quando arriverà il giorno della verifica, della nostra morte, cosa faremo, quanta paura avremo? Qualcuno sostiene che dopo la morte non esiste più nulla, qualcun altro sostiene che l'anima continuerà a vivere in una qualche dimensione superiore o si reincarnerà per proseguire il suo percorso di crescita. Chi ha ragione, chi ha torto? Per me è irrilevante, tutte le parole rimangono solo e soltanto delle fiabe, aria fritta, se non sono corroborate dall'esperienza personale.

Nessuno crede al sole e alle stelle, solo chi nasce cieco deve credere ai racconti di altre persone perché non può fare esperienza diretta di queste realtà. Solo i ciechi devono credere, ma non capisco per quale motivo diamo per scontato che noi esseri umani siamo ciechi per quanto riguarda la nostra stessa esistenza. Perché devo credere a qualcuno che mi dice chi sono, da dove vengo, dove vado e che senso ha la mia vita? Non posso scoprirlo da solo?

Io dico di sì e sostengo che la maggior parte delle persone non ci prova nemmeno per il semplice motivo che dal primo giorno della nostra vita ci hanno indottrinati a credere di non poter vedere con i nostri stessi occhi. Questo condizionamento è un bel business. Che fine farebbe tutto questo spettacolo di marionette e burattinai se gli uomini sapessero d'essere nati con il dono della vista e pertanto di poter scoprire autonomamente chi sono, da dove vengono, dove vanno, decidendo così liberamente che senso dare alle loro vite? Questo nostro spettacolo bizzarro di guide spirituali, credenze, superstizioni guerre religiose, politiche ed economiche finirebbe in un istante, basterebbe una generazione! Ma fatalmente i maestri e i genitori di bambini potenzialmente veggenti sono uomini che credono d'essere ciechi. Un grande salto accadrà quando gli uomini scopriranno di non esser nati ciechi, ma d'esserlo divenuti con il tempo, grazie a mille condizionamenti e violenze subite. Ecco che allora gli adulti diranno ai loro piccoli: non fidatevi troppo di noi perché abbiamo perso la capacità di vedere da molto tempo ormai. Guardate con i vostri occhi, non credete a nulla che non sia frutto della vostra stessa sensibilità e percezione interiore. Abbiate fiducia nella vostra innata consapevolezza e per favore guidateci, aiutateci voi a ritrovare il modo per poter vedere nuovamente. Ti rendi conto di che mondo sarebbe? Vecchi che chiedono ai bambini di essere guidati! Sembra follia, ma non è più folle il mondo in cui viviamo, che altro non è che il prodotto della “grande saggezza” di noi adulti?

Venendo alla tua amica devo poi dire che a me non sembra in una fase molto razionale. Una persona che vuole scoprire attraverso internet e andando da vari medici se c'era la possibilità di salvare suo padre, cosa vuole ottenere? Fare causa al medico curante? Se così fosse un po’ di razionalità ci sarebbe. Ma da come me la racconti mi pare di capire che questa tua amica stia cercando di comprendere se le sarebbe stato possibile fare qualcosa. In un tale agire non vedo alcuna razionalità. Qui la razionalità si è persa nell'incapacità di accettare un evento particolarmente traumatico come la morte di un padre. La razionalità le farebbe dire: "Per le conoscenze e le intuizioni che avevo sino al momento della morte di mio padre non mi è stato possibile fare più di quel che ho fatto.

L'unico modo in cui ora posso affrontare questa situazione è accettare il mio dolore e lasciarlo sfogare, poiché il riflettere su quel che si sarebbe potuto fare è unicamente un modo per fuggire la sofferenza di quel che ora è irreversibile e reale: la morte di mio padre". Caro Gianfranco, credo che la tua amica stia semplicemente cercando dei modi per non affrontare tutto d'un tratto un dolore troppo grande, e in questo non v'è nulla di male se lentamente riuscirà a guardare la realtà del destino che accomuna noi tutti. Credo che una delle strade più utili per aiutarla sia quella di portarla, con sensibilità e pazienza, a confrontarsi con il dolore della perdita. Veder morire un genitore significa veder morire la realtà esterna di una presenza che sin dalla nostra infanzia si è radicata in noi. Per questo è spesso utile, per sciogliere la nostra sofferenza, parlare al nostro genitore interno come se questo fosse ancora in vita, e dirgli tutto quel che sentiamo, quanto ci manca e quanto è stato importante per noi. Quel che una persona è stata per noi non si perde con la sua scomparsa. Sicuramente si perde la possibilità di fare altre esperienze assieme, ma quel che ci ha dato rimane per sempre nostro patrimonio o pesante fardello. Il più delle volte, però, queste presenze interiori agiscono in noi inconsciamente poiché ci conosciamo così poco da non renderci conto che tutto quel che incontriamo nella nostra vita si riflette e imprime nella nostra coscienza plasmando la nostra personalità. Se siamo consapevoli di quel che è impresso nella nostra coscienza, a tutti i suoi livelli, siamo padroni di noi stessi e possiamo agire liberamente, se non siamo consapevoli del nostro bagaglio interiore, pensiamo d'essere liberi e di conoscerci quando in realtà siamo condizionati.

In noi agiscono mille fantasmi, ombre provenienti dal mondo esterno: più che individui siamo una sorta di case infestate da una moltitudine di presenze che ci governano, terrorizzano e rare volte guidano saggiamente. Tutto dipende dalla fortuna dei nostri incontri e dalla consapevolezza con cui entriamo in relazione con le persone che troviamo lungo il nostro cammino. Ovviamente gli incontri più importanti sono quelli che facciamo nei primi anni della nostra vita poiché la nostra coscienza, essendo ancora una pagina bianca, viene segnata profondamente da ogni più piccola pennellata che i vari artisti o imbrattatori che ci circondano lasciano.
Una persona svanisce dal mondo esterno, ma lascia per sempre la sua eredità, in misura più o meno importante, nelle persone che l'hanno incontrata, amata o odiata. Come possiamo superare la sofferenza della morte di una persona a noi cara? Guardando dentro di noi, fra le stanze della nostra casa interiore, dove i fantasmi tornano a vivere non appena vengono illuminiamo dalla luce della nostra consapevolezza. Patiamo così tanto la scomparsa delle persone a noi care perché viviamo in superficie, perché siamo principalmente focalizzati sulla dimensione fisica della nostra esistenza, non riuscendo, così, a vedere come ogni cosa si conservi intatta negli spazi del nostro mondo interiore. Soffriamo, in oltre, perché ogni morte ci ricorda la nostra morte e l'immensa fetta di realtà che questo fenomeno occupa in questo universo, una realtà che continuamente estromettiamo dalla nostra consapevolezza. La vita e la morte sono le due ali che reggono in volo quel misterioso uccello che chiamiamo esistenza. Tutto costantemente termina e si rigenera attraverso nuove forme, senza resistenza, senza recriminazioni. Tutto tranne l'uomo che accetta la vita e nega la morte. Ma chi è l'uomo? Chi siamo noi? Se abbiamo questa risposta abbiamo anche la risposta sulla vita e la morte. Cos'è la morte, cos'è la vita? Dobbiamo accettare qualche dogma di fede o qualche teoria scientifica per poterci rispondere? La vita non ci accade in ogni singolo istante? Direi di si! E allora perché non investigare totalmente cos'è quel fenomeno che chiamiamo vita osservando direttamente con i nostri stessi occhi? Colui che osserva e fa esperienza delle cose chi è? Siamo noi? Noi siamo l'osservatore, la cosa osservata o la memoria delle esperienze che abbiamo vissuto? Cos'è l'esperienza, cos'è il nostro passato, cos'è il futuro, cos'è quel che chiamiamo tempo? Il tempo esiste? Mi sembrano domande importanti, mi sembrano questioni che meritano la nostra attenzione visto che stanno alla base del significato stesso del nostro esistere, soffrire e gioire. Ma quanti di noi spendono un po' del loro tempo per scoprire?

Quanti di noi voglio veramente entrare nel mistero della vita e della morte? Quanti? Quando muore una persona a noi cara diciamo che soffriamo, ma abbiamo mai cercato di osservare cosa soffre in noi? Chi è colui che soffre? Noi diveniamo sofferenza o sentiamo una sofferenza? Se diveniamo sofferenza chi è che soffre? La sofferenza? La sofferenza soffre? Mi pare un po' difficile. E allora chi è che soffre? Cosa determina la sofferenza? Mio padre muore, io non accetto questo fatto perché penso di non poter vivere senza di lui, perché la sua presenza mi rassicurava, perché avrei voluto vivere ancora mille cose e penso che senza di lui queste cose non potranno mai più accadere. Quel che non ho fatto in vita la morte lo svela nella sua irrimediabilità, ma noi non agiamo mai come se ogni singolo istante fosse insostituibile, noi rimandiamo perché pensiamo di avere sempre tempo, poi il tempo si mostra nella sua finitudine e soffriamo. Creiamo un sogno mentale che nel momento in cui viene a contatto con la realtà genera in noi un conflitto, una resistenza, da ciò la sofferenza. La sofferenza non è altro che questo: il non esser pronti ad accettare l'irrealtà del nostro modo di stare al mondo. Viviamo una vita di sogni che costantemente vengono spezzati dalla realtà. È solo perché non sappiamo come vivere realmente che siamo spaventati dalla morte. La morte è un qualcosa di ignoto, che si riversa sul nostro mondo di fiabe come l'idea della fine di ogni nostro progetto, come la fine della nostra possibilità di avere ancora del tempo per portare avanti i nostri piani. La morte rappresenta la natura instabile dei nostri sogni. Noi non temiamo veramente la morte poiché la morte è un mistero, non possiamo sapere cosa accadrà dopo. Quel che noi temiamo è l'ombra che questo mistero proietta sulle nostre esistenze, è l'idea che senza questo corpo non mi sarà più possibile continuare a esperire quell'unica forma di vita che ora conosco. Ma questa è un'idea che rivela unicamente quanto noi uomini in realtà pensiamo d'essere il nostro corpo e tutto ciò che attraverso di esso possiamo fare. Se vediamo e comprendiamo tutto ciò sarebbe ora più giusto dire che noi siamo l'idea di essere un corpo. Siamo un'idea di corpo più che un corpo. Ma questo è reale? Se fossimo l'idea di avere un corpo, questa idea dovrebbe essere sempre presente in noi, eppure nessuno di noi direbbe d'essere un'idea.

Nella nostra mente le idee, cioè i pensieri, si rincorrono a milioni, miliardi, sono in continua mutazione e se ci osserviamo con un po' più di attenzione vediamo che in noi v'è un qualcosa che diviene consapevole di tutte queste idee al di là della loro natura. In me esiste l'idea che senza un corpo non posso più esistere, ma in me v'è anche qualcosa che diviene consapevole di questa idea. Chi sono io allora? L'idea o la consapevolezza che si cela dietro le idee. Se non mi attacco a questa idea e lascio che come è venuta se ne vada, se lascio che anche l'idea successiva come viene se ne vada, se lascio che questo fiume di idee scorra senza che io mi getti dentro, mi coinvolga, cosa accade? Chi sono io?

Un caro saluto,
Dadrim

Articolo tratto dal libro "Morire ridendo".

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“Morire ridendo” contiene alcune fra le risposte più significative che Dadrim ha dato, in forma scritta, a domande sulla morte, il dolore e il senso della vita.

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