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Moglie e figli sono un ostacolo per la ricerca spirituale?

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BimboAdriano ha chiesto: Scrivi di te: “In quegli anni avevo praticamente tutto: amici, famiglia, interessi, svaghi, divertimenti.”(Citazione da: L'inizio della ricerca spirituale) Mi chiedo come mai le persone “spirituali”, in genere non hanno moglie e figli? Pensi siano di ostacolo alla ricerca interiore?

Dadrim ha risposto: Caro Adriano, la mia ricerca “spirituale” è stata un processo lento, cresciuto per gradi, tuttora in corso, e che sento non potrà mai giungere a fine alcuna. Vivevo immerso in un certo grado di oscurità, ma quando cominciai a pulire la “lanterna” della mia coscienza, il buio che mi circondava iniziò a diminuire progressivamente, lasciandomi intravedere sempre più cose su me stesso, sul mondo che avevo attorno e sulla vita in generale. Ora non so se giungerà un giorno in cui non vi sarà più nemmeno una piccola ombra sul mio cammino, ma sento che anche se dovesse giungere questo momento, il viaggio della mia vita non perverrà certo a un capolinea, ma approderà semplicemente a un nuovo inizio, poiché là dove dovesse splendere sempre il sole, tutti i sentieri e gli orizzonti diverranno possibili, proprio perché totalmente visibili. Questo vale per ogni individuo, ognuno di noi, infatti, vive avvolto da un certo grado di tenebra, più o meno fitta a seconda della sua storia personale. Quando iniziamo a percepire i limiti e le sofferenze che provengono dal camminare con occhi semi chiusi, iniziamo anche a lavorare per riuscire a vedere sempre più chiaramente la verità delle cose che sono in noi e fuori di noi. Molte persone, però, nonostante vivano nella sofferenza non riescono mai a fare il salto necessario per spiccare il volo, e cioè comprendere che il male che ci colpisce è prodotto unicamente da noi stessi e mai da chi ci sta accanto o da ciò che ci circonda. Se continuiamo a pensare che siano gli altri o il mondo a dover cambiare stiamo semplicemente dimostrando di temere la fatica e il dolore che comporta mutare il nostro modo di relazionarci con l’esistenza.

Quando comprendiamo che l’unica persona che deve cambiare siamo noi stessi e che se qualcosa ci fa soffrire la causa sta unicamente nel nostro errato modo di porci in relazione con quel qualcosa o qualcuno, ecco che in noi cala una serenità imperturbabile. Questo non significa che tutto ci andrà bene e che accetteremo qualsiasi condizione di vita, anzi, tutto ciò significa che sapremo vedere con chiarezza dove sta l’errore e il male, e che pertanto saremo in grado di porci, nei confronti di questi, in quella giusta relazione capace di eliminarli quando sarà possibile o di tenerli a debita distanza quando non potremo fare nulla per modificarli.

Dico tutto ciò per sottolineare come i nostri rapporti con chi ci sta accanto siano costantemente esposti alla possibilità di un mutamento qualora dovesse modificarsi il nostro stato di coscienza. Se due ciechi si incontrano e iniziano a giocare a tennis, la partita che ne nascerà sarà di un certo tipo, ma se improvvisamente uno dei due dovesse riacquisire un po’ di vista, il livello del gioco precedente alla guarigione non sarebbe più sostenibile. Allo stesso modo mutano le nostre relazioni quando cambia il livello di consapevolezza della nostra coscienza. V’è però da dire che la maggior pare delle nostre relazioni si interrompe o muta, non perché noi diveniamo più consapevoli e liberi, ma unicamente perché i sogni che facciamo, vivendo nel nostro sonno, si dissolvono quando giungono a contatto con la realtà. Nel buio è infatti facile scambiare un porcospino per un pallone e magari dargli un bel calcio. Sono poche quelle relazioni che si trasformano o finiscono perché qualcuno ha iniziato a guardare la vita con occhi più limpidi.

Tornando alla mia frase che citi nella tua domanda, “In quegli anni avevo praticamente tutto: amici, famiglia, interessi, svaghi, divertimenti”, non intendevo certo dire che dopo aver iniziato a guardare con più attenzione le forme e i modi in cui si stava svolgendo la mia vita, ho anche gettato alle mie spalle ogni tipo di relazione che stavo vivendo. Attraverso quella specifica frase, se la rileggi nel suo contesto, intendevo dire che nonostante avessi praticamente tutto ciò che è comunemente ritenuto indispensabile per vivere una vita felice, io non lo ero affatto. In un certo periodo della mia vita ho iniziato a comprendere che per quanto un uomo possa essere circondato da amici, familiari, benessere economico e possibilità di svago, sino a quando non pone la sua attenzione sulla ricerca del significato ultimo del suo essere qui in questo mondo e in questo modo, nulla e nessuno potranno colmare quel senso di inappagamento e irrequietudine che vive in lui. Se non si vuole rimanere adolescenti per sempre è possibile continuare a negare la realtà della nostra morte, del dolore e della tremenda sete di significato che tormenta le nostre coscienze solo per un certo tempo.

Detto ciò v’è anche da sottolineare come sia vero che, nel momento in cui una persona inizia a relazionarsi con l’esistenza entro dimensioni sempre più vaste e profonde di significato e realtà, molte cose iniziano a cambiare, prime fra tutte le relazioni con le persone che ci stanno più vicine. Questo non vuol dire che le nostre relazioni devono inevitabilmente finire nel momento in cui noi diveniamo più consapevoli. Se consideriamo, però, che più consapevolezza significa principalmente più capacità di vivere serenamente e liberamente, sarà inevitabile che tutte quelle relazioni che oggi ci portano dolore e staticità dovranno mutare. Qualora, però, le persone che ci stanno accanto non fossero disposte a salire con noi lungo la scala della consapevolezza, queste spontaneamente fuggiranno, poiché stare accanto a chi porta con se anche solo una piccola luce ci costringe comunque a vedere di più, e chi non è pronto a questo sarà inevitabilmente costretto a fuggirvi lontano. Pertanto non credo che “spiritualità” significhi: niente famiglia, niente figli, isolamento o altre stramberie da fachiro indiano. Credo però che una sincera ricerca del proprio vero bene ed equilibrio interiore ci porti lungo una via dove non sono concessi compromessi e menzogne di nessun tipo, e quando una persona vive in questo modo è inevitabile che molte altre persone non siano disposte a starle accanto, meno che meno a seguirla.

Caro Adriano, ti posso assicurare, anche se forse tu già lo sai, che il solo parlare della morte o dell’assurdità insita in una vita spesa alla rincorsa di fama e ricchezze, può far perdere un non esiguo numero di amici e parenti. Ma, alla fine dei conti, tutto ciò lo si può davvero chiamare perdita o sarebbe forse meglio definirlo come un alleggerirsi da inutili pesi che rallentano il nostro lungo viaggio verso la libertà?

Un abbraccio,

Dadrim

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Commenti  

 
0 # 2010-02-04 00:51
Un saggio disse, : " Un guerriero, non ha compagni, nemmeno simili a lui "
I compagni di un Guerriero possono essere distanti migliaia di chilometri, o costantemente al suo fianco, ciò non fa differenza poichè egli sa di essere solo, in ogni momento.
La solitudine è una cosa che riguarda la personalità.

L' animale procrea, e mira alla continuazione, il Guerriero mira all' uscita dal gioco, che senso avrebbe fare figli?
 

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