Manuel ha scritto: Ciao Dadrim, ho riflettuto su ciò che mi hai scritto sul gioire e l'osservazione attenta e passiva e ho provato a darmi da solo delle risposte... Ho capito che con l'osservazione attenta e passiva ho la sensazione, a volte, che stia facendo un lavoro per ottenere il benessere interiore in futuro mentre sappiamo che la meditazione è qualcosa che si svolge nel presente. Ho capito quindi che il gioire è la base da cui poi si sviluppa anche l'osservazione attenta e passiva. Quindi anche l'osservazione di se stessi, per esempio mentre cammino o svolgo qualche attività o nel sedersi in meditazione, si svolge con gioia ed entusiasmo. Ho capito che devo cogliere a pieno il momento con allegria, in modo che, quando mi osservo, anche questo si svolga con gioia e non come un lavoro che devo fare per guadagnarmi qualcosa. Riassumo quindi che la mia via sarà quella di gioire il più possibile del momento, e quando si presentano i vari momenti nella giornata, quasi spontanei, mi osservo ma sempre con quella certa gioia... Dadrim, questo è un po' ciò che ho compreso, anche se non ho nessuna certezza che sia un giusto svolgersi... Ho capito però che un metodo, se praticato come un lavoro, non porta da nessuna parte, o forse porterà con più difficoltà, mentre se praticato con gioia e non come un lavoro sarà più naturale. Un altra cosa: un metodo va cambiato oppure no....per esempio l''osservazione del mio corpo e di tutto ciò che scorre nella mente è quel che ora pratico e non so se arriverà un giorno in cui dovrò cambiare....
Grazie,
un saluto
Dadrim ha risposto: Se cerchi di gioire nel presente, ma questa gioia non nasce da sé, ma è voluta, è sempre qualcosa che fai partendo dal tuo ego, è sempre qualcosa che nasce da un'idea e viene proiettata sul presente. La vera libertà accade dall'accettazione di quel che siamo, non dalla proiezione di quel che vorremmo che fosse. Hai ragione!, ora mediti partendo dall'idea che otterrai un benessere interiore futuro, ma dove sta il problema? Anche questa idea è un pensiero come tanti, anche questo pensiero lo tratterai come gli altri, lo osserverai passivamente e lentamente ti abbandonerà. Quando ogni pensiero sarà abbandonato ecco che la porta sul presente si aprirà spontaneamente e la serenità affiorerà naturalmente, senza che tu debba esercitare alcuna proiezione o sforzo. La meditazione inizia sempre con una scusa: trovare la pace, risolvere dei conflitti interiori... ma più entriamo nell'osservazione, nell'abbandono e nella fiducia, più ogni proiezione di un'ipotetica pace e serenità si dissolve, lasciando affiorare quello stato interiore di quiete reale non autoprodotto, non condizionato. Gioisci pienamente quando la gioia viene spontanea, ma non generare un'idea di felicità da proiettare sul presente, poiché anche questo è un atto manipolativo del pensiero, e il pensiero è l'ostacolo più grande nella scoperta di sé!
Le domande che ti poni sull'eventualità di dover cambiare in futuro il metodo sono forvianti per due aspetti. Primo: l'osservazione passiva non è un metodo ma l'essenza stessa del processo di cambiamento. L'osservazione è il principio del dissolvimento dei nostri limiti, è la fine dei nostri condizionamenti ed è anche la realizzazione stessa del nostro essere. L'osservazione è il principio e la fine di ogni cosa!
Ora quando osservi vedi un caos, ma lentamente il caos diminuirà e l'osservazione sarà sempre più limpida e vasta, sino a divenire la realizzazione di un cosmo interiore. L'osservazione non ha mai fine poiché è l'essenza stessa della natura del nostro essere: pura consapevolezza e presenza! Ora osservi le mille cose che sono presenti in te, quindi esiste ancora un soggetto e un oggetto: tu che osservi e le cose che vengono osservate. Il giorno in cui gli oggetti del tuo mondo interiore, pensieri ed emozioni, si saranno dissolti, chi osserverà chi? Capisci la domanda? Chi osserverà chi quando la tua consapevolezza rimarrà unicamente alla sua stessa presenza? Osservare non è una tecnica, pertanto non finirà mai, anzi, diverrà sempre più vasta. Ora è solo un piccolo ruscellino di montagna, ma con il tempo diverrà un maestoso fiume, sino al giorno in cui si getterà nell'oceano e perderà ogni confine.
Il secondo aspetto relativo alla forvianza del tuo chiedere sul futuro è insito nell'atto stesso del domandare. Mi spiego meglio: ciò che impedisce il contatto con il presente è l'attività proiettiva del pensiero. Il pensiero usa il presente unicamente come trampolino di lancio dei suoi piani futuri. Ecco allora che il dare energie ad un domandare sul futuro alimenta unicamente l'attività proiettiva del pensiero, attività che nasconde la percezione del qui ed ora. Il futuro non esiste, la vita è sempre e solo “presente”, questo è l'unico tempo che conosce la dimensione del reale!
Concludo dicendo che concordo con te: la meditazione non è un lavoro, non è un obbiettivo da raggiungere, è un'azione che trova il suo significato e il suo compimento nel suo stesso esercizio. Più comprenderemo questo aspetto e più comprenderemo la gioia intrinseca all'azione cancellando ogni percezione di sforzo, desiderio di raggiungimento e realizzazione. Quando in noi non vi sarà più nessuno che vorrà realizzarsi, modificarsi o appagarsi, cosa impedirà alla nostra innata quiete interiore di manifestarsi? Nulla! Noi siamo il prigioniero e la nostra stessa prigione. Quando smetteremo di voler salvare il condannato la condanna svanirà e la prigione crollerà. È lo stesso desiderio di salvezza che genera il tormento, ma per comprendere e dissolvere completamente questa azione circolare e viziosa è necessario un grande lavoro di comprensione, è necessaria una profonda, costante e totale azione di osservazione, fiducia e abbandono.
Un caro saluto,
Dadrim
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