Roberto ha scritto: Ciao Dadrim, ti rispondo con un po’ di ritardo perché ho considerato attentamente la tua risposta. E’ un’importante opportunità quella che mi puoi offrire dalla tua posizione di serio ed interessato conoscitore del pensiero di Jiddu Krishnamurti così che ne approfitto per replicare.
Il corpo della tua lettera è servito per marcare quello che già avevo assorbito della filosofia di J.K.
Desidererei parlare di questa parte:
“Il pericolo insito nella lettura di J.K. è quello di divenire dei grandi conoscitori delle dinamiche mentali umane a livello astratto e teorico, ma di rimanere totalmente vuoti per quanto riguarda il livello empirico ed esperienziale, quel livello che J.K. definisce come unicamente reale e fecondo. (…) La chiave di volta sta nel divenire sempre più degli imparziali osservatori di noi stessi e di ciò che ci circonda, non nel capire grazie ad una lettura le forme attraverso cui si manifesta la nostra mente.”
Io ero convinto d’aver trovato questa chiave di volta in “libertà dal conosciuto”, il libro che più degli altri onoro, dove negli ultimi capitoli affronta i temi del GUARDARE - ASCOLTARE - ARTE - BELLEZZA – AUSTERITÀ - L'OSSERVATORE E LA COSA OSSERVATA. Come ti avevo anticipato ho saggiato altre filosofie, ma soltanto superficialmente, ed ora però mi chiedo se veramente J.K. sia limitato nell’offrire una completa possibilità di riscatto spirituale.
Ho apprezzato come e ciò che scrivi e t’invito ad essere del tutto diretto e schietto nella tua risposta..
Roberto
Dadrim ha risposto: Caro Roberto, è solo un mio punto di vista, ma J.K., nella sua comunicazione, non tiene sufficientemente conto dello stato di consapevolezza dei suoi interlocutori e delle grandi difficoltà che incontrano lungo il percorso spirituale. A livello dialettico formale e fenomenologico ritengo J.K. l’individuo più coerente, obbiettivo e veritiero. Il punto cruciale però non sta nel descrivere obbiettivamente e coerentemente la fenomenologia del nostro mondo psichico, o perlomeno questo, spesso, non è sufficiente. Il punto sta piuttosto nel riuscire ad aiutare gli individui ad uscire effettivamente e definitivamente dalla loro gabbia psichica e a vivere la realtà della dimensione spirituale o come la vogliamo chiamare. Dal mio punto di vista, se per ottenere questo fosse più utile raccontare una mezza verità che la pura e semplice verità, ben venga la mezza verità. Se una mezza verità aiuta più di una verità a raggiungere la Verità, per quale motivo dovremmo proseguire sulla linea dei duri e puri? Se per far scendere un bambino impaurito da un albero non basta ricordargli che come è salito può anche scendere, ma, magari, basterebbe raccontargli che suo fratello gli sta rubando tutte le figurine del suo adorato album di calciatori, anche se questo non fosse per niente vero, dove sta il problema? Quando scenderà dall’albero e vedrà che nella sua cameretta c’è ancora l’album di figurine, capirà!
Mai, almeno che io sappia, J.K. ha descritto una qualche forma di meditazione, esercizio, pratica o "trucco" utili a sciogliere le tensioni e i blocchi che limitano il nostro corpo e la nostra mente. Quando J.K. descrive, per esempio, come si genera in noi la rabbia, non v’è nulla che si possa ribattere. Le sue osservazioni sono penetrati, totali ed esaustive, ma non per questo la nostra rabbia svanisce. E' vero che J.K. invita continuamente a non capire unicamente a livello mentale quel che lui dice, ma di osservarlo nella vita quotidiana, nel suo effettivo accadere, eppure ho personalmente notato che nella maggior parte delle persone questo approccio non si rivela efficace.
Questo mi sembra accadere, paradossalmente, proprio per il fatto che J.K. ha prima dato una chiave descrittiva del fenomeno, che, per quanto veritiera possa essere, diviene ugualmente una lente attraverso cui la mente si attiva per osservare e dominare l'evento. La cosa fondamentale però è riuscire a vivere un evento pienamente coscienti e totalmente privi dell'attività analitica del pensiero. Il pensiero dovrebbe essere trattato unicamente come un semplice oggetto d'osservazione, smettendo pertanto d'essere il punto di partenza della nostra osservazione. Non so se riesco ad essere chiaro su questo punto.
Quando cerchiamo d'osservare e scoprire il nostro reale funzionamento interiore, non deve esistere alcun pensiero che da vita al nostro osservare. Tutti i nostri pensieri devono essere vissuti come semplici entità indipendenti da noi. Quando osserviamo il pensiero, nella sua totalità dovrebbe scorrere come le nuvole nel cielo. Quando osserviamo le nuvole che vagano per il cielo, cosa possiamo farci? Nulla! Le nuvole sono così distanti, impalpabili, immodificabili: l'unica cosa che possiamo fare è osservarle! Lo stesso dovrebbe accadere con i nostri pensieri. Ci sediamo tranquilli in un angolo, chiudiamo gli occhi e dentro di noi vediamo fluttuare tutto il nostro caos interiore: pensieri razionali, irrazionali, emozioni positive, negative, assurdità di ogni genere e così via. La cosa che comunemente facciamo è manipolare questo flusso di pensieri ed emozioni.
Quando passa un pensiero subito lo cavalchiamo, ci facciamo trasportare da questo in mille altri pensieri. Osserva, guarda se quel che dico è vero. Se ora chiudi gli occhi cosa accade? Passa un pensiero, poi un altro,e magari per qualche secondo riesci ad osservarli senza farti coinvolgere, ma dopo poco ecco un pensiero più forte del tuo livello di attenzione, ed ecco che parti a fantasticare, e da quel pensiero ne vengono altri affini e connessi che generano dialoghi interiori di ogni genere, poi sensazioni, magari immagini, ed infine, se rimani seduto per un tempo sufficiente, il sonno e i sogni. Non so se hai già visto questo processo interiore, non so a che punto sei con le tue esperienze d'osservazione, ma se hai fatto qualche esperimento sai di cosa sto parlando. J. K. può divenire un gran problema proprio per il suo averci spiegato nei minimi dettagli perchè e come avvengono in noi fenomeni come la rabbia, la paura, il dolore ecc. . Capisci cosa intendo? Se spieghiamo troppo i meccanismi dei condizionamenti interiori che ci muovono, la nostra mente può cadere nell'illusione di aver risolto i guai proprio perchè comprende la verità delle nostre spiegazioni, ma non è comprendendo la verità delle spiegazioni che i nostri limiti e i nostri conflitti interiori si risolvono, anzi, un'apparente comprensione può spingerci a rimuovere sotto una cappa di finta conoscenza il nostro male. Ma ogni male se non risolto veramente, prima o poi, riaffiora, magari più incancrenito di prima.
E' vero che J.K. martella i suoi interlocutori dicendo "dovete osservare in voi il reale accadere di quel che dico, altrimenti anche quel che dico diverrà un condizionamento", ma dal mio punto di vista questa breve e striminzita dichiarazione, per quanto venga ripetuta, non è sufficiente, per il semplice motivo che non viene chiarito adeguatamente come dobbiamo interiormente porci per acquisire quella qualità coscienziale indispensabile per essere effettivamente in uno stato di pura osservazione.
J.K. si è dilungato enormemente in disquisizioni fenomenologiche e non metodologiche, ma se io sono chiuso in una stanza di una casa che sta andando a fuoco non mi serve a molto sapere come il fuoco si è generato, come si propaga e che effetti produce. Quel che mi serve, più di ogni altra cosa, è sapere come potermi recare in un luogo da cui poter osservare l'incendio senza rimanervi coinvolto. Ecco allora che, forse, stando seduto su una comoda sedia del giardino, con un bel gelato in mano, inizierò anch’io a disquisire sui perchè e i percome del fuoco.
Il punto centrale, ad un certo momento della mia ricerca, si è spostato dai "perchè" ai come. La domanda ultima era divenuta: "ma come devo pormi interiormente, coscientemente, per riuscire effettivamente a comprendere e dissolvere i miei limiti". Su questo punto sono stati fondamentali, più di ogni altra cosa, gli scritti di Osho.
Unendo la pratica quotidiana, direi costante, all'attenta lettura, lentamente sono riuscito a generare un punto di osservazione, spostandomi dal meccanismo perpetuo di generazione di dialoghi, emozioni, sogni ecc. che produciamo quando viviamo immersi nel meccanismo del pensiero inconsapevole. Questo non significa che ora non vi sono più pensieri o altro nella mia mente, significa unicamente che ora i pensieri si muovono per gli affari loro, a volte numerosi, a volte radi, ma quel punto di osservazione che ora vive in me è saldo. E ogni volta che l'incendio esplode nella mia casa o fuori da essa, io so che posso sempre tornare a sedermi nel mio bel giardino e godermi lo spettacolo incendiario. Quel che accadrà in futuro non lo so, ma se questo è il presente, dal domani credo possa venire solo qualcosa di buono.
Raccogliendo quanto detto sino ad ora, il punto capitale di tutta la faccenda "spiritualità", sta nel riuscire a generare o riscoprire quella dimensione di consapevolezza dalla quale ci è possibile osservare tutto quel che accade in noi senza perdere la percezione che noi siamo sempre e solo colui che sta osservando. Se in noi nasce questa percezione, la vita può divenire una continua avventura e scoperta del nuovo e non più un frantoio nel quale siamo caduti e dal quale veniamo frantumati.
Ma come nasce questa qualità della consapevolezza? Credo di averne già parlato abbastanza, vi sono molti libri interessanti che ci possono dare delle buone intuizioni, ma questo non significa nulla. Parlare di questo punto, per me, è la cosa più importante che esista al mondo e mai nessuno dovrebbe smettere di farlo. Pertanto, riprendo nuovamente la questione, magari da nuove angolature, magari oggi più consapevole di ieri...
Se ci sediamo su di una comoda sedia, sul divano, a terra con le gambe incrociate, sul tetto di casa o dove e come stiamo meglio, e chiudiamo gli occhi e iniziamo ad osservare, cosa vediamo, cosa sentiamo? Facciamolo! Considerando che nella forma siamo tutti diversi, ma nella sostanza siamo tutti uguali, ognuno di noi avrà sfumature di pensieri e di emozioni diverse, ma tutti avranno ugualmente un flusso più o meno importante di pensieri, emozioni e immagini.
La svolta sta nel vedere la differenza che sussiste fra l'osservare questo flusso ed il partecipare attivamente alla creazione, modificazione e direzione di questo flusso.
Dobbiamo esercitarci ad essere degli osservatori imparziali di questo flusso, dobbiamo smettere di alimentarlo, e l'unico modo possibile per fare ciò è provare e continuamente riprovare a sederci, chiudere gli occhi e lasciare che le cose vadano per gli affari loro, rimanendo, però, sempre vigili e attenti. Un pensiero, passa, poi un altro, poi un'immagine, poi un'emozione, poi ancora un pensiero che rievoca un altro pensiero, che rievoca delle immagini, e queste, a loro volta, rievocano altre emozioni. Il nostro mondo interiore inizialmente è solo questo. Un costante magma di impressioni acquisite con l'esperienza, con il passare degli anni e, pertanto, con l'imprimersi degli eventi nella nostra memoria. Ecco allora che J.K. afferma: "noi non siamo altro che le memorie accumulate nel passato che ci condizionano il presente e si proiettano nel futuro". Questo flusso di memorie può scorrere libero o venire manipolato da quello che riteniamo essere il nostro io, cioè noi stessi. Quando osserviamo in noi questo flusso, se prestiamo attenzione, vediamo che sussiste una netta differenza fra lo stato di consapevolezza osservativa e lo stato di coinvolgimento diretto. Quando ci coinvolgiamo direttamente diveniamo protagonisti del nostro film interiore, e questa sensazione di essere stati dei protagonisti la percepiamo unicamente quando riusciamo ad uscire dal flusso interiore e ritornare ad essere dei semplici osservatori.
Questo continuo gioco del cadere e dell'uscire dal nostro film interiore, inizialmente ci accadrà mille, se non milioni, di volte, ma lentamente, se tenaci e fiduciosi proseguiremo con la nostra pratica, inizieremo ad essere sempre più capaci di rimanere dei semplici spettatori del film. Ecco allora che il film perderà progressivamente la sua capacità di attrarci e tenerci incollati alle sedie, e forse, dopo qualche tempo, riusciremo anche ad uscire dal cinema e fare ritorno a casa. Vivere in un cinema non è cosa molto piacevole infondo.
Quando la nostra coscienza sviluppa, come sua caratteristica dominante, la capacità di rimanere in osservazione attenta e passiva, molte cose interessanti inizieranno ad accaderci. Chi vivrà vedrà...
Punti importanti da sottolineare di questo processo sono:
I° La sua apparente banalità, noia, inutilità se non stupidità.
II° La persistenza e la sottigliezza del nostro flusso meccanico interiore
III° La potente illusione di essere sempre e solo quel colui che vive proprio dell'attività modificante, stimolativa e direzionale del flusso interiore.
Primo punto: Tutto ciò sembra banale solo perchè siamo così abituati ad agitarci, a fare, a manipolare e a credere la vita un fenomeno difficile, fatto di astuzie, ostacoli e imprese megalomani, che non riusciamo più a credere a qualunque cosa sia semplice, diretta, immotivata, gratuita, libera, serena e priva dell'attività del nostro io megalomane.
Secondo punto: Questo aspetto, per quanto vasto e multiforme si presenta, potrebbe essere trattato in mille pagine. Pertanto, per l’occasione, lo riassumo in pochissime parole. Qualunque cosa passi nel nostro flusso interiore, pensieri, immagini o emozioni, non ci deve preoccupare, toccare, modificare, spaventare. Dobbiamo accettare assolutamente tutto, poiché quel che scorre in noi non siamo noi. Noi siamo solo e sempre colui che osserva, e colui che osserva non giudica. Se cadiamo nel giudizio, non giudichiamoci per aver giudicato, ma ritorniamo ad osservare. Se qualcosa ci spaventa non spaventiamoci per esserci spaventati, ma ritorniamo ad osservare. Se le paure sono intense, se l'angoscia sale, se ci sentiamo morire, va benissimo, non corriamo a cercare farmaci, birre o psicologi, perché questo è il normale manifestarsi del nostro flusso interiore, che lentamente andrà diminuendo e perdendo la sua forza di coinvolgimento. Questo è il punto più importante di tutti! Se ogni individuo facesse così, il fenomeno tossicodipendenze e dipendenze in generale svanirebbe in un batter d'occhio, e la vendita di farmaci calerebbe in maniera esponenziale, oltre al diminuire dei disturbi mentali. La follia, in sostanza, è un conflitto interiore represso, ma quando ci si permette di osservare ed accettare qualunque conflitto, su quale terreno può crescere un qualunque disturbo mentale? Se l'attività mentale viene lasciata scorrere liberamente, senza impedimenti, senza giudizio o repressioni, chi e che cosa inizierà a lottare contro se stesso?
L'ultimo punto è il proseguo del secondo. Quando il pensiero scorre senza un attore che lo manipola, modifica e sviluppa, dove va a finire quell'entità che siamo soliti chiamare io. Chi siamo noi a quel punto? Dove vanno a finire tutte le nostre idee di noi stessi e tutte le nostre strutture di personalità? Semplicemente crollano, svaniscono, si dissolvono, facendoci così scoprire quella dimensione del puro e semplice essere. Un essere che non ha più alcun nome o alcuna forma, ma solo e soltanto una realtà. Ed essere reali è la cosa più bella che possa accadere ad un individuo.
A tua disposizione per qualunque altra domanda o chiarimento.
Un caro saluto,
Dadrim
Prima parte di questa lettera: Jiddu Krishnamurti
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