Luigi ha scritto: Ciao Dadrim... Ho iniziato il mio percorso di ricerca del sé da un anno circa: mi diverto, vedo e sento gli effetti. A volte dopo aver ricevuto uno stimolo esterno ho qualche giorno di conflitto. Si!, è vero, l'inconscio ci conosce tanto bene, sa dove premere, quali frasi o quali stimoli considerare per avvalorare le nostre credenze o far emergere punti deboli. Un percorso personale richiede impegno e costanza, essere gli unici artefici della propria vita, responsabili di se stessi... caspita!, è impegnativo.
Responsabili 24 ore al dì...limito le proiezioni....ecc. Mentre con gli amici è più facile creare un "distacco", in casa, con i genitori è meno facile. In questo anno ho compreso di quanto il gap tra me e miei genitori sia discreto, specie in termini di consapevolezza, anche, se vogliamo, di tipo teorico (meccanismi e trappole mentali), quanto a livello pratico visto che sto lavorando sulla mia intelligenza emotiva. In quest'anno ho scoperto come i genitori vomitino tutto sui figli (senza volerlo, personalmente ho avuto genitori carinissimi), ma anche i miei genitori l'hanno fatto vomitando addosso le loro paure, angosce, ansie, insomma, un dialogo interiore prevalentemente distruttivo: nonostante tutto hanno fatto quel che hanno potuto e li ringrazio. Vivo ancora con loro, non sono totalmente indipendente economicamente. Ancora oggi (sono vicino ai 30 anni) i miei genitori vomitano le loro inquietudini. Stamane, ad esempio, appena si sono visti si lamentavano con i loro acciacchi, preoccupazioni, e qui scatta il mio conflitto: lasciare che se la sbrighino da soli, far finta di niente o spiegar loro che la maggior parte dei loro malanni hanno origini psicosomatiche? A volte, ancora oggi, battibeccano fra di loro, che fare? Lasciare che se la vedano fra di loro o insegnarli uno stile comunicativo più costruttivo? Certo che la seconda opzione mi porta via energia. A volte sento raccontare di figli che "salvano" i propri genitori, ad esempio quando un medico nel riscontro di una patologia si mostra superficiale e l'intervento del figlio del paziente, che insiste nel portare il genitore ad approfondire la ricerca del malanno che lo affligge magari porta a scoprire patologie più o meno gravi. Ecco che lì il figlio viene nominato"salvatore"ufficiale. In questo esempio avverto in me un conflitto: essere il figlio responsabile di se stesso, rassicurare il mio bambino interiore, quasi distaccato e rischiare di essere considerato strafottente o essere il figlio premuroso, schiavo dei propri genitori che si occupa di loro? Io voglio vivere la mia vita. Nell'esempio riportato sono combattuto fra considerare il figlio"salvatore" come degno di stima, con gran temperamento, assertivo, oppure un poveraccio che si è fatto carico della vita dei genitori. Mi scusi se mi sono dilungato, ma leggere le sue risposte mi concede ossigeno. Ammiro la sua fermezza!
Dadrim ha risposto: Inizi la tua domanda dandomi del tu, concludi dandomi del lei: preferisco il principio! Venendo alla questione mi pare che vi siano delle precisazioni da fare. L'esempio che tu riporti è forviante. Mio padre va da un medico che mi appare superficiale ed io, partendo da questa sensazione, spingo il mio vecchio ad approfondire la faccenda sino a quando la mia intuizione si rivela corretta. Questo mi pare semplicemente un figlio che ha avuto un'intuizione buona, che ha saputo distinguere fra un medico scrupoloso e uno negligente. Di guisa, se so consigliare una genitore in una situazione fortuita non divengo né un buon figlio né uno schiavo dei miei genitori.
Scrivi: “...avverto in me un conflitto: essere il figlio responsabile di se stesso, rassicurare il mio bambino interiore, quasi distaccato, e rischiare di essere considerato strafottente, o essere il figlio premuroso, schiavo dei propri genitori che si occupa di loro?”
Perché associ l'idea del figlio premuroso a quella dello schiavo?
Essere premurosi significa mettere la propria totale attenzione, consapevolezza, quando si sta accanto ad una persona: essere totalmente presenti, aperti e recettivi all'incontro con l'altro. Cosa centra questo con l'essere schiavi di qualcuno. Essere premurosi tu lo associ all'idea di dover sempre essere disponibili alle necessità o ai capricci di qualcuno, ma questa non è premura ma sudditanza, dipendenza. La dipendenza è un fenomeno passivo, che perdura nel tempo, un qualcosa che si subisce e di cui non si può fare a meno quanto ce ne si vorrebbe sbarazzare. La premura è un fenomeno attivo, è un azione potente che nasce da un cuore aperto che riversa il suo amore completamente nell'attimo che vive, nella persona che incontra, senza dipenderne in alcun modo. La premura risponde alla situazione, ma quando la situazione finisce non rimane alcun residuo nella mente e nel cuore, pertanto è atomica, subitanea, atemporale. La dipendenza è un continuo rimuginare, trascinare pensieri antichi sugli spazi vuoti e immacolati del sempre nuovo presente. Mi spiego meglio...
Un figlio incontra la madre che, come di consuetudine, inizia a lamentarsi del padre per le solite vecchie storie, le solite mancanze ecc.. Premuroso il figlio le risponde in base a quel che la sua consapevolezza vigile e aperta gli suggerisce, pertanto, magari, le dice: “Madre, perché perdi ancora il tuo tempo girando il dito nelle piaghe del passato? Perché non provi a guardare tuo marito con occhi nuovi, come se vi incontraste per la prima volta? Facendo così, forse, smetterete di discutere e soffrire in questa piccola e angusta casa e scoprirete che fuori ci sono ancora mille strade dove poter passeggiare assieme ascoltando il canto degli uccelli e godendo le carezze del sole”. Detto questo il figlio se ne va per la sua strada senza pesi e senza rancori. Qualche giorno dopo rivede la madre la quale imperterrita riprende la sua lamentela nei confronti del marito. A questo punto il figlio, sempre consapevolmente e premurosamente afferma perentorio: “Madre! Finiscila! Stai sprecando sia il tuo tempo che il mio. Se non ami più quest'uomo lascialo, se lo ami ancora inizia a cambiare per aiutarlo a cambiare. E da oggi non venire più a lamentarti da me, è ormai cosa inutile e dannosa”.
Questo è solo un esempio di come può esprimersi la premura e la consapevolezza. L'accento non va posto sulle parole la sull'intenzione incondizionata e amorevole!
Facciamo ora un altro esempio. Un figlio incontra il padre che, come di consueto, si lamenta della madre per le solite vecchie incomprensioni, ecc.. Subito il figlio entra in ansia, sente di dover fare qualcosa, di dover rassicurare il vecchio genitore asserendo banalità come: vedrai che andrà meglio, le cose cambieranno, ci parlo io con lei, tu non preoccuparti. Detto ciò va a casa pieno di pensieri, sensi di colpa e paure. Qualche giorno dopo rivede il padre, il quale imperterrito riprende la sua litania. A questo punto il figlio sbotta: “Non ne posso più di voi due, è tutta la vita che mi rovinate la vita. Vi odio, non sapete fare altro che litigare, io sono venuto sempre e solo dopo i vostri stupidi conflitti, sono sempre e solo stato un qualcosa a cui potevate aggrapparvi o usare per trovare nuove scuse per litigare. Non vi viglio più vedere.” Detto ciò, dopo poche settimane tutto ricomincia da capo, con il figlio che cerca di risolvere i guai dei suoi genitori.
Questo è solo un esempio di come può esprimersi una persona dipendente, quello che tu chiami schiavo. Ma questo figlio di chi è schiavo? Dei suoi genitori o di se stesso, della sua incapacità di essere adulto, del suo desiderio di avere dei genitori premurosi e capaci di ascoltarlo? Comunque...
Ultimo esempio. Un figlio non va più a trovare i suoi genitori da anni. Un giorno gli arriva una lettera di sua madre che gli comunica che il padre è morto e che avrebbe piacere di parlargli. Il figlio prende la lettera e la butta nel camino.
Questo è un esempio di come potrebbe reagire un figlio strafottente, cioè che mostra noncuranza sfacciata (come da dizionario). Tralascio tutta la discussione sul cosa cela realmente la strafottenza altrimenti non la finiamo più.
Ho riportato questi tre esempi per farti capire come vedo le cose. Essere premurosi per me è un qualcosa di meraviglioso e non lo si può essere per qualcuno in particolare poiché la premura non è qualcosa di legato a ciò che sta fuori da me, ma è l'espressione indomabile della fioritura della mia consapevolezza, del mio stesso essere. Posso essere premuroso verso un mendicante che incontro per la strada, verso un mio amico, come verso il mio buon vecchio padre o il mio vecchio è stupido genitore. La mia disposizione d'animo non cambia con il variare del soggetto che ho difronte poiché quando il mio essere si apre io non sono più dipendente da ciò che sta fuori da me. Mio padre o mia madre sono sempre stati violenti e incuranti nei miei confronti? Bene, questo è il passato, questo è ciò che ha vissuto quel bambino giustamente bisognoso che ero, ma che oggi è cresciuto sino a divenire totalmente libero, pertanto chi può provare ancora rancore nei confronti di questi due poveri vecchi? Il mio vero essere non percepisce più alcun legame con le memorie passate, con le esperienze trascorse. Tutto ciò che ora accade lascia in me i segni che lascerebbe un dito che cerca di scrivere nell'acqua. Con questa consapevolezza interiore guardo i miei genitori e finalmente li percepisco per quello che sono, senza gli ostacoli di tutte le ferite che mi hanno inferto nel passato, senza i blocchi di tutte le vecchie memorie. E cosa vedo adesso? Due persone che hanno cercato di crescere un figlio come meglio o peggio pensavano, per quel che avevano e potevano. È stato veramente poco? È stato veramente doloroso? Ognuno ha ricevuto la sua croce, più o meno piccola. Ma ora che importanza ha? Nessuna!, perché in me non v'è più traccia di quel qualcuno che è stato ferito in passato. Ora la premura e la consapevolezza che vivono dentro di me mi fanno rispondere liberamente e totalmente alle situazioni, pertanto forse in alcuni momenti sarò tenero e accogliente con i miei genitori, altre volte sarò duro e distante, in alcuni casi potrò addirittura comprendere che l'unica cosa da fare è abbandonarli a se stessi, ma sempre partendo dalla percezione chiara che nulla di quel che faccio nasce dall'odio o dal capriccio.
Così vedo l'agire di un uomo libero e premuroso, ma in tutto il suo fare non v'è alcuna intenzione di essere un salvatore. Nessuno può salvare qualcuno, poiché ad ognuno è data unicamente la possibilità di donare quello che si è, e questo dono a volte trasforma, a volte ferisce, altre volte non intacca minimamente la persona a cui viene offerto perché questa è così chiusa da non poterlo ricevere, ma, comunque, colui che dona non si preoccupa mia di quel che accadrà del suo dono. La sua unica intenzione si consuma nell'atto stesso di donare. Essere se stessi significa unicamente vivere senza barriere e tutto ciò non ha nulla a che fare con l'idea del salvatore, del guru o altro. Non v'è nulla di più pericoloso e dannoso di coloro che si ritengono maestri. Per esempio, io parlo con le persone, rispondo a delle domande unicamente condividendo quel che sento e vivo, senza mai pensare di poter cambiare chi mi sta di fonte. Se un cambiamento accade non l'ho determinato io ma è accaduto spontaneamente a causa della relazione che si è instaurata, e una vera relazione è sempre fatta da due persone più quel misterioso insieme che le due persone generano che definirei il terzo ignoto, il mistero, l'insondabile. Vero è che più due persone sono aperte e recettive più il terzo ignoto può manifestarsi!
La tua lettera continua: “Nell'esempio riportato son combattuto fra considerare il figlio"salvatore" come degno di stima, con gran temperamento, assertivo, oppure un poveraccio che si è fatto carico della vita dei genitori”.
Degno di stima? Ma da parte di chi? Le relazioni, comprese ovviamente quelle fra genitori e figli, dovrebbero essere un fenomeno d'amore, giusto? Dal mio punto di vista l'amore non conosce la stima, non agisce mai avendo un'idea di sé poiché quando si ama il sé, l'io, l'ego, evaporano. Tu parli di salvatori e figli stimati, ma queste, per me, sono tutte astrazioni della mente, parole che nascono dall'ego per nutrire l'ego. Se amo qualcuno non agisco mai chiedendomi se sono degno di stima, ma faccio unicamente quel che il mio cuore mi dice di fare, e il cuore non conosce la parola stima. “Non sappia la tua mano destra ciò che fa la tua mano sinistra” sta scritto nei Vangeli. La mano sinistra è la mano del cuore e la destra è la mano della mente. Tradotto: “Che la tua mente non faccia muovere il tuo cuore valutando secondi fini. Che la tua mente sia nel silenzio e il tuo cuore liberamente viva”.
La stima è il prodotto del giudizio che le persone hanno in merito a determinate azioni, ma nell'azione che scaturisce da una relazione cosa me ne può fregare di cosa pensa la gente? L'unica cosa che mi interessa è l'essere totalmente presente e aperto a quella relazione. Qualcuno può pensare: “non mi interessa l'opinione degli altri ma unicamente l'opinione della persone con cui sono in relazione”. Ma anche questo pensiero, per me, è un inganno, un seme dell'ego che porta dolore. Se sto in relazione con una persona preoccupandomi del suo giudizio nei miei confronti, la mia relazione sarà sempre di dipendenza, paura e distanza. Fra me e quella persona si interporrà continuamente il mio “me”, il mio bisogno di essere apprezzato e la mia paura di essere disprezzato, respito...
Credo sia per questo che tu vedi le cose entro un dimensione estremamente dicotomia: salvatore o poveraccio. Questo è il prodotto di un “me” che ostacola la possibilità del nascere di una vero incontro, di un vero "Sé".
Ancora tu dici: “Lasciare che se la vedano fra di loro o insegnarli uno stile comunicativo più costruttivo?”.
Se come dicevo prima nessuno può insegnare qualcosa a qualcuno, tentare di insegnare qualcosa ai propri genitori e la cosa più assurda del mondo. Solitamente chi ha tentato di insegnarti qualcosa per tutta la vita, chi si è sempre identificato con l'idea d'essere la tua guida, il più grande, l'adulto, non accetterà mai di mettersi nelle condizioni di prendere qualcosa da te. E troppi genitori portano in sé tutte queste cose nei confronti dei loro figli. Troppi genitori, come tu dici, vomitano per una vita intera, sui loro figli, il loro bisogno di sentirsi superiori, fondamentali, meritevoli di rispetto a prescindere, per debito di sangue. Ecco allora che ti dico: Nema profeta in patria, figuriamoci con i propri genitori!
In sintesi ritengo che tutto venga da Sé più noi facciamo conoscenza del nostro sé. Più siamo aperti, recettivi, consapevoli e liberi da condizionamenti e idee varie, più siamo capaci di vivere l'istante con intensità, lucidità e profondità. Da questa condizione, con qualunque persona entriamo in contatto, amici, genitori, colleghi o benemeriti stronzi, quel che ne scaturisce è una lezione sempre nuova, in primis per noi stessi e poi, forse, anche per chi ci sta di fronte, ma questo non dipende da noi ma unicamente dal grado di apertura e ricettività della persona che incontriamo, al di là del nostro volere, al di là del nostro egocentrismo.
Morale? Quando realizzeremo noi stessi tutto il resto verrà da-l Sé proprio perché noi saremo senza un sé.
Fammi sapere come va con la tua ricerca interiore e poi, di conseguenza, con i tuoi genitori.
Un caro saluto,
Dadrim
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Mercoledì 16 Febbraio alle ore 16.00 presso l’Ospedale Civile Magati di Scandiano ( RE ) si terrà una conferenza sul tema “Kabbalah e Medicina : Il Senso Della Vita ” gli strumenti per essere anche liberi Un abbraccio a tutti
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